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martedì 8 ottobre 2013

Ventidueetrentanovenovediecisessantatrè

Ricordo che in apertura della seduta pomeridiana di martedì 8 ottobre sarà commemorato il cinquantesimo anniversario del disastro del Vajont.

Signora Presidente, oggi ricorre il 45° anniversario della tragedia del Vajont. Credo siano doverosi, da parte della Presidenza e dell'Aula tutta, un momento di riflessione e un ricordo dei tragici fatti di allora.

La Presidenza crede di interpretare il sentimento di tutto il Senato associandosi all'emozione e al ricordo di quell'immane tragedia.

Signor Presidente, intervengo per ricordare, a distanza di quarant’anni, un avvenimento che fu una tragedia.

Ecc.(1)

AA.VV.(2) del Senato italiano

(1) Gli storici dicevano che la memoria storica non è una componente della storia e che la memoria era passata dalla sfera storica alla sfera psicologica, il che aveva instaurato un nuovo regime di memoria, nel quale non si trattava più di memoria dell'evento, ma di memoria della memoria.
Patrik Ouředník, EuropeanaUne brève histoire du XXe siècle, Éditions Allia, 2010
(2) In ordine di apparizione: Roberto Calderoli, Gianvittore Vaccari, Emma Bonino, Willer Bordon.

mercoledì 17 agosto 2011

Milý Pepo


[Stempel: Tatranské-Matliary - 4. III. 21]

Milý Pepo, dobře mě varuješ, ale pozdě, zůčastnil jsem se totiž velkých lyžarských závodů v Poliance - zajisté si o tom v Tribuně četl - a zatrh jsem si při tom nehet pravého malíčka. Nevadí. Potom jsem na lyžích šel zpět do Matliar. Na Křivanu jsem se dal fotografovat jak to na druhé stránce vidís. Přemýšlím tam, [...]


[Timbro: Tatranské-Matliary, 4. 3. 21]

Caro Beppe, fai bene ad avvertirmi, ma è troppo tardi, perché in effetti ho già partecipato alla grande gara di sci a Polianka - ne avrai di sicuro letto sulla Tribuna - e durante la gara mi sono strappato un'unghia del mignolo destro. Fa niente. Dopo sono tornato sugli sci a Matliary. Sul monte Kriváň mi sono fatto fotografare, come puoi vedere sul retro. Vi sto riflettendo [...]

Con-testo: a Kafka era stata diagnosticata la tubercolosi nel 1917 (insomma, la sciata e la gara sono inventate, anche se spero lo si possa dedurre anche senza questa nota. Se invece, noto o meno che fosse il contesto, vi state dicendo "che noia, ancora Kafka", allora avete sbagliato clamorosamente il vostro percorso e vi trovate nel bel mezzo di un imprevisto fuori pista sul monte Kriváň. In tal caso, buon rientro.).
Josef David è il marito di Ottla, la sorella prediletta di Kafka. L'italiano, in realtà, avrebbe un modo straordinario per esprimere questo concetto in una sola parola: cognato, ma oggi, ormai, è andata così.

venerdì 15 luglio 2011

Voroněž

Hned ve žvanivém nádražním hemžení:
rubášný muž!
Pane Osipe, dovolte, abych
setřel prach obuvi vaší.

Nedovolil.

Ludvík Kundera

Proprio nel brusio brulicante della stazione:
un uomo in un sudario!
Signor Osip, mi permetta
di toglierle la polvere dalle scarpe.

Non me lo permise.

domenica 3 aprile 2011

Povero lettore francese (tutti gli uomini si sentono al centro del mondo, ma alcuni uomini si sentono più al centro del mondo di altri)

proto taky básník Bondy mi říkal, že pravá poezie musí bejt zraňující, jako byste si zapomenuli žiletku v kapesníku a při smrkání jste si pořezali nos, proto pořádná knížka není pro to, aby čtenář lip usnul, ale vyskočil z postele a rovnou v podvlíkačkách běžel panu spisovateli naplácat držku
(è per questo che il poeta Bondy mi diceva che la vera poesia deve fare male, come se si fosse dimenticata una lama di rasoio avvolta nel proprio fazzoletto e, soffiandosi il naso, ci si tagliasse, perché un buon libro non è fatto per addormentare il lettore, ma perché salti giù dal letto in mutande e corra a far saltare le cervella all'autore)

