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venerdì 18 ottobre 2013

у него корабль над головой

Auf dass sie nicht vergessen, dass nichts in dieser Welt beständig ist, auch die Heimat nicht; und dass unser Leben kurz ist, kürzer noch als das Leben der Elefanten, der Krokodile und der Raben. Sogar Papageien überleben uns.
Joseph Roth, Juden auf Wanderschaft


In einem Roman wird das Leben beschrieben, da läuft angeblich die Zeit, aber sie hat nichts Gemeinsames mit der wirklichen Zeit, da gibt es keine Ablösung des Tages durch die Nacht, da entsinnt man sich spielerisch beinah des ganzen Lebens, während du dich in der Wirklichkeit kaum an den gestrigen Tag erinnern kannst. Und überhaupt: jede Beschreibung ist falsch. Der Satz: ‘Ein Mensch sitzt, über seinem Kopf ist ein Schiff’ ist vielleicht richiger als ‘Ein Mensch sitzt und liest ein Buch.’ Der einzige seinem Prinzip nach richtige Roman ist von mir. Aber er ist schlecht geschrieben.

Olga Martynova, Sogar Papageien überleben uns, Droschl, 2010


Affinché non dimentichino che a questo mondo niente rimane stabile, neanche il proprio paese, e che la nostra vita è breve, ancora più breve della vita degli elefanti, dei coccodrilli e dei corvi. Persino i pappagalli vivono più di noi.
Joseph Roth, Ebrei erranti


In un romanzo viene descritta la vita: in un romanzo il tempo sembra passare, ma è un tempo che non ha niente in comune con il tempo reale, in un romanzo la notte non si avvicenda al giorno, in un romanzo ci si ricorda ludicamente di quasi tutta la vita, mentre nella realtà ci si riesce a stento a ricordare del giorno appena trascorso e, in generale, ogni descrizione è sbagliata. La frase: "Un uomo sta seduto, sopra la sua testa appare una nave" è forse più corretta di "Un uomo sta seduto e legge un libro". L'unico romanzo corretto secondo il suo principio è il mio, ma è scritto male.

Ol'ga Martynova, Persino i pappagalli vivono più di noi 

Le parole tedesche sono parole della Martynova, ma sono anche parole di Fjodor, un poeta russo che nel romanzo della Martynova ha smesso di scrivere poesia e scrive solo prosa. Solo che Fjodor, nel passaggio citato, cita VVedenskijE quindi, nella versione italiana qui fornita, Fjodor usa parole che ho scelto io al posto di quelle tedesche scelte dalla Martynova per raccontare di Fjodor che cita VVedenskij in russo.  

В романе описывается жизнь, там будто бы течет время, но оно не имеет ничего общего с настоящим, там нет смены дня и ночи, вспоминают легко чуть ли не всю жизнь, тогда как на самом деле вряд ли можно вспомнить и вчерашний день. Да и всякое вообще описание неверно. "Человек сидит, у него корабль над головой" все же наверное правильнее, чем "человек сидит и читает книгу". Единственный правильный по своему принципу роман, это мой, но он плохо написан.

Mi pare che il modo in cui si ricordano le cose in un romanzo, nelle parole originali di VVedesnkij, non sia più ludico, ma solo facile, e che la nave non appaia come una parvenza di nuvola sopra la testa del lettore, come ho fatto credere io partendo da über seinem Kopf ist ein Schiff, ma che sia il lettore ad avere proprio una nave sopra la propria testa e che continui ad avercela per un po', almeno finché legge. Dev'essere quella nave, l'inesauribile serbatoio da cui si attingono i ricordi nei romanzi. Chiuso il libro, la nave sparisce. Forse perché il solo attimo esistente è quello presente, come diceva lo stesso VVedenskij*.

Stamattina, leggendo die Zeit, ho avuto per un po' il Dr. Oetker a braccetto col signor Cameo, sopra la mia testa, entrambi in camicia bruna, perfettamente stirata, con stivali di cuoio luccicanti, teschio, aquila, croce uncinata e tutto. In quel frangente, così come faccio in ogni simile occasione, mi sono augurata che i secondi passati non sparissero del tutto, che possa esistere un modo equilibrato, non ossessivo, eppur fermo, di conservarli, o almeno che l'unico secondo esistente ne possa serbare la giusta traccia col rispetto che si deve alle vittime del passato, liberando al contempo i figli dalle colpe dei padri. Kompliziert, come augurio.

Потому что прежде чем прибавится новая секунда исчезнет старая, это можно было бы изобразить так: (Perché prima che si aggiunga il nuovo secondo, il precedente scompare. Si potrebbe rappresentare così:)
         
       
Только нули должны быть не зачеркнуты а стерты (Solo che gli zeri non dovrebbero essere sbarrati, bensì cancellati).

domenica 17 febbraio 2013

Вопрос

- Есть ли что-нибудь на земле, что имело бы значение и могло бы даже изменить ход событий не только на земле, но и в других мирах? — спросил я у своего учителя.
- Есть, — ответил мне мой учитель.
- Что же это? — спросил я.
- Это… — начал мой учитель и вдруг замолчал.
Я стоял и напряженно ждал его ответа. А он молчал.
И я стоял и молчал.
И он молчал.
И я стоял и молчал.
И он молчал.
Мы оба стоим и молчим.
Хо-ля-ля!
Мы оба стоим и молчим!
Хэ-лэ-лэ!
Да, да, мы оба стоим и молчим!

Даниил Хармс
16-17 июля 1937 года


Domanda

- C'è qualcosa sulla terra che abbia senso e che sia pure in grado di cambiare il corso degli eventi, non solo sulla terra, ma anche in altri mondi? - ho chiesto al mio maestro.
- Certo - mi ha risposto il maestro.
- Che cos'è? - ho chiesto.
- È... - ha iniziato il mio maestro e poi di colpo si è fermato.
Me ne stavo lì, pieno di aspettativa, in attesa della sua risposta. Ma lui taceva.
E io me ne stavo lì, impalato, a tacere.
E lui continuava a tacere.
E io, impalato, tacevo.
E lui continuava a tacere.
Ce ne stavamo tutti e due lì, impalati, a tacere.
Oh là là!
Tutti e due continuavamo a restare lì, impalati, a tacere!
Eh lè lè!
Sì, sì, continuavamo a restare lì, impalati, a tacere!

