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lunedì 17 febbraio 2014

Ad un bambino ungherese

Qualche settimana fa Le Monde ha riportato, senza che io potessi verificarlo, che una madre ungherese si sarebbe lamentata in un forum online del sistema scolastico del suo Paese, fornendo, come esempio, il voto ottenuto da suo figlio in morale. Il figlio, di 10 anni, avrebbe preso 2 su 5 perché non avrebbe saputo rispondere - almeno non secondo le attese - alla domanda: "Perché è bello vivere in Ungheria?", essendosi limitato a vantare gli spazi verdi e le pasticcerie della sua città.
Superato il naturale fastidio che genera una domanda così, al posto del bambino, direi, come prima risposta, rispetto al Paese che mi ospita, che non lo so, ché vivo in un suo punto non rappresentativo, nella pianura che Ariosto collocava ne l'ombilico a Francia, anzi nel core, e si sa che le periferie raccontano molto di più di un Paese che il suo centro. Lo direi col mio migliore accento québécois, se potessi riprodurlo al meglio: špò.
Come seconda risposta, sperando di piazzarmi, in morale, ancora più in basso del bambino ungherese, perché non c'è Orbán. E nemmeno Matteo Salvini. O Gianni Vattimo. Qui ci starebbe bene un elenco alla Rabelais, che si chiudesse, di preferenza, con Paolo Flores d'Arcais.
Ombelico ὀμφαλός nombril bugnigolo. Bugnigolo. Ecco, la parola bugnigolo giustifica, assieme ad altre parole acquisite lontano nel tempo, il solo tipo di orgoglio che provo per la ventura di essere nata dove sono nata, anche se in misura risibile, e in ogni caso non tale da cancellare il mio personale, inemendabile peccato originale, quello di condividere detta ventura con Susanna Tamaro.
Tuttavia, se proprio dovessi rispondere alla domanda in termini positivi ed assoluti, per cercare di meritarmi 0 punti secchi in morale francese, risponderei perché, in una sera di gennaio del 1852, Flaubert scrisse all'amata Louise Colet che quel che gli sembrava bello, quel che avrebbe voluto fare, era un libro su niente, un libro senza alcun appiglio esteriore, che si tenesse su da solo per la forza interna del suo stile, come la terra si regge in aria senza bisogno di essere sostenuta, un libro che non avesse quasi soggetto o almeno il cui soggetto fosse, se possibile, quasi invisibile.
Manganelli, anni fa, in un suo testo, mi ha fatto notare che nel Trecento e fino al Cinquecento non mettevano titoli alle poesie. Avevano perfetta coscienza che una poesia non parla di niente. Di che parla Chiare e fresche e dolci acque? Di niente.
Il che significa che Flaubert ha fallito e ha fallito due volte, e quindi nel migliore dei modi possibili: credendo di prefiggersi un'impresa mai tentata, gigantesca, eccezionale, nella sua nullità, l'ha fallita non solo perché il libro su niente è rimasto irrealizzato, ma anche perché l'impresa, a sua insaputa, era già riuscita a molti altri - poeti, soprattutto, da Petrarca a Ragazzoni, il poeta delle invisibilissime pagine, per nominare solo un paio di esempi italiani.
Un fallimento titanico, degno di molto rispetto, per uno nato nel Paese dell'exception culturelle o della littérature française quale pietra di paragone per tutte le altre (un giorno mi farò forza e ricopierò le parole della prefazione al primo tomo delle Opere di Kundera della Pléiade, per darne un esempio non di primissimo piano, ma abbastanza significativo, che non dovrebbe restare né dimenticato né impunito).
Anche Manganelli ha - per quanto solo parzialmente - fallito, anche se su un piano diverso, in misura in parte consapevole, data la natura provocatoria delle sue parole e dato il fine di sostenere la prosa, come unica arma contro il sillogismo sbagliato dell'universo, ed in parte inconsapevole, data l'omissione, nel suo ragionamento, della mai troppo compianta poesia didascalica. È vero che i titoli alle poesie del Trecento-Cinquecento ce li hanno messi dopo, per un'ansia di catalogazione, immagino, del tutto incapace di svolgere lo scopo prefissato, tra l'altro, se di ansia di catalogazione proprio si trattava. A due sonetti di Antonio Pucci, per molto tempo attribuiti a Dante, che mi appresto a riportare, hanno posto il titolo: Sonetto. Eppure, questi due sonetti minori parlano di qualcosa. Non parlano benissimo - a meno che, come nel mio caso, non se ne apprezzino la sonorità ed il didascalismo -, ma di qualcosa parlano. Inoltre, quel che ha più valore, in essi, tolto il velo del moralismo e dimenticato ogni riferimento al presente, che non merita un'oncia dei versi di un poeta di secondo piano come Pucci (ma gran fonditore di campane, campanaio e trombettiere), è la funzione di testimonianza di un'opera di Giotto che non esiste più, il Comune rubato da molti, e che si può però provare a ricomporre, essendo finita nel nulla, attraverso delle tracce, altrui e di Giotto stesso, come quella, involontaria, fornita dalla Giustizia e dall'Ingiustizia, due ritratti che si possono ancora vedere nella Cappella degli Scrovegni, a Padova. Oppure attraverso Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori, di Vasari: E nella sala grande del podestà di Firenze dipinse il Comune rubato da molti, dove in forma di giudice con lo scettro in mano lo figurò a sedere, e sopra la testa gli pose le bilance pari per le giuste ragioni ministrate da esso, aiutato da quattro virtù che sono la Fortezza con l'animo, la Prudenza con le leggi, la Giustizia con l'armi, e la Temperanza con le parole: pittura bella ed invenzione propria e verisimile.
Oppure, come dicevo, attraverso due sonetti di Pucci, che dedico a quel bambino ungherese, augurandogli di continuare ad apprezzare il verde e le pasticcerie della sua città e a trovare quanto prima la propria parola bugnigolo.

