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mercoledì 25 aprile 2012
venerdì 9 marzo 2012
Tempo - n. 103
Da qualche parte, più di qualche volta (102, per la precisione), ho già fatto emergere la mia ossessione di girare intorno a singole parole chiave: una di queste è il tempo. Ciclicamente, vi ritorno. Al tempo passato, su cui mi viene più naturale riflettere e quindi scrivere, e al tempo presente, di cui posso scrivere solo quando è passato, non fosse che appena qualche minuto dopo il suo essere presente, come nel caso del momento in cui mi sono messa a scrivere che da qualche parte, più di qualche volta (102, per la precisione), ho già fatto emergere la mia ossessione di girare intorno a singole parole chiave: una di queste è il tempo... ed ecco che qui salta fuori dal mio passato, inaspettata solo fino a qualche minuto fa, la voce roca di mio nonno Romeo, uomo di cultura dialettale e quindi esclusivamente orale (e manuale, naturalmente), cultura di tempi ciclici, sia nella vita sia nella fabula della vita. Raccontava mio nonno a mia madre bambina:
- Questa 'a è 'a storia de Sior Intento
che dura poco tempo e mai no se distriga
vutu che te 'a conte o vutu che te 'a diga?
- Che te me 'a conte!
- Questa 'a è 'a storia de Sior Intento
che dura poco tempo e mai no se distriga
vutu che te 'a conte o vutu che te 'a diga?
- Che te me 'a diga!
- Questa 'a è 'a storia de Sior Intento
che dura poco tempo e mai no se distriga
vutu che te 'a conte o vutu che te 'a diga?
...
Al futuro penserò un'altra volta, quando si sarà trasformato in passato.
*
Os mortos de sobrecasacaHavia a um canto da sala um álbum de fotografias intoleráveis,
alto de muitos metros e velho de infinitos minutos,
em que todos se debruçavam
na alegria de zombar dos mortos de sobrecasaca.
Um verme principiou a roer as sobrecasacas indiferentes,
e roeu as páginas, as dedicatórias e mesmo a poeira dos retratos.
Só não roeu o imortal soluço de vida, que rebentava
que rebentava daquelas páginas.
Carlos Drummond de Andrade
Mãos dadas
Não serei o poeta de um mundo caduco.
Também não cantarei o meu futuro.
Estou preso à vida e olho meus companheiros.
Estão taciturnos mas nutrem grandes esperanças.
Entre eles, considero a enorme realidade.
O presente é tão grande, não nos afastemos.
Não nos afastemos muito, vamos de mãos dadas.
Não serei o cantor de uma mulher, de uma história,
não direi suspiros ao anoitecer, a paisagem vista da janela,
não distribuirei entorpecentes ou cartas de suicidas,
não fugirei para as ilhas nem serei raptado por serafins.
O tempo é minha matéria, o tempo presente, os homens presentes,
a vida presente.
Carlos Drummond de Andrade
I morti in redingote
C'era in un angolo della sala un album di fotografie insopportabili,
alto molti metri e vecchio infiniti minuti,
in cui tutti si curvavano
per la gioia di burlarsi dei morti in redingote.
Un verme cominciò a rodere le redingote indifferenti,
e rose le pagine, le dediche e persino la polvere dei ritratti.
Solo non rose l'immortale singhiozzo della vita, che scoppiava
che scoppiava da quelle pagine.
Tenendoci per mano
Non sarò il poeta di un mondo caduco.
Non canterò nemmeno il mio futuro.
Son tutto preso dalla vita e guardo i miei compagni.
Sono taciturni ma nutrono grandi speranze.
Tra loro, considero l'immensa realtà.
Il presente è così grande, non ci allontaniamo.
Non ci allontaniamo molto, camminiamo tenendoci per mano.
Non sarò il cantore di una donna, di una storia,
non dirò dei sospiri al calar della notte, del paesaggio visto dalla finestra,
non distribuirò droghe o biglietti di suicidi,
non fuggirò verso le isole né sarò rapito da serafini.
Il tempo è la mia materia, il tempo presente, gli uomini presenti,
la vita presente.
domenica 4 dicembre 2011
Il motto di nonna Eugenia
L'Italia è una repubblica immaginaria, fondata su uno zoccolo di rocce metaforiche.
Luigi Meneghello, Le carte, Rizzoli, 1999
Mia nonna è del '23. Stasera è dai miei. Ci siamo appena sentiti e visti via Skype.
