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venerdì 30 ottobre 2015

Dizionario di tutte 'e cose: L come Lacune

Lieber Dr. Thomas Mann! Obwohl wir uns nicht persönlich kennen, muß ich Sie darüber informieren, daß vor drei Wochen ein Deutscher in unsere Stadt gekommen ist, der behauptet, Sie zu sein. Da ich Sie - wie wir alle in Drohobycz - nur von Fotografien aus den Zeitungen kenne, kann ich nicht mit letzter Sicherheit sagen, daß Sie es nicht sind, aber allein die Geschichten, die er erzählt - von seiner abgetragenen Kleidung und dem starken Körpergeruch abgesehen, der ihn umgibt -, machen ihn verdächtig.

Maxim Biller, Im Kopf von Bruno Schulz, 2013

Caro Dottor Thomas Mann! Nonostante non ci conosciamo personalmente, devo informarLa del fatto che un tedesco che sostiene di essere Lei è venuto nella nostra città tre settimane fa. Siccome io - come noi tutti, a Drohobycz - La conosco solo da fotografie sui giornali, non posso dire con tutta certezza che Lei non sia lui, ma già le storie che lui racconta - fatta eccezione per il suo vestito liso e il forte odore del suo corpo, che lo circonda  - lo rendono sospetto.

Nel 1938, Bruno Schulz scrisse una lettera a Thomas Mann, allora in esilio a Zurigo, accompagnata da un racconto scritto in tedesco. Non ci sono giunti né la lettera né il racconto. Maxim Biller ha provato a colmare questa lacuna.
È da un po' che mi capita di leggere tentativi di colmare lacune di questo tipo. Sono tanto numerosi che mi vien da pensare che si scrivano solo libri così o almeno che io, più o meno inconsciamente, non cerchi che quelli. Del resto, come avrei potuto resistere al racconto di Juna (deludente), a quello di Maggiani, che dà voce al popolo privo di voce (molto bello, almeno in quella parte) o alla storia di Benjamin che riesce ad imbarcarsi per gli Stati Uniti (audace)? Se l'avessi fatto, avrei ignorato che, quando io avevo 7 anni e cercavo volumi in una piccola biblioteca di quartiere, Benjamin passava il tempo nella biblioteca pubblica di New York. Di questo passo, prima o poi troverò i nomi dei mandanti delle stragi italiane, almeno in letteratura.

martedì 24 aprile 2012

Na dworze jest dzień pełen prozy

Zornige sahst du flackern, sahst zwei Knaben 
zu einem Etwas sich zusammenballen, 
das Haß war und sich auf der Erde wälzte 
wie ein von Bienen überfallnes Tier
(...)
Rainer Maria Rilke
Aus Der Rosenschale

Mam dzisiaj lepszy dzień, jeden z dni uspokojonych i zacisznych. Mam trochę gorączki i leżę w łóżku, nie poszedłem dziś do szkoły. Na dworze jest dzień zimny, twardy i niegościnny, pełen prozy i surowości. Ale dookoła mego łóżka obstąpiły dobre duchy, obok mnie leżą dwa tomy Rilkego, które sobie pożyczyłem. Od czasu do czasu wchodzę na chwilę w jego świat trudny i natężony, pod wielokrotne sklepienia jego nieb i znów powracam do siebie.

Bruno Schulz
Z listu do Romany Halpern


Furiosi vedesti fiammeggiare, vedesti due ragazzi
appallottolarsi in una massa sola, 
che odio era e sulla terra ruzzolava
come una bestia assaltata da api 
(...)
Rainer Maria Rilke
Da  La coppa di rose

Ho un giorno migliore, oggi, uno di quei giorni calmi e tranquilli. Sono a letto con un po' di febbre e oggi non sono andato a scuola. Fuori è un giorno freddo, duro e rigido, pieno di prosa e di asprezza. Ma gli spiriti buoni si sono raccolti attorno al mio letto, accanto a me giacciono due volumi di Rilke che ho preso in prestito. Di tanto in tanto entro, per un istante, nel suo mondo arduo ed intenso, sotto i suoi cieli dalle multiple arcate e ancora una volta ritorno a me stesso.

Bruno Schulz
Da una lettera a Romana Halpern

(per gli spiriti cattivi, cfr. qui, volendo)

domenica 6 novembre 2011

Krakow, Kazimierz

Bruni Schulzu


Nikada bog nije prošlost i sadašnjost
sljubio s tako teškim ljepilom
kakvo sam posvuda u zraku
udisao tamo pokraj Wisle
o ti, yingele
tražeći dućane cimetove boje
u kojima su ti preci jednom davno
šaptom i mukom
prokleli sve jutarnje zvijezde
što zanavijek su im ostale prišivene
za rukave i tvoje snježne oči

sada poljubi sipu
koja rasipa slatko crnilo smrti
da ti san
iznova ne nađe put do pučine.

Pomoli se utvarama koje na nebu
za nekog drugog
crta polarna svjetlost
i nikome ne pričaj
što si vidio tamo u bjelini
o ti, yingele.

Tko je i jednom hodao
za bilo čijim stopama u snijegu
zna da se nitko ne vraća istim putem
kojim je jednom pokušao
prevariti vrijeme

u snijegu nas bog još jasnije vidi
snijeg pada tek kada se njemu pomrači vid
bog snijegom liječi svoj neizlječiv strah.

