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martedì 10 settembre 2013

Porque a ortografia também é gente/Perché anche l'ortografia è una persona*

Sto cercando di capire la differenza tra totalitario e globale. Per il gusto di farlo e, in misura del tutto minore, per capire se abbiano dei punti in comune e quali siano. Me ne occupo nel tempo che riesco a crearmi e me ne occupo, banalmente, in ordine cronologico. Di conseguenza, non so ancora cosa voglia dire globale, anche se nel suo mare ci vivo ogni giorno, mi dicono, mentre sto mettendo da parte qualche elemento per farmi un'idea di cosa possano essere stati effettivamente gli stati totalitari e delle tracce che eventualmente sono riusciti a lasciare in eredità agli stati che hanno preso il loro posto.

Per il momento, mi sembra di aver cominciato a trovare delle coincidenze - non saprei come altrimenti chiamarle - tra il linguaggio e la logica di alcuni protagonisti presenti (inclusi sia i soggetti al potere sia non pochi dei loro antagonisti) e quelli degli stati totalitari, ad esempio se si considera la predisposizione di entrambi a creare una rappresentazione del mondo funzionale ai propri obiettivi, impermeabile ai fatti e alle loro evoluzioni, e basata su una memoria storica vuoi selettiva vuoi alterata ad arte.

Considerando gli strumenti di cui mi posso avvalere, le conclusioni, se mai ce ne saranno, saranno lunghe a venire e sofferte, soffertissime. A proposito di linguaggio, ad esempio, leggendo il testo Victor Klemperer, repenser le langage totalitaire,  sous la direction de Laurence Aubry et Béatrice Turpin, CNRS éditions, 2012, ho trovato, nello spazio di appena qualche pagina iniziale, perle come:
"un ou plusieurs membres des escouades, "squadri", du parti fasciste";
"Quella metà che vide definitiva la nostra feroce volontà totalitaria sarà perseguita con ancore maggiore ferocia";
"alla conquista plena, totalitaria de tutti le potere dello Stato";
"Der totale Staat wird keine Unterschied dulden"; e
"die liberale Machtstaaten".

Quelle souffrance.



*Não tenho sentimento nenhum político ou social. Tenho, porém, num sentido, um alto sentimento patriótico. Minha pátria é a língua portuguesa. Nada me pesaria que invadissem ou tomassem Portugal, desde que não me incomodassem pessoalmente. Mas odeio, com ódio verdadeiro, com o único ódio que sinto, não quem escreve mal português, não quem não sabe sintaxe, não quem escreve em ortografia simplificada, mas a página mal escrita, como pessoa própria, a sintaxe errada, como gente em que se bata, a ortografia sem ípsilon, como o escarro directo que me enoja independentemente de quem o cuspisse. Sim, porque a ortografia também é gente. A palavra é completa vista e ouvida. E a gala da transliteração greco-romana veste-ma do seu vero manto régio, pelo qual é senhora e rainha.

Bernardo Soares, Gosto de dizer

Non ho alcun sentimento politico o sociale. Eppure ho, in un certo senso, un alto sentimento patriottico. La mia patria è la lingua portoghese. Non m'importerebbe niente se invadessero od occupassero il Portogallo, a condizione che non mi disturbassero personalmente. Ma odio, con un odio vero, con l'unico odio che sento, non chi scrive male il portoghese, non chi non sa la sintassi, non chi scrive con un'ortografia semplificata, ma la pagina scritta male, come se fosse una persona vera; la sintassi sbagliata come se fosse gente da picchiare; l'ortografia senza ipsilon come uno sputo diretto che mi fa schifo indipendentemente da chi sputa. Sì, perché anche l'ortografia è una persona. La parola è completa se vista e sentita. E la gala della traslitterazione greco-romana me la veste col suo vero manto regio, per il quale è signora e regina.