- Ciao, Franci, com'ea?
- Ciao, nona.
- Sutu serada?
- Sì, ma no' ho pi' freve, stae meio.
- Va in let' al coert' e fa 'na bea sudada.
- 'A fae, 'a fae. E ti, come statu, nona?
- To' nona 'a è vecia, satu?
- Eh. Vutu tornar indrio?
- Ma gnianca... gnianca de un giorno. Avanti Savoia!
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Meneghello
venerdì 7 ottobre 2011
Filò
Quando sono ripassata dai miei, ho provato, poi, a rifare la foto ad una foto dei nonni della mia nonna materna. Però, siccome è sotto vetro (tendiamo ad attribuirle un valore eccessivo), è praticamente impossibile evitare l'effetto dei riflessi. Allora ho ripiegato sui dettagli che da sempre mi attraggono di più, in quella foto: le mani.
Sono mani che parlano. Sono mani che dicono chiaramente chi le ha usate di più. Sono mani che mi ricordano come il mito del fare filò sarebbe tutto da riscrivere, almeno per i miei avi. Perché Giovanni, il mio trisavolo, rimproverava ogni sera Serena, la mia trisavola, che, sfiancata dalle fatiche della giornata, inevitabilmente si addormentava:
- Ave Maria, gratia plena,
- Dominus tecum,
- benedicta tu in mulieribus,
- et benedictus fructus ventris tui, Jesus.
- Sancta Maria, mater Dei,
- ora pro nobis pecca...
- Prega, putana! Sveia, sumo, prega: Ave Maria, gratia plena,
- Ave Maria, gratia plena...
Sumo, nel dialetto veneto orientale, è un'esortazione.
Sumo, nel dialetto veneto orientale, è un'esortazione.
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F.
sabato 4 giugno 2011
Tre cose
Mi appunto tre cose che non vorrei dimenticare.
La prima è che devo assolutamente cercare di rifare meglio una foto di una foto che si trova a casa dei miei e che ritrae i nonni materni della mia nonna materna. Eccola, nell'infelice forma che ho attualmente a disposizione.
Probabile anno della foto: 1930.
Luogo: Pravisdomini, allora in provincia di Udine, ora in provincia di Pordenone.
La seconda è la maggiore attenzione che dovrei dedicare alla storia minuta, anche per la quantità e la qualità delle informazioni che possono essere rivelate da alcuni suoi dettagli, persino quando è ritratta in una riproduzione minore e scadente come quella proposta. Nel presente caso, inviterei ad osservare le mani della nonna Serena (morta nel 1935) e a confrontarle con quelle del nonno Giovanni (morto, credo, nel 1932), ad osservare poi le figure dei nonni e a compararle con quelle dei due nipoti, Irene (nata nel 1914) e Norge (nato nel 1927), allora rispettivamente la maggiore ed il minore dei nipoti, ritratti in rappresentanza dei numerosi altri abbracciati fra le estremità delle loro età, a considerare la specialità dell'evento - una foto, una foto di gruppo ed una foto in posa - e quindi il fatto che per farsi fotografare devono essersi messi i vestiti migliori che avessero, devono essersi pettinati meglio di quanto di solito facessero, devono aver estratto dal cassetto tutti i gioielli di cui erano in possesso, a rilevare poi che non ci sono occhiali a correggere più che evidenti miopie e, infine, a rivolgere uno sguardo allo sfondo scelto dal fotografo ed un pensiero al tempo che questi deve aver dedicato per sistemare quello che sembra a tutti gli effetti un copriletto e per disporvi davanti i miei parenti, tenuto anche conto dell'atteggiamento di Norge, la cui apparente recalcitranza non escluderei abbia potuto generare lacrime e tentativi di fuga dall'obiettivo, che solo l'altezza dello sgabello su cui siede e la mano destra del nonno sembrano essere riusciti alla fine ad impedire.