Omè, Comun, come conciar ti veggio
Sì dagli oltramontan, sì da' vicini,
E maggiormente da' tuoi cittadini,
Che ti dovrebbon por nell'alto seggio!
Chi più ti dê' onorar, que' ti fa peggio;
Legge non ci ha che per te si dichini:
Co' graffi, colla sega e colli uncini
Ciascun s'ingegna di levar lo scheggio.
Capel non ti riman, che ben ti voglia;
Chi ti to' la bacchetta, e chi ti scalza;
Chi 'l vestimento stracciando ti spoglia.
Ogni lor pena sopra te rimbalza;
Niuno non è che pensi di tua doglia,
O s'tu dibassi quanto sè rinalza.

Antonio Pucci

*
Se nel mio ben ciascun fosse leale,
Sì come di rubarmi si diletta,
Non fu mai Roma, quando me' fu retta,
Come sarebbe Firenze reale.
Ma siate certi che di questo male
Per tempo o tardi ne sarà vendetta:
Chi mi torrà converrà che rimetta
In me Comun del vivo capitale.
Che tal per me sta in cima della rota
Che in simil modo robando m'offese,
Onde la sedia poi rimase vuota.
Tu che salisti quando egli scese,
Pigliando assempro, mie parole nota,
E fa che impari senno alle sue spese.
Poi che giustizia vedi che mi vendica,
Deh non voler del mio tesor far endica.

Antonio Pucci

Ho una certa predisposizione ad occuparmi di niente.

martedì 5 marzo 2013

Dietro questo blog

Per molto tempo ho scritto simulando indipendenza e libertà di giudizio.
Mentivo, naturalmente, perché anche dietro questo blog c'è un guru.
Ci vediamo in sulla piazza del palagio publico, sarà un aggradimento.
Come riconoscerci? Io son colei che, svoltando l'angolo che mena in sulla piazza, declama: le vele le vele le vele!, lui è un po' più anziano di me e mi segue dappresso.

venerdì 6 aprile 2012

Dizionario di tutte 'e cose - E come Erliquie


 
Foto di Sasha Terebenin
Uno delle decine di autobus di pellegrini alla Cintura della Vergine. Krasnojarsk, novembre 2011 (link)

La mostra de l'erliquie

Tra ll'antre erliquie che tt'ho ddette addietro
C'è ll'aggnello pascuale e la colonna:
C'è er latte stato munto a la Madonna,
Ch'è ssempre fresco in un botton de vetro.
C'è ll'acqua der diluvio: c'è lla fionna
Der re Ddàvide, e 'r gallo de san Pietro:
Poi c'è er bascio de Ggiuda, e cc'è lo sscetro
Der Padr'Eterno e la perucca bbionna.
Ce sò ddu' parmi e mmezzo de l'ecrisse
Der Carvario, e cc'è un po' de vita eterna
Pe ffa er lèvito in caso che ffinisse.
C'è er moccolo che aveva a la lenterna
Dio cuanno accese er zole, e ppoi je disse:
"Va', illumina chi sserve e cchi ggoverna."

