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lunedì 17 febbraio 2014

Ad un bambino ungherese

Qualche settimana fa Le Monde ha riportato, senza che io potessi verificarlo, che una madre ungherese si sarebbe lamentata in un forum online del sistema scolastico del suo Paese, fornendo, come esempio, il voto ottenuto da suo figlio in morale. Il figlio, di 10 anni, avrebbe preso 2 su 5 perché non avrebbe saputo rispondere - almeno non secondo le attese - alla domanda: "Perché è bello vivere in Ungheria?", essendosi limitato a vantare gli spazi verdi e le pasticcerie della sua città.
Superato il naturale fastidio che genera una domanda così, al posto del bambino, direi, come prima risposta, rispetto al Paese che mi ospita, che non lo so, ché vivo in un suo punto non rappresentativo, nella pianura che Ariosto collocava ne l'ombilico a Francia, anzi nel core, e si sa che le periferie raccontano molto di più di un Paese che il suo centro. Lo direi col mio migliore accento québécois, se potessi riprodurlo al meglio: špò.
Come seconda risposta, sperando di piazzarmi, in morale, ancora più in basso del bambino ungherese, perché non c'è Orbán. E nemmeno Matteo Salvini. O Gianni Vattimo. Qui ci starebbe bene un elenco alla Rabelais, che si chiudesse, di preferenza, con Paolo Flores d'Arcais.
Ombelico ὀμφαλός nombril bugnigolo. Bugnigolo. Ecco, la parola bugnigolo giustifica, assieme ad altre parole acquisite lontano nel tempo, il solo tipo di orgoglio che provo per la ventura di essere nata dove sono nata, anche se in misura risibile, e in ogni caso non tale da cancellare il mio personale, inemendabile peccato originale, quello di condividere detta ventura con Susanna Tamaro.
Tuttavia, se proprio dovessi rispondere alla domanda in termini positivi ed assoluti, per cercare di meritarmi 0 punti secchi in morale francese, risponderei perché, in una sera di gennaio del 1852, Flaubert scrisse all'amata Louise Colet che quel che gli sembrava bello, quel che avrebbe voluto fare, era un libro su niente, un libro senza alcun appiglio esteriore, che si tenesse su da solo per la forza interna del suo stile, come la terra si regge in aria senza bisogno di essere sostenuta, un libro che non avesse quasi soggetto o almeno il cui soggetto fosse, se possibile, quasi invisibile.
Manganelli, anni fa, in un suo testo, mi ha fatto notare che nel Trecento e fino al Cinquecento non mettevano titoli alle poesie. Avevano perfetta coscienza che una poesia non parla di niente. Di che parla Chiare e fresche e dolci acque? Di niente.
Il che significa che Flaubert ha fallito e ha fallito due volte, e quindi nel migliore dei modi possibili: credendo di prefiggersi un'impresa mai tentata, gigantesca, eccezionale, nella sua nullità, l'ha fallita non solo perché il libro su niente è rimasto irrealizzato, ma anche perché l'impresa, a sua insaputa, era già riuscita a molti altri - poeti, soprattutto, da Petrarca a Ragazzoni, il poeta delle invisibilissime pagine, per nominare solo un paio di esempi italiani.
Un fallimento titanico, degno di molto rispetto, per uno nato nel Paese dell'exception culturelle o della littérature française quale pietra di paragone per tutte le altre (un giorno mi farò forza e ricopierò le parole della prefazione al primo tomo delle Opere di Kundera della Pléiade, per darne un esempio non di primissimo piano, ma abbastanza significativo, che non dovrebbe restare né dimenticato né impunito).
Anche Manganelli ha - per quanto solo parzialmente - fallito, anche se su un piano diverso, in misura in parte consapevole, data la natura provocatoria delle sue parole e dato il fine di sostenere la prosa, come unica arma contro il sillogismo sbagliato dell'universo, ed in parte inconsapevole, data l'omissione, nel suo ragionamento, della mai troppo compianta poesia didascalica. È vero che i titoli alle poesie del Trecento-Cinquecento ce li hanno messi dopo, per un'ansia di catalogazione, immagino, del tutto incapace di svolgere lo scopo prefissato, tra l'altro, se di ansia di catalogazione proprio si trattava. A due sonetti di Antonio Pucci, per molto tempo attribuiti a Dante, che mi appresto a riportare, hanno posto il titolo: Sonetto. Eppure, questi due sonetti minori parlano di qualcosa. Non parlano benissimo - a meno che, come nel mio caso, non se ne apprezzino la sonorità ed il didascalismo -, ma di qualcosa parlano. Inoltre, quel che ha più valore, in essi, tolto il velo del moralismo e dimenticato ogni riferimento al presente, che non merita un'oncia dei versi di un poeta di secondo piano come Pucci (ma gran fonditore di campane, campanaio e trombettiere), è la funzione di testimonianza di un'opera di Giotto che non esiste più, il Comune rubato da molti, e che si può però provare a ricomporre, essendo finita nel nulla, attraverso delle tracce, altrui e di Giotto stesso, come quella, involontaria, fornita dalla Giustizia e dall'Ingiustizia, due ritratti che si possono ancora vedere nella Cappella degli Scrovegni, a Padova. Oppure attraverso Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori, di Vasari: E nella sala grande del podestà di Firenze dipinse il Comune rubato da molti, dove in forma di giudice con lo scettro in mano lo figurò a sedere, e sopra la testa gli pose le bilance pari per le giuste ragioni ministrate da esso, aiutato da quattro virtù che sono la Fortezza con l'animo, la Prudenza con le leggi, la Giustizia con l'armi, e la Temperanza con le parole: pittura bella ed invenzione propria e verisimile.
Oppure, come dicevo, attraverso due sonetti di Pucci, che dedico a quel bambino ungherese, augurandogli di continuare ad apprezzare il verde e le pasticcerie della sua città e a trovare quanto prima la propria parola bugnigolo.

Omè, Comun, come conciar ti veggio
Sì dagli oltramontan, sì da' vicini,
E maggiormente da' tuoi cittadini,
Che ti dovrebbon por nell'alto seggio!
Chi più ti dê' onorar, que' ti fa peggio;
Legge non ci ha che per te si dichini:
Co' graffi, colla sega e colli uncini
Ciascun s'ingegna di levar lo scheggio.
Capel non ti riman, che ben ti voglia;
Chi ti to' la bacchetta, e chi ti scalza;
Chi 'l vestimento stracciando ti spoglia.
Ogni lor pena sopra te rimbalza;
Niuno non è che pensi di tua doglia,
O s'tu dibassi quanto sè rinalza.

Antonio Pucci

*
Se nel mio ben ciascun fosse leale,
Sì come di rubarmi si diletta,
Non fu mai Roma, quando me' fu retta,
Come sarebbe Firenze reale.
Ma siate certi che di questo male
Per tempo o tardi ne sarà vendetta:
Chi mi torrà converrà che rimetta
In me Comun del vivo capitale.
Che tal per me sta in cima della rota
Che in simil modo robando m'offese,
Onde la sedia poi rimase vuota.
Tu che salisti quando egli scese,
Pigliando assempro, mie parole nota,
E fa che impari senno alle sue spese.
Poi che giustizia vedi che mi vendica,
Deh non voler del mio tesor far endica.

Antonio Pucci

Ho una certa predisposizione ad occuparmi di niente.

mercoledì 5 ottobre 2011

Il miglior romanzo di guerra (parola di Ernesto)

D'abord, que je vous présente les poilus de la 9e
Il sont quinze en tout et pour tout... pas un de plus,
pas un de moins... Les autres sont restés là-bas, dans
les plaines de Belgique, de la Marne, ou ailleurs !
De ceux-là nous ne parlons plus, - à quoi bon chanter
des de profundis ?

