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martedì 19 maggio 2015

Concordanze, dissonanze, rimandi

πάντα γέλως καὶ πάντα κόνις καὶ πάντα τὸ μηδέν,
πάντα γὰρ ἐξ ἀλόγων ἐστὶ τὰ γινόμενα
(tutto è risata e tutto è polvere e tutto è niente,
tutto ciò che accade è infatti senza ragione)

Glicone, X secolo

***

Soneto

Mientras por competir con tu cabello
oro bruñido al sol relumbra en vano;
mientras con menosprecio en medio el llano
mira tu blanca frente el lilio bello;
mientras a cada labio, por cogello,
siguen más ojos que al clavel temprano,
y mientras triunfa con desdén lozano
del luciente cristal tu gentil cuello,
goza cuello, cabello, labio y frente,
antes que lo que fue en tu edad dorada
oro, lilio, clavel, cristal luciente,
no sólo en plata o viola troncada
se vuelva, mas tú y ello juntamente
en tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada.

Luis de Góngora, 1582

***

Wir haben nie, nicht einen einzigen Tag,
den reinen Raum vor uns, in den die Blumen
unendlich aufgehn. Immer ist es Welt
und niemals Nirgends ohne Nicht: das Reine,
Unüberwachte, das man atmet und
unendlich weiß und nicht begehrt.

Rainer Maria Rilke, 1923

(noi non abbiamo mai, nemmeno per un solo giorno,/ lo spazio puro dinanzi a noi, in cui i fiori/si aprono all'infinito. È sempre mondo/ e mai un nessun luogo senza nulla: il puro,/ insorvegliato, che si respira e/ si sa infinito e non si desidera)

***

Intervista a un suicida

L’anima, quello che diciamo l’anima e non è
che una fitta di rimorso,
lenta deplorazione sull’ombra dell’addio
mi rimbrottò dall’argine.

Ero, come sempre, in ritardo
e il funerale a mezza strada, la sua furia
nera ben dentro il cuore del paese.
Il posto: quello, non cambiato – con memoria
di grilli e rane, di acquitrino e selva
di campane sfatte -
ora in polvere, in secco fango, ricettacolo
di spettri di treni in manovra
il pubblico macello discosto dal paese
di quel tanto…

In che rapporto con l’eterno?
Mi volsi per chiederlo alla detta anima, cosiddetta.
Immobile, uniforme
rispose per lei (per me) una siepe di fuoco
crepitante lieve, come di vetro liquido
indolore con dolore.
Gettai nel riverbero il mio perché l’hai fatto?
Ma non svettarono voci lingueggianti in fiamma,
non la storia di un uomo:
simulacri,
e nemmeno, figure della vita.

La porta
carraia, e là di colpo nasce la cosa atroce,
la carretta degli arsi da lancia fiamme…
rinvenni, pare, anni dopo nel grigiore di qui
tra cassette di gerani, polvere o fango
dove tutto sbiadiva, anche
- potrei giurarlo, sorrideva nel fuoco –
anche…e parlando onorato:
“mia donna venne a me di Val di Pado”
sicché (non quaglia con me – ripetendomi –
non quagliamo acque lacustri e commoventi pioppi
non papaveri e fiori di brughiera)
ebbi un cane, anche troppo mi ci ero affezionato,
tanto da distinguere tra i colpi del qui vicino mattatoio
il colpo che me lo aveva finito.
In quanto all’ammanco di cui facevano discorsi
sul sasso o altrove puoi scriverlo come vuoi:

NON NELLE CASSE DEL COMUNE
L’AMMANCO
ERA NEL SUO CUORE

Decresceva alla vista, spariva per l’eterno.
Era l’eterno stesso
puerile, dei territori
rosso su rosso, famelico sbadiglio
della noia
col suono della pioggia sui sagrati…
Ma venti trent’anni
fa lo stesso, il tempo di turbarsi
tornare in pace gli steli
se corre un motore la campagna,
si passano la voce dell’evento
ma non se ne curano, la sanno lunga
le acque falsamente ora limpide tra questi
oggi diritti regolari argini,
lo spazio
si copre di case popolari, di un altro
segregato squallore dentro le forme del vuoto.
…Pensare
cosa può essere – voi che fate
lamenti del cuore delle città
sulle città senza cuore –
cosa può essere un uomo in un paese,
sotto il pennino dello scriba una pagina frusciante
e dopo
dentro una polvere di archivi
nulla nessuno in nessun luogo mai.

Vittorio Sereni, 1965

***

Mandate a dire all'imperatore

nulla nessuno in nessun luogo mai
Vittorio Sereni

Così come oggi tanti anni fa
mandate a dire all'imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall'acqua
orientate le vostre prore dentro l'arsura
perché qui c'è da camminare nel buio della parola
l'orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti appena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall'occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.

Pierluigi Cappello, 2006

mercoledì 22 aprile 2015

Auswanderer-Schiff

Auswanderer-Schiff
Neapel

Denk: daß einer heiß und glühend flüchte,
und die Sieger wären hinterher,
und auf einmal machte der
Flüchtende kurz, unerwartet, Kehr
gegen Hunderte –: so sehr
warf sich das Erglühende der Früchte
immer wieder an das blaue Meer:
als das langsame Orangen-Boot
sie vorübertrug bis an das große
graue Schiff, zu dem, von Stoß zu Stoße,
andre Boote Fische hoben, Brot, –
während es, voll Hohn, in seinem Schooße
Kohlen aufnahm, offen wie der Tod.

Rainer Maria Rilke



Nave di emigranti
Napoli

Immagina un uomo in fuga, accaldato, fervente,
tallonato dai vincitori,
che d'improvviso si rivolti
per un attimo, inaspettatamente,
contro centinaia di avversari: con la stessa intensità
il bagliore dei frutti continuava a proiettarsi
sul mare azzurro,
quando la lenta barca delle arance
le traghettò fino alla grande
nave grigia, su cui, urto dopo urto,
altre barche issavano pesce, e pane,
mentre quella, beffarda, accoglieva
carbone nel suo grembo, spalancata come la morte.


sabato 8 settembre 2012

In un sabato di settembre

Herbsttag

Herr: es ist Zeit. Der Sommer war sehr groß.
Leg deinen Schatten auf die Sonnenuhren,
und auf den Fluren laß die Winde los.

Befiehl den letzten Früchten voll zu sein;
gieb ihnen noch zwei südlichere Tage,
dränge sie zur Vollendung hin und jage
die letzte Süße in den schweren Wein.

Wer jetzt kein Haus hat, baut sich keines mehr.
Wer jetzt allein ist, wird es lange bleiben,
wird wachen, lesen, lange Briefe schreiben
und wird in den Alleen hin und her
unruhig wandern, wenn die Blätter treiben.

Rainer Maria Rilke, Das Buch der Bilder

Per persone serie
Giorno d'autunno, traduzione di Giaime Pintor.

Per persone meno serie
In questo sabato di settembre, all'insegna del frammento di Benjamin Über die Doppelbedeutung von »temps« im Französischen (sul doppio significato di "temps" in francese), che mi suggerisce una ricchezza nella povertà e non un'insanabile carenza del francese e dell'italiano, come invece tendevo a pensare io, rispetto a Zeit e Wetter della lingua di Benjamin, nell'attesa che arrivi l'unica cosa che possa arrestare i naufragi nel Mediterraneo: il cattivo tempo, mi sono messa a srotolare pentametri, perché sarebbe proprio ora, caro tempo, che dopo il caldo dell'estate lasciassi stendere le tue ombre sulle meridiane e dessi finalmente libero spazio al vento di lisciare l'erba delle campagne. Si tratta, in fondo, di compiere solo qualche minimo gesto ancora: rendere rotondi i frutti tardivi, dar loro ancora un paio di giorni sereni fino a farli maturare appieno e trasfondere nel vino denso l'ultimo residuo di dolcezza. Chi ora è senza casa, non se la costruirà più. Chi ora è solo, a lungo solo dovrà restare, aspettare il sonno, leggere, scrivere interminabili lettere e vagare inquieto per le strade quando sarà per le foglie il tempo di provare a spiccare il volo, prima di cadere.