Giuseppe Gioachino Belli
Roma, 22 gennaio 1833

e questa è una delle penne dell'agnol Gabriello, la quale nella camera della Vergine Maria rimase quando egli la venne ad annunziare in Nazaret.
Boccaccio, Decameron, VI giornata, novella X

Rudolf Löwenstein


La liquefazione del "sangue" di San Gennaro (le virgolette sono copyright di Nature)


L'ampolla del dio Po.

Svezia: n.p.

sabato 3 settembre 2011

Sonnenstreifen

Ein Sonnenstreifen Glückseligkeit.
Kafka, Das dritte Oktavheft

Un'assolata striscia di felicità.
Kafka, Il terzo quaderno in ottavo

Nicola Matteis, Diverse bizzarrie Sopra la Vecchia Sarabanda o pur Ciaccona
Gli Incogniti, Amandine Beyer

Abitava una casetta piuttosto rustica addossata sul retro d'una villa. Accanto alla porta d'entrata c'era un grande alloro verde cupo. E di color verde pino erano dipinte la porta e le persiane. Al pianterreno c'era una grande cucina, pressoché vuota. L'abitazione propriamente detta era al primo piano. E qui ci incontrammo con Virgilio, in una stanza, dove sull'impiantito di mattoni rossi c'era una grande striscia di sole allegro e, nel suo nimbo, due sedie rusticane basse. Non c'era altro. Tutto era serio e silenzioso.
Sopravvenne la Nina: non volle una sedia: leggermente, scioltamente, si afflosciò sul pavimento rosso.

Anna Modena, Virgilio Giotti, Edizioni Studio Tesi, 1992
(Biagio Marin ricorda così il suo primo incontro con Virgilio Giotti, avvenuto a San Felice a Ema, nel 1916 o nel '17. La Nina è Nina Schekotoff, la moglie di Giotti.)

*

Slunghèdi sbavadùri el slèrghen i an
ch'agh's pèinsa in treno a vèder la campagna
o intant ch'as pasa a pê pr'un sugamàn
ed lus stèis a l'incròus, in dóv as bagna
la vòus ed la cuntrèda e a tès luntan
al mènd scandî: e un tèimp stremnê, l'armàgna
o al scapa insèmm al treno e ai pas, al pasa,
però aesè tèndr e astràt ch'a pèr ch'an masa.

Emilio Rentocchini
Otèvi, Garzanti, 1994

Allungate sbavature dilatano gli anni
a cui si pensa in treno a veder la campagna
o mentre si passa a piedi per un asciugamano
di luce steso all'incrocio, dove si bagna
la voce della contrada e tace lontano
il mondo scandito: e un tempo sgranato, rimanga
o fugga insieme al treno e ai passi, passa,
però così tenero e astratto che pare non ammazzi.

giovedì 18 agosto 2011

La libreria di Salvemini

Nel 1955 Bruno Pincherle fece visita a Gaetano Salvemini, che aveva conosciuto nel 1924 all'università di Firenze, dove aveva seguito il suo corso sulla rivoluzione francese. Pincherle nel 1925 aveva condiviso con i fratelli Rosselli ed Ernesto Rossi, ma considerando se stesso "nel modesto rango dei distributori", l'esperienza del primo foglio clandestino antifascista Non mollare, la cui impostazione "veniva tutta da Salvemini".
Avevo trovato Salvemini nella modesta pensione in cui abitava. Viveva ad ottant'anni passati così come siamo vissuti anche noi a vent'anni (ma non so se saremmo capaci di vivere ancora), in un'anonima stanza d'affitto, il piccolo tavolo ingombro di carte e di giornali, i libri (al posto della libreria che non c'è) stipati su un valigione poggiato aperto su due seggiole.
Nuova Repubblica, Firenze, a. V, n. 57, p.2
in Monica Rebeschini, Bruno Pincherle. Interventi e scritti politici, Piazzetta Stendhal, 1, Trieste, 2004