Magle sa sjevernih mora
putovale su još dugo i daleko
što južnije i južnije u ravnicu
kako bi prvorođeni u njima
skrio svoju umornu vojsku

tako je
uvijek sam mislio
nastajala Poljska
i kada se god
magla s kasne jeseni
spusti u Kazimierz
ja opet vidim tolike utvare
kako pokušavaju
kao prljave rite
spaliti svoje vlastite sjene
izgovarajući imena
o ti, yingele
svih mojih znanih
i tvojih neznanih mrtvih.

Tko je i jednom hodao
za bilo čijim stopama u snijegu
stići će zato, makar u snu
na kraju puta
jednom u Kazimierz

tu reći dome
zašto me ostavi
o ti, yingele.

Delimir Rešicki
Aritmija, Meandar, Zagreb, 2005


A Bruno Schulz

Mai dio ha unito passato e presente
con una colla così tenace
come l'ho respirato
nell'aria vicino a Wisła,
o yingele,
quando cercavo le botteghe color cannella
in cui i tuoi antenati un tempo molto lontano
bisbigliando e tacendo
maledivano tutte le stelle del mattino
cucite per sempre
alle loro maniche e ai tuoi occhi di neve

ora bacio la seppia
che cosparge il dolce nero della morte
per impedire al tuo sogno
di ritrovare la via al mare aperto.

Prega per un altro i fantasmi
indicati nel cielo
dalla luce polare
e non raccontare a nessuno
quello che hai visto nel bianco,
o yingele.

Chi ha seguito
impronte nella neve
sa che nessuno ritorna sullo stesso cammino
lungo il quale ha già provato
a beffare il tempo

nella neve dio ci vede più chiaramente
la neve cade solo quando la sua vista si oscura
dio cura con la neve la sua incurabile paura

Le nebbie dei mari del nord
hanno viaggiato a lungo e lontano
sempre verso sud nella pianura
perché il primo nato potesse
nascondervi il suo esercito stanco

così è nata la Polonia
ho
sempre pensato
e sempre, quando
la nebbia nell'autunno inoltrato
si posa su Kazimierz
vedo così tanti fantasmi
che cercano
di bruciare le proprie ombre
come luridi stracci
pronunciando i nomi,
o yingele,
di tutti i miei conoscenti
e dei tuoi ignoti morti.

Chi ha seguito
impronte nella neve
per questo motivo giungerà, anche se solo in sogno
alla fine del suo viaggio
a Kazimierz

e là dirà
paese mio
perché mi hai abbandonato,
o yingele.


(yingele è piccino in yiddish)

venerdì 4 novembre 2011

Łydki

Wiersz
Horyzonty pękają jak flaszki zielona plama pęcznieje
pod chmury przenoszę się znowu do cienia pod sosny
— stąd:
dopijam chciwym haustem
moją codzienną wiosnę.

Moje tłumaczenie
Łydki, łydki, łydki, łydki, łydki, łydki, łydki
Łydki, łydki, łydki, łydki, łydki
— Łydka :
łydka, łydka, łydka
łydki, łydki, łydki.

Witold Gombrowicz, Ferdydurke


Poesia
Gli orizzonti scoppiano come bottiglie una macchia verde gonfia
sotto le nuvole ritorno all'ombra dei pini
— per cui:
aspiro con bocca avida
la mia primavera quotidiana.

Mia traduzione
Polpacci, polpacci, polpacci, polpacci, polpacci, polpacci, polpacci
Polpacci, polpacci, polpacci, polpacci, polpacci
— Polpaccio:
polpaccio, polpaccio, polpaccio
polpacci, polpacci, polpacci.

Copertina della prima edizione di Ferdydurke, illustrazioni di Bruno Schulz, Rój, Varsavia, 1938, Museo della letteratura Adam Mickiewicz
*

La conferenza di Bruno

Temo di essermi eccessivamente dilungato sul tema "Oriente-Occidente" e "polacco-europeo", ma solo perché il nostro dialogo è destinato al lettore occidentale, che si sentirà particolarmente incuriosito dal mio preteso "complesso di inferiorità" nei confronti dell'Occidente. Eh no, signori: troppo facile! Torno a ripetere che qui non si tratta di complessi, ma di qualcosa di più grave, ossia di reale inferiorità e reale superiorità.
È ora di osservare che quella specie di sfogo che fu per me Ferdydurke non si limitava soltanto a quei problemi, ma che vi si agitavano anche contenuti più ardui e confidenziali.
All'incirca nel momento in cui mi accingevo a entrare in chiesa con il cappello in testa, il mio eccellente amico Bruno Schulz (troppo poco noto in Francia) arrivava a Varsavia dalla Galizia orientale per tenere una conferenza su Ferdydurke presso la Società dei Letterati. Una conferenza che suscitò le proteste dei corifei della Letteratura Polacca Matura riuniti in sala, dimostrando che il mio pamphlet almeno una tempesta in un bicchier d'acqua era capace di suscitarla. In quella conferenza Bruno espose una delle analisi più profonde che siano mai state fatte di Ferdydurke, cosa tanto più degna di nota in quanto accadeva in tempi antidiluviani.
Tra le altre cose, Bruno sottolineò la "zona di sottocultura" in cui si svolgeva il mio romanzo e il suo "corredo di forme di categoria inferiore".

Roux: Che cosa significa?

