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domenica 23 settembre 2012

Las moscas

Hay tres temas: el amor, la muerte y las moscas. Desde que el hombre existe, ese sentimiento, ese temor, esas presencias lo han acompañado siempre. Traten otros los dos primeros. Yo me ocupo de las moscas, que son mejores que los hombres, pero no que las mujeres.

Hace años tuve la idea de reunir una antología universal de la mosca. La sigo teniendo. Sin embargo, pronto me di cuenta de que era una empresa prácticamente infinita. La mosca invade todas las literaturas y, claro, donde uno pone el ojo encuentra la mosca.

No hay verdadero escritor que en su oportunidad no le haya dedicado un poema, una página, un párrafo, una línea; y si eres escritor y no lo has hecho te aconsejo que sigas mi ejemplo y corras a hacerlo; las moscas son Euménides, Erinias; son castigadoras. Son las vengadoras de no sabemos qué; pero tú sabes que alguna vez te han perseguido y, en cuanto lo sabes, que te perseguirán para siempre.

Ellas vigilan. Son las vicarias de alguien innombrable, buenísimo o maligno. Te exigen. Te siguen. Te observan. Cuando finalmente mueras es probable, y triste, que baste una mosca para llevar quién puede decir a dónde tu pobre alma distraída. Las moscas transportan, heredándose infinitamente la carga, las almas de nuestros muertos, de nuestros antepasados, que así continúan cerca de nosotros, acompañándonos, empeñados en protegernos. Nuestras pequeñas almas transmigan a través de ellas y ellas acumulan sabiduría y conocen todo lo que nosotros no nos atrevemos a conocer. Quizá el último transmisor de nuestra torpe cultura occidental sea el cuerpo de esa mosca, que ha venido reproduciéndose sin enriquerecerse a lo largo de los siglos. Y, bien mirada, creo que dijo Milla (autor que por supuesto desconoces pero que gracias a haberse ocupado de la mosca oyes mencionar hoy por primera vez), la mosca no es tan fea como a primera vista parece. Pero es que a primera vista no parece fea, precisamente porque nadie ha visto nunca una mosca a primera vista. A nadie se le ha ocurrido preguntarse si la mosca fue antes o después.

En el principio fue la mosca. (Era casi imposible que no apareciera aquí eso de que en el principio fue la mosca o cualquier otra cosa. De esas frases vivimos. Frases mosca que, como los dolores mosca, no significan nada. Las frases perseguidoras de que están llenas nuestros libros.) Olvídalo. Es más fácil que una mosca se pare en la nariz del papa que el papa se pare en la nariz de una mosca. El papa, o el rey o el presidente (el presidente de la república, claro; el presidente de una compañía financiera o comercial o de productos equis es por lo general tan necio que se considera superior a ellas) son incapaces de llamar a su guardia suiza o a su guardia real o a sus guardias presidenciales para exterminar una mosca. Al contrario, son tolerantes y, cuando más, se rascan la nariz. Saben. Y saben que también la mosca sabe y los vigila; saben que lo que en realidad tenemos son moscas de la guarda que nos cuidan a toda hora de caer en pecados auténticos, grandes, para los cuales se necesitan ángeles de la guarda de verdad que de pronto se descuiden y se vuelvan cómplices, como el ángel de la guarda de Hitler, o como el de Johnson. Pero no hay que hacer caso. Vuelve a las narices. La mosca que se posó en la tuya es descendiente directa de la que se paró en la de Cleopatra. Y una vez más caes en las alusiones retóricas prefabricadas que todo el mundo ha hecho antes. Pues a pesar tuyo haces literatura. La mosca quiere que la envuelvas en esa atmósfera de reyes, papas y emperadores. Y lo logra. Te domina. No puedes hablar de ella sin sentirte inclinado hacia la grandeza. Oh, Melville, tenías que recorrer los mares para instalar al fin esa gran ballena blanca sobre tu escritorio de Pittsfield, Massachussetts, sin darte cuenta de que el Mal revoleteaba desde mucho antes alrededor de tu helado de fresa en las calurosas tardes de niñez y, pasados los años, sobre ti mismo cuando en el crepúsculo te arrancabas uno que otro pelo de la barba dorada leyendo a Cervantes y puliendo tu estilo; y no necesariamente en aquella enormidad informe de huesos y esperma incapaz de hacer mal alguno sino a quien interrumpiera su siesta, como el loquito Ahab, ¿Y Poe y su cuervo? Ridículo. Tú mira la mosca. Observa. Piensa.

