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giovedì 25 aprile 2013

Retorica su: lo sbandamento, il principio "resistenza"


I

Ma che cosa è questo momento, cielo
di azzurro senza danno mai danno
o di paziente fumo.
E affilare e affiorare:
indenni come cospirò tutto a farli.
Io non vedo nulla e recito senza sforzo
o con sforzo una vita.
Noi non sappiamo: solo un cielo-celeste
e una terra dirotta ma celeste alla fine sugli orli.
Salire, fumo, salire globo a globo nel sommo;
cantare, cicala-ruscello, pendere, fico.
Röslein rot, rosellina tra le spine
spinami eccomi qui.
Alt visita annullata fuoricampo
non è tedesco né italiano, siamo tutti tra i minori
come l'erba è minore, come la rugiada.
L'uomo avviene e viene
tu salti oltre la strada e l'affossamento
oltre il vallo ed il fumo.
Rapido salti
ma t'ho veduto.
«Vedere».

II

Piccolissimo.
E quanti insetti e forse il bru-bruciore
dove ci si divezza per sempre.
E il sangue è sempre tanto, tanto! Il vero eccesso.
E anche l'arma che arma è presto terragna
è ruggine e da tanto
i suoi
i congegni
penso e non realizzo.
E volare «volare»: è ciò che non divaga
che apre all'altissimo
volare è un insetto, issimo, ed è - credo - santo.
Lo credo. Da qui. Ma qui dalla terra
scavalcato arretrato indietro indietro lasciato
sempre ipotesi allures canovacci
reggo, sempre, e «fantasie di colline».
Recito l'asma-vita: la poesia del ruscelletto
la grammatica l'universale
mais le fragole, oltre il fumo della cremazione
la paura il punto disseccato. Il non protetto
il non detto.

III

Orientarsi poco, in tutto. Essere in disordine
essere per forza morti e spesso
dichiaratamente
retorici e sciocchi o miseramente
vicini vicini all'orientamento.
Oh retorico amore
opera-fascino.
Non saltare e saltare al di là di questo cerchio
non promuoversi e promuoversi oltre.
Ardeva il fascino e la realtà
conversando convergendo
horeb ardevi tutto d'arbusti
tutto arbusto horeb il mondo ardeva.
E aveva una sola parola
(non è vero, no,
questa espressione è la punta di diamante
del retorizzamento, lo scolice della
sacramentale contraddizione,
ma vedi come ne sono...)
male ascoltata
bene ascoltata
una sola parola che diceva
e diceva il dire
e diceva il che. E. Congiungere. Con.
Torna, dove sei?
Torna: nel seno della cremazione
dai fieni cremati
torna io-noi, Hölderlin,
dipana il semplice sempre più semplice,
corri corri arrivano;
battaglione lepre, brigata-coniglio,
all'assalto: è il tempo
dell'opus maxime oratorium.
Una riga tremante Hölderlin fammi scrivere.
Sì? Nel fascino tutto conversa converge?

IV

E ho mangiato anche quel giorno
- dopo il sangue -
e mangio tutti i giorni
- dopo l'insegnamento -
una zuppa gustosa, fagioli.
Posso farlo e devo.
Tutti possono e devono.
Bello. Fagiolo. Fiore.

V

Scorci di Lorna, beni profondi.
Bene è la sera dove rintracciai
un color viola. Una cosa-sorte. Nascondi
bene, nuvola, bene, terra che non ti ritrai.

E delicato è il mio gesto nel mostrare
sé alla sera, nel dirimere fronde.
Messo t'ho innanzi, ora snella t'appare
la figura, scatta si confonde.

«Dormo»? Ma che è questo somatico, mentale
attimo. Che coagulo o vetta?
Che va emergendo, oro valore sale;
che sapore mi serra nella sua selva stretta

liofilizzata e sempre-nidi aromi
dendriti morti e risorti e tremendi
nel salvare nel resistere, pomi
larvali larvali incendi

e farsi dell'energia, del campo
tutto frugifero, dell'ingegno in gemma;
versato il tuorlo gettato lo stampo
testo ave ad ave avanzante, lemma a lemma:

e giorgioni al lavoro per entro tempeste
e molti hitler e molti altri inghippi
e zuppi i pennelli di inillustrabile e teste
sceltissime, filosofanti, e frottole e scippi

magnifici di p-poeti. Bosco rumore di fondo
rumore puro sai tutto, mi vinse
per sempre mi vinse invivandomi il tuo girotondo.
Scorci di Lorna, bene in cui si strinse
per l'ultimo sguardo l'ultima virtù.

