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giovedì 23 giugno 2011

Le stanghe con questi salami

Una poesia di Claudio Grisancich fa così:

dove mai un strassio cussì, omini?

Non so bene come riuscire a spiegare chiaramente un paio di cose, ma ci provo lo stesso. In queste sei parole triestine, di cui fornirò, quale rigorosa, completa traduzione in italiano, un passaggio offerto da un inconsapevole Meneghello, si trovano esemplificati ben due elementi che tendo sempre a ravvisare nella poesia (e nell'arte in genere).
Il primo elemento è l'addensarsi, il concentrarsi del senso di un testo (o di una rappresentazione figurativa della realtà) - almeno quando un testo arriva ad esprimere qualcosa, ché non sempre ci si riesce - in un punto o in pochissimi punti, in una parola, in un tratto di pennello, in un colpo di scalpello, in un piccolo oggetto colto in un grande paesaggio catturato da una fotografia, ecc. Nella poesia di Grisancich, i punti sono chiaramente due: strassio (strazio) e omini (uomini).
Il secondo elemento è il significato di queste due parole-punti di addensamento o concentrazione: sia strassio sia omini non corrispondono esattamente a quelli che sembrano essere i diretti termini equivalenti italiani (lo scarto si avverte benissimo, se si legge il verso ad alta voce: provateci). Entrambi i termini dialettali sfumano la gravità di un vero strazio e quella dell'essere uomini verso qualcosa di più lieve, che non solo ne smorza la potenziale intensità di significato, ma introduce anche un ulteriore elemento: un'autocritica ironica. Se si legge il verso di Grisancich più volte - sempre, rigorosamente, ad alta voce - strassio e omini possono sfiorare addirittura il ridicolo, senza, però, mai raggiungerlo.