Daniil Charms
16-17 luglio 1937

sabato 8 dicembre 2012

Мыр

Я говорил себе, что я вижу мир. Но весь мир недоступен моему взгляду, и я видел только части мира. И все, что я видел, я называл частями мира. И я наблюдал свойства этих частей, и, наблюдая свойства частей, я делал науку. Я понимал, что есть умные свойства частей и есть не умные свойства в тех же частях. Я делил их и давал им имена. И в зависимости от их свойств, части мира были умные и не умные.
И были такие части мира, которые могли думать. И эти части смотрели на другие части и на меня. И все части были похожи друг на друга, и я был похож на них.
Я говорил: части гром.
Части говорили: пук времени.
Я говорил: Я тоже часть трех поворотов.
Части отвечали: Мы же маленькие точки. И вдруг я перестал видеть их, а потом и другие части. И я испугался, что рухнет мир.
Но тут я понял, что я не вижу частей по отдельности, а вижу все зараз. Сначала я думал, что это НИЧТО. Но потом понял, что это мир, а то, что я видел раньше, был не мир.
И я всегда знал, что такое мир, но, что я видел раньше, я не знаю и сейчас. И когда части пропали, то их умные свойства перестали быть умными, и их неумные свойства перестали быть неумными. И весь мир перестал быть умным и неумным.
Но только я понял, что я вижу мир, как я перестал его видеть. Я испугался, думая, что мир рухнул. Но пока я так думал, я понял, что если бы рухнул мир, то я бы так уже не думал. И я смотрел, ища мир, но не находил его.
А потом и смотреть стало некуда.
Тогда я понял, что, покуда было куда смотреть, вокруг меня был мир. А теперь его нет. Есть только я. 
А потом я понял, что я и есть мир.
Но мир - это не я.
Хотя в то же время я мир.
А мир не я.
А я мир.
А мир не я.
А я мир.
А мир не я.
А я мир.
И больше я ничего не думал.

Даниил Хармс
1930


Il mendo*

Mi dicevo che vedevo il mondo. Ma il mondo intero era inaccessibile al mio sguardo e vedevo solo parti del mondo. E tutto quello che vedevo, lo chiamavo parti del mondo. E osservavo le proprietà di queste parti e, osservando queste proprietà, facevo della scienza. Capivo che c'erano delle proprietà intelligibili delle parti e che c'erano, in quelle stesse parti, delle proprietà non intelligibili. Le suddividevo e davo loro dei nomi. E, in base alle loro proprietà, le parti del mondo erano intelligibili e non intelligibili.
E c'erano delle parti del mondo che potevano pensare. E queste parti guardavano le altre parti e guardavano me. E tutte le parti si assomigliavano l'una all'altra e io assomigliavo a loro.
Dicevo: parti tuono.
Le parti dicevano: mucchio di tempo.
Dicevo: sono anch'io parte di tre svolte.
Le parti rispondevano: e noi siamo piccoli punti. E di colpo smisi di vederle, e poi pure le altre parti. E temetti che il mondo sarebbe crollato.
Ma capii allora che non vedevo le parti singolarmente, ad una ad una, ma tutte in una volta. Dapprima pensai che questo fosse il NULLA. Ma poi capii che questo era il mondo e che quello che avevo visto prima non lo era.
Ho sempre saputo cosa fosse il mondo, ma quello che avevo visto prima ancora non lo so, cosa fosse.
E quando le parti sparirono, le loro proprietà intelligibili smisero di essere intelligibili, e le loro proprietà non intelligibili smisero di essere non intelligibili. E il mondo intero smise di essere intelligibile e non intelligibile.
Ma capii che vedevo il mondo solo quando smisi di vederlo. Mi prese una paura, pensando che il mondo fosse crollato. Ma mentre stavo pensando così, capii che se il mondo era crollato, non sarei stato in grado di pensare così. E guardai, cercando il mondo, ma senza trovarlo.
Poi non ci fu più nessun posto da guardare.
Capii allora che finché c'era un posto dove guardare, il mondo mi circondava. Ora non c'è più. Ci sono solo io.
Poi capii che ero io il mondo.
Ma il mondo - non sono io.
Per quanto, al contempo, io sono il mondo.
Ma il mondo non è me.
Ma io sono il mondo.
Ma il mondo non è me.
Ma io sono il mondo.
Ma il mondo non è me.
Ma io sono il mondo.
E non pensai più ad altro.

Daniil Charms
1930

* In russo мир è mondo e мы è noi. Charms, nel titolo, li ha fusi. Io ho fatto quello che ho potuto, ripiegando sul pronome singolare.

domenica 3 giugno 2012

Cambi di campo

L'inizio di Университетская поэма (Poema universitario) di Nabokov mi ricorda le Lettres persanes e, per forza di cose, l'essere siciliano di Sciascia. Entrambi scelgono, come punto di partenza, l'identità in condizione di esilio (nelle sue diverse declinazioni: Sciascia non dovette espatriare, per esiliarsi, traendo piuttosto beneficio dal dono dell'insularità e dalla letteratura), in entrambi i casi vista dagli altri, quelli che maggiormente contribuiscono a forgiarla.

"Итак, вы русский? Я впервые
встречаю русского..." Живые,
слегка навыкате, глаза
меня разглядывают: "К чаю
лимон вы любите, я знаю;
у вас бывают образа
и самовары, знаю тоже!"

"Quindi lei è russo? È la prima volta
che incontro un russo…" E gli occhi
vivaci, delicatamente sporgenti
mi esaminano. "Vi piace il tè
col limone, lo so.
Da voi ci sono icone
e samovar, so anche questo!"

L'ultima strofa mi ricorda Charms ("e questo è tutto") ma soprattutto, per forza di cose, l'eco tenue della catastrofe primordiale di Primo Levi, che in Nabokov si traduce nel persistere della rotazione delicata della terra, nella sua leggera inclinazione. Entrambe le poesie, nel finale, come al cinema, cambiano radicalmente campo, ma lo fanno con movimenti opposti, l'uno allargando la visione, l'altro restringendola.

In mezzo, direi che la poesia di Nabokov andrebbe letta, sempre che se ne abbia l'interesse. Ne esiste una traduzione in inglese, di suo figlio Dmitri, che mi pare inarrivabile e che per questo lascio semplicemente così, assieme all'originale:
Университетская поэма, Владимир Набоков
University poem, translation by Dmitri Nabokov




venerdì 30 marzo 2012

Упав с велосипеда

Упав с велосипеда, знаешь вдруг:
между тобой и миром — плоть,
и так тонка, и так капризна,
что грубой и выносливой душе
она сплошная укоризна.

И знаешь вдруг,
что равен небу, лесу, полю,
как зеркало, что ли, ты —
тогда представишь ЗЕРКЛО,
чьи отраженья сначала расплывчаты,
потом и вовсе вылиты
и брызнули на волю,
как рыбки из садка,
как мотыльки из сада,
как с неба облака,
как с облаков вода,
как Аронзона вкруг
всё замелькало, смеркло.