VI

Quelle sarebbero state le parole finali
ma... Ancora il fascino?
Il fascino e il principio. E voi che veramente
precipitavate rotolavate fuori, giù dall'agosto.
Ma... La staffetta valica le forre e gl'incendi
le rovine che vorrebbero prendere forma di rovine
i mosaici laggiù i piumaggi,
fortemente storicizzato
nel senso della microstoria
è questo suo affannarsi e retorico e fuori tempo massimo.
Va' corri. Spera una zuppa di fagioli
spera arrivare possedere entrare
nel templum-tempus.
Contemplare. Tempo ottimo e massimo.
E tutto questo fu veduto
come strisciando sull'erba, da terra
o da terra a terra o brevissimo
terra-aria aria-terra zoom

L'azione sbanda si riprende
sbanda glissa e


Andrea Zanzotto
La beltà

venerdì 12 aprile 2013

Mondo pinoso mondo nevoso ovvero detto a Zanzotto: "Eccoti una pinzetta e una graffetta: ne tengo sempre da parte una coppia per le grandi occasioni"

Tra Geoffrey Hill e Carol Ann Duffy, vale a dire tra dichiarazioni relativamente condivisibili del primo (l'arte genuinamente difficile è veramente democratica, mentre la tirannide richiede semplificazione) e relative poesie che purtroppo non sopravvivono alla camicia di forza delle stesse dichiarazioni:

But hear this: that which is difficult
preserves democracy; you pay respect
to the intelligence of the citizen.
Basics are not condescension. Some
tyrants make great patrons. Let us observe
this and pass on. Certain directives
parody at your own risk. Tread lightly
with personal dignity and public image.
Safeguard the image of the common man.
(Da On reading Crowds and power di Geoffrey Hill)

e dichiarazioni disarmanti (le poesie sono una forma di messaggistica) almeno quanto alcune delle poesie della stessa autrice:

Cold pavement indeed
the night you died,
murdered;
but the airborne drop of blood
from your wound
was a seed
your mother sowed
into hard ground –
your life's length doubled,
unlived, stilled,
till one flower, thorned,
bloomed
in her hand,
love's just blade. 

(Stephen Lawrence di Carol Ann Duffy)


io, se proprio devo scegliere, sto con Zanzotto. È una posizione meno comoda di quel che si potrebbe pensare: tutto un cercare pinzette per raccogliere, ad una ad una, parole ed annotarle e graffette per unire i fogli degli appunti in fascicoletti, alla ricerca di un nesso - se non proprio di un senso in sintonia - col mondo. Pinzette per un lavoro metodico, di precisione, immane. Graffette per unire e disunire pagine, comporle e scomporle, ovvero per dare spazio a tentativi, ripensamenti, correzioni e ripartenze, e questo è un lavoro senza fine. E poi, per quando Zanzotto decide di venire a farmi visita, identificare una pinzetta ed una graffetta speciali, da mettere da parte appositamente per lui.


Sì, ancora la neve

“Ti piace essere venuto a questo mondo?”

Bamb.: Sì, perché c’è la STANDA”.