Fernando Pessoa, Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares, traduzione di María José de Lancastre e Antonio Tabucchi, Feltrinelli, 2003

domenica 25 marzo 2012

E António sorriu

So con certezza che oggi, 25 marzo 2012, in una stanza dell'Hospital da Cruz Vermelha, Antonio Tabucchi, poco prima di morire, ha ricevuto la visita del suo Maestro Fernando Pessoa, l'autore, tra l'altro, di Tabacaria, la prima poesia di Pessoa/Álvaro de Campos che Tabucchi lesse in assoluto, una poesia trovata, in una traduzione francese (quella di Armand Guibert? quella di Pierre Hourcade? - Tabucchi si è contraddetto, in proposito, negli anni), da un bouquiniste parigino nell'autunno del 1964, quando era studente alla Sorbona. La scoperta di Bureau de tabac lo spinse ad iscriversi ad un corso di lingua e letteratura portoghese che, appena aperta la porta della classe per assistere alla prima lezione, gli si rivelò con queste parole, recitate dalla voce di Luciana Stegagno Picchio, tratte da una poesia antica, probabilmente le prime parole poetiche che intese in quella lingua, sicuramente quelle che lo sottrassero definitivamente, salvificamente, all'Italia (ma non all'italiano ed agli inevitabili sensi di colpa provati per una colpa pur inesistente):

Ondas do mar de Vigo, onde está o meu amigo? 
Se sabeis onde está o meu amigo, aí Deus que volte cedo.

So con certezza che oggi Tabucchi, durante la visita che Pessoa finalmente gli ha reso, si è rivolto al Maestro con un sorriso, come ad un padre, come a colui che gli ha dato la vita interiore. Sì, Tabucchi ha sorriso. Lo so perché quell'incontro, seppure in altre circostanze e sotto altre spoglie, Tabucchi lo aveva già immaginato con precisione: ne Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa, Sellerio, 1994, la sua fantasia percorse la notte del 28 novembre del 1935, la notte in cui, poco prima di morire, Pessoa, in una piccola stanza della clinica São Luis dos Franceses ricevette la visita del suo Maestro, Alberto Caeiro:
Pessoa sorrise. Lo sapevo, disse, l'ho sempre considerata mio padre, anche nei miei sogni lei è sempre stato mio padre, non ha niente da rimproverarsi, Maestro, mi creda, per me lei è stato un padre, colui che mi ha dato la vita interiore.

domenica 21 agosto 2011

Guerra preventiva

Vou atirar uma bomba ao destino.

Álvaro de Campos
Livro de Versos, Fernando Pessoa (Edição crítica. Introdução, transcrição, organização e notas de Teresa Rita Lopes), Lisboa: Estampa, 1993. - 42.

lunedì 4 aprile 2011

O binómio de Newton é tão belo como a Vénus de Milo

O binómio de Newton é tão belo como a Vénus de Milo.
O que há é pouca gente para dar por isso.

óóóó — óóóóóóóóó — óóóóóóóóóóóóóóó

(O vento lá fora).

Álvaro de Campos
Fernando Pessoa. Lisboa: Ática, 1944 (imp. 1993). - 110.



Il teorema di Euclide sull'infinità dei numeri primi è altrettanto bello che la Venere di Milo.
È che pochi se ne accorgono.

ffff — fffffffff — fffffffffffffff

(Il vento là fuori).

sabato 2 aprile 2011

Lontano lontano (da qui)

Oxford shores’

Quero o bem, e quero o mal, e afinal não quero nada.
Estou mal deitado sobre a direita, e mal deitado sobre a esquerda
E mal deitado sobre a consciência de existir.
Estou universalmente mal, metafisicamente mal,
Mas o pior é que me dói a cabeça.
Isso é mais grave que a significação do universo.

Uma vez, ao pé de Oxford, num passeio campestre,
Vi erguer-se, de urna curva da estrada, na distância próxima
A torre-velha de uma igreja acima de casas da aldeia ou vila.
Ficou-me fotográfico esse incidente nulo
Como uma dobra transversal escangalhando o vinco das calças.
Agora vem a propósito…
Da estrada eu previa espiritualidade a essa torre de igreja
Que era a fé de todas as eras, e a eficaz caridade.
Da vila, quando lá cheguei, a torre da igreja era a torre da igreja,
E, ainda por cima, estava ali.

É-se feliz na Austrália, desde que lá se não vá.

4.6.1931
Álvaro de Campos — Livro de Versos. Fernando Pessoa. (Edição crítica. Introdução, transcrição, organização e notas de Teresa Rita Lopes.) Lisboa: Estampa, 1993: 146. 