Le grandi barbe della 9ª compagnia

È il titolo di un romanzo, o per dir meglio, la traduzione di un titolo. In francese, — perché il romanzo è francese, di Arnould Galopin, — suona Les Poilus de la 9e.
Mi sembra che "gran barba" messo a rendere in italiano la parola "poilu" si adatti abbastanza bene. Chi siano i "poilus", o le "grandi barbe" è appena accessorio ricordare. Sono i soldati che si trovano al fronte, e preferibilmente vengono denominati così i richiamati ed i veterani. Per quanto il rasoio sia un oggetto di prima necessità e di facile uso, e quantunque anche al fronte non sia impossibile trovare barbieri, avviene assai comunemente che il tempo e l'agio di radersi o di farsi radere manchi al soldato. Le granate e le fucilate da scansare o da spedire non concedono grandi distrazioni. La barba, così, abbandonata a se stessa, approfitta per allungarsi e stendersi, e per occupare e divorare le guancie solitamente più nitide e liscie. Il soldato così diventa un "poilu". La barba vale per lui... uno stato di servizio.
"Les Poilus de la 9e" - è facile immaginarlo - è un romanzo di guerra. Diciamolo subito: fra i tanti che la guerra ha fatto fiorire, questo è certamente il migliore. Sente la fretta della composizione, è vero, è tutt'altro che accurato nella scrittura, contiene qualche episodio che soverchia e sovrabbonda, ma ha una primissima qualità: sa farsi comprendere sincero. La guerra, del resto, Arnould Galopin, l'ha seguita, conosciuta, combattuta, e come soldato e come giornalista. Il quadro che egli ne fa - o per dir meglio serie di schizzi che quadro - lo si sente fedele. È la vita del campo e della trincea, la battaglia colta sul vivo, notata rapidamente sul taccuino da un corrispondente di guerra, e lo stile affrettato, senza eleganze, soldatesco quasi, ha però una nervosità, una sincerità che toccano. Quando non si ha tempo di rigirare e di lambiccare periodi, si resta meglio incatenati al proprio soggetto, è più difficile divagare ed intessere alla verità odiosi fregi.
"Le grandi barbe della nona compagnia" non ha nulla a che vedere con nessuno dei romanzi famosi che hanno la guerra per sfondo o per tema principale. Victor Hugo, Stendhal, Tolstoi, Erckmann-Chatrian, Zola, Rudyard Kipling, ciascuno di questi ha trattato la guerra secondo uno speciale punto di vista. Victor Hugo nell'episodio di Waterloo, nei Miserabili, l'ha rappresentata epica ed eroica. Nella Chartreuse de Parme, Stendhal, che pure mette in scena Waterloo, ce la dipinge solo per quel tanto che può essere compreso e veduto da un singolo oscuro soldato a cui naturalmente sfuggono i grandi movimenti di masse, gli obbiettivi ed i risultati immediati. "È stata davvero una grande battaglia?" si chiede un personaggio di Stendhal, dubbioso e stupito alla fine della fatale giornata che ha segnato il crollo di Napoleone. Egli si era battuto, aveva fatto marcie e contromarcie, assalti e parate, e non aveva capito nulla. Tra parentesi, il Waterloo dello Stendhal, per la verità e l'umanità delle osservazioni è rimasto ancora unico nella letteratura.
Viene Tolstoi. Tolstoi ci dà la guerra veduta dall'alto e la tratta dai suoi effetti sociali. Egli mette in scena soprattutto i capi, Napoleone e Alessandro, i generali, gli ufficali; Erckmann e Chatrian invece la vedono e ne descrivono gli orrori per gli occhi degli umili, della gente del popolo e della campagna. I celebri autori alsaziani, finissimi artisti, più di ogni altra cosa si impiegano a mostrarci il contrasto fra la vita pacata, bonaria, rude e serena del cascinale pacifico e del villaggio oscuro, e quella violenta degli eserciti che un'ambizione, quella di Napoleone I, trascina per l'Europa di battaglia in battaglia, di capitale in capitale.
Le grandi figure non fanno che profilarsi rapidamente e passare. Delle gravi questioni per cui i popoli sono a contesa, appena si accenna per proclamare che l'ideale dell'umanità è nella libertà e nella pace. Al primo piano cosa troviamo? Solo figure semplici: un apprendista orologiaio, un maniscalco, un medico di campagna, un trappolatore di talpe, un maestro di scuola e ragazzi e contadini. La visione dolce dei paesaggi tranquilli e della vita domestica, l'odore sano della terra lavorata ci segue dappertutto e ci dà come la nostalgia di luoghi cari, da lungo abbandonati.
Zola, com'è sua natura, eccelle nel descrivere e nel mettere in movimento le masse. L'uomo si perde, è sommerso nella moltitudine, e ben si può dire che nella sua Débacle non è protagonista questo o quel personaggio, ma l'esercito intero.
Quanto a Kipling, anglosassone, egli par considerare la guerra niente altro che come uno sport, il più eccitante, il più inebriante di tutti gli sports. I suoi ufficiali ed i suoi soldati - per lo più ufficiali e soldati dell'esercito anglo-indiano - fanno alle fucilate, si danno ad inseguire tribù ribelli, così come se fossero impegnati ad una partita di football o si accingessero ad una caccia alla tigre. Il suo Dick, della Light that failed, che cieco si fa condurre sotto Omdurman al campo di Gordon, stretto dai ribelli di Araby Pascià, vuole, poiché non può più vedere la guerra, almeno sentirla, respirarne l'odore, e l'acre odore della polvere ancora lo rimescola tutto e lo fa rivivere.
Niente di tutto questo in Arnould Galopin: né quadri epici, né analisi di caratteri, né considerazioni strategiche, né tesi sociali ed umanitarie: egli ci dà la guerra, con tutti i suoi orrori e tutti i suoi spaventi sia pure, ma vista traverso una lente di filosofica gaiezza, che sa prendere alla meglio anche le cose peggiori, la guerra traverso il temperamento facilmente burlevole, motteggiatore e monellesco del buon popolano di Parigi, il quale è e sarà sempre un inalterabile ed incorreggibile Gavroche. Il parigino, l'uomo che non si stupisce di nulla ma che a tutto si interessa e che tutto commenta con uno scherzo, il curioso maniaco che nel '70 non ristava dall'arrampicarsi su Montmartre per contemplare le vicende dell'assedio e dei combattimenti, il parigino assiste alla guerra come ad uno spettacolo. Quando a Parigi vennero i taube(*) a gittar bombe, il primo moto generale, quasi impulsivo fu quello di correr fuori in strada a vedere.
Appunto, le "grandi barbe" della nona compagnia sono in massima parte parigini, grandi monelli fatti per la celia ed adoratori della novità. Anche quando la vita della trincea è più dura, ed anche quando si debbono stringere i cinturini e si ha fame perché si è "dato fondo a tutte le scatole di scimmia conservata" (le scatole militari di carne) il frizzo non perde mai il suo diritto.
"Noi siam qui in fondo alla trincea", dice uno dei poilus "un po' come sulla zatteraccia della Medusa; con questa differenza, che oltre al non aver nulla da metterci dentro, non abbiamo nemmeno la zattera, e siam tuffati nell'acqua schifa fino al ginocchio. Se dura ancora a piovere, ce l'avremo alla cintola, e allora sarà un bel semicupo!"
Il gergo parigino, pittoresco ed intraducibile, dà anche più sapore ai dialoghi - sempre vivacissimi - ed alle osservazioni, spesso impensate e gustose: i poilus parigini non chiamano mai nessuna cosa col suo nome. Tutto, per loro, si trasfigura e si colora con nomi e parole speciali, ed essi non vivono che tra iperboli e traslati. Hanno trasportato al campo il linguaggio curioso dei sobborghi e qui l'hanno ancora arricchito.
In eloquio "poilu", "berne un sorso" si traduce con "soffiare nella piva" - "non arrischiarsi" diventa "non compromettersi coi datteri" - "mangiare" è "farsi gonfiare il bariletto" - "cogliere al tiro un nemico" si esprime nella perifrasi "mettere nel nero" e "scucire" si dice " per "caricare la baionetta", "colpo di Trafalgar" per "azione importante", "picchiar sodo sulle scatole" per "mangiare di buon appetito" ed "avere un'idea nella cipolla" per "fare un progetto" e così via.
Questa è la lingua parlata dalle "grandi barbe della nona compagnia", la lingua di Jollivet, detto la Girandola, di Platin, detto la Pancia, di Parigot, di Martineau, i quali senza proprio essere i protagonisti esclusivi del racconto (protagonista è l'intera nona compagnia), figurano tuttavia come le "grandi barbe" principali e più segnalate.
Non credete però che l'autore vi narri avventure straordinarie o vi metta in scena prodigiosi eroi o vi conduca per vie irte di difficoltà e di complicazioni ad epiche apoteosi. I "poilus" di Arnould Galopin, se guasconeggiano un po' nel linguaggio come moschettieri di Dumas padre, non sono in realtà che buoni diavoli di soldati che fanno il loro dovere e le loro vicende non sono per nulla divere da quelle che possono toccare a qualsiasi soldato.
L'autore, che narra in prima persona, e figura anch'egli fra i "poilus", afferma del resto, a bella prima, che non scrive un romanzo.
"Confesso umilmente" egli dice, "che non sono un romanziere. Ciò che racconto, l'ho veduto. Non esagero nulla. Poi io sono qui, in certo qual modo, il portavoce di un gruppo di bravi ragazzi i quali non tollererebbero che, per ottenere effetti di penna, raccontassi delle panzane. Finita la guerra, si vedrà. Pel momento bisogna lasciarli parlare essi stessi. Vedrete che sono abbastanza eloquenti e non occorre condire le loro parole di spezie...".
L'accento del racconto è così, da capo a fondo, veridico. L'amore della patria - e sobriamente espresso come sempre fanno le persone che sentono veramente e fortemente epperò non hanno bisogno di far pompa in gran discorsi del loro sentimento, - è la sola passione che commuova gli animi. La fame e la sete, la trepidazione degli agguati, la pazienza delle attese nelle trincee, le marcie, i bivacchi, la caccia alle spie, i rischi delle audaci spedizioni notturne, le ambulanze, le sale degli ospedali, ecco tutti gli elementi della narrazione. Vi troverete episodii, ma intreccio nessuno. E così deve essere. Il vero dramma, così complesso e così vasto — la Guerra — non può essere frazionato o prestar tenui fili ad un intrico secondario. Ma un personaggio c'è sovra gli altri, importantissimo, e che tiene tutto il lavoro e ne forma l'anima: il signor Buon Umore. È questi che incita ed anima tutti gli altri, questi che commenta, questi che filosofeggia. Nei momenti più critici egli compare, ed ecco, nelle più buie contingenze si vede chiaro... Ferito alla gamba, amputato, un poilu, anziché commiserarsi e maledire alla sua sorte, sorridendo si rassegna. "Ero pronto", egli dice "a sacrificarmi pel mio paese... a dargli la mia vita. È colpa mia, forse, se non ho potuto offrirgli che una gamba?". 
Inerte, inchiodato in un letto d'ospedale, un altro, con due palle nella coscia ed una larga ferita di baionetta al braccio, pur non si lagna del suo stato, e pieno di brio, non appena le forze glielo consentono, scrive ai suoi compagni d'arme allegramente: "Insomma, io sto come uno che viva di rendita. Non sono in un ospedale ma in una villeggiatura, con caloriferi, luce elettrica, e quell'affare che sapete, all'inglese. Mi pare di abitare un palazzo. Siamo qui in dieci in una camerata dove il pavimento brilla come uno specchio ed ognuno ha il suo letto pitturato di bianco, con boccie d'oro ai piedi ed alla testa. Quanto ai lenzuoli, sono più fini che fazzoletti da naso, e ve n'hanno con pizzi ed iniziali. L'elastico rimbalza che è un piacere. Ed ognuno ha, pure, per sé solo, un bel tavolino da notte di mogano, col suo inquilino torso da maravigliare... E belle signore vestite di bianco, — se sono belle, corpo di bacco! — ci cantano la ninna nanna... "
Sul punto di andare al fuoco, Plotin e Jollivet non fanno che scherzare. "A sentirli schiamazzare" osserva un compagno "non si direbbe mai che quei due fra un istante andranno a rischiare la pelle".
C'è un tantino di jattanza in questo buon umore, ma tuttavia fa bene.
Perché, — il volume di Arnould Galopin ce lo dimostra — il buon umore, anche in guerra e sopratutto in guerra, è l'ottimo dei compagni, ed è con lui che si va avanti e con lui che si vince. 