Ed ora, siccome "dove mai uno strazio così, uomini?" sarebbe lontanissimo dall'esprimere il senso del verso dialettale, eccone la sola possibile traduzione in italiano che mi sento di dare.
Un giorno in Corso mi venne incontro Bene, gesticolando. "C'è un grande scrittore che si chiama Cacca!" mi disse. "Col cappa, boemo, mi pare... Kakka o Kaska, un nome così... credo che sia morto.... Una mattina diventa una bestia, una specie di blatta. Grandissimo."
Ci sembrava ovvio che una nostra letteratura moderna nazionale non c'era. Questa impressione durò vari anni. I pochi libri seri, quello di Carlo Levi sulla Lucania, le lettere di Gramsci prigioniero, pareva che appartenessero in fondo al nostro recente passato, quasi letteratura fascista in senso largo: mentre Piovene, Brancati, Moravia, erano letteratura fascista in senso più stretto, i frutti di quell'età. Il primo libro di pregio che parve veramente nuovo venne una dozzina di anni dopo la guerra, era una favola briosa, colta, pungente, un nobiluomo arrampicato sugli alberi. Franco era un po' seccato. "Ti domando io" mi disse "se è il momento di occuparsi di queste raffinatezze." Ma naturalmente sapeva anche lui che il libro era bello, e serio.
Il racconto del 1944 era stato per me La montagna incantata, quello del 1945 fu Il processo. Lessi anche Il castello, ma solo uno dei due sarebbe bastato. In seguito, nel corso dei decenni, lessi anche altre cose di Franz Kafka, sempre che l'impressione che la potenza di quella lettura iniziale rendeva superfluo il resto. Mentre il mondo di Thomas Mann, di Davos, con quella gente impellicciata, garbatamente emblematica, aveva fatto da sfondo alla scena della guerra civile, ora sullo sfondo c'erano gli interni angosciati di Praga.
Con Franco avevamo sempre avuto in sospetto le prose dolenti dei filosofi dell'angoscia, non perché non credessimo all'angoscia in astratto (io almeno: lui, non potrei giurare), ma perché credevamo poco agli angosciati. In filobus a Padova, un giorno che io e Franco appesi alle maniglie nel corridoio centrale stavamo parlando di questi angosciati, Franco mi disse trasognatamente: "No se capisse cossa ch'i gai..." (non si capisce cosa abbiano) e si mise a mimare la loro condizione. Io immediatamente copiai, ci contorcevamo vistosamente tenendoci aggrappati alle maniglie, facevamo le facce straziate. con fiochi lamenti: "Ohi, ohi, ohi", e la gente diceva: "Studenti, hanno buon tempo...". Io me ne intendevo - idealmente - di angosce classiche e drammatiche: quelle collegate con le grane serie, restare intrappolato sotto un gran mucchio di morti, oppure anche essere una vecchia ratatinée, magari negra, a Parigi, ovviamente molto spaesata. Le disgrazie individuali possono riuscire noiosissime, ma in senso generale la vita non mi pareva affatto uno schema angoscioso, anzi il suo andamento complessivo puntava nella direzione opposta a quella dell'angoscia. Sto descrivendo non delle riflessioni esplicite ma ciò che doveva esserci allora in fondo al mio animo, ciò che si sarebbe osservato addentrandosi nelle camere interne dove queste sequenze di pensieri, se sono pensieri, le stanghe con questi salami, stavano appese... Insomma che ci fossero in giro certe angosce naturali non avevo mai dubitato: ma c'entrava veramente il destino?  
L'angoscia di Praga era un'altra cosa, assurda e ovviamente fondatissima. Il primo effetto che faceva era che ti veniva voglia di scappare a nasconderti. Subentrava la certezza che non servirebbe. Nulla di ciò che avevo letto mi aveva mai dato così fortemente il senso di un destino schiacciante. La roba greca non mi era mai parso il caso di prenderla del tutto sul serio: lì, si accecavano un po' troppo impulsivamente, e poi quell'interesse malsano per il pollaio dei rapporti familiari meno decenti, quella voglia di stuprare o evirare o sgozzare i figli, i genitori, gli zii, i cognati, e quella mania di tagliare a pezzetti la gente e poi mangiarla o farla mangiare agli altri...
A Praga c'era invece una micidiale combinazione di normalità e raccapriccio. Un impiegato dava uno strappo a una tenda, e in uno squarcio del muro si profilava un quadro di leve e di ingranaggi molto maligni, una specie di grottesco ordigno di tortura, che era poi l'impalcatura della vita ordinaria...
Solo molto più tardi mi misi a considerare i grandi libri di Kafka nel contesto storico della vita europea del nostro secolo. È ovvio che non vanno trattati soltanto come documenti, o banali profezie. Ma visti sotto il profilo di ciò a cui preludono, come prefigurazioni di eventi che poi effettivamente accaddero, è altrettanto ovvio che sono terribili libri profetici, in cui tutta la nostra oscena storia europea degli anni Trenta e Quaranta è rivissuta in anticipo.
Un giorno venne in visita a Reading, pochi mesi dopo la fuga da Praga, un illustre letterato e critico boemo, autore di studi specialistici su Kafka, al quale, chiaccherando, parlai con un certo riguardo ma eagerly di questo stupefacente e spaventoso aspetto del suo autore. Non l'avessi mai fatto! "Ah, no sa" mi disse quell'illustre specialista (parlavamo in inglese): e mi spiegò che Kafka non era un profeta, perché qua e perché là... E mi resi conto che da un lato non capiva la cosa semplicissima e palmare che dicevo io, credeva che scambiassi Kafka per uno che letteralmente faceva le proiezioni e le profezie, come Orwell per esempio; dall'altro aveva paura in termini personali, temeva di poter essere confuso lui con Orwell o con Kafka, e di veder bruciate un po' troppo radicalmente le barchette (fluviali, o a ruote) che aspettavano di riportare la gente a Praga, e aspettano ancora.
Luigi Meneghello, Bau-sète!, Bompiani, 1996

martedì 21 giugno 2011

La foto

Molo Audace novembre
milenovecentoquaranta-
cinque, mama e papà: lu'
squasi fin ieri prigionier
dei inglesi, tornà casa
co'l mal gialo che se ghe vedi
l'ombra maladiza su'l viso
c'un capoto do misure
la sua e rente sto cristo
(squasi un miracolo esser
tornà) mama in peliceta
de lapen - zuzadina -
al zenocio.

Claudio Grisancich


The picture

Audace dock November
one thousand nine hundred and forty-
five, mom and dad: he
almost until yesterday prisoner
of the English, come back
with the jaundice giving him
the sickly shade on his face
with a coat twice
his size and near this christ
(almost a miracle being
back) mom in a poor,
shabby lapin coat
down to her knee.

domenica 10 gennaio 2010

Scarpe zale

suite in-t-un armèr
in
tredici stazioni

1
Un per de scarpe zale -
dio vardi che mancassi!
Messe, sì e no, 'na volta
e forsi gnanca.
Per via che 'l zalo
no' se porta
tropo de frequente.

2
Co piovi no. No de inverno
e d'istà. Per Pasqua, forsi

la prima domenica, de le palme
................................................
"Cristo entra in Gerusalemme"
(in scarpe zale).

