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giovedì 22 giugno 2023

Stato civile

Sono sposata in Francia, ma l'Italia non lo riconosce.

La Cassazione, nel respingere la richiesta di trascrivere in Italia un matrimonio omosessuale celebrato all’estero, vale a dire un matrimonio come il mio, ha sostenuto che «il legislatore ha inteso esercitare pienamente la libertà di scelta del modello di riconoscimento delle unioni omoaffettive», inquadrandole nel regime ad hoc – la l. n. 76/2016, legge Cirinnà – previsto per le unioni civili (Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza n. 11696/18).

Esercito pienamente la libertà di mandare a cagare il legislatore italiano assieme a tutti i suoi elettori.

martedì 9 febbraio 2021

A volte ritornano: il fine orecchio di Giove

Dopo anni di inani tentativi e molte insistenze, non appena riavutasi dall'ultimo, clamoroso insuccesso, la dea della democrazia, Sola, è riuscita di nuovo, appena qualche giorno fa, ad arrivare al cospetto di Giove e si è rivolta a lui ancora più accorata perché ascolti davvero, infine, le preci del popolo di Roma.

- Gioove! Gioove! Gioove!
- ...
- Gioove!
- ...
- AGGIOVE!
- Anvedi, ancora la pischella. Che d'è?
- Giove, sono 27 anni che non muovi neanche un dito mignolo, per il popolo di Roma.
- E daje co' 'sta storia. Nun me va de faticà, gnaafò. So' stanco, c'ho da fà, che, no 'o sai? C'ho 'na fila de ggente che me chiede de interrompe l'ultima epidemia. 
- Fallo almeno per Europa: non provi più un briciolo d'amore per Europa?
- Eh, certo che lo provo. Tutti i ggiorni che mando sulla tera, lo provo.
- Allora rispondi al popolo di Roma. Dice che se gli dai quello che chiede, Europa ritorna da te, in tutto il suo splendore.
- Eh, ma l'altra vorta mica è tornata da me, Europa. 
- Ma scusa, che ti aspettavi? T'avevano chiesto mari e monti, Giove, e tu Mario Monti gli avevi dato.
- Ma davero? Nun me ricordo bbene. E comunque che vvo', er popolo de Roma, adesso?
- Sai, la situazione è così complicata, che ora vorrebbe che gli mandassi dei maghi, a sbrogliare i casini di varia natura in cui si trovano.
- E che cce vo'. Eccheteli tiè.

mercoledì 23 settembre 2020

Piaceri e no

Registro un malcelato piacere, da parte degli italiani, nel sapere che il numero dei contagi in Francia cresce sensibilmente ogni giorno. Ho l'impressione che il piacere potrebbe essere ancora più intenso se la situazione dovesse peggiorare in modo evidente anche in Germania ("anche in Germania, eh"). Quasi nessuno, in questo momento, pensa che il futuro potrebbe riservare lo stesso destino agli italiani, tanti e variegati essendo i fattori (e le lacune di conoscenza) che determinano il propagarsi del virus, il suo accelerare, il suo rallentare e il suo deviare. Quasi tutti sono convinti che la pandemia sia sotto relativo controllo in Italia grazie ad un lockdown senza pari, alla bravura ineguagliata dei suoi amministratori, in primis i presidenti delle regioni, che tutti, ma proprio tutti, si ostinano a chiamare governatori, e alla disciplina degli italiani.

Il mio campo di osservazione comprende parenti, conoscenti, vicini di casa, intervistati - tra cui molti virologi ed epidemiologi, non solo politici - sui giornali e alla televisione, che non guardavo da secoli e che mi ha fatto male riguardare, soprattutto in questo tempo di ripiegamento nazionale: è tutto un noi e loro, e non solo in fatto di pandemia. Persino il noi di Zingaretti, pur contrapposto all'io, non è un noi socialmente significativo, ma è un noi nazionale.

Campagna di tesseramento 2020 del Partito democratico: “Non per l’Io, ma per il Noi”

Sono in Italia da agosto per recuperare tempo rubato e per passare del tempo nuovo, prezioso con i miei, ma io non abito più in Italia, neanche ora che sono fisicamente qui. In questi giorni, mi trovo spesso nell'aula del tribunale dove si svolge il processo per gli attentati a Charlie Hebdo e all'Hyper Cacher, ma anche in pagine di Silvio D'Arzo, Franco Arminio, Patrizia Cavalli, Romain Gary e Robert Seethaler.

P.S. Giorno per giorno, lo scrittore Yannick Haenel scrive del processo in corso su Charlie Hebdo. I suoi resoconti sono accessibili a tutti per 24 ore. 

venerdì 24 aprile 2020

Sotto il regime fascista

Sotto il regime fascista, i giornali democratici si stampavano clandestinamente, con pochi mezzi. Oggi, che ci apprestiamo a celebrare la Liberazione da quel regime, quasi 600000 italiani li leggono clandestinamente, con mezzi tecnologici molto più avanzati, dando per scontato che l'informazione possa sopravvivere se non pagata o forse anche mettendo in conto che possa morire, senza timore di conseguenze particolari in fatto di democrazia.

Sotto il regime fascista, in particolare durante la guerra da questi voluta, c'era il coprifuoco. Oggi, che ci apprestiamo a celebrare la Liberazione da quel regime, viene richiesta un'autodichiarazione volta a limitare gli spostamenti al minimo necessario, si inseguono brutalmente persone isolate sulla spiaggia e le si filmano con i droni, anche se il virus non bombarda gli italiani dai cieli e non zompa da un bagnante isolato ad un altro bagnante isolato.

Sotto il regime fascista, sia i fascisti di nome sia quelli di fatto denunciavano gli ebrei, i vicini di casa sospetti, gli oppositori del regime, le minoranze etniche, volentieri anonimamente. Oggi, che ci apprestiamo a celebrare la Liberazione da quel regime, non pochi cittadini italiani denunciano, anche anonimamente, il vicino che osa correre un po' (alle volte lo menano anche a 100 metri da casa per arrivare prima a sentenza) e, più in generale, denunciano, criticano, stigmatizzano con ogni mezzo chiunque si ritenga uscire di casa troppo spesso.

Sotto il regime fascista, i fascisti di nome e quelli di fatto odiavano o guardavano con sospetto lo straniero. Oggi, che ci apprestiamo a celebrare la Liberazione da quel regime, dei cittadini italiani non hanno avuto alcun dubbio o remora nel boicottare, finché erano aperti, negozi e ristoranti cinesi, o nell'invitare studenti asiatici a non presentarsi a scuola o ancora nel vietare l'ingresso ai cinesi in alcuni esercizi commerciali.

Sotto il regime fascista, si stampavano libri vicini all'ideologia fascista o per lo meno compatibili con essa. Oggi, che ci apprestiamo a celebrare la Liberazione da quel regime, non si è esitato a chiudere le librerie, ritenendole non essenziali, e, persino dopo la loro riapertura, non se ne consente l'accesso alle persone se non rientra nel loro percorso per andare a fare la spesa sotto casa.

Ce la sentiamo veramente di celebrarla ancora, la Liberazione, e sempre nello stesso modo? O siamo diventati abbastanza grandi da ammettere che è stata una minoranza di italiani a liberare l'Italia dal nazifascismo e che la prova è ancora visibile nel tempo presente, e non solo nei testi di storia?

Buon 25 aprile, nonostante tutto.

P.S. La Francia, dove vivo, non è esente da critiche. Ne dico solo due: ha copiato, unico paese al mondo, l'autodichiarazione italiana - senza riconoscerlo, tra l'altro - ed incoraggia, anche per voce dei rappresentanti politici fino a ieri più aperti al mondo, l'acquisto di prodotti francesi.

venerdì 6 marzo 2020

Ricadute

Inspiegabilmente, neanche ora che la loro inconsistenza è patente a tutti, le frontiere non hanno ancora perduto il loro supposto senso agli occhi dei più. In compenso,  il "come va?" lo sta riacquistando.

giovedì 25 agosto 2016

Dirimpettai per sempre

Lo arrestarono in flagranza
mentre stava mettendo a segno
un furto a casa del vicino,
assente perché detenuto.

