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domenica 9 ottobre 2016

Nella mia giacchetta verde

C'è una battuta attribuita a Montale, non so se rivolta a Svevo o a Saba, visto che continuano ad essere riportate entrambe le ipotesi, che fa più o meno così (oltre alle due ipotesi ne coesistono anche diverse versioni): "Come xe a Trieste, eh? Vi odiate sempre così tanto?"*

Non lo escluderei. Escludo, tuttavia, che degli uomini come Svevo e Saba possano nascere nella Trieste odierna e che uno come Joyce possa decidere di trasferirvisi per più di un giorno. Mi sentirei anche di escludere che una città in cui si nega il rispetto del diverso, che assuma le fattezze dell'immigrato, dell'artista di strada, del senzatetto, del ricercatore curioso di altre culture, di coloro che, pur in carne ed ossa, non rientrano nello schema delle identità sessuali codificate dalla Chiesa Cattolica o che assuma invece la forma della commemorazione dell'infamità delle leggi razziali, si possa continuare a definire come "sfregiata" da ognuna di queste avversioni. Credo sia piuttosto un luogo che intrinsecamente produce queste ed altre avversioni.

Non ho alcun titolo, a parte la casualità insita nel mio esservi nata, per chiedere ai triestini di oggi di fare alcunché di diverso. Mi sento solo di chiedere, con tutta la gentilezza possibile, che la smettano di millantare una tolleranza ed una multiculturalità cui non aspirano e che anzi rifuggono almeno dal momento in cui fu perpetrato, con l'avallo della Repubblica e dei suoi intellettuali, l'omicidio culturale inevitabilmente seguito all'imposizione della camicia di forza della Trieste italiana (sic).

Tenetevela così: la stiamo ricostruendo altrove, o almeno ci stiamo provando. Io, per quel che può contare, in un piccolo angolo al confine - e sottolineo al confine - tra XI e XX arrondissement.

*Scriveva Giotti in uno dei suoi Appunti inutili, quello del 23 agosto 1947: Stamattina sono stato a un pelo dall'inciampare in Saba. Non avrei potuto solo salutarlo; avrei ben dovuto fermarmi, sia pure per un momentino. E lui non avrebbe sentito di dover fermarsi. E non avremmo saputo cosa dirci: ci saremmo scambiati delle frasi insignificanti e insincere. Per iscansarlo cercavo una porta dove ficcarmi, quella d'una casa o d'un negozio. E invece fu lui che, con mio sollievo, si precipitò, nella sua giacchetta verde, dentro una formaggeria. Mi aveva veduto? Penso di sì. Gli ho fatto comperare del formaggio, o altro di simile, che non pensava a comperare.
Un giorno, se continuerò a scrivere queste note solitarie, dovrò ben dire qualcosa di ciò che fu e come finì la nostra lunga amicizia.

mercoledì 16 aprile 2014

La tigre sacra

La tigre sacra
vien da lontano
fosche avventure
drammi d'amor.

Umberto Poli



È una pubblicità o, meglio, come avrebbe detto l'autore (più noto come Saba), una reclame, per il cinema triestino Ideal Politeama. I versi promozionali sono stati recuperati grazie ad un ricordo di Cergoly riportato da La promessa della notte: conversazioni con i poeti italiani, Renato Minore, Donzelli 2011. 
Il ricordo di Cergoly, come tutti i ricordi, potrebbe però essere impreciso. Per prima cosa, secondo Quanto hai lavorato per me, caro Fortuna!, a cura di Riccardo Cepach, 2007, nel fascicolo 90 del fondo della corrispondenza Saba-Fortuna è conservata una copia del manifesto del film The Tiger's Trail, Usa, 1919, che sarebbe stato proiettato al Teatro Eden (il cinema Eden di viale XX Settembre). E poi, un'altra versione della réclame, riportata ancora da Cepach, ma anche in Umberto Saba. Diario del Novecento di Luciano Simonelli, Simonelli editore 2011, così recita, sempre con la stessa metrica di tre quinari e un quaternario:

La tigre sacra
fosche venture
stragi, paure
drammi d'amor.
La tigre sacra
vien di lontano,
n'è americano
il creator.
La tigre sacra
fa palpitare
e spasimare
lo spettator.
La tigre sacra
fra lotte immani
di bianchi indiani
spira terror.
La tigre sacra
teme ciascuno
ma n'è ciascuno
l'ammirator.