Ernesto Ragazzoni, terza pagina de La Stampa, 2 gennaio 1916


Per evitare delle perdite tra la popolazione civile, avevamo ricevuto l'ordine di prendere le bombe più piccole, di circa 2 chili. Non avevano quasi efficacia, ma facevano molto rumore. Solo il morale della popolazione avrebbe potuto essere colpito da questo raid, e forse si sarebbe potuto sperare di far dichiarare Parigi città aperta, visto lo stato della vetustà delle sue fortificazioni. La popolazione era numerosa nelle grandi vie e nelle piazze, in quella bella giornata di tarda estate. Non c'era stato alcun panico, gli abitanti sembravano tranquilli e guardavano in aria.
Ferdinand von Hiddessenil primo pilota ad aver sganciato bombe su una città, il 30 agosto 1914.


sabato 17 settembre 2011

Dizionario di tutte 'e cose - P come Poetici e Prosaici

Nel febbraio del 1911, Ernesto Ragazzoni, all'epoca corrispondente da Londra per La Stampa, visita una mostra dedicata all'infanzia e ne riporta sul giornale le impressioni ricavate citando, col suo noto entusiasmo per l'estemporaneo, alcune frasi di bambini ivi esposte. Due offrono una definizione delle stelle:

Le stelle sono gli occhi della luna.

Le stelle sono lampade buone che sono andate in paradiso.

Corrispondenza particolare di Ernesto Ragazzoni da Londra, La Stampa, 12.2.1911, pag. 3

Nella mia famiglia, che io sappia, non ci sono mai stati poeti, nemmeno tra i bambini. Alcuni di noi, al più, le poesie le leggono, ma siamo tutti tendenzialmente prosaici, fin dall'infanzia. Ecco due esempi tratti dai miei ricordi personali e dai ricordi familiari.

Laura, nata nel Veneto orientale, viene per la prima volta a Trieste. Ha tre anni. Passeggiamo sulle rive cittadine. Lei cammina silenziosa guardandosi in giro, poi si avvicina al bordo della banchina, dirige lo sguardo verso l'orizzonte marino alzando vistosamente il naso per aria, si ferma ed esclama:

'A stessa spussa del mar de Jeso'o.

Emiliano ha a malapena un anno di più, quando visita San Gimignano con i suoi. È la sua prima esperienza da turista. Fuori da una chiesa, la sua attenzione viene catturata da una fitta serie di bandiere multicolori appese al muro esterno. Intravvede un movimento di tonache al di là del portale, nell'ombra degli interni. Si mette allora a correre verso il portale. Raggiunta la soglia, urla:

Prete, prete, quanto costano queste bandiere?

sabato 15 gennaio 2011

I bevitori di stelle

Le mie poesie sono fatte per me e per voi, gli amici. Che bisogno c'è del pubblico? Il gran pubblico se n'è sempre strainfischiato della poesia. Il pubblico a cui tengo siete voi... Gli «altri»? Ma esistono degli «altri» interessanti più degli amici?

Ernesto Ragazzoni


I bevitori di stelle
a Leonardo Bistolfi

Le notti che non c’è la luna,
le lucide notti d’estate
che il cielo la terra importuna
col lampo d’innumeri occhiate,

— occhiate di stelle! — e le cose
(che troppo si sentono addosso
le tante pupille curiose)
mal dormono un sonno commosso,

è allora che vengono fuori,
e, a un fiume che sanno, in pianelle,
s’avviano giù i bevitori
di stelle per bere le stelle,

le stelle piovute in riflessi
nell’acqua. Bocconi, alla scabra
si gittano, sponda, e sott’essi
han liquido un cielo alle labbra.

E bevono, bevono e dalla
profonda quïete del fiume
si vedon fiorire essi a galla
— offerto al lor giubilo — il lume

dei mondi lontani, e le ghiotte
sorsate s’affannano a bere,
nell’acqua ove nuota, la notte,
il fosforo e l’or delle sfere.

Le turbe beate son esse
di quelli che vivon di sogni,
d’azzurro, di terre promesse,
di limbi siderei, d’ogni

castel che si dondola in aria,
di quei che le fate morgane
richiaman con nuvola varia,
e le principesse lontane.

Ma non — a purpuree treccie
d’audaci comete afferrati —
si lanciano a schiudere breccie
nel ciel, verso cieli ignorati,

non essi, con tese le scotte,
frugando lontano per l’onde
vedranno balzar dalla notte,
nell’alba le nuove Golconde;

non mai, con lo scettro nel pugno,
(re magi orditori d’incanti),
trarranno le rose di giugno
dal grembo dei verni tremanti.

Se cercan di là dalla vita,
di là dalla meta altre mète,
se l’anima dolce han smarrita
a caccia di nubi, ed han sete

d’azzurro, di terre promesse:
di limbi siderei, d’ogni
miraggio che in aria si tesse;
è sol per gonfiarsene i sogni.

Flemmatici Ulissi, argonauti
che insegne d’ostiere han per bussola,
e donchisciottini ben cauti
impantofolati di mùssola,

così piano piano, uno ad uno,
levatisi tardi da pranzo,
sen vanno — nel grado opportuno —
a beversi un po’ di romanzo.

Tra i nembi a ghermirsi il suo mondo,
per gioghi intentati altri salga;
più giova cercarselo al fondo
d’un flutto, tra qualche fil d’alga;

e quelli — a portata d’un sorso —
d’ebbrezze ne han mille milioni,
(quanti Aldebarani in lor corso
mulinano i cieli, ed Orioni!)

E bevono, bevono, e i diacci
sommersi fantasmi degli astri,
per loro han più fascini e lacci
degli astri viventi, i grand’astri.

Borbottano l’acque. Dai margini
s’allungan le lingue volubili,
e l’ugole, libere d’argini,
esultan di liquidi giubili.

Gorgogli, glu-glu (giù pei vicoli
dell’epa) di gocciole garrule,
arpeggi qua e là — dai ventricoli —
di blandule bolle bizzarrule.

Aneliti come d’armenti
raccolti ad abbeveratoi,
sospiri, sussulti repenti,
d’alcun che tropp’avido ingoi.

Null’altro nell’ombra s’intende;
null’altro, se non questa sola
orchestra di fauci in faccende,
stromenti ineffabili a gola.

E quelli tracannano, e dalla
profonda quïete del fiume,
fiorisce lor tremulo a galla
il ciel col suo fervido lume.

Ma vedi, miseria! La stella
che in gocciola al labbro s’approccia,
al labbro si nega e ribella,
tal bacio che s’offre, e non sboccia.

Eppure — mirabile caso! —
allora che levano in suso
il mento i beventi, ed il naso,
un cielo in lor credono chiuso,

e (quasi s’avessero i mondi
davvero vibranti e commossi
nell’acqua de’ lor ventri tondi,
com’entro un boccal, pesci rossi),

si rizzano in piè, trïonfali,
ed empiono l’ombra di ciancia,
strillando i sublimi ideali,
di cui hanno gonfia la pancia.

Ognun sembra in estasi, ognuno
par preso da dolce delirio:
— Mi sono bevuto Nettuno!
— Mi scende nell’ugola Sirio!

— Me Venere inzuppa! — Portento,
traspiro Mercurio! — Ed io Marte!
— Io l’Algol del Pérseo sento
filtrarmi nel cor da ogni parte!

Io Giove! — Altair! — Vega! — Arturo!
È quasi una gara. Un signore
strillando proclama: — Vi giuro,
che in corpo ci ho l’Orsa Maggiore!

— Che buona, Alcïone! — che aroma
fermenta la Vendemmiatrice! —
— È come un sciroppo, la chioma
siderea di Berenice!

— Per me, questo infuso di sfere
virtù diuretiche ha rare...
— Sui piedi — volete vedere? —
vi sprizzo la Stella Polare... —

Le voci s’incalzano, e un dotto,
il labbro leccandosi tumido,
proclama che non c’è decotto
che valga un Empireo in umido...

Le Jadi, le Pleiadi, l’Orse
e le nebulose; i zodiaci,
là in alto non tremano forse
quant’ora, in quest’otri elegiaci?

Così, cotti a punto, i compari,
(fradici di poesia)
esaltano in lieti parlari
il ciel divenuto osteria...

Poi tutti (li vidi una volta)
si danno a una danza simbolica,
coll’arte e la grazia raccolta
d’idropici ch’abbian la colica;

idillici grilli un po’ brilli
fra i timi squillando — per loro! —
un trito concerto di trilli,
sottile zampillo canoro.

Li vidi una volta... E — Ben giunto
— l’un d’essi mi disse — fra noi...
L’inter firmamento abbiam munto...
Ma ancor stelle restano. — Vuoi?

—Vuoi tu con noi scendere? Mentre
sei qui, puoi levartene l’uzzolo.
Mi senti un tintinno nel ventre?
Son stelle sonanti. Ne ho un gruzzolo.

—Ve n’hanno di bianche, di gialle,
di rosse; infinite ne sgorgan,
assai più che dòllari dalle
scarselle di Carnegie e di Morgan.

—Ti basta piegare la schiena
e mettere fuori la lingua;
così vai agli astri, e d’avena
celeste così ci s’impingua....