Augusto Monterroso, Movimiento perpetuo, 1972


Ci sono tre temi: l'amore, la morte e le mosche. Da quando l'uomo esiste, questo sentimento, questo timore, queste presenze lo hanno sempre accompagnato. Trattino gli altri i primi due, io mi occupo delle mosche, che sono migliori degli uomini, però non delle donne.

Anni fa mi venne l'idea di comporre un'antologia universale della mosca. La continuo a sviluppare. Tuttavia, mi resi subito conto che era un'impresa praticamente infinita. La mosca invade tutte le letterature e, chiaramente, ovunque posi lo sguardo, l'occhio incontra una mosca.

Non esiste vero scrittore che, all'occasione, non le abbia dedicato una poesia, una pagina, un paragrafo, una riga; e se sei uno scrittore e non l'hai fatto, ti consiglio di seguire il mio esempio e di affrettarti a farlo; le mosche sono Eumenidi, Erinni, sono castigatrici. Sono le vendicatrici di non sappiamo che; però tu sai che qualche volta ti hanno perseguitato e, per quanto tu sappia, ti perseguiteranno per sempre.

Loro vigilano. Sono le vicarie di qualcosa di innominabile, benevolo o maligno. Ti esigono. Ti seguono. Ti osservano. Quando alla fine morirai, è probabile, e triste, che basterà una mosca per portare via - chissà dove - la tua povera anima distratta. Le mosche trasportano, ereditando all'infinito questo compito, le anime dei nostri morti, dei nostri antenati, che così continuano a cercarci, accompagnandoci, impegnati a proteggerci. Le nostre piccole anime trasmigrano attraverso le mosche e queste accumulano saggezza e conoscono tutto quello che noi non osiamo nemmeno conoscere. Forse l'ultimo trasmettitore della nostra stanca cultura occidentale sarà il corpo di questa mosca, che si è riprodotta senza arricchirsi nel corso dei secoli. E, a ben guardare, credo che sia stato Milla (autore che sicuramente non conosci, ma che per il fatto che si è occupato di mosche senti nominare oggi per la prima volta) ad aver detto che la mosca non è tanto brutta come sembra a prima vista. Ma a prima vista non sembra brutta proprio perché nessuno ha mai visto una mosca a prima vista. A nessuno è capitato di chiedersi se la mosca fu prima o dopo.

In principio era la mosca. (Era quasi impossibile che non apparisse qui questo, che in principio era la mosca o qualche altra cosa. Di queste frasi viviamo. Frasi mosca che, come i dolori mosca, non significano nulla. Le frasi ossessionanti di cui traboccano i nostri libri.) Dimenticalo. È più facile che una mosca vada a finire sul naso del papa che il papa vada a finire sul naso di una mosca. Il papa, o il re o il presidente (il presidente della repubblica, chiaro, ché il presidente di una azienda finanziaria o commerciale o manifatturiera è in generale talmente stupido che si considera superiore a loro) sono incapaci di chiamare la loro guardia svizzera o la loro guardia reale o le loro guardie presidenziali per sterminare una mosca. Al contrario, sono tolleranti e, in più, si grattano il naso. Sanno. E sanno anche anche la mosca sa e li sorveglia;  sanno che quello che in realtà abbiamo sono mosche custodi che tutto il tempo badano a non farci cadere in peccati autentici, grandi, per i quali avremmo bisogno di veri angeli custodi che improvvisamente si distraggono e si trasformano in complici, come l'angelo custode di Hitler, o come quello di Johnson. Però non bisogna farci caso. Torniamo al naso. La mosca che si posò sul tuo è discendente diretta di quella che andò a finire su quello di Cleopatra. E ancora una volta ricadi sulle allusioni retoriche prefabbricate che tutti hanno fatto prima. Allora, tuo malgrado, fai letteratura. La mosca desidera che tu la avvolga in questa atmosfera di re, papi ed imperatori. E ci riesce. Ti domina. Non puoi parlare di lei senza sentirti incline alla grandezza. Oh, Melville, dovevi attraversare i mari per piazzare infine questa grande balena bianca sulla tua scrivania di Pittsfield, Massachussetts, senza accorgerti che il Male volteggiava da molto prima attorno al tuo gelato alla fragola nei caldi pomeriggi della tua infanzia e, passati gli anni, su te stesso quando all'imbrunire ti accarezzavi i peli della barba dorata leggendo Cervantes e affinando il tuo stile; e non necessariamente in quella enormità informe di ossa e sperma incapace di fare male ad alcuno finché qualcuno interrompeva la sua pennichella, come quello scemo di Ahab. E Poe e il suo corvo? Ridicolo. Tu guarda la mosca. Osserva. Pensa.

