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lunedì 18 aprile 2011

Abendmahl. Venezianisch, 16. Jahrhundert

- Que puis-je voir de sympa à Venise en 2 jours?
- (((Sympa. Nf.))) Les bacari. Et le repas chez Levi.
I
Als ich mein Letztes Abendmahl beendet hatte,
fünfeinhalb mal knapp dreizehn Meter,
eine Heidenarbeit, aber ganz gut bezahlt,
kamen die üblichen Fragen.
Was haben diese Ausländer zu bedeuten
mit ihren Hellebarden? Wie Ketzer
sind sie gekleidet, oder wie Deutsche.
Finden Sie es wohl schicklich,
dem Heiligen Lukas
einen Zahnstocher in die Hand zu geben?
Wer hat Sie dazu angestiftet,
Mohren, Säufer und Clowns
an den Tisch Unseres Herrn zu laden?
Was soll dieser Zwerg mit dem Papagei,
was soll der schnüffelnde Hund,
und warum blutet der Mameluck aus der Nase?
Meine Herren, sprach ich, dies alles
habe ich frei erfunden zu meinem Vergnügen.
Aber die Sieben Richter der Heiligen Inquisition
raschelten mit ihren roten Roben
und murmelten: überzeugt uns nicht.

II
Oh, ich habe bessere Bilder gemalt;
aber jener Himmel zeigt Farben,
die ihr auf keinem Himmel findet,
der nicht von mir gemalt ist;
und es gefallen mir diese Köche
mit ihren riesigen Metzgersmessern,
diese Leute mit Diademen, mit Reiherbüschen,
pelzverbrämten, gezaddelten Hauben
und perlenbestickten Turbanen;
auch jene Vermummten gehören dazu,
die auf die entferntesten Dächer
meiner Alabaster-Paläste geklettert sind
und sich über die höchsten Brüstungen beugen.
Wonach sie Ausschau halten,
das weiß ich nicht. Aber weder euch
noch den Heiligen schenken sie einen Blick.

III
Wie oft soll ich es euch noch sagen!
Es gibt keine Kunst ohne das Vergnügen,
Das gilt auch für die endlosen Kreuzigungen,
Sintfluten und Bethlehemitischen Kindermorde,
die ihr, ich weiß nicht warum,
bei mir bestellt.
Als die Seufzer der Kritiker,
die Spitzfindigkeiten der Inquisitoren
und die Schnüffeleien der Schriftgelehrten
mir endlich zu dumm wurden,
taufte ich das Letzte Abendmahl um
und nannte es
Ein Diner bei Herrn Levi.

IV
Wir werden ja sehen, wer den längeren Atem hat.
Zum Beispiel meine Heilige Anna selbdritt.
Kein sehr amüsantes Sujet.
Doch unter den Thron,
auf den herrlich gemusterten Marmorboden
in Sandrosa, Schwarz und Malachit,
malte ich, um das Ganze zu retten,
eine Suppenschildkröte mit rollenden Augen,
zierlichen Füßen und einem Panzer
aus halb durchsichtigem Schildpatt:
eine wunderbare Idee.
Wie ein riesiger, kunstvoll gewölbter Kamm,
topasfarben, glühte sie in der Sonne.

V
Als ich sie kriechen sah,
fielen mir meine Feinde ein.
Ich hörte das Gebrabbel der Galeristen,
das Zischeln der Zeichenlehrer
und das Rülpsen der Besserwisser.
Ich nahm meinen Pinsel zur Hand
und begrub das Geschöpf,
bevor die Schmarotzer anfangen konnten,
mir zu erklären, was es bedeute,
unter sorgfältig gemalten Fliesen
aus schwarzem, grünem und rosa Marmor.
Die Heilige Anna ist nicht mein berühmtestes,
aber vielleicht mein bestes Bild.
Keiner außer mir weiß, warum.

Hans Magnus Enzensberger. Gedichte 1950-2005, Suhrkamp Verlag, 2006





Ultima cena. Scuola veneziana, XVI secolo

I
Quando ebbi terminato la mia Ultima Cena,
cinque metri e mezzo per quasi tredici metri,
un lavoro enorme, ma pagato molto bene,
arrivarono le consuete domande.
Cosa starebbero a significare quegli stranieri
con le loro alabarde? Sono vestiti
da eretici o da tedeschi.
Le sembra conveniente
piazzare in mano a San Luca
uno stuzzicadenti?
Chi l'ha spinta
ad invitare mori, ubriaconi e pagliacci
alla tavola di Nostro Signore?
Cosa c'entra questo nano con il pappagallo,
cosa c'entra quel cane che fiuta
e perché al mamelucco sanguina il naso?
Signori miei, dissi loro, tutto questo
l'ho inventato io liberamente per mio piacere.
Ma i sette Giudici della Santa Inquisizione
si mossero frusciando nelle loro vesti rosse
e mormorarono: non ci convince.

II
Oh, ho dipinto quadri migliori;
ma quel cielo mostra colori
che non troverete in nessun cielo
che non sia stato dipinto da me;
e mi piacciono quei cuochi
con i loro enormi coltelli da macellaio,
quella gente con diademi, piume d'airone,
berretti di pelliccia e con orli dentellati,
e turbanti trapuntati di perle;
gli fanno il paio anche quegli imbacuccati
arrampicati sui tetti più distanti
dei miei palazzi d'alabastro,
affacciati da altissime balaustre.
Cosa stiano osservando,
io non lo so. Ma non degnano
di uno sguardo né voi
né i santi.

III
Ma quante volte ancora ve lo devo dire!
Non c'è arte senza piacere,
questo vale anche per le infinite crocifissioni,
i diluvi e le stragi degli innocenti
che, non so per qual motivo,
venite a commissionare da me.
Quando non ne potei più
dei sospiri dei critici,
delle cavillosità degli inquisitori
e delle curiosità degli scribi,
ribattezzai L'Ultima Cena
e la chiamai
Una Cena a Casa di Levi.