Parlava, ed or quella ed or questa
di stelle m’offerse: una ad una...
Ma dissi di no. — Nella testa,
ci ho già, che mi gira, la luna...

Ernesto Ragazzoni


My poems are made for me and for you, my friends. What do you need the public for? The big public never gave a damn about poetry. The public I care about is you... The «others»? Is there any «others» more interesting than friends?


The star drinkers

To Leonardo Bistolfi


In the moonless nights, the shining summer nights, when the sky bothers the earth with a flash of countless looks, — looks of stars! — and things (feeling upon themselves too much the many curious pupils) badly sleep a moved sleep, it's then that they come out, and, in slippers, the star drinkers set off down, to a known river, to drink the stars, the stars rained in reflections into water. Face downwards, they throw themselves down to the rough bank and have a liquid sky on their lips. And they drink and drink and, from the deep calm of the river, they see floating — offered to their joy — a blossoming light of distant worlds, and they rush to drink delicious gulps, in the water, where, by night, the phosphorus and gold of the stars swim. Blessed is the multitude living of dreams, of blue, of promised lands, of sidereal limbos, of each castle swinging in the air, of those whom Morgan le Fay and distant princesses attract with changing clouds. But — glutched at purple plaits of brave comets — they don't hurl to open breaches in the sky, towards ignored skies, it's not them, with full sails, searching through distant waves, who will see emerge out of the night, at dawn, the new Golcondas; with the sceptre in their hands, they (the three wise men hatching enchantments) will never take the June roses out of the womb of shivering winters. If they search beyond life, other goals beyond the goal, if they have lost their sweet soul by chasing clouds, and they are thirsty for blue, for promised lands: for sidereal limbos, for each mirage weaving in the air; it's just to blow up their dreams. Phlegmatic Ulysses, Argonauts with pub signs as compasses, and little careful Donquixotes in muslin slippers, go this way slowly, one by one, after standing up late from the lunch table, — to the suitable extent — to drink a bit of literature. Let others take their own world between the clouds, let others climb through unattempted mountain passes; looking for it in the depth of a wave, through some seaweed threads, does more good; and those people — within gulp range — have a thousand million inebrations (how many Aldebarans whirl in the skies along their pathway, and how many Orions!) And they drink, drink and the cold submerged ghosts of the stars, to them, have more charm and ties than the living asters, the big asters. The waters mutter. From the edges, the changeable tongues stretch out and the throats, free from any banks, exult with liquid jubilations. Gurglings, glug glugs (down through the belly lanes) of loquacious drops, arpeggios here and there — from the ventricles — of fleeting bizarre bubbles. Pantings like those of herds gathered at drinking troughs, sudden sighs, heavings of somebody swallowing eagerly. Nothing more is to hear in the shadow; nothing more but this orchestra of busy fauces, unique throat instruments. And those gulp down, and from the deep calm of the river, the sky with its lively light blossoms, trembling afloat. But you see, damn! The star approaching to the lips as a drop, from the lips escapes and revolts, like an offering kiss that doesn't bloom. And yet — wonderful chance! — when the drinking people raise their chins and noses up and believe they have a sky closed in themselves, and (as if they had really vibrating and moved worlds in the water of their round bellies, like gold fishes in a bowl), they stand up triumphant, and fill up the shadow with chats, crying their sublime ideal their belly is filled up with. Everybody seems in ecstasy, everybody seems to be taken by a sweet excitement: — I drank Neptune! — Sirius is coming down into my throat! — Venus is soaking me! — What a wonder, I'm perspiring Mercury! — And I'm perspiring Mars! — I'm feeling Algol of Perseus filter through my heart all over! Me Jupiter! — Altair! — Vega! — Arcturus! It's almost a contest. A man shouting proclaims: — I swear, I have the Great Bear in my body! — How good Alcyone is! — what fragrance Vindemiatrix spreads! —— The sidereal Coma Berenices is like syrup! — To me, this infusion of spheres possesses rare diuretic virtues... — On your feet — do you want to see? — I spray the Pole star... — The voices are pressing, and a wise man, licking his swollen lips, proclaims that there's no tea worther than a damp paradise... The Hyades, the Pleiades, the Bears and the nebulae; the zodiacs up there, aren't they trembling as much as now, in these elegiac leather bags? So, well done, the friends (soaked with poetry) glorify with glad words the sky turned into a pub... Then everybody (I saw them once) turns to a symbolic dance, with the art and grace of hydropic people having a colic; idyllic crickets a little bit drunk ringing between thymes — for themselves! — a triet concert of trills, a thin jet of songs. I saw them once... And  — Welcome — one of them told me — to our group... We milked the whole firmament... But other stars are still left out. — Do you want some? — Do you want to go down with us? You can satisfy your wish while you're here. Are your hearing a tinkling in my belly? That's sounding stars. I have plenty of them. — There are white, yellow, red ones; they pour out in an infinite number, much more than dollars from the pockets of Carnegie and Morgan. —You just have to bend your back and to stick out your tongue; this way you go to the stars, and of celestial oat you get fat... He talked, and offered me this or that star: one by one... But I said no. — I have already the moon that spins in my head...

domenica 2 gennaio 2011

Il cinese secondo Ernesto

Ragazzoni - d'ora in poi: Ernesto - conosceva l'inglese, il francese e il tedesco. Per decenni le sue traduzioni di Poe (o Pöe, come si trovava a volte scritto allora in Italia) sono state considerate tra le più belle, e comunque le prime degne di nota tra quelle che precedettero le versioni di Praz prima e di Manganelli poi. Se ne possono apprezzare le rime e soprattutto il ritmo nella quarta parte del testo realizzato nell'ambito del progetto Manuzio.

Avrei scommesso, puntando tutto su quel che ho di più caro - le sue pagine invisibili, per esempio -, che la sua attività di traduttore giunta a pubblicazione non è che una piccola traccia di moltissime altre curiosità che non sono riuscite a vedere interamente la luce e con le quali si dilettava con tutto il fervore tipico degli autodidatti, vale a dire di quelli - per intenderci - che un giorno, all'improvviso, senza alcuna spiegazione razionale, si fiondano fuori di casa con l'intenzione di recuperare tutto quello che riescono su una lingua - una a caso: l'ungherese - e che non demordono nemmeno quando i loro sforzi non sono coronati da successo, nemmeno quando, dopo aver passato in rassegna scaffali e scaffali fornitissimi di testi su tutte le lingue del mondo, se ne tornano a casa a mani vuote eppur non rassegnati o domi, ma solo temporaneamente delusi ed anche leggermente increduli al pensiero di aver adocchiato persino un Parlons ossète, ma non uno dei testi desiderati. 

Ci avrei scommesso: ora, grazie ad un articolo di Ernesto rinvenuto in bozza e pubblicato postumo nel 1921, ne ho le prime prove.

*

Impariamo il cinese?