Ho notato che inizia per Herr. 

martedì 22 maggio 2012

Meno tranchant


Los escritores que le viven
buscando cuatro patas
al triángulo y luego dicen
que no les importa la política
deberían cortarse los cojones
y echárselos a los cochinos.

Víctor Valera Mora
Juego limpio, 70 poemas stalinistas, 1979


Non so se Valera Mora avesse pensato di estendere il proprio intransigente anatema, tra gli altri, anche a Rilke.

Lösch mir die Augen aus: ich kann dich sehn, 
wirf mir die Ohren zu: ich kann dich hören, 
und ohne Füße kann ich zu dir gehen, 
und ohne Mund noch kann ich dich beschwören. 
Brich mir die Arme ab, ich fasse dich 
mit meinem Herzen wie mit einer Hand, 
halt mir das Herz zu, und mein Hirn wird schlagen, 
und wirfst du in mein Hirn den Brand, 
so werd ich dich auf meinem Blute tragen.

Rainer Maria Rilke
Das Stunden-Buch, 1899

Fatto sta che ero lì che avevo cominciato a tradurre Rilke a modo mio:

Anche se mi spegni gli occhi, posso ancora vederti,
anche se mi tappi le orecchie, posso ancora sentirti,
e anche senza piedi posso raggiungerti...

quando mi è venuto in mente che proprio in una poesia di Valera Mora si trovano in controluce i versi di Rilke, seppur nella chiave politica che gli era propria: per convinzione ed inclinazione, certamente, ma anche per poter dedicare un tributo a Rilke senza rischiare le palle, mi vien da pensare, e forse prefiggersi di essere un po' meno tranchant.

A los montes me voy, me voy completo
y espero regresar de igual manera. 

Si me cortan las piernas y las manos
asiré el caminar con los anhelos.

Si me arrancan los ojos y la lengua
nueva guitarra agitará banderas.

Si me quitan la tierra donde piso,
yo vengo desde un río de asperezas
qué antes me llevó y ahora me lleva.  

Si me tapan los oídos con que oigo
a mis hermanos pálidos y hambrientos,
hablaré seriamente con el aire
para que se abra paso hasta los sesos.

Y si una bala loca se enamora
de mis sienes violentas,
yo seguiré pensando con los huesos.

Me voy a despeñar sobre los crueles
que han hecho de la patria un agujero
y si no asiste el pecho a la camisa
y me matan de muerte sin lucero,
esperadme, os los pido caminando,
que yo regresaré como los pueblos
cantando y más cantando y más cantando.

Víctor Valera Mora
Canción del soldado justo, 1961

PS... e anche senza bocca posso invocarti.
Spezzami le braccia, ti afferrerò
col cuore e con le mani,
fermami il cuore, e mi batterà il cervello,
e se darai il mio cervello alle fiamme,
allora ti porterò nel sangue.

martedì 24 aprile 2012

Na dworze jest dzień pełen prozy

Zornige sahst du flackern, sahst zwei Knaben 
zu einem Etwas sich zusammenballen, 
das Haß war und sich auf der Erde wälzte 
wie ein von Bienen überfallnes Tier
(...)
Rainer Maria Rilke
Aus Der Rosenschale

Mam dzisiaj lepszy dzień, jeden z dni uspokojonych i zacisznych. Mam trochę gorączki i leżę w łóżku, nie poszedłem dziś do szkoły. Na dworze jest dzień zimny, twardy i niegościnny, pełen prozy i surowości. Ale dookoła mego łóżka obstąpiły dobre duchy, obok mnie leżą dwa tomy Rilkego, które sobie pożyczyłem. Od czasu do czasu wchodzę na chwilę w jego świat trudny i natężony, pod wielokrotne sklepienia jego nieb i znów powracam do siebie.

Bruno Schulz
Z listu do Romany Halpern


Furiosi vedesti fiammeggiare, vedesti due ragazzi
appallottolarsi in una massa sola, 
che odio era e sulla terra ruzzolava
come una bestia assaltata da api 
(...)
Rainer Maria Rilke
Da  La coppa di rose

Ho un giorno migliore, oggi, uno di quei giorni calmi e tranquilli. Sono a letto con un po' di febbre e oggi non sono andato a scuola. Fuori è un giorno freddo, duro e rigido, pieno di prosa e di asprezza. Ma gli spiriti buoni si sono raccolti attorno al mio letto, accanto a me giacciono due volumi di Rilke che ho preso in prestito. Di tanto in tanto entro, per un istante, nel suo mondo arduo ed intenso, sotto i suoi cieli dalle multiple arcate e ancora una volta ritorno a me stesso.

Bruno Schulz
Da una lettera a Romana Halpern

(per gli spiriti cattivi, cfr. qui, volendo)

mercoledì 15 febbraio 2012

Esaudendo Pasternak

Prima della lettera della Cvetaeva a Rilke del 9 maggio del 1926, era stato Rilke - il 3 - a prendere l'iniziativa di scriverle per la prima volta. L'aveva fatto su richiesta di Pasternak. La lettera di Rilke si chiudeva così.
Mein Aufenthalt in Paris im vorigen Jahr, durch fast acht Monate, hat mich mit russischen Freunden, die ich fünfundzwanzig Jahre nicht gesehen hatte, wieder im Umgang gebracht. Aber warum, so muß ich mich jetzt fragen, - warum ist es mir nicht vergönnt gewesen, Ihnen zu begegnen, Marina Iwanowna Zwetajewa? Nach Boris Pasternaks Brief muß ich glauben, daß uns beiden eine solche Begegnung zur tiefsten innersten Freude ausgefallen wäre. Wird sich das jemals nachholen lassen? 
Rainer Maria Rilke 
P.S. Französisch ist mir ebenso vertraut wie deutsch; ich merke das an für den Fall, daß Ihnen diese Sprache, neben der Ihrigen, geläufiger sein sollte. 
Il mio soggiorno parigino, l'anno scorso, durato quasi otto mesi, mi ha rimesso in contatto con amici russi che non vedevo da venticinque anni. Ma perché - così mi devo ora chiedere - perché non mi è riuscito allora di incontrarVi, Marina Ivanovna Cvetaeva? Dopo la lettera di Boris Pasternak, mi viene da credere che quell'incontro avrebbe potuto dare ad entrambi la più profonda, intima gioia. Potremo mai rimediare? 
Rainer Maria Rilke 
P.S. Il francese mi è altrettanto familiare del tedesco; Ve lo ricordo nel caso in cui questa lingua, assieme alla Vostra lingua, Vi sia più facile.
La lettera di Rilke accompagnava una copia delle Elegie duinesi e dei Sonetti a Orfeo. Con queste rispettive dediche:
Für Marina Zwetajewa
Wir rühren uns. Womit? Mit Flügelschlägen,
mit Fernen selber rühren wir uns an.
Ein Dichter einzig lebt, und dann und wann
kommt, der ihn trägt, dem der ihn trug, entgegen. 
Der Dichterin Marina Iwanowna Zwetajewa. 
A Marina Cvetaeva
Ci tocchiamo. Come? A colpi d'ala,
è un tocco, il nostro, che viene da lontano.
Un poeta vive solo, e talvolta 
chi lo porta va incontro a colui che l'ha portato. 
Alla poetessa Marina Ivanovna Cvetaeva.

domenica 12 febbraio 2012

Rainer Maria Rilke!

Rainer Maria Rilke!

Darf ich Sie so anrufen? Sie, die verkörperte Dichtung, müssten doch wissen, daß Ihr Name allein - ein Gedicht ist. Rainer Maria, das klingt kirchlich - und kindlich - und ritterlich. Ihr Name reimt nicht mit der Zeit - kommt von früher oder von später — von jeher. Ihr Name hat es gewollt, und Sie haben den Namen gewählt. (Unsere Namen wählen wir selbst, was kommt - das folgt). Ihre Taufe war der Prolog zum ganzen Ihnen, und der Priester, der sich Sie taufte, wusste wahrlich nicht, was er tat.