Ольга Мартынова


Cadendo dalla bici

Cadendo dalla bici, d'incanto sai:
tra te ed il mondo solo carne,
e così fine, e così capricciosa
da essere un solo rimprovero
all'anima
rude ed indurita.

E d'incanto sai
di essere uguale al cielo, al bosco, al campo,
un po' come uno specchio
poi pensi: uno SPECIO
in cui i riflessi dapprima sono sfumati,
poi si riversano
spruzzati in libertà,
come pesci da una vasca,
come falene da un giardino,
come nuvole dal cielo,
come gocce dalle nuvole,
come attorno ad Aronson
tutto prese a sfavillare, a spegnersi.

Ol'ga Martynova

Leonid Aronson (1939-1970), poeta leningradese morto sulle montagne dell'Asia centrale vicino a Taškent, in circostanze mai del tutto chiarite: per alcuni suicida, per altri in un incidente di caccia. Nel 1966, Aronson scriveva più o meno questo: Il soggetto della mia letteratura sarà la rappresentazione del paradiso. È sempre stato così, ma diventerà ancora più definito, come espressione di una percezione del mondo opposta alla vita. La vita che viviamo è artificiale, la nostra vera vita è il paradiso, e se le impressioni eterne dei rapporti non fossero così ingiuste e stupide, la vita non diventerebbe simile al paradiso, sarebbe il paradiso. Il fatto che l'arte si occupi dei nostri incubi dimostra l'incomprensione della Verità.

mercoledì 18 gennaio 2012

Я капитан/Io sono un capitano

Четыре иллюстрации того, как новая идея огорашивает человека, к ней не подготовленного

I
Писатель: Я писатель!
Читатель: А, по-моему, ты говно!
(Писатель стоит несколько минут, потрясенный этой новой идеей, и падает замертво. Его выносят.)

II
Художник: Я художник!
Рабочий: А, по-моему, ты говно!
(Художник тут же побледнел как полотно, и как тростинка закачался и неожиданно скончался. Его выносят.)

III
Композитор: Я композитор!
Ваня Рублев: А, по-моему, ты говно!
(Композитор, тяжело дыша, так и осел. Его неожиданно выносят.)

IV
Химик: Я химик!
Физик: А, по-моему, ты говно!
(Химик не сказал больше ни слова и тяжело рухнул на пол.)

Даниил Хармс, 13.4.1933


Quattro illustrazioni di come una nuova idea sbalordisca il soggetto che non vi sia preparato

I.
Scrittore: Io sono uno scrittore.
Lettore: A me mi sembri piuttosto una merda.
Lo scrittore sta in piedi per qualche minuto, sconvolto da questa nuova idea, poi cade esanime. Lo portano via.

II.
Pittore: Io sono un pittore.
Operaio: A me mi sembri piuttosto una merda.
Il pittore impallidisce come una tela, comincia a dondolare come una canna e, inaspettatamente, muore. Lo portano via.

III.
Compositore: Io sono un compositore.
Vanja Rublev: A me mi sembri piuttosto una merda.
Il compositore, respirando pesantemente, si accascia. Lo portano inaspettatamente via.

IV.
Chimico: Io sono un chimico.
Fisico: A me mi sembri piuttosto una merda.
Il chimico non dice una parola e stramazza pesantemente al suolo.

Daniil Charms, Disastri, Einaudi, 2003 - traduzione di Paolo Nori

giovedì 24 novembre 2011

19 aprile 1970 - 24 novembre 2011

"Ci hanno trattato come i cani. Non avrei mai immaginato che sarebbe finita così. Oggi ci saluteremo con i colleghi, tutto quello che c'è qui dentro ci appartiene. Non lo so, ma c'è una giustizia divina."
Un lavoratore della Fiat di Termini Imerese, 24 novembre 2011

Nonostante il tempo trascorso, conservo quasi intatto il ricordo delle emozioni legate a quell'esperienza. Pezzo dietro pezzo, l'impianto emergeva dagli involucri protettivi e dalle gabbie di legno come parti o articolazioni di un gigantesco giocattolo. Ogni articolazione sembrava un indovinello da interpretare: per la prima volta imparavo a leggere un disegno industriale scoprendo che anche un disegno del genere può avere un suo fascino, anzi una sua rigogliosa bellezza, per lo più lineare e immediata, ma tavolta anche tortuosa ed enigmatica.
E qui consentimi una preghiera. Non puoi immaginare quanto mi renderesti felice inserendo nel libro che andrai a scrivere uno di questi disegni, uno soltanto, ma con la raccomandazione al lettore di non girare subito pagina, di non metterlo sbrigativamente da parte rifiutandolo con pregiudiziale insofferenza, ma di osservarlo attentamente, di meditarlo, di sottoporlo a un'accurata ricognizione, centimetro per centimetro, lungo l'armoniosa successione curvilinea dei neri e dei bianchi, dei pieni e dei vuoti.

Ermanno Rea, La dismissione, BUR 2006


Qui ci andrebbe il terzo movimento della sonata BWV 1001 (Siciliana) interpretato da Amandine Beyer, ma in questo mondo qua non lo trovo.


Il manoscritto invece c'è.


E c'è per questo motivo:

Dieses von Johann Sebastian Bach eigenhändig geschriebene treffliche Werk fand ich unter altem, für den Butterladen bestimmtem Papier, in dem Nachlasse des Klavierspielers Palschau zu St. Petersburg 1814.
Georg Pölchau

La calligrafia del manoscritto, però, non sarebbe di Bach, ma di sua moglie Anna Magdalena. Resta il fatto che poi uno si lamenta di non trovare su internet le sonate nell'interpretazione della Beyer per poterle dedicare agli operai di Termini Imerese, quando il manoscritto, trovato nel 1814 a San Pietroburgo tra le carte del pianista Palschau, era destinato a diventare carta di imballaggio di una latteria.

- Me ne dia due etti, di quel formaggio.
- Glielo incarto nell'adagio?
- Lo preferirei nella fuga, oggi.

Sembrava un destino segnato. E invece guardate quel che è riuscita a generare quella carta da formaggio.

sabato 5 novembre 2011

Сон

Калугин заснул и увидел сон, будто он сидит в кустах, а мимо кустов проходит миллиционер.
Калугин проснулся, почесал рот и опять заснул, и опять увидел сон, будто он идет мимо кустов, а в кустах притаился и сидит милиционер.
Калугин проснулся, положил под голову газету, чтобы не мочить слюнями подушку, и опять заснул, и опять увидел сон, будто он сидит в кустах, а мимо кустов проходит милиционер.
Калугин проснулся, переменил газету, лег и заснул опять.
Заснул и опять увидел сон, будто он идет мимо кустов, а в кустах притаился и сидит милиционер.
Тут Калугин проснулся и решил больше не спать, но моментально заснул и увидел сон, будто он сидит за милиционером, а мимо проходят кусты.
Калугин закричал и заметался в кровати, но проснуться уже не мог.
Калугин спал четыре дня и четыре ночи подряд и на пятый день проснулся таким тощим, что сапоги пришлось подвязывать к ногам веревочкой, чтобы они не сваливались. В булочной, где Калугин всегда покупал пшеничный хлеб, его не узнали и подсунули ему полуржаной.
А санитарная комиссия, ходя по квартирам и увидя Калугина, нашла его антисанитарным и никуда не годным и приказала жакту выкинуть Калугина вместе с сором.
Калугина сложили пополам и выкинули его, как сор.