(Cfr., volendo, ma proprio volendo.)

martedì 9 agosto 2011

Mirabile povertà

Venerdì alla bottega di Giunti comprai un mazzo di commedie, undeci in numero, e certi altri libretti. E ci viddi il testamento di Boccaccio stampato con certi discorsi fatti sul Decamerone.
Questo testamento mostra una mirabile povertà e bassezza di fortuna di questo grand'uomo. Lascia delle lenzuola, e poi certe particelle di letti a suoi parenti, e sorelle. Gli libri a un certo frate, al quale ordina, che gli comunichi a chiunque gliene richiederà. Fin a' vasi, e mobili vilissimi gli mette in conto. Ordina delle messe, e sepoltura. C'è stampato come s'è ritrovato di carta pergamena molto guasta, e ruinata.

Texte rédigé en italien par Montaigne. Montaigne, Journal de voyage, Gallimard, 1983
(Si riferisce a venerdì 30 giugno 1581, durante il suo soggiorno fiorentino.)

*

Nel sacco di Durruti si trovarono i seguenti effetti: biancheria per un cambio, due pistole, un binocolo e un paio di occhiali da sole. L'inventario era tutto qui.

Hans Magnus Enzensberger, La breve estate dell’anarchia. Vita e morte di Buenaventura Durruti, Feltrinelli, 1997

martedì 2 agosto 2011

Podwaliny

Budowałem na piasku
I zwaliło się.
Budowałem na skale
I zwaliło się.
Teraz budując zacznę
Od dymu z komina.

Leopold Staff


Fondamenta

Ho costruito sulla sabbia
ed è crollato tutto.
Ho costruito sulla roccia
ed è crollato tutto.
Ora comincerò a costruire
partendo dal fumo del camino.

*

- Ehi, galantuomo, dove andate?
- Alla città.
- Ci sapete dire un po' che razza di bestia siete?
- Io sono... molto... un uomo.
- Voi siete poco un uomo, di uomo mi sembra non abbiate che le scarpe.
- Di dove venite?
- Di lassù.
- Bel discorso, ehi galantuomo, lo sapete con chi parlate?
- Con la scorta del Re.
- Meno male, allora le ciarle sono inutili.
- Dimandiamogli di che cos’è.
- Domandaglielo te imbecille.
- Di che cosa siete fatto, signore?
- Io sono... molto leggero.
- Volevo dire: di quale materia è formato il vostro corpo?
- Fumo.
- L’avevo detto! Ecco! Ecco! È un uomo di fumo. Un uomo di fumo! Fumo! Fumo! Fumo!
- Taci marmocchio, se non vuoi andare anche te in fumo.
- Ma egli ha ragione!
- Perché ostinarsi poi?
- Non si vede bene tutti?
- Fumo! Fumo! Fumo!
- Taci...
- Ma no che è vero, ha ragione. A voi sta a cuore la vostra scommessa, ecco.
- Come sono belle quelle scarpe!
- Tacete...
- Ma è inutile, è vero.
- Fumo! Fumo! Fumo!
- Lo vediamo tutti.
- Andiamo a dirlo al Re?
- Andiamo a dirlo al Re.
- Sì sì, andiamo.
- Può aver piacere di vederlo.
- Chi sa che cosa dice!
- Un uomo di fumo!
- Fumo! Fumo! Fumo!

Aldo Palazzeschi, Il codice di Perelà, 1911


martedì 26 aprile 2011

Energumene ed apostolesse

"Il saper leggere non è un fine ma un mezzo; è un'arme a due tagli che, se non è maneggiata a propria salvezza, può esserlo a propria rovina".

Sull'istruzione del popolo. Memoria di Raffaello Lambruschini, letta all'Accademia dei Georgofili nell'adunanza del dì 4 dicembre 1831

*

(Sono le fanciulle) a cui dal 1888 si rivolge un mensile militante come La Madre Cattolica, animato a Brescia dalla maestra Marietta Bianchini, che guarda con ribrezzo alle leggerezze fuorvianti del teatro e dell'opera, e invita le madri a vigilare, vigilare, vigilare sulla innocenza mentale delle figlie, senza paura di incombere alle loro spalle e di poter apparire intrusive, ma tenendo conto che la lettura è "una delle piaghe più funeste della società nostra".