Sie sind nicht mein liebster Dichter (»liebster« - Stufe), Sie sind eine Naturerscheinung, die nicht mein sein kann und die man nicht liebt, sondern besteht, oder (noch zu wenig!) das verkörperte fünfte Element: die Dichtung selbst, oder (noch zu wenig) das, woraus die Dichtung entsteht, und das größer ist als sie (Sie).
Es handelt sich nicht um den Mensch-Rilke (Mensch: das, wozu wir gezwungen sind!), — um den Geist-Rilke, der noch größer ist als der Dichter und der eigentlich für mich Rilke heißt - Rilke von übermorgen.
Sie müssen sich aus meinen Augen sehen: Ihre Größe durch ihre Größe, wenn ich Sie ansehe: Ihre Größe — durch die ganze Ferne.
Was nach Ihnen ein Dichter noch tun kann? Einen Meister (wie Goethe z. B.) überwindet man, aber Sie überwinden - heißt (würde heißen) die Dichtung überwinden. Ein Dichter ist der, der das Leben überwindet (überwinden soll).
Sie sind eine unmögliche Aufgabe für künftige Dichter. Der Dichter, der nach Ihnen kommt, muss Sie sein, dh Sie müssen noch einmal geboren werden.
Sie geben den Worten ihren ersten Sinn, und den Dingen - ihre ersten Worte (Werte). ZB wenn Sie großartig sagen, sagen Sie von großer Art, so wie es gemeint war bei der Entstehung. (Jetzt ist »großartig« nur so ein hohles Ausrufungszeichen).
Russisch hätte ich Ihnen das alles klarer gesagt, aber ich will Ihnen nicht die Mühe geben sich hineinzulesen, ich will lieber die Mühe nehmen mich hineinzuschreiben.

Das erste was mich in Ihrem Brief auf den höchsten Turm der Freude warf (nicht - hob, nicht - stellte), war das Wort May, dem Sie mit dem y den alten Adel wiedergaben. Mai mit i - so was vom ersten Mai, nicht dem Arbeiterfest, das noch einst schön wird (werden kann) - dem zahmen Bourgeoisie-Mai von Verlobten und (nicht zu arg) Verliebten.

Einige kurze biographischen (nur notwendige) Notizen: aus der russischen Revolution (nicht dem revolutionären Rußland, die Revolution ist ein Land mit seinen eigenen — und ewigen — Gesetzen!) ging ich - durch Berlin - nach Prag, Ihre Bücher mit. In Prag las ich zum erstenmal die »Frühen Gedichte«. So gewann ich Prag lieb - am ersten Tag - wegen Ihres Studententums.
In Prag blieb ich von 1922-1925, drei Jahre, in November 1925 ging ich nach Paris. Waren Sie noch da
Im Fall Sie da waren:
Warum ich nicht zu Ihnen kam? Weil Sie mein liebstes sind - in der ganzen Welt. Ganz einfach. Und — weil Sie mich nicht kennen. Aus leidendem Stolz, aus Ehrfurcht vor dem Zufall (Schicksal, eins). Aus — Feigheit, vielleicht, um nicht Ihren fremden Blick bestehen zu müssen — auf der Thürschwelle Ihres Zimmers. (Nicht fremd konnten Sie mich doch nicht ansehn! Und wenn auch — der Blick wäre ja für Jedermann, da Sie mich nicht kannten! - das heißt: doch fremd!)
Noch eins: Sie werden mich immer als Russin fühlen, ich - Sie - als rein-menschliche (göttliche) Erscheinung. Das ist die Schwierigkeit von unserer zu sehr individuellen Nationalität - daß alles was in uns ich ist bei den Europäern - Russe heißt.
(Derselbe Fall, bei uns, mit Chinesen, Japanern, Negern — sehr weiten oder sehr wilden.)

Rainer Maria, es ist nichts verloren, im nächsten (1927) Jahre kommt Boris, und wir besuchen Sie — wo Sie auch nur sein mögen. Den Boris kenn ich sehr wenig und liebe ihn wie man nur Nie-gesehene (schon gewesene oder noch kommende: nachkommende), Nie-gesehene oder Nie-gewesene liebt. Er ist nicht so jung - 33, glaub ich, doch knabenhaft. Seinem Vater gleicht er nicht mit der mindesten Augenwimper (das beste, was ein Sohn tun kann). Ich glaub nur an Muttersohne. Sie sind auch ein Muttersohn. Ein Mann nach der weiblichen Linie — darum so reich (Zweifaltigkeit).
Der erste Dichter Russlands ist er. Das weiß ich - und noch einige, die anderen warten bis er tod ist.
Ihre Bücher erwarte ich wie ein Gewitter, das - ob ich will oder nicht - kommen wird. Fast wie eine Operation des Herzens (keine Metaphore! Jedes Gedicht (Deines) schneidet ins Herz und schnitzt es nach seinem Wissen - ob ich will oder nicht). Nichts wollen!
Weißt Du, warum ich Dir Du sage und Dich liebe und - und - und Weil Du eine Kraft bist. Das seltenste.

Antworten brauchst Du mir nicht. Ich weiß was Zeit ist und weiß was ein Gedicht ist. Ich weiß auch was ein Brief ist. Also.

Im Vaud war ich als 10-jähriges Mädchen (1903) in Lausanne und weiß noch viel von dieser Zeit. Im Pensionat war eine erwachsene Negerin, die französisch lernen sollte. Sie lernte nichts und fraß Veilchen. Das ist meine grellste Erinnerung. Die blauen Lippen - Negerlippen sind nicht rot - und die blauen Veilchen. Der blaue Genfersee kommt nur nachher.

Was ich von Dir will, Rainer? Nichts. Alles. Daß Du mir es gönnst jeden Augenblick meines Lebens zu Dir aufblicken — wie auf einen Berg der mich schützt (so ein steinerner Schutzengel!)
Bis ich Dich nicht kannte, ging's, jetzt, da ich Dich kenne — bedarf es einer Erlaubnis.
Denn meine Seele ist gut erzogen.

Aber schreiben will ich Dir - ob Du willst oder nicht. Über Dein Rußland (Zarenkreis und anderes). Über vieles.
Deine russische Buchstaben. Die Rührung. Ich, die wie ein Indianer (oder Indier?) nie weine, ich hätte fast.

Ich las Deinen Brief am Ozean, der Ozean las mit, wir lasen beide. Ob Dich so ein Mitleser nicht stört? Andere wird es nicht geben - ich bin viel zu eifersüchtig (in Dir - eifrig).

Da meine Bücher - lesen brauchst Du sie nicht -, leg sie auf Deinen Arbeitstisch und glaub mir aufs Wort, daß sie vor mir nicht da waren (damit ist die Welt gemeint, nicht der Tisch!)

Marina Zwetajewa an Rainer Maria Rilke, 9. Mai 1926


Rainer Maria Rilke!

Posso chiamarVi così? Voi, l'incarnazione della poesia, dovreste pur sapere che il Vostro stesso nome è poesia. Rainer Maria: un nome che sa di chiesa, di infanzia e di cavalleria. Il Vostro nome non fa rima col presente: viene dal passato o dal futuro, in ogni caso da un tempo lontano, immemorabile. Il Vostro nome ha voluto essere scelto e Voi l'avete scelto. (I nostri nomi li scegliamo noi stessi e quello che viene dipende dalla nostra scelta). Il Vostro battesimo è stato il prologo a Voi nella Vostra interezza e il prete che Vi ha battezzato, in realtà, non sapeva quello che stava facendo.

