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mercoledì 28 agosto 2013

Mo l'è vero

Menato - A che muò favièlegi? 
Ruzante - Com a fazòm nu, mo malamén. Com fa sti migiolari de fachinaria che va con la zerla per le vile. Tamentre gi è batezè, e sí fa pan com a fazòm nu. A se mariegi an. Mo l'è vero che queste guere e i soldò g'ha fato anare l'amore via dal culo.


 
Menato - E come parlano?
Ruzante - Come facciamo noi, ma malamente, come fanno questi ambulanti che come facchini vanno con le gerle per le città. Eppure nascono come noi e fanno il pane come facciamo noi. E si innamorano, anche. Ma è pur vero che questa guerra* e i soldati gli hanno fatto andare l'amore via dal culo.
 

Menato - And how do they speak?
Ruzante - They speak as we do, but badly, as these street vendors do, walking around from town to town, like porters with wicker baskets. And yet they are born as we are, and they make bread as we do. And they fall in love too. But it's true that this war and the soldiers have made love leave out the ass.


* Non erano tali le infermità d'Italia, né sí poco indebolite le forze sue, che si potessino curare con medicine leggiere; anzi, come spesso accade ne' corpi ripieni di umori corrotti, che uno rimedio usato per provedere al disordine di una parte ne genera de' piú perniciosi e di maggiore pericolo, cosí la tregua fatta tra il re de' romani e i viniziani partorí agli italiani, in luogo di quella quiete e tranquillità che molti doverne succedere sperato aveano, calamità innumerabili, e guerre molto piú atroci e molto piú sanguinose che le passate: perché se bene in Italia fussino state, già quattordici anni, tante guerre e tante mutazioni, nondimeno, o essendosi spesso terminate le cose senza sangue o le uccisioni state piú tra' barbari medesimi, avevano patito meno i popoli che i príncipi. Ma aprendosi in futuro la porta a nuove discordie, seguitorono per tutta Italia, e contro agli italiani medesimi, crudelissimi accidenti, infinite uccisioni, sacchi ed eccidi di molte città e terre, licenza militare non manco perniciosa agli amici che agli inimici, violata la religione, conculcate le cose sacre con minore riverenza e rispetto che le profane.
La cagione di tanti mali, se tu la consideri generalmente, fu come quasi sempre l'ambizione e la cupidità de' príncipi: ma considerandola particolarmente, ebbono origine dalla temerità e dal procedere troppo insolente del senato viniziano, per il quale si rimossono le difficoltà che insino allora avevano tenuto sospesi il re de' romani e il re di Francia a convenirsi contro a loro; l'uno de' quali immoderatamente esacerbato condussono in grandissima disperazione, l'altro nel tempo medesimo concitorono in somma indegnazione, o almeno gli dettono facoltà di aprire sotto apparente colore quel che lungamente aveva desiderato. 

sabato 9 aprile 2011

Giovanni de' Dondi (1318-1389)

Giovanni de' Dondi aus Padua
verbrachte sein Leben
mit dem Bau einer Uhr.

Einer Uhr ohne Vorbild, unübertroffen
vierhundert Jahre lang.
Das Gangwerk mehrfach,
elliptische Zahnräder,
verbunden durch Gelenkgetriebe,
und die erste Spindelhemmung:
eine unerhörte Konstruktion.

Sieben Ziffer
zeigen den Zustand des Himmels an
und die stummen Revolutionen
aller Planeten.
Ein achtes Blatt,
das unscheibarste,
wies die Stunde, den Tag und das Jahr:
A.D. 1346.

Geschmiedet mit eigener Hand:
eine Himmelsmaschine,
zwecklos und sinnreich wie die Trionfi,
eine Uhr aus Wörtern,
erbaut von Francesco Petrarca.
Aber wozu vergeudet ihr eure Zeit
mit meinem Manuskript,
wenn ihr nicht fähig seid,
es mir nachzutun?

Dauer des Tagelichts
Knoten der Mondbahn,
bewegliche Feste.
Ein Rechenwerk, und zugleich
der Himmel noch einmal.
Aus Messing, aus Messing.
Unter diesem Himmel
leben wir noch.

Die Leute von Padua
sahen nicht auf die Uhr.
Ein Putsch folgte dem andern.
Pestkarren rollten über das Pflaster.
Die Bankiers
stellten ihr Positionen glatt.
Es gab wenig zu essen.

Der Ursprung jener Maschine
ist problematisch.
Ein Analog-Computer.
Ein Menhir. Ein Astrarium.
Trionfi del tempo. Überbleibsel.
Zwecklos und sinnreich
wie ein Gedicht aus Messing.

Nicht Guggenheim sandte
Francesco Petrarca Schecke
zum Ersten des Monats.
De' Dondi hatte keinen Kontrakt
mit dem Pentagon.

Andere Raubtiere. Andere
Wörter und Räder. Aber
derselbe Himmel.
In diesem Mittelalter
leben wir immer noch.