Gombrowicz: Che in Ferdydurke si svela un mondo inferiore, vergognoso, difficile da confessare e da esprimere (che tuttavia non è il mondo dell'istinto e del subconscio in senso freudiano), e che è il risultato del seguente processo: nei nostri rapporti con gli altri desideriamo apparire il più possibile colti, superiori e maturi, per cui usiamo un linguaggio maturo, con termini quali il Bene, il Bello, il Vero. Ma poiché nel nostro intimo ci sentiamo insufficienti e immaturi, quegli altisonanti ideali crollano rovinosamente e noi li sostituiamo con una nostra mitologia privata che è, sì, cultura, ma una cultura scadente, di seconda mano, a misura della nostra insufficienza. Un mondo, a detta di Bruno, fatto con gli scarti del nostro banchetto ufficiale: come se stessimo a tavola e sotto la tavola.
Per esempio: l'ideale di bellezza femminile di Ferdydurke, la sua Venere, è una piccola liceale moderna che affascina gli uomini con i suoi polpacci; l'altro dio di questa mitologia di seconda mano è il garzone con il quale Miętus vuole "frater...nizzare" (non "fraternizzare", ma "frater...nizzare", il che è molto peggio). Ferdydurke è pieno di questi ideali immaturi, di questi miti di seconda mano, di bellezze di serie B, di grazie da quattro soldi e di dubbie seduzioni...
Schulz sottolineò il fatto che quel mondo, più che un effetto della liberazione dell'istinto, era soprattutto un effetto della degradazione della Forma. Esternamente desideriamo essere il più colti possibile... ma proprio per questo, internamente siamo al di sotto della nostra cultura... e la trasciniamo giù, fino al nostro livello.
"In questo mondo non c'è spazzatura ideologica, cascame concettuale e paccottiglia formale che non abbia il suo corso e i suoi ammiratori" disse Bruno in quella conferenza.
"Qui si svela in tutta la sua pochezza la struttura della mitologia, la tirannia nascosta nelle forme sintattiche, la violenza e la rapacità delle frasi fatte, il potere della simmetria e dell'analogia."
E ancora: "Gombrowicz ci è arrivato non per la strada piana e sicura della spassionata speculazione intellettuale, ma attraverso la patologia, la sua personale patologia."
Giusto.
In seguito avemmo una conversazione fondamentale durante la quale mi rimproverò amaramente di non essere all'altezza di quello che scrivevo. Seduto su una seggiola, replicavo qualcosa alla meglio, ma in cuor mio gli davo ragione. Non ero all'altezza. Ero lo specialista dell'inferiorità, ma in quanto persona, in quanto Witold Gombrowicz a metà tra la città e la campagna, ero anch'io al di sotto della mia opera... Come mai non potevo celebrare la mia vittoria? Eppure la mia maledetta patologia l'avevo buttata fuori, ormai stava nel libro, era solo un mio tema, non me. Allegro, autore: stavolta hai dissotterrato le tue vergogne profonde e le hai rigettate all'esterno! Allegro, inventore della sottocultura: promossa a rango di "zona di sottocultura", la tua spazzatura è diventata il tuo vanto!
Mah!
Io, seduto su una seggiola. Una mosca. Il lavoro artistico contiene in sé una profonda ingiustizia: scriviamo con il terrore di far brutta figura nel caso che l'opera non riesca (e a ragione, in quanto il fallimento di un'opera è una vergogna personale); ma quando l'opera si rivela più o meno riuscita, non ne ricaviamo nessun vantaggio personale, anzi oserei dire nessuna soddisfazione. Un'opera ben riuscita vive di vita propria, ha una sua esistenza separata ed è di ben poca utilità alla vita dell'autore.
Una mosca. Tra me e Ferdydurke accadeva esattamente quello che, nelle sue pagine, accadeva ai suoi eroi. Trasformata in cultura, l'opera planava nella stratosfera, mentre io restavo in basso; e forse mi stava anche bene così, forse mi si confaceva di più, forse mi sentivo più a mio agio nella mia tana. Una mosca. E poi? Forse (come ho già scritto nel mio Diario), forse tutto sommato preferivo tenermi la mia gioventù e la mia immaturità.