Che sarà della neve
che sarà di noi?
Una curva sul ghiaccio
e poi e poi… ma i pini, i pini
tutti uscenti alla neve, e fin l’ultima età
circondata da pini. Sic et simpliciter?
E perché si è – il mondo pinoso il mondo nevoso -
perché si è fatto bambucci-ucci, odore di cristianucci,
perché si è fatto noi, roba per noi?
E questo valere in persona ed ex-persona
un solo possibile ed ex-possibile?
Hölderlin: “siamo un segno senza significato”:
ma dove le due serie entrano in contatto?
Ma è vero? E che sarà di noi?
E tu perché, perché tu?
E perché e che fanno i grandi oggetti
e tutte le cose-cause
e il radiante e il radioso?
Il nucleo stellare
là in fondo alla curva di ghiaccio,
versi inventive calligrammi ricchezze, sì,
ma che sarà della neve dei pini
di quello che non sta e sta là, in fondo?
Non c’è noi eppure la neve si affisa a noi
e quello che scotta
e l’immancabilmente evaso o morto
evasa o morta.
Buona neve, buone ombre, glissate glissate.
Ma c’è chi non si stanca di riavviticchiarsi
graffignare sgranocchiare solleticare,
di scoiattolizzare le scene che abbiamo pronte,
non si stanca di riassestarsi
- l’ho, sempre, molto, saputo -
al luogo al bello al bel modulo
a cieli arcaici aciduli come slambròt cimbrici
al seminato d’immagini
all’ingorgo di tenebrelle e stelle edelweiss
al tutto ch’è tutto bianco tutto nobile:
e la volpazza di gran coda e l’autobus
quello rosso sul campo nevato.
Biancaneve biancosole biancume del mio vecchio io.
Ma presto i bambucci-ucci
vanno al grande magazzino
- ai piedi della grande selva -
dove c’è pappa bonissima e a maraviglia
per voi bimbi bambi con diritto
e programma di pappa, per tutti
ferocemente tutti, voi (sniff sniff
gran gnam yum yum slurp slurp:
perché sempre si continui l’”umbra fuimus fumo e fumetto”):
ma qui
ahi colorini più o meno truffaldini
plasmon nipiol auxol lustrine e figurine
più o meno truffaldine:
meglio là, sottomano nevata sottofelce nevata…
O luna, ormai,
e perfino magnolia e perfino
cometa di neve in afflusso, la neve.
Ma che sarà di noi?
Che sarà della neve, del giardino,
che sarà del libero arbitrio e del destino
e di chi ha perso nella neve il cammino
(e la neve saliva saliva – e lei moriva)?
E che si dice là nella vita?
E che messaggi ha la fonte di messaggi?
Ed esiste la fonte, o non sono
che io-tu-questi-quaggiù
questi cloffete clocchete ch ch
più che incomunicante scomunicato tutti scomunicati?
Eppure negli alti livelli
sopra il coma e il semicoma e il limine
si brusisce e si ronza e si cicala-ciàcola
- ancora – per una minima e semiminima
biscroma semibiscroma nanobiscroma
cose e cosine
scienze lingue e profezie
cronaca bianca nera azzurra
di stimoli anime e dèi,
libido e cupìdo e la loro
prestidigitazione finissima;
è così, scoiattoli afrori e fiordineve in frescura
e “acqua che devia
si dispera si scioglie s’allontana”
oltre il grande magazzino ai piedi della selva
dove i bambucci piluccano zizzole…
E le falci e le mezzelune e i martelli
e le croci e i designs-disegni
e la nube filata di zucchero che alla psiche ne vie?
E la tradizione tramanda tramanda fa passamano?
E l’avanguardia ha trovato, ha trovato?
E dove il fru-fruire dei fruitori
nel truogolo nel buio bugliolo nel disincanto,
dove, invece, l’entusiasmo l’empireirsi l’incanto?
Che si dice lassù nella vita,
là da quelle parti là in parte;
che si cova si sbuccia si spampana
in quel poco in quel fioco
dentro la nocciolina dentro la mandorletta?
E i mille dentini che la minano?
E il pino. E i pini-ini-ini per profili
e profili mai scissi mai cuciti
ini-ini a fianco davanti
dietro l’eterno l’esterno l’interno (il paesaggio)
dietro davanti da tutti i lati,
i pini come stanno, stanno bene?

Detto alla neve: “Non mi abbandonerai mai, vero?”

E una pinzetta, ora, una graffetta.

Andrea Zanzotto
La beltà, 1968

martedì 18 ottobre 2011

()

(quant mèjo un taser fondo, taser e lèderte)

.

giovedì 21 aprile 2011

Verso il 25 Aprile

Si proporrebbe quasi l'abolizione di tutte le commemorazioni ufficiali connesse a quelli che si possono dire sacrifici umani. Questi sacrifici non tollerano, proprio in relazione ad una loro infinita "distanza dalla storia", che pure fondano (?), alcuna forma di avvicinamento o riavvicinamento per semplice via di commemorazione, tanto più se ritualizzata e ciclica (com'è ad esempio la festa della Liberazione, il 25 Aprile, in Italia).
Andrea Zanzotto, Idioma