Frutto della realtà, questa sottovalutata.

sabato 20 agosto 2016

Beatrice

Beatrice,
poco fa
mi è arrivata
una tua foto.
Che sorriso,
Beatrice:
mi hai cambiato
la serata.

Prenditi il tempo che ti serve per correre, sbucciarti le ginocchia, fare le bolle con la cannuccia, parlare le tre lingue che ti circondano, disegnare, nuotare a farfaldorso, leggere, inventare, trasformare le uova in cento modi, innamorarti e molto altro ancora, fino a quando avvertirai il bisogno di voltarti indietro. Nel frattempo, metto da parte qua un modesto segno da consegnarti, un giorno, di questo istante: hai un mese e nove giorni.

Stavo leggendo i giornali del 18 agosto, che non sembravano affatto di quest'anno, bensì di materiale elastico, un elastico tenuto dal mio indice sinistro nel 2016 e teso all'indietro da un'altra mano che si ritrae fino agli anni '30, quando mi sei balzata davanti. Nell'immediatezza di quel momento, non ho pensato che tu stessi guardando il papà, che ha scattato la foto e me l'ha mandata, perché una volta arrivata qui, hai preso a guardare solo me. Ti ho ricambiata, naturalmente, dimenticando per tutto il tempo sia l'elastico sia la stanchezza del giorno passato. Grazie.

Ora che ci sei, mentre ti guardo, a dispetto dei giornali, sembra che sia effettivamente arrivato il 2016, finalmente. Grazie anche per questo.

Sei piccola, come è giusto che sia alla tua età, ma sai farti minuscola quando ti aggrappi alla mamma, raccogliendo gli arti come i petali di un fiore che si chiude per il troppo calore. Lo so perché ti ho vista lo scorso fine settimana, quando ti abbiamo portato al mare per la prima volta - bada: lo stesso mare normanno, aperto a nord, solcato da Guglielmo quasi un millennio fa, così diverso dal mio, tristemente dannunziano, insaccato in un periferico golfo che dà le spalle ai paesi vicini, a cui si ostina a non aprirsi. Ovviamente non hai potuto vederlo, distesa com'eri nella culla, non con gli occhi, che in tre, un po' maldestri, abbiamo cercato di proteggere dal sole con un ombrellino che si piegava ai capricci del vento, ma ne hai sentito il rumore, assieme a quello dei gabbiani e del vento, e anche l'odore, due elementi che molti trascurano, privilegiandone piuttosto il solo colore. Mentre annusavi l'aria, un piccolo tratto della passeggiata di ritorno è stato marcato da un annuncio diffuso da un altoparlante (e, ora che te lo dico, mi chiedo se quando leggerai queste vecchie parole il paese che ti ha vista nascere sarà ancora così): cercavano i genitori di una bambina bionda di circa cinque anni, che non capiva il francese; li cercavano dandone contezza in francese, évidemment.

Sei piccola, dicevo. Tuttavia, se non ci fosse la mano della mamma sulla tua pancia a dare un'unità di misura, per non parlare dell'anello al dito, non molto più piccolo della tua bocca, nella foto sembreresti decisamente più grande, perché non sorridi solo con una indovinata smorfia della bocca tra gli innumerevoli movimenti che stai imparando a compiere con ciascuno dei tuoi muscoletti che hai il compito di istruire un po' alla volta, ma stai pompando di gioia anche i tuoi occhi, fino a stenderli ben bene assieme alle lunghe ciglia, e persino il naso, che si solleva un po' dal piano del viso, a mostrarne le narici. Questa tua particolare inclinazione del viso mi ricorda la prospettiva con cui il Che fu ritratto da Korda, leggermente dal basso, anche se è chiaro che a parte questo dettaglio, del guerriero e del suo orgoglio non hai nulla, per fortuna. Vedi bene ora che non è il 2016 che stentava a presentarsi, prima che arrivassi tu: dovevo essere io a sfuggirlo, un po' come sfuggono e si dissolvono i tuoi subitanei moti di rabbia o di delusione, o forse solo di frustrazione, che già conosci bene e preannunci arrossando di colpo il volto e infossando la pelle della fronte e del mento in rughe effimere, che distendi e fai sparire al primo sorso di latte, alla prima carezza, alla prima nota del fischiettare di papà.

Beatrice, cucù!
È semplicemente
questo il segno,
che ho tracciato
e ritracciato lentamente:
hai già due giorni in più.

F.

sabato 11 giugno 2016

Franz

L'aereo decolla verso un cielo triestino che copre Venezia. Sulle Alpi, masse di cotone.
In un corridoio dell'aeroporto di arrivo, un gruppo di italiani davanti ad un piccolo televisore: a turno, ciascuno gli si mette di lato per mantenere l'antenna nell'unica posizione in cui l'apparecchio restituisce le immagini di maglie azzurre e maglie bianche sul verde dell'erba finché, per seguire meglio l'azione, si inclina verso lo schermo, molla lievemente la presa e provoca così un immediato oooh collettivo di delusione per la neve che inghiotte la partita.
Scale mobili incanalate in tubi di plastica trasparente, incrociati tra loro a diverse altezze. Gioco con l'inclinazione della gomma sotto i piedi.
Dal portafoglio di mio padre, gonfio, escono dei franchi per pagare il bus.
Rusandidicators: così, con il 14 alla fine.
Ogni mattina, un'acrobazia di mio padre, il più coraggioso di noi: un fià de plu de lat, silvuplè. Efficace e fedele ad un tempo al nostro dialetto.
Camminiamo aiutati dalla guida del Touring, la nostra unica bussola, oltre alle stelle dei nomi dei posti che hanno attraversato l'Ottocento e le frontiere per arrivare fino a noi.
Devo trattenere la pipì un po' più a lungo del solito: non come quando non c'è tempo da sacrificare al gioco, come ai tempi dell'asilo, giusto il tempo di trovare la monetina giusta per aprire la porta del bagno dei bar.
Pioviggina sulla torta salata e su noi cinque, seduti accostati su una panchina davanti ai sexy shops.
Pioviggina anche quando mi ritraggono al carboncino, per espresso, convinto volere di mio padre. Ma quanto ci vuole? Per non sentire lo sguardo dei passanti che passeggiano disegnando cerchi attorno alla piazza, mi concentro sugli occhi del ritrattista, come dal dentista. Durante questo esercizio, cominciano ad apparire sulla carta grigia una lotta tra occhi asimmetrici e zigomi ed un lembo del mio capauei. Ooorzoueichefregaischeiasufradelcolcapaueeei.
Animali piazzati in alto, non tanto quanto il signor Eiffel che sta inspiegabilmente chiuso nel suo ufficio e snobba la vista che ha dal terrazzo, ma pur sempre in cima alla cattedrale, sopra i tetti della città.
Un'immagine scolpita sullo schienale di una sedia di legno scuro appartenuta a Francesco I. Cosa vedete? Cosa vi colpisce? - chiede la guida. La prospettiva - rispondo io. Tutti si girano verso di me  (non conoscono la professoressa Velicogna). È la fine: la guida non mi lascia più in pace durante tutta la visita del castello.
Leonardo, perché qua? - chiedo ad una lapide.
La maestà di una  patata tagliata a spirale nel giardino di Luigi XIV, all'ombra degli alberi.
Ninfee. Campi. Prati. Ruscelli. Colazioni sull'erba. La natura si è rifugiata nei quadri (Trieste, tra mare e Carso). Mia madre, Rossella e Jure si attardano. Mio padre ed io li aspettiamo fuori, al sole, le schiene distese su un muro. Indosso una delle mie magliette preferite, la gialla. Quella con la vela e le nuvole me la tengo per le grandi occasioni. 
Mi sento protetta, a parte quando mandano davanti me, in esplorazione. È così che scendo da sola nei bagni di un ristorante di lusso. Luci, specchi, lavandini senza traccia di una goccia, profumi, asciugamani di lino, cestini di vimini per buttare questi ultimi dentro solo dopo un utilizzo. Identifico e contabilizzo tutto per il successivo rapporto da fare al tavolo. Missione compiuta, anche gli adulti possono scendere, ora.
Le lacrime di mia madre in ascensore, in rusandidicators. Mentre la consoliamo, maledico il borseggiatore dei grandi magazzini che la fa sentire così ferita.
Una sera da sola, in albergo. Passa presto. Il Crazy Horse non fa per me, pare. Mia madre, al ritorno, dice che avrei potuto andarci anch'io.
Bandiere italiane sventolanti su tutti gli Champs-Élysées, fino all'arco di trionfo, non per me o per i miei, che lavorano in viale Campi Elisi 33, ma per Pertini, ospite di Mitterrand.
L'odore della metropolitana, il tagliandino dell'abbonamento nella sua protezione di plastica. Sottosuolo piastrellato con piastrelle ben più vecchie di quelle del bagno di mia nonna, che mi tiene il cane in campagna, mentre sono via.
Caterina de' Medici nel giardino del Lussemburgo. La statua, non lei. Quanti re, come nella storia insegnata a scuola. Il solo di cui abbia mai sentito parlare fuori da scuola è Franz: me ne ha parlato mio nonno, durante una partita di scopa giocata a casa sua, al sesto piano - dove più forte si è sentito il terremoto, qualche anno fa - su un tavolo ricoperto da una copertura verde gommosa con dei rilievi romboidali: dei veri professionisti.
A pallavolo chiamano così anche me, Franz. Non ho i baffi, però. È l'inizio di luglio del 1982: ho 11 anni e 7 mesi - quasi 8.

