giovedì 30 giugno 2011

Eresia

Una vecchia estenuata, di spaventevole aspetto. Getterà per la bocca fiamma affumicata. Avrà i crini disordinatamente sparsi, ed irti. Il petto scoperto, come quasi tutto il resto del corpo. Le mammelle asciutte, e assai pendenti. Terrà con la sinistra mano un libro socchiuso, donde appariscono uscire fuora serpenti, e colla destra mano mostri di spargerne varie sorti.

Cesare Ripa, Iconologia

sabato 25 giugno 2011

Ritrovare

Ho ritrovato(1) delle testimonianze che nel tempo ho letto in diverse forme in numerosi testi dedicati, vuoi esclusivamente vuoi marginalmente, alla storia della mia città natale durante la seconda guerra mondiale (2), ma di cui purtroppo non avevo mai preso nota, forse proprio a causa della loro abbondanza e della loro innegabile concordanza. Lo faccio ora. Ne avverto la necessità sia in senso assoluto sia ora che pare ci sentiamo in dovere di dedicare ancora qualche parola ai crimini commessi durante la guerra nella ex Jugoslavia(3), che tendiamo generalmente a trattare alla stregua di fatti a noi sostanzialmente estranei e per i quali facciamo fatica a trovare una spiegazione che non ricorra al termine di barbarie e che si risolva ad accoglierli nel novero dei fatti umani. 

Mai prima d’ora, in nessuna altra località ho trovato tanta spontanea collaborazione da parte della popolazione civile nell’individuazione di ebrei, zingari, slavi e sovversivi italiani come in questa città.

Da una lettera di Odilo Globočnik a Heinrich Himmler

In nessun luogo come a Trieste, né in Polonia, né in Belgio, né in Francia, si sono verificati tanti episodi di delazioni scritte e orali fatte agli occupatori da abitanti della stessa città, mai tante vendette personali.

Gottlieb Hering ad Augusta Reiss

(1) Grazie a Susanne C. Knittel, Uncanny Homelands: Disability, Race, and the Politics of Memory, Columbia University, 2011
(2) Uno è quello di Ferruccio Fölkel, La risiera di San Sabba., BUR: "A parte questi casi da manuale di criminologia, i moltissimi doppiogiochisti, i delatori e gli informatori, Wolsegger(4) e i suoi Berater(5) rimanevano stupiti, addirittura impressionati, dal numero delle persone che venivano a offrire i propri "servigi", così come tutte le unità tedesche, militari e civili, erano meravigliate dal numero di lettere anonime di delazione che arrivavano ai vari uffici." Fölkel trova l'origine storica di questa infame peculiarità triestina nella delazione anonima a mezzo lettera praticata nell'Impero asburgico.
(3) Ricordo due testi, Paolo Rumiz, La linea dei mirtilli, Editori Riuniti 1997, e Wojciech Tochman, Come se mangiassi pietre, Keller editore, 2010, traduzione dal polacco di Marzena Borejczuk (Jakbyś kamień jadła, 2002)
(4) Ferdinand Wolsegger, vicario e rappresentante di Friedrich Rainer a Trieste.
(5) Consulenti.

giovedì 23 giugno 2011

Le stanghe con questi salami

Una poesia di Claudio Grisancich fa così:

dove mai un strassio cussì, omini?

Non so bene come riuscire a spiegare chiaramente un paio di cose, ma ci provo lo stesso. In queste sei parole triestine, di cui fornirò, quale rigorosa, completa traduzione in italiano, un passaggio offerto da un inconsapevole Meneghello, si trovano esemplificati ben due elementi che tendo sempre a ravvisare nella poesia (e nell'arte in genere).
Il primo elemento è l'addensarsi, il concentrarsi del senso di un testo (o di una rappresentazione figurativa della realtà) - almeno quando un testo arriva ad esprimere qualcosa, ché non sempre ci si riesce - in un punto o in pochissimi punti, in una parola, in un tratto di pennello, in un colpo di scalpello, in un piccolo oggetto colto in un grande paesaggio catturato da una fotografia, ecc. Nella poesia di Grisancich, i punti sono chiaramente due: strassio (strazio) e omini (uomini).
Il secondo elemento è il significato di queste due parole-punti di addensamento o concentrazione: sia strassio sia omini non corrispondono esattamente a quelli che sembrano essere i diretti termini equivalenti italiani (lo scarto si avverte benissimo, se si legge il verso ad alta voce: provateci). Entrambi i termini dialettali sfumano la gravità di un vero strazio e quella dell'essere uomini verso qualcosa di più lieve, che non solo ne smorza la potenziale intensità di significato, ma introduce anche un ulteriore elemento: un'autocritica ironica. Se si legge il verso di Grisancich più volte - sempre, rigorosamente, ad alta voce - strassio e omini possono sfiorare addirittura il ridicolo, senza, però, mai raggiungerlo.

Ed ora, siccome "dove mai uno strazio così, uomini?" sarebbe lontanissimo dall'esprimere il senso del verso dialettale, eccone la sola possibile traduzione in italiano che mi sento di dare.
Un giorno in Corso mi venne incontro Bene, gesticolando. "C'è un grande scrittore che si chiama Cacca!" mi disse. "Col cappa, boemo, mi pare... Kakka o Kaska, un nome così... credo che sia morto.... Una mattina diventa una bestia, una specie di blatta. Grandissimo."
Ci sembrava ovvio che una nostra letteratura moderna nazionale non c'era. Questa impressione durò vari anni. I pochi libri seri, quello di Carlo Levi sulla Lucania, le lettere di Gramsci prigioniero, pareva che appartenessero in fondo al nostro recente passato, quasi letteratura fascista in senso largo: mentre Piovene, Brancati, Moravia, erano letteratura fascista in senso più stretto, i frutti di quell'età. Il primo libro di pregio che parve veramente nuovo venne una dozzina di anni dopo la guerra, era una favola briosa, colta, pungente, un nobiluomo arrampicato sugli alberi. Franco era un po' seccato. "Ti domando io" mi disse "se è il momento di occuparsi di queste raffinatezze." Ma naturalmente sapeva anche lui che il libro era bello, e serio.
Il racconto del 1944 era stato per me La montagna incantata, quello del 1945 fu Il processo. Lessi anche Il castello, ma solo uno dei due sarebbe bastato. In seguito, nel corso dei decenni, lessi anche altre cose di Franz Kafka, sempre che l'impressione che la potenza di quella lettura iniziale rendeva superfluo il resto. Mentre il mondo di Thomas Mann, di Davos, con quella gente impellicciata, garbatamente emblematica, aveva fatto da sfondo alla scena della guerra civile, ora sullo sfondo c'erano gli interni angosciati di Praga.
Con Franco avevamo sempre avuto in sospetto le prose dolenti dei filosofi dell'angoscia, non perché non credessimo all'angoscia in astratto (io almeno: lui, non potrei giurare), ma perché credevamo poco agli angosciati. In filobus a Padova, un giorno che io e Franco appesi alle maniglie nel corridoio centrale stavamo parlando di questi angosciati, Franco mi disse trasognatamente: "No se capisse cossa ch'i gai..." (non si capisce cosa abbiano) e si mise a mimare la loro condizione. Io immediatamente copiai, ci contorcevamo vistosamente tenendoci aggrappati alle maniglie, facevamo le facce straziate. con fiochi lamenti: "Ohi, ohi, ohi", e la gente diceva: "Studenti, hanno buon tempo...". Io me ne intendevo - idealmente - di angosce classiche e drammatiche: quelle collegate con le grane serie, restare intrappolato sotto un gran mucchio di morti, oppure anche essere una vecchia ratatinée, magari negra, a Parigi, ovviamente molto spaesata. Le disgrazie individuali possono riuscire noiosissime, ma in senso generale la vita non mi pareva affatto uno schema angoscioso, anzi il suo andamento complessivo puntava nella direzione opposta a quella dell'angoscia. Sto descrivendo non delle riflessioni esplicite ma ciò che doveva esserci allora in fondo al mio animo, ciò che si sarebbe osservato addentrandosi nelle camere interne dove queste sequenze di pensieri, se sono pensieri, le stanghe con questi salami, stavano appese... Insomma che ci fossero in giro certe angosce naturali non avevo mai dubitato: ma c'entrava veramente il destino?  
L'angoscia di Praga era un'altra cosa, assurda e ovviamente fondatissima. Il primo effetto che faceva era che ti veniva voglia di scappare a nasconderti. Subentrava la certezza che non servirebbe. Nulla di ciò che avevo letto mi aveva mai dato così fortemente il senso di un destino schiacciante. La roba greca non mi era mai parso il caso di prenderla del tutto sul serio: lì, si accecavano un po' troppo impulsivamente, e poi quell'interesse malsano per il pollaio dei rapporti familiari meno decenti, quella voglia di stuprare o evirare o sgozzare i figli, i genitori, gli zii, i cognati, e quella mania di tagliare a pezzetti la gente e poi mangiarla o farla mangiare agli altri...
A Praga c'era invece una micidiale combinazione di normalità e raccapriccio. Un impiegato dava uno strappo a una tenda, e in uno squarcio del muro si profilava un quadro di leve e di ingranaggi molto maligni, una specie di grottesco ordigno di tortura, che era poi l'impalcatura della vita ordinaria...
Solo molto più tardi mi misi a considerare i grandi libri di Kafka nel contesto storico della vita europea del nostro secolo. È ovvio che non vanno trattati soltanto come documenti, o banali profezie. Ma visti sotto il profilo di ciò a cui preludono, come prefigurazioni di eventi che poi effettivamente accaddero, è altrettanto ovvio che sono terribili libri profetici, in cui tutta la nostra oscena storia europea degli anni Trenta e Quaranta è rivissuta in anticipo.
Un giorno venne in visita a Reading, pochi mesi dopo la fuga da Praga, un illustre letterato e critico boemo, autore di studi specialistici su Kafka, al quale, chiaccherando, parlai con un certo riguardo ma eagerly di questo stupefacente e spaventoso aspetto del suo autore. Non l'avessi mai fatto! "Ah, no sa" mi disse quell'illustre specialista (parlavamo in inglese): e mi spiegò che Kafka non era un profeta, perché qua e perché là... E mi resi conto che da un lato non capiva la cosa semplicissima e palmare che dicevo io, credeva che scambiassi Kafka per uno che letteralmente faceva le proiezioni e le profezie, come Orwell per esempio; dall'altro aveva paura in termini personali, temeva di poter essere confuso lui con Orwell o con Kafka, e di veder bruciate un po' troppo radicalmente le barchette (fluviali, o a ruote) che aspettavano di riportare la gente a Praga, e aspettano ancora.
Luigi Meneghello, Bau-sète!, Bompiani, 1996

