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martedì 19 ottobre 2010

Ermeneutiche

Bisognerebbe tenere presente la regola fondamentale dell'ermeneutica stalinista: siccome i mezzi di informazione ufficiali non danno apertamente notizia dei problemi, il modo più affidabile per rilevarli è prestare attenzione agli eccessi compensativi nella propaganda di stato: più si celebra l'"armonia", più ci sono in realtà caos e lotta. La Cina è a stento sotto controllo. Minaccia di esplodere.
Slavoj Žižek
O di implodere, secondo la regola fondamentale dell'ermeneutica kakanica.
[...] der Kaiser und König von Kakanien war ein sagenhafter alter Herr. Seither sind ja viele Bücher über ihn geschrieben worden, und man weiß genau, was er getan, verhindert oder unterlassen hat, aber damals, im letzten Jahrzehnt von seinem und Kakaniens Leben, gerieten jüngere Menschen, die mit dem Stand der Wissenschaften und Künste vertraut waren, manchmal in Zweifel, ob es ihn überhaupt gebe. Die Zahl der Bilder, die man von ihm sah, war fast ebenso groß wie die Einwohnerzahl seiner Reiche; an seinem Geburtstag wurde ebensoviel gegessen und getrunken wie an dem des Erlösers, auf den Bergen flammten die Feuer, und die Stimmen von Millionen Menschen verischerten, daß sie ihn wie einen Vater liebten; endlich war ein zu seinen Ehren klingendes Lied das einzige Gebilde der Dichtkunst und Musik, von dem jeder Kakanier eine Zeile kannte: aber diese Popularität und Publizität war so über-überzeugend, daß es mit dem Glauben an ihn leicht ebenso hätte bestellt sein können wie mit Sternen, die man sieht, obgleich es sie seit Tausenden von Jahren nicht mehr gibt.
Robert Musil, Der Mann ohne Eigenschaften, Rohwolt Taschenbuch Verlag, 2010
[...] l’imperatore e re di Kakania era un vecchio signore leggendario. In seguito sono stati scritti molti libri su di lui, e si sa con precisione cosa ha fatto, impedito o trascurato di fare, ma allora, nell’ultimo decennio della sua vita e di quella della Kakania, molti giovani, che erano familiari con lo stato delle scienze e con le arti, si chiedevano talvolta se egli esistesse veramente. Il numero dei ritratti che si vedevano di lui era quasi altrettanto grande del numero degli abitanti dei suoi regni; il giorno del suo genetliaco si mangiava e si beveva come in quello del Redentore, sui monti fiammeggiavano i fuochi e le voci di milioni di uomini assicuravano di amarlo come un padre; infine una canzone intonata in suo onore era la sola creazione poetica e musicale di cui ogni kakanico conoscesse un verso, ma questa popolarità e pubblicità erano così ultraconvincenti che credere alla sua esistenza avrebbe potuto essere come credere all’esistenza di quelle stelle che si vedono nonostante non esistano più da migliaia di anni.
Ermeneutica kakanica che non è del tutto estranea a quella cinese. Vista da Praga, però.
Nun gehört zu unsern allerundeutlichsten Einrichtungen jedenfalls das Kaisertum. In Peking natürlich, gar in der Hofgesellschaft besteht darüber einige Klarheit, wiewohl auch diese eher scheinbar als wirklich ist; auch die Lehrer des Staatsrechtes und der Geschichte an den hohen Schulen geben vor über diese Dinge genau unterrichtet zu sein und diese Kenntnis den Studenten weitervermitteln zu können; und je tiefer man zu den untern Schulen hinabsteigt desto mehr schwinden begreiflicher Weise die Zweifel am eigenen Wissen und Halbbildung wogt bergehoch um wenige seit Jahrhunderten eingerammte Lehrsätze, die zwar nichts an ewiger Wahrheit verloren haben aber in diesem Dunst und Nebel auch ewig unerkannt bleiben.
Gerade über das Kaisertum aber sollte man meiner Meinung nach zuerst das Volk befragen, da doch das Kaisertum seine letzten Stützen dort hat. Hier kann ich allerdings wieder nur von meiner Heimat sprechen. Außer den Feldgottheiten und ihrem das ganze Jahr so abwechslungsreich und schön erfüllenden Dienst galt unser aller Denken nur dem Kaiser. Aber nicht dem gegenwärtigen oder vielmehr es hätte auch dem gegenwärtigen gegolten, wenn wir ihn gekannt oder Bestimmtes von ihm gewußt hätten. Wir waren freilich auch - die einzige Neugierde die uns erfüllte – immer bestrebt, irgendetwas von der Art zu erfahren. Aber – so merkwürdig es klingt – es war kaum möglich etwas zu erfahren, nicht vom Pilger, der doch viel Land durchzieht, nicht in den nahen nicht in den fernen Dörfern, nicht von den Schiffern, die doch nicht nur unser Flüßchen, sondern auch die heiligen Ströme befahren. Man hörte zwar viel, konnte aber dem vielen nichts entnehmen.