Witold Gombrowicz, Testamento, traduzione di Vera Verdiani, Feltrinelli, 2004

*


6.2.1961

Cosa strana - mi è impossibile ricordare come ho fatto la conoscenza di Bruno Schulz. È stato durante una delle riunioni che organizzava Zofia Nałkowska? No, mi aveva senz'altro telefonato dopo aver letto le mie Memorie del tempo dell'immaturità, per dirmi che voleva parlare con me.
Conservo per contro un'immagine molto nitida di lui, per come lo vidi la prima volta: un omino. Piccolo e spaurito, parlante a bassa voce, modesto, tranquillo e dolce, ma con tracce di crudeltà, di severità nascosta nel fondo dei suoi occhi quasi infantili.
Questo omino fu il migliore artista tra tutti quelli di cui feci la conoscenza a Varsavia - incomparabilmente migliore di Kaden, Nalkowska, Goetel e tanti altri accademici delle lettere, aureolati dalle onoreficenze e regnanti come gran signori nella stampa e nei salotti della capitale. La prosa che nasceva sotto la sua penna era creatice e immacolata, era l'artista più europeo tra di noi, il più degno di siedere nel cerchio della più alta aristocrazia intellettuale e artistica dell'Europa. Eppure, quando feci la sua conoscenza - fu dopo la pubblicazione del suo primo libro, Le botteghe color cannella - Bruno era un modesto maestro di scuola di Drohobycz venuto per qualche mese nella capitale, una creatura senza difesa a cui si picchiettava sulla spalla. E, fino alla sua morte tragica in un campo tedesco(*), rimase un piccolo pedagogo stupefatto e provinciale. E temo che sia troppo tardi oggi (per delle ragioni che evocherò tra breve) perché la sua arte si possa imporre in Occidente. E persino in Polonia, chi lo conosce oggi? Qualche centinaio di poeti? Qualche scrittore? È rimasto quello che è stato, un principe viaggiatore in incognito.
A quell'epoca, quando venne a trovarmi a casa, in via Sluzewska, la sua situazione letteraria era malgrado tutto molto più solida della mia. Non era riuscito a raggiungere un vasto pubblico, ma era noto e apprezzato dall'élite. Tuttavia, c'era nella natura masochista di Bruno un bisogno di ritirarsi in secondo piano.... preferiva ammirare che essere ammirato. A bassa voce, su un tono di confidenza e con bontà, ma una bontà strana, improntata ad una "durezza segreta", si mise a prodigarmi lodi starordinarie.
"Che opera! Sono abbagliato dai suoi racconti... Non sarei mai capace di produrre qualcosa di simile..."
Scoprii più tardi, non senza delusione, che Bruno non era avaro di complimenti entusiasti per qualche altro scrittore - e non solamente perché amava fare piacere: nel cuore di questo provinciale si nascondeva un gusto per il lusso, per i più alti gradi gerarchici, per la gloria, per l'orgoglio. Tuttavia, questa severità quasi dolorosa di cui si avvertiva la presenza non tanto in lui quanto attorno a lui - come se questa spiasse da dietro un angolo - mi costringeva a prendere molto sul serio la sua opinine sulla mia scrittura. E potei rendermi conto molto presto che non si trattava di luoghi comuni - nessuno mi ha dimostrato altrettanta amicizia generosa e mi ha sostenuto con altrettanto fervore.
Questo fu il preambolo a numerose conversazioni che avemmo su temi che non erano quasi mai personali  - Bruno riportava da Drohobycz un desiderio insaziabile di comunicazione spirituale e intellettuale, che lo rendeva a volte febbrile e stancante. Faceva domande ed ascoltava - io mi sfogavo e discorrevo - e commentava, precisava, penetrava fino al fondo delle cose ponendo senza posa nuove domande. Fin dal primo momento aveva assunto nei miei confronti un atteggiamento piuttosto passivo, quello di un uomo che si rassegna, che pone domande... si sarebbe potuto credere che era destinato al ruolo di secondo violino... eppure la sua concentrazione, la sua tensione, il suo modo insolito di collocarsi nel proprio destino, la forza demoniaca di questa passione, in lui, che si sentiva emanare dalla sfera sessuale - il che la rendeva talmente tragica e ardente - conferivano un'ampia portata alle sue modeste affermazioni. Ma bastava mettere il naso nel suo libro perché si rivelasse un altro Schulz, completamente diverso, maestoso, dalle frasi pesanti e sontuose che si spiegavano lentamente come la coda affascinante di un pavone, un instancabile creatore di metafore, un poeta estremamemte sensibile alla forma, alla sfumatura, che svolgeva la propria prosa ironicamente barocca come un canto. Tra i compiti artistici che si proponeva, più di uno era nettamente del genere rischioso, ma non finiva mai male. Continuando a frequentarlo, ne individuai due difetti che indebolivano la sua portata: in primo luogo, era troppo poeta ed unicamente poeta, nonostante la sua prosa, gravida di metafore, desse un po' l'impressione di una deviazione di percorso, si sarebbe voluto riindirizzarlo verso la poesia, che era il suo elemento naturale. In secondo luogo, egli era, come tutti i poeti polacchi, impotente - fatto salvo il suo talento per le metafore - era incapace di averla vinta sul mondo, di assimilarlo - aveva elaborato una forma, abissale ma molto stretta, e non sapeva scrivere altro né uscire dalla sua problematica molto limitata.
Gli esseri di questo genere arrivano a grandi realizzazioni quando sono originali. Ma Bruno seguiva le tracce di Kafka, al quale lo univano le sue origini semite e, nonostante si sia mostrato inventivo in più di un punto, è difficile non vedere che il suo universo era stato fecondato anche dalla visione del suo fratello maggiore. È per questa ragione che faccio fatica ad immaginare che le sue opere possano incontrare un successo mondiale, per quanto siano oggi tradotte in lingue straniere e ammirate da più di un lettore eminente in Francia e in Inghilterra.
La differenza essenziale tra lui e me è che, benché altrettanto penetrato dalla forma, aspiravo tuttavia a farla scoppiare, volevo allargare il campo d'azione della mia letteratura per farle abbracciare un numero sempre più grande di fenomeni - mentre lui si chiudeva nella sua forma come in una fortezza o in una prigione.
Non ho mai incontrato nessuno di meno invidioso e di una generosità più magnanima. È evidente che l'invidia è spesso il tratto caratteristico degli scrittori - ma essi sono intelligenti, il che sovrappone una buona dose di di civiltà a queste eventuali selvaticherie, al punto che il più delle volte non si fanno del male ma non alzerebbero nemmeno il mignolo per aiutare un rivale a scalare il Parnaso.
Il superbo disinteresse di Bruno si rivelò in tutto il suo splendore quando fu pubblicata la mia terza opera, Ferdydurke. Il suo primo contatto con il mio nuovo romanzo non fu molto felice.
Gli avevo dato il manoscritto, ancora lontano dall'essere ultimato, durante uno dei suoi passaggi a Varsavia. Qualche giorno dopo, mi dichiarò con dolcezza, ma anche con quella severità o quella acutezza di fondo che non lo abbandonava mai: "Le consiglio di lasciare stare... torni al suo altro genere, quello delle Memorie del tempo dell'immaturità, di cui è brillante maestro... a mio avviso, non è da pubblicare."