Даниил Хармс

Sogno

Kalugin si addormentò e sognò che stava nascosto in mezzo a dei cespugli e che davanti ai cespugli passava un poliziotto.
Kalugin si svegliò, si grattò la bocca e si riaddormentò, e di nuovo sognò che passava davanti a dei cespugli e che nei cespugli stava nascosto un poliziotto.
Kalugin si svegliò, si mise un giornale sotto la testa per non bagnare di saliva il cuscino e si riaddormentò, e di nuovo sognò che stava nascosto in mezzo a dei cespugli e che davanti ai cespugli passava un poliziotto.
Kalugin si svegliò, cambiò il giornale, si sdraiò e di nuovo si addormentò. Si addormentò e di nuovo sognò che passava davanti a dei cespugli e che nei cespugli stava nascosto un poliziotto.
A questo punto Kalugin si svegliò e decise di non dormire più, ma si riaddormentò all’istante e sognò che stava nascosto dietro a un poliziotto e che davanti a loro passavano dei cespugli.
Kalugin si mise a gridare e a dimenarsi nel letto, ma ormai non riusciva più a svegliarsi.
Kalugin dormì quattro giorni e quattro notti di seguito, e il quinto giorno si svegliò così magro che gli toccò legarsi gli stivali alle gambe con uno spago perché non gli cadessero giù. Nella panetteria dove di solito Kalugin comprava il pane bianco non lo riconobbero e gli rifilarono del pane di mezza segala.
E la commissione sanitaria, facendo il giro degli appartamenti, trovò Kalugin antigienico e inservibile, e ordinò al comitato inquilini di gettarlo via con la spazzatura.
Kalugin fu piegato in due e gettato via come spazzatura.

Daniil Charms, Casi, a cura di Rosanna Giaquinta, Adelphi, 2008

sabato 8 ottobre 2011

Rom liegt irgendwo in Russland

И как книга, раскрытая сразу на всех страницах,
лавр шелестит на выжженной балюстраде.
Иосиф Бродский
Римские элегии, III, 1981

E come un libro, aperto ad ogni pagina, che si legge
d'un fiato, il lauro fruscia su una balaustrata cotta.
Iosif Brodskij
Elegie romane, III, 1981
in Poesie, 1972-1985, a cura di Giovanni Buttafava, Adelphi, 1986

Вновь Проперций мой ко мне вернулся,
Счастие для Кинфии какое!
Исцарапанный, залапанный, помятый,
Облысевший, грязный, исхудавший.
Елена Шварц

Properzio è ritornato da me,
che felicità per Cynthia!
Graffiato, in lacrime, malconcio,
calvo, sudicio, emaciato.
Elena Schwarz
Cynthia


Rom liegt irgendwo in Rußland, am Rande. Vielleicht am Baltischen Meer oder am Schwarzen. Ein beliebter Ausflugsort für die Kulturruinenbegeisterten unter uns. Russische Touristen schreiben gerne Gedichte. Eine Anthologie der russischen Gedichte über Rom ergäbe einen dicken Band. Aber nicht nur die Springbrunnen und Pinien dieser Stadt rascheln in unseren Büchern (Lorbeer raschelt wie ein Buch, in dem alle Seiten zugleich aufgeschlagen sind, schrieb Brodsky in einer seiner "Römischen Elegien"), seit zwei Jahrhunderten besiedeln die Russen Roms sieben Hügel. Nicht nur Nikolaj Gogols Krähen-Gesicht lächelt unter dem glatten fettigen Haar hervor von der Wand des "Caffè Greco". Ganz Italien ist mit von Russen gestifteten Gedenktafeln behängt. Als Jelena Schwarz mich durch Rom führte, stürzte sie immer wieder zu irgendeiner Hausecke, weil sie sich dort eine gemerkt hatte. In italienischer und russischer Sprache stand geschrieben, wer und wann hier gewohnt hat.

Dazu muß man sagen, daß die Lieblingsbeschäftigung der Russen nicht das Wodka-Trinken ist – wie man im Westen irrtümlicherweise annimmt – auch nicht sich prügeln, auch nicht die Zigeuner-Lieder singen. Die Lieblingsbeschäftigung der Russen ist das Anbringen von Denktafeln. Vor kurzem verabschiedete die Moskauer Stadtregierung einen Erlaß: Das eigenmächtige Anbringen von Gedenktafeln und Aufstellen von Denkmälern wird strafrechtlich verfolgt. Um so heftiger behängen wir fremde Wände, falls uns eine gütige fremde Obrigkeit das erlaubt. Die russische Gemeinde in Bologna hat Geld für eine Gedenktafel für Joseph Brodsky in Venedig gesammelt. Dann hat eine russische Bologneserin Jelena Schwarz in Rom angerufen und gefragt, ob und wo in Venedig die Tafel plaziert werden muß. "Fragen Sie doch die Witwe des Dichters", – sagte Jelena Schwarz. "Ja, das haben wir schon, sie meint aber, daß sie gar nicht so sicher ist, ob es Joseph Brodsky überhaupt recht wäre..." Die Entscheidung ist noch in der Schwebe.

Warum wurde Jelena Schwarz in dieser Frage angerufen? Vielleicht, weil sie als Gast der Brodskys Stiftung in Rom war. Zweck der Stiftung ist, russischen Dichtern für eine Weile die bedeutendste Stadt in den Provinzen der russischen Poesie zu schenken. Aber in Wirklichkeit (in der speziellen Wirklichkeit, in der die Dichter leben) war Jelena Schwarz längst in Rom: seit Cynthia. Dieser Frau, die eigentlich Hostia hieß und nur in Gedichten von Properz zu Cynthia wurde, verlieh Jelena Schwarz eine Stimme (beide, Cynthia und Properz, lebten in Rom im ersten Jahrhundert vor Chr., beide wurden berühmt dank seiner Elegien an sie, beide waren haltlos und gemein, sie wahrscheinlich haltloser und gemeiner als er, nur blieb sie stumm wie ein Fisch, bis Jelena Schwarz ihre beiden Cynthia-Bücher verfaßte). Schreibmaschinen-Kopien dieser Cynthia-Gedichte (die mir nun in einer zweibändigen Werkausgabe mit sandfarbenem Umschlag vorliegen) waren das erste, was ich vor mehr als zwanzig Jahren von Jelena Schwarz gelesen habe. Man verliebt sich in diese Zeilen sofort. Über den armen Properz ist da nicht viel: Amor ist schrullig - ich Arme liebe ein kahles Ungetüm und Wieder kam mein Properz zu mir zurück - / So ein Glück für Cynthia! / Verkratzt ist er, verweint, abgeschabt, / kahl, schmutzig, abgemagert.