*

(L'istruzione non corretta dall'educazione) "stimola tutte le brame, accende tutte le voglie, aumenta i mezzi di soddisfarle senza alcun freno. Il carabiniere, signori, non si trova da per tutto".

Onorevole Aurelio Cerutti alla Camera dei Deputati, 1 luglio 1896, Atti del Parlamento 


*

(Tutte queste parole, come quelle del garibaldino nel suo diario del 1860 riportate qualche giorno fa, e come forse delle altre che seguiranno prossimamente, sgorgano (o direttamente o da ricerche stimolate) da un libro-miniera di storia, molto bello per contenuto e stile, che ripercorre la storia italiana degli ultimi due secoli attraverso dei percorsi letterari. Eccovi le coordinate, una volta per tutte:
Mario Isnenghi, Storia d'Italia. I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla società dello spettacolo, Laterza 2011)

*

(Il titolo del post richiama le parole con cui il prontuario edificante per le fanciulle cattoliche di Luisa Anzoletti, La donna nel progresso cristiano, 1903, cercando di contrastare le tendenze emergenti a cavallo tra i due secoli, qualifica le fanciulle che tentano di indirizzarsi verso gli studi e il lavoro fuori casa come "energumene" e "apostolesse", appunto. Le parole si trovano in Mario Isnenghi, Storia d'Italia. I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla società dello spettacolo, cit. (c.v.d.))

*

(Abbiate pazienza, ma non dispongo di un tumblr. Realizzo sempre più chiaramente il fatto che collegando tutti i post di questo blog come si faceva coi puntini nel gioco della Settimana Enigmistica, specie quelli che non contengono parole mie, si possa via via distinguere, seppur a contorni un po' squadrati, il mio ritratto - concetto per cui, in modo leggermente più elegante, è già passato Borges ne El hacedor: "Un hombre se propone la tarea de dibujar el mundo. A lo largo de los años puebla un espacio con imágenes de provincias, de reinos, de montañas, de bahías, de naves, de islas, de peces, de habitaciones, de instrumentos, de astros, de caballos y de personas. Poco antes de morir, descubre que ese paciente laberinto de líneas traza la imágen de su cara").

*

(Deve anche essere uno degli effetti collaterali più vistosi riscontrabili in chi riprende a leggere a dosi massicce nella propria lingua madre dopo anni di quasi completa astinenza.)

sabato 19 febbraio 2011

Dizionario di tutte 'e cose - P come Palesemente

A Innocenzio succedette Roderigo Borgia di patria Valenziano, una delle città regie di Spagna, antico cardinale e de' maggiori della corte di Roma, ma assunto al pontificato per le discordie, che erano tra i cardinali Ascanio Sforza, e Giuliano di San Piero in Vincola, e molto più perché, con esempio nuovo di quell'età, comperò palesemente, parte con danari, parte con promesse degli ufizj e benefizj suoi, che erano amplissimi, molti voti di cardinali.

Francesco Guicciardini, Storia d'Italia

domenica 31 ottobre 2010

Ulyss

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: "Quando

mi dipartì da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l'alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e' compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov'Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l'altra già m’avea lasciata Setta.

"O frati," dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".

Dante, Inferno, Canto XXVI


Mit wenig Rudrern auf den salzgewohnten
Baum pflanzt ich meine Hoffnung müd des Festen
Das Meer neu pflügend mit vergehnder Furche
Mit seiner Weite meine Dauer mass ich.
Immer wieder spät früh der rötliche
Himmel mit den zwei drei letzten ersten
Wolken überm Gaswerk Kraftwerk Atommeiler
Seit Odysseus starb fünf Monatsreisen
Westlich von Gibraltar im Atlantik
Weit entfernt von Kranz und Flor, durch Brandung.
In der Hölle der Neugierigen brennt er
Dante hat ihn gesehen, mit andern Flammen.