Witold Gombrowicz, Souvenirs de Pologne, traduit du polonais par Christophe Jezewski et Dominique Autrand, Christian Bourgois Éditeur, 1984

(*) Informazione sbagliata. È vero che le circostanze della morte di Bruno Schulz sono rimaste a lungo oscure, ma non è mai stato in un campo. Secondo le testimonianze più verosimili, sarebbe stato ucciso da un SS quando, munito di un passaporto falso, stava per lasciare Drohobycz per andare in Austria.
"E nell'anno mille novecento e quarantuno i tedeschi sono entrati a Drohobycz e Bruno era stato costretto a lasciare la sua casa ed era andato a stare in una casa di via Stolarska. Per ordine delle autorità disegnava e dipingeva gigantesche figure sui muri della Scuola d'Equitazione, e catalogava raccolte di libri che i tedeschi confiscavano. Per guadagnarsi da vivere era costretto a fare "l'ebreo di casa" (piccoli lavori di falegnameria, pittura di insegne, ritratti della gente di casa, ecc. ecc.) presso un ufficiale delle SS chiamato Felix Landau.
E questo Felix Landau aveva un nemico - un altro ufficiale delle SS chiamato Karl Günther. E il diciannove di novembre del mille novecento e quarantadue, all'angolo di via Czacky con via Mickiewicz, Karl Günther sparò a Bruno un colpo e poi - così dicono - andò da Landau e gli disse così: "Tu hai ammazzato il mio ebreo e io ora ho ammazzato il tuo"."
David Grossman, Vedi alla voce: amore, traduzione di Gaio Sciloni, Oscar Mondadori, 1990

domenica 16 ottobre 2011

Panie konduktorze!

I fatti ordinari sono distribuiti nel tempo, allineati lungo il suo corso come perle su un filo. Essi hanno i loro antecedenti e le loro conseguenze, che si accalcano e camminano l’uno sui talloni dell’altro, senza interruzioni e senza discontinuità. Ciò è importante per la narrazione, la cui anima è continuità e successione.
Ma che fare di quegli avvenimenti che non hanno posto nel tempo, degli avvenimenti avvenuti troppo tardi, quando ormai il tempo è già stato attribuito, distribuito, assegnato, e che restano abbandonati, come se fossero non classificati, sospesi per aria, senza dimora e smarriti?
È forse il tempo troppo angusto per contenere tutto quello che succede? Può accadere che tutti i posti del tempo siano esauriti? Preoccupati, corriamo lungo quel treno di avvenimenti, preparandoci per il viaggio.
Per l'amor del cielo, è possibile che qui non ci siano distributori di biglietti per il tempo?... Signor conduttore!
Calma! Niente panico, sistemeremo tutto senza far rumore, con i mezzi che abbiamo a disposizione.
Il lettore ha mai sentito parlare dei doppi binari del tempo? Sì, esistono tali rami laterali, un po' illegali, è vero, e problematici, ma quando si trasporta della merce di contrabbando, come facciamo noi, un fatto supplementare, inclassificabile, non si può andare tanto per il sottile.
Cerchiamo quindi di sgombrare ad un certo punto della storia un binario morto, un vicolo cieco, per sospingervi questa storia illecita. Soprattutto, non abbiate paura di nulla. L'operazione sarà impercettibile, il lettore non proverà nessun trauma. Forse, nel momento stesso in cui ne parliamo, la manovra è già compiuta e avanziamo lungo il binario parallelo?

Bruno Schulz, L'epoca geniale (Genialna epoka), I
(grazie all'inconsapevole cooperazione tra Google translate alimentato a Genialna epoka, Thérèse Douchy ed un traduttore ignoto)

giovedì 21 luglio 2011

Zapomniane przez wielki dzień

Ignorati dalla luce diurna, i cardi, le erbacce e i fiori campestri fiorivano a profusione, grati per la pausa che passavano a sognare a margine del tempo, ai confini del giorno infinito. Un enorme girasole, issato su un potente stelo e sofferente di ipertrofia, aspettava vestito di giallo lutto la fine dei suoi giorni, piegato sotto il fardello della propria mostruosa corpulenza. Ma le ingenue campanule di periferia e i semplici fiorellini di percalle rimanevano impotenti nelle loro inamidate camicette rosa e bianche, indifferenti alla tragedia del girasole.

Da Août (Sierpień), Les boutiques de cannelle (Sklepy Cynamonowe), traduit du polonais par Georges Lisowski.
Bruno Schulz, Oeuvres complètes, Denoël 2004

Bonus version: Augusztus.