Può sembrare che la remotissima Cina nulla abbia a vedere colle cose di Torino. Sentirete.
Fu appunto a Torino, traversando il ponte sul Po, verso il monte dei Cappuccini, che qualcuno, proprio in quest'epoca dell'anno, ma un anno già parecchio lontano, mi faceva la strana proposta:
— Impariamo il cinese?
Era l'anno dell'esposizione, non l'ultima, l'esposizione del novantotto, che comprendeva nei suoi reparti una mostra di Arte sacra, vasta e ricchissima, e nella sezione dell'Arte sacra, emporio di tutto il mondo adunato da missionari pazienti, aveva posto un padiglione sovra gli altri interessante della missione cinese.
La Cina era ancora, a quei tempi, un paese di chimera e di favola. L'Europa non vi aveva ancora inviate le sue spedizioni armate contro i boxer furiosi, non l'avevano ancora attraversata in automobile Barzini ed il principe Borghese, non s'era messa a repubblica; era per davvero Estremo Oriente, l'Asia che si vede dipinta sui ventagli, sulle lacche, sulle porcellane, sui paraventi; l'Impero celeste con intomo nubi di sogno e di mistero.
Quando si parlava della impenetrabile "Città violetta", la residenza dell'"Invisibile", del "Figlio del Cielo" e della "Città gialla" entro cui la "Città violetta" è chiusa, del "Lago dei fiori di loto" e del "Ponte di marmo" — nomi fatali che designavano inaccessibili cose — s'evocavano alla mente immagini di luce e di colori preziosi, di reggie labirintiche, popolate da potenti claustrati, che si sono posti essi stessi, per isdegno, fuori del mondo.
E si narravano cose paurose, di supplizi raffinati fino a diventare opere d'arte della crudeltà; e di cucine maravigliose fatte di incredibili intingoli, di pasti interminabili composti di gamberi mangiati vivi coll'acquavite, di midolle di bambù, di radici di ninfee candite, di sangue di montone fermentato bevuto come liquore, per non dir nulla dei troppo noti nidi di rondine e delle pinne di pescecane che tutti sanno.
E venivano di laggiù, non notizie di mutamenti di ministeri, ma aliti di poesia delicatissima. — "Le nubi leggiere errano indolenti come i miei pensieri. Tramonta il sole ed io sento anche più vivamente la tristezza della separazione. Al disopra dei cespugli tendo un'ultima volta la mano, al momento in cui t'allontani. Lancio la mia voce un'ultima volta a salutarti... Mi risponde un canto d'usignuolo". Od ancora: "Ecco che la bruma rinchiude la mia casa. C'è solo intorno a me l'acqua del fiume che va. È la sola che conosce il mio dolore. E forse si stupisce di riflettere così sempre, l'angoscia di questi occhi sbarrati".
Ora, una bricciola di questa Cina antica, era caduta a Torino in un lembo del Valentino e noi s'era finito per diventare buoni amici della piccola colonia di cinesi e di missionari che teneva a custodia le belle cose singolari portate da tanto lontano e là raccolte. Ma il più assiduo di noi era il prof. Giovanni Vacca, assistente di Peano(*) all'Università. Interrogava monaci, si faceva spiegare iscrizioni, sfogliava libri ed albi, tentato dai caratteri sconosciuti tracciati col pennello inviati a noi da tempi immemorabili, e ad ogni tratto, imbattendosi cogli amici ripeteva: — Impariamo il cinese? perché non impariamo il cinese? È assurdo non sapere il cinese!
Ne parlava con Giovanni Vailati, mente luminosa, che approvava sorridendo: ne parlava con Francesco Porro, direttore allora dell'Osservatorio di Palazzo Madama, il quale si interessava al cinese massimamente per ragioni di teosofia e di scienze occulte; ne parlava con me che ascoltavo senza dir nulla, mettendoci solo quel tanto di intelligenza che si limita alla curiosità.
Un giorno, Giovanni Vacca ci annunziò netto il suo proposito: — Imparo il cinese. Mi diverto moltissimo. Mi mando a mente ogni giorno trenta parole coi relativi segni. Non è niente affatto difficile.
Pel suo cervello matematico, abituato a sbrigare le matasse delle algebre più astruse, non c'era mai niente di difficile.
E così avvenne che Giovanni Vacca, il quale incominciò a studiare la lingua di Lao-tse, di Li-tai-pè, di Confucio in riva al Po, finì per impararla davvero sulle rive del Yang-tse-Kiang e dell'Hong-ho, ai piedi della grande muraglia, e passati parecchi anni in Cina, è ora professore titolare di cinese all'Università di Roma!
Ne è passato del tempo! La vita separa, allontana, sconvolge, ma serba anche le sorprese dei riavvicinamenti impensati.
Ecco che, passati anni ed anni parecchi, proprio sul Po, dove la prima volta l'antico assistente del professor Peano mi proponeva: — "Impariamo il cinese?" — m'imbatto in Giovanni Vacca. È cosa di questi giorni.
Ciascuno vuol sapere dell'altro, ciascuno ha la sua da chiedere e da rispondere. E naturalmente si ricade sull'antico argomento.
— Sì, ho vissuto nel meraviglioso paese delle favole di cui abbiamo tanto parlato. Vi ho mangiato più bistecche che nidi di rondine ed ho viaggiato più in ferrovia che in palanchino. Insegno a Roma ed ho allievi numerosi. Si comincia a capire che occidente e oriente debbono affratellarsi, che occidente e oriente hanno convenienza ad intendersi. La Cina impenetrabile chimerica d'un tempo non è più e si dovrebbe cominciare a perdere l'abitudine di considerare questo paese unicamente come la patria del drago volante, delle teiere di porcellana, dei codini, dell'oppio. Esiste ormai, presso tutto il mondo civile, una triplice questione cinese: la commerciale, la militare, la letteraria; ognuna di esse ha un interesse speciale. Per prendervi parte attiva e penetrare nella mente e nel cuore di quel popolo, a suo modo classico, è mestieri anzitutto conoscere la sua lingua, la quale, come dice un poeta di laggiù, è la veste nuziale del pensiero. L'hanno chiamata la "lingua del diavolo" e le hanno creato attorno una pessima fama. È un pregiudizio ed una ingiustizia. Il meccanismo della lingua è semplicissimo: niente articoli, niente coniugazioni, niente declinazioni, niente distinzioni di generi. Per la semplice disposizione delle parole nell'insieme della frase, un carattere cinese, un sostantivo per esempio, può diventare volta a volta, pur rimanendo invariabile, aggettivo, verbo attivo, verbo neutro, verbo passivo ed anche avverbio.
Ecco qua. Si vuole per esempio coniugare il verbo leggere (sciū)? Si dirà: "io ora leggere" (leggo); "io allora leggere" (leggevo); "io poi leggere" (leggerò). E così via. Ci vedrebbe chiaro l'ultimo scolaretto che stenta sulla sua grammatica latina. E nemmeno, altro vantaggio, ci sono inversioni di costruzione. Tutti quelli che [illeggibile, purtroppo] capitomboli di quelle indiavolate particelle separabili, di quegli insidiosi an, ab, vor, zu, pulci di sillabe che saltano sempre e che bisogna andare a scovare nei punti più riposti della frase, apprezzeranno al suo giusto valore questa lingua asiatica, così onesta. Insomma, per quanto monosillabico, il cinese non è più arduo a maneggiarsi di tante lingue a flessione. Del resto, non bisogna supporre che per servirsi del cinese occorra ficcarsi nella memoria l'intero vocabolario. Non abbiamo in testa nemmanco i tre quarti di quello italiano! Mille parole bene apprese bastano per farsi intendere a Pechino. Non si possiede ancora una lingua con mille parole, d'accordo, ma se con quelle parole riesco a capire ed a farmi capire, posso starmene contento. Dove allo studioso occorre veramente pazienza, è nel ritenere i segni. Ma ci hanno tanta bizzarra arte nella loro costruzione che invogliano come pitture. Si potrebbe determinare tutta un'estetica della scrittura cinese.
Ogni carattere cinese si può considerare come una proposizione elittica di cui non si pronunzia che uno dei suoi elementi; gli altri sono ricordati all'occhio dai segni annessi al carattere stesso.
Così il mio dotto amico, algebrista e sinologo, miracolosamente ripescato. Avevamo ciarlato cammin facendo e ci avviammo giusto per via Roma, dove di sicuro non c'era nessun altro, in quel momento, che  s'occupava di cinese.
— Se andassimo a prender qualche cosa al nostro solito caffè di una volta? — propose il professore.
— Il caffè della Borsa?
— Sì.
— Ne hanno fatto un cinematografo! 
Il giorno dopo questa conversazione, tutto invasato di fervor cinese, mi sono dato attorno per Torino a cercare quanto di cinese si potesse trovare, in fatto di grammatiche, di lessici, di manuali. Manco male, dai librai che appestano le loro vetrine colle opere dell'insigne Barbusse ed altre tali, non trovai nulla!
Invece, bene spigolai da certi antiquari, su un bancherottolo di piazza San Carlo e presso una modesta e buona signorina che tiene in via Lagrange un negozio di libri scolastici, religiosi e di stampe.
Ho così in questo momento sul tavolo, mentre scrivo, la Lingua cinese parlata di F. Magnasco; le Tavole di scrittura cinese del dottor Senes, magnifiche; la Grammaire Mandarine di M. A. Bazin, classica, stampata a Parigi nel 1856: i Chinese sketches del Giles; il Manuel de la langue chinoise del Hochet...
Vi sareste immaginati tanto cinese sparpagliato per Torino, voi? Io no.
Io non so ancora, a dir vero, se mi darò allo studio della vantata lingua, ne ho assai paura!, ma intanto mi diverto a guardarla, e le tavole del dottor Senes mi procurano un grandissimo diletto. Pure a non capirne nulla, è bellissimo vedere il cinese, come il greco del marchese Colombi: anche più bello dello stesso arabo la cui calligrafia è di per sè sola un ricchissimo motivo orientale.
Non per nulla, in Cina, la scrittura è opera di pennello. Ogni segno si direbbe la stenografia di un disegno. E ve n'hanno che sembrano nastri svolazzanti, che hanno profili di pagode, che simulano gesti di braccia che paiono lame incrociate, che dànno l'idea di segnali di semaforo immobilizzati, di scrigni intarsiati, di appiccati appesi alla forca, di ali aperte, di graticole, di congegni di chiavi inglesi... Potete enumerare tutte le forme, tutti i simboli della vita!
Ed un'altra cosa divertente scopro, sfogliando la grammatica del Bazin, la grande quantità delle onomatopee per cui le cose entrano nel linguaggio col loro suono preciso. Tsi-tsi-uà-uà, è la voce di parecchie persone che parlano; Hi-hi, è la risata: Si-so, il fruscio della seta; Pi-pi-po-po, il crepitio della fiamma; Tsi-tsi, ricorda il lavoro del tessitore al telaio: Ko-tang-ko-tang, l'andirivieni regolare del bilanciere del pendolo. Ed aggiungete che ognuno è padrone, se gli fa piacere, di crearsi tutte quelle altre onomatopee che crede! Non è comodo? È una lingua ideale per i paroliberi!
Quanto a me, volete vedere che sono capacissimo già di infilarvi del cinese, e per giunta in versi? 

Quadretto cino-invernale
Mentr'arde il fuoco come un falò
cianciano insieme bimbi e papà:
hi-hi hi-hi, tsi-tsi-uà-uà;
entra la mamma: si-so si-so,
e siede a tessere: tsi-tsi-tsi-tsi;
in gabbia un passero canta: ci-ci;
la fiamma crepita: pi-pi-po-po,
calmo fa il pendolo: ko-tang-ko-tang:
così si vive sul Yan-tse-Kiang.

Impariamo il cinese?



(*) Del matematico Peano, mi piace rinviare al suo Latino sine flexione.

venerdì 31 dicembre 2010

Nostra corrispondenza particolare

Ernesto Ragazzoni, il poeta, giornalista e traduttore autodidatta che immaginò molto più di quanto effettivamente scrisse, fu chiamato al quotidiano La Stampa da Frassati, che era rimasto colpito da alcuni suoi articoli pubblicati su La Gazzetta di Novara. Frassati l'aveva cercato e trovato in un bugigattolo della stazione torinese di Porta Nuova, dove Ragazzoni compilava moduli ferroviari e distribuiva bollette di spedizione. 

Ragazzoni lavorò a La Stampa per molti anni, sia nella sede di Torino, sia come corrispondente dall'estero. Iniziò come virgolatore, poi si occupò di tutto, politica, cronaca, cronaca giudiziaria, varietà.

Pigro (almeno per chi non sapesse cogliere l'iperattività che caratterizzava le sue attività oniriche diurne) e disincantato, per lui niente era urgente o della massima importanza, neanche gli eventi ai quali chiunque altro avrebbe riservato (e riservò) la prima pagina: relegò in quinta pagina, e in caratteri piccolissimi, l'impresa di Cook, intitolando l'articolo "Il dottor Cook annuncia di aver raggiunto il Polo" e rischiando l'indomani il licenziamento, che riuscì ad evitare forse grazie alla polemica che seguì la smentita di Peary.

