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martedì 10 settembre 2013

Porque a ortografia também é gente/Perché anche l'ortografia è una persona*

Sto cercando di capire la differenza tra totalitario e globale. Per il gusto di farlo e, in misura del tutto minore, per capire se abbiano dei punti in comune e quali siano. Me ne occupo nel tempo che riesco a crearmi e me ne occupo, banalmente, in ordine cronologico. Di conseguenza, non so ancora cosa voglia dire globale, anche se nel suo mare ci vivo ogni giorno, mi dicono, mentre sto mettendo da parte qualche elemento per farmi un'idea di cosa possano essere stati effettivamente gli stati totalitari e delle tracce che eventualmente sono riusciti a lasciare in eredità agli stati che hanno preso il loro posto.

Per il momento, mi sembra di aver cominciato a trovare delle coincidenze - non saprei come altrimenti chiamarle - tra il linguaggio e la logica di alcuni protagonisti presenti (inclusi sia i soggetti al potere sia non pochi dei loro antagonisti) e quelli degli stati totalitari, ad esempio se si considera la predisposizione di entrambi a creare una rappresentazione del mondo funzionale ai propri obiettivi, impermeabile ai fatti e alle loro evoluzioni, e basata su una memoria storica vuoi selettiva vuoi alterata ad arte.

Considerando gli strumenti di cui mi posso avvalere, le conclusioni, se mai ce ne saranno, saranno lunghe a venire e sofferte, soffertissime. A proposito di linguaggio, ad esempio, leggendo il testo Victor Klemperer, repenser le langage totalitaire,  sous la direction de Laurence Aubry et Béatrice Turpin, CNRS éditions, 2012, ho trovato, nello spazio di appena qualche pagina iniziale, perle come:
"un ou plusieurs membres des escouades, "squadri", du parti fasciste";
"Quella metà che vide definitiva la nostra feroce volontà totalitaria sarà perseguita con ancore maggiore ferocia";
"alla conquista plena, totalitaria de tutti le potere dello Stato";
"Der totale Staat wird keine Unterschied dulden"; e
"die liberale Machtstaaten".

Quelle souffrance.



*Não tenho sentimento nenhum político ou social. Tenho, porém, num sentido, um alto sentimento patriótico. Minha pátria é a língua portuguesa. Nada me pesaria que invadissem ou tomassem Portugal, desde que não me incomodassem pessoalmente. Mas odeio, com ódio verdadeiro, com o único ódio que sinto, não quem escreve mal português, não quem não sabe sintaxe, não quem escreve em ortografia simplificada, mas a página mal escrita, como pessoa própria, a sintaxe errada, como gente em que se bata, a ortografia sem ípsilon, como o escarro directo que me enoja independentemente de quem o cuspisse. Sim, porque a ortografia também é gente. A palavra é completa vista e ouvida. E a gala da transliteração greco-romana veste-ma do seu vero manto régio, pelo qual é senhora e rainha.

Bernardo Soares, Gosto de dizer

Non ho alcun sentimento politico o sociale. Eppure ho, in un certo senso, un alto sentimento patriottico. La mia patria è la lingua portoghese. Non m'importerebbe niente se invadessero od occupassero il Portogallo, a condizione che non mi disturbassero personalmente. Ma odio, con un odio vero, con l'unico odio che sento, non chi scrive male il portoghese, non chi non sa la sintassi, non chi scrive con un'ortografia semplificata, ma la pagina scritta male, come se fosse una persona vera; la sintassi sbagliata come se fosse gente da picchiare; l'ortografia senza ipsilon come uno sputo diretto che mi fa schifo indipendentemente da chi sputa. Sì, perché anche l'ortografia è una persona. La parola è completa se vista e sentita. E la gala della traslitterazione greco-romana me la veste col suo vero manto regio, per il quale è signora e regina.

Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares, traduzione di María José de Lancastre e Antonio Tabucchi, Feltrinelli, 2003

domenica 12 maggio 2013

Aviso aos náufragos

Esta página, por exemplo,
não nasceu para ser lida.
Nasceu para ser pálida,
um mero plágio da Ilíada,
alguma coisa que cala,
folha que volta pro galho,
muito depois de caída.

Nasceu para ser praia,
quem sabe Andrômeda, Antártida
Himalaia, sílaba sentida,
nasceu para ser última
a que não nasceu ainda.

Palavras trazidas de longe
pelas águas do Nilo,
um dia, esta pagina, papiro,
vai ter que ser traduzida,
para o símbolo, para o sânscrito,
para todos os dialetos da Índia,
vai ter que dizer bom-dia
ao que só se diz ao pé do ouvido,
vai ter que ser a brusca pedra
onde alguém deixou cair o vidro.
Não e assim que é a vida?

Paulo Leminski
Distraídos venceremos, 1987

Avviso ai naufraghi
Questa pagina, per esempio,
non è nata per essere letta.
È nata per essere pallida,
un mero plagio dall'Iliade,
qualche cosa che tace,
foglia che ritorna al ramo,
molto dopo la caduta.

È nata per essere spiaggia,
chi conosce Andromeda, l'Antartide
l'Himalaia, sillaba sentita,
è nata per essere ultima,
quella non ancora nata.

Parole portate da lontano
dalle acque del Nilo,
un giorno, questa pagina, papiro,
dovrà essere tradotta,
in simboli, in sanscrito,
in tutti i dialetti dell'India
o anche solo in italiano,
dovrà dire buongiorno
a quel che è solo sussurrato al mio orecchio,
dovrà essere la pietra rude
su cui qualcuno ha lasciato cadere il bicchiere.
Non è così che è la vita?

Verdura

De repente me lembro do verde
Da cor verde a mais verde que existe
A cor mais alegre, a cor mais triste
Verde que veste, verde que vestiste
O dia em que te vi
O dia em que me viste
De repente vendi meus filhos
A uma família americana
Eles tem carro, eles tem grana
Eles tem casa e a grama é bacana
Só assim eles podem voltar
E pegar um sol em Copacabana

Paulo Leminski

 
Caetano Veloso, 1981

All'improvviso mi ricordo del verde
dal color verde al più verde che esiste
il colore più allegro, il colore più triste
verde che vesti, verde che vestivi
il giorno che ti ho vista
il giorno che mi hai visto
All'improvviso ho venduto i miei figli
ad una famiglia americana
hanno l'automobile, hanno soldi
hanno una casa e l'erba è stupenda
solo così possono ritornare
e prendere il sole a Copacabana

(Censurata dal governo militare nel 1978, fu incisa nel 1981 due volte, una dal gruppo Blindagem e una da Veloso.)

sabato 11 maggio 2013

Bem no fundo

No fundo, no fundo,
bem lá no fundo,
a gente gostaria
de ver nosso problemas
resolvidos por decreto

a partir desta data,
aquela mágoa sem remédio
é considerada nula
e sobre ela - silêncio perpétuo

extinto por lei todo o remorso,
maldito seja quem olhar pra trás,
lá pra trás nã há nada,
e nada mais

mas problemas não se resolvem,
problemas têm família grande,
e aos domingos saem todos passear
o problema, sua senhora
e outros pequenos probleminhas.

Paulo Leminski
Distraídos venceremos, 1987


Ben in fondo

In fondo in fondo,
ma ben in fondo,
alla gente piacerebbe
vedere i nostri problemi
risolti per decreto

a partire da questa data,
questo dolore incurabile
è considerato nullo
e su di lui - silenzio perpetuo

estinto per legge ogni rimorso,
maledetto sia chi guarda indietro
indietro non c'è niente,
e nient'altro

ma i problemi non si risolvono,
i problemi tengono (sic) una grande famiglia,
e la domenica se ne vanno tutti a passeggiare, 
il problema, la sua signora
e gli altri piccoli problemini.

lunedì 6 maggio 2013

LÁPIDE 1

epitáfio para o corpo

Aqui jaz um grande poeta.
Nada deixou escrito.
Este silêncio,
acredito,
são suas obras completas.

Paulo Leminski
La vie en close, Editora Brasiliense, 1991


LAPIDE 1
epitaffio per il corpo

Qui giace un grande poeta.
Non lasciò scritto nulla.
Questo silenzio,
credo,
è la sua opera omnia.

sabato 9 giugno 2012

Storia di un esergatore - 5

La prima volta che mi trovai senza lavoro per mesi fu dopo la pubblicazione di una raccolta di poesie di Vinícius de Moraes. Avevo fatto un lavoro sistematico, ispirandomi, almeno inizialmente, al Così fan tutte, alla sua simmetria, ma dedicando un peso relativamente maggiore alla figura di Despina, cui lasciavo spazio dopo ogni trillo di Fiordiligi o di Dorabella, ed identificando una coppia di eserghi per ogni poesia della raccolta, ma omettendo poi di sottoporre ad approvazione il secondo esergo di ogni coppia, che mi ero tuttavia premurato di fornire al tipografo giusto in tempo per la pubblicazione. Uno sforzo che non fu compreso appieno dall'editore.

Parte precedente.