La partita è la semifinale Italia-Polonia, dice Wikipedia.
La hit parade me la ricorda Youtube. Musicalmente parlando, su tutti, la Rettore, non c'è gara. Fisicamente, però, Miguel Bosé.
Il numero di telefono di viale Campi Elisi 33 è 300717, dice ancora oggi la mia testa. 
L'esperimento è riuscito solo parzialmente. Kein Wunder. Deve essere colpa di alcune foto, scattate allora e riviste forse un paio di volte, nonché delle lunghe discussioni fatte al ritorno a casa. E poi ci sono la mia lingua ed i miei pensieri di oggi. Tutto si sovrappone. Per distinguere tutti gli strati, ci vorrebbe uno Schliemann.

mercoledì 9 settembre 2015

Queste saremmo noi

Queste saremmo noi, se avessimo una foto che ci ritrae assieme, ma la foto non esiste, perché lei fotografa me, oltre ad altre cose, mentre io fotografo sempre meno e comunque, di preferenza, cartelli.
Lei sarebbe la bionda, con le gambe lunghe, io quella con il ciuffo bianco alla Aldo Moro, cui devo ricorrere non solo per riferimenti appresi per meri motivi d'anagrafe, ma soprattutto perché nessuno, a parte gli Stefani, conosce il ciuffo che mi viene da mia madre e, come avranno già capito i lettori più scaltri, con le gambe non altrettanto lunghe, nonostante non avessi l'intenzione di usare un eufemismo, ma ormai è fatta e non ho voglia di tornare indietro, cancellare e trovare l'espressione realistica appropriata, ché mi aspetta l'ultimo capitolo di LTI di Klemperer e non vorrei farlo aspettare troppo.
Lei sarebbe quella che usa il corpo per muoversi verso nuove mete, forare il vento - capacità da non sottovalutare, in quanto appresa nel paesaggio triestino, dove il vento può farsi muro -, arrivare in tempo a prendere l'aereo pur partendo tardi perché il tempo passato al gate sarebbe tempo perso, mentre io quella che se lo porta visibilmente dietro perché non saprebbe dove lasciarlo, quando si sposta, naturalmente con un generoso anticipo, se da sola, generoso perché regala sempre tempi supplementari per la lettura, cancellando la nozione di attesa. In una foto che ci cogliesse uscire dal portone di casa, presa verosimilmente da Maria, la portinaia portoghese, usciremmo ad un orario intermedio tra il mio ed il suo, come si capirebbe chiaramente dal fatto che non correremmo, né io mi fermerei a leggere l'avviso dell'EDF sul portone, che pure sarebbe ben visibile, sullo sfondo, ché Maria è precisa e ha la mano ferma. Il tacco alto che si vedrebbe in basso a destra, sotto il mio piede, sarebbe di una passante: si tratterebbe di un banale scherzo prospettico, non voluto da Maria.
Più in generale, lei sarebbe quella con gli occhiali da sole sui capelli, evidentemente fotofobici, io da vista, sul naso, a stampigliarvi una striscia bianca dietro il ponte, quando il sole è abbastanza forte da abbronzarmi.
Lei sarebbe quella con la sciarpa, io anche.
Lei sarebbe quella senza borsetta, ché è un oggetto inutile, a parte la mia.
Lei sarebbe quella pettinata, in ogni circostanza meteorologica fissata dalla foto, se ci fosse. Lei, ripeto.
Lei sarebbe quella che distrae lo sguardo per usare l'app che non è ancora uscita, io quella con lo sguardo interrogativo di chi, usando la semplice funzione telefonica, ormai abbastanza accessoria e teoricamente non troppo complicata, per parlare con la propria madre, nota una prima coincidenza nel vedere lei che risponde dopo il primo squillo e una seconda nel sentire la voce di lei, e non quella materna - due coincidenze, non una selezione di un numero sbagliato.
Lei sarebbe quella che riesce a fare un trasloco in bicicletta; non sarebbero degli oggetti fotomontati, quelli che vedeste nel suo cestino, mentre io sarei quella che arranca dietro, piccola piccola, quasi presa per sbaglio nel quadro della foto.
Lei sarebbe quella che si ritrae un po' trovando il coraggio necessario per affrontare lo scatto della macchina fotografica con un movimento delle spalle verso il ritrattista e/o socchiudendo gli occhi, io quella che trova più efficace, come rimedio, frapporre tra la macchina ed il proprio volto le mani, che lei trova belle, per inciso di vanagloria.
Lei sarebbe quella che, se la foto, oltre ad esistere, parlasse, avrebbe un bellissimo accento austro-ungarico, discorrendo in tedesco, ereditato dalla nonna, e con qualche lieve sfumatura milanese, nella pronuncia italiana, che non si spingerebbe tuttavia ad appropriarsi di aperture vocaliche paragonabili alla sottil[ɛ]tta. A me non va di parlare del mio accento, non solo perché se la foto parlasse sarebbe un video, ma anche perché ci pensano già i francesi, durante quasi ogni primo incontro, a farlo. E, nell'ipotesi detta, sarebbero le sue, le scarpe che scricchiolano, sia chiaro.
E credo che si vedrebbe, comunque, davanti al portone di casa o in qualsiasi altro luogo, che ci amiamo.
E sì, Klemperer, scusa, arrivo.