IV
Vedremo però chi ha il fiato più lungo.
Ad esempio la mia Sant'Anna con la Vergine e il Bambino.
Un soggetto non molto divertente.
E tuttavia sotto il trono,
sul pavimento in marmo finemente intarsiato
di rosa sabbia, nero e malachite,
dipinsi, per salvare il tutto,
una testuggine dagli occhi strabuzzati,
dai piedi delicati e dal guscio
in tartaruga semi-trasparente:
un'idea meravigliosa.
Brillava al sole come un pettine enorme,
convesso a regola d'arte,
color topazio.

V
Quando la vidi strisciare
mi vennero in mente i miei nemici.
Sentii i gargarismi dei galleristi,
i sibili degli insegnanti di disegno
e i rutti dei tuttologi.
Presi in mano il pennello
e sotterrai la creatura,
prima che i parassiti cominciassero
a spiegarmene il senso,
sotto piastrelle accuratamente dipinte
a marmo nero, verde e rosa.
Sant'Anna non è il più famoso,
ma è forse il migliore dei miei quadri.
Nessuno, a parte me, ne conosce il motivo.

*

Nel 1573, dieci anni dopo il Concilio di Trento, Paolo Veronese dipinse un'Ultima cena per il refettorio del convento domenicano dei SS. Giovanni e Paolo, che gli era stata commissionata per sostituire l'omologo dipinto di Tiziano, andato distrutto in un incendio nel 1571. Il dipinto si trova a Venezia, all'Accademia, con il titolo di Cena a casa di Levi: il cambio di titolo, come ricorda Enzensberger, è il modo in cui Veronese risolse i suoi problemi con l'Inquisizione. Più che problemi, forse solo delle noie. Forse sollevate solo per consuetudine ("le consuete domande"). Forse non dirette nemmeno specificatamente a lui, ma a qualcuno per cui aveva lavorato.

Interrogato sulla sua professione, ha risposto: “Dipingo e faccio delle figure.”
Domanda: “Avete conoscenza dei motivi per cui siete convocato?”
Risposta: “No.”
Domanda: “Immaginate quali sono questi motivi?”
Risposta: “Posso ben immaginarmeli.”
Domanda: “Dite cosa ne pensate.”
Risposta: “Penso si tratti di quello che mi è stato detto dai Reverendi Padri, o piuttosto dal priore del convento dei Santi Giovanni e Paolo, priore di cui ignoravo il nome, il quale mi ha dichiarato di essere stato qui, e che le Vostre Signorie Illustrissime...
...Il prior de S. Zuane Polo, del qual no so il nome, ... mi disse, che l’era stato qui et che Vostre Signorie Illustrissime gli haveva dato commissione ch’el avesse dar far la Maddalena in luogo de un can, et mi ghe risposi, che volentiera haveria fatto quelle et altro per honor mio et del quadro; ma che non sentiva che tal figura della Maddalena podesse zazer che la stesse bene per molte ragioni, le quali dirò sempre che mi sia dato occasion che le possa dir ...”
Gli è stato chiesto: “In questa cena, che avete fatto in S. Giovanni Paulo, che significa la pittura di colui li esse il sangue dal naso?”
Ha risposto: “L’ho fatto per un servo che, per qualche accidente, li possa esser venuto il sangue del naso.”
Gli è stato chiesto: “Che significa quelli armati alla Thodesca vestiti con una lambarda per uno in mano?
Ha risposto: “El fa bisogno che dica qui vinti parole”.
Gli è stato detto: “Ch’el dica”.
Ha risposto: “Nui pittori si pigliamo la licentia che si pigliano i poeti et i matti, et ho fatto quelli dui alabardieri uno che beve, et l‘altro che beve vicino ad una scala morta, i quali son messi là, che possino fare qualche officio parendomi conveniente che ‘l patron della Casa che era grande e richo, secondo che mi è stao detto, dovesse haver tal servitori.”
Gli è stato chiesto: “Quel vestito da buffon con il papagalo in pugno, a che effetto l’havete depento in quel telaro?”
Ha risposto: “Per ornamento, come si fa.”
Gli è stato chiesto: “Chi credete voi veramente che si trovasse in quella Cena?”
Ha risposto: “Credo che si trovassero Christo con li suoi Apostoli; ma se nel quadro li avanza spacio io l’adorno di figure, secondo le inventioni.”
Gli è stato chiesto: “Se da alcuna persona vi è stato commesso che voi depengeste in quel quadro Thodeschi et buffoni et simil cose.”
Ha risposto: “Signor no. Ma la commissione fu di ornar il quadro secondo mi paresse, il quale è grande et capace di molte figure, sì come a me pareva.”
Gli è stato chiesto: “Se gli ornamenti che lui pittore è solito di fare le pitture o quadri, è solito di fare convenienti et proportionati alla materia et figure principali, o veramente a beneplacito, secondo che li viene in fantasia senza alcuna discretione et giuditio.”
Ha risposto: “Io fazzo le pitture con quella consideration che è coveniente, che ‘l mio intellettuo può capire.”
Interrogato: “Se li par conveniente che alla Cena ultima del Signore si convenga dipingere buffoni, imbriachi, Thodeschi, nani et simili scurrilità.”
Ha risposto: “Signori no.”
Interrogato: “Non sapete voi che in Alemagna et altri lochi infetti di heresia sogliono con le pitture diverse et piene di scurrilità et simili inventioni diligare, vituperar et far scherno delle cose della Santa Chiesa Catholica per insegnar mala dottrina alle genti idiote et ignoranti?”
Ha risposto: “Signor sì che l’è male; ma perché tornerò anchora a quel che ho dito, che ho obligo di seguir quel che hanno fatto li miei maggiori.”
Gli è stato chiesto: “Che hanno fatto i vostri maggiori? Hanno fatto forse cosa simile?”
Ha risposto: “Michel Agnolo in Roma, dentro la Capella Pontifical, vi è depento il nostro Signor Jesu Christo, la sua Madre et S. Zuane, S. Pietro et la Corte Celeste, le quali tutte son fatte nude, dalla Vergine Maria in poi, con atti diversi con poca reverentia.”
Gli è stato detto: “Non sapete voi che, depengendo il giuditio universale, nel quale non si presume vestiti o simil cose, non occorrea dipinger veste, et in quella figura non vi è cosa se non de spirito, non vi sono buffoni, né cani, né arme, né simili buffonerie? E se li pare per questo o per qualunque altro esempio di haver fatto bene di haver depento questo quadro in quel modo che sta et se ‘l vol defendere chel quadro sta bene et condecentemente.”
Ha risposto: “Signor Illustrissimo, no che non lo voglio defender: ma pensava di far bene. Et che non ho considerato tante cose, pensando di non far disordine nisuno, tanto più che quelle figure di buffoni sono di fuora del luogo dove è nostro Signore.”