Desidero il bene, desidero il male, e alla fine non desidero niente.
Sto coricato male sul fianco destro, e sto coricato male sul fianco sinistro
e coricato male sulla coscienza di esistere.
Sto universalmente male, metafisicamente male,
ma la cosa peggiore è che ho mal di testa.
Questo è più grave del significato dell'universo.

Una volta, camminando nella campagna nei dintorni di Oxford,
vidi ergersi, da una curva della strada, a poca distanza
il vecchio campanile di una chiesa in cima alle case di un villaggio o città.
Si fissò in me, fotograficamente, questo incidente insignificante
come una grinza trasversale che sgualcisca la piega dei pantaloni.
Ora arriva il punto…
Dalla strada prevedevo la spiritualità di questo campanile
che era la fede di tutte le epoche, e l'efficace carità.
Dalla città, quando vi arrivai, il campanile era il campanile,
e, anche in cima, stava lì.

Si è felici in Australia, fintanto che non ci si va.


australien

wir fingen mittags an:
wo sich die brücke in der brache
verlor, von fern die autobahn;
durch ein kaleidoskop zerbroche-

ner flaschen,
ein wurzelwerk von quecken
und alten teppichen; versteckt
hinter dem flüßchen,

dem abwasserrohr mit seinem biblischen
dunkel und dem schlichten
rinnsal, das es predigte.
wir gruben. hinter weißdornbüschen,

der kolonie von schilf, das paläon-
tologische autowrack, wie ein fossil
vom lehm verschluckt. ein fessel-
ballon

mit seiner werbung für bier
oder gelee
zog kühn jenseits der siedlung vorüber,
und ringsherum die glänzend schwarzen egel

entsorgter reifen, vollgesogen
mit schlamm und regenwasser,
die farbkanister, zerschlagen
und liegengelassen.

wir gruben; eine grille
verstummte und ein amselpärchen
hüpfte nervös um einen rostigen rechen,
die größere vogelkralle.

wie lange, bis wir es mit felsen
zu tun bekommen würden, kohle-
flözen
und erz? wie lange noch, bis irgendwo ein koala

die erde sich bewegen spürte,
um etwas seltsames zu sehen:
ein loch im boden, zwei verschmierte
jungen, die bis zehn

zu zählen versuchten, dann
verschwanden in dem mythischen, dem most-
richgelben abend, wo am rand
ein spaten steckte wie ein fahnenmast.

Jan Wagner
Australien, Berlin Verlag, 2010


cominciammo a mezzogiorno:
dove il ponte si perdeva nel campo
a maggese, da lontano l'autostrada;
attraverso un caleidoscopio di botti-

glie rotte,
un apparato radicale di gramigne
e vecchi tappeti; nascosti
dietro il fiumiciattolo,

dietro il tubo di scarico con la sua biblica
oscurità e col modesto
rigagnolo che la predicava.
scavammo. dietro cespuglietti di biancospino,

la colonia di canne, la paleon-
tologica carcassa d'auto, come un fossile
ingoiato dall'argilla. un pallone
frenato

con la sua pubblicità della birra
o della gelatina
passò audace oltre il centro abitato,
e intorno alle sanguisughe di un nero brillante

a pneumatici smaltiti, impregnati
di fango e acqua piovana,
alle taniche di colori, distrutte
e lasciate lì a terra.

scavammo; un grillo
ammutolì e una coppietta di merli
saltellò nervosamente attorno ad un rastrello arrugginito,
con i suoi artigli di uccello più grande.

quanto a lungo avremmo ancora avuto a che fare
con rocce, vene di
carbone
e minerali? quanto a lungo ancora, finché da qualche parte un koala

avvertisse muoversi la terra,
per vedere qualcosa di insolito:
una buca nel terreno, due giovani
imbrattati, che cercavano

di contare fino a dieci, poi
sparivano nella mitica, giallo
senape sera, dove sul bordo
una vanga stava ritta come l'asta di una bandiera.

mercoledì 8 dicembre 2010

Ipotesi

Ipotizziamo che non abbiate timore di leggere o rileggere delle poesie molto note: Itaca, ad esempio, o Tabacaria.