domenica 25 gennaio 2015

Domenica, 25 gennaio 2015

Mi trovo in quel tempo sospeso che si interpone alla realtà delle cose, in cui abbandono per un po' il presente, un presente uguale ad altri presenti, e guardo al futuro e, per farlo, mi metto a scrivere, in modo che il tempo si fermi per il tempo necessario alla riflessione, di cui sarò libera, come quasi sempre accade, di pentirmi, per la probabile pochezza e la certa effimerità dei suoi risultati.
In questo preciso presente, l'asse da stiro è pronto, ma la mia mano non ancora ad affrontare il ferro, delle carte da leggere impigriscono sul tavolo, un dolce aspetta di prendere forma dalle mie mani, una poesia inglese non riesce ad attraversare la frontiera con l'italiano e rimane un abbozzo (Mi sono messa il cappotto largo ché fa freddo./È un indumento esterno./Ruvido, di lana./Di origine sconosciuta./Ha una fodera interna raffinata, ma è/come oggetto esterno che lo vedi — una grazia),
e la strage di Charlie Hebdo e dell'Hyper Casher,
le sirene continue, i falsi allarmi, il métro che si fa nemico,
la consultazione compulsiva di Twitter/Le Parisien/Libé/Le Point/i giornali italiani... (Le Monde è inutile, nell'immediatezza di fatti),
il giro in bici intrapreso per andare a vedere la via in cui abiteremo da marzo e finito giocoforza poco prima di arrivarci, inghiottito dai luoghi degli attacchi con le lacrime che mi rigano il volto in orizzontale, a fianco del marciapiede dove Ahmed è caduto per sempre ed in cima alla via che ospita la sede del giornale, dove un violoncellista, davanti a montagne di fiori e matite e biglietti, a una processione laica e silenziosa e ad un giornalista televisivo americano in posa per il trucco, sistema la sedia e lo strumento ed intona Bach,
le domande e le discussioni con i passanti che per la prima volta in quasi sei anni mi vedono e si fanno all'improvviso ciarlieri,
l'obbligo di sentirsi Charlie,
la manifestazione più grande, per numero di partecipanti e contraddizioni, cui abbia mai preso parte, 
le parole repubblicane sacralizzate, ripetute e scandite a voce e per iscritto, forse mai così deboli, almeno a mia memoria,
la fila al chiosco dei giornali al buio delle sette di mattina,
un giornaletto dalla copertina verde che ora pende, ripiegato male, da una mensola, 

tutto questo ed altro sta per prendere posto nei miei ricordi,
mentre decine di persone trovano invece posto in carcere ogni giorno per apologia di terrorismo,
in questo preciso presente guardo alla Grecia e al futuro dell'Europa e il passato, recente e meno recente legato alla mia esistenza, scompare, in un unico blocco di materiale composito italo-slavo-germano-francese

tutto scompare

tutto, tranne poche note di una canzone di settant'anni fa, che sorvolano per pochi istanti una piazza di Atene, in una sera di fine gennaio del 2015:


Ci hanno provato in tutti i modi, dopo ogni singola elezione, a deludermi, a farmi cambiare le mie vecchie idee, nate in un secolo ormai passato, ad instillarmi rassegnazione o cinismo, ma io, ad ogni nuova elezione, che sia di un comune o di un paese, cui abbia diritto di partecipare o meno, dimentico tutto e ritrovo spazio per la speranza.

sabato 27 dicembre 2014

Renzi sul mio divano

C'era Renzi sul mio divano, poche sere fa. Un flusso continuo di parole (rò-rà-remo-rò-rà-remo-rò-rà-remo) mitragliate all'altezza dei cuscini e diffuse ovunque nella stanza: impossibile ignorarlo. Rò-rà-remo. Abbandonato lì disteso da mia madre, interessata a sentir parlare di cose italiane anche quando viene a trovarmi, dentro un piccolo apparecchio elettronico che ne diffondeva la voce da uno studio televisivo fino a me. Rò-rà-remo. Renzi a casa mia, dico, ché la sua voce è tutto quello di cui sembra essere composto. Non sembra avere corpo, pensieri, non suoi almeno*, o parole di qualche significato che vadano al di là dell'affermazione di sé e - a ruota - della denigrazione dell'avversario, specie se del proprio partito. Rò-rà-remo-rò-rà-remo-rò-rà-remo. Non sono neanche sicurissima parlasse italiano, quella sera in cui ha occupato abusivamente il mio divano: nessuna pausa o titubanza, troppa energia, troppa fretta, troppi verbi coniugati al futuro, un verbo su tutti: fare. Farò-farà-faremo.
Per sua fortuna la mia stanchezza decembrina impediva alla stizza di montare**, mentre lui non aveva pietà, né di me né del suo interlocutore, che deve aver infilato due mezze parole compiacenti, tra una raffica verbale e l'altra.
Togliti da lì, pensavo, se proprio non puoi smetterla, levati dal mio divano, che è dedicato esclusivamente ad Oblomov e ai suoi seguaci, vai a trovare Hollande, proponigli una gara in scooter, sfida Valls a corsa, tieni una conferenza sul patto del Nazareno o sulla fraternité con i compagni di partito a Sciences Po, vai a farti fotografare in una posa plastica mentre corri davanti alla tour Eiffel, buca le Ninfee di Monet per cercare Leonardo, vai a vedere la Gioconda e smarrisciti nel suo enigma***, se possibile. Oppure, più semplicemente, non dico di tacere, che è azione articolata, ma respira, respira ogni tanto e, per una volta nella vita, compi una piccola azione da uomo: infragilisciti.

* In this present crisis, government is not the solution to our problem, government is the problem, Ronald Reagan, 20 gennaio 1981.
New Labour believes in a flexible labour market that serves employers and employees alike, Manifesto del Partito laburista, 1997 
** Mi sono riposata, in questi ultimi due giorni: ma ch'el vadi in monazza, ch'el vadi. 
*** Anche perché diciamo la verità: la Gioconda è più enigmatica che bella, Matteo Renzi, Stil novo, Rizzoli 2012.

sabato 2 agosto 2014

Le foto migliori

Le foto migliori dello spicchio nordoccidentale della Polonia in cui sono passata sono, al solito, quelle che ho deciso di non scattare, in questo caso quelle dei posti dove più brutali appaiono i segni dell'evoluzione intrapresa dal paese da quando è libero di comprare uno yogurt Danone in qualsiasi sklep della campagna più interna.

Non le ho fatte, queste foto, nonostante fossero impareggiabili e le avvertissi pure come necessarie, vuoi perché temevo di offendere le persone del posto vuoi perché non disponevo di un grandangolo che potesse (e non ne esiste uno che possa) racchiudere le distese circensi che si sviluppano in alcuni centri abitati della costa del Mar Baltico e che, pure fortunatamente intervallate da boschi e lunghi tratti di costa e di campagna risparmiati dalla violenza immobiliare, restano comunque uno schiaffo ed un insulto alle speranze di tutti coloro che hanno patito l'occupazione tedesca e/o il successivo regime comunista.

Alla prima categoria appartiene una foto di una bancarella di Ustka, che su un suo fianco ha appese, incorniciate tutte allo stesso modo, delle immagini che riportano, in modo alternato e regolare, riproduzioni di cani e di papi, non dissimili - papi e cani - dall'iconografia dei papibuoni e dei padripii. Un papa circondato da una luce diffusa giallastra contenente delle sfumature di rosa e di arancione. Un pastore tedesco aureolato dalla stessa identica luce, e poi altro papa, altro cane, papa-cane-papa-cane e via andare, riga per riga, e a capo alla fine di ogni riga, dall'altezza del banco di vendita fino a terra. Se si ha fortuna, si può apprezzarne la fattura e la disposizione al suono, che fa picchiettare i piedi dei clienti in attesa di ricevere l'ordinazione ad un chiosco, di Laśiatemy kantaare, con la kitarra immano, laśiatemy kantare, pekhé ne sono wiero, e di Mammammà mammammariammà cantate laiv e ridiffuse da casse potenti, tanto da bucare il suono del vento, altrove magnifico (mai come a Ustka ho provato gratitudine per il depistaggio identitario che mi assicurano i miei zigomi slavi, purché abbia l'accortezza di tenere la bocca chiusa, naturalmente).

Alla seconda categoria appartiene una foto d'insieme di Międzywodzie, da me subito, per forza di cose, affettuosamente identificata come terra di bisiacchi in salsa baltica, avendo deciso entrambi i luoghi di portarsi nel nome la comune collocazione in mezzo a delle acque: un reticolo di strade ortogonali percorse da bici a noleggio a forma di bob o di auto da formula 1, ma mai di bici, e contrassegnate da tristi condomini di recente costruzione in stile anni '70, in cui regna non solo l'horror vacui, ma anche quello per le linee curve e per qualsiasi parvenza di simmetria o di vago equilibrio, separati gli uni dagli altri da luminosi e fragorosi giochi da fiera paesana ed autoscontri, rivendite di birre e tabacchi e caramelle, variopinte baracche di pesce fritto, pizza e, soprattutto, dolci (leggasi gofry/lody/rurki e desery in generale, rigorosamente in questo ordine).