Dal verbale del processo, 18 luglio 1573

L'Inquisizione veneziana, come avevo già accennato tra le righe a proposito dei benandanti, e anche come confermato, in questa occasione, dalle osservazioni di Baschet che accompagnarono la sua pubblicazione del verbale del processo, era di altra natura rispetto a quella romana o a quella spagnola, di fatto più indulgente di queste (a parte la volontà di Venezia di marcare la propria sovranità, non devono essere passati invano i decenni precedenti, quelli in cui a Venezia, per lungo tempo, si era potuto pubblicare di tutto, persino opere luterane, per le quali la presenza stessa di commercianti todeschi in laguna deve aver giocato un ruolo).

Nel caso specifico, l'intervento dell'Inquisizione veneziana deve essere stato dettato da dei motivi di fondo forse diversi da quelli che emergono strettamente dal verbale, se non altro perché Veronese aveva già ritratto dei personaggi non esattamente conformi all'iconografia tradizionale, inclusi personaggi da XVI secolo veneziano più che da antica Galilea, inclusi cani e incluso, letteralmente, un nano con un pappagallo in pugno.

Nozze di Cana, 1563

E poi, se si fosse trattato esclusivamente di rappresentazioni non convenienti alla sacralità del tema, e se Veronese ne fosse stato seriamente impensierito, perché mai sarebbe ricorso, in propria difesa (oltre alla follia dei pittori, pari a quella dei poeti), proprio all'esempio di Michelangelo, i cui nudi, appena qualche anno prima, e diversamente dalla posizione dell'inquisitore, erano stati ricoperti dai famosi braghettoni? E se fosse stata veramente una questione legata alla sola rappresentazione di personaggi non convenzionali, sarebbe mai riuscito a risolverla senza intervenire, come richiesto espressamente dalla sentenza, sul dipinto, ma solo sul suo titolo?
Non ho alcun ulteriore appiglio per sostenerlo se non quelli che ho cercato qui brevemente di evidenziare, ma ho l'impressione che gli inquisitori se la siano presa con Veronese in quanto artista, e dunque bersaglio più accessibile, per evitare di attaccare di petto un terzo, il vero obiettivo delle loro mire (il priore del convento? I Reverendi Padri? Una famiglia a loro vicina?). 


Armand Baschet, Paul Véronèse appelé au Tribunal du Saint Office, à Venise (1573), Gazette des beaux arts, Parigi, 1859

sabato 9 aprile 2011

Giovanni de' Dondi (1318-1389)

Giovanni de' Dondi aus Padua
verbrachte sein Leben
mit dem Bau einer Uhr.

Einer Uhr ohne Vorbild, unübertroffen
vierhundert Jahre lang.
Das Gangwerk mehrfach,
elliptische Zahnräder,
verbunden durch Gelenkgetriebe,
und die erste Spindelhemmung:
eine unerhörte Konstruktion.

Sieben Ziffer
zeigen den Zustand des Himmels an
und die stummen Revolutionen
aller Planeten.
Ein achtes Blatt,
das unscheibarste,
wies die Stunde, den Tag und das Jahr:
A.D. 1346.

Geschmiedet mit eigener Hand:
eine Himmelsmaschine,
zwecklos und sinnreich wie die Trionfi,
eine Uhr aus Wörtern,
erbaut von Francesco Petrarca.
Aber wozu vergeudet ihr eure Zeit
mit meinem Manuskript,
wenn ihr nicht fähig seid,
es mir nachzutun?

Dauer des Tagelichts
Knoten der Mondbahn,
bewegliche Feste.
Ein Rechenwerk, und zugleich
der Himmel noch einmal.
Aus Messing, aus Messing.
Unter diesem Himmel
leben wir noch.

Die Leute von Padua
sahen nicht auf die Uhr.
Ein Putsch folgte dem andern.
Pestkarren rollten über das Pflaster.
Die Bankiers
stellten ihr Positionen glatt.
Es gab wenig zu essen.

Der Ursprung jener Maschine
ist problematisch.
Ein Analog-Computer.
Ein Menhir. Ein Astrarium.
Trionfi del tempo. Überbleibsel.
Zwecklos und sinnreich
wie ein Gedicht aus Messing.

Nicht Guggenheim sandte
Francesco Petrarca Schecke
zum Ersten des Monats.
De' Dondi hatte keinen Kontrakt
mit dem Pentagon.

Andere Raubtiere. Andere
Wörter und Räder. Aber
derselbe Himmel.
In diesem Mittelalter
leben wir immer noch.

Hans Magnus Enzensberger
Mausoleum


Giovanni de’ Dondi da Padova
passò la vita
a costruire un orologio.

Un prototipo senza pari, insuperato
per quattrocento anni.
Plurimovimento,
ruote dentate ellittiche,
con giunti ad ingranaggi,
e il primo bilanciere;
una costruzione inaudita.

Sette quadranti indicano
la posizione dei cieli
e le mute rivoluzioni
di tutti i pianeti.
L’ottava lamina,
la meno appariscente,
segna l’ora, il giorno e l’anno:
A.D.1346

Forgiato di propria mano:
una macchina celeste,
inutile e ingegnosa come i Trionfi,
un orologio fatto di parole
costruito da Francesco Petrarca.
Ma a quale scopo sprecate il vostro tempo
con il mio manoscritto,
se non siete in grado
di rifarlo?