Per il Valle


Siamo nel 2011.
Il Teatro Valle di Roma è stato inaugurato nel 1727.
Nel 2012 il Teatro Valle potrebbe diventare un bistrot.
Franca Valeri è un'attrice italiana nata nel 1920.
L'ETI era l'Ente Teatrale Italiano: è stato soppresso nel 2010.
Il sindaco di Roma, nel 2011, è disgraziatamente Alemanno e sfortunatamente non è alemanno.

mercoledì 22 giugno 2011

Gino Parin

Gino Parin
Pittor
El se firmava
Ma in sinagoga
Sui libri
Pollak el se ciamava

Fermà una sera
Per schiarimenti
Portà in Risiera

Nessun più lo ga visto
Al solito Caffè
Del Ponterosso

Ieri el camin
Buttava fumo
Tutto de colori
Su serrade finestre
Disperade
Del rion
De San Sabba

Carolus L. Cergoly


Gino Parin
Painter
Was his signature
But at the synagogue
In the books
His name was Pollak

Stopped one night
Asked for explanations
Taken to the Risiera

Nobody ever saw him again
At the usual Café
by the Ponterosso

Yesterday the chimney
Sent out smoke
Made of all colors
On locked desperate
Windows
In the quarter
of San Sabba

Arone Pakitz

Arone Pakitz
Ebreo coi rizzi
Del ghetto de Cracovia
Un misirizzi
Import Export
Morto a Varsavia

Suo fio Simon
Chirurgo a Vienna
Fatto baron
Per ordine del Kaiser
Morto a Gorizia

Paola sua fia
Cantante d’operetta
Fatta savon
Per ordine del Führer
Morta a Mauthausen

Carolus L. Cergoly


Aaron Pakitz
Jew with the payot
From the Krakow ghetto
A roly-poly
Import export
Died in Warsaw

His son Simon
Surgeon in Vienna
Made baron
By order of the Kaiser
Died in Gorizia

Paola his daughter
Operetta singer
Made into soap
By order of the Führer
Dead in Mauthausen

martedì 21 giugno 2011

una psicología de barbero y tenor de opereta

- (...) ¿sabe ahora lo que nos hace falta? Es descubrir un símbolo vulgar para entusiasmar al populacho... 
- Lucifer.
- No, ése es un símbolo místico... intelectual... Hay que descubrir algo grosero y estúpido... algo que entre por los sentidos de la multitud como la camisa negra... Ese diablo ha tenido talento. Descubrió que la psicología del pueblo italiano era una psicología de barbero y tenor de opereta... En fin, veremos, ya tengo pensada una jerarquía, algo interesante... lo hablaremos otro día... puede que resulte...

Roberto Arlt, Los siete locos

- (...) sa che cosa ci vorrebbe ora? Trovare un simbolo volgare che entusiasmi il volgo...
- Lucifero.
- No, quello è un simbolo mistico... intellettuale... Bisogna trovare qualcosa di grossolano e stupido... qualcosa che entri nell'animo della massa come la camicia nera... Quel diavolo ha avuto talento. Ha scoperto che la psicologia del popolo italiano era una psicologia da barbieri e da tenori di operetta... Infine, vedremo, ho già pensato ad una gerarchia, qualcosa di interessante... ne parleremo un altro giorno... potrebbe funzionare...


La foto

Molo Audace novembre
milenovecentoquaranta-
cinque, mama e papà: lu'
squasi fin ieri prigionier
dei inglesi, tornà casa
co'l mal gialo che se ghe vedi
l'ombra maladiza su'l viso
c'un capoto do misure
la sua e rente sto cristo
(squasi un miracolo esser
tornà) mama in peliceta
de lapen - zuzadina -
al zenocio.

Claudio Grisancich


The picture

Audace dock November
one thousand nine hundred and forty-
five, mom and dad: he
almost until yesterday prisoner
of the English, come back
with the jaundice giving him
the sickly shade on his face
with a coat twice
his size and near this christ
(almost a miracle being
back) mom in a poor,
shabby lapin coat
down to her knee.

min patois

Denain, 30.7.1912. Il poeta minatore Jules Mousseron mentre legge ad alta voce una sua opera


J'ai fort quièr el français, ch'est l' pu joli langache,
Comm' j'aime el biau vêt'mint qué j' mets dins les honneurs.
Mais j' préfèr' min patois, musiqu' dé m' premier âche,
Qui, chaqu' jour, fait canter chu qu'a busié min cœur.
L' patois s'apprind tout seul, et l' français, à l'école.
L'un vient in liberté, l'autr' s'intass' comme un rôle.

Jules Mousseron

Mi piace molto il francese, è il linguaggio più bello,
come mi piace il bel vestito che metto per le grandi occasioni.
Ma preferisco il mio patois, musica della mia prima età,
che, ogni giorno, fa cantare chi ha spezzato il mio cuore.
Il patois si impara da soli, il francese, a scuola.
L'uno viene in libertà, l'altro si accumula come un inventario.

lunedì 20 giugno 2011

Matteo, di anni tre e mesi uno, e Nicole, di quasi sette anni

Dopo quasi un anno, Matteo ama ancora ascoltare e ballare Šostakovič, anche se il suo repertorio musicale nel frattempo si è notevolmente ampliato.
Vive immerso nel presente.
Francesca - Matteo, dove sei stato?
Matteo - Io non sono stato. Io sono qui.

Nicole è già proiettata nel futuro: ho quasi 7 anni, dice. La definizione di bambina, poi, le sta già stretta.  
Matteo - Noi siamo bambini, vero?
Nicole - No, non siamo bambini, siamo fratelli.
Matteo - Frateeelliii d'Itaaalia...

(rosso, folclore)

 

Ansichten aus meinem Leben

Ansichten aus meinem Leben, Schelesen, Anfang Dezember 1918
Vedute dalla mia vita, Schelesen, inizio dicembre 1918

Und wie geht es Dir? Weihnachten bring Hefte und Bücher, ich werde Dich prüfen. Soll ich übrigens nach Prag kommen? Es geht mir hier ebenso gut wie in Zürau, nur ist es hier etwas billiger. 6 frc. pro Tag (bei dem in Wien jetzt, üblichen Umrechnungskurs 1 K = 10 ct.) Ich will 4 Wochen hier bleiben, könnte aber gut und gern Weihnachten nach Prag kommen. Viele Grüße.
Franz


E tu come stai? A Natale porta quaderni e libri, ti esaminerò. A proposito, devo venire a Praga? Qui sto bene come a Zürau, solo che qui è un po' meno caro. 6 frc. al giorno (a Vienna ora, al cambio corrente 1 K = 10 ct.) Resterò qui 4 settimane, ma a Natale potrei pure venire a Praga. Tanti saluti.
Franz

domenica 19 giugno 2011

L'uomo democratico del 2011, dove meno te lo aspetti

Mi piace riprendere una citazione di un vecchio testo su cui mi sono imbattuta, come spesso succede senza cercarlo affatto. Si può invece dire che, come altrettanto spesso succede, sia stato lui a trovare me. Si tratta di un passaggio di un testo apparso per la prima volta anonimo nel 1864 a Bruxelles.
Senza Carlo Ginzburg (sì, ancora una volta lui e probabilmente non per l'ultima) e il suo Il filo e le tracce. Vero falso finto, Feltrinelli, 2006, forse non ne sarei mai venuta a conoscenza. Rispetto alla citazione riportata da Ginzburg, che ha analizzato il testo del 1864 nell'ambito di un capitolo molto ricco dedicato alle fonti dei Protocolli dei savi di Sion, la mia è riportata in modo solo leggermente ampliato.
E poi, senza la mia percezione che ho del mondo in cui vivo, e non mi riferisco necessariamente né all'Italia (in cui in effetti non vivo) né necessariamente alla Francia, ché quando dico mondo intendo proprio mondo, forse il passaggio in questione non avrebbe mai destato la mia attenzione.
D'altra parte, senza I dialoghi dei morti di Luciano (e i successivi Nuovi dialoghi dei morti di Fontenelle) e senza il colpo di stato di Napoleone III del 1851, ma soprattutto senza il successivo plebiscito del 1852, forse il testo dell'anonimo non sarebbe proprio mai nato.