*
S'i' fosse Cecco come sono e fui
torrei le donne giovani e leggiadre
e vecchie e laide lasserei altrui
Cecco Angiolieri

La mula bruta no la voio no
la mula bruta no la voio no
anche ogi no la me cuca
la mula bruta no la voio no

Receita de mulher

As muito feias que me perdoem
Mas beleza é fundamental. É preciso
Que haja qualquer coisa de flor em tudo isso
Qualquer coisa de dança, qualquer coisa de haute couture
Em tudo isso (ou então
Que a mulher se socialize elegantemente em azul, como na
República Popular Chinesa).
Não há meio-termo possível. É preciso
Que tudo isso seja belo. É preciso que súbito
Tenha-se a impressão de ver uma garça apenas pousada e que um rosto
Adquira de vez em quando essa cor só encontrável no terceiro minuto da aurora.
É preciso que tudo isso seja sem ser, mas que se reflita e desabroche
No olhar dos homens. É preciso, é absolutamente preciso
Que seja tudo belo e inesperado. É preciso que umas pálpebras cerradas
Lembrem um verso de Éluard e que se acaricie nuns braços
Alguma coisa além da carne: que se os toque
Como o âmbar de uma tarde. Ah, deixai-me dizer-vos
Que é preciso que a mulher que ali está como a corola ante o pássaro
Seja bela ou tenha pelo menos um rosto que lembre um templo e
Seja leve como um resto de nuvem: mas que seja uma nuvem
Com olhos e nádegas. Nádegas é importantíssimo.
Olhos, então
Nem se fala, que olhe com certa maldade inocente.
Uma boca
Fresca (nunca úmida!) é também de extrema pertinência.
É preciso que as extremidades sejam magras; que uns ossos
Despontem, sobretudo a rótula no cruzar das pernas, e as pontas pélvicas
No enlaçar de uma cintura semovente.
Gravíssimo é porém o problema das saboneteiras: uma mulher sem saboneteiras
É como um rio sem pontes. Indispensável.
Que haja uma hipótese de barriguinha, e em seguida
A mulher se alteie em cálice, e que seus seios
Sejam uma expressão greco-romana, mas que gótica ou barroca
E possam iluminar o escuro com uma capacidade mínima de cinco velas.
Sobremodo pertinaz é estarem a caveira e a coluna vertebral
Levemente à mostra; e que exista um grande latifúndio dorsal!
Os membros que terminem como hastes, mas que haja um certo volume de coxas
E que elas sejam lisas, lisas como a pétala e cobertas de suavíssima penugem
No entanto, sensível à carícia em sentido contrário.
É aconselhável na axila uma doce relva com aroma próprio
Apenas sensível (um mínimo de produtos farmacêuticos!).
Preferíveis sem dúvida os pescoços longos
De forma que a cabeça dê por vezes a impressão
De nada ter a ver com o corpo, e a mulher não lembre
Flores sem mistério. Pés e mãos devem conter elementos góticos
Discretos. A pele deve ser frescas nas mãos, nos braços, no dorso, e na face
Mas que as concavidades e reentrâncias tenham uma temperatura nunca inferior
A 37° centígrados, podendo eventualmente provocar queimaduras
Do primeiro grau. Os olhos, que sejam de preferência grandes
E de rotação pelo menos tão lenta quanto a da Terra; e
Que se coloquem sempre para lá de um invisível muro de paixão
Que é preciso ultrapassar. Que a mulher seja em princípio alta
Ou, caso baixa, que tenha a atitude mental dos altos píncaros.
Ah, que a mulher dê sempre a impressão de que se fechar os olhos
Ao abri-los ela não estará mais presente
Com seu sorriso e suas tramas. Que ela surja, não venha; parta, não vá
E que possua uma certa capacidade de emudecer subitamente e nos fazer beber
O fel da dúvida. Oh, sobretudo
Que ela não perca nunca, não importa em que mundo
Não importa em que circunstâncias, a sua infinita volubilidade
De pássaro; e que acariciada no fundo de si mesma
Transforme-se em fera sem perder sua graça de ave; e que exale sempre
O impossível perfume; e destile sempre
O embriagante mel; e cante sempre o inaudível canto
Da sua combustão; e não deixe de ser nunca a eterna dançarina
Do efêmero; e em sua incalculável imperfeição
Constitua a coisa mais bela e mais perfeita de toda a criação imunerável.

Vinícius de Moraes


Ricetta di donna

Che le bruttone mi perdonino
Ma la bellezza è fondamentale. Bisogna
Che ci sia qualche cosa di un fiore in tutto questo
Qualche cosa di una danza, qualche cosa di haute couture
In tutto questo (o allora
Che la donna socializzi in azzurro, come nella
Repubblica Popolare Cinese).
Non ci sono mezze misure possibili. Bisogna
Che tutto questo sia bello. Bisogna che subito
Si abbia l'impressione di vedere una garzetta appena posata e che un viso
Assuma di tanto in tanto quel colore che si incontra solo al terzo minuto dell'aurora.
Bisogna che tutto questo sia senza essere, ma che si rifletta e sbocci
Nello sguardo degli uomini. Bisogna, bisogna assolutamente
Che sia tutto bello e inaspettato. Bisogna che delle palpebre chiuse
Richiamino un verso di Éluard e che sulle braccia si accarezzi
Qualche cosa al di là della carne: che le si tocchino
Come l'ambra di una sera. Ah, ho dimenticato di dirvi
Che bisogna che la donna che sta lì come la corolla davanti all'uccello
Sia bella o abbia almeno un viso che ricordi un tempio e
Sia lieve come un residuo di nuvola: ma che sia una nuvola
Con occhi e natiche. La questione delle natiche è importantissima.
Gli occhi, inutile
parlarne, che guardino con una certa malizia innocente.
Una bocca
Fresca (mai umida!) e anche di un'estrema rilevanza.
Bisogna che le estremità siano magre; che alcune ossa
Spuntino, soprattutto la rotula nell'accavallare le gambe, e le punte del bacino
Nell'intrecciare una cintura semovente.
Serissimo è comunque il problema delle clavicole: una donna senza clavicole
È come un fiume senza ponti. Indispensabili.
Che ci sia un'ipotesi di pancetta, e in seguito
Che la donna si innalzi a calice, e che i suoi seni
Siano un'espressione greco-romana, più che gotica o barocca
E che possano illuminare l'oscurità con un'intensità minima di 5 candele.
Soprattutto conta la postura della scatola cranica e della colonna vertebrale
Leggermente esibita; e la presenza di un grande latifondo dorsale!
Gli arti, che terminino come aste, ma che ci sia un certo volume di cosce
E che queste siano lisce, lisce come un petalo e coperte di soavissima peluria
Comunque sensibile alla carezza in senso contrario.
È consigliabile, nell'ascella, una dolce erba con aroma proprio
Appena sensibile (un minimo di prodotti farmaceutici!).
Preferibili senza dubbio i colli lunghi
In modo che la testa dia a volte l'impressione
Di non avere nulla a che vedere col corpo, e la donna non riecheggi
Fiori senza mistero. Piedi e mani devono contenere elementi gotici
Discreti. La pelle deve essere fresca sulle mani, sulle braccia, sulla schiena e sulla faccia
Però che nelle concavità e nelle rientranze abbia una temperatura mai inferiore
A 37° centigradi, potendo eventualmente provocare scottature
Di primo grado. Gli occhi, che siano di preferenza grandi
E soggetti ad una rotazione per lo meno tanto lenta quanto quella della Terra; e
Che si collochino sempre al di là di un invisibile muro di passione
Che bisogna oltrepassare. Che la donna sia in linea di principio alta
O, nel caso sia bassa, che abbia l'attitudine mentale degli alti pinnacoli
Ah, che la donna dia sempre l'impressione che se chiude gli occhi
Nell'aprirli non sia mai presente
Col suo sorriso e le sue trame. Che appaia, non venga; parta, non vada
E che possieda una certa capacità di tacere all'improvviso e di farci bere
Il fiele del dubbio. Oh, soprattutto
Che non perda mai, non importa in che mondo
Non importa in quali circostanze, la sua infinita volubilità
Di passero; e che accarezzata nel fondo di se stessa
Si trasformi in fiera senza pur perdere la sua grazia di uccello; e che emani sempre
L'impossibile profumo; e distilli sempre
L'inebriante miele; e canti sempre l'inudibile canto
Della sua combustione; e non smetta mai di essere l'eterna ballerina
Dell'effimero; e nella sua incalcolabile imperfezione
Costituisca la cosa più bella e perfetta di tutta l'incommensurabile creazione.

domenica 25 marzo 2012

E António sorriu

So con certezza che oggi, 25 marzo 2012, in una stanza dell'Hospital da Cruz Vermelha, Antonio Tabucchi, poco prima di morire, ha ricevuto la visita del suo Maestro Fernando Pessoa, l'autore, tra l'altro, di Tabacaria, la prima poesia di Pessoa/Álvaro de Campos che Tabucchi lesse in assoluto, una poesia trovata, in una traduzione francese (quella di Armand Guibert? quella di Pierre Hourcade? - Tabucchi si è contraddetto, in proposito, negli anni), da un bouquiniste parigino nell'autunno del 1964, quando era studente alla Sorbona. La scoperta di Bureau de tabac lo spinse ad iscriversi ad un corso di lingua e letteratura portoghese che, appena aperta la porta della classe per assistere alla prima lezione, gli si rivelò con queste parole, recitate dalla voce di Luciana Stegagno Picchio, tratte da una poesia antica, probabilmente le prime parole poetiche che intese in quella lingua, sicuramente quelle che lo sottrassero definitivamente, salvificamente, all'Italia (ma non all'italiano ed agli inevitabili sensi di colpa provati per una colpa pur inesistente):

Ondas do mar de Vigo, onde está o meu amigo? 
Se sabeis onde está o meu amigo, aí Deus que volte cedo.