Felicità.

martedì 26 giugno 2012

Nessun'offesa varcava la porta

Domenica, 15 ottobre 1933, mentre la Germania nazista abbandona la conferenza per il disarmo, Meazza, uno dei cannonieri più precisi del campionato di calcio italiano, le orecchie intasate dalle proteste assordanti dei tifosi che riempiono lo stadio del Littorio per un più che dubbioso fallo di mano di Loschi in area, prende la palla e la sistema sul dischetto dopo averla rigirata più volte per evitare di colpire la cucitura.

BUUUUUUUUUUUUU!

Meazza, che è arrivato assieme ai suoi compagni di squadra il venerdì precedente col treno diretto delle 20.37 ed è arrivato per vincere, guarda a lungo dritto negli occhi Blason, già in posizione al centro della porta, poi arretra di qualche metro e, sentito il fischio del sig. Dattilo di Roma, che fende a malapena l'aria satura dei fischi del pubblico, prende la rincorsa, fa una finta che riesce ad ingannare Blason, che si allunga e cade da un lato, ma spara la palla lontano dallo specchio della porta dall'altro lato. 

AAAAEEEEEEEEEEEEH!


Il boato di gioia, tra le più effimere e quindi intense che esistano, è uguale a quello che migliaia di stadi di calcio hanno conosciuto e conoscono nel tempo e nello spazio, ma è pronunciato con le vocali larghe ed ariose che solo il tifo triestino può produrre.


UNIOONE UNIOONE ALÈ ALÈ ALÈ!


L'Ambrosiana, a Trieste, non passa.


U-NIO-NE! U-NIO-NE!


Il giorno dopo, i giornali dedicano almeno tre colonne all'errore di Meazza e nessuna riga al pubblico, ai suoi colori, alla gioia che ad ondate ha accompagnato i novanta minuti di gioco, nonostante la partita sia rimasta a reti inviolate. Eppure, nella memoria collettiva odierna, i titoli a tre colonne non hanno lasciato traccia alcuna dell'errore di Meazza del 15 ottobre del 1933.

La Triestina della stagione '33-'34 in tutta la rigida compostezza della foto di rito. Riconosco il portiere Blason (gioco facile), alla sua sinistra Loschi, alla sua destra (forse) Colaussi, Pasinati con la benda, e Rocco, che è chiaramente il secondo da destra. Gli altri sono Cudicini, Villini, Spanghero, Baldi, Rosa e Niccolai.

In migliaia di antologie, però, restano tre momenti di uno spettatore della partita Triestina-Ambrosiana, uno spettatore che il calcio aveva incontrato per opera del "caso", mettendo la parola caso fra virgolette, perché - pur senza saper darne le ragioni - dubitava molto che a questo mondo esistesse un "caso". Credeva, quello spettatore, nel destino.

Di corsa usciti a mezzo il campo, date
prima il saluto alle tribune. Poi,
quello che nasce poi
che all’altra parte vi volgete, a quella
che più nera si accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome.

Il portiere su e giù cammina come
sentinella. Il pericolo
lontano è ancora.
Ma se in un nembo s’avvicina, oh allora
una giovane fiera si accovaccia,
e all’erta spia.

Festa è nell’aria, festa in ogni via.
Se per poco, che importa?
Nessun'offesa varcava la porta,
s’incrociavano grida ch’eran razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d’amore orna Trieste.

Umberto Saba

D'altra parte, in Tre momenti, la seconda delle Cinque poesie per il gioco del calcio, è del tutto assente il contesto storico in cui si svolse la partita e nessun accenno è fatto alla ritualità fascista che avvolgeva la vita quotidiana di allora, e quindi anche il calcio: non vi compare il nome dello stadio dell'epoca né emerge la forma di saluto, a braccio teso levato in aria, che i giocatori allora rivolgevano alle tribune ad inizio gara. In questa come in altre occasioni, oscillo tra il riconoscervi il più pavido disimpegno o la più alta forma di resistenza possibile, senza sapermi - forse senza volermi - decidere tra l'uno e l'altro dei due estremi.