MACHIAVEL.

Je ne vous ai montré encore que la partie en quelque sorte défensive du régime organique que j'imposerais à la presse; j'ai maintenant à vous faire voir comment je saurais employer cette institution au profit de mon pouvoir. J'ose dire que nul gouvernement n'a eu, jusqu'à ce jour, une conception plus hardie que celle dont je vais vous parler. Dans les pays parlementaires, c'est presque toujours par la presse que périssent les gouvernements, eh bien, j'entrevois la possibilité de neutraliser la presse par la presse elle-même. Puisque c'est une si grande force que le journalisme, savez-vous ce que ferait mon gouvernement? Il se ferait journaliste, ce serait le journalisme incarné.


MONTESQUIEU.

Vraiment, vous me faites passer par d'étranges surprises! C'est un panorama perpétuellement varié que vous déployez devant moi; je suis assez curieux, je vous l'avoue, de voir comment vous vous y prendrez pour réaliser ce nouveau programme.


MACHIAVEL.

Il faudra beaucoup moins de frais d'imagination que vous ne le pensez. Je compterai le nombre de journaux qui représenteront ce que vous appelez l'opposition. S'il y en a dix pour l'opposition, j'en aurai vingt pour le gouvernement; s'il y en a vingt, j'en aurai quarante; s'il y en a quarante, j'en aurai quatre-vingts. Voilà à quoi me servira, vous le comprenez à merveille maintenant, la faculté que je me suis réservée d'autoriser la création de nouvelles feuilles politiques.


MONTESQUIEU.

En effet, cela est très-simple.


MACHIAVEL.

Pas tant que vous le croyez cependant, car il ne faut pas que la masse du public puisse soupçonner cette tactique; la combinaison serait manquée et l'opinion se détacherait d'elle-même des journaux qui défendraient ouvertement ma politique.
Je diviserai en trois ou quatre catégories les feuilles dévouées à mon pouvoir. Au premier rang je mettrai un certain nombre de journaux dont la nuance sera franchement officielle, et qui, en toutes rencontres, défendront mes actes à outrance. Ce ne sont pas ceux-là, je commence par vous le dire, qui auront le plus d'ascendant sur l'opinion. Au second rang je placerai une autre phalange de journaux dont le caractère ne sera déjà plus qu'officieux et dont la mission sera de rallier à mon pouvoir cette masse d'hommes tièdes et indifférents qui acceptent sans scrupule ce qui est constitué, mais ne vont pas au delà dans leur religion politique.
C'est dans les catégories de journaux qui vont suivre que se trouveront les leviers les plus puissants de mon pouvoir. Ici, la nuance officielle ou officieuse se dégrade complétement, en apparence, bien entendu, car les journaux dont je vais vous parler seront tous rattachés par la même chaîne à mon gouvernement, chaîne visible pour les uns, invisible à l'égard des autres. Je n'entreprends point de vous dire quel en sera le nombre, car je compterai un organe dévoué dans chaque opinion, dans chaque parti; j'aurai un organe aristocratique dans le parti aristocratique, un organe républicain dans le parti républicain, un organe révolutionnaire dans le parti révolutionnaire, un organe anarchiste, au besoin, dans le parti anarchiste. Comme le dieu Wishnou, ma presse aura cent bras, et ces bras donneront la main à toutes les nuances d'opinion quelconque sur la surface entière du pays. On sera de mon parti sans le savoir. Ceux qui croiront parler leur langue parleront la mienne, ceux qui croiront agiter leur parti agiteront le mien, ceux qui croiront marcher sous leur drapeau marcheront sous le mien.




MACHIAVELLI

Finora vi ho solo mostrato la parte in un certo senso difensiva del regime organico che imporrò alla stampa; ora devo farvi vedere come saprò usare questa istituzione a beneficio del mio potere. Oso affermare che nessun governo ha avuto, finora, una concezione più ardita di quella di cui sto per parlarvi. Nei paesi parlamentari, è quasi sempre attraverso la stampa che muoiono i governi; ebbene, intravvedo la possibilità di neutralizzare la stampa attraverso la stampa stessa. Siccome il giornalismo è una forza così grande, sapete cosa farà il mio governo? Si farà giornalista, diventerà l'incarnazione del giornalismo.


MONTESQUIEU

Veramente, mi fate passare per delle sorprese bizzarre! È un panorama continuamente diverso, che mi svolgete davanti agli occhi; sono abbastanza curioso, ve lo confesso, di vedere come farete per realizzare questo nuovo programma.


MACHIAVELLI

Ci vorranno molti meno contributi di immaginazione di quanto pensiate. Conterò il numero di giornali che rappresenteranno quella che voi chiamate l'opposizione. Se ce ne sono dieci per l'opposizione, ne avrò venti per il governo; se ce ne sono venti, ne avrò quaranta; se ce ne sono quaranta, ne avrò ottanta. Ecco a cosa mi servirà, ora lo capite perfettamente, la facoltà che mi sono riservato di autorizzare la creazione di nuovi fogli politici.


MONTESQUIEU

In effetti, è molto semplice.


MACHIAVELLI

Non quanto lo crediate ora, perché non bisogna che la massa del pubblico possa sospettare questa tattica; la combinazione fallirà e l'opinione pubblica si staccherà da sola dai giornali che difendessero apertamente la mia politica.
Dividerò in tre o quattro categorie i fogli dedicati al mio potere. In prima fila porrò un certo numero di giornali la cui tendenza sarà palesemente ufficiale e che, in tutti gli incontri, difenderanno i miei atti ad oltranza. Non saranno quelli, ve lo dico subito, ad avere più influenza sull'opinione pubblica. Nella seconda fila piazzerò un'altra falange di giornali il cui carattere non sarà più che ufficioso e la cui missione sarà di far aderire al mio potere quella massa di uomini tiepidi ed indifferenti che accettano senza scrupoli il costituito senza andare al di là della loro religione politca.
È nelle categorie dei seguenti giornali che si troveranno le leve più potenti del mio potere. Qui, la tendenza ufficiosa si degrada completamente, in apparenza, ben inteso, perché i giornali di cui sto per parlarvi saranno tutti legati al mio governo con la stessa catena, catena visibile agli uni, invisibile agli altri. Non ho intenzione di dirvi quale sarà il numero, perché conterò un organo dedicato in ogni opinione, in ogni partito; avrò un organo aristocratico nel partito aristocratico, un organo repubblicano nel partito repubblicano, un organo rivoluzionario nel partito rivoluzionario, un organo anarchico, alla bisogna, nel partito anarchico. Come il dio Visnù la mia stampa avrà centro braccia, e queste braccia daranno la mano ad ogni tendenza, di qualsiasi opinione, sull'intero territorio del paese. Si apparterrà al mio partito senza saperlo. Coloro che crederanno di parlare la loro lingua parleranno la mia, coloro che crederanno di sostenere il loro partito sosterranno il mio, coloro che crederanno di marciare sotto le loro bandiere marceranno sotto le mie.

*
Il testo di Joly è quasi contemporaneo del famoso Napoléon le Petit di Hugo, che è del 1852. Inoltre, la sua prima edizione fu pubblicata proprio nella città in cui Hugo si era rifugiato. Ricordo questi due dettagli non solo perché mi piacciono le note, ma anche perché, tempo fa, molti siti francesi avevano rilanciato un passaggio di Napoléon le Petit in quanto qualcuno vi aveva ravvisato delle (per lui) sorprendenti analogie tra il Napoleone III ritratto da Hugo e Nicolas Sarkozy. Purtroppo, per aumentare l'effetto nei contemporanei che avessero completamente ignorato il testo di Hugo, il primo artefice dell'operazione aveva pensato di intervenire sul testo originale, cosa di cui non ci sarebbe stato in realtà alcun bisogno. Questa alterazione aveva finito per andare a detrimento degli effetti che, pur nelle differenze dei contesti storici, avrebbe potuto generare un'eventuale citazione più onesta. Una cosa simile è avvenuta in Italia alle spese di un testo di Elsa Morante, che continua a circolare in rete in modo manipolato. 