So con certezza che oggi Tabucchi, durante la visita che Pessoa finalmente gli ha reso, si è rivolto al Maestro con un sorriso, come ad un padre, come a colui che gli ha dato la vita interiore. Sì, Tabucchi ha sorriso. Lo so perché quell'incontro, seppure in altre circostanze e sotto altre spoglie, Tabucchi lo aveva già immaginato con precisione: ne Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa, Sellerio, 1994, la sua fantasia percorse la notte del 28 novembre del 1935, la notte in cui, poco prima di morire, Pessoa, in una piccola stanza della clinica São Luis dos Franceses ricevette la visita del suo Maestro, Alberto Caeiro:
Pessoa sorrise. Lo sapevo, disse, l'ho sempre considerata mio padre, anche nei miei sogni lei è sempre stato mio padre, non ha niente da rimproverarsi, Maestro, mi creda, per me lei è stato un padre, colui che mi ha dato la vita interiore.

venerdì 9 marzo 2012

Tempo - n. 103

Da qualche parte, più di qualche volta (102, per la precisione), ho già fatto emergere la mia ossessione di girare intorno a singole parole chiave: una di queste è il tempo. Ciclicamente, vi ritorno. Al tempo passato, su cui mi viene più naturale riflettere e quindi scrivere, e al tempo presente, di cui posso scrivere solo quando è passato, non fosse che appena qualche minuto dopo il suo essere presente, come nel caso del momento in cui mi sono messa a scrivere che da qualche parte, più di qualche volta (102, per la precisione), ho già fatto emergere la mia ossessione di girare intorno a singole parole chiave: una di queste è il tempo... ed ecco che qui salta fuori dal mio passato, inaspettata solo fino a qualche minuto fa, la voce roca di mio nonno Romeo, uomo di cultura dialettale e quindi esclusivamente orale (e manuale, naturalmente), cultura di tempi ciclici, sia nella vita sia nella fabula della vita. Raccontava mio nonno a mia madre bambina:

- Questa 'a è 'a storia de Sior Intento
che dura poco tempo e mai no se distriga
vutu che te 'a conte o vutu che te 'a diga?
- Che te me 'a conte!
- Questa 'a è 'a storia de Sior Intento
che dura poco tempo e mai no se distriga
vutu che te 'a conte o vutu che te 'a diga?
- Che te me 'a diga!
- Questa 'a è 'a storia de Sior Intento
che dura poco tempo e mai no se distriga
vutu che te 'a conte o vutu che te 'a diga?
...


Al futuro penserò un'altra volta, quando si sarà trasformato in passato.

*
Os mortos de sobrecasaca

Havia a um canto da sala um álbum de fotografias intoleráveis,
alto de muitos metros e velho de infinitos minutos,
em que todos se debruçavam
na alegria de zombar dos mortos de sobrecasaca.

Um verme principiou a roer as sobrecasacas indiferentes,
e roeu as páginas, as dedicatórias e mesmo a poeira dos retratos.
Só não roeu o imortal soluço de vida, que rebentava
que rebentava daquelas páginas.

Carlos Drummond de Andrade

Mãos dadas

Não serei o poeta de um mundo caduco.
Também não cantarei o meu futuro.
Estou preso à vida e olho meus companheiros.
Estão taciturnos mas nutrem grandes esperanças.
Entre eles, considero a enorme realidade.
O presente é tão grande, não nos afastemos.
Não nos afastemos muito, vamos de mãos dadas.

Não serei o cantor de uma mulher, de uma história,
não direi suspiros ao anoitecer, a paisagem vista da janela,
não distribuirei entorpecentes ou cartas de suicidas,
não fugirei para as ilhas nem serei raptado por serafins.
O tempo é minha matéria, o tempo presente, os homens presentes,
a vida presente.

Carlos Drummond de Andrade


I morti in redingote

C'era in un angolo della sala un album di fotografie insopportabili,
alto molti metri e vecchio infiniti minuti,
in cui tutti si curvavano
per la gioia di burlarsi dei morti in redingote.

Un verme cominciò a rodere le redingote indifferenti,
e rose le pagine, le dediche e persino la polvere dei ritratti.
Solo non rose l'immortale singhiozzo della vita, che scoppiava
che scoppiava da quelle pagine.

Tenendoci per mano

Non sarò il poeta di un mondo caduco.
Non canterò nemmeno il mio futuro.
Son tutto preso dalla vita e guardo i miei compagni.
Sono taciturni ma nutrono grandi speranze.
Tra loro, considero l'immensa realtà.
Il presente è così grande, non ci allontaniamo.
Non ci allontaniamo molto, camminiamo tenendoci per mano.

Non sarò il cantore di una donna, di una storia,
non dirò dei sospiri al calar della notte, del paesaggio visto dalla finestra,
non distribuirò droghe o biglietti di suicidi,
non fuggirò verso le isole né sarò rapito da serafini.
Il tempo è la mia materia, il tempo presente, gli uomini presenti,
la vita presente.

domenica 29 gennaio 2012

La finèstra/A janela/La fenêtre (sogni/sonhos/rêves)

Loos m’affirmait un jour : « Un homme cultivé ne regarde pas par la fenêtre ; sa fenêtre est en verre dépoli ; elle n’est là que pour donner de la lumière, non pour laisser passer le regard »
Le Corbusier, L’Urbanisme, 1925

La finèstra

Dalvólti la véita
la dventa una finèstra
sal ròbi ch’al sta dlà
cumè ti sógn:
un pan che zócla te vent,
un fiòur, una ragaza
e cla luce biènca de mònd
dòu t’a n’i sii.

Nino Pedretti

A volte la vita
diventa una finestra
con le cose che stanno al di là
come nei sogni:
un panno che ciondola al vento
un fiore, una ragazza
e quella luce bianca del mondo
dove tu non ci sei.

*

Não basta abrir a janela

Não basta abrir a janela
Para ver os campos e o rio.
Não é bastante não ser cego
Para ver as árvores e as flores.
É preciso também não ter filosofia nenhuma.
Com filosofia não há árvores: há ideias apenas.
Há só cada um de nós, como uma cave.
Há só uma janela fechada, e todo o mundo lá fora;
E um sonho do que se poderia ver se a janela se abrisse,
Que nunca é o que se vê quando se abre a janela.

Alberto Caeiro

Non basta aprire la finestra

Non basta aprire la finestra
per vedere i campi e il fiume.
Non basta non essere ciechi
per vedere gli alberi e i fiori.
Bisogna anche non avere alcuna filosofia.
Con la filosofia non ci sono alberi: ci sono a malapena idee.
C'è solo ciascuno di noi, come una caverna.
C'è solo una finestra chiusa, e tutto il mondo là fuori;
e un sogno di quello che si potrebbe vedere se la finestra si aprisse,
che mai è quello che si vede quando si apre la finestra.

*

Tu me proposes, fenêtre étrange, d'attendre ;
déjà presque bouge ton rideau beige.
Devrais-je, ô fenêtre, à ton invite me rendre ?
Ou me défendre, fenêtre ? Qui attendrais-je ?

Ne suis-je intact, avec cette vie qui écoute,
avec ce coeur tout plein de la perte complète ?
Avec cette route qui passe devant, et le doute
que tu puisses donner ce trop dont le rêve m'arrête ?

Rainer Maria Rilke

Mi proponi, finestra misteriosa, di aspettare;
già quasi si scosta la tua tenda beige.
Dovrei, finestra, arrendermi al tuo invito?
O difendermi, finestra? E aspettare chi?

Non sono intatto, con questa vita in ascolto,
con questo cuore colmo della perdita completa?
Con questa strada che passa davanti, e il dubbio
che tu mi prenda in troppo grande sogno?

sabato 7 gennaio 2012

Il paesaggio più bello del mondo

A Noudjoum

Passando este espaço de huma milha das sepulturas, se entra logo nos jardins, quintas, hortas, & pomares, que são os melhores, & os mais viçosos, frescos, & abundantes de frutas, & de fontes, & ribeiras de agoa, que eu vi, dos quaes haverá em espaço de duas légoas ao redor da Cidade mais de dez mil : E cada jardim tem sua casa de pedra, & cal, e seus Christãos, que os cavão, & alimpão, porque os Mouros se sahem todos pelo verão a viver nelles, com suas mulheres, & filhos: de maneyra, que eu tendo visto alguma parte do mundo, atè esta idade de trinta & oito annos de que sou, como foy : No Brasil, indo por terra, do Rio Grande atè a Parahiba, & Pernambuco, & dahi à Bahia, estando em todos os lugares, aldeãs, engenhos, que ha em toda esta costa, de uma parte atè a outra : & na India fuy de Moçambique, as mais das Ilhas, que ha atè Mombaça, & atè a mesma Mourima, & de Mombaça em embarcações daquella costa, corri toda a costa de Melinde, estando em Pate, Ampaza, Elamo, & outras muitas Cidades de mouros atè o cabo de Guardafuy, & entrada do mar Roxo : na India estive em todas as Cidades nossas, & de Mouros, que ha da ponta de Dio atè o cabo de Comori : o estreyto de Ormuz corri todo, sendo por quatro vezes Capitão de Navios, sem haver nelle pequeno lugar, que não visse, estando em Mascate, Barem, em Catifa, & outras muitas fortalezas, & lugares, atè chegar ao cabo delle, & entrar pela Caldea. Fuy a Pérsia com cartas de sua Magestade, que dey ao gram Sopphi Rei della na sua propria mão, vi as melhores Cidades da Pérsia, estando muytos dias em sua Corte, vi algumas Cidades do Mogor, bebi das agoas do Rio Ganges, & do Tigris, & Eufrates, estive na Arabia Feliz, & na Arabia deserta, estive na Ilha de Santa Helena, nas Ilhas dos Açores, & indo cativo a Argel, estive ao remo em uma Galé de Turcos, onde vi algumas Cidades de Berbéria, como foy Bogia, Bona, Tabarca (onde pescão o coral) Bizerta, & Tunes, em porto Farim (donde foy Cartago) vi muytissimas Ilhas, em Levante, vi, & passei em redondo por toda a Ilha de Cardenha, de Corcega, & pelas de Malhorca, & Menorca, entrey, & sahi pelas bocas de Bonifacio, estive em Gaeta, no reino de Napoles, em Civitaveja, & em toda a praya Romana, em Villa França, & em Niza, no Ducado de Saboya, em França, passey duas vezes o golfo de Leão, & depois de resgatado passei a Itália, corri toda a Toscana, & estado do gram Duque, estando em Florença, em Piza, em Liorne, na Republica de Luca, vim a Genova, a Sahona, vi todo o Condado de Catalunha, o Reyno de Aragão, o de Castella, & este de Portugal : mas atègora não vi terra mais fresca de jardins, mais abundante de frutas, mais barata de mantimentos, mais copiosa de fontes, nem de clyma mais temperado, nem mais rica de dinheyro (porque de todo o mundo entra aqui, & para nenhuma parte sahe) do que he a Cidade de Argel, que permita o Ceo seja ainda desta Coroa.