domenica 24 ottobre 2010

La sfiga di essere belli e coraggiosi

In una delle sue innumerevoli versioni, che variano spaziando dalla Murcia, alla Castiglia, al Messico, al Venezuela e chissà a quanti altri posti ancora, al punto che solo un segugio del calibro di Studiolum potrebbe tentare di venire a capo dei suoi percorsi, El guapo può suonare così:



A la una canta el guapo
A las dos canta el cobarde
A las tres cantaré yo
Por haber llegado tarde.
Por esa calle derecha
Van a construir un puente
Con las costillas de un guapo
Y la sangre de un valiente.

All'una canta il bello/alle due canta il codardo/alle tre canterò io/ per essere arrivato tardi/Per questa via a destra/costruiranno un ponte/con le costole di un bello/e il sangue di un coraggioso.


(*) L'idea di questo progetto (dell'album Los impossibles) è nata dalla semplice curiosità: esiste in Messico un manoscritto, composto all'inizio del XVIII secolo dal chitarrista barocco spagnolo Santiago de Murcia, che contiene un pezzo intitolato Los Impossibles. Si tratta di una romanesca di un genere che si ritrova nel XVI secolo in Italia, in Spagna e in Portogallo. Il suo tema è ancora ricorrente nella musica tradizionale messicana. La mia curiosità e la mia attrazione derivano in primo luogo dal fatto che una melodia abbia potuto aprirsi un varco tra la musica tradizionale della sua epoca e la musica colta, e viaggiare nell'arco di un secolo, dall'Italia, via Spagna e Portogallo, fino al Messico, sia ancora viva oggi nella musica della tradizione orale dell'America Latina (da qui).

lunedì 17 maggio 2010

Le mot mot

Le mot mot ne veut rien dire (La parola parola non vuol dire niente)
Christophe Tarkos

Ça ne peut plus durer comme ça. Il y a quelque chose qui ne va pas. Dans l’utilisation faite du mot poésie, dans l’utilisation qui est faite du mot. Ce n’est pas possible. Il faut faire quelque chose. On se retrouve dans n’importe quoi, la divagation, on sait plus où on met les pieds, il y a tout et rien, personne ne sait plus ce qu’il fait, ça ne veut plus rien dire. La pensée créatrice, la beauté verbale sont réduites à des frivolités municipales, à des claquements de mains, s’engluent dans la bande sonore du championnat américain de basket, dans le chuchotement de phonèmes murmurés, ça tourne, ça peut tourner longtemps, occupe, occupe le terrain, lissé, bruisse, chauffe.

Christophe Tarkos, Manifeste chou, 1993

(Non può più durare così. C'è qualche cosa che non va. Nell'uso fatto della parola poesia, nell'uso che è fatto della parola. Non è possibile. Bisogna fare qualcosa. Ci ritroviamo in qualsiasi cosa, la divagazione, non sappiamo più dove mettere i piedi, c'è tutto e niente, nessuno sa più quello che fa, questo non vuol più dire niente. Il pensiero creativo, la bellezza verbale sono ridotti a frivolezze municipali, a battiti di mani, si incollano nella banda sonora del campionato americano di basket, nel sussurro di fonemi mormorati, funziona, può funzionare a lungo, occupa, occupa il terreno, levigato, rumoreggia, scalda.)