Voi non siete il poeta a me più caro ("più", vale a dire un grado sopra agli altri), Voi siete un fenomeno della natura, che non mi può appartenere e che non si ama, ma sussiste, oppure (è ancora troppo poco, quello che sto dicendo!) l'incarnazione del quinto elemento: la poesia stessa, o (ancora lungi dal dire tutto) ciò da cui nasce la poesia, che è più grande ancora della poesia stessa (Voi).
Non si tratta dell'uomo-Rilke (l'uomo, ovvero ciò cui siamo costretti!), ma dello spirito-Rilke, che è ancora più grande del poeta e che in realtà per me si chiama Rilke, il Rilke di dopodomani.
Dovete guardare la cosa attraverso i miei occhi: la Vostra grandezza attraverso la loro grandezza, quando Vi guardo: la Vostra grandezza in prospettiva.
Cosa potrà mai fare un poeta dopo di Voi? Un maestro (come ad es. Goethe) si supera, ma superare Voi significa (significherebbe) superare la poesia. Un poeta è colui che supera (dovrebbe superare) la vita.
Voi siete un compito impossibile per i poeti del futuro. Il poeta che Vi seguirà dovrà essere Voi, cioè Voi dovrete nascere ancora una volta.
Voi assegnate alle parole il loro vero senso e alle cose il loro vero nome (valore). Per es., quando Voi dite magnifico, parlate di natura magnifica, esattamente come era inteso al momento della creazione della parola. (Ora "magnifico" è solo un vuoto punto esclamativo).
In russo Ve lo avrei spiegato meglio, ma non voglio che Vi sforziate a leggere il russo, preferisco sforzarmi io a scrivere in tedesco.

La prima cosa che nella Vostra lettera mi ha gettato (non innalzato, non posto, gettato) al sommo della gioia è stata la parola "maggio", che Voi scrivete "maio", alla vecchia, nobile maniera. Maggio: ricorda un po' il primo maggio, non la festa dei lavoratori, che un giorno sarà (potrà essere) bellissima, ma il pacifico maggio borghese dei fidanzati e dei (non troppo profondamente) innamorati.

Alcune brevi notizie biografiche (solo l'indispensabile), ora: dalla Rivoluzione russa (non dalla Russia rivoluzionaria, la Rivoluzione è un paese con le sue proprie - ed eterne - leggi!) sono andata - via Berlino - a Praga, con i Vostri libri. A Praga ho letto per la prima volta le "Prime poesie". Così ho iniziato ad amare Praga - dal primo giorno - perché lì avete studiato Voi.
A Praga sono rimasta dal 1922 al 1925, tre anni, e nel novembre del 1925 sono andata a Parigi. Voi eravate ancora là?
Nel caso ci foste ancora:
Perché non sono venuta da Voi? Perché Voi siete il mio amore, il solo amore del mondo intero. Tutto qua. E perché Voi non mi conoscete. Per un orgoglio sofferente, per timore del caso (o del destino, se credete). Forse per viltà, per paura di dover incontrare il Vostro sguardo estraneo sulla soglia della Vostra stanza. (Non avreste potuto guardarmi se non con uno sguardo estraneo! E se aveste potuto, lo sguardo sarebbe stato lo sguardo che si rivolge al primo che passa, visto che non mi conoscevate! - vale a dire comunque estraneo!)
Ancora una cosa: Voi mi percepirete sempre come una russa - io Voi, invece, come un fenomeno puramente umano (divino). Questa è la difficoltà della nostra troppo peculiare nazionalità, tutto ciò che in noi gli europei chiamano russo.
(Succede lo stesso da noi con i cinesi, i giapponesi, i neri - con i molto lontani o i molto selvaggi.)

Rainer Maria, nulla è perduto, l'anno prossimo (1927) arriverà Boris e Vi faremo visita, ovunque Voi siate. Boris lo conosco poco, ma lo amo come si possono amare soltanto i mai visti (già esistiti o ancora da venire: quelli che ci seguiranno), i mai visti o i mai esistiti. Non è più tanto giovane: ha 33 anni, credo, ma sembra ancora un ragazzo. A suo padre non somiglia per niente (la cosa migliore che possa fare un figlio). Credo solo ai figli di madre. Anche Voi siete un figlio di madre. Un maschio per linea femminile, quindi così ricco (binomio).
Il primo poeta russo è lui. Questo lo so io e lo sanno pochi altri, il resto delle persone aspetta che sia morto.
I Vostri libri li aspetto come un temporale che, volente o nolente, arriverà. Quasi come un'operazione al cuore (non è una metafora! Ogni poesia (tua) si insinua nel mio cuore e lo taglia a modo suo, che io lo voglia o meno). Non volerlo!
Sai perché ti dico tu e ti amo e - e - e Perché tu sei una forza. La più rara.

Non serve che mi rispondi. So cos'è il tempo e so cos'è una poesia. So anche cos'è una lettera. Dunque.

Nel Vaud, a Losanna, sono stata da bambina, a dieci anni (1903), e mi ricordo ancora molto di quel periodo. Nel pensionato c'era una nera adulta, che avrebbe dovuto studiare il francese. Non studiava per niente e mangiava violette. Questo è il mio ricordo più nitido. Le labbra azzurre - i neri non hanno labbra rosse - e le violette azzurre. L'azzurro del lago di Ginevra viene solo dopo.

Cosa voglio da te, Rainer? Niente. Tutto. Che tu mi permetta di alzare lo sguardo su di te in ogni istante della mia vita, come su una montagna che mi protegga (come un angelo custode di pietra!)
Prima di conoscerti, potevo farlo, ora che ti conosco ho bisogno del tuo permesso.
La mia anima è in effetti educata bene.

Ma ho voglia di scriverti, che tu lo voglia o no. Sulla tua Russia (il ciclo "Gli zar" e altro). Su molte cose.
La tua scrittura in russo. La commozione. Io, che non piango mai, come un indiano (o come un indù?), starei quasi per farlo.

Ho letto la tua lettera in riva all'oceano, l'oceano leggeva con me, l'abbiamo letta assieme. Non ti dà fastidio che l'abbia letta anche lui? Non ci saranno altri: sono fin troppo gelosa (gelosia di te).

Eccoti i miei libri - non serve che tu li legga -, mettili sulla tua scrivania e credimi sulla parola, se ti dico che prima di me questi libri non c'erano (intendo al mondo, non sul tavolo!)

Marina Cvetaeva a Rainer Maria Rilke, 9 maggio 1926

domenica 29 gennaio 2012

La finèstra/A janela/La fenêtre (sogni/sonhos/rêves)

Loos m’affirmait un jour : « Un homme cultivé ne regarde pas par la fenêtre ; sa fenêtre est en verre dépoli ; elle n’est là que pour donner de la lumière, non pour laisser passer le regard »
Le Corbusier, L’Urbanisme, 1925

La finèstra

Dalvólti la véita
la dventa una finèstra
sal ròbi ch’al sta dlà
cumè ti sógn:
un pan che zócla te vent,
un fiòur, una ragaza
e cla luce biènca de mònd
dòu t’a n’i sii.

Nino Pedretti

A volte la vita
diventa una finestra
con le cose che stanno al di là
come nei sogni:
un panno che ciondola al vento
un fiore, una ragazza
e quella luce bianca del mondo
dove tu non ci sei.

*

Não basta abrir a janela

Não basta abrir a janela
Para ver os campos e o rio.
Não é bastante não ser cego
Para ver as árvores e as flores.
É preciso também não ter filosofia nenhuma.
Com filosofia não há árvores: há ideias apenas.
Há só cada um de nós, como uma cave.
Há só uma janela fechada, e todo o mundo lá fora;
E um sonho do que se poderia ver se a janela se abrisse,
Que nunca é o que se vê quando se abre a janela.

Alberto Caeiro

Non basta aprire la finestra

Non basta aprire la finestra
per vedere i campi e il fiume.
Non basta non essere ciechi
per vedere gli alberi e i fiori.
Bisogna anche non avere alcuna filosofia.
Con la filosofia non ci sono alberi: ci sono a malapena idee.
C'è solo ciascuno di noi, come una caverna.
C'è solo una finestra chiusa, e tutto il mondo là fuori;
e un sogno di quello che si potrebbe vedere se la finestra si aprisse,
che mai è quello che si vede quando si apre la finestra.

*

Tu me proposes, fenêtre étrange, d'attendre ;
déjà presque bouge ton rideau beige.
Devrais-je, ô fenêtre, à ton invite me rendre ?
Ou me défendre, fenêtre ? Qui attendrais-je ?

Ne suis-je intact, avec cette vie qui écoute,
avec ce coeur tout plein de la perte complète ?
Avec cette route qui passe devant, et le doute
que tu puisses donner ce trop dont le rêve m'arrête ?