*

Não sou nada.
Nunca serei nada.
Não posso querer ser nada.
À parte isso, tenho em mim todos os sonhos do mundo.
Janelas do meu quarto,
Do meu quarto de um dos milhões do mundo que ninguém sabe quem é
(E se soubessem quem é, o que saberiam?),
Dais para o mistério de uma rua cruzada constantemente por gente,
Para uma rua inacessível a todos os pensamentos,
Real, impossivelmente real, certa, desconhecidamente certa,
Com o mistério das coisas por baixo das pedras e dos seres,
Com a morte a pôr humidade nas paredes e cabelos brancos nos homens,
Com o Destino a conduzir a carroça de tudo pela estrada de nada.
Estou hoje vencido, como se soubesse a verdade.
Estou hoje lúcido, como se estivesse para morrer,
E não tivesse mais irmandade com as coisas
Senão uma despedida, tornando-se esta casa e este lado da rua
A fileira de carruagens de um comboio, e uma partida apitada
De dentro da minha cabeça,
E uma sacudidela dos meus nervos e um ranger de ossos na ida.
Estou hoje perplexo como quem pensou e achou e esqueceu.
Estou hoje dividido entre a lealdade que devo
À Tabacaria do outro lado da rua, como coisa real por fora,
E à sensação de que tudo é sonho, como coisa real por dentro.
Falhei em tudo.
Como não fiz propósito nenhum, talvez tudo fosse nada.
A aprendizagem que me deram,
Desci dela pela janela das traseiras da casa,
Fui até ao campo com grandes propósitos.
Mas lá encontrei só ervas e árvores,
E quando havia gente era igual à outra.
Saio da janela, sento-me numa cadeira. Em que hei-de pensar?
Que sei eu do que serei, eu que não sei o que sou?
Ser o que penso? Mas penso ser tanta coisa!
E há tantos que pensam ser a mesma coisa que não pode haver tantos!
Génio? Neste momento
Cem mil cérebros se concebem em sonho génios como eu,
E a história não marcará, quem sabe?, nem um,
Nem haverá senão estrume de tantas conquistas futuras.
Não, não creio em mim.
Em todos os manicómios há doidos malucos com tantas certezas!
Eu, que não tenho nenhuma certeza, sou mais certo ou menos certo?
Não, nem em mim...
Em quantas mansardas e não-mansardas do mundo
Não estão nesta hora génios-para-si-mesmos sonhando?
Quantas aspirações altas e nobres e lúcidas —
Sim, verdadeiramente altas e nobres e lúcidas —,
E quem sabe se realizáveis,
Nunca verão a luz do sol real nem acharão ouvidos de gente?
O mundo é para quem nasce para o conquistar
E não para quem sonha que pode conquistá-lo, ainda que tenha razão.
Tenho sonhado mais que o que Napoleão fez.
Tenho apertado ao peito hipotético mais humanidades do que Cristo,
Tenho feito filosofias em segredo que nenhum Kant escreveu.
Mas sou, e talvez serei sempre, o da mansarda,
Ainda que não more nela;
Serei sempre o que não nasceu para isso;
Serei sempre só o que tinha qualidades;
Serei sempre o que esperou que lhe abrissem a porta ao pé de uma parede sem porta
E cantou a cantiga do Infinito numa capoeira,
E ouviu a voz de Deus num poço tapado.
Crer em mim? Não, nem em nada.
Derrame-me a Natureza sobre a cabeça ardente
O seu sol, a sua chuva, o vento que me acha o cabelo,
E o resto que venha se vier, ou tiver que vir, ou não venha.
Escravos cardíacos das estrelas,
Conquistámos todo o mundo antes de nos levantar da cama;
Mas acordámos e ele é opaco,
Levantámo-nos e ele é alheio,
Saímos de casa e ele é a terra inteira,
Mais o sistema solar e a Via Láctea e o Indefinido.
(Come chocolates, pequena;
Come chocolates!
Olha que não há mais metafísica no mundo senão chocolates.
Olha que as religiões todas não ensinam mais que a confeitaria.
Come, pequena suja, come!
Pudesse eu comer chocolates com a mesma verdade com que comes!
Mas eu penso e, ao tirar o papel de prata, que é de folhas de estanho,
Deito tudo para o chão, como tenho deitado a vida.)
Mas ao menos fica da amargura do que nunca serei
A caligrafia rápida destes versos,
Pórtico partido para o Impossível.
Mas ao menos consagro a mim mesmo um desprezo sem lágrimas,
Nobre ao menos no gesto largo com que atiro
A roupa suja que sou, sem rol, pra o decurso das coisas,