Grazie a Giuliano Sadar, Una lunga giornata di bora. Trieste e la Triestina, storie di calcio attraverso terre di confine, Limina 2003 e ai giornali dell'epoca.
La questione di caso e destino è trattata da Saba stesso in Storia e cronistoria del Canzoniere.
Tra le squadre incontrate nella stagione 2011-2012, nella Lega Pro Prima Divisione, Girone B, la Triestina ha incontrato il Pergocrema, che ha battuto in casa con un brillante 3 a 2 all'andata e con cui ha onestamente pareggiato 0 a 0 in trasferta.
Nonostante questi ottimi risultati, alla fine del campionato si è classificata quartultima, nella Lega Pro Prima Divisione, Girone B.
Il FeralpiSalò ha fatto meglio.
La Triestina è fallita e, ad oggi, nessuno vuole acquistarla, neanche a prezzo ribassato: è tempo di bagiges et circenses.
La Triestina è, ora più che mai, la mia squadra del cuore.
Comunque il fallo di Loschi non c'era.

giovedì 26 maggio 2011

Tre vie

Umberto Saba

Pont de Sully

mercoledì 5 gennaio 2011

Dizionario di tutte 'e cose - U come uccellino

El pajarillo, tradizionale colombiano-venezuelana, El Nuevo Mundo - Folías Criollas, Jordi Savall, Hespèrion XXI - Tembembe Ensamble Continuo

¡Ay! Canta claro pajarillo, sigue tu rumbo viajero
cantando tu ritmo criollo que resumes el sendero.
Que se oiga por la sabana y por todo el mundo entero,
para que se hagan de cuenta amigos y compañeros:
éste es el himno del Llano y siempre está en mis recuerdos;
yo replico entre cantares y lo digo con empeño,
a ése pajarillo viejo olvidarlo nunca puedo,
y cada vez que lo oigo, con arpegeo y requiebro,
recuerdo de mi sabana cuando yo era parrandero:
llegaba a una sala de baile, me acomodaba el sombrero,
me ponía las alpargatas y entraba sin recelo,
entonando la garganta, aclarándome el cerebro;
pasa y lidia un pajarillo y pintarlo en el revuelo,
con color de pluma y trino te pinto sol mañanero,
te pinto pa' que no olviden a mi pajarillo viejo.
¡Ay! pajarillo, pajarillo, ¡Ay! pajarillo jilguero,
un día que quise saber la historia de mis ancestros,
le pregunté a las veredas, también a los arroyuelos,
y me dijeron : Patricio, ya que tú quieres saberlo,
por aquí han pasado niños que se van haciendo viejos,
y muchos van pregonando cantos y chiflando versos;
y dicen que mayormente se hacen llamar jaraneros.
La jarana es alegría que cuando parte el silencio,
haciendo perder al orbe o lo pone en movimiento,
y me dijeron también de los que tienen talento,
y que para improvisar los magníficos copleros,
que de su canto profundo se desprenden aguaceros,
y hacen que la noche gire con su trenza de luceros,
en una inmensa tarima donde bailan los recuerdos.

*

Augellin, Stefano Landi, Marco Beasley e L'Arpeggiata

Augellin
Che'l tuo amor
Segui ogn'hor
Dal faggio al pin;
E formando i bei concenti
Vai temprando
Col tuo canto i miei lamenti.

Il mio Sol troppo fier,
Troppo altier,
Del mio gran duol
Clori amata, Clori bella,
M'odia ingrata
A' miei prieghi empia e rubella.

Non sia più
Cruda no,
Morirò
S'ella è qual fu;
Taci, taci, che già pia
Porge i baci,
Al mio labbro l'alba mia.

Segui augel
Nè sdegnar
Di formar
Canto novel;
Fuor del seno amorosetto
Mostra a pieno
La tua gioia, il mio diletto.

*

Secondo la versione cantata da Bruno Bonhoure, Se canta fa così:

Se canta, que recante !
Cantas pas per ieu,
Canta per ma mía
Qu'es al luènh de ieu.

Sus lo pònt d'Entraigas
I a un aucelon,
Tota la nuèit canta,
Canta la cançon.

Dessotz ma fenèstra
I a un ametlièr
Que fa de flors blancas
Faran d'ametlons,
N'emplerai ma pòchas
Per ieu e per vos.

Aquelas montanhas
Que tant nautas son
M'empachan de veire
Mas amors d'ont son.

Nautas son, plan nautas !
Mas s'abaissaran
E mas amoretas
Se raprocheran.