3
Iera un, Giacomo,
professor de dirito,
avocato, che 'l capitava
a scola da l' "aule giudiziarie"
in dopiopeto blu
e scarpe zale.
Ghe iera sempre parso estroso
- e un fià sempioldo -
che de matina presto
el 'ndassi in tribunal
parado de blu scuro
e zalo ovo ai pìe!

4
El poderìa anca dàrghele
a chi che no' ga scarpe.
................................
El varda in-t-el armèr:
'na rabia su ghe monta. Ma chi
te vol che gnanca par regalo
se le cioghi!?

5
Ch'i gabi anca sbrindèi de scarpe
ai pìe, i va piutosto scalzi
che mèterse un per zale.
"Semo forsi de balo zavaion!?"
Cussì i li remenassi al dormitorio
publico o su dei frati
co i va ciapar la calda.

6
Zalo xe zalo - difizile portar!

7
Pur sempre un fià dispiasi,
scarpe cussì,
de no' poderle meter.
Le iera - alora - costade
anca i sui soldi.
Con ogi - se vol meter? -
no' xe gnanca confronto
come rifinidura: ogi se incola!
In quela volta inveze:
cusi e ribati...cusi e ribati...

8
El se ricorda preciso
ancora de'l negozio
(che no' xe più), de come
la comessa la xe 'ndada
per ciòrghele in vetrina:
sbassandose in avanti l'orlo
del traverson de drio
xe 'ndà su pian, mostrando
un gran toco de'l bianco
de le gambe. Altri pari
de scarpe mai, dopo, el ga
comprà con più entusiasmo!

9
Tingerle: sarìa 'n'idea!
Ma chi e do' se tingi
ogi
un per de scarpe zale!?

10
"Xe un magazin 'sta casa.
Coss' te tien tuti
'sti strafanici? Aria, papà,
fate più aria, 'torno: bùtile,
coss' te se intestardissi!
Se fossi De Rosè 'ncora vivo
al cine varietà de l'Armonia
gnanca per la ridada el doprarìa
'sto per de scarpe zale!"

11
Roberto De Rosè a l'Armonia:
do nomi messi là dopo nosòmi
quanto tempo che no' li sentiva;
e proprio lu', su' fio, a nominarli.
Su' fio. No' più 'l putel
che 'l se tegniva drento fin
un momento prima, ma, davanti,
'n omo: le ore del suo viver
za ingombre de ricordi
e nostalgie.

12
(Su' fio: come lu', vecio)

13
'gni sera, spoiandose de solo
sentado su la sponda de 'l leto,
el parla co' la molie
come la fossi 'ncora
là 'rente distirada:
"Coss' te disi che femo?
Se no le go de meter,
le xe solo 'n intrigo.
E ga ragion tu' fio: butèmole!"
..................
Mezo giro, el fa,
voltà verso la parte
do' che la iera (e xe):
"se podarìa risolver
che mi vignissi via
là che te son ti".

Claudio Grisancich, Scarpe zale e altre cose, Circolo Culturale di Meduno 2000


suite in un armadio
in
tredici stazioni

1
Un paio di scarpe gialle -
dio non voglia che manchino!
Messe, sì e no, una volta
e forse nemmeno quella.
Perché il giallo
non si indossa
troppo di frequente.

2
Quando piove no, non d'inverno
e d'estate. Per Pasqua, forse
la prima domenica, delle palme.
................................................
"Cristo entra in Gerusalemme"
(in scarpe gialle).

3
Era uno, Giacomo,
professore di diritto,
avvocato, che capitava
a scuola dalle "aule giudiziarie"
in doppiopetto blu
e scarpe gialle.
Gli era sempre sembrato estroso
- e un po' ingenuo -
che di mattina presto
andasse in tribunale
parato di blu scuro
e giallo uovo ai piedi!

4
Potrebbe anche darle
a chi non ha scarpe.
................................
Guarda nell'armadio:
gli sale una rabbia. Ma chi
vuoi che neanche per regalo
se le prenda!?

5
Anche se hanno sbrindelli di scarpe
ai piedi, andrebbero scalzi piuttosto 
di mettersene un paio gialle.
"Siamo forse del ballo zabaglione!?"
Così li prenderebbero in giro al dormitorio
pubblico o su dai frati
quando vanno a scaldarsi.

6
Il giallo è giallo - difficile da portare!

7
Eppure dispiace sempre un po',
scarpe così,
di non poterle mettere.
Erano - allora - costate
anche i loro soldi.
Con oggi - vogliamo mettere? -
non c'è neanche confronto
quanto a rifinitura: oggi si incolla!
Quella volta invece:
cuci e ribatti...cuci e ribatti...