Rainer Maria Rilke

Mi proponi, finestra misteriosa, di aspettare;
già quasi si scosta la tua tenda beige.
Dovrei, finestra, arrendermi al tuo invito?
O difendermi, finestra? E aspettare chi?

Non sono intatto, con questa vita in ascolto,
con questo cuore colmo della perdita completa?
Con questa strada che passa davanti, e il dubbio
che tu mi prenda in troppo grande sogno?

sabato 28 gennaio 2012

Sfondi

Quel beau discours que celui de M. Mussolini, adressé au Gouverneur de Rome !

Rainer Maria Rilke, lettera ad Aurelia Gallarati Scotti, 5 gennaio 1926

Rilke potrebbe avere letto solo un riassunto del discorso di Mussolini. Potrebbe averlo letto solo in una cattiva traduzione francese, verosimilmente su Le Figaro. Potrebbe. Il risultato non cambierebbe di molto, perché l'anno in cui la scrisse è successivo al delitto Matteotti, la cui cronaca deve pur essere esistita in qualche onesto giornale straniero e il cui significato e la cui portata non ammettono sfumature di giudizio. Potrebbe anche essere l'angolo buio, il tassello che non trova posto nel puzzle, l'anello mancante della catena, il limite invalicabile dell'umana comprensione. O potrebbe essere l'inevitabile conseguenza di chi si mette ad odiare se stesso: nel tentativo di aprirsi al mondo e di liberarsi delle parti indigeste della propria cultura, al posto di prenderla in toto, così com'è, finire dritto dritto nelle braccia del primo cretino di turno di una cultura diversa.
(Vive acclamazioni.)
Governatore!
Il discorso che ho l'onore e il piacere di rivolgervi sarà di stile romano, intonato nella sua concisione alla solenne romanità di questa cerimonia.
Rigorosamente esclusa ogni divagazione retorica, il mio discorso consisterà in un elogio per quanto avete fatto e in una precisa consegna per quanto ancora vi resta da fare.
Ricordo che quando nell'aprile 1924 mi faceste l'onore di accogliermi fra i cittadini di Roma, vi dissi che i problemi della capitale si dividevano in due grandi serie: i problemi della necessità e quelli della grandezza. Dopo tre anni di regio commissariato, nessun osservatore obiettivo può contestare che i problemi della necessità sono stati energicamente affrontati e in buona parte risolti. Roma ha già un aspetto diverso. Diecine di quartieri sono sorti alla periferia della città che ha lanciato le sue avanguardie di case verso il monte salubre, verso il mare riconsacrato.
I dati sintetici del vostro bilancio triennale eccoli: strade nuove, aumentati mezzi di comunicazione, miglioramento di tutti i servizi pubblici, scuole, parchi, giardini, assistenza sanitaria, organizzazione igienica in difesa della salute del popolo. Nel tempo stesso, sono riscattati dal silenzio oblioso i Fori, come quello di Augusto, i templi, come quello della Fortuna virile.
Tutto ciò è innegabilmente merito vostro. Tutto ciò si deve alla vostra instancabile fatica e al vostro ardente spirito di romanità antica e moderna.
Non ci poteva essere soluzione di continuità in questa opera. Ecco perché il Governo ha deciso che voi, dopo essere stato per tre anni regio commissario, siate, vorrei dire per diritto naturale di successione, il primo Governatore di Roma. Governatore! Avete dinanzi a voi un periodo di almeno tre anni per completare ciò che fu iniziato, e incominciare l'opera maggiore del tempo secondo.
Le mie idee sono chiare, i miei ordini sono precisi e sono certo che diventeranno una realtà concreta. Tra tre anni Roma deve apparire meravigliosa a tutte le genti del mondo; vasta, ordinata, potente, come fu ai tempi del primo impero di Augusto.
Voi continuerete a liberare il tronco della grande quercia da tutto ciò che ancora lo intralcia. Farete dei varchi intorno al teatro Marcello, al Campidoglio, al Pantheon; tutto ciò che vi crebbe attorno nei secoli della decadenza deve scomparire. Entro 3 anni da piazza Colonna, per un grande varco, deve vedersi la mole del Pantheon. 
Voi libererete anche dalle costruzioni parassitarie e profane i templi maestosi della Roma cristiana. I monumenti millenari della nostra storia debbono giganteggiare nella necessaria solitudine.
Quindi la terza Roma si dilaterà sopra altri colli, lungo le rive del fiume sacro, sino alle spiaggie del Tirreno.
Voi toglierete la stolta contaminazione tranviaria che ingombra le strade di Roma, ma darete nuovi mezzi di comunicazione alle nuove città che sorgeranno in anello intorno alle città antiche. Un rettilineo che dovrà essere il più lungo e il più largo del mondo porterà l'ansito del mare nostrum da Ostia risorta fino nel cuore della città dove veglia l'Ignoto.
(Ovazioni.)
Darete case, scuole, bagni, giardini, campi sportivi al popolo fascista che lavora. Voi, ricco di saggezza e di esperienza, governerete la città nello spirito e nella materia, nel passato e nell'avvenire.
Volgono per questa vostra opera i fati specialmente propizi.
Da tre anni Roma è veramente la capitale d'Italia, i municipalismi sono scomparsi. Il Fascismo ha, fra gli altri, questo non ultimo merito, di aver dato moralmente e politicamente la capitale alla nazione: Roma, oggi altissima nella nuova coscienza della Patria vittoriosa.
Aggiungo che il popolo romano ha dato in questi ultimi anni, specialmente in questo che si conclude oggi, prove ammirabili di ordine e di disciplina. Esso è degno di vivere nella più grande Roma che sorgerà dalla nostra volontà tenace, dall'amore e dal sacrificio concorde e consapevole di tutte le genti d'Italia.
(Vivissimi applausi, unanimi.)
Governatore! Al lavoro senz'altro indugio.
La Patria e il mondo attendono l'avverarsi dell'auspicio, il compiersi della promessa.
(Grande manifestazione di entusiasmo, grida di: Viva Mussolini! Viva Roma! Tutti i punti del discorso sono stati applauditi, ma specialmente vivi sono stati gli applausi quando l'on. Mussolini ha detto che Roma apparisce meravigliosa a tutti i cittadini del mondo. Alla fine del suo discorso, il duce è stato fatto segno ad una calorosa ovazione.) 
Discorso di Benito Mussolini nella sala degli Orazi e Curiazi in Camipdoglio in occasione dell'insediamento del governatore di Roma Filippo Cremonesi, 31 dicembre 1925. Il discorso, gli applausi e le ovazioni sono come riportati da La Stampa del 1 gennaio 1926.
Considerato il numero relativamente limitato di antifascisti della prima ora rispetto al complesso della popolazione italiana, è probabilmente troppo facile ed eccessivo stigmatizzare ex post la trista fascinazione di Rilke per Mussolini. Resta però il fatto che Rilke avrebbe avuto tutti i modi per riflettere sulle mire di grandeur fasciste, per realizzare che oltre che incompatibili con i principi di libertà erano anche, fin dai primi anni, fatte di cartapesta, della stessa materia dei fondali con cui Mussolini avrebbe ricoperto Roma per accogliere Hitler nel maggio del 1938, e per arrivare quindi a conclusioni diverse, anche senza leggere i giornali. Leggendo la risposta che ricevette dalla stessa Gallarati Scotti, per esempio:
Ce n'est pas parce qu'un homme politique défend les intérêts de ma propre classe que je suis obligée de le trouver intelligent et providentiel.
A differenza della delusione provata quando ho letto per la prima volta la lettera di Leopardi al cardinal Consalvi*, nel caso della lettera di Rilke non ho mosso un muscolo, neanche metaforicamente parlando. Sul suo conto non mi ero mai illusa, forse per colpa delle sue discutibili frequentazioni, a partire da quella con i Thurn und Taxis, il cui castello di Duino, con la sua posizione di dominio sulle povere falesie (lo sfondo roccioso, il contrario della cartapesta, di molte mie estati), mi è sempre servito da memento.