Hans Magnus Enzensberger
Mausoleum


Giovanni de’ Dondi da Padova
passò la vita
a costruire un orologio.

Un prototipo senza pari, insuperato
per quattrocento anni.
Plurimovimento,
ruote dentate ellittiche,
con giunti ad ingranaggi,
e il primo bilanciere;
una costruzione inaudita.

Sette quadranti indicano
la posizione dei cieli
e le mute rivoluzioni
di tutti i pianeti.
L’ottava lamina,
la meno appariscente,
segna l’ora, il giorno e l’anno:
A.D.1346

Forgiato di propria mano:
una macchina celeste,
inutile e ingegnosa come i Trionfi,
un orologio fatto di parole
costruito da Francesco Petrarca.
Ma a quale scopo sprecate il vostro tempo
con il mio manoscritto,
se non siete in grado
di rifarlo?

Durata della luce del giorno,
congiunzioni dell’orbita lunare,
feste mobili.
Una calcolatrice e, insieme,
ancora e sempre il cielo.
D’ottone, d’ottone.
Sotto questo cielo
viviamo ancora.

I padovani
non guardavano l'ora.
Un golpe seguiva l'altro.
I carri degli appestati sul selciato.
I banchieri
chiudevano in pareggio.
C'era poco da mangiare.

L’origine di quella macchina
è problematica.
Un computer analogico.
Un menhir. Un astrarium.
Trionfi del tempo. Rimasugli.
Inutili e ingegnosi
come una poesia d’ottone.

Non era Guggenheim a mandare
assegni a Francesco Petrarca
il primo del mese.
De’ Dondi non aveva contratti
col Pentagono.

Altri predatori. Altre
parole e rotelle. Eppure
lo stesso cielo.
In questo Medioevo
viviamo ancora.


Bonus version in coreano (purtroppo parziale).

lunedì 14 febbraio 2011

Questa non la potrò mai digerire

Nel 1801 Bruto Provedoni, ritornato in Friuli dopo aver perso una gamba in battaglia nelle file della Repubblica Cisalpina, scrive una lettera all'amico Carlino, il protagonista e io narrante delle Confessioni d'un italiano, che in quel momento si trova a Ferrara. Ne ricopio un breve estratto.
Come sapete, furono tolte le antiche giurisdizioni gentilizie; e Venchieredo e Fratta non sono più altro che villaggi, soggetti anch'essi, come Teglio e Bagnara, alla Pretura di Portogruaro. Così si chiama un nuovo magistrato stabilito ad amministrar la giustizia; ma per quanto sia utile e corrispondente ai tempi una tal innovazione, i contadini non ci credono. Io sono troppo ignorante per avvisarne le cause; ma essi forse non si aspettano nulla di bene da coloro che colla guerra hanno fatto finora tanto male. Quello che è certo si è che coloro che in questo frattempo si sono ingrassati furono i tristi; i dabbene rimasero soverchiati, e impoveriti per non aver coraggio di fare il loro pro' delle sciagure pubbliche. I cattivi conoscono i buoni; sanno di potersene fidare e li pelano a man salva. Nei contratti con cui sottoscrivono alla propria rovina essi non si provvedono né appigli a future liti né scappatoie; danno nella rete ingenuamente, e sono infilzati senza misericordia. Alcuni fattori delle grandi famiglie, gli usurai, gli accaparratori di grano, i fornitori dei comuni per le requisizioni soldatesche, ecco la genia che sorse nell'abbattimento di tutti. Costoro, villani o servitori pur ieri, hanno più boria dei loro padroni d'una volta, e dal freno dell'educazione o dei costumi cavallereschi non sono neppur costretti a dare alla propria tristizia l'apparenza dell'onestà. Hanno perduto ogni scienza del bene e del male; vogliono essere rispettati, ubbiditi, serviti perché sono ricchi. Carlino! La rivoluzione per ora ci fa più male che bene. Ho gran paura che avremo di qui a qualche anno superbamente insediata un'aristocrazia del denaro, che farà desiderare quella della nascita. Ma ho detto per ora, e non mi ritratto; giacché se gli uomini hanno riconosciuto la vanità di diritto appoggiati unicamente ai meriti dei bisnonni e dei trisarcavoli, più presto conosceranno la mostruosità d'una potenza che non si appoggia ad alcun merito né presente né passato, ma solamente al diritto del danaro che è tutt'uno con quello della forza. Che chi ha danaro se lo tenga e lo spenda e ne usi; va bene; ma che con esso si comperi quell'autorità che è dovuta solamente al sapere e alla virtù, questa non la potrò mai digerire. È un difettaccio barbaro ed immorale del quale deve purgarsi ad ogni costo l'umana natura.
Ippolito Nievo, Le confessioni d'un italiano, Capitolo Decimottavo, Arnoldo Mondadori Editore, 1981