O piątej godzinie rano

Alle cinque del mattino - mattinata rutilante di un sole precoce - la casa era già immersa nel chiarore ardente e silenzioso dell'alba. A quest'ora solenne in cui nessuno spia - mentre al riparo delle tende di tela abbassate per le camere correva ancora il respiro fraterno dei dormienti - tutto l'edificio entrava sempre nel braciere silenzioso della sua facciata, modellata, si sarebbe detto, da palpebre chiuse sulla soavità dei sogni. Approfittando della tregua di quelle ore propizie, priva di luce, la casa, con il suo aspetto ancora assopito, con tutto il groviglio dei suoi tratti leggermente tremolanti sotto i sogni dell'ora intensa, beveva le prime luci del giorno. Ondeggiante nel chiarore, l'ombra dell'acacia sulla piazza veniva a ripetere sulla calda superficie delle palpebre, come su una tastiera, la sua piccola frase scintillante, sempre la stessa, appena lavata dalla brezza, e si sforzava, ma invano, di penetrare fin nel vivo di quel sonno dorato. Tratto dopo tratto, la tela delle tende beveva l'incendio del mattino e, inabissandosi nello sconfinato nitore, aggiungeva sempre la sua tinta di bronzo.
A quest'ora vergine, incapace di ritrovare il sonno, Papà, sovraccarico di libri, scendeva dalle scale per aprire il negozio, situato al piano terra dell'edificio. Rimaneva così in piedi un momento, immobile, gli occhi chiusi, affrontando il potente attacco della luce solare. Dolcemente, la facciata soleggiata lo assorbiva fino all'annientamento nella sua piattezza beatamente levigata e lucida. Lo spazio di un istante, e diventava un padre piatto, si incrostava nel muro e sentiva le proprie mani tiepide e vibranti diventare ramoscelli, rapprendersi tra gli ornamenti in stucco del muro. (Quanti padri - alle cinque del mattino - sono penetrati per sempre nella facciata della loro casa, nel momento stesso in cui hanno finito di scendere dall'ultimo gradino! Quanti padri sono così assurti a bigliettai perpetui della loro porta, mascheroni d'oro scolpito, la mano ancora sulla maniglia, il viso decomposto in solchi dolcemente paralleli, ritrovati più tardi uno ad uno dalle dita che accarezzano i loro figli che ne elemosinano le ultime vestigia, per sempre fusi nell'universale sorriso della facciata!) Ma presto, per un residuo di volontà, riusciva a strapparsi dal muro, a riconquistare la terza dimensione e, di nuovo uomo, liberava la porta di ferro del negozio dal suo ciarpame di chiavistelli e lucchetti.

Arditamente da La morte-saison (Martwi sezon), Le sanatorium au croque-mort (Sanatorium pod klepsydrą), traduit du polonais par Allan Kosko
Bruno Schulz, Oeuvres complètes, Denoël 2004
(In rete circola un'altra traduzione in francese che, pur essendo dello stesso traduttore, è leggermente diversa da quella del volume qui indicato.)

domenica 21 febbraio 2010

Come sarebbe se l'uomo non sognasse

Als Gregor Samsa eines Morgens aus unruhigen Träumen erwachte...

Wacht auf, - denn eure Träume sind schlecht!
Bleibt wach, - weil das Entsetzliche näher kommt.

Rifiutandosi di bere e di mangiare, con delle placche rosse di febbre sulle guance, mio padre diventava in effetti selvaggio. Era chiaro che nessun organismo avrebbe potuto sopportare a lungo una tale carica d'odio. Una repulsione terribile trasformava il suo viso in una maschera tragica, fissa, dove solo le pupille guardavano, nascoste dietro le palpebre inferiori, tese in una eterna diffidenza. Con un urlo feroce scattava all'improvviso dalla sedia, si precipitava alla cieca in un angolo della stanza e già alzava il suo giavellotto sulla punta del quale uno scarafaggio enorme agitava disperatamente le sue zampette intrecciate. Adele veniva allora in aiuto a mio padre pallida d'orrore, gli ritirava la lancia con il trofeo infilzato in cima, che andava ad annegare nel catino. Ma di quell'epoca, non avrei potuto dire se fossero stati i racconti di Adele ad avermi inculcato queste immagini o se ne fossi stato io stesso testimone. Papà non aveva più allora quella forza di resistenza che protegge gli uomini sani contro la fascinazione della repulsione. Al posto di strapparsi di dosso la terribile attrazione, mio padre, in preda alla follia, ne restava sempre più invischiato. I suoi tristi effetti non tardarono a farsi sentire. Presto apparvero i primi sintomi sospetti, che ci riempirono d'angoscia e di dolore. Il comportamento di papà era cambiato. La sua follia sembrava placarsi, la sua eccitazione scemava. I suoi gesti e la sua mimica cominciarono a tradire una cattiva coscienza. Si mise ad evitarci. Restava nascosto tutto il giorno negli angoli o sotto le coperte. Lo vedevo spesso pensoso, mentre si guardava le mani, si esaminava la consistenza della pelle, delle unghie, dove comparivano delle macchie nere e lucenti. Nere come il carapace dello scarafaggio.
Di giorno resisteva ancora con quello che gli restava della forza, lottava, ma di notte la fascinazione lo assillava. Lo vidi una sera alla luce di una candela posata per terra, steso sul pavimento, nudo, totem chiazzato di nero che striavano le linee delle costole; la sua anatomia fantastica vista in trasparenza lo attirava su cammini oscuri. Agitava le sue membra con movimenti complicati, secondo un rituale strano nel quale, scosso d'orrore, riconobbi un'imitazione del cerimoniale degli scarafaggi.
A partire da quel momento, lo rinnegammo. La sua somiglianza con uno scarafaggio si accentuava di giorno in giorno - mio padre si trasformava in scarafaggio.
Cominciammo ad abituarcici. Lo vedevamo sempre di meno, per intere settimane spariva su sentieri di scarafaggio, si fondeva completamente tra il popolo nero, cessammo di distinguerlo da questo. Nessuno sapeva se vivesse ancora in una fessura del pavimento, se, di notte, percorresse la casa, immerso in affari da scarafaggio, o se non si trovasse tra quegli insetti morti, stesi sul dorso, a zampe ritte, che Adele ramazzava con disgusto su una paletta tutte le mattine per gettarli nella spazzatura.
"Eppure, dico senza convinzione, sono sicuro che questo condor sia lui". Mia madre mi guardava attraverso le ciglia. "Smetti di tormentarmi, caro, ti ho detto che tuo padre viaggiava come rappresentante di commercio. Sai bene, a volte ritorna a casa di notte, per ripartire prima dell'alba".