L'uomo italiano, dove meno te lo aspetti

Mi dispiace che in questo libro non ci siano delle tracce italiane. Perché senza dubbio non mancano le occasioni per far entrare un italiano - o ancora meglio, un'italiana - in uno di questi racconti. Del resto, era più semplice e veloce ficcarci dentro qualche tedesco o russo. A ogni modo, spero che un certo non so che di italiano emerga da queste prose, innanzitutto perché esse sono il più delle volte eccessive, nervose e al tempo stesso allegre - caratteristiche principali, queste, anche del pubblico al quale consegno oggi Il libro dei mestieri. Sto pensando a quanto, nel trambusto della mia famiglia e nella veemente gesticolazione dei suoi membri, vi fosse di latino, di mediterraneo. Il caseggiato belgradese in cui abitavo in tempo di guerra, con le sue due ali e il cortile in mezzo, potrebbe essere lo stesso di Una giornata particolare di Ettore Scola. E la mia mamma, collerica e un po' mattacchiona, potrebbe benissimo passare per una napoletana, mentre lo zio - con i suoi abiti, le sue maniere e il suo interesse particolare per il genere femminile - sembra aver imparato la parte da uno dei vostri vecchi film. Film nei quali gli uomini erano spigliati, intraprendenti, e i loro capelli luccicavano sempre di brillantina. E poi le zie, che immaginavano di essere Alida Valli, mentre in realtà somigliavano di più a Gelsomina.
Una specie di italianità nascosta ha accompagnato tutta la mia vita. Uno spirito che tante volte ho visto affiorare dai libri, ma soprattutto dai film, e in cui ritrovavo molti aspetti di me stesso. In effetti, Amarcord potrebbe essere una mia opera segreta, che Fellini ha contrabbandato come sua - perché no? Per decenni, tra l'altro, ho trascorso regolarmente alcuni periodi in una casa romana, dove ho avuto modo di scrivere svariate cose. In quel luogo, del resto, non solo hanno preso corpo Le anime morte, ma è stato generato qualcosa di altrettanto importante. Mi riferisco al mio grande predecessore Miloš Crnjanski, che in qualità di diplomatico visse a Roma nel periodo antecedente alla seconda guerra mondiale, dove scrisse uno dei suoi libri più belli, Dagli Iperborei.
Durante tutti questi anni ho messo letteralmente a soqquadro, con la mia sola presenza, centinaia di piccole e grandi località sparse per l'Italia: villaggi in Val d'Aosta, castelli in Umbria e in Toscana, minuscole comunità del Lazio. E non mi fermerò così facilmente!
Dalla mia finestra istriana, a Rovigno, guardo il mare aperto, in direzione di Venezia, ogni volta sperando di scorgere, nell'azzurro dell'orizzonte, il campanile di San Marco. Per quanto i miei amici, gente di mare, tentino di persuadermi che una cosa simile è difficilmente realizzabile, sono convinto che un giorno accadrà.

Bora Ćosić, prefazione all'edizione italiana de Il libro dei mestieri (Priče o zanatima, 1966), Zandonai, 2011, traduzione di Maja Vranješ

sabato 18 giugno 2011

L'uomo russo, dove meno te lo aspetti

Democrito che 'l mondo a caso pone
Inferno, IV, 136

Den russischen, den innersten Menschen hat Münzer in sich voraufgenommen: wer einen russischen Menschen in sich hat, wird den Archifanaticus Patronus et Capitaneus Seditiosorum Rusticorum, Überschrift und Stigma des Heldrunger Gemäldes, in sich hören.
Ernst Bloch, Thomas Münzer, als Theologe der Revolution
(Münzer ha anticipato l’uomo russo, l’uomo più interiore: chi ha in sé un uomo russo ascolterà in sé l’Archifanaticus patronus et capitaneus seditiosorum rusticorum, titolo e stigma del dipinto di Heldrungen.)

Sono finalmente riuscita a leggere Il formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg, che tempo fa era già emerso nel corso di un mio dialogo con il mio amico G. Il titolo richiama la cosmogonia del mugnaio di Montereale Valcellina Domenico Scandella, detto Menocchio, cosmogonia che, nelle parole dello stesso Menocchio, secondo i verbali degli interrogatori del Sant'Uffizio, suonava così:
Io ho detto che, quanto al mio pensier et creder, tutto era un caos, cioè terra, aere, acqua et foco insieme; et quel volume andando così fece una massa, aponto come si fa il formazo nel latte, et in quel deventorno vermi, et quelli furno li angeli; et la santissima maestà volse che quel fosse Dio et li angeli; et tra quel numero de angeli ve era ancho Dio creato anchora lui da quella massa in quel medesmo tempo, et fu fatto signor con quattro capitani, Lucivello, Michael, Gabriel et Rafael. Qual Lucibello volse farsi signor alla comparation del re, che era la maestà de Dio, et per la sua superbia Iddio commandò che fusse scaciato dal cielo con tutto il suo ordine et la sua compagnia; et questo Dio fece poi Adamo et Eva, et il populo in gran multitudine per impir quelle sedie delli angeli scacciati. La qual multitudine, non facendo li commandamenti de Dio, mandò il suo figliol, il quale li Giudei lo presero, et fu crucifisso. Io non ho detto mai che si facesse picar come una bestia. Ho ben detto che si lassò crucificar, et questo che fu crucifisso era uno delli figlioli de Dio, perché tutti semo fioli de Dio, et di quella istessa natura che fu quel che fu crucifisso; et era homo come nui altri, ma di maggior dignità, come sarebbe dir adesso il papa, il quale è homo come nui, ma di più dignità de nui perché può far; et questo che fu crucifisso nacque de s. Iseppo et de Maria vergine.
Leggendolo, mi sono chiesta quale sia stata la ragione prima del vero e proprio accanimento persecutorio esercitato nei suoi confronti da parte dell'Inquisizione. Ad una ad una, ho via via escluso tutte le cause legate alle sue idee più propriamente filosofico-religiose (che derubricherei a livello di cause secondarie o, al più, di concause). Non la sua cosmogonia, dato che fin dall'antica Grecia si era pur individuato nel Caos l'ente primo da cui tutto prenderebbe origine. Non il suo panteismo di fondo, che in fin dei conti non mette in crisi il concetto di Dio, ma va semmai nel senso opposto, nel senso del moltiplicarne la presenza: "io credo che tutto il mondo, cioè aere, terra et tutte le bellezze de questo mondo sia Dio....: perché si dice che l'homo è formato a imagine et similitudine de Dio, et nel homo è aere, foco, terra et acqua, et da questo seguita che l'aere, terra, foco et acqua sia Dio". Non la negazione della Trinità: in caso contrario, i prelati avrebbero condotto gli interrogatori secondo il ben rodato schema già sperimentato su non piccola scala contro gli anabattisti, senza aver bisogno di sottoporre un semplice mugnaio a lunghe e ripetute sessioni inquisitoriali, che iniziarono nel 1584 e ripresero, dopo una prima condanna all'abiura e al carcere, nel 1599. Non la teoria dell'anima mortale, caduto, com'era caduto, in molte contraddizioni, naturalmente umanissime e giustificate, date le circostanze di privazione di libertà e di tortura in cui sono nate, ma tali da far comunque ritenere che le sue convinzioni non fossero poi così rigidamente stabilite e che il suo ragionare, in questa e altre questioni, fosse abbastanza fluido, suscettibile di ripensamenti e revisioni.
Mi è parso invece che l'accanimento possa trovare una possibile spiegazione nella capacità di Menocchio di diffondere idee (e in tal senso Ginzburg sostiene la mia impressione, rilevando esplicitamente, oltre all'evidente ruolo dirompente di un popolano allora in grado di leggere, anche quale fosse l'importante posizione di interscambio che un luogo come il mulino poteva assumere all'epoca), soprattutto - a me pare - di idee potenzialmente pericolose dal punto di vista della critica sociale. Tali idee, che si possono evincere dal confronto tra il mugnaio e l'Inquisizione sui temi più strettamente religiosi, vanno ben al di là della suggestiva ma tutto sommato antica visione del caos primordiale e comprendono in particolare la critica ad un potere assoluto e improduttivo e, in termini positivi, una chiara aspirazione ad un egualitarismo umanitario. Nella visione anticreazionista di Menocchio, in cui i vermi nascono da soli dal formaggio, Dio, che è solo "un può de fiato, et quello tanto che l'huomo se immagina", non lavora affatto, ma, come ogni padrone, fa lavorare gli altri, le sue maestranze, ovvero gli angeli. Dio è prima di tutto un padrone e possiede dunque il potere, un potere che, come ogni potere di ogni padrone, sta nell'"operare per mezo della maestranza" o dei "lavorienti". "Questo Dio ha fatto lui, creata, produtta alcuna creatura?" gli chiedono ad un certo punto gli inquisitori. "Lui ha dissegnato de dar la voluntà per la qual se ha fatto ogne cosa", risponde Menocchio. Anche il potere del papa sta nel fatto che egli "può far", dando ad intendere, ancora una volta, che chi detiene il potere non fa nulla, ma fa fare, operando attraverso altri soggetti a lui sottoposti.
Non può essere stata questa, in effetti, l'idea più sovversiva di tutte? Coinciderebbe tra l'altro, paradossalmente, con i limiti stessi del luteranesimo tanto avversato dall'Inquisizione e dalla Controriforma, che se sul piano del rapporto tra i fedeli e Dio si era liberato completamente delle gerarchie ecclesiastiche, sul piano sociale aveva clamorosamente fallito, soffocando nel sangue le rivolte dei contadini e le idee di Müntzer che le avevano sostenute. Non sarà mica solo una coincidenza che proprio il Friuli, terra in cui la Riforma era stato accolta con particolare interesse e benevolenza, avesse conosciuto, ancora prima delle 95 tesi di Lutero, in particolare nel 1511, violente rivolte contadine, incendi di castelli e stragi di nobili?
Se poi si considerano i rimedi adottati dalla Chiesa nel caso di Menocchio, questi sembrano andare tutti in una sola direzione, che non è quella di riconquistare una singola pecorella smarrita, ma piuttosto nel pubblicizzare al massimo la sua ferma condanna e nel cercare di ostacolare l'ulteriore propagazione delle sue idee. A Menocchio, infatti, furono imposti, oltre al carcere a spese dei figli, l'abiura da tutte le eresie recitata in luogo pubblico, con una candela in mano sulla porta della cattedrale di Concordia sia il giorno della sentenza sia, per raggiungere il massimo pubblico possibile, il giorno della fiera di Santo Stefano, l'obbligo di indossare un "habitello" crociato in segno di infamia, nonché l'obbligo di consegna di tutti i suoi libri e delle sue scritture. Dei primi abbiamo traccia solo grazie agli accenni fatti da Menocchio nel corso degli interrogatori (la Bibbia in volgare, la cronaca medievale catalana Il fioretto della Bibbia, il Rosario della gloriosa Vergine Maria di Alberto da Castello, la Legenda aurea di Jacopo da Varagine, il poemetto anonimo Historia del Giudicio, Il Cavalier Zuanne de Mandavilla, il Sogno dil Caravia, il Supplimento delle cronache di Foresti, il Lunario di de Leonardis, il Decameron e probabilmente il Corano), mentre delle seconde purtroppo non sappiamo nulla.
E da cosa prese avvio il secondo processo dopo che la sua pena era stata ormai commutata nel divieto di allontanarsi da Montereale e nella conferma dell'obbligo di portare l'abito crociato? Dall'aver abbandonato il confino di Montereale, dall'aver dismesso il segno patente della sua colpa, l'habitello, e da un dialogo condotto nella pubblica piazza di Udine, in cui Menocchio aveva attribuito la paternità della scrittura degli Evangelii a preti et frati e in cui aveva confermato, ancora una volta, la sua visione egualitarista dell'umanità, che non distingueva tra Turchi, Giudei, heretici et christiani, considerati piuttosto come fioli di un medesimo padre.
Il testo di Ginzburg va naturalmente ben oltre queste mie considerazioni: non ha solo il merito di aver ricostruito la storia di Menocchio, ma anche e soprattutto quello di aver dato conto dell'elaborazione che egli è riuscito a compiere tra elementi tratti dai libri che aveva letto e tra elementi della tradizione orale, tipicamente contadina, e, più in generale, della fecondità dell'interrelazione tra cultura popolare e cultura alta (ricordando ad esempio la probabile non eccezionalità, all'epoca, di figure come quelle di Rabelais e di Brueghel), della radice popolare delle grandi utopie del XVI secolo europeo - su cui Ginzburg è tornato altre volte - e dell'impulso, avviato proprio nella seconda metà di quello stesso secolo, ad una rigida distinzione tra la cultura delle classi dominanti e la cultura artigiana e contadina, che ha profondamente caratterizzato e forgiato la nascita e il successivo sviluppo dello Stato moderno in tutta Europa. 