Heiner Müller

Ulisse

Con pochi rematori sull’albero abituato al sale
piantai la mia speranza stanco della terraferma
Il mare arando nuovamente con solchi evanescenti
Con la sua ampiezza misurai la mia resistenza.
Di nuovo tardi presto il rossastro
Cielo con due tre ultime prime
Nuvole su centrale a gas centrale elettrica reattore nucleare
Da quando Ulisse morì a cinque mesi dal viaggio
A occidente di Gibilterra nell’Atlantico
Molto lontano dalla corona e dal velo, nell’incendio.
Arde nell'Inferno dei curiosi
Dante l'ha visto, con altre fiamme.


Then suddenly you know you’re never going home

venerdì 20 agosto 2010

Fratelli

L'Alba, giornale fondato dal messinese Giuseppe La Farina nel giugno del 1847 e stampato a Firenze, usciva "tutti i giorni, meno i lunedì di ogni settimana, e i giorni successivi alle solennità". Un numero costava 5 soldi. Il prezzo dell'associazione a tre mesi costava 11 lire fiorentine (nel resto della Toscana e nel resto d'Italia franco al destino 13), da pagarsi anticipatamente.

L'Alba, nella sua brevissima vita, sostenne idee unitarie, democratiche e radicali.

Nel giugno del 1848 ricevette una proposta da un nuovo giornale straniero, che accettò.
Signore, 
sotto il titolo della Nuova Gazzetta Renana (Neue Rheinische Zeitung) e sotto la direzione del sig. Carlo Marx si pubblica fin dal primo giugno prossimo futuro un nuovo giornale quotidiano in questa città di Colonia. Questo giornale seguirà, nel nostro settentrione, i medesimi principi democratici che L'Alba rappresenta in Italia. Non può dunque essere dubbiosa la posizione che prenderemo relativamente alla questione pendente fra l'Italia e l'Austria. Difenderemo la causa dell'indipendenza italiana, combatteremo a morte il dispotismo austriaco in Italia, come in Germania e in Polonia. Tendiamo fraternamente la mano al popolo italiano e vogliamo provargli che il popolo tedesco si rifiuta di prendere parte all'oppressione esercitata su di voi dagli stessi uomini che da noi hanno sempre combattuto la libertà. Vogliamo fare tutto il possibile per preparare l'unione e la buona intelligenza di due grandi e libere nazioni che un nefasto sistema di governo ha fatto credersi finora nemiche l'una dell'altra. Domandiamo dunque che la brutale soldatesca austriaca sia senza ritardo ritirata dall'Italia, e che il popolo italiano sia messo nella posizione di poter pronunziare la sua volontà sovrana rispettando la forma di governo che vuole scegliere. Per metterci nella condizione di conoscere gli affari italiani e per darvi l'occasione di giudicare della sincerità delle nostre promesse, vi proponiamo di cambiare il vostro giornale con il nostro; cosicché vi indirizziamo la Nuova Gazzetta Renana e voi ci indirizzerete L'Alba regolarmente ogni giorno. Ci lusinghiamo che vi piacerà accettare questa proposta e vi preghiamo di cominciare l'invio de L'Alba il più presto possibile, finché possiamo profittarne già per i primi nostri numeri. Se si trovasse che aveste altre comunicazioni da indirizzarci, vi invitiamo di farlo, promettendovi che tutto quello che può servire la causa della democrazia, nell'uno o nell'altro paese, troverà, da parte nostra, sempre tutta l'attenzione possibile.
Salute e fraternità 
La direzione della Nuova Gazzetta Renana
II Direttore: dott. Carlo Marx
Pubblicata su L'Alba n. 258, 29 giugno 1848

Storia d'Italia. Dal primo Settecento all'Unità: l'Illuminismo e il Risorgimento, Einaudi, 2005