Una possibile versione della traduzione francese di Thérèse Douchy dal polacco di un pezzo tratto da Le botteghe color cannella.
Bruno Schulz, Oeuvres complètes, Denoël 2004

sabato 20 febbraio 2010

Lettera

Drohobycz, 16 agosto 1935

Ho una cattiva coscienza pensando a voi; potrei certamente giustificarmi invocando lo spezzettamento e la disorganizzazione del mio impiego del tempo a Varsavia; ma perché provare a discolparmi? Alcune spiegazioni peggiorano solo le cose: più esse si sforzano di mettere ordine ai fatti con esattezza, più sembrano artificiali e tirate per i capelli. Ha fatto bene a ricordarmi Rilke. Ogni volta che si è depressi per le proprie sconfitte nel campo della creazione (sconfitte di cui nessuno può sapere niente) è bene invocare il suo nome. L'esistenza dei suoi libri ci prova che le masse sorde e ingarbugliate delle idee che non sono state formulate possono ancora affiorare in superficie, meravigliosamente distillate. La precisione e la purezza della distillazione rilkiana non possono che riconfortarci, gli sforzi che compio per scrivere mi lasciano letteralmente spossato. Gli scrittori (quelli del mio genere, in ogni caso) sono le creature più miserabili che ci siano sulla terra. Devono continuamente mentire, presentare in modo convincente - come qualche cosa di compiuto e reale - quello che si trova in realtà allo stato di disgregazione e di caos. Il fatto che io possa rappresentare per qualcuno quello che Rilke rappresenta per me mi commuove e al contempo mi imbarazza. Non credo di meritare l'onore di un tale paragone. D'altronde, non prendo la cosa troppo sul serio.
Sarei contento di restare in contatto con lei, e mi domando che forma prenderà questo contatto.
Le mando con lo stesso corriere un esemplare de Le botteghe color cannella.
I miei saluti più cordiali.

Bruno Schulz
Bruno Schulz, Oeuvres complètes, Denoël 2004

Lettera a Romana Halpern, amica e confidente di Schulz a Varsavia, grande amante della letteratura e dell'arte. Figlia del giornalista Aleksander Kenig, abbandona gli studi alla scuola d'arte drammatica per lavorare all'ufficio cinematografico. Riesce a sfuggire dal ghetto durante il grande rastrellamento del luglio del 1942 e a lasciare suo figlio in un internato. Grazie alla conoscenza di quattro lingue straniere e della stenografia, trova lavoro, sotto falso nome, in un ufficio di una società di import-export tedesca a Cracovia. Arrestata dalla Gestapo nel settembre del 1944 e incarcerata, viene fucilata poco tempo prima della liberazione di Cracovia. Le lettere di Schulz alla Halpern sono state ritrovate dal figlio di questa dopo la liberazione di Varsavia nel vecchio appartamento di via Jasna 17, tra macerie e vetri. Un motivo in più per postarne una qui.