Cfr. Kafka, volendo.
ten svět je pořád krásnej, ne že by byl, ale jak já ho vidím, tak jak ho viděl ve filmu Puškin, chudáka předčasně trefili do hlavy a bylo po něm, z dírky od revolveru mu tekly poslední básničky, už podle fotografie jsem soudil, že Puškin patřil k evropský renesanci
(il mondo è sempre bello, non perché lo sia veramente, ma perché la vedo così, come la vede Puškin nel film, povero Puškin, è morto prematuramente colpito da un proiettile in testa ed era finita, le sue ultime poesie scorrevano attraverso questo foro che aveva fatto il revolver, basta guardare la sua foto per capire che Puškin apparteneva al Rinascimento europeo)

Da Bohumil Hrabal, Taneční hodiny pro starší a pokročilé, naturalmente, con tutte le incertezze del caso, per il tramite di Cours de dance pour adultes et élèves avancés, tradotto dal ceco da François Kérel, Gallimard 2011, nella cui quarta di copertina si possono trovare le coordinate necessarie perché il lettore francese si possa orientare al meglio prima ancora di avviare la lettura del romanzo: "Il ridicolo e il tragico, l'osceno e l'eroico sono inestricabilmente mescolati in questo testo che Céline non rinnegherebbe e che serve da constatazione di fallimento delle dottrine e dei sistemi". Il lettore francese sembra in effetti correre continuamente il rischio di smarrirsi, ma gli editori gli vengono sempre in soccorso, preferibilmente fin dalla quarta di copertina: nella quarta di copertina de Le Village di Bunin (cit.), ad esempio, si legge "Ha suscitato grandi ammirazioni come quella di André Gide che ha visto in questo libro "l'opera più potente della letteratura russa del XX secolo"" e, in bella evidenza, addirittura nella fascetta editoriale del romanzo di Ferenc Karinthy, Épépé, Denoël & d’ailleurs, 2005, gli si dice: "Quello che mi sembra assolutamente certo, è che Perec avrebbe adorato questo libro. Emmanuel Carrère". La stampella editoriale non risparmia il lettore di quotidiani: nell'articolo dedicato da Le Monde alle commemorazioni italiane per il 150° anniversario dell'unità d'Italia, si faceva riferimento all'inno di Mameli chiamandolo "la Marseillaise italienne". Potrei continuare, naturalmente, ma questo mi sembra sufficiente per cacciarmi dalla testa l'immagine di Puškin morente.

domenica 1 agosto 2010

antwort/básníci básně neskládají/wie die dinge aus ton

antwort

Mein vater, sagt ihr,
mein vater im schacht
habe risse in rücken,
narben,
grindige spuren niedergegangenen gesteins,
ich aber, ich
sänge die liebe

Ich sage:
eben, deshalb

Reiner Kunze


risposta

Mio padre, dite,
mio padre in fondo alla miniera
ha tagli nella schiena,
cicatrici,
tracce tignose di rocce crollate,
io, però, io
canterei l'amore

Io dico:
appunto, proprio per questo


Kunze è nato nel 1933 nell'Erzgebirge. È figlio di un minatore e di un'operaia tessile. Se questa fosse una sua biografia completa, ora probabilmente dovrei spiegare come la vita di Kunze si sia intrecciata alla storia della Cecoslovacchia del secolo scorso e in questo punto dovrei forse usare la parola dissidente. Preferisco invece ripassargli subito la parola:
"Su una cartolina indirizzata a Radio Leipzig, una signora di Ústí nad Labem (Aussig an der Elbe) chiede un giorno una poesia di un certo "Kunz", sentita nel corso di una trasmissione. Pensavo che la signora potesse essere una tedesca di una certa età, oppure una germanista, perché la cartolina era scritta in un tedesco impeccabile. Inviai la poesia e ricevetti una lettera di quattro pagine. La signora aveva la mia età, era ceca e medico. Ne seguì una corrispondenza che avrebbe raggiunto la favolosa cifra di 400 lettere, di cui certe avevano fino a 25 pagine. Ci scambiammo anche le nostre foto e la mia corrispondente - tratto tipicamente umano - me ne inviò una in cui aveva diciassette anni (e questa foto è il ritratto più svantaggioso che si possa fare di lei). Ma non mi interessava sapere a chi assomigliasse questa donna. Senza averla mai vista, perché a quel tempo non era possibile viaggiare al di là del confine a titolo individuale, una notte le telefonai e le chiesi se voleva essere mia moglie. Mi rispose sì senza esitare. Quando in seguito riuscii ad andare a Praga per un viaggio di gruppo di tre giorni, mi trovai di fronte ad una donna indicibilmente bella ed affascinante, mentre lei mi confessò più tardi che da parte sua mi aveva riconosciuto per il lungo soprabito fuori moda che indossavo nella foto. Sono quindi entrato in Cecoslovacchia attraverso il matrimonio, a meno che non me la sia "annessa" per alleanza..."