Gli piacevano le pagine invisibili, i sobborghi delle città, l'inverno e non l'estate, i libri che nessuno legge più, le estemporaneità e le deviazioni dalle regole: una volta, mandato a a fare la spesa per il pranzo di Natale dai suoi due coinquilini con i quali condivideva non solo l'appartamento, ma anche le difficoltà di pagarne regolarmente l'affitto, tornò a casa senza cibo, ma con un rudimentale telescopio comprato da un venditore ambulante, con cui passò il Natale contemplando la luna.

Aveva una particolare abilità nell'individuare e stigmatizzare la ripetizione, il rituale, il gesto e la parola che, ripetendosi, si svuotano di significato. E nel prendersene gioco.

Oggi, dopo questa introduzione, i cui episodi ricordati devo quasi integralmente a "Un uomo, un giornale" di Luciana Frassati, propongo una sua corrispondenza da Parigi, con una sola raccomandazione: non la si prenda troppo sul serio. Ragazzoni non l'avrebbe voluto.

*

Il "Cubismo" e i suoi misteri

(Nostra corrispondenza particolare) Parigi, ottobre
Il Salon d'autunno, che si è aperto in questi giorni, consacra definitivamente dinanzi agli occhi del pubblico una nuova scuola di pittura destinata a mettere sottosopra il mondo. Questa scuola è il "cubismo". Il "cubismo" non consiste già, come si potrebbe credere, nella pittura esclusiva dei cubi; il "cubismo" accetta anche altre forme, il trapezio, l'icosaedro, il romboide, il prisma, il triangolo isoscele, — tutte, purché non c'entri una sola curva, — e potrebbe essere definito, così ad occhio e croce da un profano, la traduzione in linee geometriche della natura. Ma quando si dice linee geometriche, si sottintenda linee geometriche rette. Gli archi, le circonferenze, le sfericità, tutto quanto mostra di ribellarsi alle rigidità delle verticali, delle orizzontali, delle diagonali è irremissibilmente escluso. Il "cubista" vede nell'universo, unicamente ed esclusivamente, la linea retta la quale certo è la via più breve che conduce da un punto ad un altro qualsiasi... compreso il manicomio. Così, chiedete ad un "cubista" che forma abbia la luna, vi risponderà: è un astro quadrato. Pregate un "cubista" di disegnarvi la Venere di Milo o le forme di Giunone e subito andrà a cercare un regolo ed una squadra. Mettete dinanzi ad un "cubista" un ...tondo di spaghetti, e c'è da scommettere che ve lo tirerà in faccia.
Ma noi scherziamo, e non c'è niente da ridere. Il pubblico profano ha pari burlarsi, ma il "cubismo" è ammirato, il "cubismo" è ricercato, il "cubismo" è venduto, il "cubismo" diventa di moda. Esso ha dovuto attendere tre o quattro anni la sua ora, ma adesso l'ora è venuta. Ieri i "cubisti" erano sconosciuti, o meglio misconosciuti, oggi fanno chiasso. Il Salon dedica loro un'intera sala, e il fior fiore di Parigi, il pubblico eletto delle premières dei caffè concerti, dei pésages, delle spiagge eleganti, dei grandi processi criminali e di altri insigni ritrovi mondani, il pubblico intelligente, insomma, che non è come la vil folla volgare chiuso ad ogni idea di Bellezza, va in solluchero, approva e... capisce! Quanto a me, alla prima notizia che il "cubismo" era nato e battezzato, sono subito corso al Salon a fare la sua conoscenza. Quando una scuola d'arte si manifesta e sorge, chi può mai dire quali vergini vie ella aprirà, quali fremiti nuovi, quali nuove emozioni diffonderà sulla terra? Veramente già troppe cose in "ismo" hanno abbarbagliata e poi delusa l'umanità, ma ogni neonato che sbarca in questo povero mondo è bello come la speranza, e si dovrà cessare di sperare se qualche nostra antica illusione è andata fallita? E quale progresso, infine, potremmo noi fare se rifiutassimo ogni credito ai novatori?
Penetrato di queste benevoli disposizioni e di questi onesti sentimenti giunsi al Grand Palais. Mi raccolsi un momento ancora sulla soglia del tempio, ed entrai. Oh, qual gioia andare così alla ventura in cerca di capolavori! E ad ogni passo erano emozioni, ansie, perplessità. Infatti, non avendo, — allora — nessuna nozione precisa del "cubismo" e nemmeno nessun indizio sulla sala dove impera, mi fermavo dinanzi ad ogni quadro, scrutando, analizzando, tentando di discernere il carattere originale della nuova scuola, ed il bello è che ad ogni tratto mi pareva di aver trovato e che sempre il mio errore aveva mille giudiziose ragioni di fondamento. Subito nel vestibolo i miei occhi si arrestarono sorpresi sovra un cubo enorme, di ocra gialla traversato da sottili tagli rettangolari e che aveva la pretesa di rappresentare una casa. A fianco, vidi delle figurine di zinco colorato che sembravano tagliate a macchina. Erano queste le prime avvisaglie del "cubismo"? Me ne dissuasi pensando che non è nei vestiboli e nelle anticamere che si riceve un ospite di tanto riguardo, e salii lo scalone d'onore, non senza qualche emozione. Varcai una sala, poi un'altra, poi un'altra, poi dieci altre. I miei sguardi si volgevano interrogando da quadro a quadro: vidi marine che potevano essere guardate anche capovolte, con eguale successo; imbrogli di aste gialle e nere che volevano dire un bosco; campi di spinaci tracciati a quadrati perfetti, forse da qualche ortolano agrimensore; vidi certe specie di arche di Noè che non erano nient'altro che case; vidi burattini nudi sconvolti in contorsioni bizzarre; figure cadaveriche emergenti da sfondi di zolfo e di bitume; e dinanzi a ciascun quadro mi veniva alle labbra la domanda: è "cubismo" questo? No, non ancora!
Sulla soglia di una piccola sala, — piccola, come è dei santuarii dove sono serbate le reliquie più preziose, — un lampo finalmente mi traversò il cervello. Avevo trovato! I segni infallibili erano là sotto ai miei occhi. L'arte nuova mi rivelava tutte le sue maraviglie!
E che arte! Addio procedimenti arcaici dell'antica pittura, addio morbidezze di contorni, addio armoniose flessuosità di modellature! Nient'altro, qui, che angoli, spigoli e faccie ben determinate di solidi! Il corpo umano, gli animali, gli alberi, le cose hanno l'apparenza di quelle agglomerazioni di cristalli che troviamo per solito, illustrate nei trattati di geologia. Avete mai visto per le strade quei mucchi di dadi di legno che servono per la pavimentazione? Bene, quello è puro "cubismo". Anche il colore si avvicina moltissimo. Provatevi coll'immaginazione a scoprire delle fisonomie o delle forme in quei mucchi, come spesso l'occhio si diletta a fare nei giochi e nei caos delle nuvole, ed avrete l'impressione precisa di trovarvi dinanzi ad una di queste tele. Per effetto, non c'è che dire, il "cubismo" ne produce uno impareggiabile. Gleizer, Fresnaye, Metzinger, Léger, Fontenay, Duchamp, i maestri della novissima scuola hanno mille ed un titolo per andare orgogliosi. Gleizer ha una "caccia" che i competenti dicono stupenda. Dopo inauditi sforzi io non sono riuscito ad indovinare, perduta dentro un guazzabuglio di poligoni, che una tromba pentedecagona sotto il braccio di un fantino romboidale, ma io non sono competente e la sola passione del bello non basta a dissuggellarmi il comprendonio. Meglio, invece, ho compreso il La Fresnaye il quale espone un nudo di donna. Qui anche un profano capisce subito che la disgraziata signora deve aver passato un cattivo quarto d'ora presso una tribù di antropofagi, che l'ha spogliata del meglio di polpa, lasciandola piallata come un asse. Il "cubismo" fa di questi scherzi alla più bella metà del genere umano. La taglia come un'accetta può tagliare un tronco; la faccetta graziosamente ad angoli salienti e rientranti acuti, retti, ottusi; le fa gli occhi a squadra, il naso a spigolo di piramide, e quando l'ha così ben bene "cubificata" la mette in giro, felice, senza per altro l'avvertenza di apporre al quadro un cartello con scritto: "Badate di non pungervi". Certe figure, infatti, pare debbano tagliare a passarvi sopra la mano...
Ma tiriamo via, che c'è altro.
Fontenay ha due prismi che fanno all'amore sotto un albero dodecaedro, un amore solido come ben si può capire; Léger ha parecchi paesaggi, barche cubiche veleggiano su onde non meno cubiche, vedutine prese dal vero... nel caleidoscopio, effetti di nubi triangolari, ecc.; Metzinger ci regala... tutta la geometria... Ah, questo Metzinger che forza! Ho avuto un bel fare a socchiudere gli occhi, a pormi in tutti gli angoli della sala, a farmi canocchiale colla mano, a pararmi sapientemente le ciglia!... Ci ho perduto tutto il mio latino. È vero che non lo so, ma l'ho perduto lo stesso, e quando dopo infinite, vane torture, per estrarre... la radice cubica lasciai il Grand Palais, mi ritirai umiliato, avvilito quasi sentendomi, come scriveva il Bovio, "preistorico all'umana civiltà".
Il giorno dopo ho avuto la fortuna di conoscere un pittore "cubista". L'ho interrogato col rispetto che si deve all'iniziato di una setta misteriosa. Mi sono scusato della mia incompetenza e gli ho chiesto di spiegarmi che cosa sia il "cubismo". La mia umiltà lo ha commosso e non disdegnò di scendere a spiegazioni facili alla portata delle intelligenze comuni...
"Il cubismo — cominciò il mio catechista, è un'arte cerebrale, e non è tanto pittura, quanto astrazione. Il suo vero nome dovrebbe essere "purismo" giacchè cerca di ricondurre le forme complesse della natura alle loro linee più semplici ed essenziali che appunto sono le linee geometriche. Il disegno dei "cubisti" è per rapporto a quello degli altri pittori, ciò che è l'algebra per rapporto al calcolo ordinario. La riduzione di tutte le forme in figure geometriche certo dà alle opere di questi artisti un'apparenza insolita che urta il profano; ma è tuttavia un sistema ingegnosissimo per determinare con precisione, non soltanto le masse, i piani, le distanze, ma anche i valori ed i chiaroscuri. Si ottiene, con questo mezzo, un legame indissolubile tra la linea ed il colore, che produce una progressione ritmica nel senso dell'asse visuale. Esso costruisce le prospettive luminosa e psichica, in cui si manifesta tutto ciò che un'opera d'arte esprime d'occulto..."
Qui, vedendo che la spiegazione minacciava di oscurarsi in disquisizioni metafisiche per lo meno tanto astruse quanto le tele del Grand Palais, mi sono arrischiato ad interrompere il mio "cubista" e gli chiesi se proprio la pittura deve essere destinata a ridursi ad un'algebra e se proprio all'occhio non deve essere fatta alcuna concessione... Non avessi mai interrotto! Le proteste "cubiche" irruppero colla violenza di una cateratta:
"Ma all'occhio non bisogna accordare nessuna fiducia, o almeno accordarne ben poca. L'occhio nove volte su dieci si inganna, e noi dovremmo stare alla sua sola testimonianza e lavorare solo per diletto suo? L'occhio non accetta il più spesso che l'inganno. L'occhio non vede affatto. Si è tentato di farne uno strumento fedele, intelligente, ma invano. Esso non è che una finestra; noi vogliamo richiamare a questa finestra, che per se stessa è cieca, il pensiero e la ragione... "
E via su questo tono, vi lascio immaginare che po' di roba di dissertazione. Con tutta la mia buona volontà di tenerle dietro, dopo un tratto dovetti rinunciare, come un viaggiatore in ritardo che corre trafelato dietro un treno che scappa si lascia cadere affranto su una panca.
Nella vertigine delle parole ho ancora raggiunto qualche frase: "La luce dallo stesso sole non è la stessa per tutti. L'artista è quegli per cui Dio sembra avere creato un sole speciale. Se piace all'artista di immaginarsi che il suo sole speciale sia il solo che esista nell'universo, non ci si deve vedere alcun inconveniente... "
E quest'altra: "La disciplina "cubista" rende qualsiasi sentimentalità impossibile, ma ciò che si perde da questo lato lo si ritrova in cerebralità".
E questa ancora: "il ritmo è una serie unificante di contrasti lineari o dinamici; valori, contrasti tra la luce e l'ombra, non sono che ritmi nella direzione di profondità dell'asse visuale... "
Che cosa volete, queste teorie non sono molto chiare, ma almeno hanno il merito di far comprendere una cosa, e cioè il perché non si possa capir nulla (parlo per conto mio) delle famose tele esposte al Salon.
Tuttavia, il "cubismo" ha alcunché di suggestivo che è impossibile negare. Il "disegno algebra", la "ragione alla finestra dell'occhio che non ci vede", il "sole speciale dell'artista", i "contrasti lineari e dinamici" sono cose che rimangono impresse... Chissà che un giorno o l'altro non si diventi "cubisti" tutti quanti! Io non dispero. Per esempio, v'immaginate già voi, di qui, le esclamazioni al passaggio di una bella ragazza? — Che delizioso parallelebipedo !...