*

Lorsque je lis un poème je rage lorsque je bute des lèvres sur le mot "mot" ou sur le mot "phrase" et surtout sur les mots "plume" et "page"

Le monde mincit se décharne devant Où sont les poètes Qu'ils sortent dans la rue et montrent qu'on y respire avec largeur Qu'on entende le bruit que font leurs chaussures sur les escaliers de la bibliothèque qu'on voie leur sourire et leur regard alerte défier la morosité des gardiens

Tapage à leur passage dans la ville

Yael Weiss, Cahier de violence, 2009


(Quando leggo una poesia mi infurio quando le labbra inciampano sulla parola "parola" o sulla parola "frase" e soprattutto sulle parole "penna" e "pagina"

Il mondo dimagrisce gli si striminzisce davanti Dove sono i poeti Che scendano in strada e mostrino che vi si respira con larghezza Che si ascolti il rumore che fanno le loro scarpe sulle scale della biblioteca che si veda il loro sorriso e il loro sguardo svelto sfidare la tristezza dei portinai 

Baccano al loro passaggio nella città)

*
((piccolo tributo alla poesia non époustouflante. un'autocritica, anche. e soprattutto un dolore.))
*

La parole est irréversible, telle est sa fatalité. Ce qui a été dit ne peut se reprendre, sauf à s’augmenter : corriger, c’est, ici, bizarrement, ajouter. En parlant, je ne puis gommer, effacer, annuler ; tout ce que je puis faire, c’est de dire « j’annule, j’efface, je rectifie », bref de parler encore. Cette très singulière annulation par ajout, je l’appellerai « bredouillement ». Le bredouillement est un message deux fois manqué : d’une part on le comprend mal, mais d’autre part, avec effort, on le comprend tout de même ; il n’est vraiment ni dans la langue ni hors d’elle : c’est un bruit de langage comparable à la suite des coups par lesquels un moteur fait entendre qu’il est mal en point ; tel est précisément le sens de la ratée, signe sonore d’un échec qui se profile dans le fonctionnement de l’objet. Le bredouillement (du moteur ou du sujet), c’est en somme une peur : j’ai peur que la marche vienne à s’arrêter.
Roland Barthes, Le bruissement de la langue, 1975

venerdì 14 maggio 2010

Come sarebbe se ce la prendessimo con le rive

Der Fluss, der über die Ufer tritt, wird gewalttätig genannt, das Ufer, das ihn eindämmt, aber nicht.
Bertolt Brecht
(Di un fiume che esonda dalle rive si dice che è violento, ma non della riva che lo contiene)

"À Miami tout a commencé peu après 14 heures à la porte D-42 de l'aéroport international À l'interieur du tunnel d'accès au vol 924 d'American Airlines destination Orlando Rigoberto Alpizar a commencé à s'agiter à menacer et à courir frénétiquement Dans le désordre qui s'ensuivit il a crié qu'il avait une bombe dans son bagage à main Immédiatement deux agents de la sécurité aérienne qui étaient à l'interieur de l'avion l'ont sommé de se jeter à terre Rigoberto Alpizar n'a pas obéi
On entendit quatre ou cinq coups de feu et l'homme tomba abattu"
Reforma (Mexico), 8 décembre 2005

Yael Weiss, Cahier de violence, Éditions & What, 2009, Les poètes liquides associés

"A Miami tutto è cominciato poco dopo le ore 14 alla porta D-42 dell'aeroporto internazionale All'interno del tunnel di accesso al volo 924 dell'American Airlines destinazione Orlando Rigoberto Alpízar ha cominciato ad agitarsi a minacciare e a correre freneticamente Nel disordine che ne è seguito ha gridato di avere una bomba nel suo bagaglio a mano Immediatamente due agenti della sicurezza aerea che erano all'interno dell'aereo gli hanno intimato di gettarsi a terra Rigoberto Alpízar non ha obbedito
Si sono sentiti quattro o cinque colpi di arma da fuoco e l'uomo è caduto abbattuto"
Reforma (Messico), 8 dicembre 2005

Yael Weiss è nata in Messico, dove vive, nel 1977. Dal 2000 al 2007 ha vissuto a Parigi. A proposito del suo libro Cahier de violence (quaderno di violenza - non di lamentele, osservo), ha detto: "Quando scrivo, mi rivolgo innanzi tutto al mio vicino. Il mio vicino allora era francese. È nella sua lingua, in questa città, nella sua storia e nella sua violenza specifica che sono stata accolta ed è questo che ho sperimentato."