*

Qualche giorno dopo, sulla Nuova Gazzetta Renana apparve questo:
Abbiamo un nuovo testimone di quell'atteggiamento (amico nei confronti della Germania, ndf) davanti ai nostri occhi, una lettera privata del consiglio d'amministrazione del giornale pubblicato a Firenze L'Alba alla redazione della Neue Rheinische Zeitung. È datata 20 giugno e recita tra l'altro così:
"... Vi ringraziamo di cuore per l'attenzione che prestate nei confronti della nostra povera Italia. Assicurandovi sinceramente che tutti gli italiani sanno chi attenta alla loro libertà e la attacca e che il loro nemico più mortale non è il potente e generoso popolo tedesco quanto il suo dispotico, ingiusto e crudele governo; assicurandovi che ogni vero italiano attende spasmodicamente il momento in cui, libero, potrà dare la mano al fratello tedesco, che, una volta che si siano stabiliti i suoi diritti inalienabili, saprà difenderli e rispettarli esso stesso e assicurare che tutti i suoi fratelli li rispettino, confermando la nostra fiducia nei principi cui voi dedicate attento sviluppo, firmiamo con la massima stima 
I vostri devoti amici e fratelli
(firmato) L. Alinari"
L'Alba è uno dei pochi fogli in Italia che rappresenti con decisione principi democratici. 
Scritto da Friedrich Engels 
Neue Rheinische Zeitung n. 33, 3 luglio 1848

*

Firenze, Basilica di Santa Croce, basamento del monumento dedicato a Giuseppe La Farina

domenica 16 maggio 2010

Come sarebbe se il fiume fosse il Meno

Слоны бились бивнями так,
Что казались белым камнем
Под рукой художника.
Олени заплетались рогами так,
Что казалось, их соединял старинный брак
С взаимными увлечениями и взаимной неверностью.
Реки вливались в море так,
Что казалось: рука одного душит шею другого.

Велимир Хлебников, 1910-1911


Gli elefanti si battevano con le zanne così,
Che parevano una pietra bianca
Sotto la mano dell'artista.
I cervi intrecciavano le loro corna così,
Che parevano essere uniti da un'antica alleanza.
Con le loro attrazioni reciproche e le loro reciproche incostanze.
I fiumi confluivano in mare così,
Che la mano dell'uno pareva strozzare il collo dell'altro.

Velimir Chlebnikov, 1910-1911


(Lo сдвиг (spostamento) di suono e di senso da река (fiume) a рука (mano) è completamente perduto e con tutta probabilità non solo quello. La cosa più idiota che mi è venuta in mente finora per tentare di mantenerlo è il gioco di parole Meno-mano, ma a Francoforte sull'Oder non l'avrebbe capita nessuno - ci tengo particolarmente, ai lettori di quella città -, mentre la cosa meno idiota cui mi è riuscito di pensare è un'immagine che si sviluppi a partire dai bracci di un delta fluviale, ma vi ho rinunciato, ché nel delta il fiume "discende per aver pace coi seguaci sui" e non confluisce con scatti di violenza).

mercoledì 21 aprile 2010

E un'altra volta ancora

In queste mie quattro lezioni mi sono astretto, non per modestia (non sono modesto) a non parlare di me, ma mi viene troppo bene per non farlo: venti anni fa mi capitò, come può capitare a tutti, di leggere una versione in inglese da uno sconosciuto poeta cinese dell'ottavo secolo, uno dei duemila o tremila poeti di una delle tante dinastie cinesi. Mi piacque e mi limitai semplicemente a tradurre in italiano la poesia cinese, desumendola da questa precedente traduzione. Ad un certo punto, mi accorsi che, per dare un senso personale a quei quattro versi, bisognava che ce ne aggiungessi uno che non era nel testo originale, e che avrei inventato io.
Questo verso aggiunto cambiò completamente il significato dei quattro versi precedenti, vale a dire trasferì l'immagine da un universo confuciano ad un universo influenzato sia dal cristianesimo, sia dall'esistenzialismo. Anche la mia versione è un esempio di rifacimento, ma un esempio limite, poiché aggiunge addirittura un verso che non c'era nel testo di partenza. Si tratta di una poesia antica cinese, avente come tema il viaggio del Mandarino inviato in missione dall'Imperatore in qualche parte remota dell'Impero. Il testo nella mia traduzione recita:

Solo nella notte non riesco a prendere sonno.
Penso al mio Paese mille miglia lontano.
Quanti pensieri turbano il cuore del viaggiatore.
Questi capelli saranno domani invecchiati di un anno.