Memoravel relaçam da perda da nao Conceiçam que os Turcos queymáraõ à vista da barra de Lisboa; varios successos das pessoas, que nella cativàraõ. E descripçaõ nova da Cidade de Argel, & de seu governo; & cousas muy notaveis acontecidas nestes ultimos annos de 1621. até 1626. Por Joam Carvalho Mascarenhas, que foy Cativo na mesma Nao. - Em Lisboa, na Officina de Antonio Alvares. Anno de 1627.
CAPITULO XIIDas hortas & quintas que estão ao redor da Cidade
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Dintorni di Algeri, XVII secolo

Oltre questo spazio di un miglio di sepolture, si entra subito nei giardini, nelle proprietà di campagna, negli orti e nei frutteti che sono i migliori, i più lussureggianti, freschi e ricchi di frutta, di fonti, di corsi d'acqua che io abbia mai visto; ce ne devono essere, nello spazio di due leghe attorno alla città, più di diecimila: ed ogni giardino ha la sua casa in pietra e calce, e dei Cristiani che lo vangano e tengono pulito perché i Mori d'estate lasciano la città per venirci a vivere con mogli e figli, come non ho mai visto in nessuna parte del mondo, fino a questa età di trentotto anni che è attualmente la mia, vale a dire: in Brasile, dove via terra sono andato dal Rio Grande fino a Parahiba e a Pernambuco, e da lì a Bahia, visitando, da un capo all'altro, tutte le località, villaggi, piantagioni di tutta questa costa; sono stato in India, dal Mozambico alla maggior parte delle isole che ci sono fino a Mombasa, fino allo stesso paese dei Mori, e da Mombasa ho percorso, su imbarcazioni di quella costa, tutta la costa di Malindi, passando per Pate, Ampaza, Elamo e molte altre città dei Mori fino al capo Guardafui e all'ingresso del Mar Rosso: in India sono stato in tutte le città, nostre e dei Mori, dalla punta di Diu fino al capo di Comorin: ho percorso tutto lo stretto di Ormuz, per quattro volte in qualità di capitano di nave, senza che vi sia la più piccola località che io non abbia visto, passando per Mascate, il Barhein, Al-Qatif e molte altre fortezze e luoghi, coprendoli tutti, fino ad entrare in Caldea. Sono stato in Persia, con lettere di Sua Maestà che ho rimesso nelle mani stesse del gran Sufi, che ne è il re, ho visto le migliori città della Persia, restando molti giorni alla sua corte, ho visto alcune città del Mogol, ho bevuto dalle acque del fiume Gange, del Tigri, dell'Eufrate, sono stato nell'Arabia Felix, nell'Arabia deserta, sono stato sull'isola di Sant'Elena, sulle isole Azzorre, diventando prigioniero ad Algeri, sono stato al remo in una galea di Turchi, dove ho visto alcune città di Barberia, come sono stato a Bugia, Bona, Tabarca (dove ho pescato il corallo), Biserta, Tunisi, a porto Farim (dove c'era Cartagine) ho visto moltissime isole, a Levante, ho circumnavigato tutta l'isola di Sardegna, quella di Corsica, sono entrato a Maiorca e Minorca, sono uscito attraverso le bocche di Bonifacio, sono stato a Gaeta, nel Regno di Napoli, a Civitavecchia, in tutta la spiaggia romana, a Villafranca, a Nizza, nel Ducato di Savoia, in Francia, sono passato due volte nel golfo di Lione, poi, riscattato, sono passato in Italia, ho percorso tutta la Toscana, lo stato del Granduca, stando a Firenze, a Pisa, a Livorno, nella Repubblica di Lucca, ho visto Genova, Savona, tutta la Contea di Catalogna, il regno di Aragona, quello di Castiglia, a est di quello del Portogallo: ma finora non ho mai visto terra più fresca di giardini, più ricca di frutta, più generosa di cibo, più abbondante di sorgenti, né di clima più temperato, né più ricca in denaro (perché tutti vi entrano, ma non partono per nessun altro paese) di questa città d'Algeri. Che il Cielo permetta che un giorno appartenga alla nostra Corona.


Ya viene el cativo
Con todas las cativas.
Dientro de ellas
esta la blanca niña.
Ni amanecía,
Ni era de día,
Cuando la blanca niña
Cantava su manzia.
Oh, qué campos verdes,
O campos de olivas,
onde mi madre Gracia
lavava y espandía.
Oh, qué pino hermozo,
onde con mi espozo.
Baxo su solombra,
Dormíamos con gozo.
Oh, qué tombas blancas,
oh tombas de avuelos.
Paso sobre ellos
como paxaro en el vuelo.
Avrix la mi madre
las puertas del palacio,
qu'en lugar de hija
Nuera yo vos traigo.

domenica 21 agosto 2011

Guerra preventiva

Vou atirar uma bomba ao destino.

Álvaro de Campos
Livro de Versos, Fernando Pessoa (Edição crítica. Introdução, transcrição, organização e notas de Teresa Rita Lopes), Lisboa: Estampa, 1993. - 42.

sabato 9 luglio 2011

Muito mais nossos amigos que nós seus

La lettera(1) di Pero Vaz de Caminha al re Manuele I del Portogallo è una preziosa testimonianza dell'arrivo dei portoghesi in Brasile nel 1500. Essendo un rapporto destinato al re, contiene, per forza di cose, delle osservazioni che con non felice linguaggio odierno potremmo chiamare politicamente corrette oppure, non so se più felicemente, conformiste ed ossequiose. Vi si può dunque leggere il resoconto di come i portoghesi, appena arrivati, vi celebrarono la prima messa e vi eressero la prima croce, alcune descrizioni dell'aspetto e dei costumi dei brasiliani quando ancora non sapevano di essere tali (la nudità dei loro corpi, l'osso o il legno infilato in un foro praticato nel labbro inferiore, i copricapi di piume di uccello colorate, le capanne in grado di accogliere grandi nuclei familiari, il cibo), del loro atteggiamento pacifico (deponevano sempre arco e frecce a terra quando i portoghesi facevano loro cenno di farlo), aperto e rassicurante per l'avvenire del Portogallo, tanto da generare una ferma fiducia nella possibilità di convertirli alla santa fé católica, e dei primi scambi di doni avvenuti durante quei primi contatti.
Vi si trovano però anche alcune osservazioni che ai miei occhi sembrano più spontanee, come ad esempio l'incredulità del portoghese rispetto al fatto che i brasiliani non apprezzassero il vino che veniva loro offerto e, a mo' di contraltare, la sicurezza con cui contava che col tempo ci avrebbero preso l'abitudine ed il gusto, e soprattutto il frequente rilevare la loro totale assenza di malizia e la loro bellezza fisica, nonché una vera e propria perla. Questa:




Enquanto ali, este dia, andaram, sempre ao som dum tamborim nosso dançaram e bailharam com os nossos, em maneira que são muito mais nossos amigos que nós seus.

Finché furono con noi, quel giorno, non smisero di danzare e ballare con noi al suono del tamburino, di modo che sono molto più amici loro nei nostri confronti che noi nei loro.


Carta de Pedro vaz caminha so-
bre o descobrimento(2) da Terra nova
q[ue] fez Pedro Alves. Feita na Ilha de
Vera Cruz em o 1.º de Maio de
1500
Gaveta 8.ª
Maço 2.º-N.º 8
Aqui esta junta huma Copia para
milhor inteligencia deste original
Transcripto do L. 13 da Reforma
dos Documentos das Gavetas a f. 43 

2. Secondo una nota in La lettre de Pero Vaz de Caminha au roi Manuel sur la découverte de la "Terre de la vrai croix", dite aussi Brésil, Chandeigne(3), 2011, descobrimento (scoperta) è parola usata a partire dal XVI secolo inoltrato. Nella lettera di Vaz de Caminha si trova invece il suo precedente (achamento), che rimase in uso fino ai primi anni del XVI secolo.
3. Grazie a Chandeigne, l'anno scorso sono riuscita ad andare in Giappone, sempre al seguito di un portoghese.

venerdì 22 aprile 2011

Filmini

que lembro,
As horas ao longo do tempo;
Desejo,
Voltar,
Voltar a ti,
desejo-te encontrar;
Esquecida,
em cada dia que passa,
nunca mais revi a graça
dos teus olhos
que eu amei.
Má sorte,
foi amor que não retive,
e se calhar distrai-me...
Qualquer coisa que encontrei.


lunedì 4 aprile 2011

O binómio de Newton é tão belo como a Vénus de Milo

O binómio de Newton é tão belo como a Vénus de Milo.
O que há é pouca gente para dar por isso.

óóóó — óóóóóóóóó — óóóóóóóóóóóóóóó

(O vento lá fora).

Álvaro de Campos
Fernando Pessoa. Lisboa: Ática, 1944 (imp. 1993). - 110.