La terza è legata all'esercizio della memoria, agli scarti e alle continuità che esso consente di far emergere quando si riesce a compierlo senza retorica, concretamente, individualmente e collettivamente, e, a contrario, agli effetti che possono essere generati dall'oblio, consapevole o inconsapevole che sia, perseguito volontariamente o indotto dall'ambiente che sia. Quando incrocio delle persone che nelle loro conversazioni si concentrano con insistenza su guadagni, macchine, case, viaggi, o anche solo sull'acquisto dell'ultimo modello di cellulare o sulla marca di cibo preferita dal loro gatto, oppure, in modo apparentemente diverso eppur non molto dissimile nella sostanza, quando mi si parla ricercatamente e con ricchezza di aggettivazione delle più recenti scoperte in ambito artistico e mi si consiglia di vedere l'ultimo film del grandissimo regista X o di non rimandare oltre la lettura dei testi del gigantesco autore Y o la visita della mostra dell'immenso pittore di postpostavanguardia Z, dove X, Y e Z sono dei geni senza antecedenti forniti di volta in volta, e a dosi massicce, dal mercato della cultura, mi chiedo quale sarebbe l'effetto che susciterebbero le loro parole, in me che li ascolto e nelle loro stesse orecchie, se, mentre snocciolano le loro conquiste materiali ed immateriali, si materializzasse tra di noi un ritratto, possibilmente a grandezza naturale, dei loro trisavoli, dei loro bisnonni o anche solo dei loro nonni.
Idealmente, vorrei riuscire a non dimenticarmi mai di avere alle spalle quella foto lì, quando sono io ad esprimermi e, più in generale, vorrei che mi accompagnasse costantemente in tutto quello che faccio, in una versione aggiornata - mobile e portatile - di rappresentazione dei lari domestici.
Idealmente, vorrei riuscire a non dimenticarmi mai di avere alle spalle quella foto lì, quando sono io ad esprimermi e, più in generale, vorrei che mi accompagnasse costantemente in tutto quello che faccio, in una versione aggiornata - mobile e portatile - di rappresentazione dei lari domestici.
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F.
sabato 23 aprile 2011
Biciclette
A mia memoria, i miei nonni materni hanno sempre avuto due biciclette, una grigia e una marrone, di quelle col manubrio largo e squadrato e le ruote enormi. In realtà, non era stato sempre così.
La famiglia di mia nonna era più o meno tutta fascista. La famiglia di mio nonno era più o meno tutta socialista. Dopo l'8 settembre del 1943, mentre mio nonno era soldato in Grecia, uno dei fratelli minori di mia nonna, ancora adolescente, andò coi partigiani nel tentativo di proteggere la propria famiglia, per toglierle la macchia fascista, impressale soprattutto da suo padre, il mio bisnonno, che scappò via dal paese e ne restò lontano per lungo tempo, in attesa di tempi per lui migliori (arrivarono con l'amnistia di Togliatti). Il fratello di mia nonna, dopo un (1) giorno di militanza coi partigiani, fu arrestato dai fascisti e portato nel carcere di Udine. Mia nonna andava a trovarlo regolarmente percorrendo, su una bicicletta prestatale dal Conte (c'erano ancora, i Conti, nel paese e in tutta la numerosa famiglia di mia nonna non c'era nessuno che possedesse una bicicletta), i 60 chilometri che la separavano da Udine.
F.
Parece que no es nada una bicicleta.
La famiglia di mia nonna era più o meno tutta fascista. La famiglia di mio nonno era più o meno tutta socialista. Dopo l'8 settembre del 1943, mentre mio nonno era soldato in Grecia, uno dei fratelli minori di mia nonna, ancora adolescente, andò coi partigiani nel tentativo di proteggere la propria famiglia, per toglierle la macchia fascista, impressale soprattutto da suo padre, il mio bisnonno, che scappò via dal paese e ne restò lontano per lungo tempo, in attesa di tempi per lui migliori (arrivarono con l'amnistia di Togliatti). Il fratello di mia nonna, dopo un (1) giorno di militanza coi partigiani, fu arrestato dai fascisti e portato nel carcere di Udine. Mia nonna andava a trovarlo regolarmente percorrendo, su una bicicletta prestatale dal Conte (c'erano ancora, i Conti, nel paese e in tutta la numerosa famiglia di mia nonna non c'era nessuno che possedesse una bicicletta), i 60 chilometri che la separavano da Udine.
F.
Parece que no es nada una bicicleta.