E fico em casa sem camisa.
(Tu, que consolas, que não existes e por isso consolas,
Ou deusa grega, concebida como estátua que fosse viva,
Ou patrícia romana, impossivelmente nobre e nefasta,
Ou princesa de trovadores, gentilíssima e colorida,
Ou marquesa do século dezoito, decotada e longínqua,
Ou cocote célebre do tempo dos nossos pais,
Ou não sei quê moderno — não concebo bem o quê —,
Tudo isso, seja o que for, que sejas, se pode inspirar que inspire!
Meu coração é um balde despejado.
Como os que invocam espíritos invocam espíritos invoco
A mim mesmo e não encontro nada.
Chego à janela e vejo a rua com uma nitidez absoluta.
Vejo as lojas, vejo os passeios, vejo os carros que passam,
Vejo os entes vivos vestidos que se cruzam,
Vejo os cães que também existem,
E tudo isto me pesa como uma condenação ao degredo,
E tudo isto é estrangeiro, como tudo.)
Vivi, estudei, amei, e até cri,
E hoje não há mendigo que eu não inveje só por não ser eu.
Olho a cada um os andrajos e as chagas e a mentira,
E penso: talvez nunca vivesses nem estudasses nem amasses nem cresses
(Porque é possível fazer a realidade de tudo isso sem fazer nada disso);
Talvez tenhas existido apenas, como um lagarto a quem cortam o rabo
E que é rabo para aquém do lagarto remexidamente.
Fiz de mim o que não soube,
E o que podia fazer de mim não o fiz.
O dominó que vesti era errado.
Conheceram-me logo por quem não era e não desmenti, e perdi-me.
Quando quis tirar a máscara,
Estava pegada à cara.
Quando a tirei e me vi ao espelho,
Já tinha envelhecido.
Estava bêbado, já não sabia vestir o dominó que não tinha tirado.
Deitei fora a máscara e dormi no vestiário
Como um cão tolerado pela gerência
Por ser inofensivo
E vou escrever esta história para provar que sou sublime.
Essência musical dos meus versos inúteis,
Quem me dera encontrar-te como coisa que eu fizesse,
E não ficasse sempre defronte da Tabacaria de defronte,
Calcando aos pés a consciência de estar existindo,
Como um tapete em que um bêbado tropeça
Ou um capacho que os ciganos roubaram e não valia nada.
Mas o Dono da Tabacaria chegou à porta e ficou à porta.
Olhou-o com o desconforto da cabeça mal voltada
E com o desconforto da alma mal-entendendo.
Ele morrerá e eu morrerei.
Ele deixará a tabuleta, e eu deixarei versos.
A certa altura morrerá a tabuleta também, e os versos também.
Depois de certa altura morrerá a rua onde esteve a tabuleta,
E a língua em que foram escritos os versos.
Morrerá depois o planeta girante em que tudo isto se deu.
Em outros satélites de outros sistemas qualquer coisa como gente
Continuará fazendo coisas como versos e vivendo por baixo de coisas como tabuletas,
Sempre uma coisa defronte da outra,
Sempre uma coisa tão inútil como a outra,
Sempre o impossível tão estúpido como o real,
Sempre o mistério do fundo tão certo como o sono de mistério da superfície,
Sempre isto ou sempre outra coisa ou nem uma coisa nem outra.
Mas um homem entrou na Tabacaria (para comprar tabaco?),
E a realidade plausível cai de repente em cima de mim.
Semiergo-me enérgico, convencido, humano,
E vou tencionar escrever estes versos em que digo o contrário.
Acendo um cigarro ao pensar em escrevê-los
E saboreio no cigarro a libertação de todos os pensamentos.
Sigo o fumo como uma rota própria,
E gozo, num momento sensitivo e competente,
A libertação de todas as especulações
E a consciência de que a metafísica é uma consequência de estar mal disposto.
Depois deito-me para trás na cadeira
E continuo fumando.
Enquanto o Destino mo conceder, continuarei fumando.
(Se eu casasse com a filha da minha lavadeira
Talvez fosse feliz.)
Visto isto, levanto-me da cadeira. Vou à janela.
O homem saiu da Tabacaria (metendo troco na algibeira das calças?).
Ah, conheço-o: é o Esteves sem metafísica.
(O Dono da Tabacaria chegou à porta.)
Como por um instinto divino o Esteves voltou-se e viu-me.
Acenou-me adeus gritei-lhe Adeus ó Esteves!, e o universo
Reconstruiu-se-me sem ideal nem esperança, e o Dono da Tabacaria sorriu.