Trissotin:
Vous avez le tour libre, et le beau choix des mots.
Vadius:
On voit partout chez vous l'ithos et le pathos.
(MOLIÈRE; Les femmes savantes)


Nel tempo quando avevo i sentimenti,
            da cui nessuna forza poteva ripararmi
            nessun noa né tabu

il 25 aprile andando per i cippi
dei caduti, come per le stazioni di un calvario,
sopraffatto tremavo, e poi dalla piccola compagnia mi defilavo
                            come in una profonda definitiva pioggia.
Il vostro perire - nel sacro della primavera -
mi sembrava la radice stessa di ogni sacro.
Anche se per voi, certo, non lo era.
Anche se eravate scomparsi una sera
presi da batticuore, ormai rimossi da impatti col vivente
proprio per l'essere stati fino-al-picco del vivere.
Io no. Scrivevo in quegli anni entro gli annali della mia morte,
deliravo sul verde delle piante, sulla beltà,
senza perdonarmi ignoravo, quasi, ogni assenza
                   e svanimento con me, nella mia omertà.
Ora mi pare di vedere, con onesta ebetudine
e insipidire dei sentimenti, il tradirsi
di tutto in molte friabili forme
senza arrivare a un niente veramente accettabile,
                    reo totale come si vorrebbe;
                  
                    e l'adombrarsi di ora in ora
mi pare una fatata legge, con una sua eleganza,
                    e il silenzio non dista dal grido -
  piamente connessi chi sa dove
  entro la tresca fuggente di questi prati e forre. Ma:
                  lo sterminio è ovunque e sempre in atto
mai c'è stato armistizio dopo l'eroica emergenza
                  e la morte-di-paglia si fa di gran lunga più orribile
                        che quella per piombo nel tempo sadico/mitico.

Allora: vedere senza battere ciglio, come al frullare
dello sgricciolo nulla batte ciglio
tra gli spogli cespugli del clivo di Carbonera.
È questa dunque la saggezza perversa della sera?
È questa la congiunzione alla sapienza,
la farneticata ieri come vera
           congiunzione al coraggio?
Ora, compagni, amici, né-amici, né-compagni -
dèi per me malgrado voi stessi -
avvicinandomi per cumulo di età
                   e per corrosione a quel punto
in cui voi foste allora -
mi riconduco, osando muto, ad allora, per voi;
e sono partecipe, finalmente, delle azioni
da cui mi distoglieva il deliquio amoroso e pauroso
anche se in esse ero travolto.                       Mi pare.

.......................................

Mi pare, e con mano assisto la tenerezza e il profumo
non ancora del tutto spento,
e i tracciati dei viottoli i fogliami e i filamenti vitali;
con mano assodo i pregi dell'essere vissuto,
                                 e passato a un millimetro da dove
                     la selva e il vostro sangue
si sfiniscono, incespicano, sputati fuori mano.

Ma se ancora si gira per i cippi
                            - emersi a picco -
                            - nel sacro della primavera -
su cui segni scivolano immolati
al rituale autovomitarsi di ogni storia
al non-farsi-capire di ogni ammicco,
allo sbrindellarsi del tessuto di comuni allusioni,
mi ribello, ribelle come voi allora,
e mi traluce bruciando un disincarnamento di me, del mondo,
mi s'impone un giusto adorare penando
un giusto richiamarsi all'obbligo
di ethos e pathos anche se i più arcanamente sfigurati
un giusto bestemmiare moduli e ragioni, nel furore
di un pianto che l'archiatra sommo dirà causato
dal remoto, dal lontano, dall'-alto-dei-cieli, dal vietato
ad ogni aggancio - mera verberazione
fustigazione compiuta a mio danno da falsi paesaggi
                                                   interni ed esterni
o semplicemente «da stanchezza, da insonnia».
                        E, sono pronto, insonnia
fuoco e parto che non si rilassa, intrigoso braciere.
Ecco, capisco che la praxis la poiesis adescano solo poche cose
quando vedo i vostri nomi
nemmeno sforzarsi più di galleggiare sulla pietra
e voi non siete più qui, né altrove; noi v'inseguiamo
lungo il falso itinerario dei cippi, sudando, o sotto i rovesci della pioggia
                        delle memorie, delle folate eroiche;
         se nemmeno in questo-qualche-modo siete ormai stati,
                        nemmeno, ora, noi, siamo, qui.
Allora soltanto se un'insonnia
bestemmiante braciere ripeterà i vostri nomi
                        nei luoghi dell'insonnia, della pretesa
Ecco queste sono le pretese dell'insonnia
anche questo pretendere di darne interpretazioni
                        ithos                          pathos
                        bestemmiarono i cespugli sommessamente
                        cippi           hipnos                        pretendere

.......................................