sabato 13 febbraio 2010

Cosmogonie

La mitizzazione della realtà

L'essenziale della realtà è il senso. Ciò che non ha senso per noi non è reale. Ciascuna particella della realtà vive nella misura in cui essa è partecipe di un senso universale. Delle vecchie cosmogonie esprimevano ciò con una frase: "In principio era il Verbo". Quello che non viene nominato per noi non esiste. Nominare una cosa equivale ad inglobarla in un senso universale. Una parola isolata, una tessera di un mosaico, è un prodotto recente, risultato - già - della tecnica. La parola primitiva era divagazione orbitante attorno al senso della luce, era un grande tutto universale. Nella sua accezione corrente, la parola oggi è solo un frammento, un rudimento di una mitologia antica e integrale. Da cui questa tendenza in sé a rigenerarsi, a ricrescere, a completarsi per ritornare al suo senso intero. La vita della parola consiste nel fatto di tendere verso migliaia di combinazioni, come i pezzi del corpo squartato del serpente leggendario che si cercavano nelle tenebre. Questo organismo complesso è stato lacerato in vocaboli separati, in sillabe, in discorsi quotidiani; utilizzato in questa nuova forma, è diventato uno strumento di comunicazione. La vita, lo sviluppo del verbo, sono stati spinti sul cammino utilitaristico, sottoposti a regole estranee. Ma quando le esigenze della pratica si distendono, quando la parola liberata dai vincoli è lasciata a se stessa e ristabilita nelle proprie leggi, si produce in essa una regressione: tende allora a completarsi, a ritrovare i suoi legami antichi, il suo senso, il suo stato primordiale nella patria originale delle parole - ed è allora che nasce la poesia.
La poesia, sono cortocircuiti di senso che si producono tra le parole, è un brusco zampillio di miti primitivi.
Utilizzando le parole correnti dimentichiamo che sono dei frammenti di storie antiche ed eterne, che - come i barbari - stiamo costruendo la nostra casa con frammenti di statue di dei. I nostri concetti ed i nostri termini più concreti ne sono derivati da lontano. Non un atomo, nelle nostre idee, che non ne provenga, che non ne sia una mitologia trasformata, storpiata, cambiata. La funzione più primitiva dello spirito è la creazione di racconti, "di storie". La scienza ha sempre trovato la sua forza motrice nella convinzione di trovare al termine dei suoi sforzi il senso ultimo del mondo, che essa cerca in cima alle sue impalcature artificiali. Ma gli elementi che essa utilizza hanno già svolto un servizio, provengono da storie antiche smontate. La poesia riconosce il senso perduto, restituisce alle parole il loro posto, le collega secondo certi significati. Elaborato da un poeta, il verbo riprende coscienza, se si può dire, del suo senso primo, risboccia spontaneamente secondo le proprie leggi, riscopre la sua integralità. Ecco perché tutta la poesia è creazione di mitologia, tende a ricreare i miti del mondo. La mitizzazione del mondo non è terminata. Questo processo è stato solamente frenato dallo sviluppo della scienza, spinto su una via laterale dove vegeta, il suo senso essendo smarrito. Quanto alla scienza, essa non è altro che uno sforzo per costruire il mito del mondo, perché il mito è contenuto negli elementi che essa utilizza e perché noi non possiamo andare oltre al mito. La poesia raggiunge il senso del mondo per deduzione, per anticipazione, a partire da grandi scorciatoie e da audaci avvicinamenti. La scienza mira allo stesso scopo per induzione, metodicamente, tenendo conto di tutto il materiale dell'esperienza. Ma, in fondo, tutte e due cercano la stessa cosa.
Infaticabilmente, lo spirito umano aggiunge alla vita le sue glosse - dei miti -, infaticabilmente cerca di "conferire un senso" alla realtà.
Il senso è ciò che trascina l'umanità nel processo della realtà. È un dato assoluto che non può essere dedotto da altri dati. Impossibile spiegare perché una cosa non sembra "sensata". Conferire un senso al mondo è una funzione indissociabile dalla parola. La parola è l'organo metafisico dell'uomo. Col tempo, la parola si fissa, cessa di veicolare dei sensi nuovi. Il poeta rende alle parole la loro virtù di corpi conduttori, creando delle accumulazioni in cui nascono delle tensioni nuove. I simboli matematici sono un allargamento della parola a nuovi domini. La tabella è anch'essa un derivato del verbo, di ciò che non è ancora segno, ma mito, storia, senso.
Si considera generalmente la parola come un'ombra della realtà, come un riflesso. Sarebbe più giusto dire il contrario! La realtà è un'ombra della parola. La filosofia è, in fondo, filologia, studio profondo e creatrice del verbo.

Studio, 1936, Numeri 3/4
Una possibile versione della traduzione dal polacco di Thérese Douchy
Bruno Schulz, Oeuvres complètes, Denoël 2004

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Scienza come mito



Domanda: Quando scrive qui nel suo capitolo "La poesia della scienza", si spinge a conseguenze estreme quando dice che forse l'umanità al momento non sa affatto dove si concretizza la sua qualità poetica e crede ancora che avvenga solo in letteratura. In realtà gli scienziati stanno facendo una nuova poesia.
Enzensberger: È una tesi forte, ma si può introdurre qualcosa in suo favore, ad esempio questo riguarda per lo più le scienze più avanzate. Come detto, la biologia è una scienza relativamente giovane, in una certa misura acerba, nella fisica... La fisica ha raggiunto uno stadio di materialismo - cioè possiamo chiarire tutto come il demone di Laplace: se posseggo i dati, posso prevedere tutto, è completamente deterministico - ma da questa visione deterministica la fisica si è allontanata da tempo. Per quello che raccontano oggi la cosmologia, l'astrofisica, la fisica delle particelle, queste si potrebbero oggi designare come miti, svolgono un ruolo simile al mito, una funzione simile al mito. Non è identico al mito greco, ma ha una funzione simile per la nostra coscienza, cioè sono immagini che ci rendono il mondo più comprensibile, così come appunto le vecchie mitologie avevano lo stesso scopo, ci consentivano di orientarci. Perché sapevamo che Venere è l'amore, Zeus il tuono, e ci si poteva spiegare tutto, almeno spiegare nel senso di avere comprensione, di non sentirci più estranei al mondo, bensì trarne un senso. E oggi è anche così: questo universo che viene descritto nelle scienze è analogo ai racconti. La storia del big bang, lo sviluppo dell'universo a partire da questo evento, come vengono di solito descritti? L'espansione, lo spostamento verso il rosso, ecc., tutto ciò è anche un mito, analogo ad un mito. È una produzione molto forte. Non è niente di facile, non è niente di semplice, non si può costruire il mito ogni giorno, ma è forte.
D.: Se posso richiamare la sua attenzione. Ci fu un congresso nella DDR, nel momento in cui questa repubblica sviluppava al massimo la sua coscienza di sé. In realtà, dicevano, si tratta di dissipazione di vento stellare, attraverso il vento delle stelle, di stelle enormi, giovani. In un'economia pianificata, del tutto impossibile. Bisognava rimodellarlo. Ma era la creazione di due movimenti mitici.
E.: Laddove uno è più pieno di paure. La parsimonia, la ricerca della dissipazione dell'universo. Anche la biologia ha bisogno della fecondazione di milioni di cellule seminali che si distribuiscono: una incredibile esplosione di energia. I cosmologi si chiedono quanto simile sia l'universo.