Álvaro de Campos, 15.1.1928

Poesias de Álvaro de Campos. Fernando Pessoa. Lisboa: Ática, 1944 (imp. 1993). - 252.
1ª publ. in Presença, nº 39. Coimbra: Jul. 1933.


Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso desiderare essere niente.
A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.
Finestre della mia stanza,
Della mia stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è
(E se sapessero chi è, cosa saprebbero?),
Vi affacciate sul mistero di una via costantemente attraversata da gente,
Su una via inaccessibile a tutti i pensieri,
Reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa,
Con il mistero delle cose al di sotto delle pietre e degli esseri,
Con la morte che porta umidità nelle pareti e capelli bianchi negli uomini,
Con il Destino che guida il carretto di tutto sulla strada di niente.
Oggi sono vinto, come se sapessi la verità.
Oggi sono lucido, come se stessi per morire,
E non avessi altra fratellanza con le cose
Che un commiato, e questa casa e questo lato della via diventassero
La fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata
Da dentro la mia testa,
E una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell'andarmene.
Oggi sono perplesso, come chi ha pensato e creduto e dimenticato.
Oggi sono diviso tra la lealtà che devo
Alla Tabaccheria dall'altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori,
E alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.
Sono fallito in tutto.
Siccome non ho espresso alcun proposito, forse tutto è stato niente.
Dall'insegnamento che mi hanno impartito,
Sono sceso attraverso la finestra sul retro della casa.
Sono andato in campagna pieno di grandi propositi.
Ma là ho incontrato solo erba e alberi,
E quando c’era la gente era uguale all'altra.
Mi scosto dalla finestra, siedo su una poltrona. A cosa devo pensare?
Che ne so di cosa sarò, io che non so cosa sono?
Essere quel che penso? Ma penso di essere tante cose!
E ci sono tanti che pensano di essere la stessa cosa che non possono essercene così tanti!
Genio? In questo momento
Centomila cervelli si concepiscono in sogno geni come me,
E la storia non ne rivelerà, chissà?, nemmeno uno,
Non ci sarà altro che letame di tante conquiste future.
No, non credo in me stesso.
In tutti i manicomi ci sono pazzi furiosi con tante certezze!
Io, che non possiedo nessuna certezza, sono più sano o meno sano?
No, neppure in me stesso...
In quante mansarde e non mansarde del mondo
Non staranno sognando a quest'ora geni per se stessi?
Quante aspirazioni alte, nobili e lucide -,
Sì, veramente alte, nobili e lucide -,
E chissà se realizzabili,
Non verranno mai alla luce del sole reale né troveranno l'ascolto delle persone?
Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
E non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.
Ho sognato più di quanto Napoleone abbia fatto.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.
Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,
Anche se non ci abito;
Sarò sempre quello che non è nato per questo;
Sarò sempre solo quello che aveva delle qualità;
Sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta
E ha cantato la cantica dell'Infinito in un pollaio,
E sentito la voce di Dio in un pozzo tappato.
Credere in me stesso? No, e neanche in niente.
Che la Natura sparga sulla mia testa ardente
Il suo sole, la sua pioggia, il vento che trova i miei capelli,
E il resto venga pure se verrà, o dovrà venire, o non venga.
Schiavi cardiaci delle stelle,
Abbiamo conquistato tutto il mondo prima di alzarci dal letto;
Ma ci siamo svegliati ed esso è opaco,
Ci siamo alzati ed esso è estraneo,
Siamo usciti di casa ed esso è la terra intera,
Più il sistema solare e la Via Lattea e l'Indefinito.
(Mangia cioccolatini, piccola;
mangia cioccolatini!
Guarda che non c’è al mondo altra metafisica che i cioccolatini.
Guarda che tutte le religioni non insegnano altro che la pasticceria.
Mangia, bambina sporca, mangia!
Potessi mangiare io cioccolatini con la stessa verità con cui li mangi tu!
Ma io penso e, togliendo la carta argentata, che poi è di stagnola,
butto tutto per terra, come ho buttato la vita.)
Ma almeno rimane dell’amarezza di ciò che mai sarà
la calligrafia rapida di questi versi,
portico crollato sull’Impossibile.
Ma almeno consacro a me stesso un disprezzo senza lacrime,
nobile almeno nell’ampio gesto con cui getto