Ich fuhr nach Rom, um Jelena zu sehen. Ein älterer deutscher Geheimrat soll gesagt haben, daß derjenige, der Italien, insbesondere Rom, sich gut angeschaut hat, nie mehr ganz unglücklich sein kann. Das klang, als wir dort waren, wie eine Beschwörung in unseren Ohren. Eigentlich aber waren wir glücklich, daß wir uns wiedersahen. Aus diesem Glück heraus versprachen wir einander, die Gedichte von Rom und Italien, die wir nach diesem Treffen (vor Weihnachten 2001) schreiben werden, in einem Büchlein zusammenzuführen.

Als unsere gemeinsame Zeit in Rom verflog, setzte ich mich in ein leeres Coupé, schloß die Augen und schlug sie erst in Mailand wieder auf. Jelena ist inzwischen wieder in Petersburg, wo sie seit 1948, dem Jahr ihrer Geburt, lebt. Manchmal denke ich, daß ganz Petersburg, die Hauptstadt der russischen Dichtung, auf ihren schmalen Schultern steht.

Olga Martynova

Aus Olga Martynova, Jelena Schwarz, Rom liegt irgendwo in Russland. Zwei russische Dichterinnen im lyrischen Dialog über Rom. Russisch/Deutsch. Aus dem Russischem von Elke Erb und Olga Martynova. edition per procura, Wien, 2006


Roma è da qualche parte in Russia, ai suoi margini. Forse sul Mar Baltico o sul Nero. Un'amata meta turistica per coloro, tra di noi, che si entusiasmano per le rovine della cultura. Ai turisti russi piace scrivere poesie. Un'antologia delle poesie russe su Roma darebbe uno spesso tomo. Ma nei nostri libri non frusciano solo le fontane ed i pini di questa città (l'alloro fruscia come un libro di cui si aprano contemporaneamente tutte le pagine, scrisse Brodskij in una delle sue "Elegie romane"), è da duemila anni che i russi colonizzano i sette colli di Roma. Non solo il volto da cornacchia di Nikolaj Gogol' se la ride sotto la liscia, unta capigliatura dalla parete del "Caffè Greco", tutta l'Italia è ornata di targhe commemorative offerte da russi. Quando Elena Schwarz mi ha portato in giro per Roma, non faceva che accorrere ad un angolo di qualche casa perché ne aveva notata una. Vi era scritto, in italiano ed in russo, chi e quando vi aveva abitato.

A questo bisogna aggiungere che l'occupazione preferita dei russi non è bere vodka – come a torto si ritiene in Occidente – e neanche scazzottarsi e nemmeno cantare canzoni zigane. L'occupazione preferita dei russi è apporre targhe commemorative. Poco tempo fa l'amministrazione cittadina di Mosca ha emesso un'ordinanza: L'apposizione di targhe commemorative su iniziativa individuale è sanzionata penalmente. Ci mettiamo ad adornare con sempre maggiore accanimento muri stranieri, se un'amministrazione straniera compiacente ce lo permette. La comunità russa a Bologna ha fatto una colletta per una targa commemorativa da dedicare a Iosif Brodskij a Venezia. Poi una bolognese russa ha telefonato ad Elena Schwarz a Roma e le ha chiesto se e dove, a Venezia, si dovesse piazzare la targa. "Chieda alla vedova del poeta", – ha detto Elena Schwarz. "Sì, l'abbiamo già fatto, ma lei crede di non essere poi così sicura che Iosif Brodskij sarebbe proprio d'accordo..." La decisione è ancora in sospeso.

Perché Elena Schwarz è stata interpellata in questa questione? Forse perché era ospite della fondazione Brodskij a Roma. Scopo della fondazione è concedere per un certo tempo ai poeti la città più significativa delle province della poesia russa. Ma in realtà (nella realtà speciale in cui vivono i poeti) Elena Schwarz era a Roma già da molto tempo prima: dai tempi di Cynthia. Questa donna, che in realtà si chiamava Hostia e diventò Cynthia solo nelle poesie di Properzio, ha prestato ad Elena Schwarz una voce (entrambi, Cynthia e Properzio, vissero a Roma nel primo secolo a.C., entrambi divennero famosi grazie alle elegie di Properzio dedicate a lei, entrambi furono volubili e volgari, lei probabilmente più di lui, solo che lei rimase muta come un pesce, almeno finché Elena Schwarz compose i suoi due libri di Cynthia). Delle copie battute a macchina di queste poesie di Cynthia (che giacciono ora davanti a me in un'edizione in due volumi dalla copertina color sabbia) sono state la prima cosa che io abbia mai letto di Elena Schwarz più di vent'anni fa. Ci si innamora subito di questi versi. Del povero Properzio non vi si dice molto: Amor è bizzarro - Povera me amo un mostro calvo e Properzio ritornò da me - / Che felicità per Cynthia! / È graffiato, in lacrime, malconcio, / calvo, sudicio, emaciato.

Andai a Roma per vedere Elena. Si dice che un anzianotto consigliere segreto tedesco abbia affermato che chi ha visto l'Italia, e in particolare Roma, non può più essere del tutto infelice. Ciò suonava, quando eravamo là, come uno scongiuro, nelle nostre orecchie. In realtà eravamo felici di esserci riviste. Da questa felicità ci promettemmo reciprocamente di riunire le poesie di Roma e dell'Italia che avremmo scritto dopo questo incontro (prima di Natale del 2001).

Trascorso il tempo passato insieme a Roma, mi misi in un coupé vuoto, chiusi gli occhi e li riaprii solo a Milano. Elena è tornata nel frattempo a Pietroburgo, dove vive dal 1948, l'anno della sua nascita. Talvolta penso che Pietroburgo, la capitale della poesia russa, stia tutta sulle sue esili spalle.