Ci sarebbe anche una terza categoria di foto belle non scattate, la più inafferrabile e la più controversa, che vede accomunate Polonia e Italia, oltre che dall'uso di alcune parole come pomidor, arancio, pałac e autostrada, anche dall'aver scelto di sotterrare, in qualche forziere al momento ben nascosto, il loro prezioso entuzjazm.

Restano quindi solo le foto peggiori di cui, per rispetto, mi permetto di lasciare solo due esemplari.

 

venerdì 16 maggio 2014

Ici existait au XIVème siècle

(La flaida, in triestino, è una vestaglia e, in senso lato, un vestito piuttosto lungo, largo ed informe. Parola indispensabile, almeno per me.)
(Ah, e poi el mato non è un matto, ma è solo un tizio. Meno indispensabile, ma da non sottovalutare: qualsiasi tizio è un mato, il che esclude categoricamente che qualcuno possa essere normale.)

"Ici existait au XIVème siècle l'église Sainte-Claire dans laquelle à l'aube du 6 avril 1327 Pétrarque conçut pour Laure un sublime amour qui les fit immortels"- dice, tra inspiegabili virgolette, una targa ad Avignone, che non ho cercato e che stavo persino rischiando di lasciare dietro di me, ignorandola per sempre. 


Accortamene solo perché richiamata da E., che ben conosce la mia cronica predisposizione a leggere targhe (e insegne, indicazioni, piccoli annunci, avvisi di smarrimenti di felini, scarabocchi, etc.), ho varcato la porta dell'ex chiesa, per vedere che ne resta ora, tra un teatro e un giardino interno, che occupano gran parte del terreno - poco, pochissimo resta - e soprattutto per incrociare i miei passi con i loro, anche se un po' in ritardo, in un momento impercettibilmente sfasato, almeno rispetto alla scala del tempo della presenza dei dinosauri sulla terra. È tutto presente, letterariamente parlando, senza rughe o segni del tempo, è levigato, spianato, uniforme, compatto: Voglia mi sprona, Amor mi guida et scorge, Piacer mi tira, Usanza mi trasporta. Così come è presente la mia visita nella navata fattasi cortile di condominio di provincia, che ripasso ora, scrivendone, come se dovesse presentarsi da un momento all'altro il postino o il gatto dei vicini.

 
Avanzo lentamente, tra gli alberi e l'ingresso del teatro, più volte tornando indietro, verso la cappella, e canticchiando, ma molto internamente, tra fegato e milza, sull'aria di Munastero 'e Santa Chiara, tengo 'o core scuro scuro... con passo molto più rilassato e zigzagante di quello dritto e perentorio con cui Jack Lemmon entra nel monastero in Maccheroni. Guardo gli alberi, faccio un paio di foto, mi metto a pensare se Laura si sia scoperta il capo per sputare a terra, come fece Flamenca, solo qualche anno dopo. Propendo per il sì.


Rispetto alla stessa scala temporale dei dinosauri, appena qualche minuto fa stavo salendo per la prima volta un'altra scala, quella del mio liceo, intitolato allo stesso poeta e per questo ospitante una sua statua, di fattura approssimativa ma di fisionomia indiscutibile, collocata in cortile, nascosta alla strada ma ben visibile dalla scalinata interna, che ora percorro a fianco di un ragazzo con cui sto per condividere, fresco amico, anche se ancora non lo so, cinque lunghi anni della mia vita. Volge lo sguardo a sinistra, verso la vetrata, rallenta, cerca un interlocutore e trova me, cui decide di rivolgere le sue prime parole da quando ha parcheggiato il motorino sul marciapiede bucherellato da molti cavalletti prima del suo: "Ma chi xe quel mato cola flaida?"

Voglia mi sprona, Amor mi guida et scorge,
Piacer mi tira, Usanza mi trasporta,
Speranza mi lusinga et riconforta
et la man destra al cor già stanco porge;

e ’l misero la prende, et non s’accorge
di nostra cieca et disleale scorta:
regnano i sensi, et la ragion è morta;
de l’un vago desio l’altro risorge.

Vertute, Honor, Bellezza, atto gentile,
dolci parole ai be’ rami m’àn giunto
ove soavemente il cor s’invesca.

Mille trecento ventisette, a punto
su l’ora prima, il dí sesto d’aprile,
nel laberinto intrai, né veggio ond’esca.

*

Era il giorno ch’al sol si scoloraro 
per la pietà del suo factore i rai, 
quando i’ fui preso, et non me ne guardai, 
ché i be’ vostr’occhi, donna, mi legaro. 
Tempo non mi parea da far riparo 
contra’ colpi d’Amor: però n’andai 
secur, senza sospetto; onde i mei guai 
nel commune dolor s’incomminciaro. 
Trovòmmi Amor del tutto disarmato 
et aperta la via per gli occhi al core, 
che di lagrime son fatti uscio et varco: 
però al mio parer non li fu honore 
ferir me de saetta in quello stato, 
a voi armata non mostrar pur l’arco.

*

Benedetto sia ’l giorno e ’l mese e l’anno 
e la stagione e ’l tempo e l’ora e ’l punto 
e ’l bel paese e ’l loco ov’io fui giunto 
da’ duo begli occhi che legato m’ànno; 
e benedetto il primo dolce affanno 
ch’i’ebbi ad esser con Amor congiunto, 
e l’arco e le saette ond’i' fui punto, 
e le piaghe che ’nfin al cor mi vanno. 
Benedette le voci tante ch’io 
chiamando il nome de mia Donna ò sparte, 
e i sospiri e le lagrime e ’l desio; 
e benedette sian tutte le carte 
ov’io fama l’acquisto, e ’l pensier mio, 
ch’è sol di lei; sì ch’altra non v’ha parte.

*

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi 
che ’n mille dolci nodi gli avolgea, 
e ’l vago lume oltra misura ardea 
di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi; 
e ’l viso di pietosi color’ farsi, 
non so se vero o falso, mi parea: 
i’ che l’ésca amorosa al petto avea, 
qual meraviglia se di sùbito arsi? 
Non era l’andar suo cosa mortale, 
ma d’angelica forma, et le parole 
sonavan altro, che pur voce humana: 
uno spirto celeste, un vivo sole 
fu quel ch’i' vidi; et se non fosse or tale, 
piagha per allentar d’aro non sana.

martedì 29 aprile 2014

« Nous avons encore quelques éléments mais je n’ai pas les preuves donc je ne peux pas ici les donner »

Le armi chimiche in Siria le avrebbero usate i ribelli siriani. Riforniti ed addestrati dai turchi. Così almeno ha scritto Hersh sulla London Review of Books, una prima volta a dicembre, una seconda volta ad aprile (in Italia Repubblica ha ripreso almeno il secondo pezzo). La prima volta, gli americani hanno smentito, sostenendo che Hersh ha detto il falso. Qualcuno ne ha negato la possibilità anche questa volta.
È possibile che Hersh e la London Review of Books che l'ha pubblicato per ben due volte siano privi di qualsiasi attendibilità. Come se nulla fosse, infatti, Hollande ha ripreso ad accusare Assad per un nuovo attacco, questa volta con armi chimiche a base di cloro. Tuttavia, le dichiarazioni di Hollande non necessitano di controlli, verifiche, repliche o smentite. Hollande, infatti, non può fornire prove perché non ne ha. Dispone di qualche elemento. Non fornisce neppure quello, comunque. La teoria di Hollande è ancora più parca della teoria della Rosina ("mostrarla e non darla", come facevano Bush e Blair con le presunte prove dell'esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq): on ne doit ni la montrer, ni la donner.
Se gli gira, Hollande può intervenire militarmente senza il previo consenso dell'Assemblée Nationale, che è richiesto solo per autorizzare interventi più lunghi di quattro mesi. Si vede che c'est normal, come si risponde ad ogni interrogativo posto dallo straniero scettico, o semplicemente curioso, e comunque, nella fattispecie, irrecuperabilmente obnubilato dalle pregresse esperienze della cultura parlamentare del proprio Paese d'origine - a sua volta in via di progressivo, modernissimo e democratico indebolimento (dev'essere normale anche questo). È sicuramente costituzionalmente normal. Anzi, è più che normal, è persino al di sotto delle aspettative, visto che l'opinione pubblica e molta stampa tendono a rimproverare a Hollande mancanza d'autorità, non mancanza di trasparenza democratica o di iniziativa diplomatica.
Mai avrei immaginato di dover piazzare un giorno il Presidente della Repubblica francese più in basso della Rosina. Mai neanche di ritrovarmi così spaesata, e non solo rispetto alla Francia, ma rispetto al tempo in cui mi trovo a vivere.

domenica 13 aprile 2014

Eppure

Paris à Velib' from Paul on Vimeo.