Durata della luce del giorno,
congiunzioni dell’orbita lunare,
feste mobili.
Una calcolatrice e, insieme,
ancora e sempre il cielo.
D’ottone, d’ottone.
Sotto questo cielo
viviamo ancora.

I padovani
non guardavano l'ora.
Un golpe seguiva l'altro.
I carri degli appestati sul selciato.
I banchieri
chiudevano in pareggio.
C'era poco da mangiare.

L’origine di quella macchina
è problematica.
Un computer analogico.
Un menhir. Un astrarium.
Trionfi del tempo. Rimasugli.
Inutili e ingegnosi
come una poesia d’ottone.

Non era Guggenheim a mandare
assegni a Francesco Petrarca
il primo del mese.
De’ Dondi non aveva contratti
col Pentagono.

Altri predatori. Altre
parole e rotelle. Eppure
lo stesso cielo.
In questo Medioevo
viviamo ancora.


Bonus version in coreano (purtroppo parziale).

venerdì 8 aprile 2011

Ins Lesebuch für die Oberstufe

lies keine oden, mein sohn, lies die fahrpläne:
sie sind genauer, roll die seekarten auf,
eh es zu spät ist. sei wachsam, sing nicht.
der tag kommt, wo sie wieder listen ans tor
schlagen und malen den neinsagern auf die brust
zinken, lern unerkannt gehn, lern mehr als ich:
das viertel wechseln, den paß, das gesicht.
versteh dich auf den kleinen verrat,
die tägliche schmutzige rettung. nützlich
sind die enzykliken zum feueranzünden,
die manifeste: butter einzuwickeln und salz
für die wehrlosen, wut und geduld sind nötig,
in die lungen der macht zu blasen
den feinen tödlichen staub, gemahlen
von denen, die viel gelernt haben,
die genau sind, von dir.

Hans Magnus Enzensberger


Nel libro di lettura per le classi superiori

non leggere odi, figlio mio, leggi gli orari: sono più esatti, esamina le carte nautiche prima che sia tardi. vigila, non cantare. verrà il giorno che inchioderanno di nuovo liste sulla porta e dipingeranno un marchio sul petto di quelli che dicono no, impara a camminare anonimamente, impara più di me: a cambiare quartiere, passaporto, faccia. diventa esperto di piccoli tradimenti, della sporca quotidiana salvezza. le encicliche servono ad accendere il fuoco, i manifesti, ad incartare burro e sale agli indifesi. ci vogliono rabbia e pazienza per soffiare nei polmoni del potere la fine polvere mortale, macinata da coloro che hanno imparato molto, che sono esatti, da te.

sabato 2 aprile 2011

Dizionario di tutte 'e cose - I come Irrinunciabile

Ho imparato in questo secolo l’indicibile dell’umano, di ognuno di noi e della relazione con l’altro che non possiamo mai afferrare fino in fondo.
La mia paura è che mi venga tolto non tanto il pane e nemmeno la Costituzione, ma questa idea dell’umano.
Vi prego, non permettete che la domanda sull’essere umano venga cancellata.
Pietro Ingrao in risposta a Indignez-vous (Indignatevi) di Stéphane Hessel.
Quello che qui desta il mio interesse non è la presa di posizione di Ingrao rispetto al manifesto di Hessel, molto letto in Francia (non mi pare con effetti che vadano oltre ai "però, alla sua età") e infatti, non a caso, non intendo nemmeno delinearla al di là di questa breve menzione: è l'inafferrabile, l'indicibile e, sopra ogni cosa, l'irrinunciabilità della sua idea. Enzensberger lo chiama Lücke, lacuna, ciò che resta ogni qual volta si cerca di trovare una risposta alle domande importanti. È esattamente con questo che mi interessa confrontarmi, senza che ciò implichi una rinuncia alla ricerca, al contrario: ne è il primo stimolo, nella consapevolezza che, pur essendoci per forza un resto, una lacuna, e quindi l'indicibile, si possa e si debba provare, partendo dal dicibile, a tastarne i contorni, ad indovinarne dimensioni e forma, per riconoscerlo ed accettarlo come un dato di fatto intrinseco alla natura umana, come si accetta il cambio delle stagioni, senza cercare alcuna compensazione che, tentando di colmarlo, si ponga al di là dell'uomo, negando i suoi difetti, i suoi limiti e la sua fragilità e, con questi, la sua stessa essenza.