Il teorema di Euclide sull'infinità dei numeri primi è altrettanto bello che la Venere di Milo.
È che pochi se ne accorgono.

ffff — fffffffff — fffffffffffffff

(Il vento là fuori).

sabato 2 aprile 2011

Lontano lontano (da qui)

Oxford shores’

Quero o bem, e quero o mal, e afinal não quero nada.
Estou mal deitado sobre a direita, e mal deitado sobre a esquerda
E mal deitado sobre a consciência de existir.
Estou universalmente mal, metafisicamente mal,
Mas o pior é que me dói a cabeça.
Isso é mais grave que a significação do universo.

Uma vez, ao pé de Oxford, num passeio campestre,
Vi erguer-se, de urna curva da estrada, na distância próxima
A torre-velha de uma igreja acima de casas da aldeia ou vila.
Ficou-me fotográfico esse incidente nulo
Como uma dobra transversal escangalhando o vinco das calças.
Agora vem a propósito…
Da estrada eu previa espiritualidade a essa torre de igreja
Que era a fé de todas as eras, e a eficaz caridade.
Da vila, quando lá cheguei, a torre da igreja era a torre da igreja,
E, ainda por cima, estava ali.

É-se feliz na Austrália, desde que lá se não vá.

4.6.1931
Álvaro de Campos — Livro de Versos. Fernando Pessoa. (Edição crítica. Introdução, transcrição, organização e notas de Teresa Rita Lopes.) Lisboa: Estampa, 1993: 146. 


Desidero il bene, desidero il male, e alla fine non desidero niente.
Sto coricato male sul fianco destro, e sto coricato male sul fianco sinistro
e coricato male sulla coscienza di esistere.
Sto universalmente male, metafisicamente male,
ma la cosa peggiore è che ho mal di testa.
Questo è più grave del significato dell'universo.

Una volta, camminando nella campagna nei dintorni di Oxford,
vidi ergersi, da una curva della strada, a poca distanza
il vecchio campanile di una chiesa in cima alle case di un villaggio o città.
Si fissò in me, fotograficamente, questo incidente insignificante
come una grinza trasversale che sgualcisca la piega dei pantaloni.
Ora arriva il punto…
Dalla strada prevedevo la spiritualità di questo campanile
che era la fede di tutte le epoche, e l'efficace carità.
Dalla città, quando vi arrivai, il campanile era il campanile,
e, anche in cima, stava lì.

Si è felici in Australia, fintanto che non ci si va.


australien

wir fingen mittags an:
wo sich die brücke in der brache
verlor, von fern die autobahn;
durch ein kaleidoskop zerbroche-

ner flaschen,
ein wurzelwerk von quecken
und alten teppichen; versteckt
hinter dem flüßchen,

dem abwasserrohr mit seinem biblischen
dunkel und dem schlichten
rinnsal, das es predigte.
wir gruben. hinter weißdornbüschen,

der kolonie von schilf, das paläon-
tologische autowrack, wie ein fossil
vom lehm verschluckt. ein fessel-
ballon

mit seiner werbung für bier
oder gelee
zog kühn jenseits der siedlung vorüber,
und ringsherum die glänzend schwarzen egel

entsorgter reifen, vollgesogen
mit schlamm und regenwasser,
die farbkanister, zerschlagen
und liegengelassen.

wir gruben; eine grille
verstummte und ein amselpärchen
hüpfte nervös um einen rostigen rechen,
die größere vogelkralle.

wie lange, bis wir es mit felsen
zu tun bekommen würden, kohle-
flözen
und erz? wie lange noch, bis irgendwo ein koala

die erde sich bewegen spürte,
um etwas seltsames zu sehen:
ein loch im boden, zwei verschmierte
jungen, die bis zehn

zu zählen versuchten, dann
verschwanden in dem mythischen, dem most-
richgelben abend, wo am rand
ein spaten steckte wie ein fahnenmast.

Jan Wagner
Australien, Berlin Verlag, 2010


cominciammo a mezzogiorno:
dove il ponte si perdeva nel campo
a maggese, da lontano l'autostrada;
attraverso un caleidoscopio di botti-

glie rotte,
un apparato radicale di gramigne
e vecchi tappeti; nascosti
dietro il fiumiciattolo,

dietro il tubo di scarico con la sua biblica
oscurità e col modesto
rigagnolo che la predicava.
scavammo. dietro cespuglietti di biancospino,

la colonia di canne, la paleon-
tologica carcassa d'auto, come un fossile
ingoiato dall'argilla. un pallone
frenato

con la sua pubblicità della birra
o della gelatina
passò audace oltre il centro abitato,
e intorno alle sanguisughe di un nero brillante

a pneumatici smaltiti, impregnati
di fango e acqua piovana,
alle taniche di colori, distrutte
e lasciate lì a terra.

scavammo; un grillo
ammutolì e una coppietta di merli
saltellò nervosamente attorno ad un rastrello arrugginito,
con i suoi artigli di uccello più grande.

quanto a lungo avremmo ancora avuto a che fare
con rocce, vene di
carbone
e minerali? quanto a lungo ancora, finché da qualche parte un koala

avvertisse muoversi la terra,
per vedere qualcosa di insolito:
una buca nel terreno, due giovani
imbrattati, che cercavano

di contare fino a dieci, poi
sparivano nella mitica, giallo
senape sera, dove sul bordo
una vanga stava ritta come l'asta di una bandiera.

mercoledì 8 dicembre 2010

Ipotesi

Ipotizziamo che non abbiate timore di leggere o rileggere delle poesie molto note: Itaca, ad esempio, o Tabacaria.