Non l'ho girato io, il video, eppure riproduce una parte del mio tragitto quando torno a casa dal lavoro. Non è mio, eppure restituisce un po' delle sensazioni che provo quando divento vélibiste. Mi ricorda, tra le varie cose, che nessuno è unico (difficile dimenticarsene, del resto, in una città popolosa). La differenza più marcata rispetto alla mia esperienza è la colonna sonora: la mia, anche se sono nata ben dopo queste note, è un misto di Voglio vivere così, col sole in fronte, e felice canto, beatamente, adatta ai momenti di gaudente ciondolio tra le strade secondarie e poco frequentate, e di Io sono il vento, più consona ai sorpassi degli automobilisti in coda nelle grandi arterie. Porelli, gli automobilisti. Breve istante di solidarietà umana. Finito: spero si estinguano, come i dinosauri.

lunedì 17 marzo 2014

Presentazione del candidato inesistente

Buongiorno.
Mi chiamo Ernesto, non sono nuovo e sto pure invecchiando. Marisa si è stufata di me. Io invece le voglio ancora bene. Non ho figli. Non ho neanche animali domestici. Ne ho avuto uno: si chiamava Bebi ed era un bassotto. 
Non ho idee nuove, ho solo qualche idea assimilata e sviluppata un po' negli anni. Nella mia famiglia, mio nonno è stato il solo ad avere idee nuove per questo paese. Era azionista. Il PdA è morto a ragione, a detta di molti, perché da molti era considerato elitario (alcuni lo dicono ancora ed altro non sanno aggiungere): mio nonno non lo era.
Non posso cambiare tutto. Anzi, non posso promettere proprio niente. Posso dare il mio contributo, però, se sarò eletto.
Certe cose non andrebbero cambiate. La repubblica parlamentare, per esempio. Altre sì: l'Unione Europea, la cooperazione con gli stati del Mediterraneo, l'accoglienza dello straniero, le condizioni dei carcerati, l'istruzione degli ultimi della classe, la tutela di ogni minoranza (i primi della classe e la maggioranza si possono entrambi difendere da sé), la promozione della ricerca in ogni campo del sapere, il rapporto tra lo Stato ed il cittadino, per migliorare il quale entrambi dovrebbero rimettersi in discussione, e la lingua delle leggi, per fare degli altri esempi.
So abbastanza bene cos'è un bilancio. So anche distinguere un diritto da un privilegio, una licenza dalla libertà, un paesaggio bello da un frullato di case e centri commerciali versato su una pianura o in una valle da una mano maldestra.
È un piccolo paese, il nostro, che non crea sostanzialmente nulla di originale e benefico per le persone presenti e per quelle a venire. Almeno per questo motivo non sarebbe adatto alle fanfaronate, almeno teoricamente.
A dire il vero, mi vergogno a candidarmi. Votate per qualcun altro.
Arrivederci.

mercoledì 27 novembre 2013

déchu

un o qu'on met
devant l'u de
au-dessus de la loi

venerdì 1 novembre 2013

Picio muleto biondo ovvero l'europeo


dice un verso di Giotti. Piccolo bambino biondo, sarebbe, chiaro. Ma piccolo bambino biondo puzza di Gozzano. Giotti scomparirebbe, in una trasposizione in italiano. Per capire il senso della versione originale in dialetto non ci vuole molto, per chi non sia triestino, basta aver sentito dire almeno una volta che a Trieste le ragazze ed i ragazzi sono mule e muli, per quanto strano possa sembrare, immagino, almeno la prima volta e forse anche la seconda e la terza. Immagino, perché io picia sono nata e picia muleta sono diventata nel giro di qualche anno e altri muleti ne ho visti per un bel po' di tempo, nella prima parte della mia vita. Quello che non si recupera, credo, è l'effetto del verso in un orecchio madrelingua, per così dire, che lo percepisce senza filtri, ausilii o trasposizioni, in modo immediato, per quello che è, l'esemplare più classico ed indifeso del mondo dell'infanzia, solo, isolato da tutto il resto, che è a misura di adulto:

picio muleto biondo.

Ogni alterazione del verso lo avvicinerebbe, forse, alle orecchie del lettore di altri luoghi, ma lo allontanerebbe da Giotti e dalla normalità delle sue parole, che non conoscono alcuna sdolcinatura o il minimo vezzeggiamento.
Considerando il procedimento inverso, di una parola nata all'estero e trasposta in dialetto, Zanzotto avverte la necessità di tradurre Knabe in nevodet o per farlo proprio, per sentirlo meglio, con tutte le sue corde, e non solo con quelle di Hölderlin, o per un desiderio di dimostrare che lui lo sente davvero, il verso tedesco, oltre che per evitare, con un eventuale ricorso a nipotino, ancora una volta, quel povero paria della lingua italiana che è diventato, anzi, che è sempre stato, Gozzano.
Non è la solita, trita questione della possibilità o meno di tradurre, o dei limiti delle traduzioni, su cui sto cercando di ragionare, tuttavia. Sto cercando, piuttosto, di pensare al potere della parola, ed in particolare al modo in cui si considera l'altro, al modo in cui lo si fa a seconda della familiarità o della estraneità del linguaggio usato per definirlo, l'altro, e alle conseguenze dell'uso di un linguaggio familiare o estraneo. Mi sembra che un 