Max Aub
Buon 25 aprile.*
Il decreto del generale piemontese Fiorenzo Bava Beccaris (il feroce monarchico Bava), Regio Commissario Straordinario di Milano, con cui, nel corso dello stato d'assedio di Milano per sedare i tumulti popolari e lo sciopero generale "per il pane e il lavoro", introdusse il divieto di circolare in città con biciclette, tricicli e tandems e simili mezzi di locomozione. Le cannonate di Bava provocarono 80 morti fra i civili e 450 feriti e centinaia di arresti, tra cui quelli di Turati, di Bissolati e della Kuliscioff, e valsero al generale, in premio da Umberto I di Savoia, la Gran Croce dell'Ordine Militare ed un seggio al Senato.
Ordinanza del Capo della Provincia di Bologna, Alberto Zaccherini, del 17 febbraio 1944, emessa nel vano tentativo di bloccare la crescente attività dei partigiani.
Ordine di consegna delle biciclette al Municipio in potere al Podestà su disposizioni del Ministero dell'Interno della Repubblica Sociale Italiana e su delega concessa dal Capo della Provincia. La consegna evitava il sequestro ed era concepita per scoraggiare la borsa nera, da cui il riferimento al portabagagli (nella nota di ausilio alla compilazione, si legge: una, nel caso si tratti di famiglia di renitenti, disertori o comunque sottrattisi agli obblighi militari; oppure... precisare il tipo di bicicletta, quando trattasi di biciclette portabagagli appartenenti a persone che non hanno specifiche necessità di lavoro).
Modulo prestampato della Pirelli per la dichiarazione di denuncia di possesso di bicicletta e del suo uso a scopi lavorativi
1. Da oggi [15 marzo 1944] fino a nuovo ordine è proibito circolare in bicicletta dalle ore 20 alle 5.30, con divieto di condurre la bicicletta stessa anche a mano, in tutti i Comuni della provincia compresa la città di Ravenna e le sue frazioni.
2. Nessun permesso di carattere eccezionale potrà essere rilasciato da alcuna autorità. I permessi rilasciati in precedenza non sono più validi.
3. Contro coloro che nelle predette ore, in qualunque località della provincia, urbana o rurale, circolassero in bicicletta o con bicicletta a mano, sarà fatto immediatamente uso delle armi da parte della Forza Pubblica e della Gnr. Inoltre il coprifuoco viene anticipato alle 19 considerato il ripetersi nel territorio di Ravenna di atti terroristici.
1. A decorrere dal giorno 26 aprile 1944 è fatto divieto assoluto di circolare con le biciclette, anche portate a mano, entro il perimetro della città di Bologna delimitato dai viali [...].
5. Coloro i quali abitano entro il perimetro sopra descritto e, che per ragioni di lavoro, debbono spostarsi con la bicicletta dal luogo di divieto alla periferia e poi far ritorno al centro, dovranno essere muniti di una speciale dichiarazione della ditta presso cui lavorano, vidimata dalla questura di Bologna, ma per tutto il perimetro e le strade di divieto dovranno portare la bicicletta a mano con le gomme delle ruote sgonfie o con la catena staccata dalla moltiplica e dal rocchetto.
Franco Giannantoni, Ibio Paolucci, La bicicletta nella Resistenza. Storie partigiane, Edizioni Artigere 2010
*
Roma, 23 dicembre 1943
I gappisti sferrano un attacco in pieno giorno contro il cambio della guardia dei tedeschi davanti a Regina Coeli. L'Alto comando censura le notizie sulle attività dei partigiani e sulle proprie perdite; una spettacolare fuga di partigiani in bicicletta lo porta a bandire l'uso delle biciclette in tutta Roma. "Ai trasgressori verrà sparato senza riguardo", proclama il bando.
Robert Katz, Roma città aperta. Settembre 1943-giugno 1944, Il Saggiatore 2009
*
Soldat Zotlöterer: «Ich habe einen Franzosen von hinten erschossen. Der fuhr mit dem Fahrrad.»
Soldat Weber: «Von ganz nahe?»
Soldat Zotlöterer: «Ja.»
Soldat Heuser: «Wollte der dich gefangen nehmen?»
Soldat Zotlöterer: «Quatsch. Ich wollte das Fahrrad haben.»
- Ho sparato da dietro ad un francese. Andava in bicicletta.
- Da vicino?
- Sì.
- Voleva farti prigioniero?
- Macchè. Volevo avere la bicicletta.