Elisabeth e Reiner Kunze, foto di Susanne Schleyer


Kunze è molto legato a Elisabeth, ma anche al poeta Jan Skácel, di cui ha tradotto diverse poesie. 



básníci básně neskládají
báseň je bez nás někde za
a je tu dávno je tu od pradávna
a básník báseň nalézá

Jan Skácel


i poeti non inventano le poesie
la poesia è da qualche parte
è stata lì da lungo tempo
il poeta si limita a scoprirla.



A pensarci, funziona anche se si sostituisce la parola poesia con moltissime altre parole, tutte quelle che passano per un atto creativo, direi. Ad esempio con la parola "uomo". La prima volta che mi parve di visualizzare questo pensiero fu nel marmo dei Prigioni di Michelangelo:




Ma il marmo, chiaramente, non ci si addice.



wie die dinge aus ton

"aber ich klebe meine hälften zusammen
wie ein zerschlagener topf aus ton"
Jan Skácel, brief vom februar 1970

I

Wir wollten sein wie die dinge aus ton

Dasein für jene,
die morgens um fünf ihren kaffee trinken
in der küche

Zu den einfachen tischen gehören

Wir wollten sein wie die dinge aus ton, gemacht
aus erde vom acker

Auch, daß niemand mit uns töten kann

Wir wollten sein wie die dinge aus ton

Inmitten
            soviel
                     rollenden
                                   stahls

II

Wir werden sein wie die scherben
der dinge aus ton: nie mehr
ein ganzes, vielleicht
ein aufleuchten
im wind

Reiner Kunze, 1970



come gli oggetti di terracotta

"ma io incollo le mie metà
come un vaso di terracotta infranto"
Jan Skácel, lettera di febbraio del 1970

I

Volevamo essere come gli oggetti di terracotta

Esserci per quelli
che ogni mattina alle cinque bevono il loro caffè
in cucina

Appartenere ai tavoli semplici

Volevamo essere come gli oggetti di terracotta, fatti
di terra di campo

E anche che nessuno potesse uccidere con noi

Volevamo essere oggetti di terracotta

In mezzo
            a tanto
                     acciaio
                               che rotola

II

Saremo come i cocci
degli oggetti di terracotta: mai più
un tutto, forse
un balenio
nel vento

"Le poesie di Jan Skácel non hanno chiesto se volessi tradurle, ma le loro immagini e la loro ostinata umiltà, a forza del mio diffidare sul filo degli anni e dei decenni, hanno finito con l'ottenere la loro traduzione. Skácel ha creato una poesia di caratura mondiale di cui il mondo non sa nulla. Inoltre, Skácel è stato a lungo vietato in Cecoslovacchia - anche questo ci ha legati. Jan Skácel era spesso di un umore massacrante e diffidente, cosa che, come ha detto un giorno alla sua traduttrice italiana, deriva dal fatto "che i poeti danno nella poesia tutto quello che è buono in loro e di cui nell'anima non restano che le scorie". Queste risalgono allora "in superficie a spese degli amici". - Ho ammirato e rispettato Jan Skácel, e mi piacciono le sue poesie".
Reiner Kunze, 2000

È il sol dell'anima

venerdì 3 aprile 2009

No questo non è lavoro questa è poesia

Bud'te krásná bud'te krutá dobrý den
krasší meteorů slz a přisah žen
lásko s niž jsme stáli na vrcholku hory
sbírajíce hnízda hvězd a meteory
na shledanou krasší snů a bludiček
už zas natáhnout si na noc budíček
pohled' přiteli co lidí klidně žije
ne to není práce to je poezie

Vitežslav Nezval
da Edison


Sia bella sia feroce buon giorno
più bella delle lacrime delle stelle cadenti e di un giuramento di donne
amante con cui un tempo stavamo sulla cima
dove trovavamo nidi di stelle e meteore
arrivederci tu più bella di fuochi fatui e sogno
di nuovo mettere la sveglia di nuovo dormire poco
vedi amico come vivono pacificamente gli uomini
no questo non è lavoro questa è poesia