* È riportata al termine di un post illeggibile, ma che non disconosco.

mercoledì 13 luglio 2011

me estoy esperando inútilmente

   Imagino al hombre como una ameba que tira seudópodos para alcanzar y envolver su alimento. Hay seudópodos largos y cortos, movimientos, rodeos. Un día eso se fija (lo que llaman la madurez, el hombre hecho y derecho). Por un lado alcanza lejos, por otro no ve una lámpara a dos pasos. Y ya no hay nada que hacer, como dicen los reos, una es favorito de esto o aquello. En esta forma el tipo va viviendo bastante convencido de que no se le escapa nada interesante, hasta que un instantáneo corrimiento a un costado le muestra por un segundo, sin por desgracia darle tiempo a saber qué,
   le muestra su parcelado ser, sus seudópodos irregulares,
   la sospecha de que más allá, donde ahora veo el aire limpio,
   o en esta indecisión, en la encrucijada de la opción,
   yo mismo, en el resto de la realidad que ignoro
   me estoy esperando inútilmente.

   (Suite)
   Individuos como Goethe no debieron abundar en experiencias de este tipo. Por aptitud o decisión (el genio es elegirse genial y acertar) están con los seudópodos tendidos al máximo en todas direcciones. Abarcan con un diámetro uniforme, su límite es su piel proyectada espiritualmente a enorme distancia. No parece que necesiten desear lo que empieza (o continúa) más allá de su enorme esfera. Por eso son clásicos, che.
   A la ameba uso nostro lo desconocido se le acerca por todas partes. Puedo saber mucho o vivir mucho en un sentido dado, pero entonces lo otro se arrima por el lado de mis carencias y me rasca la cabeza con su uña fría. Lo malo es que me rasca cuando no me pica, y a la hora de la comezón –cuando quisiera conocer-, todo lo que me rodea está tan plantado, tan ubicado, tan completo y macizo y etiquetado, que llego a creer que soñaba, que estoy bien así, que me defiendo bastante y que no debo dejarme llevar por la imaginación.

   (Ultima suite)
   Se ha elogiado en exceso la imaginación. La pobre no puede ir un centímetro más allá del límite de los seudópodos. Hacia acá, gran variedad y vivacidad. Pero en el otro espacio, donde sopla el viento cósmico que Rilke sentía pasar sobre su cabeza, Dame Imagination no corre. Ho detto.

Julio Cortazár, Rayuela, 84

   Immagino l'uomo come un'ameba che tira pseudopodi per raggiungere ed avvolgere il proprio alimento. Ci sono pseudopodi lunghi e corti, movimenti, giri. Un giorno egli si fissa (quel che si chiama la maturità, l'uomo bello e fatto). Da un lato arriva lontano, dall'altro non riesce a vedere una lampada a due passi. E non c'è niente da fare, come dicono i colpevoli, uno è favorito di questo o di quello. In questa forma il tizio continua a vivere abbastanza convinto che non gli sfugga niente di interessante, finché un istantaneo slittamento al fianco gli mostra per un secondo, senza dargli disgraziatamente il tempo di sapere perché,
   gli mostra il suo essere a particelle, i suoi pseudopodi irregolari,
   il sospetto che più in là, dove ora vedo l'aria limpida,
   o in questa indecisione, all'incrocio dell'opzione,
   io stesso, nel resto della realtà che ignoro
   mi sto aspettando inutilmente.

   (Suite)
   Individui come Goethe non dovettero abbondare in esperienze di questo tipo. Per attitudine o decisione (il genio è eleggersi geniale e riuscirci) stanno con gli pseudopodi tesi al massimo in ogni direzione. Abbracciano un diametro uniforme, il loro limite è la loro pelle proiettata spiritualmente a distanza siderale. Non sembra che abbiano bisogno di desiderare quello che comincia (o continua) oltre la loro enorme sfera. Per questo sono classici, ecco.
   All'ameba uso nostro, lo sconosciuto si avvicina da tutte le parti. Posso sapere molto o vivere molto in un dato senso, però l'altro si avvicina dalla parte delle mie carenze e mi gratta la testa con la sua unghia fredda. Il problema è che mi gratta quando non mi prude, e all'ora del prurito  – quando vorrei conoscere - tutto quello che mi circonda è così ben piantato, così ben piazzato, così completo e massiccio ed etichettato, che arrivo a credere di aver sognato, di star bene così, di difendermi abbastanza e di non dovermi lasciare andare all'immaginazione.

   (Ultima suite)
   L'immaginazione è stata eccessivamente elogiata. La poverella non può andare un centimetro oltre il limite degli pseudopodi. Al di qua, grande varietà e vivacità. Però nell'altro spazio, dove soffia il vento cosmico che Rilke si sentiva passare sopra la testa, Dame Imagination non corre. Ho detto.

*

Vom Eise befreit sind Strom und Bäche
Durch des Frühlings holden, belebenden Blick,
Im Tale grünet Hoffnungsglück;
Der alte Winter, in seiner Schwäche,
Zog sich in rauhe Berge zurück.
Von dort her sendet er, fliehend, nur
Ohnmächtige Schauer körnigen Eises
In Streifen über die grünende Flur.
Aber die Sonne duldet kein Weißes,
Überall regt sich Bildung und Streben,
Alles will sie mit Farben beleben;
Doch an Blumen fehlts im Revier,
Sie nimmt geputzte Menschen dafür.
Kehre dich um, von diesen Höhen
Nach der Stadt zurück zu sehen!
Aus dem hohlen finstern Tor
Dringt ein buntes Gewimmel hervor.
Jeder sonnt sich heute so gern.
Sie feiern die Auferstehung des Herrn,
Denn sie sind selber auferstanden:
Aus niedriger Häuser dumpfen Gemächern,
Aus Handwerks- und Gewerbesbanden,
Aus dem Druck von Giebeln und Dächern,
Aus der Straßen quetschender Enge,
Aus der Kirchen ehrwürdiger Nacht
Sind sie alle ans Licht gebracht.
Sieh nur, sieh! wie behend sich die Menge
Durch die Gärten und Felder zerschlägt,
Wie der Fluß in Breit und Länge
So manchen lustigen Nachen bewegt,
Und, bis zum Sinken überladen,
Entfernt sich dieser letzte Kahn.
Selbst von des Berges fernen Pfaden
Blinken uns farbige Kleider an.
Ich höre schon des Dorfs Getümmel,
Hier ist des Volkes wahrer Himmel,
Zufrieden jauchzet groß und klein:
Hier bin ich Mensch, hier darf ichs sein!
Johann Wolfgang von Goethe, Faust I, 904-940

Il gelo sgombra fiume e rivi
al mite sguardo di primavera
e torna vita: la valle è verde dall'allegra speranza.
Il vecchio inverno, sfinito com'è,
s'è ritirato fra aspre montagne
e di là manda, in fuga, appena
qualche sprazzo impotente di grandine
a strisce, sui prati già rinverditi.
Ma il sole non tollera nulla di bianco:
vuole a ogni cosa dar vita e colore,
tutto si muove a esistere, a salire.
Se bene spogli di fiori, i campi
recano gente vestita a festa.
Vòltati: e giù da questi colli
guarda verso la città:
dall'arcor buio della porte esce
un brulichio multicolore.
Come sono contenti nel sole!
È la festa di Resurrezione.
Perché anche loro sono risorti:
da stanze grame di case basse,
da servitù di mestieri e di traffici,
da pressura di tetti e di cuspidi,
da vicoli fitti di calca,
da chiese solenni di tenebra
tutti sono sospinti alla luce.
Guarda, su. Guarda. Come va in fretta
la folla e si spande per orti e per campi,
come in lungo e in largo sul fiume
filano tanti gai battelli,
e come, carica che quasi affonda,
s'allontana quell'ultima barca.
Fin dai sentieri lontani dei monti
i colori delle vesti brillano.
Odo già il brusio del borgo.
Qui è paradiso vero del popolo,
felici e contenti tutti quanti.
Qui sono uomo. Qui posso esserlo.