8
Si ricorda con precisione
ancora del negozio
(che non c'è più), di come
la commessa è andata
a prendergliele in vetrina:
abbassandosi in avanti l'orlo
del grembiule dietro
è salito piano, mostrando
un grande tratto del bianco
delle gambe. Altre paia
di scarpe mai, dopo, ha
comprato con più entusiasmo!

9
Tingerle: sarebbe un'idea!
Ma chi e dove si tinge
oggi
un paio di scarpe gialle!?

10
"È un magazzino, questa casa.
Perché tieni tutte
queste cianfrusaglie? Aria, papà,
fatti più aria, intorno: buttale,
perché ti intestardisci!
Se De Rosè fosse ancora vivo
al cinema varietà dell'Armonia
nemmeno per ridere userebbe
questo paio di scarpe gialle!"


11
Roberto De Rosè all'Armonia:
due nomi messi là dopo iononso
quanto tempo che non li sentiva;
e proprio lui, suo figlio, a nominarli.
Suo figlio. Non più il bambino
che si teneva dentro fino
ad un momento prima, ma, davanti,
un uomo: le ore del suo vivere
già ingombre di ricordi
e nostalgie.

12
(Suo figlio: come lui, vecchio)

13
Ogni sera, spogliandosi da solo
seduto sulla sponda del letto,
parla con la moglie
come se fosse ancora
là vicina distesa:
"Cosa dici che facciamo?
Se non devo metterle,
occupano solo spazio.
E ha ragione tuo figlio: buttiamole!"
..................
Mezzo giro, fa,
girato verso la parte
dove era (ed è) lei:
"si potrebbe stabilire
che io venga via
là dove sei tu".

venerdì 8 maggio 2009

*

cecil bau demille - gion uein
i tacamachi sul'armadio - i trombini co piovi
speceto, speceto retrovisor! - el colmo dei colmi
el fapunte - le gioto, i caroselo
sandokan, sandokan - magna i mocoli lassa el pan
orzouei - che frega i schei a su fradel col capauei
meto tuto in atomica - risi e bisi magniteli ti
el xe un mastigabrodo - coi cavei impiraperle
solo le vece ordina capo in b - el frapè de rovis
el bigliardo a fianco - se trovemo in piazza goldoni
opur là de la venti - casomai sule rive
mi fazo la alta - mi fazo la bassa
sora el bivio a aca - soto la facanoni
al bar sporco - al bar violin
al bananas - al pirata
alariston - alalcione
dove che te vol - tanto no vegno gnianche se te caghi oro
benvenuti a lignano - ma cos' te fa qua?
profondo rosso xe sai de paura - ara, farà falische ciò
el ciapa piconi - la xe una biflona
lipe in via ginastica - meio a barcola, ala più sporca a san giusto
domani me giustifico - anche ogi, no se sa mai
gavevo i giochi dela gioventù - sveia birbona
ocupemo! ocupemo! - chi porta la bala?

(partendo da Grisancich - speremo che el me scusi)

domenica 5 ottobre 2008

Poesie di Virgilio Giotti dette da Claudio Grisancich




A casa di Giotti, di Claudio Sepin: link al video su youtube.


La casa

Mia casa, messa in alto
come un nido de usei,
co' le man mie e i mii oci
fata, nei ani bei

che i mii fioi cresseva
gavevo atorno, e bela
la mama: mia te son,
mia, come lori e ela.

Davero mi me sento
solo con ti, mia casa.
Co te torno, ogni volta
i mii oci i te basa.

Te torno come el sposo
che torna de la sposa,
che nel su' sol, via i cruzzi,
beato el se riposa.

Rivo suso, mia casa,
e 'pena che son drento
strachezza e mal de gambe
i sparissi. Me sento

de colpo calai i ani
e san. Franco sui pìe
me movo; e giro, e vardo
le care robe mie;

le carezzo, le indrizzo,
che ogni toco sia bel;
vardo fora el mio monte,
vardo par aria el ziel.

Ch'el par tanto vizin
Fora sul pergoleto,
tacado, "casa alta",
ai orli del tu' teto.

Quel ziel, che vien zo in ogi
no' saete: de pezo.
Ma mi, anca se tremo,
resto l'istesso in mezo

de la mia casa, pronto
de andar 'basso con ela.
E sarìa par mi,
forsi, la morte bela.

Mia casa, ma te son
Ti pròpio vera po'?
Mia casa squasi vera!
Un sogno che me go

trovà drento putel
te son. Ma vera, sì,
pal mio cuor, pai mii oci,
che i te vedi cussì.