L'irrinunciabilità dell'idea di dover rinunciare alla comprensione totale, all'espressione totale. Un paradosso che mi richiama alla mente il modo paradossale in cui Kafka offrì all'amico Max Brod la sua visione dello scrittore ebreo e della sua marginalità (cosa esatta e al contempo, pensando al praghese stesso, non esatta).
Weg vom Judentum, meist mit unklarer Zustimmung der Väter (diese Unklarheit war das Empörende), wollten die meisten, die Deutsch zu schreiben anfingen, sie wollten es, aber mit den Hinterbeinchen klebten sie noch am Judentum des Vaters und mit den Vorderbeinchen fanden sie keinen neuen Boden. Die Verzweiflung darüber war ihre Inspiration. Eine Inspiration, ehrenwert wie irgendeine andere, aber bei näherem Zusehn doch mit einigen traurigen Besonderheiten. Zunächst konnte das, worin sich ihre Verzweiflung entlud nicht deutsche Literatur sein, die es äußerlich zu sein schien. Sie lebten zwischen drei Unmöglichkeiten (die ich nur zufällig sprachliche Unmöglichkeiten nenne, es ist das Einfachste, sie so zu nennen, sie könnten aber auch ganz anders genannt werden): der Unmöglichkeit, nicht zu schreiben, der Unmöglichkeit, Deutsch zu schreiben, anders zu schreiben, fast könnte man eine vierte Unmöglichkeit hinzufügen, die Unmöglichkeit zu schreiben (denn die Verzweiflung war ja nicht etwas durch Schreiben zu Beruhigendes, war ein Feind des Lebens und des Schreibens, das Schreiben war hier nur ein Provisorium, wie für einen, der sein Testament schreibt, knapp bevor er sich erhängt, - ein Provisorium, das ja recht gut ein Leben lang dauern kann), also war es eine von allen Seiten unmögliche Literatur, eine Zigeunerliterartur die das deutsche Kind aus der Wiege gestohlen und in großer Eile irgendwie zugerichtet hatte, weil doch irgendjemand auf dem Seil tanzen muß. (Aber es war ja nicht einmal das deutsche Kind, es war nichts, man sagte bloß, es tanze jemand)
Franz Kafka, Brief an Max Brod, Matliary, Juni 1921
Quello che voleva la maggioranza di coloro che cominciarono a scrivere in tedesco, era abbandonare l'ebraismo, generalmente con l'approvazione vaga dei padri (è questa vaghezza che era rivoltante), lo voleva la maggioranza, ma le loro zampette posteriori si incollavano ancora all'ebraismo del padre e le loro zampette anteriori non trovavano nuovo terreno. La disperazione che ne seguiva fu la loro ispirazione. Un'ispirazione, dignitosa come qualunque altra, ma che, ad osservarla da vicino, presentava tuttavia alcune tristi particolarità. Prima di tutto, quello in cui si scaricava la loro disperazione non poteva essere letteratura tedesca che sembrasse esserlo esteriormente. Vivevano tra tre impossibilità (che chiamo a caso impossibilità della lingua, è la cosa più semplice, chiamarle così, ma si potrebbe anche chiamarle in modo del tutto diverso): l'impossibilità di non scrivere, l'impossibilità di scrivere in tedesco, l'impossibilità di scrivere altrimenti, alle quali si potrebbe quasi aggiungere una quarta impossibilità, l'impossibilità di scrivere (perché questa disperazione non era qualcosa che la scrittura avrebbe potuto lenire, era un nemico della vita e della scrittura, la scrittura non era qui che un provvisorio, come per uno che scriva il proprio testamento poco prima di impiccarsi, - un provvisorio che può benissimo durare tutta la vita), era dunque da tutti i punti di vista una letteratura impossibile, una letteratura di zingari che aveva rubato il bambino tedesco dalla culla e l'aveva in gran fretta predisposto, in un modo o nell'altro, perché bisogna pure che qualcuno balli sulla fune. (Ma non era nemmeno il bambino tedesco, non era niente, si diceva semplicemente che qualcuno balla)
Franz Kafka, Lettera a Max Brod, Matliary, giugno 1921

Poesia scelta stocasticamente.


Oggi (è il 5 aprile 2011) mi è venuto in mente che ne parla anche Marías. Ne riporto qualche riga oggi (è sempre il 5 aprile 2011), a testimonianza delle mie amnesie (forse l'avevo rimosso perché sui saperi pratici la penso diversamente, e anzi mi spaventa la leggerezza con cui ci permettiamo di usare la tecnologia ignorandone completamente il funzionamento e i principi base e quasi disprezzando tutto il sapere e il contributo, tecnico e umano, che si nasconde dietro alla realizzazione di ogni oggetto o strumento - dalla forchetta al computer -; forse l'avevo rimosso perché anche sui primitivi la penso diversamente: che dipingessero le caverne, lo sappiamo, quello che probabilmente ignoriamo sono la magia e la bellezza dei racconti che si scambiavano la sera, prima di coricarsi; forse l'avevo rimosso perché mi avventuro con circospezione nella letteratura presente):
Hay una enorme zona de sombra en la que sólo la literatura y las artes en general penetran; seguramente, como dijo mi maestro Juan Benet, no para iluminarla y esclarecerla, sino para percibir su inmensidad y su complejidad al encender una pobre cerilla que al menos nos permite ver que está ahí, esa zona, y no olvidarla. La literatura nos permite entendernos un poco mejor a nosotros mismos y también al mundo, ambas cosas vienen a ser idénticas. Y de eso, sin duda, y por muchas renuncias idiotas que estén haciendo deliberadamente los hombres y las mujeres contemporáneos, es imposible prescindir del todo si no queremos convertirnos en primitivos llenos de saberes prácticos.
Así, quizá seguimos escribiendo literatura, y leyendo la que se escribe hoy día, porque cada época necesita esa clase de pensamiento aplicado a sí misma, porque precisamos la indagación de nuestra propia zona de sombra, que no coincide en todo con la de nuestros antepasados.
Da El País
Esiste un’enorme zona d’ombra in cui solo la letteratura e le arti in genere possono penetrare; di certo, come disse il mio maestro Juan Benet, non per illuminarla o rischiararla, ma per percepirne l’immensità e la complessità: è come accendere una debole fiammella che perlomeno ci consenta di vedere che quella zona è lì, e di non dimenticarlo. La letteratura ci permette di comprendere un po’ meglio noi stessi e il mondo, che finiscono comunque per coincidere. E da ciò, senza dubbio, è impossibile prescindere del tutto – per quanto deliberatamente gli uomini e le donne d’oggi tendano a farlo – se non vogliamo trasformarci in primitivi capaci solo di conoscenze pratiche.
È per questo forse che continuiamo a scrivere letteratura e a leggere quella che si scrive oggi, perché ogni epoca ha bisogno di una corrente di pensiero in cui potersi riflettere, perché sentiamo l’esigenza di indagare sulla nostra personale zona d’ombra, che non coincide in tutto con quella dei nostri predecessori.
Traduzione di Paola Tomasinelli, in appendice a Un cuore così bianco, Einaudi, 1999

venerdì 28 gennaio 2011

Es bleibt immer eine Lücke (rimane sempre una lacuna)

Schlafen, luftholen, dichten:
das ist fast kein Verbrechen
HME
(Dormire, respirare, fare poesia:
è quasi non criminale)


PV- Ha una spiegazione del fatto che i tedeschi hanno continuato a lottare così a lungo, così ostinatamente? Come si è prodotto, c'era una specie di fascinazione che lei evidentemente non ha subito? Come si può spiegare che hanno retto fino alla fine, nonostante la guerra di bombardamento, o forse anche a causa della guerra di bombardamento, così a lungo?