Ernesto Ragazzoni, La Stampa, 19 ottobre 1911

venerdì 3 dicembre 2010

Numero

Numero - Settimanale umoristico illustrato. Anno II, n. 5. Torino, 25 gennaio 1914.

Contiene una poesia di Ernesto Ragazzoni, il nume tutelare di questo blog.

È solo per contribuire a farlo conoscere un po' che ho iniziato a ricopiare poesie in rete. Poi mi sono lasciata prendere la mano.

sabato 20 febbraio 2010

Il mio funerale

Quando, uditemi amici, quando avvenga
che questa che mi rosica cirrosi
il fegato e dintorni m'abbia rosi,
come cirrosi fa che si convenga,

quando il medico, chiusa la sua cura,
ordinerà «portatelo pur via!»,
io voglio, per andar a casa mia
sottoterra, una magna sepoltura.

Ravvivatemi a tocchi di carmino
sapientemente la figura smunta;
questo fate, e indoratemi la punta
del naso e spruzzolatemi di vino

odoroso, che non m'abbia piú l'aspetto
di un comune cadavere, e i capelli
fatemi tutti di vïola belli
e un non mai visto m'abbia cataletto.

Trascinino la mia spoglia mortale
sei porcellini tinti in verde e giallo
e Francesco Pastonchi, alto, a cavallo,
proclami «Che stupendo funerale!»

Cento musici in abito d'arconte
annunzino la mia corsa a Plutone
soffiando ampi venti di polmone
in cave corna di rinoceronte.

E cento bande strepitino poi
di strumenti impensati, impreveduti:
clisocorni, arcoflauti, fiascoimbuti,
trombicefali ed arpe-innaffiatoi.

Accorrano le turbe al pio passaggio
e a strilli, ad urla, a voci mozze e mezze,
si narrino le mie scelleratezze
e mi paia d'udire il lor linguaggio:

«Era il Gran Kan, il Padiscià degli orsi,
dei Bramini ridea, come di paria,
era padrone di un castello in aria
e si beveva il cielo in quattro sorsi

«Viveva nei piú luridi angiporti...
non aveva la testa troppo salda...
mangiava il cardo con la bagna calda
di notte in compagnia di beccamorti.»

Infine sempre mi si tolga al sole
in una cripta, a un labirinto in fondo;
e tutti quanti i fior che sono al mondo,
tralci di rose, cespi di vïole,

effondano la loro primavera
fin giú nel buio delle mie caverne.
Ma siccome son io ch'ho da goderne,
i miei fiori piantateli in maniera

che le radici siano volte in alto
e le corolle sboccino sotterra...
Di sopra al sasso poi che mi rinserra
questa epigrafe scrivasi in ismalto:

«Qui giace ERNESTO RAGAZZONI D'ORTA –
nacque l'otto gennaio mille ed otto–
centosettanta» e, sotto, questo motto:
«D'essere stato vivo non gl'importa».

Ernesto Ragazzoni

giovedì 23 luglio 2009

È finita

È finita. Il giornale è stampato,
la rotativa s'affretta,
me ne vado col bavero alzato,
dietro il fumo della sigaretta.

Ernesto Ragazzoni

lunedì 28 aprile 2008

Le ballatelle Italo-Abissine

I

In cravatta bianca, in frac,
alla sera i crocchi chic
tra le chicchere e i pic-nic
e gli alchermes e i cognac,
con gran pose alla Van-Dyck,
ascoltando Grieg o Bach,
in cravatta bianca o in frac,
alla sera i crocchi chic,
se la ridon dei Degiàc
e dei Ras di Menelik;
ma l'Italia che fé cric,
jeri, in breve farà crac...
in cravatta bianca e in frac.

II

Pur noi in barba agli Abbacùc,
che impinguati di beefsteaks,
dietro un fumo di giubèk,
profetizzano il zurùch,
da quei negri del cibùc,
Roma avrà il salamelèc,
sempre in barba agli Abbacùc
impinguati di beefsteaks;
e col comodo di Cook,
o di Chiari, e d'uno chèque,
ce n'andremo fin là in break
a sonarci Grieg o Gluk,
sempre in barba agli Abbacùc.

Ernesto Ragazzoni

domenica 6 gennaio 2008

De Africa

Vi dirò dunque dell'Affrica,
la qual Affrica è il paese
dove sta il senegalese,
l'ottentotto ed il niam-niam;
ed ha un clima cosí torrido
che, pel sole e i gran calori,
tutti i neri sono mori
ed in piú, figli di Càm.

Gli abitanti – detti indigeni –
cosí in uggia han panni e gonne
che, sí uomini che donne,
vanno nudi, o giú di lí;
ed han gusti cosí semplici
che, talor, se è necessario,
mangian anche il missionario
che li accolse e convertí.

Pur ve n'ebbero, di celebri
affricani, e di cartello:
Amonasro, il moro Otello,
la regina Taïtú,
e fra tutti memorabile
quel Scipione l'Affricano
cosí detto, perché un sano,
vero e buon romano fu.

Fattispecie di triangolo
con la punta volta in basso,
mezzo arena e mezzo sasso
e padul l'altra metà
(tre metà?), caos di polvere
con dentro iridi di fiori,
tale è l'Affrica, o signori,
nella sua complessità.

L'Ibi, il tropico del Canchero
l'equatore, l'Amba rasa
sono là come di casa,
con il ghibli, il Congo, Assab;
col cammello, con il dattero
e la tanto celebrata
adamonia digitata,
che sarebbe il baobab.

Sono là. E là – tartufolo
minerale – c'è il diamante,
c'è la pulce penetrante,
e la ria mosca tsè-tsè.
Ed è là che a volte càpita
di veder, tra arbusto e arbusto,
quel pulcino d'alto fusto
che lo struzzo è detto... ed è.

Ma la cosa che c'è in Affrica
e piú merita attenzione
è il terribile leone,
ruggibondo e divorier.
Non è ver che di proposito
sia malevolo e cattivo,
ha un carattere un po' vivo,
e va in bestia volentier.

Ed allora, Dio ne liberi
incontrarlo per la strada!
Se per lí non ci si bada
si finisce entro il leon.
Affamato, quei vi stritola
vi trangugia a larghe falde
poi, tra ciuffi d'erbe calde,
digerito vi depon.