Fermo 'sto cuor, seradi
'sti do oci, e anca ti,
mia, mia casa bela,
te gavarà finì.

Virgilio Giotti

domenica 19 agosto 2007

Sui scoi

'Na giostra de s'ciume
te ciama pa' i tufi
su i scoi sbarufa
i vestiti col vento.

Gnanca un soldo de pase
pa' i muscoli s'ceti
e i salta sti quatro muleti
come delfini.

Un tocio e do toci
e negarse de rider.

Ghe piasi a le mule
sintirse le man
de sora el costume.

Un tocio e do toci
la gola che brusa
e darghe pa'i oci
sti schizzi che orba.

'Na guera de urli
de salso
e la zente scolta.

Claudio Grisancich
Poesie, Antologia 1957-2002

mercoledì 15 agosto 2007

Inventario

la cartoliata el citrato - le diferenziali el giro
d'italia coi piatini - le papuzze a quadreti
de marzapan "ma - l'amore no " che cantava
mama e sue sorele - a casa d'i veci
amato brezar - visavì le case prandi
a far aromi - le braghe a la zuava
"giuriam giuriam - che tito xe rufian"
le baleniere - cafè de brustolar
coss'te pica l'usel - i misurini de l'oio
i careti sbrenai - par via capitolina
i lupini del 'talian - vendui in scartozo
umberto saba - virgilio giotti
la prima sega - el bagno a la diga
ionico a la riversa - el mulo pan e ovo
un chilo de pan nero - 'na biga de pan bianco
'pena finì la guera - el mecano el traforo
el sei che 'ndava - barcola fin squasi
dentro in acqua - fred aster e ginger rogers
che dio li benedissi - parlar per iodri: iavi
col toven, neci - redebelve, talambre
vidali laura weiss - un salto su in partito
el treno su le rive - i botoni de la mina
le pinze fate in casa - el cine in oratorio
toio fior avanti popolo - co 'l garofano rosso
la seicento de mio pare - l'iso moto l'ardea
i spagnoleti in bustina - un'alfa drio l'orecia
tre diana col filtro - guido sambo el poeta
e fabio todeschini - che nissun ricorda
ricordo mi - el mocador le ciacole
fin far le ore picole - là su le colonete
de via rugero mana - le nose involtizzade
in carta argento - su l'albero a nadal
quel'osteria a l'alpin - po' quela a la batana
le palpadine in cine - che le mule no' lassa
i martedi de anita - i fighi soto rum
giani stuparich mi - su'l ponte de la roia
paolo universo quel - che no gavemo più
ma che savemo - de 'ver avù

Claudio Grisancich
Inventario, 2004

[Contiene cose di papà e cose di nonno; parlar per iodri, che mi cepia saias; ionico a la riversa - più che altro da ripetere più volte; un po' diverso dall'inventario di Günter Eich.]

venerdì 10 agosto 2007

El nome

Esser poeta
per dopo 'ver el nome
in t-una piaza
sporcada d'i colombi.

Claudio Grisancich

Tuta la verità

Còntime 'lora tuta la verità.
Che te son stada al bagno
ch'i vendeva angurie e in riva
iera muli in zocoli e done
co' i cavei duri de salso.

Còntime la verità
fora xe tuto bianco
l'inverno.

Claudio Grisancich

Bora

pugno de bora
mètime sora
tuto quel che no' servi
frùghila
longo fora 'sta mia strada
zèrchime
bùtime in alto
'ncora 'na volta
.........................
ti
te ga un zigo che spaura
te ga'l mio mistero
bora
mètime
sora sora
più sora
'ncora 'na volta
fa de mi bandiera.

Claudio Grisancich

Dona de pugnai

Done che n-tela carne
me gavè fato tài,
done, go 'ncora posto
pa' i vostri pugnai.

Claudio Grisancich

sabato 21 luglio 2007

Rabia

El me vigniva de drio
co stavo insieme ai muli,
el me contava de ela
e mi ridevo, el viso
'ndava 'vantindrìo.

Fumava otavi spanti
povari tavolini, povara luse
de zente che parla 'vanti.
E anca lori, i visi
dei mii muli, 'vantindrìo.

E ti,
camina avanti viso mio
bel, bon, tra i fis'ci
soto i pini: e la tua man
in t-ei cavei mii
e 'l sol piombà
in t-ei cavei mii.
Quei tui, biondi, me regalava ore
svelte, sempre più svelte.

Fumava otavi spanti
fumava i palmi sudai
fumava le giachete
del siroco. De drio de mi
el me contava de ela
e mi ridevo
el viso 'vantindrìo.

Claudio Grisancich
Noi vegnaremo