Franz Kafka, Beim Bau der chinesischen Mauer und andere Schriften aus dem Nachlaß in der Fassung der Handschrift, Fischer Taschenbuch Verlag, 2004
Ora, l’impero appartiene comunque alle nostre istituzioni più inspiegabili. Naturalmente, a Pechino, nella società di corte, sussiste riguardo a ciò una certa chiarezza, benché anche questa sia più apparente che reale; anche i professori di diritto pubblico e di storia a livello accademico danno ad intendere di essere informati in modo preciso su queste cose e di essere in grado di trasmettere questa conoscenza agli studenti; e più si scende nelle scuole di rango inferiore, più scompaiono chiaramente i dubbi nel proprio sapere e una cultura superficiale si erge attorno a poche tesi inculcate da secoli, che non hanno perso nulla della loro eterna verità, ma che rimangono per sempre non riconosciute nella foschia e nella nebbia.
Ma a mio parere dovremmo chiedere al popolo proprio dell'impero, perché è nel popolo che l'impero trova il suo sostegno ultimo. Tuttavia qui posso di nuovo parlare solo del mio Paese. A parte le divinità agricole e i servigi dedicati a loro, che riempiono tutto l'anno in modo così vario e bello, il nostro pensiero andava solo all’imperatore. Ma non all'imperatore attuale o piuttosto avremmo preferito pensare a quello presente se lo avessimo conosciuto o se avessimo saputo qualcosa di definito su di lui. Cercavamo sempre - la sola curiosità che ci dava soddisfazione - di trovare qualcosa che avesse a che fare con lui, ma – per quanto strano possa sembrare - non dai pellegrini, che pur avevano attraversato gran parte del Paese, e non dai villaggi vicini o lontani, non dai marinai, che pur avevano viaggiato non solo per i nostri piccoli fiumi, ma anche per i fiumi sacri alla patria. In effetti si sentivano dire molte cose, ma non se ne poteva dedurre nulla.
E rivissuta, il 3 giugno del 1976, da un polacco all'ambasciata americana di Praga, dove il praghese aveva vissuto durante la Rivoluzione russa.
Nella sua introduzione (di Karel Popradek, ndf) è risuonata una nota di disinteresse, di noncuranza addirittura: l'ha pronunciata a voce dura e sommessa, in un inglese un po' esitante, aggiustando il microfono e distendendo i fogli sul panno verde. "Nel 1917, l'anno della grande Rivoluzione russa, Kafka abitò per alcuni mesi in questa casa ed è qui che scrisse il racconto La costruzione della muraglia cinese. Una coincidenza nella quale chi è portato all'interpretazione cabalistica della storia, può ricercare un significato più profondo. Per quanto mi riguarda, io mi accontento di affermare che La muraglia cinese è un'opera geniale, un capolavoro che non è stato pienamente apprezzato dagli studiosi dell'opera di Kafka. Con i capolavori di piccole dimensioni capita che basti leggerli lentamente e ad alta voce perché gli ascoltatori si rendano conto di tutta la loro bellezza e profondità. Ma può capitare anche che sia necessario spremerne il succo, riassumerli con parole proprie senza aggiungere alcun commento personale, a costo di distruggerne la forma e di trascurare, in apparenza, la fatica dell'artista: si raccoglie così in una piccola ampolla il distillato di una preziosa essenza che, prima dell'intervento del critico, circolava, diluita e mescolata con altre sostanze, nelle vene di un frutto meraviglioso e segreto. Ed è quello che intendo fare oggi. Le persone a cui questa mia intenzione riesca sgradita, o a cui sembri un abuso in confronto alla solenne cornice della cerimonia odierna, sono invitate ad approfittare al più presto della gentilezza dei numerosi portieri volontari."
Gustaw Herling, Diario scritto di notte, traduzione di Donatella Tozzetti, Feltrinelli, 1992
E raffazzonata così, in una notte del 2010, con il consueto dubbio che l'ermeneutica del Maradagal sfugga alle regole fondamentali di tutte le altre, ma - particolare personale, eppure di significato non trascurabile - tra le pareti di una casa finalmente riscaldata.