i panni sporchi che io sono, senza lista, nel corso delle cose,
e resto in casa senza camicia.
(Tu, che consoli, che non esisti e per questo consoli,
O dea greca, concepita come una statua che fosse viva,
O patrizia romana, impossibilmente nobile e nefasta,
O principessa di trovatori, gentilissima e colorita,
O marchesa del diciottesimo secolo, scollata e distante,
O celebre cocotte dell’epoca dei nostri padri,
O non so che di moderno – non capisco bene cosa -,
Tutto questo, qualsiasi cosa tu sia, se può ispirare che ispiri!
Il mio cuore è un secchio svuotato.
Come quelli che invocano spiriti invoco
Me stesso ma non trovo niente.
Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con una nitidezza assoluta.
Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le macchine che passano,
Vedo gli enti vivi vestiti che si incrociano,
Vedo i cani che anche loro esistono,
E tutto questo mi pesa come una condanna all'esilio,
E tutto questo è straniero, come tutto.)
Ho vissuto, studiato, amato, e persino creduto,
E oggi non c'è mendicante che io non invidi solo perchè non è me.
Di ciascuno guardo gli stracci e le ferite e le bugie,
E penso: forse non ho mai vissuto né studiato né amato né creduto
(Perché è possibile fare la realtà di tutto questo senza fare niente di tutto questo);
Forse sei esistito appena, come una lucertola cui taglino la coda
E che sia coda al di qua della lucertola irrequietamente.
Ho fatto di me ciò che non ho saputo,
E ciò che avrei potuto fare di me non l'ho fatto.
Il domino che ho indossato era sbagliato.
Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso.
Quando ho voluto togliermi la maschera,
Era incollata alla faccia.
Quando l'ho tolta e mi sono guardato allo specchio,
Ero già invecchiato.
Ero ubriaco, non sapevo più indossare il domino che non mi ero tolto.
Ho gettato la maschera e dormito nel guardaroba
Come un cane sopportato dai gestori
In quanto inoffensivo
E scriverò questa storia per provare che sono sublime.
Essenza musicale dei miei versi inutili,
Potessi incontrarmi come una cosa fatta da me,
E non stessi sempre di fronte alla Tabaccheria di fronte,
Calpestando la coscienza di stare esistendo,
Come un tappeto in cui un ubriaco inciampi
O uno stuoino rubato dagli zingari che non valeva niente.
Ma il Padrone della Tabaccheria si è affacciato sulla porta ed è rimasto sulla porta.
Lo guardo con il fastidio della testa girata male
E con il fastidio dell'anima che capisce male.
Lui morirà ed io morirò.
Lui lascerà l'insegna, io lascerò dei versi.
Ad un certo punto morirà anche l'insegna, e anche i versi.
Dopo un po' morirà la strada dove stava l’insegna,
E la lingua in cui erano stati scritti i versi.
Morirà poi il pianeta rotante in cui è accaduto tutto questo.
In altri satelliti di altri sistemi qualcosa come la gente
Continuerà a fare cose come versi e a vivere sotto cose come insegne,
Sempre una cosa di fronte all'altra,
Sempre una cosa tanto inutile quanto l'altra,
Sempre l'impossibile tanto stupido come il reale,
Sempre il mistero del profondo tanto certo come il sonno del mistero della superficie,
Sempre questo o sempre un'altra cosa o né l’uno né l’altra.
Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),
E la realtà plausibile mi crolla improvvisamente addosso.
Mi rialzo energico, convinto, umano,
Con l'intenzione di scrivere questi versi in cui dico il contrario.
Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli
E assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero.
Seguo il fumo come se avesse una propria rotta,
E mi godo, in un momento sensitivo e competente
La liberazione da tutte le speculazioni
E la consapevolezza che la metafisica è una conseguenza dell’essere mal disposti.
Poi mi allungo sulla sedia
E continuo a fumare.
Finché il Destino me lo concederà, continuerò a fumare.
(Se sposassi la figlia della mia lavandaia
Forse sarei felice.)
Visto questo, mi alzo dalla sedia. Vado alla finestra.
L’uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilando il resto nella tasca dei pantaloni?).
Ah, lo conosco: è Esteves senza metafisica.
(Il Padrone della Tabaccheria si è affacciato sulla porta.)
Come per un istinto divino Esteves si è voltato e mi ha visto.
Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves!, e l’universo
Mi si è ricostruito senza ideale né speranza, e il Padrone della Tabaccheria ha sorriso.

