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lunedì 11 novembre 2024

À la ligne

Trente minutes
C'est tout dire
La pointeuse est évidemment avant ou après le vestiaire
Suivant que l'on quitte ou prenne son poste
C'est-à-dire
Au moins quatre minutes de perdues
En se changeant au plus vite
Le temps d'aller dans la salle commune chercher un café
Les couloirs les escaliers qui ne semblent jamais en finir
Le temps perdu
Cher Marcel je l'ai trouvé celui que tu recherchais
Viens à l'usine je te montrerai vite fait
Le temps perdu
Tu n'auras plus besoin d'en tartiner autant

Joseph Ponthus
À la ligne
Feuillets d'usine, 2019


Trenta minuti
Non serve dire altro
Il cartellino si timbra ovviamente prima o dopo lo spogliatoio
A seconda che si finisca o si cominci il proprio turno
Cioè
Almeno quattro minuti sprecati
Cambiandosi il più rapidamente possibile
È ora di andare nella sala comune a prendere un caffè
I corridoi, le scale che sembrano non finire mai
Il tempo perduto
Caro Marcel, l'ho trovato, quello che stavi cercando
Vieni in fabbrica, ti mostrerò in un attimo
Il tempo perduto
Non avrai più bisogno di dilungarti tanto

Alla linea (di produzione, dietro cui, volendo, si nascondono anche "a capo" et "con la lenza"), di cui quello sopra è un estratto, selezionato con molta difficoltà, sulla pausa lavoro, è un poema in prosa, un omaggio ad una classe che si dice non esistere più, privo di punteggiatura, che pure non esiste più in molti dei testi che ci si scambia nel quotidiano, la storia di un operaio interinale in una fabbrica di conservazione del pesce e in un mattatoio, quale Ponthus diventò per amore, in assenza, in Bretagna, di alternative migliori nonostante la sua formazione ed esperienza di educatore sociale, un operaio sfiancato fisicamente ma resistente intellettualmente grazie ad Apollinaire, Aragon, Cendrars, Dumas, ma anche Trenet e molti altri ricordi-salvagenti, che niente hanno potuto fare contro la malattia che se l'è portato via a 42 anni. Questo è un punto messo malvolentieri.

À la ligne, Julien Martinière, 2024, il fumetto che mi ha fatto conoscere Ponthus

martedì 16 agosto 2016

Je/Ich

Es gibt etwas, das Kafka mit Proust gemeinsam ist, und wer weiß, ob dieses etwas sich irgendwo sonst findet. Es handelt sich um ihren Gebrauch des 'Ich.' Wenn Proust in seiner Recherche du temps perdu, Kafka in seinen Tagebüchern Ich sagt, so ist das bei beiden ein gleich transparentes, ein gläsernes. Seine Kammern haben keine Lokalfarbe; jeder Leser kann sie heute bewohnen und morgen ausziehen. Ausschau von ihnen halten und sich in ihnen auskennen ohne im mindesten an ihnen hängen zu müssen. In diesen Schriftstellern nimmt das Subject die Schutzfärbung des Planeten an, der in den kommenden Katastrophen ergrauen wird.

Walter Benjamin

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C'è qualcosa di comune tra Kafka e Proust, e chissà se questo qualcosa si trova da qualche altra parte. Si tratta del modo in cui usano "io". Quando Proust nella sua Ricerca del tempo perduto o Kafka nei suoi diari dice io, in entrambi è un io ugualmente trasparente, vitreo. Le sue camere non hanno un colore locale; ogni lettore può abitarle oggi e traslocarne domani. Può continuare ad osservarle e riuscire a conoscerle senza dover minimamente affezionarvisi. In questi scrittori il soggetto assume la colorazione protettiva dei pianeti, che nelle imminenti catastrofi è destinata a volgere al grigio.