Sönke Neitzel, Harald Welzer, Soldaten. Protokolle vom Kämpfen, Töten und Sterben, S. Fischer Verlag 2011
*
"Clinto, - disse il Comandante - Stasera c'è una novità. Rientrava dopo molti chilometri percorsi in bicicletta sotto la pioggia. Si avvicinò alla stufa accesa e Clinto, che stava asciugandosi le scarpe inzuppate, si strinse verso il muro per fargli posto. "Ascolta anche tu, Agnese" disse il Comandante.
Renata Viganò, L'Agnese va a morire, Einaudi 1994
*
Una volta, quando stavamo ancora a Casteldardo, presi una bicicletta e venni giù a Venezia, non mi ricordo perché, non mi ricordo se Piero mi avesse detto di venire o cosa; tornando su fui bloccato dai tedeschi proprio alle pendici delle Prealpi, alle falde del passo S. Boldo, che dalla pianura porta a Trichiana. Anche quella fu un'avventura: me ne andavo pacifico e tranquillo in un bel pomeriggio, faccio una curva e.... track! SS! Mi portano via e mettono lì la bicicletta: la mia bicicletta aveva dell'esplosivo e, molto più grave, era piena di messaggi.
Dentro i tubi?
Sì, nella canna. Allora mi mettono dentro assieme ad altri che avevano preso, gente che piangeva, un casino della madonna.
Albano Pivato intervistato in Giulia Albanese, Marco Borghi, Nella Resistenza: vecchi e giovani a Venezia sessant'anni dopo, Nuova Dimensione Edizioni 2004
*
Al Cinema Centrale, poco lontano dalla Torre Littorio - ricorda Morandi [Renato Morandi, "Carletto", era comandante del GAP "Nannetti" della 52a brigata d'assalto Garibaldi "Luigi Clerici" a Varese]- era in programma in quei giorni una pellicola che noi, antifascisti convinti, ritenevamo inaccettabile. Il titolo del film era Carmen fra i rossi, la storia di una ragazza fatta prigioniera dalle Brigate Internazionali nella guerra di Spagna del 1936. Il locale era fra i più abbordabili per prezzo, quindi frequentato da studenti e militari. Quella che noi ritenevamo una provocazione andava interrotta e così fu. La sera entrammo dal retro del locale, salimmo nel camerino dell'operatore spianando le armi, bloccammo l'operatore, ci facemmo consegnare la "pizza" del film, poi, in bicicletta, fuggimmo in direzione del rione di Biumo dove, in un prato, la incendiammo.
La bicicletta nella Resistenza. Storie partigiane, cit.
La bicicletta nella Resistenza. Storie partigiane, cit.
*
Per assolvere questo compito facevo più di cento chilometri al giorno, in bicicletta, i chilometri erano tanti, le strade di ghiaia e i copertoni della mia bicicletta si consumavano rapidamente. I miei amici partigiani erano costretti a rubare le gomme di altre biciclette per rifornire la mia, una volta, non sapendo chi ero, mi fermarono e volevano portarmi via i copertoni...
Tina Anselmi, Zia, cos'è la Resistenza?, Manni Editori 2003
*
Ricordo – racconta [Bruno Trentin, "Leone"] – una scena appunto di sapore charlottiano. Io stavo andando in bicicletta verso la sede della brigata Rosselli, in via Moscova, quando venni raggiunto e seguito da un camion tedesco. Io pedalavo con più vigore ma è un po’ difficile che una bicicletta la vinca con un camion. E però l’inseguimento andò avanti per un bel pezzo di strada. Ma poi, per colmo di scalogna, mi cadde il mitra. E ora che faccio?, mi chiesi. Mi fermo per riprenderlo o continuo a correre? Decisi di raccogliere il mitra e tutto finì nel migliore dei modi, nel senso che terminò anche l’inseguimento.
La bicicletta nella Resistenza. Storie partigiane, cit.
La bicicletta nella Resistenza. Storie partigiane, cit.
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Il 28 aprile fu una giornata storica: la fucilazione di Mussolini e l'ingresso a Milano dei partigiani della Valsesia e della Valdossola!