HME - Sa, queste sono domande piuttosto grosse, cui è difficile rispondere.

PV - Ma forse può spiegare perché non si riesce a rispondervi.

HME - In primo luogo sicuramente per tali cose non c'è una sola ragione, è spiacevole perché il mondo è troppo complesso, questo per ogni evento, per ogni grande evento che accade. Perché gli americani hanno fatto il Vietnam? Perché? È un esempio più piccolo, ma ci sono migliaia di esempi. E se ora cerca di spiegarla, questa assurdità, questa idiozia. E i movimenti di massa, l'entusiasmo, l'entusiasmo di moltissimi intellettuali, in Europa, per Stalin, per il comunismo: difficile da spiegare, tutto difficile da spiegare... si deve...

PV - Persino da parte di persone che sono andate nei gulag e ciò nonostante hanno detto "il partito ha sempre ragione".

HME - Per questo possiamo assumere ora malvolentieri il ruolo di quelli che sanno e dire "perché i tedeschi sono sempre così, perché hanno questa tradizione di male terribile". Conosciamo tutte queste spiegazioni, ma non bastano, vale a dire rimane sempre una lacuna in queste spiegazioni. Sappiamo, conosciamo l'assassinio degli ebrei europei: ci sono diverse teorie, l'abbiamo letto nei libri, tutti hanno tentato di trovare una spiegazione, però rimane una lacuna e non so come si dovrebbe colmare questa lacuna. Mi succede così per moltissime domande importanti, che resta sempre questo resto, e questo resto è in realtà addirittura determinante. E per questo io esito, voglio dire ci sono i profeti, non abbiamo bisogno di fare loro concorrenza, spiegano tutto, sanno tutto. Bisogna capire qualcosa a poco a poco, un poco qui un poco là: è già piuttosto ambizioso.

Da un'intervista di Peter Voß a Hans Magnus Enzensberger.

sabato 13 febbraio 2010

Cosmogonie

La mitizzazione della realtà

L'essenziale della realtà è il senso. Ciò che non ha senso per noi non è reale. Ciascuna particella della realtà vive nella misura in cui essa è partecipe di un senso universale. Delle vecchie cosmogonie esprimevano ciò con una frase: "In principio era il Verbo". Quello che non viene nominato per noi non esiste. Nominare una cosa equivale ad inglobarla in un senso universale. Una parola isolata, una tessera di un mosaico, è un prodotto recente, risultato - già - della tecnica. La parola primitiva era divagazione orbitante attorno al senso della luce, era un grande tutto universale. Nella sua accezione corrente, la parola oggi è solo un frammento, un rudimento di una mitologia antica e integrale. Da cui questa tendenza in sé a rigenerarsi, a ricrescere, a completarsi per ritornare al suo senso intero. La vita della parola consiste nel fatto di tendere verso migliaia di combinazioni, come i pezzi del corpo squartato del serpente leggendario che si cercavano nelle tenebre. Questo organismo complesso è stato lacerato in vocaboli separati, in sillabe, in discorsi quotidiani; utilizzato in questa nuova forma, è diventato uno strumento di comunicazione. La vita, lo sviluppo del verbo, sono stati spinti sul cammino utilitaristico, sottoposti a regole estranee. Ma quando le esigenze della pratica si distendono, quando la parola liberata dai vincoli è lasciata a se stessa e ristabilita nelle proprie leggi, si produce in essa una regressione: tende allora a completarsi, a ritrovare i suoi legami antichi, il suo senso, il suo stato primordiale nella patria originale delle parole - ed è allora che nasce la poesia.
La poesia, sono cortocircuiti di senso che si producono tra le parole, è un brusco zampillio di miti primitivi.
Utilizzando le parole correnti dimentichiamo che sono dei frammenti di storie antiche ed eterne, che - come i barbari - stiamo costruendo la nostra casa con frammenti di statue di dei. I nostri concetti ed i nostri termini più concreti ne sono derivati da lontano. Non un atomo, nelle nostre idee, che non ne provenga, che non ne sia una mitologia trasformata, storpiata, cambiata. La funzione più primitiva dello spirito è la creazione di racconti, "di storie". La scienza ha sempre trovato la sua forza motrice nella convinzione di trovare al termine dei suoi sforzi il senso ultimo del mondo, che essa cerca in cima alle sue impalcature artificiali. Ma gli elementi che essa utilizza hanno già svolto un servizio, provengono da storie antiche smontate. La poesia riconosce il senso perduto, restituisce alle parole il loro posto, le collega secondo certi significati. Elaborato da un poeta, il verbo riprende coscienza, se si può dire, del suo senso primo, risboccia spontaneamente secondo le proprie leggi, riscopre la sua integralità. Ecco perché tutta la poesia è creazione di mitologia, tende a ricreare i miti del mondo. La mitizzazione del mondo non è terminata. Questo processo è stato solamente frenato dallo sviluppo della scienza, spinto su una via laterale dove vegeta, il suo senso essendo smarrito. Quanto alla scienza, essa non è altro che uno sforzo per costruire il mito del mondo, perché il mito è contenuto negli elementi che essa utilizza e perché noi non possiamo andare oltre al mito. La poesia raggiunge il senso del mondo per deduzione, per anticipazione, a partire da grandi scorciatoie e da audaci avvicinamenti. La scienza mira allo stesso scopo per induzione, metodicamente, tenendo conto di tutto il materiale dell'esperienza. Ma, in fondo, tutte e due cercano la stessa cosa.
Infaticabilmente, lo spirito umano aggiunge alla vita le sue glosse - dei miti -, infaticabilmente cerca di "conferire un senso" alla realtà.
Il senso è ciò che trascina l'umanità nel processo della realtà. È un dato assoluto che non può essere dedotto da altri dati. Impossibile spiegare perché una cosa non sembra "sensata". Conferire un senso al mondo è una funzione indissociabile dalla parola. La parola è l'organo metafisico dell'uomo. Col tempo, la parola si fissa, cessa di veicolare dei sensi nuovi. Il poeta rende alle parole la loro virtù di corpi conduttori, creando delle accumulazioni in cui nascono delle tensioni nuove. I simboli matematici sono un allargamento della parola a nuovi domini. La tabella è anch'essa un derivato del verbo, di ciò che non è ancora segno, ma mito, storia, senso.
Si considera generalmente la parola come un'ombra della realtà, come un riflesso. Sarebbe più giusto dire il contrario! La realtà è un'ombra della parola. La filosofia è, in fondo, filologia, studio profondo e creatrice del verbo.