Ol'ga Martynova

Note
Il libro da cui è tratta questa prefazione è uno dei libri più piccoli e più cari che ho. Me l'hanno regalato a Francoforte, nel periodo in cui avevo iniziato ad imparare il russo, due persone che non credo abbiano mai letto poesie.
Francoforte è la città in cui vive Ol'ga Martynova. Suo marito è Oleg Jur'ev, di cui ho riportato di recente un pezzo dedicato all'assedio di Leningrado.
Elena Schwarz è morta nel 2010. Non so in che misura se ne sia parlato in Italia. Temo meno del dovuto.
In genere faccio del mio meglio, pur nei limiti delle mie possibilità, per traslitterare con cura i nomi russi in italiano. In questo caso, considerando il russo, avrei dovuto scrivere Švarc. Ho preferito invece la traslitterazione tedesca (Schwarz) a quella italiana (Švarc) perché Шварц, in origine, deve essere stato proprio Schwarz.
Pare che il consigliere segreto dei duchi di Weimar Goethe, ritornato dal suo viaggio in Italia, abbia detto: Wer Rom gesehen hat, kann nie mehr ganz unglücklich werden (Chi ha visto Roma non può più essere veramente infelice).

venerdì 12 agosto 2011

судьба/destino

И с присохшей к губе
сигаретою сильно заполночь возвращаясь пешком к себе,
как цыган по ладони, по трещинам на асфальте
я гадал бы, икая, вслух о его судьбе.
Иосиф Бродский, Развивая Платона

E con la sigaretta incollata alle labbra,
mentre torno a casa dopo la mezzanotte,
come lo zingaro dal palmo, dalle crepe sull'asfalto
divinerei, singhiozzando, a voce alta il suono del suo destino.
Iosif Brodskij, Sviluppando Platone

 
(tutte le foto di Sasha Terebenin contrassegnate da чбспб)

martedì 2 agosto 2011

Excusez-moi encore une fois

Просвещенный читатель ведает, что Шекспир и Вальтер Скотт оба представили своих гробокопателей людьми веселыми и шутливыми, дабы сей противоположностию сильнее поразить наше воображение.

Пушкин, гробовщик

L'illuminato lettore sa che sia Shakespeare sia Walter Scott presentarono i loro fabbricanti di bare come uomini allegri e scherzosi, affinché questo contrasto colpisse più fortemente la nostra immaginazione.

Puškin, Il fabbricante di bare
Da Umili prose: I racconti di Belkin, La donna di picche, Kirdžali, La figlia del capitano, traduzione e cura di Paolo Nori, Feltrinelli, 2006

domenica 12 dicembre 2010

Boris Tisčenko (1939-2010)


Sinfonia Dante n° 3 - Inferno, 2001
Sinfonia Dante n° 5 - Paradiso, 2005
Orchestra Filarmonica Accademica di San Pietroburgo, Nikolaj Alekseev


Sinfonia Dante n° 4 - Purgatorio, 2003
Orchestra Filarmonica Accademica di San Pietroburgo, Vladimir Verbicij

Altra musica

sabato 13 novembre 2010

Assassinî

Ich fürchte mich so vor der Menschen Wort.
Sie sprechen alles so deutlich aus:
Und dieses heißt Hund und jenes heißt Haus,
und hier ist Beginn und das Ende ist dort.

Mich bangt auch ihr Sinn, ihr Spiel mit dem Spott,
sie wissen alles, was wird und war;
kein Berg ist ihnen mehr wunderbar;
ihr Garten und Gut grenzt grade an Gott.

Ich will immer warnen und wehren: Bleibt fern.
Die Dinge singen hör ich so gern.
Ihr rührt sie an: sie sind starr und stumm.
Ihr bringt mir alle die Dinge um.

Rainer Maria Rilke, Die frühen Gedichte, Gebet der Mädchen zur Maria


Ho così timore delle parole umane.
Esprimono tutto così chiaramente:
E questo si chiama cane e quest'altra si chiama casa,
e qui è l’inizio e là è la fine.

Mi fa paura anche il loro senso, la beffa per gioco,
conoscono tutto, il futuro e il passato;
non c'è più montagna che le meravigli;
il loro giardino confina con l'infinito.

Voglio ammonirvi e trattenervi: statene lontani.
A me piace così tanto sentire le cose cantare.
Se le toccate, diventano statiche e mute.
Con le vostre parole, mi uccidete tutte le cose.


Откуда я?
Зачем я тут стою?
Что я вижу?
Где же я?
Ну, попробую по пальцам
все предметы перечесть.
-- ( Считает по пальцам: )
Табуретка, столик, бочка,
Ведро, кукушка, печка,
метла, сундук, рубашка,
мяч, кузница, букашка,
дверь на петле,
рукоятка на метле,
четыре кисточки на платке,
восемь кнопок на потолке.

Даниил Хармс, 1 июня 1929 года

Da dove vengo?
Perché me ne sto qui?
Cosa vedo?
Dove sono?
Bene, provo sulle dita
tutti gli oggetti a contare
(conta sulle dita:)
Uno sgabello, un tavolino, una botte,
Un secchio, un cuculo, una stufa,
Una scopa, un baule, una camicia,
Una palla, una fucina, un insetto,
Un portone nel cardine,
Un bastone nella scopa,
Quattro nappe sul fazzoletto,
Otto bottoni sul soffitto.

Daniil Charms, 1 giugno 1929

*

Nota di colore locale: ho La fida ninfa, di sottofondo, ma nella versione di Jean-Christophe Spinosi. Il barocco forse non ha fatto poi così male come si tende a pensare: in fin dei conti, si è limitato ad uccidere ninfe, fauni e pastorelli di pura fantasia.

Berlusconi, comunque.

giovedì 21 ottobre 2010

nichts/ничего

Nichts geschrieben.

Franza Kafka, Tagebuch, 1. Juni 1912

Scritto niente.

Franza Kafka, Diario, 1 giugno 1912


Сегодня я ничего не писал. Это неважно.

Даниил Хармс, Голубая тетрадь, 9 января 1937 года


Oggi non ho scritto niente. Non fa niente.

Daniil Charms, Il quaderno azzurro, 9 gennaio 1937

mercoledì 6 ottobre 2010

Ideen over doodgaan

Krijg ik de sleutel tot de tijd te pakken? word
ik een door zwaartekracht krom gebogen straal
op reis naar het ultieme wormgat, een zwart gat
waarin ik word gezogen en aan de andere kant
weer uit kom als licht dat in rechte lijn beweegt?
grijpt er een verblindende schijn in mij plaats
die mij inziet, mij encyclopedisch openbaart tot
ik zonneklaar een bijzon word? ga ik als een
zwarte stip zwerven in het toonveld van toeval?
word ik een eeuwige spiegeling in dood later?
een oneindig afdraaiende ring van herinneringen?
een longitudinale trilling? een uitstrijkje vlakte?
vloei ik op het niets als inkt op ongegomd papier?