Alla luce di queste parole, la scelta odierna può apparire non perfettamente rappresentativa del suo libro, ma questo blog non conosce la parola perfezione e oggi l'algoritmo di Muhammad ibn Musa al-Khwarizmi ha restituito questo brano. Del resto, niente fa ritenere che l'algoritmo non possa ritornare sulla Weiss un altro giorno.

L'articolo sul giornale messicano Reforma si intitolava Amenaza con bomba, y lo matan e cominciava così: Oficiales de EU abatieron en el aeropuerto de Miami a un hombre que dijo tener una bomba. Guardias aéreos explicaron que al abordar el vuelo 924 de American Airlines, Rigoberto Alpízar...

Jeremy Fisher ha dedicato ad Alpízar la canzone Lay Down (Ballad Of Rigoberto Alpizar).


Io, questo post.

domenica 18 aprile 2010

Come sarebbe se la poesia fosse un cocktail

Maailmu on nii palju kui liivateri mere ääres,
suuri ja väikesi, ümmargusi ja nurgelisi,
heledaid ja tumedaid, põliseid ja üürikesi;
mõned seisavad paigal, mõned pöörlevad;
mõned on üksi, mõned kobaras koos;
ja igaühes nendest suurtest ja väikestest,
ümmargustest ja nurgelistest, heledatest
ja tumedatest, põlistest ja üürikestest
maailmadest on meresid ja randu
ja mererannal liivateri ja igas liivateras
niipalju maailmu kui liivateri mere ääres,
suuri ja väikesi, ümmargusi ja nurgelisi;
mõnes maailmas on Buddha juba sündinud,
mõnes sündimata, mõnes elab ja õpetab ta praegu;
ühes nendest istun ma ärklitoas laua taga
ja üks metslehelind — Phylloscopus sibilatrix —
lendab aknale, nii et ma näen lähedalt
tema kollast kulmutriipu ja pruuni silma
ja seda, kuidas ta koputab nokaga
vastu aknaruutu ja lendab siis minema.

Jaan Kaplinski


Ci sono tanti mondi quanti granelli di sabbia su una spiaggia,
grandi e piccoli, rotondi e quadrati,
chiari e scuri, antichi e transitori;
alcuni stanno fermi, altri ruotano;
alcuni sono soli, alcuni in nugoli;
e in ciascuno di questi mondi piccoli e grandi,
rotondi e quadrati, chiari e scuri,
antichi e transitori, ci sono mari e spiagge,
e moltissima sabbia su queste spiagge;
e in ogni granello di sabbia ci sono tanti mondi
quanti i granelli di sabbia su una spiaggia, grandi e piccoli,
rotondi e quadrati. In alcuni
Buddha è già nato, in altri
non è ancora nato, in altri ancora
sta vivendo e insegnando proprio ora;
in uno di essi sono seduto alla mia scrivania nell'attico,
e un Luì verde - Phylloscopus sibilatrix -
vola alla mia finestra, tanto che posso vederne da vicino
la striscia gialla sopra i suoi occhi scuri,
e come bussa col suo becco
sulla lastra e poi vola via.

Jaan Kaplinski è uno dei poeti estoni più tradotti all'estero ed è solo grazie a questo che ho potuto fornire una possibile versione della sua poesia - di cui altrimenti avrei capito solo la prima parola, Buddha e Phylloscopus sibilatrix.

Non lo è, ma se - per puro gioco - la poesia di Kaplinski fosse un cocktail, la si potrebbe preparare con:

- 1/3 di William Blake:

to see a world in a grain of sand
and a heaven in a wild flower,
hold infinity in the palm of your hand
and eternity in an hour.

- 1/3 di uno di quei filoni di sviluppo della fisica contemporanea, come ad esempio questo, che hanno sottratto l'ipotesi di esistenza di mondi paralleli all'interesse esclusivo della fantascienza.