*
Ipotizziamo poi che abbiate a disposizione, per ricopiare sia Itaca sia Tabacaria, un pezzo di carta grande come un francobollo e ipotizziamo, soprattutto, che vi fidiate di me: in queste ipotesi, e solo in queste ipotesi, potreste riuscirvi scrivendo sul francobollo due soli versi.

sabato 29 maggio 2010

O Tejo é mais belo que o rio que corre pela minha aldeia


O Tejo from Abilio Vieira on Vimeo.

O Tejo é mais belo que o rio que corre pela minha aldeia,
Mas o Tejo não é mais belo que o rio que corre pela minha aldeia
Porque o Tejo não é o rio que corre pela minha aldeia,

O Tejo tem grandes navios
E navega nele ainda,
Para aqueles que vêem em tudo o que lá não está,
A memória das naus.

O Tejo desce de Espanha
E o Tejo entra no mar em Portugal.
Toda a gente sabe isso.
Mas poucos sabem qual é o rio da minha aldeia
E para onde ele vai
E donde ele vem.
E por isso, porque pertence a menos gente,
É mais livre e maior o rio da minha aldeia.

Pelo Tejo vai-se para o Mundo.
Para além do Tejo há a América
E a fortuna daqueles que a encontram.
Ninguém nunca pensou no que há para além
Do rio da minha aldeia.

O rio da minha aldeia não faz pensar em nada
Quem está ao pé dele está só ao pé dele.

Alberto Caeiro, O Guardador de Rebanhos


Il Tago è più bello del fiume che passa nel mio paesino,
Ma il Tago non è più bello del fiume che passa nel mio paesino
Perché il Tago non è il fiume che passa nel mio paesino.

Il Tago ha grandi navi
E vi naviga ancora,
Per quelli che vedono nel tutto quello che non c'è,
Il ricordo delle caravelle.

Il Tago scende dalla Spagna
E il Tago entra nel mare in Portogallo.
Lo sanno tutti.
Ma pochi sanno qual è il fiume del mio paesino
E dove va
E da dove viene.
E per questo, perché appartiene a meno persone,
è più libero e più grande il fiume del mio paesino.

Per il Tago si va per il Mondo.
Oltre il Tago c'è l'America
E la fortuna per quelli che la trovano.
Nessuno ha mai pensato a quello che c'è oltre
Il fiume del mio paesino.

Il fiume del mio paesino non fa pensare a niente.
Chi gli sta vicino sta solo vicino ad esso.


Alberto Caeiro da Silva nacque a Lisbona nel 1889, ma visse quasi tutta la sua vita in campagna, in compagnia di una vecchia zia, una prozia. Di statura media, aveva faccia rasa, occhi azzurri e capelli di un biondo slavato. Non aveva professione né quasi nessuna educazione, se non quella acquisita con l'istruzione primaria. Morì di tubercolosi nel 1915 (da qui).
Nonostante la sua breve vita, di lui si possono leggere O guardador de rebanhosO pastor amorosoPoemas Inconjuntos e Fragmentos.