*

Não sou nada.
Nunca serei nada.
Não posso querer ser nada.
À parte isso, tenho em mim todos os sonhos do mundo.
Janelas do meu quarto,
Do meu quarto de um dos milhões do mundo que ninguém sabe quem é
(E se soubessem quem é, o que saberiam?),
Dais para o mistério de uma rua cruzada constantemente por gente,
Para uma rua inacessível a todos os pensamentos,
Real, impossivelmente real, certa, desconhecidamente certa,
Com o mistério das coisas por baixo das pedras e dos seres,
Com a morte a pôr humidade nas paredes e cabelos brancos nos homens,
Com o Destino a conduzir a carroça de tudo pela estrada de nada.
Estou hoje vencido, como se soubesse a verdade.
Estou hoje lúcido, como se estivesse para morrer,
E não tivesse mais irmandade com as coisas
Senão uma despedida, tornando-se esta casa e este lado da rua
A fileira de carruagens de um comboio, e uma partida apitada
De dentro da minha cabeça,
E uma sacudidela dos meus nervos e um ranger de ossos na ida.
Estou hoje perplexo como quem pensou e achou e esqueceu.
Estou hoje dividido entre a lealdade que devo
À Tabacaria do outro lado da rua, como coisa real por fora,
E à sensação de que tudo é sonho, como coisa real por dentro.
Falhei em tudo.
Como não fiz propósito nenhum, talvez tudo fosse nada.
A aprendizagem que me deram,
Desci dela pela janela das traseiras da casa,
Fui até ao campo com grandes propósitos.
Mas lá encontrei só ervas e árvores,
E quando havia gente era igual à outra.
Saio da janela, sento-me numa cadeira. Em que hei-de pensar?
Que sei eu do que serei, eu que não sei o que sou?
Ser o que penso? Mas penso ser tanta coisa!
E há tantos que pensam ser a mesma coisa que não pode haver tantos!
Génio? Neste momento
Cem mil cérebros se concebem em sonho génios como eu,
E a história não marcará, quem sabe?, nem um,
Nem haverá senão estrume de tantas conquistas futuras.
Não, não creio em mim.
Em todos os manicómios há doidos malucos com tantas certezas!
Eu, que não tenho nenhuma certeza, sou mais certo ou menos certo?
Não, nem em mim...
Em quantas mansardas e não-mansardas do mundo
Não estão nesta hora génios-para-si-mesmos sonhando?
Quantas aspirações altas e nobres e lúcidas —
Sim, verdadeiramente altas e nobres e lúcidas —,
E quem sabe se realizáveis,
Nunca verão a luz do sol real nem acharão ouvidos de gente?
O mundo é para quem nasce para o conquistar
E não para quem sonha que pode conquistá-lo, ainda que tenha razão.
Tenho sonhado mais que o que Napoleão fez.
Tenho apertado ao peito hipotético mais humanidades do que Cristo,
Tenho feito filosofias em segredo que nenhum Kant escreveu.
Mas sou, e talvez serei sempre, o da mansarda,
Ainda que não more nela;
Serei sempre o que não nasceu para isso;
Serei sempre só o que tinha qualidades;
Serei sempre o que esperou que lhe abrissem a porta ao pé de uma parede sem porta
E cantou a cantiga do Infinito numa capoeira,
E ouviu a voz de Deus num poço tapado.
Crer em mim? Não, nem em nada.
Derrame-me a Natureza sobre a cabeça ardente
O seu sol, a sua chuva, o vento que me acha o cabelo,
E o resto que venha se vier, ou tiver que vir, ou não venha.
Escravos cardíacos das estrelas,
Conquistámos todo o mundo antes de nos levantar da cama;
Mas acordámos e ele é opaco,
Levantámo-nos e ele é alheio,
Saímos de casa e ele é a terra inteira,
Mais o sistema solar e a Via Láctea e o Indefinido.
(Come chocolates, pequena;
Come chocolates!
Olha que não há mais metafísica no mundo senão chocolates.
Olha que as religiões todas não ensinam mais que a confeitaria.
Come, pequena suja, come!
Pudesse eu comer chocolates com a mesma verdade com que comes!
Mas eu penso e, ao tirar o papel de prata, que é de folhas de estanho,
Deito tudo para o chão, como tenho deitado a vida.)
Mas ao menos fica da amargura do que nunca serei
A caligrafia rápida destes versos,
Pórtico partido para o Impossível.
Mas ao menos consagro a mim mesmo um desprezo sem lágrimas,
Nobre ao menos no gesto largo com que atiro
A roupa suja que sou, sem rol, pra o decurso das coisas,
E fico em casa sem camisa.
(Tu, que consolas, que não existes e por isso consolas,
Ou deusa grega, concebida como estátua que fosse viva,
Ou patrícia romana, impossivelmente nobre e nefasta,
Ou princesa de trovadores, gentilíssima e colorida,
Ou marquesa do século dezoito, decotada e longínqua,
Ou cocote célebre do tempo dos nossos pais,
Ou não sei quê moderno — não concebo bem o quê —,
Tudo isso, seja o que for, que sejas, se pode inspirar que inspire!
Meu coração é um balde despejado.
Como os que invocam espíritos invocam espíritos invoco
A mim mesmo e não encontro nada.
Chego à janela e vejo a rua com uma nitidez absoluta.
Vejo as lojas, vejo os passeios, vejo os carros que passam,
Vejo os entes vivos vestidos que se cruzam,
Vejo os cães que também existem,
E tudo isto me pesa como uma condenação ao degredo,
E tudo isto é estrangeiro, como tudo.)
Vivi, estudei, amei, e até cri,
E hoje não há mendigo que eu não inveje só por não ser eu.
Olho a cada um os andrajos e as chagas e a mentira,
E penso: talvez nunca vivesses nem estudasses nem amasses nem cresses
(Porque é possível fazer a realidade de tudo isso sem fazer nada disso);
Talvez tenhas existido apenas, como um lagarto a quem cortam o rabo
E que é rabo para aquém do lagarto remexidamente.
Fiz de mim o que não soube,
E o que podia fazer de mim não o fiz.
O dominó que vesti era errado.
Conheceram-me logo por quem não era e não desmenti, e perdi-me.
Quando quis tirar a máscara,
Estava pegada à cara.
Quando a tirei e me vi ao espelho,
Já tinha envelhecido.
Estava bêbado, já não sabia vestir o dominó que não tinha tirado.
Deitei fora a máscara e dormi no vestiário
Como um cão tolerado pela gerência
Por ser inofensivo
E vou escrever esta história para provar que sou sublime.
Essência musical dos meus versos inúteis,
Quem me dera encontrar-te como coisa que eu fizesse,
E não ficasse sempre defronte da Tabacaria de defronte,
Calcando aos pés a consciência de estar existindo,
Como um tapete em que um bêbado tropeça
Ou um capacho que os ciganos roubaram e não valia nada.
Mas o Dono da Tabacaria chegou à porta e ficou à porta.
Olhou-o com o desconforto da cabeça mal voltada
E com o desconforto da alma mal-entendendo.
Ele morrerá e eu morrerei.
Ele deixará a tabuleta, e eu deixarei versos.
A certa altura morrerá a tabuleta também, e os versos também.
Depois de certa altura morrerá a rua onde esteve a tabuleta,
E a língua em que foram escritos os versos.
Morrerá depois o planeta girante em que tudo isto se deu.
Em outros satélites de outros sistemas qualquer coisa como gente
Continuará fazendo coisas como versos e vivendo por baixo de coisas como tabuletas,
Sempre uma coisa defronte da outra,
Sempre uma coisa tão inútil como a outra,
Sempre o impossível tão estúpido como o real,
Sempre o mistério do fundo tão certo como o sono de mistério da superfície,
Sempre isto ou sempre outra coisa ou nem uma coisa nem outra.
Mas um homem entrou na Tabacaria (para comprar tabaco?),
E a realidade plausível cai de repente em cima de mim.
Semiergo-me enérgico, convencido, humano,
E vou tencionar escrever estes versos em que digo o contrário.
Acendo um cigarro ao pensar em escrevê-los
E saboreio no cigarro a libertação de todos os pensamentos.
Sigo o fumo como uma rota própria,
E gozo, num momento sensitivo e competente,
A libertação de todas as especulações
E a consciência de que a metafísica é uma consequência de estar mal disposto.
Depois deito-me para trás na cadeira
E continuo fumando.
Enquanto o Destino mo conceder, continuarei fumando.
(Se eu casasse com a filha da minha lavadeira
Talvez fosse feliz.)
Visto isto, levanto-me da cadeira. Vou à janela.
O homem saiu da Tabacaria (metendo troco na algibeira das calças?).
Ah, conheço-o: é o Esteves sem metafísica.
(O Dono da Tabacaria chegou à porta.)
Como por um instinto divino o Esteves voltou-se e viu-me.
Acenou-me adeus gritei-lhe Adeus ó Esteves!, e o universo
Reconstruiu-se-me sem ideal nem esperança, e o Dono da Tabacaria sorriu.

Álvaro de Campos, 15.1.1928

Poesias de Álvaro de Campos. Fernando Pessoa. Lisboa: Ática, 1944 (imp. 1993). - 252.
1ª publ. in Presença, nº 39. Coimbra: Jul. 1933.


Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso desiderare essere niente.
A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.
Finestre della mia stanza,
Della mia stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è
(E se sapessero chi è, cosa saprebbero?),
Vi affacciate sul mistero di una via costantemente attraversata da gente,
Su una via inaccessibile a tutti i pensieri,
Reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa,
Con il mistero delle cose al di sotto delle pietre e degli esseri,
Con la morte che porta umidità nelle pareti e capelli bianchi negli uomini,
Con il Destino che guida il carretto di tutto sulla strada di niente.
Oggi sono vinto, come se sapessi la verità.
Oggi sono lucido, come se stessi per morire,
E non avessi altra fratellanza con le cose
Che un commiato, e questa casa e questo lato della via diventassero
La fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata
Da dentro la mia testa,
E una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell'andarmene.
Oggi sono perplesso, come chi ha pensato e creduto e dimenticato.
Oggi sono diviso tra la lealtà che devo
Alla Tabaccheria dall'altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori,
E alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.
Sono fallito in tutto.
Siccome non ho espresso alcun proposito, forse tutto è stato niente.
Dall'insegnamento che mi hanno impartito,
Sono sceso attraverso la finestra sul retro della casa.
Sono andato in campagna pieno di grandi propositi.
Ma là ho incontrato solo erba e alberi,
E quando c’era la gente era uguale all'altra.
Mi scosto dalla finestra, siedo su una poltrona. A cosa devo pensare?
Che ne so di cosa sarò, io che non so cosa sono?
Essere quel che penso? Ma penso di essere tante cose!
E ci sono tanti che pensano di essere la stessa cosa che non possono essercene così tanti!
Genio? In questo momento
Centomila cervelli si concepiscono in sogno geni come me,
E la storia non ne rivelerà, chissà?, nemmeno uno,
Non ci sarà altro che letame di tante conquiste future.
No, non credo in me stesso.
In tutti i manicomi ci sono pazzi furiosi con tante certezze!
Io, che non possiedo nessuna certezza, sono più sano o meno sano?
No, neppure in me stesso...
In quante mansarde e non mansarde del mondo
Non staranno sognando a quest'ora geni per se stessi?
Quante aspirazioni alte, nobili e lucide -,
Sì, veramente alte, nobili e lucide -,
E chissà se realizzabili,
Non verranno mai alla luce del sole reale né troveranno l'ascolto delle persone?
Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
E non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.
Ho sognato più di quanto Napoleone abbia fatto.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.
Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,
Anche se non ci abito;
Sarò sempre quello che non è nato per questo;
Sarò sempre solo quello che aveva delle qualità;
Sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta
E ha cantato la cantica dell'Infinito in un pollaio,
E sentito la voce di Dio in un pozzo tappato.
Credere in me stesso? No, e neanche in niente.
Che la Natura sparga sulla mia testa ardente
Il suo sole, la sua pioggia, il vento che trova i miei capelli,
E il resto venga pure se verrà, o dovrà venire, o non venga.
Schiavi cardiaci delle stelle,
Abbiamo conquistato tutto il mondo prima di alzarci dal letto;
Ma ci siamo svegliati ed esso è opaco,
Ci siamo alzati ed esso è estraneo,
Siamo usciti di casa ed esso è la terra intera,
Più il sistema solare e la Via Lattea e l'Indefinito.
(Mangia cioccolatini, piccola;
mangia cioccolatini!
Guarda che non c’è al mondo altra metafisica che i cioccolatini.
Guarda che tutte le religioni non insegnano altro che la pasticceria.
Mangia, bambina sporca, mangia!
Potessi mangiare io cioccolatini con la stessa verità con cui li mangi tu!
Ma io penso e, togliendo la carta argentata, che poi è di stagnola,
butto tutto per terra, come ho buttato la vita.)
Ma almeno rimane dell’amarezza di ciò che mai sarà
la calligrafia rapida di questi versi,
portico crollato sull’Impossibile.
Ma almeno consacro a me stesso un disprezzo senza lacrime,
nobile almeno nell’ampio gesto con cui getto
i panni sporchi che io sono, senza lista, nel corso delle cose,
e resto in casa senza camicia.
(Tu, che consoli, che non esisti e per questo consoli,
O dea greca, concepita come una statua che fosse viva,
O patrizia romana, impossibilmente nobile e nefasta,
O principessa di trovatori, gentilissima e colorita,
O marchesa del diciottesimo secolo, scollata e distante,
O celebre cocotte dell’epoca dei nostri padri,
O non so che di moderno – non capisco bene cosa -,
Tutto questo, qualsiasi cosa tu sia, se può ispirare che ispiri!
Il mio cuore è un secchio svuotato.
Come quelli che invocano spiriti invoco
Me stesso ma non trovo niente.
Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con una nitidezza assoluta.
Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le macchine che passano,
Vedo gli enti vivi vestiti che si incrociano,
Vedo i cani che anche loro esistono,
E tutto questo mi pesa come una condanna all'esilio,
E tutto questo è straniero, come tutto.)
Ho vissuto, studiato, amato, e persino creduto,
E oggi non c'è mendicante che io non invidi solo perchè non è me.
Di ciascuno guardo gli stracci e le ferite e le bugie,
E penso: forse non ho mai vissuto né studiato né amato né creduto
(Perché è possibile fare la realtà di tutto questo senza fare niente di tutto questo);
Forse sei esistito appena, come una lucertola cui taglino la coda
E che sia coda al di qua della lucertola irrequietamente.
Ho fatto di me ciò che non ho saputo,
E ciò che avrei potuto fare di me non l'ho fatto.
Il domino che ho indossato era sbagliato.
Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso.
Quando ho voluto togliermi la maschera,
Era incollata alla faccia.
Quando l'ho tolta e mi sono guardato allo specchio,
Ero già invecchiato.
Ero ubriaco, non sapevo più indossare il domino che non mi ero tolto.
Ho gettato la maschera e dormito nel guardaroba
Come un cane sopportato dai gestori
In quanto inoffensivo
E scriverò questa storia per provare che sono sublime.
Essenza musicale dei miei versi inutili,
Potessi incontrarmi come una cosa fatta da me,
E non stessi sempre di fronte alla Tabaccheria di fronte,
Calpestando la coscienza di stare esistendo,
Come un tappeto in cui un ubriaco inciampi
O uno stuoino rubato dagli zingari che non valeva niente.
Ma il Padrone della Tabaccheria si è affacciato sulla porta ed è rimasto sulla porta.
Lo guardo con il fastidio della testa girata male
E con il fastidio dell'anima che capisce male.
Lui morirà ed io morirò.
Lui lascerà l'insegna, io lascerò dei versi.
Ad un certo punto morirà anche l'insegna, e anche i versi.
Dopo un po' morirà la strada dove stava l’insegna,
E la lingua in cui erano stati scritti i versi.
Morirà poi il pianeta rotante in cui è accaduto tutto questo.
In altri satelliti di altri sistemi qualcosa come la gente
Continuerà a fare cose come versi e a vivere sotto cose come insegne,
Sempre una cosa di fronte all'altra,
Sempre una cosa tanto inutile quanto l'altra,
Sempre l'impossibile tanto stupido come il reale,
Sempre il mistero del profondo tanto certo come il sonno del mistero della superficie,
Sempre questo o sempre un'altra cosa o né l’uno né l’altra.
Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),
E la realtà plausibile mi crolla improvvisamente addosso.
Mi rialzo energico, convinto, umano,
Con l'intenzione di scrivere questi versi in cui dico il contrario.
Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli
E assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero.
Seguo il fumo come se avesse una propria rotta,
E mi godo, in un momento sensitivo e competente
La liberazione da tutte le speculazioni
E la consapevolezza che la metafisica è una conseguenza dell’essere mal disposti.
Poi mi allungo sulla sedia
E continuo a fumare.
Finché il Destino me lo concederà, continuerò a fumare.
(Se sposassi la figlia della mia lavandaia
Forse sarei felice.)
Visto questo, mi alzo dalla sedia. Vado alla finestra.
L’uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilando il resto nella tasca dei pantaloni?).
Ah, lo conosco: è Esteves senza metafisica.
(Il Padrone della Tabaccheria si è affacciato sulla porta.)
Come per un istinto divino Esteves si è voltato e mi ha visto.
Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves!, e l’universo
Mi si è ricostruito senza ideale né speranza, e il Padrone della Tabaccheria ha sorriso.