Sono cose che succedono.
Ma l'ardito cacciatore
col fucil vendicatore
spaccia il mostro – e come no! –
Urli, spari, capitomboli!
Crolla il re della foresta.
Alla sera... Allah! gran festa
di tam-tam e di falò.

Viva l'Affrica ed il semplice
suo figliolo, l'affricano.
Non ancora buon cristiano
veramente come va;
un po' lesto di mandibola,
un po' lento nel lavarsi,
coi capelli crespi ed arsi,
... ma... speriamo... si farà.

Già, pel bianco nostro merito
ei, selvaggio ebano ignavo
si piegò, percosso e schiavo,
nella pelle del zio Tom,
ed – onore per lui inclito –
importato or ora in Francia
s'ebbe a far bucar la pancia
sulla Marna e sulla Sòm.

Benvenuto dal tuo Senegal,
fratel nero, e dal Sahara;
dalla tua contrada avara
benvenuto a crepar qui.
Vien! L'Europa qui ti prodiga
(giú la barbara zagaglia!)
la civile sua mitraglia
che già tanto suol nutrí!

Ti vogliamo eroe... Rallegrati.
Pur, se mai, ti si dà il caso
che tu porti fuori il naso
da quest'orgia, o almeno un piè,
quando torni ai tuoi, ricòrdati:
(quando là sarai tranquillo)
– Tante cose al coccodrillo,
per mio conto, e al cimpanzè!

Ernesto Ragazzoni

Biancotti racconta: "Talvolta in un cerchio d'amici [...] si levava una voce: "Ragazzoni, l'Affrica..." Ed egli sorridendo ironico e bonario incominciava:"Vi dirò dunque dell'Affrica...""

giovedì 3 gennaio 2008

Elegia del verme solitario

Solo è Allah nel Paradiso
del Profeta Makometto
solo è il naso in mezzo al viso
solo è il celibe nel letto,
ma nessun, da Polo a Polo,
come me sul globo è solo,
né mai fu, per quanto germe
ebbe luna dal lunario,
perch’io solo sono il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Solitario sulla vetta
della torre antica è il passero
solitario. È la vedetta
solitaria in cima al cassero,
solitario è il soldo, o duolo,
del tapin ch’à un soldo solo,
solo andava il cieco inerme
e ben noto Belisario,
ma il piú sol di tutti è il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Tutte l’altre creature
hanno moglie od hanno figli:
i canguri han le cangure
i conigli han le coniglie,
l’api accoppiansi nell’aria
e perfin la dromedaria
tra le sabbie nude ed erme
ha il fedele dromedario.
Il piú sol di tutti è il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Una vaga fantasia
alle volte pur mi coglie,
la mia mente vola via
e m’immagino aver moglie,
mi par d’essere, o cuccagna,
un bel nastro, una lasagna…
non piú fitto in membra inferme
nel mio vil penitenziario
e non piú essere un verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Nastro a volte mi figuro
annodarmi intorno a un collo
di fanciulla esile e puro.
In intingoli di pollo
altre volte invece parmi
da lasagna intingolarmi.
Il mio cor si tuffa in terme
di speranza… ed al contrario
resto sempre il verme, il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Pure il giorno verrà, il giorno
che uscirò fuori a vedere
come è fatto il mondo intorno
miserere, miserere,
finirò la vita trista
nel boccal d’un farmacista
pieno d’alcool ed ermeticamente funerario,
perché io non son che il verme
lungo…
cupo…
cieco…
bieco…
triste verme solitario.

Ernesto Ragazzoni


venerdì 21 dicembre 2007

Ciclone in Toscana

e lieve lieve
cade la neve
sull'alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
più non ne deve
si fa più greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non più la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull'alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
più che non deve
si fa più greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non più la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull'alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve.

Ernesto Ragazzoni

Il Biancotti riporta: "Invitato una volta in una sbadigliante riunione di signore e signorine letteratoidi a dir qualcosa di suo, improvvisò: "E lieve lieve...", avvertendo di esser disposto a continuare così per almeno un paio di ore".

domenica 1 aprile 2007

Laude dei pacifici lapponi e dell'olio di merluzzo

Ben tappati dentro i poveri
ma fidati lor ricoveri,
mentre lento sui tizzoni
cuoce il lor desinaruzzo
i pacifici lapponi
bevon l'olio di merluzzo.

Fuori, il vento piglia a schiaffi
quattro o cinque abeti squallidi:
gli orsi bianchi sono pallidi
pel gran freddo e si dan graffi
l'un con l'altro per distrarsi...
Oh! bisogna ricordarsi
che omai nevica da mesi;
fiumi e rivi presi al laccio
dell'inverno son di ghiaccio
(e che ghiaccio! perché il ghiaccio
è assai freddo in quei paesi);
ma che importa lor? ghiottoni
dallo stomaco di struzzo
i pacifici lapponi
bevon l'olio di merluzzo.

E son là, raccolti, stretti,
padre, madre, zii, bambini
(battezziamoli lappini
i lapponi pargoletti?),
e poi c'è la nonna, il nonno,
qualche amico dei vicini;
ciascun preso un po' dal sonno
perché ha l'epa troppo piena
già di grasso di balena;
pure a nuove imbandigioni
ogni dente torna aguzzo,
e i pacifici lapponi
bevon l'olio di merluzzo.

Beatissimi! fra poco
tutti quanti russeranno
in catasta a torno al fuoco,
poi doman si leveranno,
torneranno alla stess'opra,
mangeranno e riberranno
il buon olio di cui sopra,
e cosí per tutto l'anno,
sempre..... fin che moriranno.

Cosí svolgesi la loro
vita, piana e senza scosse,
senza mai quell'ansia d'oro
che noi muta in pelli-rosse;
senza il fiel, senza la bile
necessari all'uom civile.....
Ho da dirvelo? una smania
prepotente mi dilania,
ed invan da piú stagioni
in me dentro la rintuzzo:.....
vo in Lapponia tra i lapponi
a ber l'olio di merluzzo!

Ernesto Ragazzoni

Il teorema di Pitagora

I tempi sono tristi! Il vecchio mondo s'usa
a trascinarsi il fianco nel giro dei pianeti!
Le balene si fan sempre piú rare, i feti
voglion dar fuoco all'alcool ove la vita han chiusa.
Per consolarti, o povera anima mia, ripeti:
il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.

Anima mia, rammenti? dall'ombre d'oggi illusa,
questo non ti riporta al raggio dei dí lieti?
O che non ci fiorivano nel cuor tutti i roseti
al tempo in cui a zuffa coll'algebra confusa,
sui banchi imparavamo, monelli irrequïeti,
che il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti?

Ora, i tempi a mal volgono. L'un polo l'altro accusa
di accaparrarsi il ghiaccio, e sono ambo inquieti;
l'oche pretendon esser – ahimè! – cigni; i poeti
annegano in tropp'acqua il vino della musa;
le questioni scottanti brucian tutti i tappeti;
ma il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.

Il cannone, Tamagno delle battaglie, abusa
della sua voce, e fulmina. – O dunque, dai roveti
ardenti piú non parlano i Jeova ai profeti?
Non tentenna la terra a un guardo di Medusa?
Un mane, techel, phares è a tutte le pareti...

Ma il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.
La vita è una prigione in che l'anima hai chiusa,
uomo, ed invano brancoli cercando alle pareti.
Sono di là da quelle i bei fonti segreti
ove tu aneli, e dove la pura gioia è fusa.
Qui, solo hai qualche gocciola di ver per le tue seti.
Il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.

Ernesto Ragazzoni

domenica 12 novembre 2006

Le mie invisibilissimi pagine

Ognuno lavora come crede. Uno dei lavori più graditi, per me, dei più appassionanti, il lavoro dei lavori, è ...non scrivere. Ci passerei tutta la vita [...]. Si lavora d'immaginazione, e non è lavoro da tutti .[...] Quante idee, diventate fisse, hanno condotto al manicomio, quante hanno trascinato gente a massacrarsi. Il meglio è scriverle per esclusivo uso interno. Lasciatele al loro stato di puro spirito: è il solo modo per gioirne liberamente, il solo che permetta di averne la mente di continuo ventilata. Fermarsi a tradurne in atto, sia pure su semplice carta, una, vuol dire farsene tiranneggiare; vuol dire escludere tutte le altre possibili; soffocare, forse per educare una rapa, i mille e mille germi odorosi di un giardino incantato. Corteggiatele tutte, le idee, non sposatene nessuna. La tradirete o vi tradirà? E' grazie a questi solidi principii che di continuo riesco a regalarmi alla fantasia invisibili pagine meravigliose che scritte sarebbero sciupate.

Ernesto Ragazzoni, "Le mie invisibilissimi pagine", 1919

Tutti i testi del volume Buchi nella sabbia e pagine invisibili si trovano qui.

giovedì 29 giugno 2006

Ballata

Se ne vedono pel mondo
che son osti, cavadenti,
boja, eccetera ... o secondo
le fortune grandorienti;
c’è chi taglia e cuce brache,
chi leoni addestra in gabbia,
chi va in cerca di lumache,
...........
io fo buchi nella sabbia.

I poeti anime elette,
riman laudi e piagnistei
per l’amore di Giuliette
di cui mai sono i Romei;
i fedeli questurini
metton argini alla rabbia
dei colpevoli assassini;
.............
io fo buchi nella sabbia.

Sento intorno sussurrarmi
che ci sono altri mestieri...
Bravi, a voi! scolpite marmi,
combattete il beri-beri,
allevate ostriche a Chioggia,
filugelli in Cadenabbia,
fabbricate parapioggia,
..........
io fo buchi nella sabbia.

O cogliate la cicoria
o gli allori, o voi, Dio v’abbia
tutti quanti in pace e gloria!
...........
io fo buchi nella sabbia.

Ernesto Ragazzoni