- 1/3 di Moràbito:

Para que se fuera la mosca
abrí los vidrios
y continué escribiendo.
Era una mosca chica,
no hacía ruido,
no me estorbaba en lo más mínimo,
pero tal vez empezaría
a zumbar.
Un aire frío,
suave,
entró en el cuarto;
no me estorbaba en lo más mínimo,
pero no se llevaba
con mis versos.
Cambié mis versos,
los hice menos melodiosos,
quité los puntos,
los materiales de sostén,
las costras adheridas.
Miré la mosca adolescente y gris,
sin experiencia;
no se movía del mismo punto,
tal vez
buscaba entrar en la corriente
de las moscas,
buscaba a su manera unas palabras mágicas.
Rompí mis versos,
a fuerza de quitarles costras
habían quedado ajenos.
Fui a la ventana,
por un momento
todo lo vi como una mosca,
el aire impracticable,
el mundo impracticable,
la espera de un resquicio,
de una blandura
y del valor
para atreverse.
Fuimos el mismo adolescente gris,
el mismo que no vuela.
¿Qué versos que calaran hondo
no venían,
de esos que nadie escribe,
que están escritos ya,
que inventan al poeta que los dice?
Porque los versos no se inventan,
los versos vienen y se forman
en el instante justo de quietud
que se consigue,
cuando se está a la escucha
como nunca.

Non lo è, ma se la poesia di Kaplinski fosse un cocktail, dopo aver agitato il tutto, la si potrebbe gustare badando al sottile piacere che può dare, come è capitato per la prima volta a me, il toccare con mano il rapporto di parentela tra estone e finlandese (conoscevo la parola finlandese per indicare il mondo (maailma), che è fatto di terra (maa) e di aria (ilma)).

giovedì 15 aprile 2010

La consecuencia

Esto es un árbol. La raíz dice raíz,
rama cada rama, y en la copa
está la sala de recibo
de un mirlo que habla.

La mesa donde escribo
—una fiesta de solteras—
está hecha de madera de ese árbol
convertida por el uso y por el tiempo
en la palabra mesa.

Es porque da frutos que caen
y por el gremio perenne de sus hojas
que se renueva el árbol
y que existe la palabra árbol:

aunque a veces el bosque
lo oculte a la vista, lo contiene
el árbol en la palabra árbol.

Y no es que éste sea un poema abstracto.
Es que las palabras se repiten entre sí
por el sentido: son solteras y sociables
y de sus raíces crece un árbol.

Mirta Rosenberg


Questo è un albero. La radice dice radice,
ramo ogni ramo, e nella chioma
c'è la sala di ricevimento
di un merlo che parla.

Il tavolo su cui scrivo
— una festa di nubili —
è fatto di legno di quest'albero
convertito per l'uso e per il tempo
nella parola tavolo.

È perché dà frutti che cadono
e per il corpo sempreverde delle sue foglie
che si rinnova l'albero
e che esiste la parola albero:

sebbene a volte il bosco
lo nasconda alla vista, lo contiene
l'albero nella parola albero.

E non è che questa sia una poesia astratta.
È che le parole si ripetono tra sé
per il loro significato: sono nubili e socievoli
e dalle loro radici cresce un albero.

Nata a Rosario, Santa Fe, Argentina, nel 1951, vive a Bueons Aires. Ha tradotto, tra gli altri, l'Enrico IV di Shakespeare assieme a Daniel Samoilovich (direttore della rivista Diario de Poesía), e poi Katherine Mansfield, William Blake, Walt Whitman, Emily Dickinson, Anne Sexton, Dereck Walcott, Marianne Moore, W.H. Auden, Seamus Heaney, Anne Talvaz, D.H. Lawrence e Ruth Fainlight. Si occupa della casa editrice Bajo la luna e ha pubblicato diverse raccolte di poesie, saggi e racconti. Dal 1998 lavora come traduttrice per il quotidiano La Nación (cosa non tocca fare ai poeti).