*
Ipotizziamo poi che abbiate a disposizione, per ricopiare sia Itaca sia Tabacaria, un pezzo di carta grande come un francobollo e ipotizziamo, soprattutto, che vi fidiate di me: in queste ipotesi, e solo in queste ipotesi, potreste riuscirvi scrivendo sul francobollo due soli versi.

lunedì 25 ottobre 2010

Sã qui turo


Sã qui turo zente pleta
turo zente de Guine
he he he,
tambor flauta e cassaeta
y carcave na sua pé,
he he he.
Vamos o fazer huns fessa
o menino Manué,
he he he.
Canta Bacião
canta tu Thomé
canta tu,
canta tu Flanciquia
canta Caterija
canta tu,
canta tu Flunando
canta tu Resnando
canta tu.
Oya, oya:
turo neglo hare cantá,
ha cantamo e bayamo
que forro fi camo,
ha tanhemo y cantamo
ha frugamo e tanhemo
ha tocamo pandero ha flauta y carcavé,
ha dizemo que biba
biba mia siola y biba Zuzé.

Tutti qui sono gente nera/tutta gente di Guinea/he he he/tamburo, flauto e nacchere/e sonagli ai piedi/he he he./Faremo una festa/in onore del piccolo Manué (Emanuele)/he he he!/Canta Bacião (Bastiano)/canta tu, Thomé (Tommaso)/canta tu/canta tu, Flanciquia (Francesco)/canta Caterija (Caterina)/canta tu/canta tu, Flunando (Fernando)/canta tu Resnando/canta tu./Ascoltate ascoltate:/tutti i neri sanno cantare/cantiamo e balliamo/cantiamo e balliamo/perché siamo liberi/suoniamo e cantiamo/ci divertiamo e suoniamo/suoniamo il tamburino, il flauto e i sonagli/diciamo viva/viva la nostra signora e viva Zuzé (Giuseppe).


La lingua, come in altri villancicos di questo tipo, è una lingua inventata, un'imitazione della lingua dei neri delle colonie portoghesi quando tentavano di esprimersi nella lingua del colonizzatore. In questo caso è un afro-lusitano, un misto di portoghese, spagnolo, creolo e forse anche di altre.

sabato 29 maggio 2010

O Tejo é mais belo que o rio que corre pela minha aldeia


O Tejo from Abilio Vieira on Vimeo.

O Tejo é mais belo que o rio que corre pela minha aldeia,
Mas o Tejo não é mais belo que o rio que corre pela minha aldeia
Porque o Tejo não é o rio que corre pela minha aldeia,

O Tejo tem grandes navios
E navega nele ainda,
Para aqueles que vêem em tudo o que lá não está,
A memória das naus.

O Tejo desce de Espanha
E o Tejo entra no mar em Portugal.
Toda a gente sabe isso.
Mas poucos sabem qual é o rio da minha aldeia
E para onde ele vai
E donde ele vem.
E por isso, porque pertence a menos gente,
É mais livre e maior o rio da minha aldeia.

Pelo Tejo vai-se para o Mundo.
Para além do Tejo há a América
E a fortuna daqueles que a encontram.
Ninguém nunca pensou no que há para além
Do rio da minha aldeia.

O rio da minha aldeia não faz pensar em nada
Quem está ao pé dele está só ao pé dele.

Alberto Caeiro, O Guardador de Rebanhos


Il Tago è più bello del fiume che passa nel mio paesino,
Ma il Tago non è più bello del fiume che passa nel mio paesino
Perché il Tago non è il fiume che passa nel mio paesino.

Il Tago ha grandi navi
E vi naviga ancora,
Per quelli che vedono nel tutto quello che non c'è,
Il ricordo delle caravelle.

Il Tago scende dalla Spagna
E il Tago entra nel mare in Portogallo.
Lo sanno tutti.
Ma pochi sanno qual è il fiume del mio paesino
E dove va
E da dove viene.
E per questo, perché appartiene a meno persone,
è più libero e più grande il fiume del mio paesino.

Per il Tago si va per il Mondo.
Oltre il Tago c'è l'America
E la fortuna per quelli che la trovano.
Nessuno ha mai pensato a quello che c'è oltre
Il fiume del mio paesino.

Il fiume del mio paesino non fa pensare a niente.
Chi gli sta vicino sta solo vicino ad esso.


Alberto Caeiro da Silva nacque a Lisbona nel 1889, ma visse quasi tutta la sua vita in campagna, in compagnia di una vecchia zia, una prozia. Di statura media, aveva faccia rasa, occhi azzurri e capelli di un biondo slavato. Non aveva professione né quasi nessuna educazione, se non quella acquisita con l'istruzione primaria. Morì di tubercolosi nel 1915 (da qui).
Nonostante la sua breve vita, di lui si possono leggere O guardador de rebanhosO pastor amorosoPoemas Inconjuntos e Fragmentos.

lunedì 5 aprile 2010

Dizionario di tutte 'e cose - C come (il) Cinema prima del cinema

Mi è sempre piaciuto pensare che il cinema non sia nato con i fratelli Lumière, ma molto, molto prima.

Mi è sempre piaciuto pensare che sia nato con l'opera lirica, con il melodramma, in quanto forma di rappresentazione che ne conteneva in nuce, fin dalle origini, tutti gli elementi essenziali: il racconto visivo di una storia che può assumere i registri più diversi, dal dramma alla commedia alla farsa, i tenori e i soprani quali primi attori e le altre voci per i caratteristi (il mio preferito: il basso buffo),  le scene corali quali scene di massa, i recitativi quali forme di dialogo, le scenografie a riprodurre qualsiasi epoca storica, naturalmente la musica ad accompagnare la storia, e infine, e forse soprattutto, la sua fruizione, a partire dalla metà del '600, da parte di un pubblico sempre più popolare e la medesima capacità di suscitare in esso, proprio come accade nelle sale cinematografiche, emozioni, di provocare lacrime e risate.