venerdì 17 giugno 2011

"Il prodotto Trieste" (© Federica Seganti)

for no kind of traffic/would I admit
William Shakespeare, The tempest, Act 2, Scene 1
non ammetterò nessun tipo di commercio 


Tutto è in vendita, ormai da molto tempo, si sa. Ieri, per esempio, ho sentito parlare del "prodotto Trieste" (© Federica Seganti): non è cosa nuova, ma l'offerta si fa di volta in volta più ricca ed articolata. Ora il pacchetto comprende la mia città natale nel suo complesso, incluse la sua multiconfessionalità e la sua multiculturalità; il vocabolario usato per confezionarlo e metterlo in vendita è così tristo da essere ormai privo di ogni residuo pudore o ritrosia o minima consapevolezza del senso del limite e della misura, posto che ce ne siano mai stati.
Il grassetto e il corsivo del resoconto che segue sono miei. La tristezza che ne promana anche.
Trieste, 17 giu - E' stato siglato questo pomeriggio alla Camera di Commercio di Trieste il protocollo d'intesa per la costituzione e la promozione di Trieste Friendly, filiera pensata - recita il documento - per organizzare e valorizzare il turismo multietnico con un'accoglienza capace di rispondere concretamente alle esigenze dei viaggiatori che, arrivando in città, possano beneficiare di servizi a loro dedicati tenendo presenti le abitudini, gli usi e i costumi del loro Paese d'origine.
Per la Regione era presente l'assessore alle Attività produttive Federica Seganti che ha sottolineato come quello religioso stia diventando uno dei più interessanti prodotti turistici del Friuli Venezia Giulia. ''L'abbiamo lanciato quest'anno allo Josp Fest (Festival internazionale degli itinerari dello spirito), organizzato da uno dei più importanti tour operator del mondo e cioè dall'Opera romana pellegrinaggi - ha detto l'assessore - e nella presentazione della regione abbiamo inserito ovviamente Trieste, che suscita sempre molta curiosità e molto stupore sia per i monumenti simbolo delle diverse religioni professate che per le spiritualità presenti in questa città''. Una caratteristica che ha il suo fascino, dal momento che ''stiamo tentando - ha continuato Seganti - di far conoscere il capoluogo giuliano attraverso promozioni di nicchia che coinvolgono anche realtà importanti, come la Comunità ebraica di New York, e non a caso nella mappa del turismo religioso del Friuli Venezia Giulia abbiamo inserito un focus su Trieste e sulla sua esperienza''.
Il progetto Trieste Friendly prelude all'organizzazione, entro due anni, di un work shop internazionale ed è stato promosso dalla Confesercenti triestina e dall'Agenzia ministeriale Italia lavoro. Hanno siglato l'accordo il presidente di Confesercenti Giuseppe Giovarruscio, ed i presidenti delle Comunità ebraica, Alessandro Salonichio, e serbo-ortodossa, Bogoljub Stojicevic. Eutimio Veos ha sottoscritto il protocollo in rappresentanza del presidente della Comunità greco orientale, Antonio Sofianopulo, e padre Eusebiu Constantin Negrea ha firmato per conto della Comunità romeno-ortodossa.
Favorire la conoscenza delle realtà culturali e religiose cittadine, sostenere il dialogo tra esse e la cittadinanza e promuovere la cultura del rispetto è un altro degli obiettivi del protocollo, illustrato dal consulente nazionale marketing Claudio Ucci e dal professional di Italia lavoro Rosy Russo. Tra gli altri, era presente alla firma anche il nuovo assessore alle Politiche sociali del Comune di Trieste Laura Famulari, secondo la quale è auspicabile che l'accordo produca nuove progettualità sul territorio. ARC/LVZ
A chi non fosse interessato al prodotto "turismo religioso", ricordo che i prodotti sul mercato sono tanti e tali da soddisfare tutte le esigenze possibili. Vendonsi infatti anche il mare, la montagna, l'enogastronomia, le città d'arte, i siti archeologici di Aquileia, la parte longobarda sotto la protezione dell'Unesco, il Collio, il Carso, ecc. A promozionarli (© Federica Seganti), ci pensa sempre lei, Federica Seganti. 