Studio, 1936, Numeri 3/4
Una possibile versione della traduzione dal polacco di Thérese Douchy
Bruno Schulz, Oeuvres complètes, Denoël 2004

*

Scienza come mito



Domanda: Quando scrive qui nel suo capitolo "La poesia della scienza", si spinge a conseguenze estreme quando dice che forse l'umanità al momento non sa affatto dove si concretizza la sua qualità poetica e crede ancora che avvenga solo in letteratura. In realtà gli scienziati stanno facendo una nuova poesia.
Enzensberger: È una tesi forte, ma si può introdurre qualcosa in suo favore, ad esempio questo riguarda per lo più le scienze più avanzate. Come detto, la biologia è una scienza relativamente giovane, in una certa misura acerba, nella fisica... La fisica ha raggiunto uno stadio di materialismo - cioè possiamo chiarire tutto come il demone di Laplace: se posseggo i dati, posso prevedere tutto, è completamente deterministico - ma da questa visione deterministica la fisica si è allontanata da tempo. Per quello che raccontano oggi la cosmologia, l'astrofisica, la fisica delle particelle, queste si potrebbero oggi designare come miti, svolgono un ruolo simile al mito, una funzione simile al mito. Non è identico al mito greco, ma ha una funzione simile per la nostra coscienza, cioè sono immagini che ci rendono il mondo più comprensibile, così come appunto le vecchie mitologie avevano lo stesso scopo, ci consentivano di orientarci. Perché sapevamo che Venere è l'amore, Zeus il tuono, e ci si poteva spiegare tutto, almeno spiegare nel senso di avere comprensione, di non sentirci più estranei al mondo, bensì trarne un senso. E oggi è anche così: questo universo che viene descritto nelle scienze è analogo ai racconti. La storia del big bang, lo sviluppo dell'universo a partire da questo evento, come vengono di solito descritti? L'espansione, lo spostamento verso il rosso, ecc., tutto ciò è anche un mito, analogo ad un mito. È una produzione molto forte. Non è niente di facile, non è niente di semplice, non si può costruire il mito ogni giorno, ma è forte.
D.: Se posso richiamare la sua attenzione. Ci fu un congresso nella DDR, nel momento in cui questa repubblica sviluppava al massimo la sua coscienza di sé. In realtà, dicevano, si tratta di dissipazione di vento stellare, attraverso il vento delle stelle, di stelle enormi, giovani. In un'economia pianificata, del tutto impossibile. Bisognava rimodellarlo. Ma era la creazione di due movimenti mitici.
E.: Laddove uno è più pieno di paure. La parsimonia, la ricerca della dissipazione dell'universo. Anche la biologia ha bisogno della fecondazione di milioni di cellule seminali che si distribuiscono: una incredibile esplosione di energia. I cosmologi si chiedono quanto simile sia l'universo.

venerdì 11 dicembre 2009

Dichter im Gras



Link.

venerdì 4 dicembre 2009

Zwei Fehler

Ich gebe zu, seinerzeit
habe ich mit Spatzen auf Kanonen geschossen.

Daß das keine Volltreffer gab,
sehe ich ein.

Dagegen habe ich nie behauptet,
nun gelte es ganz zu schweigen.

Schlafen, Atemholen, Dichten:
das ist fast kein Verbrechen.

Ganz zu schweigen
von dem berühmten Gespräch über Bäume.

Kanonen auf Spatzen, das hieße doch
in den umgekehrten Fehler verfallen.

Hans Magnus Enzensberger


Due errori

Lo ammetto, a suo tempo
ho sparato con passeri sui cannoni.

Di non aver fatto centro,
lo riconosco.

Però non ho mai sostenuto
che ora si debba tacere.

Dormire, respirare, fare poesia:
è quasi non criminale.

Per non parlare
del famoso dialogo sugli alberi.

Cannoni sui passeri, questo sarebbe
cadere nell'errore opposto.

*

In "An die Nachgeborenen" (A quelli nati dopo ovvero a coloro che verranno ovvero - se solo non fosse troppo odiosamente manzoniano - ai posteri) di Brecht ci sono tre versi che hanno lasciato diverse tracce nella poesia di lingua tedesca. Questi:

Was sind das für Zeiten, wo
Ein Gespräch über Bäume fast ein Verbrechen ist
Weil es ein Schweigen über so viele Untaten einschließt!

Che tempi sono questi, in cui
Un dialogo sugli alberi è quasi un crimine
Perché comporta silenzio su così tanti delitti!

Un'altra traccia, ad esempio, la si trova in Celan:


Ein Blatt, baumlos
für Bertolt Brecht:
Was sind das für Zeiten,
wo ein Gespräch
beinah ein Verbrechen ist,
weil es soviel Gesagtes
mit einschließt?

Un foglio, senza alberi,
per Bertolt Brecht:
Che tempi sono questi,
in cui un dialogo
è quasi un crimine
perché racchiude
tante cose dette?

domenica 26 aprile 2009

A

Bevor du B sagst, verweile doch,
horch, bedenk,
was du gesagt hast. Ein Vokal,
der wenig bedeutet,
viel in Bewegung setzt.
Einmal den Mund aufgemacht,
und du treibst deine sterbliche Hülle
zu Leistungen an
von kosmischer Komplexität:
ganze Kaskaden von Reizen,
Berechnungen, Turbulenzen,
hinter dem Rücken dessen,
der Ich ist – vom Gehirn,
das nicht redet
und jeder Wissenschaft spottet,
zu schweigen.