Mark van Tongele, Gedichten, Lannoo, Tielt 2005


Idee sul morire

Arriverò ad afferrare la chiave del tempo? Diventerò
un raggio flesso dalla gravità
in viaggio verso l'ultimo cunicolo spazio-temporale, un buco nero
in cui verrò risucchiato e da cui verrò espulso
dall'altra parte in forma di luce in moto rettilineo?
Si diffonderà in me un bagliore accecante
che mi riconoscerà, mi rivelerà enciclopedicamente finché
diventerò parelio chiaro come il sole? Fluttuerò in forma di
punto nero nel campo deittico del caso?
Diventerò poi eterno riflesso nella morte?
Un anello di ricordi in rotazione perenne?
Una vibrazione longitudinale? Uno striscio di superficie?
Scorrerò nel nulla come inchiostro su carta assorbente?

*


I was the shadow of the waxwing slain
By the false azure in the windowpane;
I was the smudge of ashen fluff - and I
Lived on, flew on, in the reflected sky.
And from the inside, too, I'd duplicate
Myself, my lamp, an apple on a plate:
Uncurtaining the night, I'd let dark glass
Hang all the furniture above the grass,
And how delightful when a fall of snow
Covered my glimpse of lawn and reached up so
As to make chair and bed exactly stand
Upon that snow, out in that crystal land!
Retake the falling snow: each drifting flake
Shapeless and slow, unsteady and opaque,
A dull dark white against the day's pale white
And abstract larches in the neutral light.
And then the gradual and dual blue
As night unites the viewer and the view,
And in the morning, diamonds of frost
Express amazement: Whose spurred feet have crossed
From left to right the blank plage of the road?
Reading from left to right in winter's code:
A dot, an arrow pointing back; repeat:
Dot, arrow pointing back... A pheasant's feet!
Torquated beauty, sublimated grouse,
Finding your China right behind my house.
Was he in Sherlock Holmes, the fellow whose
Tracks pointed bak when he reversed his shoes?
All colors made me happy: even gray.
My eyes were such that literally they
Took photographs. Whenever I'd permit,
Or, with a ilent shiver, order it,
Whatever in my field of vision dwelt-
An indoor scene, hickory leaves, the svelte
Stilettos of a frozen stillicide-
Was printed on my eyelides' nether side
Where it would tarry for an hour or two,
And while this lasted all I had to do
Was close my eyes to reproduce the leaves,
Or indoor scene, or trophies of the eaves.
I cannot understand why from the lake
I could make out our front porch when I'd take
Lake Road to school, whilst now, although no tree
Has intervened, I look but fail to see
Even the roof. Maybe some quirk in space
Has caused a fold or furrow to displace
The fragile vista, the frame house between
Goldsworth and Wordsmith on its square of green.
I had a favorite young shagbark there
With ample dark jade leaves and black, spare,
Vermiculated trunk. The setting sun
Bronzed the black bark, around which, like undone
Garlands, the shadows of the foliage fell.
It is now stout and rough; it has done well.
White butterflies turn lavender as they
Pass through its shade where gently seems to sway
The phantom of my little daughter's swing.
The house itself is much the same. One wing
We've had revamped. There's a solarium. There's
A picture window flanked with fancy chairs.
TV's huge paperclip now shines instead
Of the stiff vane so often visited
By the naive, the gauzy mockingbird
Retelling all the programs she had heard;
Switching from chippo-chippo to a clear
To-wee, to-wee; then rasping out: come here,
Come here, come herrr'; flirting her tail aloft,
Or gracefully indulging in a soft
Upward hop-flop, and instantly (to-wee!)
Returning to her perch -the new TV.
I was an infant when my parents died.
They both were ornithologists. I've tried
So often to evoke them that today
I have a thousand parents. Sadly they
Dissolve in their own virtues and recede,
But certain words, change words I hear or read,
Such as "bad heart" always to him refer,
And "cancer of the pancreas" to her.
A preterist: one who collects cold nests.
Here was my bedroom, now reseved for guests.
Here, tucked away by teh Canadian maid,
I listened to the buzz downstairs and prayed
For everybody to be always well,
Uncles and aunts, the maid, her niece Adele
Who'd seen the Pope, people in books, and God.
I was brought up by dear bizarre Aunt Maud,
A poet and a painter with a taste
For realistic objects interlaced
With grotesque growths and images of doom.
She lived to hear the next babe cry. Her room
We've kept intact. Its trivia create
A still life in her style: the paperweight
Of convex glass enclosing a lagoon,
The verse book open at the Index (Moon,
Moonrise, Moor, Moral), the forlorn guitar,
The human skull; and from the local Star
A curio: Red Sox beat Yanks 5-4
On Chapman's Homer, thumbtacked to the door.
My God died young. Theolatry I found
Degrading, and its premises, unsound.
No free man needs a God; but was I free?
How fully I felt nature glued to me
And how mu childish palate loved the taste
Half-fish, half-honey, of that golden paste!
My picture book was at an early age
The painted parchment papering our cage:
Mauve rings around the moon; blook-orange sun;
Twinned Iris; and that rare phenomenon
The iridule - when, beautiful and strange,
In a bright sky above a mountain range
One opal cloudlet in an oval form
Reflects the rainbow of a thunderstorm
Which in a distant valley has been staged -
For we are most artistically caged.
And there's the wall of sound: they nightly wall
Riased by a trillion crickets in the fall.
Impenetrable! Halfway up the hill
I'd pause in thrall of their delirious trill.
That's Dr. Sutton's light. That's the Great Bear.
A thousand years ago five minutes were
Equal to forty ounces of fine sand.
Outstare the stars. Infinite foretime and
Infinite aftertime: above your head
They close like giant wings, and you are dead.
The regular vulgarian, I daresay,
Is happier: he sees the Milky Way
Only when making water. Then as now
I walked at my own risk: whipped by the bough,
Tripped by the stump. Asthmatic, lame and fat,
I never bounced a ball or swung a bat.
I was the shadow of the waxwing slain
By feigned and remoteness in the windowpane.
I had a brain, five senses (one unique),
But otherwise I was a cloutish freak.
In sleeping dreams I played with other chaps
But really envied nothing --save perhaps
The miracle of a lemniscate left
Upon wet sand by nonchalantly deft
Bicycle tires.
A thread of subtle pain,
Tugged at by playful death, released again,
By always present, ran through me. One day,
When I'd just turned eleven, as I lay
Prone on the floor and watched a clockwork toy--
A tin wheelbarrow pushed by a tin boy--
Bypass chair legs and stray beneath the bed,
There was a sudden sunburst in my head.
And then black night. That blackness was sublime.
I felt distributed through space and time:
One foot upon a mountaintop, one hand
Under the pebbles of a panting strand,
One ear in Italy, one eye in Spain,
In caves, my blood, and in the stars, my brain.
There were dull throbs in my Triassic; green
Optical spots in Upper Pleistocene,
An icy shiver down my Age of Stone,
And all tomorrows in my funnybone.
During one winter every afternoon
I'd sink into that momentary swoon.
And then it ceased. Its memory grew dim.
My health improved. I even learned to swim.
But like some little lad forced by a wench
With his pure tongue her abject thirst to quench,
I was corrupted, terrified, allured,
And though old doctor Colt pronounced me cured
Of what, he said, were mainly growing pains,
The wonder lingers and the shame remains.