Per me il buon calore e il tanto latte dei sentimenti
Ebbe sempre nel fondo un elemento di nera esaltazione.
Erano ferite dentro le colline
Nei fianchi giovani e amorosamente annosi del folto;
e io le vedevo e amavo
cercavo di sopperire a quanto esse esigevano.
In quel mio remoto
smontare e rimontare oggettini – da
fanciullo iracondo, implacabile –
voi che innocenti come guizzi di ruscello
come stellari girini svaniste nel sangue,
ora entrate – o eravate già entrati allora?
E, non so come, fate vostro quel ch’era mia turpe sacralità,
lo portate sensuato e senziente
                nel vostro assoluto assolvimento
                in ciò che punta i piedi seppur
                senza più rendersene conto
                non culla non tomba non segno
                e neppur scoppiettare maligno d’insonnie/sogni
                (ithos)                                      (pathos)

Andrea Zanzotto, Idioma, Mondadori 1986

*

Elezioni politiche del 2008 - Senato - Comune di Pieve di Soligo


Affluenza: 82.85%


Lega Nord: 34.3%
Il Popolo della Libertà: 28.4%
Partito Democratico: 18.8%
Unione di Centro: 5.0%
Di Pietro Italia dei Valori: 4.4%
La Destra - Fiamma Tricolore: 2.9%
Altri: 2.74%
Liga Veneta Repubblica: 1.7%
La Sinistra L'Arcobaleno: 1.4%


Silvio Berlusconi: 2121 (Lega Nord), 1760 (Il Popolo della Libertà) = 3881 (62.77%)
Walter Veltroni: 1164 (Partito Democratico), 277 (Di Pietro Italia dei Valori) = 1441 (23.31%)
Pier Ferdinando Casini: 310 (Unione di Centro)
Daniela Garnero Santanché: 181 (La Destra - Fiamma Tricolore)
Giorgio Vido: 110 (Liga Veneta Repubblica)
Fausto Bertinotti: 91 (La Sinistra L'Arcobaleno)
Enrico Boselli: 35 (Partito Socialista)
Stefano Montanari: 30 (Per il Bene Comune)
Roberto Fiore: 23 (Forza Nuova)
Sergio Riboldi: 21 (M.E.D.A)
Marco Ferrando: 19 (Partito Comunista dei Lavoratori)
Flavia D'Angeli: 17 (Sinistra Critica)
Stefano De Luca: 14 (Partito Liberale Italiano)
Carlo Covi: 10 (L'Intesa Veneta)


Ministero dell'InternoIl Sole 24 Ore

18 aprile 1948, Senato, Collegio Vittorio Veneto - Montebelluna
25 maggio 1958, Senato, Collegio Vittorio Veneto - Montebelluna
19 maggio 1968, Senato, Collegio Vittorio Veneto - Montebelluna
3 giugno 1979, Senato, Collegio Vittorio Veneto - Montebelluna
5 aprile 1992, Senato, Collegio Vittorio Veneto - Montebelluna
13 maggio 2001, Senato, Collegio Vittorio Veneto, Comune Pieve di Soligo

lunedì 2 agosto 2010

Il nome di Maria Fresu

E il nome di Maria Fresu
continua a scoppiare
all'ora dei pranzi
in ogni casseruola
in ogni pentola
in ogni boccone
in ogni
rutto − scoppiato e disseminato −
in milioni di
dimenticanze, di comi, bburp.