picio muleto biondo,

lasciato nel suo verso originale, possa suscitare umana attenzione, sensibilità ed anche immediato affetto, solo in chi percepisce il picio muleto biondo come un picio muleto biondo. Negli altri, può e potrebbe restare sempre solo un essere esotico, con cui si ha ben poco da condividere, a parte, probabilmente, la curiosità di osservarlo da lontano, oltre il vetro di una finestra o - visti i tempi - di uno schermo. Così come resta in fondo familiare nel senso, ma estraneo nel segno, Knabe nelle orecchie di Zanzotto, pur ammiratore di Hölderlin, che invocava come fosse un santo, durante la resistenza, perché potesse ispirare versi alla sua mano tremante.
Per esempio, mi chiedo: se un italiano che conosca anche pochissimo o quasi per nulla il francese sente la parola homme, cosa avverte? Io credo che capisca senza difficoltà che homme è uomo (lo capirebbe anche mia nonna, di parlata veneta, che in effetti chiama uomo allo stesso modo, solo scritto diversamente: óm), ma credo anche che ci sia la possibilità, non remota, che possa percepire homme avvolto da un'aura laicamente sacralizzata, se gli è capitato di sentire parlare più di qualche volta della déclaration universelle des droits de l'homme. Un homme che resta astratto, idealizzato, non un uomo concreto.
E una femme? Non evoca intrecci amorosi, tradimenti e il fascino che una donna, invece, senza aggettivi o in assenza di immagini concrete non riesce necessariamente a suscitare nell'immediato? Mi sbaglio?
E un uomo su un monopattino, che reazioni o visioni genera, rispetto ad un homme sur une trottinette? Non appare una venatura inevitabilmente ridicola, nel secondo caso, in un italiano? Non ricevono forme e gradi di attenzione e considerazione diverse, queste due persone, in linea di principio identiche, ma, nella realtà della lingua e delle sue varianti, diverse? Mi sbaglio anche qui?
E un sans-papiers? Non sembra altro da un emigrante - prendiamo - uzbeko? Non sembra provenire da un mondo diverso da quello dei paesi degli emigranti che arrivano in Italia? E un emigrante non è forse diverso da un migrante o da un immigrato, anche se ogni emigrante, prima di diventare - se ha fortuna - immigrato, passa sempre per una temporanea condizione di migrante, anche se, insomma, è pur sempre la stessa persona? E non sarebbe motore di una politica dell'immigrazione diversa, in Europa, un'opinione pubblica che cominciasse a leggere e a sentire parlare quotidianamente di uomini in cerca di lavoro e non di extracomunitari o di clandestini? E perché è diventato un dogma, il fatto che in mancanza di passaporto un uomo non sia più un uomo, ma un irregolare?
Negli ultimi tempi Marine Le Pen si dedica al linguaggio apertamente e con insistenza, raccomandando ai giornalisti di non chiamare il Front National un partito di estrema destra, al punto da sottoporre coloro che non si attengano alle sue raccomandazioni alla minaccia di azioni legali. Vorrebbe veder riconosciuto anche nel linguaggio ufficiale il raggiungimento dell'obiettivo - maldestro, non riuscito, in linea di principio, ma di fatto già pagante, in termini di bacino elettorale in continua espansione - che si è data da tempo, cioè quello di dédiaboliser il partito; di sdoganarlo, direbbero gli italiani, che da buoni cattolici non credono al diavolo, ma che diabolici debbono considerare le dogane, i dazi e, in senso lato, lo stato e le imposte.
Ci tiene anche Hollande, alle parole. Quando era partito lancia in resta, nel corso di una delle fasi più acute della crisi siriana (più acute all'estero, ché in Siria va da schifo da un bel po'), prima di trovare davanti a sé il muro del Parlamento inglese e pure quello del Congresso statunitense, aveva dichiarato che la Francia si sarebbe assunta le responsabilità militari e che se le sarebbe assunte in modo semantico. Ci teneva ad esprimere, credo, il fatto che l'Eliseo non avrebbe tentennato, nella sua azione in risposta all'uso di armi chimiche in Siria. Cosa che poi, in realtà, ha fatto. Aveva inconsciamente confessato tutta la sua indecisione, con quel suo de façon sémantique.
Quando Silvio Berlusconi avverte la necessità di chiamare i suoi avversari politici o i magistrati "comunisti", ne marca la diversità da sé, cerca di identificarli come esponenti politici e funzionari ideologizzati, intrinsecamente illiberali ed antidemocratici, incapaci di dialogare e di garantire una giustizia giusta, in una parola pericolosi, perché è al pericolo rosso, che si richiama, in un paese conservatore come l'Italia. Da qui la facilità e la spavalderia - impunita, priva di conseguenze - con cui è riuscito a designare come coglioni gli elettori dei partiti di sinistra. Perché sa che il serbatoio elettorale della destra, in Italia, ha delle potenzialità enormi: dei coglioni di sinistra non ha mai avuto bisogno, come non ha mai saputo che farsene, del dialogo con l'opposizione, una volta assunto il potere. È, Berlusconi, uno che è bastato e basta a se stesso. La cultura del confronto democratico, all'interno del suo partito e nell'ambito del rapporto con gli altri partiti o le istituzioni o, più in generale, con la società, gli è estranea, ma ha pur sempre bisogno vitale di giustificare il suo rifiuto delle regole di base democratiche, interne ed esterne ai partiti e alle istituzioni, e la voglia di stravolgerle in favore dei propri interessi, addossando all'altro, e non a sé, la responsabilità intera del mancato confronto. Da qui, la necessità di trovare un nome per escludere l'altro dal proprio mondo: questa esclusione, lui, l'ha trovata nella parola comunista. Non è diverso dal modo in cui molti statunitensi considerano gli stati europei: sono tutti socialist countries, ai loro occhi, con la notevole eccezione dell'Inghilterra. E nei socialists non si può riporre alcuna fiducia, sono rappresentanti di un mondo vecchio, antimoderno, che non merita alcun rispetto o considerazione e che non suscita alcuna curiosità, salvo, al più, quella che può emanare da un luogo decadente, ma condannato a scomparire. È difficile trasmettere ad uno statunitense che mi dica che vivo in un socialist country la mia mentale risposta italiana: magari! Così come è difficile spiegare ad un francese o ad un tedesco chi siano mai i comunisti in Italia, il primo pensando all'Italia come ad un paese prima di tutto cattolico, ed in seconda battuta disonesto e furbeggiante (dicono imbroglio tale e quale, i francesi, in francese), e il secondo sentendosi orfano di quel paese, privato di un luogo bello, uno dei più belli cui abbia mai potuto pensare, uno dei luoghi della sua anima, assieme alla Grecia.
Berlusconi, tuttavia, pur con tutte le cadute di stile, volgarizzazioni e castronerie, resta ancorato al tradizionale filone di chi usa il linguaggio per affermare la propria identità, non per sopprimere l'altro, ma solo per tenerlo a bada, possibilmente in minoranza, fino a renderlo incapace di intervenire nel percorso della storia del paese. A pensarci, sarebbe persino capace di trarne qualche beneficio economico, se potesse, dai comunisti, se riuscisse ad esempio a raccoglierli in un grande parco giochi, visitabile a pagamento, ovviamente, in un posto che ribattezzerebbe Milano 4 o, meglio, Sesto 2.
Beppe Grillo è altra cosa. Il salto operato dal metodo verbale di Grillo è di gran lunga peggiore, rispetto a quello di Berlusconi e fa male chi assimila Grillo a Berlusconi e non ne vuole vedere le differenze, che pur ci sono. Chi non è con Grillo puzza automaticamente di anziano, vecchio, se non di cadavere. Sono tutti morti, quelli che non stanno con lui. È la deligittimazione dell'altro più radicale che l'Italia abbia conosciuto negli ultimi anni, anche se non è un fenomeno nuovo. Durante il fascismo, era la giovinezza, che veniva esaltata: anche il quel caso, il fascismo era il nuovo, il resto era vecchiume, putrefazione. È strano come poi i simboli di morte e l'idea stessa della bella morte abbiano finito per contraddistinguere il fascismo sempre di più, in un crescendo, fino alle sue fasi finali, quelle della repubblica di Salò, il trionfo del teschio. Una vendetta operata dalle parole offese in un ventennio di dittatura, anche di dittatura delle parole, probabilmente.
Tutto questo - e molto altro, al di là al linguaggio, che qui non sto considerando - non vuol dire affatto che Grillo sia fascista. Significa, però, che Grillo punta, come Berlusconi, ma ben peggio di Berlusconi, a non considerare come parte imprescindibile del sistema democratico chi non la pensa come lui. Fino a prova contraria, se si sommano gli anziani, i vecchi e i morti, questi formano sicuramente un gruppo molto più numeroso dei comunisti, nell'Italia di oggi. Non è detto che il linguaggio di Grillo debba essere per forza prodromico di un regime, se mai dovesse conquistare la maggioranza parlamentare, ad un certo punto - cosa di cui personalmente dubito, perché, in genere, chi si richiama alla purezza senza macchia si ritrova prima o poi a fare pulizia in casa, e a farla radicalmente, per dimostrare la serietà della dichiarata voglia di purezza, ostracizzando, espellendo, purificando tutto fino a ritrovarsi solo, ché tutti gli uomini, persino quelli del proprio partito o movimento, sono vita ma sono assieme anche portatori di morte, se ci vogliamo calare per un istante nel mondo verbale di Grillo. Però, se un regime si stabilisce, è per quell'anticamera di linguaggio di morte, che necessariamente il regime passa. Perchè il regime poi si stabilisca e si possa sviluppare, basta che il messaggio di morte, esplicito o implicito, figurato o meno, sia assimilato, integrato, si faccia linguaggio quotidiano di molte persone, come quando, a forza di insistere, strepitare e bastonare, l'invenzione della questione ebraica, la Judenfrage, è stata percepita ed accolta come una questione reale dalla popolazione tedesca e da quella austriaca, e non rigettata come il parto di un uomo disturbato.
Saprà resistere agli ennesimi affronti cui è ogni giorno sottoposta, la lingua italiana? E potrà passare, un eventuale rinnovamento democratico, per un politico come Renzi che, oltre a rottamare anche lui le persone come robe vecchie, quando si mette a scrivere, scrive così?
La riforma prioritaria di cui ha bisogno l'Italia non è la rottamazione di Renzi e tantomeno la democrazia diretta di Grillo, è quella del linguaggio. Viene prima di tutte le altre. Purtroppo, non si può attuare per decreto o per via legislativa o referendaria e non si può tentare che un po' alla volta, su tempi lunghi, investendo nella scuola, ampliando le fonti di informazione, aprendo e rendendo accessibili biblioteche, fisiche e virtuali, ascoltando i nonni, adottando, almeno nell'ambito familiare, le loro parole*, ampliando il vocabolario in qualsiasi modo, per acquisire una certa immunità o almeno resistenza a tutti i tentativi di introdurne uno scarso e monolitico, aprendo il paese al mondo e alle parole degli altri, prima di tutto al Mediterraneo, dialogando con i paesi del Maghreb, per cominciare, insegnando il numero più ampio possibile di lingue straniere ai bambini (fin da pici muleti), promuovendo, al contempo, l'adozione di una lingua unica - purchessia - in Europa, da affiancare a quella nazionale, se mai l'Europa vuole davvero avere un senso.