Per la comparsa delle etichette con i relativi prezzi da inserire sotto le onde del mare, sulla facciata della chiesa serbo-ortodossa e sotto gli acini delle uve del Collio è solo questione di tempo.
La mia speranza è che almeno si pungano quando cercheranno di metterle sotto le spine dei cardi del Carso.

fast im Honig

Vierwaldstätter See, Axenstraße, Blick auf den Bristenstock (Stempel: Flüelen - 19. VIII. 11)
Lago dei quattro cantoni, Axenstraße, vista sul Bristenstock (Timbro: Flüelen - 19.08.11)

Von Bergen eingesperrt in Flüelen. Man sitzt gebückt, die Nase fast im Honig.
Franz
Max Brod


Bloccati dalle montagne a Flüelen. Si sta seduti chini, il naso quasi nel miele.
Franz
Max Brod

es ist nicht ausgeschlossen

Jardin de Versailles (Stempel: Paris - 13. Sept. 11)
(Timbro: Parigi - 13 Sett. 11)

Liebe Ottla, nicht ich habe Dir zu verzeihen, sondern Du mir, nicht wegen der Vorwürfe, die ich Dir schriftlich gemacht habe, denn die waren zart, sondern deshalb wie ich Dich innerlich verwünscht habe, weil Du Dein Wort in einer so ernsten Sache nicht gehalten hast. Da Du aber Dein Versäumnis erklärst, wenn auch leider nicht genau und schließlich einer der sich unterhält einem Mädchen, das sich abarbeitet nicht zu böse sein darf ist es nicht ausgeschlossen, daß ich Dir trotz der teuern Zeiten etwas Schönes mitbringe. Viele Grüße       Franz
Rücksichtlich Maxens warst Du unvorsichtig; denn da Du ihm nicht böse bist, wird er fürchte ich, Dir keine Karte schicken dagegen läßt auch er Dich herzlich grüßen. Sehr herzlich Max Brod

Cara Ottla, non sono io che devo perdonare te, ma sei tu che devi perdonare me, non per i rimproveri che ti ho rivolto per iscritto, perché erano leggeri, ma per il modo in cui ti ho biasimato interiormente, perché non hai mantenuto la tua parola in una questione così seria. Ma siccome dai una spiegazione per la tua dimenticanza, per quanto non in modo preciso e comunque siccome conversando con una ragazza che si ammazza di lavoro non si può essere troppo cattivi, non è escluso che io ti porti qualcosa di bello nonostante i tempi cari. Tanti saluti    Franz
Riguardo a Max sei stata incauta, perché siccome non ce l'hai con lui, lui - temo - non ti spedirà una cartolina ma anche lui ti manda cari saluti. Molto affettuosamente Max Brod

giovedì 16 giugno 2011

Arbeite bitte fleißig

Lago di Garda, Riva vom Palast-Hotel Lido aus (Stempel: Riva - 7.IX.09)
Lago di Garda, Riva dall'Hotel Lido Palace (Timbro: Riva - 7.09.09)

Liebste Ottla, arbeite bitte fleißig im Geschäft, damit ich ohne Sorgen es mir hier gut gehn lassen kann und grüße die lieben Eltern von mir
Dein Franz
Max Brod


Carissima Ottla, ti prego di lavorare duro in negozio affinché io qui me la possa spassare senza preoccuparmi e saluta i cari genitori da parte mia
Il tuo Franz
Max Brod


martedì 14 giugno 2011

La fabriche dai predis

Dut al è gracie.
Diari di un curât di campagne, Georges Bernanos

C'è un libro di un prete friulano, Antonio Bellina, scritto in friulano, edito da una casa editrice friulana e dedicato alla sua esperienza di ragazzo friulano in un seminario friulano negli anni '50: potenzialmente un vero e proprio incubo, se soffrissi anche solo di una lieve forma di campanilismo, e anche una potenziale occasione di dare sfogo alla mia parte più anticlericale, se mai avvertissi la necessità di sfoghi di questo tipo. Solo che nel caso de La fabriche dai predis (La fabbrica dei preti) sarebbe un gioco troppo facile, sia per il suo contenuto, una testimonianza diretta sul sistema del seminario cattolico, per illustrare le cui regole e ritualità volte ad annullare la personalità e la pienezza dell'essere uomo rispetto alle esigenze di un sistema a lui superiore l'autore ricorre a continui paragoni con i regimi totalitari, sia perché il volume è stato ritirato dal commercio e pare ne sia stata vietata la traduzione in italiano.