Traduzione di Franco Fortini



Atmen, du unsichtbares Gedicht!
Immerfort um das eigne
Sein rein eingetauschter Weltraum. Gegengewicht,
in dem ich mich rhythmisch ereigne.
Einzige Welle, deren
allmähliches Meer ich bin;
sparsamstes du von allen möglichen Meeren, –
Raumgewinn.
Wieviele von diesen Stellen der Räume waren schon
innen in mir. Manche Winde
sind wie mein Sohn.
Erkennst du mich, Luft, du, voll noch einst meiniger Orte?
Du, einmal glatte Rinde,
Rundung und Blatt meiner Worte.

Rainer Maria Rilke, Sonetten an Orpheus, II, I

Respiro, tu invisibile poesia!
Spazio puro del mondo di continuo
scambiato col proprio essere. Contrappeso
in cui accado ritmicamente.
Onda unica di cui
a mano a mano sono il mare;
infinitamente più piccolo di ogni possibile mare, –
spazio conquistato.
Quanti di questi posti negli spazi sono già stati
dentro di me. Alcuni venti
sono come figli miei.
Mi riconosci, aria, tu ancora piena di luoghi un tempo miei?
Tu, una volta liscia scorza,
rotondità e foglio alle mie parole.

domenica 10 luglio 2011

Innerlich

Nirgends, Geliebte, wird Welt sein, als innen. Unser
Leben geht hin mit Verwandlung. Und immer geringer
schwindet das Außen. Wo einmal ein dauerndes Haus war,
schlägt sich erdachtes Gebild vor, quer, zu Erdenklichem
völlig gehörig, als ständ es noch ganz im Gehirne.
Weite Speicher der Kraft schafft sich der Zeitgeist, gestaltlos
wie der spannende Drang, den er aus allem gewinnt.
Tempel kennt er nicht mehr. Diese, des Herzens, Verschwendung
sparen wir heimlicher ein. Ja, wo noch eins übersteht,
ein einst gebetetes Ding, ein gedientes, geknietes -,
hält es sich, so wie es ist, schon ins Unsichtbare hin.
Viele gewahrens nicht mehr, doch ohne den Vorteil,
dass sie's nun innerlich baun, mit Pfeilern und Statuen, größer!

Rainer Maria Rilke
Aus der Siebenten Elegie, Duineser Elegien

La rocca del castello di Duino visto, minuto minuto, da Sistiana (cliccando sulla foto è un po' meno minuto)

Da nessuna parte, amata, sarà mondo, se non dentro di noi. Il nostro
vivere procede per metamorfosi. E sempre più minuta
diventa la realtà, fino a sparire. Dove una volta c'era una casa sicura,
adesso si presenta solo una forma escogitata, storta, tutta
appartenente al pensabile, come se stesse ancora tutta nella mente.
Ampie riserve di forza si crea lo spirito del tempo, senza figura
come la tensione palpitante che esso da tutto ottiene.
Templi non ne conosce più. Questo spreco, del cuore,
risparmiamo più segretamente. E se sopravvive qualcosa,
una cosa una volta pregata, servita, venerata in ginocchio -,
si protende, così com'è, nell'invisibile.
Molti non la sentono più, ma senza il vantaggio
di costruirla ora interiormente, con pilastri e statue, più grande!

Rainer Maria Rilke
Dalla settima elegia, Elegie duinesi

Nota riservata a coloro che amano gli esperimenti
Esperimento n. 3 - difficoltà: media
Si ripercorra a mente, interiormente, la settima elegia visitando la basilica di San Pietro.

Esperimenti precedenti:
n. 1 - difficoltà: elevata
n. 2 - difficoltà: bassa

martedì 7 giugno 2011

Mon (soi-disant) quartier

Doch auf fremden Plätzen war ihm eines
täglich ausgetretnen Brunnensteines
Mulde manchmal wie ein Eigentum.
Rilke, Der Fremde

Eppure in piazze straniere, su una pietra
di una fontana logora per il continuo passaggio,
 qualche volta una conca gli sembrava sua.
Rilke, Lo straniero

Ho trovato delle foto dell'arrondissement in cui abito, il 15°. Ha più di duecentomila abitanti, il che significa che potrebbe accogliere l'intera popolazione di Trieste. Alcune foto ritraggono delle strade che vedo ogni giorno ed una persino l'angolo della mia (per così dire) boulangerie. I rapidi calcoli che avevo fatto quando ho visitato quello che poi è diventato il mio (per così dire) appartamento, sembrano essere esatti: il secondo piano sembra bastare.
Avenue Emile Zola, 1928
Avenue Emile Zola, 1928
Avenue Emile Zola, 1928
48, avenue Emile Zola, 1949
Rue de La Convention, 29.1.1910
Rue de la Convention, 31.1.1910
Pont Mirabeau, 7.2.1910 
Pont Mirabeau, 7.2.1910 
Pont Mirabeau, 1914-1918
Gare de Javel, 1910
Pont de l'Estacade, 21.1.1910
Pont de l'Estacade, 21.1.1910
Boulevard de Grenelle, 1910
Métro Dupleix, 1910
Avenue Félix-Faure, 31.1.1910
Avenue Félix-Faure, 31.1.1910
Avenue Félix-Faure, 1910
Place Saint-Charles, rue du Théâtre, 31.1.1910
Quai de Grenelle, 1910
Boulevard de Grenelle, 1910
Boulevard de Grenelle, 1910
Place Charles-Michels, 1910
Place Saint-Charles, 31.1.1910
Place Saint-Charles, 31.1.1910
Rue Leblanc, gennaio 1910
Rue Lacordaire, 31.1.1910
Rue Lacordaire, 31.1.1910

lunedì 16 maggio 2011

Giovanni

Che mi si creda o meno, è da quando ho cominciato a leggere il suo blog, ad agosto dell'anno scorso, che penso al modo in cui potrei presentarvi Giovanni. Stasera ho realizzato che se continuo a pensare troppo al modo migliore per farlo, finisce poi che non lo faccio proprio più. Sono quindi disposta ad accettare tutte le imperfezioni del modo che vorrà emergere da questa bella serata di domenica di maggio, sperando che potrà accettarle pure lui.

Che mi si creda o meno, ci sono alcune coincidenze, che credo lui ancora almeno in parte ignori, di per sé banali, ma che in qualche modo ci accomunano e che sono per me fonte di positivo, gioioso confronto: non di sfida, che non mi interessa, di semplice confronto, e quindi di necessaria e sana autocritica. Mi limito ad esplicitare le più evidenti e macroscopiche, dalle più remote alle più vicine nel tempo: la nostra età differisce di qualche mese, abbiamo votato entrambi la prima volta alle elezioni europee del 1989 e l'abbiamo fatto nello stesso modo, viviamo entrambi all'estero, abbiamo un debole per Pinocchio, ci interessa la memoria e la scrittura come mezzo per elaborarla e conservarla, per quanto non senza una certa dose di disillusione e disincanto che non intacca il desiderio  e la necessità di provarci comunque, e, non da ultimo, lunedì scorso, mentre tutti parlavano della morte di bin Laden, entrambi, per molte ore, l'abbiamo ignorato perché entrambi stavamo volando.

Per rendergli davvero onore di quanto e di come scrive, dovrei analizzare a fondo i temi che affronta (nonostante un certo rigore nel percorso che sembra imporsi, non necessariamente confinati - come recita il sottotitolo del suo blog - a memoria e tecnologia) ma, soprattutto, il modo in cui lo fa, prima scomponendoli e poi ricomponendoli in un doppio percorso analitico e sintetico che finisce per offrire un quadro, una visione che non si ricompone mai nell'immagine iniziale. È qui che emerge uno dei talenti di Giovanni, da una parte nel suo apporto creativo basato su un metodo efficace, che avverto innato e spontaneo, dall'altra nella sua capacità di conquistare il lettore per un tempo ben più lungo di quello che è effettivamente impiegato per leggere i suoi scritti. Succede così che generalmente lo si legge il lunedì, ma è fino a domenica, in realtà, che si può continuare tranquillamente a ragionarci sopra. C'è poi un tocco finale, che del tutto probabilmente lui ignora, quello di indurre nel lettore la piacevole (per quanto erronea) sensazione che eventuali nuove conclusioni o - più spesso - nuove domande riescano ad emergere in modo autonomo ed originale: come a dire che leggere il suo blog tende ad aumentare sensibilmente l'autostima.