Hans Magnus Enzensberger

Prima di dire B soffermati,
ascolta, rifletti
su quello che hai detto. Una vocale
con poco significato
mette molte cose in movimento.
Una volta aperta la bocca,
solleciti il tuo involucro mortale
a prestazioni
di complessità cosmica:
tutta una serie di attrazioni,
calcoli, turbolenze,
dietro cui
c'è l'io - del cervello
che non parla
e ogni scienziato si fa beffe
di tacere.

sabato 27 dicembre 2008

Privilegierte Tatbestände

Es ist verboten, Personen in Brand zu stecken.
Es ist verboten, Personen in Brand zu stecken, die im Besitz
einer gültigen Aufenthaltsgenehmigung sind.
Es ist verboten, Personen in Brand zu stecken, die sich an
die gesetzlichen Bestimmungen halten und im Besitz
einer gültigen Aufenthaltsgenehmigung sind.
Es ist verboten, Personen in Brand zu stecken, von denen
nicht zu erwarten ist, daß sie den Bestand und die
Sicherheit der Bundesrepublik Deutschland gefährden.
Es ist verboten, Personen in Brand zu stecken, soweit sie
nicht durch ihr Verhalten dazu Anlaß geben.
Es ist insbesondere auch Jugendlichen, die angesichts
mangelnder Freizeitangebote und in Unkenntnis der
einschlägigen Bestimmungen sowie aufgrund von
Orientierungsschwierigkeiten psychisch gefährdet sind,
nicht gestattet, Personen ohne Ansehen der Person in
Brand zu stecken.
Es ist mit Rücksicht auf das Ansehen der Bundesrepublik
Deutschland im Ausland dringend davon abzuraten.
Es gehört sich nicht.
Es ist nicht üblich.
Es sollte nicht zur Regel werden.
Es muß nicht sein.
Niemand ist dazu verpflichtet.
Es darf niemendem zum Vorwurf gemacht werden, wenn
er es unterläßt, Personen in Brand zu stecken.
Jedermann genießt ein Grundrecht auf Verweigerung.
Entsprechende Anträge sind an das zuständige
Ordnungsamt zu richten.

Nota bene. Wer diesen Text in eine andere Sprache übertragt. wird gebeten, an Stelle der Bundesrepublik Deutschland versuchweise die offizielle Bezeichnung seines eigenen Landes einzusetzen. Diese Fußnote sollte auch in der Übersetzung stehenbleiben.

Hans Magnus Enzensberger


Elementi privilegiati del reato

È vietato appiccare il fuoco alle persone.
È vietato appiccare il fuoco alle persone che sono
in possesso di un valido permesso di soggiorno.
È vietato appiccare il fuoco alle persone che si
attengono alle disposizioni di legge e sono
in possesso di un valido permesso di soggiorno.
È vietato appiccare il fuoco alle persone da cui
non ci si deve aspettare che mettano in pericolo
l'esistenza e la sicurezza della Repubblica Italiana.
È vietato appiccare il fuoco alle persone nella misura in cui
non ne danno motivo attraverso la loro condotta.
In particolare non è neanche permesso appiccare il fuoco
ad adolescenti senza considerazione della persona,
che data la mancanza di offerte per il tempo libero
e nell'ignoranza delle pertinenti disposizioni nonché a causa di
difficoltà di orientamento sono psichicamente vulnerabili.
Considerata la reputazione della Repubblica
Italiana all'estero, è vivamente da sconsigliare.
Non si confa.
Non è consueto.
Non dovrebbe diventare la regola.
Non deve essere.
Nessuno ne è tenuto.
A nessuno deve essere fatto rimprovero se
omette di appiccare il fuoco alle persone.
Ciascuno gode del diritto fondamentale al rifiuto.
Istanze conformi vanno
rivolte all'amministrazione competente.

Nota bene. Chi riporta questo testo in un'altra lingua è pregato di introdurre in via sperimentale al posto della Repubblica Italiana la denominazione ufficiale del proprio paese. Questa nota a pie' di pagina dovrebbe rimanere anche nella traduzione.





martedì 16 dicembre 2008

Motivationsforschung

Es bleibt mir leider nichts anders übrig, als euch umzubringen,

☐ weil ihr euch weigert, baskisch zu sprechen

☐ weil mir die bank den Überziehungskredit gesperrt hat

☐ wegen Papa

☐ weil ich den Anblick unverschleierter Frauen nicht ertragen kann

☐ weil mir die Reichen auf den Keks gehen

☐ dem Lieben Gott zuliebe

☐ weil ihr mir kein Geld für die nächste Spritze gebt

☐ weil ihr mir nicht katholisch genug/viel zu katholisch seid

☐ weil ich beleidigt bin

☐ wegen Mama

☐ weil ihr mich immer so komisch anguckt

☐ weil ich bei der Prüfung das falsche Kästchen angekreuzt habe und durchgefallen bin

☐ weil ich Stimmen höre

☐ und überhaupt. Nur so.

Ich danke für euer Verständnis.

(Zutreffendes bitte vor der Tat ankreuzen!)

Hans Magnus Enzensberger


Ricerca motivazionale


Purtroppo non mi resta altro che ammazzarvi

☐ perché vi rifiutate di parlare basco

☐ perché la banca mi ha bloccato il credito sullo scoperto

☐ a causa del papà

☐ perché non posso sopportare la vista delle donne senza velo

☐ perché i ricchi mi danno sui nervi

☐ per amore del buon Dio

☐ perché non mi date soldi per il prossimo buco

☐ perché non siete abbastanza/siete troppo cattolici

☐ perché sono offeso

☐ a causa della mamma

☐ perché mi guardate sempre strano

☐ perché all'esame ho barrato la casella sbagliata e sono stato bocciato

☐ perché sento le voci

☐ e in generale. Così per dire.

Vi ringrazio per la vostra comprensione.

(Si prega di barrare la casella appropriata prima dell'atto!)