* Anche se l'indiscussa specialista della discliplina dell'andar a palpeta era la mia bisnonna, pare, quell'espressione è giunta, attraverso due generazioni intermedie, fino a me, che continuo a riprodurla, per quanto la eserciti con meno perizia, quando mi muovo per casa senza accendere la luce.
Una delle discipline in cui invece mia nonna è più versata è sempre stata quella di sgamare quelli della spedocina. È un'attività ancora fiorente, per chi ci si voglia cimentare, nonostante la DC sia morta da un pezzo. Alla spedocina, in passato, hanno appartenuto non pochi degli esponenti della classe politica italiana della mia generazione, come Renzi, Alfano e Francesco Russo, il relatore PD della Giunta del Regolamento del Senato.
Non ho idea, tra l'altro, dell'origine della parola spedocina. Esattamente come non ho idea da dove venga aver un fià de ere, altra espressione di mia nonna: una specie di eleganza discreta, senza fronzoli, pulita, di porsi nel mondo.

domenica 29 settembre 2013

Una tragedia in due battute (omaggio ad Achille Campanile)


Personaggi:
STALIN
SEGRETARIO di Stalin

La scena rappresenta l'ufficio di Stalin. Al centro della scena, Stalin alla sua scrivania, ricoperta da pile e pile di decreti di tre parole che il suo segretario gli consegna ogni giorno perché Stalin vi possa apportare la sua famosa virgola. Nella stragrande maggioranza dei casi, come noto, Stalin la pone dopo la parola impossibile:
Graziare impossibile, giustiziare.
Il segretario si avvicina alla scrivania.

STALIN
Ancora il solito decreto, compagno segretario?
SEGRETARIO
No, compagno Stalin, oggi è il Grande Giorno della Libertà e della Giustizia, purtroppo ancora irrealizzate nonostante il tuo quotidiano stacanovismo. 
Leggendo ad alta voce il testo del nuovo decreto:
Sfiduciare impossibile governare.
Come vedi, il testo è nuovissimo e assolutamente rivoluzionario, al punto che persino la virgola può essere inserita in un posto diverso dal solito.

(Sipario)

Tragedia perché così Campanile chiamava i suoi pezzi. In realtà, è solo l'epilogo di un capitolo di storia italiana.
Aggiornamento del 2 ottobre: la virgola, non senza interno travaglio, è restata poi al suo solito posto.

sabato 28 settembre 2013

A m sun desdé stamatéina

Ho visto David Grossman. Non che ci sia stato alcun merito, in questo: è bastato pagare qualche euro per entrare in un teatro ed arrivare puntuali all'ora dell'incontro programmato.
Non mi sono emozionata per niente, non dal punto di vista strettamente letterario o artistico o creativo (biograficamente è tutto un altro paio di maniche). Delle pochissime persone molto note che ho visto in vita mia, è quella che mi ha emozionato di meno in assoluto, direi. Del resto, Bruce Springsteen è inarrivabile, quanto ad energia che è in grado di trasmettere da un palcoscenico, e la salivazione mi si è azzerata totalmente, come di fronte a pochi altri mi potrebbe mai capitare, solo una volta quando, davanti ad un'edicola di Porta Romana, ho detto ad Ilda Boccassini che non avrebbero dovuto sentirsi soli, lei e i suoi colleghi del tribunale di Milano, che c'erano molte persone che ne sostenevano il lavoro e che insomma, grazie.
I piedi di Grossman, poi, mi hanno molto distratta: sono parecchio grandi, rispetto alla sua altezza, almeno quando si vedono da una platea, appena sotto il palcoscenico. Forse è per questo che nelle foto in cui non gli si vede il solo viso li nasconde con artifizi ben congegnati.


E poi ho perso del tutto la concentrazione almeno per cinque minuti buoni quando ho avvertito l'improvviso desiderio di farmi di velluto raso rosso, come quello della sedia su cui sedevo, nel momento in cui, a fianco a me, mentre lui parlava di parole da trovare per descrivere la vita dei suoi personaggi nella sua interezza, senza alcuna reticenza o censura, è suonato il cellulare di E. con la suoneria di I will survive. Ho temuto che Grossman interrompesse l'intervista, passasse all'inglese e si rivolgesse a noi dicendo: I will survive too, but I'd feel better if you turned off your cell phone o qualcosa del genere. Invece non ha detto niente e ha continuato a seguire il filo del suo discorso, parlando, di preferenza, per immagini, e ricordando per l'ennesima volta che la differenza tra uno psicologo (che in interviste precedenti non aveva ancora completato gli studi, perché era un bagnino) e uno scrittore è che lo psicologo (o il bagnino) si tuffa per andare a salvare chi rischia di annegare, mentre uno scrittore si tuffa per andare ad annegare anche lui. Mi è parso posato ed educato, ma un po' incapace di distinguere bene uno psicologo da un bagnino.
Nella parte finale dell'incontro ha letto qualche passo della sua ultima opera in lingua originale senza l'intervento dell'interprete - bravo ed espressivo - fin lì presente in cuffia. Mi è venuto in mente Guccini quando presentava Al trist: ogni giorno alla radio ascoltate musica americana senza capire un cazzo, potete per una sera ascoltare il dialetto modenese con lo stesso effetto.

A m sun desdé stamatéina l'è primavéra ma al piòv
a m sun desdé stamatéina l'è primavéra ma al piòv,
a n pos purtéret fòra anch sl'lè dmanga
perchè a n gh'ò ménga al vsti nòv,
a n gh'ò ménga al vsti nòv, oh sé.

Grossman però, non si è espresso negli stessi termini di Guccini. Ha detto semplicemente che avrebbe letto un passo del suo ultimo libro, naturalmente senza interprete. Anche l'interprete l'ha confermato: évidemment, sans traduction, ha detto l'interprete, prima di tacere.
Al termine della lettura di Grossman, mentre continuavo a chiedermi il senso di quell'évidemment, sans traduction, tutto il pubblico ha applaudito a lungo, tranne me, ché altrettanto évidemment, non conoscendo l'ebraico, non avevo capito nulla e non me la sentivo quindi di applaudire sulla fiducia uno scrittore pur tanto educato e dai piedi così interessanti, per cui ho applaudito, ma brevemente e senza convinzione.
Non lo so se fossero pagine ben scritte, quelle che ha letto Grossman. Posso però dire che l'ebraico non fa esattamente lo stesso effetto del modenese.