Andrea Zanzotto, Idioma, Mondadori, Milano, 1986


And the name of Maria Fresu
continues to explode
at mealtimes
in every saucepan
in every pot
in every mouthful
in every
belch - exploded and spread -
in millions of
forgettings, comas, bburps.

giovedì 22 luglio 2010

quant mèjo un taser fondo, Eusebio

Par questo, asséi difizhil no basta che stranbo
me par mandarte, Eusebio, par casa versi -
co no fusse un de quei sonet tajadi justi come stèle,
che se uséa meter dò al ciaro de'n mòcol,
co la gabana ados inte 'l fret dei gran tènp del passà.
Ris'ce cussì 'sta òlta de intrigarme
e de inverigolarme pèdo che par al solito;
quant mèjo un taser fondo, taser e lèderte.

Andrea Zanzotto, Da Par i otanta ani de Montale

Per questo, molto difficile oltre che strano
mi sembra, Eusebio, mandarti versi per casa -
non fosse uno di quei sonetti tagliati alla perfezione come schegge,
che si usava buttar giù al chiaro di una candela,
con la gabbana addosso nel freddo dei gran tempi del passato.
Rischio così questa volta di impappinarmi
e di contorcermi peggio del solito;
quanto migliore un tacere profondo, tacere e leggerti.



Cheti cheti immantinente
Zitto zitto, piano piano

martedì 15 giugno 2010

ma che mi interessa ormai degli idiomi?/не ваш - sere sforbiciate via verso il niente/поздно ночью, в уснувшей долине - aldilà/ниоткуда

Alto, altro linguaggio, fuori idioma?

Lingue fioriscono, affascinano
inselvano e tradiscono in mille
        aghi di mutismi e sordità
sprofondano e aguzzano in tanti e tantissimi idioti
Lingue tra i cui baratri invano
si crede passare-fioriti, fioriti, in altissimi
        sapori e odori, ma sono idiozia
Idioma, non altro, è ciò che mi attraversa
in persecuzioni e aneliti di h j k ch ch ch
        idioma
        è quel gesto ingessato
        che accumula sere sforbiciate via verso il niente. Ma
pare che da rocks crudelmente franti tra
i denti diamantiferi, in
ebbri liquori vengano gl'idiomi!
Pare, ognuno, residuo di sé, di
io-lingua, ridotto a seduzione!
Ma vedi come - in idioma - corra i più orribili rischi
la stessa nebbia fatata del mondo, stock
di ogni estatico scegliere, di ogni devozione
        E là mi trascino all'intraducibile perché
        fuori-idioma, al qui, al sùbito,
        al circuito chiuso che pulsa
        al grumo, al giro di guizzi in un monitor
Non vi siano idiomi, né traduzioni, ora
        entro il disperso
        il multivirato sperperarsi in sé
        di questo ritornante attacco dell'autunno.
"Attacco", "traduzioni", che dissi? O
altri sinonimi h j k ch ch ch
sempre più nervosamente adatti, in altri idiomi?
Ma che mi interessa ormai degli idiomi?
Ma sì, invece, di qualche
piccola poesia, che non vorrebbe saperne
ma pur vive e muore in essi - di ciò mi interessa
e del foglio di carta
per sempre rapinato dall'oscurità
ventosa di una ValPiave
davvero definitivamente
canadese o australiana
                        o aldilà(1).

Andrea Zanzotto, Idioma, 1986


Часть речи

Ниоткуда с любовью, надцатого мартобря,
дорогой, уважаемый, милая, но неважно
даже кто, ибо черт лица, говоря
откровенно, не вспомнить, уже не ваш, но
и ничей верный друг вас приветствует с одного
из пяти континентов, держащегося на ковбоях;
я любил тебя больше, чем ангелов и самого,
и поэтому дальше теперь от тебя, чем от них обоих;
поздно ночью, в уснувшей долине, на самом дне,
в городке, занесенном снегом по ручку двери,
извиваясь ночью на простыне --
как не сказано ниже по крайней мере --
я взбиваю подушку мычащим "ты"
за морями, которым конца и края,
в темноте всем телом твои черты,
как безумное зеркало повторяя.