Tuttavia, non provo queste sofferenze né ho di queste necessità, quindi niente incubi e niente sfoghi o denunce, che si trovano già ben documentate a dispetto degli ostacoli posti alla diffusione del libro. Come in altre occasioni, ne riporto solo qualche passaggio per lasciare traccia del modo in cui pre Antoni guardava il mondo - riconoscendone la gracie dappertutto e restituendola con il suo bellissimo friulano - , per rendere un marginale, ma concreto omaggio a Dovlatov, che riusciva ad estrarre passaggi lievi anche da Delitto e castigo, uno dei classics de leteradure russe che Antoni amava leggere e, infine, per ricordare a chi si scandalizza a causa del ritiro del libro dal commercio e del suo divieto di traduzione che il friulano non è l'ungherese, che esistono le biblioteche, che ben quindici di queste ne sono attualmente provviste, ma che in tutta certezza uno degli almeno quindici esemplari non è al momento disponibile in quanto dato in prestito ieri.
Jo o soi nassût ai 11 di fevrâr dal 1941. In chê dì la glesie e ricuarde l'aparizion de Madone di Lurt a sante Bernardete. Puedial esisti un sant che nol seti nassût o muart tune dì dedicade a la Madone? Si à di tignî cont che, a diference de int normâl che e vîf tune cotidiane casualitât, pa lis animis eletis no esist casualitât e dut à un significât, comprendûz i dîs dal lunari.
Cuanche o stavi par nassi, mê mari si è insumiade che, denant dal altâr de Madone, al ere un frut vistût di predi, cu la toneute nere e la cuetute blancje, dut intent a cjalâr la Madone e a preâ. In chê volte no si saveve, come cumò, se al nasseve frut o frute, e jo no ieri l'unic mascjo de famee, vint un fradi plui grant di me e un plui piçul. Mê mari no à fat nissun sium cun nissun âtri e duncje si pò dî cun relative sigurece che chel predessut o eri jo. Dut chest lu ài savût cetant in ca, dopo predi, e mi à simpri fat un pêl di impression. Difat, cuant che mi domandin il parcè che o soi jentrât in cheste congreghe mate e salvadie, o rispuint che no cjati une reson particolâr ma che no mi visi di un moment de vite che no veti pensât di fâ chest mistîr. Come se o fos stât condanât a cjapâ cheste strade. 
Sono nato l'11 febbraio del 1941. In quel giorno la chiesa commemora l'apparizione della Madonna di Lourdes a santa Bernardette. Può esistere un santo che non sia nato o morto in un giorno dedicato alla Madonna? Bisogna tener conto che, a differenza della gente normale che vive una quotidiana casualità, per le anime elette non esiste casualità e tutto ha un significato, compresi i giorni del calendario.
Quando stavo per nascere, mia madre ha sognato che, di fronte all'altare della Madonna, c'era un bambino vestito da prete, con la tunichetta nera e il colletto bianco, tutto intento a guardare la Madonna e a pregare. Allora non si sapeva, come oggi, se chi nasceva era maschio o femmina, e io non ero l'unico maschio della famiglia, avendo un fratello più grande di me ed uno più piccolo. Mia madre non ha fatto nessun sogno con nessun altro e dunque si può affermare con assoluta certezza che quel piccolo prete ero io.
Tutto questo l'ho saputo molto dopo, quand'ero già prete, e mi ha sempre fatto un pò di impressione. Infatti, quando mi chiedono perché sono entrato in questa congrega di matti e selvatici, rispondo che non trovo una ragione ben precisa, ma che non ricordo un momento della mia vita in cui non abbia pensato di svolgere questo mestiere. Come se fossi stato condannato a prendere questa strada.
Mi vevin spedît di Cjastelîr il formulari e si veve di tornâlu firmât entri il mês d'avost. Alore o ài fat come lis fiis di Lot che a volevin vê une dissendence di lôr pari, come che nus conte la Bibie tal cjap. 19 de Gjenesi. Par vêlu in lôr podê, lu àn incjocât. Jo o vevi metût vie cualchi palanche fasint il mocul tai funerâi e cussì no mi è stât dificil comprâ un fiasc di vin e cjapâ gno pari pal cuel.
Sul imprin al à nasade la fuee e no si fidave. Plan plachin si è smolât pareceche il vin al servis ancje par smolâ i frens inibitoris e par smamî la luciditât. Po e ven la fase de comozion e de cjoche vajote e gno pari al à tacât a vaî dut content e incorât che un fì al les predi. Al ere il moment just par me e fatâl par lui. Al à firmât un pôc stuart e jo o ài spessât a tirâtj vie il document. No volevi che m'al maglas di vin e soredut no volevi che m'al sbregas tun colp di rinsaviment.
Seben che o eri frut, la vite mi veve madressût a la svelte, a la scuele dure ma feconde de puaretât e dai fastidis. O ài cjapât il sfuei di protocol, lu ài strent al cûr come che san Tarcisio al strengeve lis particulis e le ài tovade. Gno pari al à capît che al veve fat alc che nol veve di fâ e, tigninsi dûr miei ch'al podeve, mi à corût daûr pe contrade e mi à tirât ancje doi cugui che a varessin podû rompimi la crepe, se jo o ves vude mancul buine gjambe e lui plui buine smicje. O sai che no jè la miôr robe che o ài fate. O sai che in chel moment no erin âtris possibilitâz e che no lu fasevi par puartâj via la robe ma par sugurâmi la libertât di lâ pe mê strade. Une strade che salacôr no mertave tantis vitis, pes delusions che mi à dadis.
Mi avevano spedito da Castellerio il formulario e bisognava restituirlo firmato entro il mese di agosto. Allora ho fatto come le figlie di Lot che volevano avere una discendenza dal loro padre, come ci racconta la Bibbia nel cap. 19 della Genesi. Per averlo in loro potere, lo hanno ubriacato. Avevo messo via qualche soldo facendo il chierichetto ai funerali e così non mi è stato difficile comprare un fiasco di vino e prendere mio padre con quello.
Sulle prime aveva annusato la foglia e non si fidava. Piano piano si è lasciato un po' andare, perché il vino serve anche per allentare i freni inibitori e per annebbiare la mente. Poi viene la fase della commozione e dell'ubriacatura triste e mio padre ha iniziato a piangere tutto contento e orgoglioso che un figlio diventasse prete. Era il momento buono per me e fatale per lui. Ha firmato un po' storto e io gli ho subito tolto di mano il documento. Non volevo che me lo macchiasse di vino e soprattutto non volevo che me lo strappasse in un momento di lucidità.
Nonostante fossi ancora un bambino, la vita mi aveva maturato alla svelta, alla dura ma ricca scuola della povertà e dei problemi. Ho preso il foglio di protocollo, l'ho stretto al cuore come san Tarcisio quando stringeva le particole e sono scappato. Mio padre ha capito subito di aver fatto qualcosa che non avrebbe dovuto fare e, cercando di reggersi meglio che poteva, mi è corso dietro per tutta la contrada e mi ha anche lanciato due pietre che avrebbero potuto spaccarmi la testa, se io avessi avuto gambe meno forti e lui una migliore mira. Lo so che non è la cosa migliore che ho fatto. Lo so che in quel momento non c'erano altre possibilità e che non l'ho fatto per portargli via i suoi averi, ma per assicurarmi la libertà di andare per la mia strada. Una strada che forse non meritava tanti sforzi, per le delusioni che mi ha dato.
In te cancelerie a vevin juste il stret necessari, no chei stragjos di cumò, cun mil marcjs diferentis. Par lavâsi i dinc' a vevin il Colgate. Al costave dusinte francs. Un dì un clericut gnûf di Curnin, Molinaro Leo, al è stât mandât dal prefet a comprâsi il dentifricio, che no 'n' veve. Al à domandât un tubet. Il cleric grant j à domandât: "Colgate?". Chel âtri j à domandât: "Quanto costa?". "Duecento lire" j à respundût il buteghîr. "Allora me lo dia senza" al à suspirât biât Leo, ch'al veve dome cent e cincuante francs. Al pensave che a esistessin tubez "col-gate" o cence, plui a bon prestit.
In cancelleria avevamo lo stretto necessario, non quelle stragi di oggi, con mille marche diverse. Per lavarsi i denti avevamo il Colgate. Costava duecento lire. Un giorno, un nuovo chierichino di Cornino, Leo Molinaro, era stato mandato dal prefetto a comprarsi il dentifricio, ché non ne aveva. Ha chiesto un tubetto. Il chierico più adulto gli ha chiesto: "Colgate?". L'altro gli ha chiesto: "Quanto costa?". "Duecento lire" gli ha risposto il bottegaio. "Allora me lo dia senza" ha sospirato ingenuamente Leo, che aveva solo centocinquanta lire. Pensava che esistessero tubetti "col-gate" o senza, più a buon mercato.
Une robe biele di chel seminari al ere il curtilon lung e larc come dutis lis dôs alis e, plui in sù, la pinete cul cjamp di balon. Jo no soi mai stât un sportîf o un žujadôr ma instes mi plaseve dut chel splaç contornât di une cise folte ma che ti permeteve instes di cjal lis culinis dal Friûl e, in lontanance, la splendide cjadene des nestris monz. Ti faseve provâ chel sens di infinît ch'al scrîf il Leopardi, ancje lui presonîr tal so palaç nobiliâr. Forsit e jè la condane o la ilusion di duc' chei che a son in scjaipule: di viodi che la vite e scomence juste di là dal gàtar o dal barcon o dal mûr o de cise. 
Una cosa bella di quel seminario era il grande cortile lungo e largo come tutte e due le ali e, più in su, la pineta col campo da calcio. Io non sono mai stato uno sportivo o un giocatore, ma mi piaceva lo stesso tutto quello spiazzo contornato da una siepe folta, ma che ti permetteva lo stesso di guardare le colline del Friuli e, in lontananza, la splendida catena dei nostri monti. Ti faceva provare quel senso di infinito di cui ha scritto il Leopardi, anche lui prigioniero nel suo palazzo nobiliare. Forse è la condanna o l'illusione di tutti quelli che sono in gabbia: vedere che la vita comincia giusto al di là dell'inferriata o del balcone o del muro o della siepe.
La seconde esperience, plui traumatiche, biele, mistereose, le ài vivude a distance de un an, simpri d'istât. Si viôt che e jè une stagjon galiote o là che la vite e lavore cun plui fuarce. Si ere sul imbrunî di une di chês seris di prin setembar e o tornavi dongje de campagne, là che o passavi grant part dal gno timp di vacance dopo di vê atindût ai miei dovês religjôs di cleric. O eri content, come chê fantaçute dal Leopardi che soresere e tornave dongje dai ciamps furnide di routis e violis il pet e la cjavelade. O sai ancje il puest: te contrade dal patriarcje Bertrant, pôc distant di cjase. O stavi siviluçant e o coruçavi, no tant par cuistions di presse, ma pareceche la vite e coreve, ansit e trotave dentri di me. A un cert pont o ài sintût un gran cjalt pe muse e jù pal cuarp, come se mi dislides, un sfiniment dolç, une sensazion di rilassament gjenerâl, come se mi molassin lis fuarcis e la volontât non esistes plui. Un di chei momenz stranis che tu volaressis ch'a passassin e tal stes timp che a durassin par simpri. O ài tacât a cori plui svelt, cence savê il parcè, e cuant che mi pareve di no resisti plui, mi a passât dut, lassantmi in grande pâs. Ma ancje bagnât.
Clâr che no j ài contât nuje a dinissun. O clucivi dentri di me il gno segret sperant che chel moment al tornas, parceche al ere stât masse biel. Mi apartavi simpri plui dispes par tornâ a riviv cun dutis lis fuarcis e l'intensitât de memorie chel istant di paradîs che al veve trasformât il gno cuarp inmò gherp tune fontane di contentece. E intant mi tocjavi cence nissune malicie, come par riclamâ un sium e ripeti un meracul. E il meracul si è repetût puntuâl, ancje se no cu la stesse sorprese e intensitât de prime volte. Ancje jo, puar passarut solitari de campagne di Vençon, cence amîs nè divertimenz, cence distrazions o golis, o vevi cjatât il nît dai miei desideris. Une contentece che no costave nuje e o podevi vêle ancje jo, par tantis resons ža cjastiât e segnât de vite.
La seconda esperienza, più traumatica, bella, misteriosa, l'ho vissuta a distanza di un anno, sempre d'estate. Si vede che è una stagione galeotta dove la vita lavora con più forza. Si era all'imbrunire di una di quelle sere di inizio settembre e io tornavo in campagna, dove passavo gran parte del mio tempo delle vacanze dopo aver compiuto i miei doveri religiosi di chierico. Ero contento come la donzelletta del Leopardi che di sera tornava dai campi con roselline e viole sul petto e nei capelli. Mi ricordo anche il posto: nella contrada del patriarca Bertrando, poco lontano da casa. Stavo fischiettando e correvo qua e là, non tanto per questione di fretta, ma perché la vita correva e trottava dentro di me. Ad un certo punto ho sentito un gran calore al volto e lungo il corpo, come se mi sciogliessi, uno sfinimento dolce, una sensazione di rilassamento generale, come se mi venissero meno le forze e la volontà non esistesse più. Uno di quei momenti strani che vorresti passassero e che allo stesso tempo durassero per sempre. Ho cominciato a correre più svelto, senza sapere il perché, e quando mi pareva di non resistere più, mi è passato tutto, lasciandomi in una grande pace. Ma anche bagnato.
Chiaro che non ho raccontato niente a nessuno. Custodivo dentro di me il mio segreto sperando che quel momento tornasse, perché era stato troppo bello. Mi appartavo sempre più spesso per tornare a rivivere con tutte le forze e l'intensità della memoria quell'istante di paradiso che aveva trasformato il mio corpo ancora acerbo in una fontana di felicità. E intanto mi toccavo senza nessuna malizia, come per richiamare un sogno e ripetere un miracolo. E il miracolo si ripeteva puntuale, anche se non con la stessa sorpresa ed intensità della prima volta. Anch'io, povero passerotto solitario della campagna di Venzone, senza amici né divertimenti, senza distrazioni o voglie, avevo trovato il nido dei miei desideri. Una felicità che non costava niente e che potevo avere anch'io, per tanti motivi già cacciato e segnato dalla vita.  
Antoni Beline, La fabriche dai predis, Glesie furlane, 1999