Per me fu anche la giornata del ricordo di un mio eroico gappista, Giancarlo Brugnolotti. Aveva solo ventitre anni, ma sembrava un ragazzino tant'era minuto, magro, quasi insignificante eppur così pieno di volontà, di ideali, di forza! Era stato fucilato il 21 aprile alla vigilia della Liberazione dai militari della Caserma di via Cadamosto che aveva attaccato con il giovane Mantovani, un altro gappista che era riuscito a salvarsi in tempo. Tutto era andato per il meglio quando, al momento della fuga, alla bicicletta di Brugnolotti era saltata la catena. Brugnolotti aveva fatto in tempo a gettare contro i fascisti un altro paio di bombe a mano nel tentativo di coprirsi la ritirata ma era stato catturato, portato in caserma, torturato perché facesse il nome dei compagni. Poi, davanti al suo silenzio, fucilato.
Franco Giannantoni, Ibio Paolucci, Giovanni Pesce "Visone", un comunista che ha fatto l'Italia: l'emigrazione, la guerra di Spagna, Ventotene, i Gap, il dopoguerra (Togliatti, Terracini, Feltrinelli), Mario Chiarotto Editore 2005
Franco Giannantoni, Ibio Paolucci, Giovanni Pesce "Visone", un comunista che ha fatto l'Italia: l'emigrazione, la guerra di Spagna, Ventotene, i Gap, il dopoguerra (Togliatti, Terracini, Feltrinelli), Mario Chiarotto Editore 2005
*
Provammo ad attaccare i nazisti all'uscita dallo spettacolo che si dava due volte alla settimana al cinema Barberini, riservato esclusivamente alla Wehrmacht. Avremmo potuto lasciare in terra la borsa con l'esplosivo, innescata in tempo utile per riuscire ad allontanarci, e potevamo essere utilizzate Maria (Lucia Ottobrini) e io, accompagnandoci a un militare tedesco dove ciò fosse stato ammesso dal regolamento militare. Ma sia Maria che io avevamo respinto quel ruolo perché comportava una fraternizzazione alla quale ci rifiutavamo (in seguito avremmo scoperto che era severamente probito ai militari introdurre chicchessia, donne o uomini, nel luogo a loro riservato). Fu deciso di attaccare i nazisti all'uscita dallo spettacolo.
Scegliemmo di compiere l'azione con una bicicletta.
Carla Capponi, Con cuore di donna. Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista, Il Saggiatore 2009
*
Giunse in bicicletta, col nastrino tricolore sul petto, la bionda Carmelina, la prima staffetta partigiana che entrasse in città. Poi arrivò qualcun altro a dir che c'era stato un contrordine, che per quel giorno i partigiani non sarebbero entrati; poi vennero a smentir la notizia.
Ada Gobetti, Diario partigiano, Einaudi 1972
*
Mauro Pizzoli (al centro) assieme al fratello Adolfo (primo da destra) ed all'amico Iames Guizzardi in bicicletta sotto la casa della sua famiglia in Via Beverara a Bologna. Partigiano della 1a Brigata "Irma Bandiera", fu ucciso barbaramente il 29 ottobre 1944 a Bologna. Anche il fratello Adolfo militò nella Resistenza.
Da Repubblica
Partigiana della brigata Garibaldi "Diavolo" entra a Modena, da poco liberata
Da La bicicletta nella Resistenza. Storie partigiane, cit.
25 aprile 1945: le partigiane di Ferrara sfilano per le vie della città
Da La bicicletta nella Resistenza. Storie partigiane, cit.
Onorina Brambilla ,"Sandra", ufficiale di collegamento del 3° GAP "Egisto Rubini", comandato da Giovanni Pesce, "Visone", a Milano. Diffuse stampa clandestina, partecipò agli scioperi degli anni '43-'44, ricercò informazioni militari, recuperò armi ed esplosivi. Prima di entrare nell'assoluta clandestinità, lavorava nella fabbrica Fratelli Paronitti, che produceva macchine utensili. Aveva una Bianchi azzurro mare e vestiva, come nella foto, piuttosto elegantemente ("ci tenevo alla forma perché era anche un modo sicuro per non alimentare troppi sospetti"). Il 12 settembre del 1944 fu arrestata per una spiata, portata nella prigione delle SS di Monza e torturata: non parlò. Il 12 novembre del 1944 venne deportata nel lager di Bolzano-Gries e lì liberata il 30 aprile del 1945. Tornò a Milano a piedi, percorrendo l'intera Val di Non e salendo sul passo del Tonale sotto una nevicata. Il 7 maggio del 1945, arrivata a Milano, ritrovò sua sorella "Wanda", "Visone" e anche la sua Bianchi.
Da La bicicletta nella Resistenza. Storie partigiane, cit.
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