Qualche anno fa, però, di fronte a dei fotogrammi ammirati su delle strutture di legno ricoperte da carta e foglie d'oro e decorate a tempera, mi sono dovuta ricredere e ne ho dovuto modificare le origini. Si trattava di un film giapponese attribuito al "regista" Kano Domi e dedicato allo sbarco dei portoghesi in Giappone.


Erano due paraventi d'arte namban (i giapponesi chiamavano i portoghesi nambanajin, barbari del sud) esposti al Museo Nacional de Arte Antiga di Lisbona, ma allora mi si erano rivelati (e nella mia memoria sono tuttora) come il primo ed il secondo tempo di un film la cui storia si svolge in due lunghe sequenze, a distanza di decenni l'una dall'altra, una prima che ritrae l'arrivo del Barco Negro a Nagasaki, una seconda che ritrae il corteo che si dirige alla Casa della Compagnia di Gesù.

Nel film, gli attori portoghesi portano dei doni, di cui alcuni sono animali, hanno tutti nasi pronunciati, baffi folti e pizzetto e il colorito abbronzato dei marinai, sono piuttosto alti e indossano cappelli, grandi colli bianchi e amplissimi calzoni a sbuffo di diverse fantasie, tracce della moda portoghese dell'epoca, ma soprattutto tracce dei particolari che allora maggiormente colpirono la sensibilità del regista giapponese al suo primo contatto con i barbari del sud, insomma con noi europei, rappresentati, nella circostanza, dai navigatori portoghesi. I giapponesi, all'arrivo degli stranieri, non escono di casa, al più si affacciano, timidamente, sulla soglia di casa, e guardano sfilare il corteo esotico, mostrando curiosità e al contempo un po' di timore.




Pensavo che la sceneggiatura dell'incontro tra portoghesi e giapponesi, su cui mi era piaciuto fantasticare un po' per conto mio a partire dalle scarse note della didascalia e dalla sola visione dell'opera, fosse andata irrimediabilmente perduta. Mi sono dovuta ricredere anche in questo: in realtà c'era anche quella, solo che l'ho trovata solo qualche tempo fa, ad anni di distanza da quella mia prima visione. Almeno a me piace pensare che ne sia l'ideale sceneggiatura di una altrettanto ideale coproduzione portoghese-nipponica. Eccone una limitata selezione, scritta da un portoghese nel 1585 che era arrivato in Giappone una ventina di anni prima.

Noi e loro

La maggioranza degli europei è di alta statura e ben piantata; i giapponesi sono normalmente più piccoli di noi, di corpo e di statura.

Gli europei considerano belli gli occhi grandi; i giapponesi li trovano orribili: per loro, gli occhi belli sono chiusi dal lato delle lacrime.

Da noi, non è strano avere gli occhi chiari; i giapponesi la considerano una cosa mostruosa, ed è un fatto raro tra loro.

Davanti e dietro

In Europa, gli uomini vanno davanti e le donne dietro; in Giappone, gli uomini vanno dietro e le donne davanti.

Le nostre latrine si devono situare dietro le case, a distanza; le loro sono davanti, evidenti allo sguardo di tutti.

Prima e dopo

I nostri bambini imparano prima a leggere e poi a scrivere; quelli del Giappone cominciano prima a scrivere, e poi incominciano a leggere.

Consumi

In Europa, una cassa di farina di riso basterebbe a un regno intero; in Giappone, viene dalla Cina senza sosta, a navi intere, e ancora non basta.

Capacità e incapacità

Da noi, un bambino di quattro anni non sa ancora mangiare con le mani; quelli del Giappone, a partire dall'età di tre anni, mangiano da soli con le bacchette.

I bambini in Europa raggiungono la pubertà e non sanno neanche redigere un biglietto; quelli del Giappone, a dieci anni, sembrano averne cinquanta per l'intelligenza e il giudizio che mostrano.


Lettere, caratteri e nomi

Noi scriviamo con 22 lettere; loro con 48 nell'abbecedario kana e con infiniti caratteri e diversi tipi di lettere.

Noi studiamo diverse arti e scienze nei nostri libri; i giapponesi passano tutta la vita a conoscere il cuore dei caratteri.

Noi scriviamo in orizzontale, da sinistra a destra; loro lo fanno in verticale, e sempre da destra a sinistra.

Là dove si raggiungono le ultime pagine dei nostri libri, cominciano le loro.

Le nostre lettere possono esprimere dei concetti solo tramite un lungo sviluppo; quelle del Giappone sono molto brevi e concise.

Da noi, i nomi delle donne si traggono dalle sante; quelli dei giapponesi sono: pentola, gru, tartaruga d'acqua, espadrilla, tè, giunco, ecc.

Credenze

Da noi, gli uomini entrano nella religione per fare penitenza e per la propria salvezza; i bonzi lo fanno per scappare dal lavoro e vivere in pace in mezzo ai piaceri.

Noi riconosciamo un solo Dio, una sola fede, un solo battesimo e una sola Chiesa Cattolica; in Giappone, ci sono tredici sette ed esse differiscono quasi tutte le une dalle altre per il loro culto e le loro preghiere d'adorazione.

Noi consideriamo leggendarie tutte le storie di sirene e uomini marini; i giapponesi credono che sotto il mare ci sia un regno di lucertole, che sono dotate di ragione e conoscono il saluto.

Paure

Da noi, uomini, donne e bambini hanno paura della notte; in Giappone, al contrario, né i grandi né i piccini ne hanno il minimo timore.

Noi proviamo in generale paura e ripugnanza nel prendere i serpenti in mano; i giapponesi li prendono con facilità, senza alcun timore, e alcuni li mangiano.

Si fa, non si fa

Da noi, è un peccato grave suicidarsi; in Giappone, in guerra, quando non ne possono più, si aprono il ventre e quello è il segno di grande valore.

In Europa, l'onore e il bene supremo delle giovani donne sono il pudore e il chiostro inviolato della loro purezza; le donne del Giappone non fanno caso alla purezza virginale e perderla non le disonora né impedisce loro di sposarsi.

In Europa, non si offre da mangiare ai carpentieri e ai loro aiutanti; in Giappone, questi hanno da mangiare là dove lavorano, persino i loro aiutanti che non fanno niente.

In Europa, è sconveniente scoprirsi, se non nella punta dei piedi, per riscaldarsi davanti al camino; in Giappone, colui che sta vicino al fuoco non si vergogna affatto di mettersi a culo nudo per lo stesso scopo.

In Europa, è molto sconveniente che una donna beva vino; in Giappone è molto frequente e durante le feste bevono talvolta fino a rotolare per terra.

Starnutire da noi è una cosa naturale e non ci facciamo caso; nelle isole di Goto, lo si considera un presagio, e chi ha starnutito non può parlare lo stesso giorno al suo signore.

In Europa, non uccidiamo per scopo di denaro, almeno fino ad una certa somma; in Giappone, lo si fa anche per un piccolo furto.

Da noi, si usa abbracciarsi al momento dell'addio o quando qualcuno arriva da lontano; i giapponesi non conoscono questa usanza, e ridono quando ce lo vedono fare.

Noi ci puliamo le narici con il pollice o l'indice; loro, che le hanno molto strette, lo fanno con il mignolo.

Noi soccombiamo spesso alla collera e non dominiamo che di rado la nostra impazienza; loro, stranamente, restano sempre molto moderati e riservati.

Da noi, non si usa invitare i servitori assieme ai loro signori e alle loro signore; in Giappone, lo si fa spesso, alle volte per obbligo, alle volte no.

Malattie, terapie

Da noi, gli ascessi sono distrutti col fuoco; i giapponesi preferirebbero morire piuttosto che provare i nostri rudi rimedi chirugici.

Con i nostri malati, se non hanno appetito, si insiste al punto da nutrirli a forza; i giapponesi considerano questo crudele, e preferiscono lasciare morire i loro malati di inappetenza.

Da noi, avere la gonorrea è considerato sporco e motivo di vergogna; in Giappone, uomini e donne ritengono che sia una cosa banale e nessuno se ne turba.

Calendari

L'era dei cristiani non cambierà dalla nascita di Cristo fino alla fine del mondo; l'era del Giappone cambia sei o sette volte nel corso della vita di un re.

Tesori

Noi custodiamo come un tesoro le pietre preziose e i monili d'oro e d'argento; i giapponesi conservano vecchi paioli, porcellane antiche e rotte, recipienti di terracotta, ecc.

Edilizia

Le nostre case sono alte e a più piani; quelle del Giappone, per la maggior parte, sono basse e a un piano.

Le nostre sono di pietra e di calce; le loro, di legno, di bambù, di paglia e di terra.

Le nostre stanze hanno generalmente delle finestre che danno molta luce; le zaxiki del chanoyu sono senza finestre e molto scure.

Le nostre case sono ornate da tessuti, cuoio dipinto, e tappezzerie delle Fiandre; quelle del Giappone da paraventi di carta dorata o dipinta di inchiostro nero.

Da noi, quando scoppia un incendio tutti accorrono con l'acqua e demoliscono le case vicine; i giapponesi si mettono sugli altri tetti e agitano dei ventagli di paglia e gridano al vento di andarsene.

Ho tratto queste considerazioni, che mi paiono contenere una buona dose di meraviglia non priva di ironia, ammirazione e persino di autocritica, fermandomi veramente a stento, dal testo del padre gesuita Luís Fróis Européens et japonais: traité sur les contradictions & différences de mœurs, Chandeigne 2009, un testo ritrovato da Josef Franz Schütte negli archivi di Madrid nel 1946 e pubblicato per la prima volta da questi nel 1955 in una rivista universitaria giapponese.

La pagina del museo in cui vidi il film giapponese.

La pagina di wikipedia dedicata all'arte namban, da cui ho tratto due foto del film.