Una sua considerazione sulla lingua da un'intervista del 2006:
El libro se llama "Madam" porque procede de un palíndromo en inglés, que es el momento en que Adán se le presenta Eva. Es decir, el momento del origen, según la Biblia, de la estirpe humana. Entonces no había nadie que los presentara. Obviamente porque dios no se preocupó por presentar a sus creaciones, entonces se acercó a Eva y le dijo: "Madam, I'm madam". Y lo curioso es que, obviamente –según la Biblia la mujer está hecha de la costilla del hombre-, esto se lee de izquierda a derecha, y de derecha a izquierda, exactamente igual. Son dos mitades de una misma cosa. Y por eso el libro se llama "Madam" -en inglés, no en francés-. Por este palíndromo, que es como el palíndromo originario. Eso es lo bueno que tiene la lengua, que de alguna manera es la protagonista de la poesía –de la poesía en especial-, de la literatura, de la vida, de la comunicación. Digo de la poesía en especial porque no creo que la poesía sea comunicación. Creo que excede con mucho la comunicación; va más allá de jugar con las palabras. Por lo menos lo que yo pretendo va un poquito más allá. Yo creo que la lengua es un instrumento maravilloso. Que la lengua nos permite de alguna manera derrotar al futuro, y por lo tanto derrotar a la muerte. Porque tiene un modo verbal que es el potencial, y yo no lo tomo en chiste a ese detalle.
*

Minisemantica personale: per me, tree non è un albero, è un numero con un soffio rattenuto, albero è un tratto a matita marrone coronato da un ciuffo verde su un sottofondo musicale che esce da una piccola radio da cucina, drevo è un susino che cresce su terra rossa, Baum è una canzone di dicembre e sta solo im Wald, l'arbre è un cartoncino deodorante, ed è proprio árbol il più albero di tutti, quello cui rispunta il verde ad ogni primavera ovunque si trovi, anche in un viale cittadino, insomma, il solo, legittimo rappresentante sindacale della categoria arborea.

*
Tornando alle cose serie, Vivian Lamarque ne ha incontrato uno meraviglioso, cui ha dedicato una poesia che, guarda caso, si chiama Ad un albero meraviglioso. Fa così:

Caro albero meraviglioso
che dal treno qualcuno
ti ha tirato un sacchetto
di plastica viola
che te lo tieni stupito
sulla mano del ramo
come per dire
cos’è questo fiore strano?
speriamo che il vento
se lo porti lontano.
Ci vediamo al prossimo viaggio
ricorderò il numero del filare
il tuo indirizzo, ho contato
i chilometri dopo lo scalo-merci
arrivederci.

*

Tuttavia, a dimostrazione che árbol è l'albero, persino quando non è di legno...

Los árboles no son de madera
y no tocamos madera cuando tocamos un árbol.
Un árbol,
cuando ha exprimido el canto de sus ramas,
se recuesta en su tumba de madera,
toca madera y deja de ser árbol.
La madera de una silla no es madera muerta
y los árboles no son madera viva;
los árboles son árboles
y la madera es madera,
y los árboles muertos
son madera de pie,
madera con ramas y pájaros,
y no se sabe si los pájaros
los toman como árboles
o como lo que son: sillas silvestres,
madera para descansar que anhela que la quemen.
Los árboles se mueren de madera,
y el fuego,
que compendia en un minuto años de pájaros,
años de hormigas por las ramas,
conoce sólo un idioma: la madera,
y no sabe nada de los árboles.

Fabio Morábito


Gli alberi non sono di legno

Gli alberi non sono di legno,
e non tocchiamo legno quando tocchiamo un albero.
Un albero,
quando ha espresso il canto dei suoi rami,
si adagia nella sua tomba di legno,
tocca legno e smette di essere albero.
Il legno di una sedia non è legno morto
e gli alberi non sono legno vivo;
gli alberi sono alberi,
e il legno è legno,
e gli alberi morti
sono legno eretto,
legno con rami e uccelli,
e non si sa se gli uccelli
li considerino alberi
o per quello che sono: sedie silvestri,
legno per il riposo che desidera che lo si arda.
Gli alberi muoiono di legno,
e il fuoco,
che compendia in un minuto anni di uccelli,
anni di formiche per i rami,
conosce solo una lingua: il legno,
e non sa niente degli alberi.

Morábito è nato da genitori italiani ad Alessandria d'Egitto e vive in Messico. Di madrelingua italiana, scrive in spagnolo. Anche lui, come la Rosenberg e molti altri, traduce (Torquato Tasso, Landolfi, Calvino, Sanguineti).