Иосиф Бродский


Parte del discorso

Da nessun luogo con affetto, addì
martembre(2), caro egregio diletta, ma non importa chi,
perché i tratti del volto, a dire il vero,
non li ricordo più, il non vostro
certo, ma neanche di nessuno
fedele amico vi saluta da uno
dei cinque continenti, fondato sui cow-boys; io
ti ho amato più degli angeli e di Lui
e perció ora sono lontano da te più che da loro;
ad ora tarda, in fondo a una valle che dorme,
in un paese con la neve a mezza porta,
torcendomi di notte sul lenzuolo,
(così come in ogni caso qui sotto non è detto)
sprimaccio il mio cuscino, "tu" mugghiando,
oltre mari finiti, con tutto il corpo i tuoi tratti
nel buio, come uno specchio folle, ripetendo.

Josif Brodskij
(1976)
Poesie 1972-1985, a cura di Giovanni Buttafava, Adelphi, 1986

(1) in un'altra versione, ho trovato "chi sa".
(2) nelle traduzioni italiane delle Memorie di un pazzo di Gogol', cui la data rimanda, generalmente si trova marzobre, l'86 marzobre, il giorno in cui, dopo oltre tre settimane di assenza dal lavoro, il pazzo decide di andarci per scherzo.

giovedì 13 maggio 2010

Come sarebbe se volessimo sul piede giusto ripartire



Tavoli, giornali, alba pratalia

Che "è vento da neve", che "stagna, anzi"
e "la padrona ha una cugina, anzi due"
"gemelle, che assomigliano a lei" "e in tre fanno
confondere tutti"
    "sbatte le porte e viene freddissimo dentro"
    (27 dicembre 1976
     osteria vicina alla Porta con l'Orologio). Dentro:
nulla di più vasto di quei tavoli
dove ogni possibilità storica e metafisica
esce, scivola fuor dalla guaina e certamente (sost.) e derivati
                   sta-e-stanno tra macchie
di vino e segni di piattini         e lustro e fragili pattumi.
Un lustro appena indiziario -
da certi tavoli -
che sbanda e se ne va per conto suo così di sbircio
che va al lontanante
following nothing nothing
getting up getting on
un lustro qui venuto, ai tavoli, e ormai sfuggente
                    da una ben nota Emmaus dai fari anabbaglianti
    Qualcosa si altera stupendamente nel suo aderire
    al punto più basso della realtà del tavolo
    low sunshine          "suo" lucido e sguancio
Hanno poi confermato i due
    pensionati che - qui - è -
    dolcissimo esser chiusi nell'ovo della pensione
    e dell'osteria
e che: i riflessi del vino-ombretta nel calice
    bevuto "in modo che, se la moglie entra,
    sembri il primo calice", i contorni
    di tale vino i segni indiziarii
    di tale resto di vino -
         fanno un cerchiolino imprigionito nel calice -
         tutto vi si lascia
    cogliere e sciogliere
    comprese alcune domande che si sporgono, soltanto, così,

E il vento scopa via la morte che non ci sente per niente
o la persuade a recarsi a ritirare la pensione
giù all'ufficio, se mai fosse aperto
E il freddo scopa via l'orrido millepiedi
                  e il '76 con i suoi 366 peduncoli di sventure
E verrà Epifania che tutte le feste scopa via
meno che i vecchi eterni di pensioncine
       e mogli sorvegliatiche,
       e men che mai padroncine gemelle 1+1+1 cugine

Davvero gronda di fato il giornale
di qui che, appunto, non reca nessuna notizia
ma è come se ne recasse - oh -
       quai vive stelle, notizie che fate noto il niente,
       notizia suppergiù, emanante, gazzetta abrasa, ad angolo radente
       che accenna perfino talvolta a un rametto
       che il vento (quello di cui sopra) ha spezzato nel bosco -
       a dieci fili d'erba calpestati da un ragazzino
       a "si ferisce con una lamiera"
       alla cena di tutti quelli che si chiamano Mario
       alla neve del '76 che forse
       forse, qui in osteria, sul giornale, supererà quella
       degli ultimi cinque, anni o secoli, che fa?

Osteria e voglia di giornale vuoto
Osteria: sbattetevi i piedi per bene, entrando:
                  dalle nudità delle nevi sbattetevi,
del gemmeo grumo sotto le scarpe camminanti
fate mucchio sulla porta,
sbattete via i piedi
già altissimi di nevi
          se vorrete sul piede giusto ripartire

Andrea Zanzotto, Fosfeni, 1983


La storia, Ritratti, Andrea Zanzotto, di Carlo Mazzacurati e Marco Paolini