I versi della poesia originale propongono le malinconiche riflessioni sul tempo e sulla vita del funzionario cinese da una lontana e sperduta locanda, mentre il verso che io aggiunsi "Conosco l'ordine di viaggio: non posso aver paura" conferisce al tutto una nota eroica. "L'ordine di viaggio", o "foglio di via", è un mandato che è stato conferito e che, pur nel travaglio e nel dolore della solitudine, non permette di aver paura. Sebbene anche il mio verso possa essere letto dai nostri contemporanei in termini puramente esistenziali, per me rappresentava un atto di fiducia di tipo sostanzialmente religioso quale non avrebbe potuto esserci in un poeta cinese.

Franco Fortini, Realtà e paradosso della traduzione poetica, Napoli 1989

*
Proviamo a rileggerla ancora una volta, ora, tutta assieme:

Solo nella notte non riesco a prendere sonno.
Penso al mio Paese mille miglia lontano.
Quanti pensieri turbano il cuore del viaggiatore.
Questi capelli saranno domani invecchiati di un anno.
Conosco l'ordine di viaggio: non posso aver paura.

*
E un'altra volta ancora:

Solo nella notte non riesco a prendere sonno.
Penso al mio Paese mille miglia lontano.
Quanti pensieri turbano il cuore del viaggiatore.
Questi capelli saranno domani invecchiati di un anno.
Ma tu aspettami sulla riva, là dove il fiume è più azzurro.

venerdì 16 aprile 2010

NOT IN MY NAME

Davanti al direttore di banca mia madre
impugnava la penna e tremante scriveva:
Bernardini Iole.
Io vidi che non c'era firma, ella aveva, scusandosi
scritto il suo nome, prima cognome e poi nome
come se avesse scritto scarpa, sasso, malva per la sera.
Di là da lei, dal suo tempo educato, si alzavano
firme alate, nomi scritti per non esser visti
nomi scritti per dire arte, individualità, spirito.
Ma io proporrei, se questa marcia di pace volessimo davvero farla
e se volessimo scrivere NOT IN MY NAME ora e sempre,
ecco, io proporrei di scrivere i nostri nomi così come sono,
come se avessimo scritto: mi porti un caffè per favore?
Posso iniziare? O, me lo dai questo bacio, insomma!
Insomma nomi tutti uguali, non privati ma collegiali,
nomi da scambiare come se io stessi scrivendo il tuo nome
e tu quello di mia madre, mentre lei, esitante,
scrive il suo sulla cedola degli investimenti a medio termine.

Alba Donati
Non in mio nome, Marietti, 2004



NON IN MIO NOME

Before the bank director, my mother
gripped the pen and with a shaking hand wrote:
Bernardini Iole.
I saw that there was no signature, she had written,
apologizing, her name, first the surname and then the name
as if she had written shoe, stone, mallow for the night.
Over there, at home, from her polite time, winged signatures
rose, names written not to be seen
names written to say art, individuality, spirit.
But I would propose, should we really want to do this march for peace
and should we want to write NON IN MIO NOME now and ever,
well, I would propose we write our names as they are,
as we had written: could you please bring me a coffee?
May I start? Or well, won't you kiss me?
In short, the same names, not private, but collective ones,
names to be exchanged as if I was writing your name
and you that of my mother, while she, hesitating,
writes hers on the dividend check of the medium-term investments.

venerdì 26 marzo 2010

Come sarebbe se al posto dei cartelloni pubblicitari ci fossero poesie

Auguro al Movimento per l'Emancipazione della Poesia, che ho scoperto grazie a Il taccuino di Sonnenbarke, invisibilità notturna e visibilità diurna.

Gli dedico poi due poesie, Gedichte lesen e Piccola lode al pubblico della poesia.

domenica 7 febbraio 2010

A propósito de Dante

En lugar de “Per me si va nella città dolente” podríamos escribir:

Por mí, se va a la ciudad sin fondo
Eternidad que persigue su propio abismo.

¡Mucho mejor! Mucho más profundo resulta este infierno que se precipita en su propio abismo.

Witold Gombrowicz, 1966

sabato 21 luglio 2007

Traducendo Brecht

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov'erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d'un poeta o mutarsi
in altra, per noi non più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l'odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.
Scrivi, mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro ma scrivi.

Franco Fortini
Una volta è per sempre

(La traduzione-occasione è quella delle Poesie e canzoni di Brecht, condotta in collaborazione con la moglie Ruth, che uscirono per Einaudi nel 1961)