martedì 15 giugno 2010

Solo

Aveva visto, definitivamente, il socialismo. Era un bel cielo azzurro, un po' umido, che si nutriva del respiro delle erbe da foraggio. Solidale, il vento muoveva appena i laghi opulenti delle parcelle coltivate, la vita era così felice che non faceva rumore. Restava solo da stabilire il senso sovietico dell'esistenza.

Andreï Platonov, Tchevengour, traduit du russe par Louis Martinez, Robert Laffont, 1996

*

Napoli, 28 dicembre 1972

Andrej Platonov scrisse Čevengur (traduzione italiana: Da un villaggio in memoria del futuro) alla fine degli anni venti. A più di quarant'anni dalla nascita del romanzo e a venti dalla morte del suo autore, Čevengur viene ora pubblicato a Parigi con un'introduzione di Michail Heller. Gor'kij, che in queste cose si era formato un fiuto infallibile e un udito finissimo, oggi può essere citato come un buon profeta: il romanzo "lirico-satirico" Čevengur, con i suoi sottintesi "anarchici", non aveva la minima possibilità di passare attraverso la cruna della censura fin dal primo momento. Stalin aveva stroncato il racconto di Platonov Vprok (A buon pro) con una parola a margine: podonok (feccia). Quella "feccia" è oggi considerato come uno dei più interessanti scrittori russi del periodo dopo la rivoluzione. Heller definisce Čevengur un "romanzo filosofico" e i suoi protagonisti "cavalieri erranti delle idee". Giustissimo, tuttavia, in certi punti, mi verrebbe voglia di presentare diversamente l'eccezionale impresa di Platonov. Il suo è un dramma allegorico sulla rivoluzione, meravigliosamente incastonato in una narrazione severamente realista, a volte addirittura brutale. La Russia ai tempi di Kronštadt, lorda di sangue, sempre più sprofondata nella sofferenza: nel cuore di questa Russia c'è il capoluogo di provincia Čevengur, la "città del sole", la capitale del "puro comunismo", innestata sui cadaveri, sede della pazzia astratta, che mobilita gli uomini ormai stremati per inseguire la "fine della storia e di tutto". Come nel dramma allegorico medievale, l'azione sembra svolgersi su due piani: in basso si agita l'infelicità umana, in alto arranca brancolando nella nebbia il sogno della felicità umana. In Platonov i due piani sono perfettamente accordati, combaciano con una precisione tale che il tutto assume spesso una tonalità di un poema drammatico. Che cosa li salda? Il sorriso mestamente ironico dell'autore. "La fine della storia e di tutto" non ci sarà, il sogno popolare della palingenesi non si realizzerà: le riflessioni sulla vita hanno insegnato a Platonov ad apprezzare più "l'amore per ciò che è vicino" che non "l'amore per ciò che è lontano"; nel '28 o nel '29 comprende già, senz'ombra di illusioni, che "i cavalieri erranti delle idee" si sarebbero sviluppati in burocrati ottusi e crudeli, specialisti nell'applicare il pugno di ferro all'ebbrezza della follia. E tuttavia il sorriso, per quanto sempre più mesto, rimane fino all'ultima pagina del romanzo.
Vedo quel sorriso anche nella fotografia di Platonov, che si trova all'inizio dell'edizione parigina di Čevengur. È un sorriso dolce, benevolo, appena appena un po' insicuro su una faccia addolorata da plebeo. Più tardi sarebbe scomparso completamente. Nel 1938 fu arrestato l'unico figlio di Platonov, quindicenne, per aver preso parte a una "congiura antisovietica". Due anni dopo il padre riuscì a elemosinare a Stalin la liberazione del ragazzo deportato nel lager di Norylsk, ma soltanto per poter assistere alla sua morte per tubercolosi fulminante. Platonov si mise a bere, gli amici gli procurarono un posto di custode all'istituto letterario "Gor'kij": sotto il regime sovietico era un buon posto per uno scrittore serio, che nei momenti in cui non era ubriaco e in cui non doveva fare il guardiano, poteva utilizzare la ricca biblioteca dell'istituto. Contagiato dal figlio, morì di tubercolosi nel 1951.

Napoli, 29 dicembre 1972

Il sorriso di Platonov non mi ha dato pace per tutto il giorno, frugavo nella mia memoria alla ricerca di un sorriso corrispondente. E alla fine... Fra le quaranta persone rinchiuse nella cella della prigione di Vitebsk sorrideva nello stesso modo Marcin C., un giovane operaio di una vecchia famiglia di Łódź, comunista e autodidatta dotato di una grande intelligenza, arrivato poco dopo la disfatta del settembre 1939 nella "patria del proletariato mondiale". Andò a finire nel mio stesso campo di prigionia, a Kargopol, ma fu assegnato alla sezione peggiore, alla Seconda Alekseevka. Dopo che i polacchi furono amnistiati, passò per la centrale di Ercevo: lo accompagnai dalla peresylka (prigione di transito) al posto di guardia. Del suo sorriso non restava che un crampo dei suoi lineamenti affilati e deperiti, come lo sfregio di una ferita cicatrizzata male. Non ho più avuto notizie di Marcin dopo il bacio che ci scambiammo in silenzio davanti alla garitta. Si arruolò nell'esercito di Anders? Fu reclutato nell'esercito di Berling? Si stabilì in una Čevengur russa che aveva riacquistato il senno? Non so perché, la terza possibilità mi sembra la più probabile. A quei tempi, in Russia, tra i comunisti distrutti c'erano anche dei casi di irrevocabile disprezzo autopunitivo per il vecchio sogno.

Gustaw Herling, Diario scritto di notte, traduzione di Donatella Tozzetti, Feltrinelli, 1992