Tra le sue numerose opere, Anotnio Bellina ha tradotto le fiabe di Esopo e quelle di Fedro e la Bibbia in friulano.
Paolo Rumiz ha citato La fabriche dai predis in una pagina del suo È Oriente dedicata al Friuli e ne ha scritto sul quotidiano Il PiccoloÈ grazie a lui che ho sentito parlare per la prima volta di Antonio Bellina.

venerdì 10 giugno 2011

Und er packte ein, was er so brauchte

Da Pascoli a noi, chi avrebbe potuto pensare di scrivere poesie come la leggenda sull'origine del libro Tao Te Ching? Forse solo Jahier, in un suo momento, e nemmeno.
Franco Fortini


Und er packte ein, was er so brauchte:
Wenig. Doch es wurde dies und das.
So die Pfeife, die er abends immer rauchte,
Und das Büchlein, das er immer las.
Weißbrot nach dem Augenmaß.

Bertolt Brecht
Aus der Legende von der Entstehung des Buches Tao Te King auf dem Weg des Laotse in die Emigration

E mise in valigia quello di cui aveva bisogno:
poco. Eppure più di quanto pensasse.
E così la pipa che fumava sempre, la sera,
e il libretto che leggeva sempre.
E, a occhio, pane bianco.

Dalla Leggenda sull'origine del libro Tao Te Ching dettato da Laotse sulla via dell'emigrazione

Cfr., volendo.

Mi sono concessa tutta la libertà possibile, trasponendo Doch es wurde dies und das. Potrebbe essere reso con un "Eppure finì col metterci questo e quello" (lett.: "Eppure divenne questo e quello"). È talmente profonda, la traccia che ha lasciato questo dies und das, paradossalmente profonda, vista la semplicità dell'espressione, che la Arendt lo usò nella dedica apposta all'esemplare del suo Walter Benjamin - Bertolt Brecht: zwei Essays inviato a Heidegger.
Für Martin in Erinnerung an dies und das
Hannah am 30. April 1971
e che Heidegger, in una lettera alla Arendt, 17 giorni dopo, virgolettò sia "Wenig" (così, in maiuscolo) sia "dies und das".
Alcune parole si accomodano in parti del cervello remote. Quanto più sono remote, tanto più vi restano comodamente accolte. La Arendt, in un'intervista, condotta in inglese, aveva detto che molta poesia tedesca continuava a muoversi "in the back of my mind" - intendendo, naturalmente, im Hinterkopf. Questo spiega anche perché, personalmente, non posso trasporre dies und das in "questo e quello": tutta colpa di Verdi.

giovedì 9 giugno 2011

Senza nome

C'è troppa gente in giro che c'ha il problema della sopravvivenza.
Enzo Del Re



Les comptes qui tuent, Le  Canard enchaîné, première page, 8 juin 2011
Faites le test : combien de morts à cause de la bactérie tueuse qui rôde en Allemagne ? Fastoche : aux dernières nouvelles, 23. Beaucoup plus dur maintenant : combien de disparus dans le naufrage du rafiot qui a sombré avec à son bord 800 personnes fuyant les combats en Lybie, quelque part au large de la Tunisie, jeudi 2 juin ?
Seuls quelques monomaniaques des droits de l'homme ayant attendu la fin des jités pourront tenter une réponse : entre 200 et 270 migrants ont échoué à la morgue de Sfax. Sans plus de précisions : une poignée de pauvres bougres qui ne connaîtrons jamais les dangers de l'agroalimentaire.


I conti che uccidono, Le  Canard enchaîné, prima pagina, 8 giugno 2011
Fate il test: quanti morti a causa del batterio mortale che vaga per la Germania? Semplicissimo: stando alle ultime notizie, 23. Molto più difficile, ora: quanti dispersi nel naufragio della carretta del mare che è affondata con a bordo 800 persone in fuga dai combattimenti in Libia, da qualche parte al largo della Tunisia, giovedì 2 giugno?
Solo qualche monomaniaco dei diritti dell'uomo che aspetti la fine del conteggio potrà azzardare una risposta: tra i 200 e i 270 migranti si sono arenati all'obitorio di Sfax. Senza ulteriori precisazioni: una manciata di poveri cristi che non conosceranno mai i pericoli dell'agroalimentare.

mercoledì 8 giugno 2011

Il senso della rima

Madame Tampon ha 6 anni. La chiamiamo così perché le prime volte che passava in ufficio qualche giornata in cui la scuola - allora ancora la scuola materna - era chiusa per le vacanze o per sciopero le piaceva timbrare tutto (tampon è timbro, in francese).
Ora va in CP ("se pe"), cioè in prima elementare, ha messo i timbri al chiodo (ma ormai il nome le si è appiccicato addosso), legge che è un incanto e crea per ognuno di noi dei disegni che appendiamo alle pareti dell'ufficio al posto di quadri o poster o eventuali diplomi assieme a quelli di altri artisti della sua età o anche più piccoli.
Il primo disegno che ha fatto per me quando l'ho conosciuta è quello di una pizza(1): assieme a quello che ritrae la Corsica(2), è uno dei miei preferiti.
Non solo legge incantevolmente, ma ha un innato senso della rima e dell'allitterazione: tempo fa, ad un canticchiare insistente sulle parole di:
lei, senza muovere un muscolo del suo visino, ha replicato, sulle stesse note:
- Et maintenant, tu vas te taire(3).
Le voglio molto bene.

(1)

(2)

(3)
- E ora, che farò?
- E ora, tacerai.


Bonus: la collezione davanti alla mia scrivania.

martedì 7 giugno 2011

Notre vache qui êtes...

Notre vache qui ruminez
Notre vache qui ruminez
un p'tit bout d'Zan, un p'tit brin d'blé
en pyjama zébré dans l'herbe verte d'été,

Notre vache si belle qui traînez
une grande cloche multicolore
au pays des pommes en fleur,
dans le doux lit d'une vallée de Transcaucasie.

Notre vache studieuse qui broutez
des logarithmes toute la sainte journée
de l'algèbre et du berbère
en récitant les 36 Psaumes de l'éphémère,

Notre vache coquette qui promenez
votre mosaïque bien briqué
le dimanche, en roulant des hanches,
en fumant des Dunhills blanches

Notre vache illuminée,
qui chantez avec vos proches vos familiers
à la terrasse du "Voie lactée"
tous les gospels d'étables
de vieux airs de paille et de crottin,

Notre vache qui allaitez les étoiles,
les petits, les gros, les nains, les trois fois rien
faites que je ne fasse pas au lit
que mon zizi pousse jusqu'au pic du Midi,
et que je devienne ministre de l'Infini
amen...

Gilles de Obaldia
L'herbe haute, Maison de Poésie, 2008



Mucca nostra che sei... 

Mucca nostra che rumini
Mucca nostra che rumini
un piccolo Pierino, una piccola spiga di grano
in pigiama zebrato nell'erba verde d'estate,

Mucca nostra così bella che trascini
una grande campana multicolore
nel paese dei meli in fiore,
nel dolce letto di una vallata di Transcaucasia.

Mucca nostra studiosa che bruchi
logaritmi tutto il santo giorno
algebra e berbero
recitando i 36 Salmi dell'effimero,

Mucca nostra civettuola che conduci
il tuo mosaico ben lustrato
la domenica, ancheggiando,
fumando Dunhill bianche

Mucca nostra illuminata,
che canti con i tuoi parenti i tuoi familiari
sulla terrazza del "Via lattea"
tutti i gospel di stalla 
di vecchie arie di paglia e di sterco,

Mucca nostra che allatti le stelle,
i piccoli, i grandi, i nani, i tre volte niente
fai che non la faccia a letto
che il mio pisello cresca fino alla cima del Pelmo,
e che io diventi ministro dell'Infinito
amen...


"Di, perra mora", Pedro Guerrero
"Diferencias sobre las vacas", Anonimo
"Buelve tus ojos claros", Anonimo
Hespérion XX, Jordi Savall


Mi sembrava strano che dopo "les étoiles" non ci fosse "les petites..." ma "les petits...". Perché mi ero fissata su "stelle nane", vedendo quindi una cosa che non c'era.