Per quando riguarda i temi, opto per passare ad offrirne un esempio concreto prendendo un suo post e riproponendolo qui senza il suo previo consenso, ma assumendomene pienamente responsabilità, eventuali rischi e contrappassi ed aggiungendovi, di mio, oltre che la mia personale, casalinga interpretazione del suo bellissimo, elegante inglese, solo un esergo. Nella versione originale, si chiamava F-f-f-falling.

C-c-c-cadendo


E noi che la felicità la pensiamo
in ascesa sentiremmo la commozione,
che quasi ci atterra sgomenti,
per una cosa felice che cade.
Rainer Maria Rilke, Elegie Duinesi, Decima Elegia, vv. 110-113
Poesie, II, 1908-1926, Einaudi-Gallimard, 1995
Traduzione di Anna Maria Giavotto Künkler

A 6 minuti e 2 secondi di The Big Snooze (1946), Bugs Bunny e un travestito Taddeo escono dal sogno che stanno ambedue avendo ed iniziano a cadere.



E cadono


e cadono


e cadono. 





Che spettacolo meravigliosamente snervante. Credo sia stata la Warner Brothers, piuttosto che la Disney, a perfezionarlo: la caduta libera prolungata – per buoni quarantadue secondi, in questo caso – verso quella che si potrebbe chiamare una morte incerta. Perché si sapeva che dietro ci sarebbe stata una trovata, ma non sempre la salvezza. In Devil’s Feud Cake (1962), Yosemite Sam muore veramente quando raggiunge il terreno, mentre spesso alla fine di un cartone di Bip bip è difficile essere sicuri che Willie il coyote non si farà male. Un esempio per eccellenza è offerto da Gee Whiz-z-z-z-z-z-z (1956), in cui il coyote implora con successo che lo spettacolo finisca prima di raggiungere il fondo del dirupo. 
Che ne direste di finire questo cartone prima che tocchi terra?




Ma quello che rende le più fantastiche scene di caduta prolungata così snervanti è il terrore esistenziale che attanaglia i personaggi dei cartoni mentre fissano quella che loro appare essere una morte reale. Quei quarantadue secondi in The Big Snooze sono saturi del tormento urlato di Taddeo, reso ancora più sconvolgente dalla nonchalance di Bugs, mentre la discesa in picchiata dell'aereo lunga un minuto di Falling Hare (1943) dà a questi abbastanza tempo per passare attraverso diversi stadi di sofferenza, inclusa la rabbia, 



la depressione, 



e l'accettazione.






Alla fine l'aereo finisce senza carburante, fermandosi stridendo a qualche centimetro da terra, e Bugs torna a fare lo spiritoso prima che 'That's All, Folks!' abbia il tempo di balenare sullo schermo, ma la rapida, sciocca soluzione non scioglie completamente la tensione, né fa dimenticare il tempo concesso a contemplare la fine della vita.


Ci si ritrova anche con un dilemma filosofico: i personaggi dei cartoni animati sono indistruttibili? Willie il coyote ovviamente prova dolore, cade con rassegnazione, ma senza apparente paura di morire. Farà un buco nel terreno e ne uscirà scalandolo, o butterà fuori un grande sbuffo di polvere di canyon e ritornerà nella scena successiva. Nello splendido Russian Rhapsody (1944), Hitler veramente cerca di accelerare la propria caduta libera per uscire da sotto un bombardiere in picchiata, e atterra sui propri piedi incolume solo per essere schiacciato dall'aereo. Ma quando Bugs precipita dal cielo, ha bisogno di un dispositivo, di una trovata o di uno stratagemma che lo fermi dal raggiungere il terreno in velocità. In The Big Snooze non ha paura perché ha con sé una bottiglia di tonico per capelli che ‘ferma la caduta delle lepri’. In Hare Lift (1951) e in Devil’s Feud Cake, tira un ‘aerofreno’ e l'aereo riesce miracolosamente a fermarsi. In High Diving Hare (1948) resta sospeso a mezz'aria e fa la battuta:

So che questo sfida la legge di gravità, ma, vedete, non ho mai studiato legge. 
Maggiore è il pericolo, più stupido è l'effetto finale, o maggiore l'inganno. Chiaramente quello che contava per i realizzatori del film era la caduta di per sé, la possibilità di giocare con le aspettative degli spettatori e di creare una improbabile, quasi insopportabile suspense. Qualcuno sull'orlo del precipizio non era affatto una novità neanche allora. Harold Lloyd l'aveva traformata in una forma d'arte, soprattutto nel suo famoso Preferisco l'ascensore del 1923, da cui è tratta questa celebre immagine: 






Lloyd, Keaton e Chaplin erano personaggi dei cartoni ante litteram, solo marginalmente meno elastici e in fin dei conti più distruttibili. Potevano resistere a un sacco di maltrattamenti fisici, ma non li si poteva semplicemente  buttar giù da un aereo o da un edificio perché non ci sarebbe stato modo di salvarli. Nel 1988, Robert Zemeckis mischiò le cose facendo cadere Bob Hoskins da un edificio da cartone animato, in una lunga sequenza – di oltre un minuto – di esplicito omaggio a quei cartoni animati del tempo di guerra della Warner Brothers. E Joel ed Ethan Coen avevano pensato ovviamente ad entrambi i precedenti, e a quello di Harold Lloyd, nelle due scene di caduta di Mister Hula Hoop (1994). La prima, lunga quarantaquattro secondi, segue il salto suicida di Waring Hudsucker, l'amministratore delegato delle Industrie Hudsucker di fronte al suo consiglio di amministrazione, mentre nella seconda, che dura diversi minuti tra altre sequenze, il nuovo amministratore delegato Norville Barnes scivola dal cornicione dello stesso edificio e finisce per essere salvato dall'addetto alle pulizie, che incastra un manico di scopa tra gli ingranaggi del gigantesco orologio, fermando così il tempo. 










Dal punto di vista formale, il film dei Coen era un cartone animato filmato, e in tal senso ricercato. Nel 2007 i realizzatori di Mad Men sono ritornati alla forma reale per metaforizzare stilisticamente il cadere e la caduta di Don Draper. 






Ma quello che questi esempi recenti hanno in comune è che il dramma viene meno: il calcolo dietro lo spettacolo è sin troppo evidente, come le funi che sostengono l'artista di discesa con la corda ne L'uomo che cade di Don DeLillo, che rappresenta di nuovo quel fermo immagine iconico di un uomo che cade dalla Torre Nord del World Trade Centre. 


Tuttavia all'epoca della farsa hanno complessivamente preso la caduta più seriamente. Harold Lloyd nel compiere le sue acrobazie che sfidavano la morte e nel rappresentare i ruggenti anni Venti come un decennio passato su un cornicione, Robert Clampett e i suoi compagni alla Warner Brothers mettendo in questione la marcia verso la vittoria della propaganda del tempo di guerra con i loro eroi e - assieme - farabutti in caduta interminabile e tortuosa dal cielo. Non solo immagini di cadute, ma immagini della Caduta, proprio quando le truppe sovietiche marciavano su Majdanek e poi Auschwitz e gli alleati su Buchenwald. C'è ovviamente la tentazione di leggere tutta l'arte di quell'epoca come una sinistra allegoria, col rischio di esagerare, ma d'altra parte sarebbe difficile sapere che altro fare della spiccata bizzarria di quei cartoni della Warner Brothers, del loro ossessivo oscillare tra la sciocchezza e la precisione. 



A decenni di distanza viviamo in tempi finali diversi. Non cadiamo più a testa in giù, ma altrettanto inesorabilmente, e abbiamo bisogno di trovare delle immagini aggiornate, che calzino. A questo proposito trovo il titolo dell'ultimo romanzo di James Meek molto suggestivo: We Are Now Beginning Our Descent. La tirerà probabilmente per le lunghe, con ancora più spazio per la rabbia e per lo scendere a patti. E poi forse alla fine toccheremo il suolo dolcemente e in sicurezza, solo per aprire le porte della cabina su un mondo in cui non vivremo più.