John Shade (Vladimir Nabokov, Pale Fire, Canto one)
*

(Va bene divertirsi con il fiammingo, ma mi farebbe un non so che tradurre una poesia di Nabokov, per quanto sotto falso nome. Proseguo allora per associazione.)

*
Ghe xe un usel s'un àlboro
tra i rami che se spòia;
solo el xe, senza vòia;
e el zigo che lu' fa
spaurissi i fioi che senti.


Caciator che te passi
col tu' fusil in spala,
sbàrighe su 'na bala,
ciàpighe giusto al cuor,
ch'el pòaro usel sia in pase.


Virgilio Giotti, Colori, Caprìzzio de utuno


Autumn whim

There is a bird on a tree
among the branches shedding their leaves;
it is alone, listless;
and the howl it makes
frightens the children who hear.

Hunter who pass by 
with your gun on your shoulder,
shoot a bullet up on it,
strike it in its heart,
so that the poor bird be in peace.

mercoledì 11 agosto 2010

In un dopopranzo de istà

Xe istà 'ncora una volta. Nuvoleti
bianchi vien su de drio del monte, i va
legeri pal zeleste, i se fa e disfa.
E in campagneta putei cori e salta,
e i se ziga tremende parolazze,
che, alegro, el fresco maistral ciol suso,
e porta via, che le mame no' senti.
E mi me piasi ancora; e vardo e scolto
vìver nùvoli e fioi; e me discordo
de mi; e son come se no' fussi più.

Virgilio Giotti, Colori, Einaudi, 1997


È estate ancora una volta. Nuvolette
bianche salgono da dietro al monte, vanno
leggere nel celeste, si fanno e disfano.
E nel campo ragazzi corrono e saltano,
e si gridano tremende parolacce,
che, allegro, il fresco maestrale coglie
e porta via, affinché le mamme non sentano.
E a me piace ancora; e guardo e ascolto
vivere nuvole e bambini; e mi scordo
di me; e sono come se non fossi più.


Гори, гори ясно (либретто)

martedì 10 agosto 2010

martedì 3 agosto 2010

Ignee e acquee (asintoti e curve)

Daniil Charms classifica le opere d'arte in 1) ignee e 2) acquee.

Ne fornisce degli esempi concreti prendendo a riferimento le sensazioni che restano percorrendo l'Ermitage: d'acqua dopo aver osservato i Cranach e gli Holbein, di fuoco - anche se vi sono degli esempi di fenomeni acquei - dopo essere passati per la sala spagnola. Ancora più concretamente, Puškin è d'acqua, Gogol' ne Le veglie alla fattoria di Dikan'ka è di fuoco, mentre poi diviene sempre più acqueo, Hamsun è un fenomeno d'acqua, Mozart è d'acqua e Bach è al contempo di fuoco e d'acqua.


Хотим предложить разделить все произведения искусства на два лагеря:
1) Огненный и 2) Водяной.
Поясняем примерами: 1 ) Если пройти по Эрмитажу, то от галереи, где
висят Кранах и Гольбейн и где выставлено золоченое серебро и деревянная
церковная резьба, остается ощущение водяное.
2) От зала испанского -- огненное, хотя там есть образцы чисто водяного
явления (монахи с лентами изо рта).
3) Пушкин -- водяной.
4) Гоголь в "Вечерах на хуторе" -- огненный. Потом Гоголь делается все
более и более водяным.
5) Гамсун -- явление водяное.
6) Моцарт -- водяной.
7) Бах и огненный, и водяной.


Табличка.


Чисто водяные
Пушкин
Моцарт
Гамсун
Гольбейн
Кранах
Рафаэль
Леонардо да Винчи


Огненно-водяные
Гоголь
Бах
<Леонардо да Винчи>


Ч. огненные
Шиллер
Ван-Дейк
Рембрандт
Веласкез


Io qualche volta vedo delle rette: una passa dritta dritta per Dostoevskij, Kafka e Faulkner. Non so ancora se la stessa retta passi anche per Bolaño o se piuttosto Bolaño sia una curva che vi si avvicina asintoticamente.

È tutto, come dice Charms.


Der, welcher wandert diese Straße

mercoledì 30 giugno 2010

Come nacque la poesia ecc. ecc.

Sa come prese avvio la poesia? Penso sempre che abbia avuto inizio quando un ragazzo delle caverne ritornò di corsa alla caverna, attraversando l'erba alta, gridando, mentre correva: "Al lupo, al lupo," e non c'era nessun lupo. I suoi genitori babbuineschi, grandi maniaci della verità, gli offrirono sicuramente riparo, ma la poesia era nata - il racconto alto era nato nell'erba alta.
Intervista a Nabokov registrata a Zermatt nel luglio del 1962, trasmessa dalla BBC e pubblicata nel Listener del 22 novembre 1962.


Visto che ci sono, lascio un estratto di un'intervista rilasciata il 30 maggio del 1975 a Bernard Pivot e a Gilles Lapouge per la trasmissione Apostrophes. Prima guardatela - se credete; serve dirlo? -, vi dico poi. Niente di che, ma vi dico poi.


Quello che volevo dirvi è che nelle note biografiche poste in premessa a Nabokov, Nouvelles complètes, Gallimard 2010, si legge che le condizioni imposte da Nabokov all'intervistatore, oltre a quella di conoscere in anticipo le domande e di arrivare in trasmissione con le risposte pronte (Ho orrore dell'improvvisazione), prevedevano che gli si mettesse a disposizione una scrivania coperta di una muraglia di libri destinata a nascondere al pubblico il testo da leggere (Sono molto abile nell'arte di far credere che non leggo veramente e persino che gli occhi, all'occasione, vadano a cercare ispirazione sul soffitto) e che gli fosse servito del whisky in una teiera (Pivot si sentì chiedere: -Vuole un po' di tè? e rispondere -Sì, un po' di tè, è un po' forte, sa?).

Ecco, tutto qua. Se avete cliccato tutto, quello che vi manca, a questo punto, oltre al contenimento del vostro zelo, è solo la quarta parte dell'intervista.

In omaggio alle maschere, tema caro a Nabokov: Io non so se son Valacchi o se Turchi son costor.