Se canta, che ricanti/Non canta per me,/Canta per la mia amata/Che è lontana da me./Sul ponte di Entraigues/C'è un uccellino,/Canta tutta la notte,/Canta la sua canzone./Sotto la mia finestra/C'è un mandorlo/Che fa fiori bianchi/Faranno delle mandorle,/Me ne riempirò le tasche/Per me e per te./Quelle montagne/Che sono così alte/Mi impediscono di vedere/Dove sono i miei amori./Sono alte, molto alte!/Ma si abbasseranno/E i miei cari amori/Si avvicineranno.

*

Un oseletto che canta d'amore
sento la note far sì dulzi versi,
che me fa mover un'aqua dal core
e ven a gl[i] ogli, nè pò ritenersi
che no sparga fora cum tal furore,
che di corrente vena par che versi;
et i' pensando che cosa è l'amore,
si zeto fora suspiri diversi.
Considerando la vita amorosa
di l'oseleto che cantar no fina,
la mia gravosa pena porto in pace:
fera posanza ne l'amor reposa,
c'ogn'amador[e] la dota e[d] enclina,
e dona canto e planto a cui li place.

Rinaldo D'Aquino

Un uccellino che canta d'amore/sento la notte far sì dolci versi,/che mi fa muovere un'acqua dal cuore/e viene agli occhi, né può trattenersi/dall'emergere con tale furore,/che sembra sgorgare da una fonte perenne;/ed io pensando che cosa è l'amore,/emetto sospiri diversi./Considerando la vita amorosa/dell'uccellino che di cantar non smette,/la mia gravosa pena porto in pace:/fiera potenza nell'amor riposa,/che ogni amante la teme e sopporta,/e dona canto e pianto a quelli cui piace.

*

Oseléti, putèle, canté!

Respirarse, çercarse nel verde,
Meter tuto el so mondo in un solo,
Come mai tanta chiete discende,
Oseléti, dal vostro parlar?

Oseléti, putèle, canté!

Ghe xé chi no' pol proprio imitarve,
Ghe xé 'osi che çerca nel vodo,
Ghe xé man imbriaghe che çerca,

Oseléti, putèle, canté!

E tì, Christel, ti-xé andada via,
Cofà Lina, e co' tute le altre,
E confóndite a tute le altre,

Oseléti, putèle, canté!

Cari esempi d'un viver modesto
Co' no' altro orizonte che un viso,
Se ve gò rinunzià, pardonéme!,

Oseléti, putèle, canté!

No' podevo ridurme in un nìo,
E voialtre volevi el mio ben;
Che el Signor te acompagni, disévi,

Oseléti, putèle, canté!

No' pol esser ch'el vostro isolarve
Se continui e ne doni 'sta chiete,
Ogni ùn che se esprime se perde,
E anca el vostro xé più che un parlar.

Oseléti, putèle, canté!

Giacomo Noventa

Uccellini, ragazze, cantate!/Respirarsi, cercarsi nel verde,/Mettere tutto il proprio mondo in uno solo,/Come mai tanta quiete discende,/Uccellini, dal vostro parlare?/Uccellini, ragazze, cantate!/C'è chi non può proprio imitarvi,/Ci sono voci che cercano nel vuoto,/Ci sono mani ubriache che cercano,/Uccellini, ragazze, cantate!/E tu, Christel, sei andata via,/Con Lina, e con tutte le altre,/E confonditi a tutte le altre,/Uccellini, ragazze, cantate!/Cari esempi di un vivere modesto/Con nessun altro orizzonte che un viso,/Se ho rinunciato a voi, perdonatemi!,/Uccellini, ragazze, cantate!/Non potevo ridurmi in un nido,/E voialtre volevate il mio bene;/Che il Signore ti accompagni, dicevate,/Uccellini, ragazze, cantate!/Non può essere che il vostro isolarvi/Continui e ci doni questa quiete,/Chiunque si esprima si perde,/E anche il vostro è più che un parlare./Uccellini, ragazze, cantate!

*

A un giovane comunista

Ho in casa – come vedi – un canarino.
Giallo screziato di verde. Sua madre
certo, o suo padre, nacque lucherino.

È un ibrido. E mi piace meglio in quanto
nostrano. Mi diverte la sua grazia,
mi diletta il suo canto.
Torno, in sua cara compagnia, bambino.

Ma tu pensi: i poeti sono matti.
Guardi appena; lo trovi stupidino.
Ti piace più Togliatti.

Umberto Saba

lunedì 17 novembre 2008

5 dicembre 1929

Caro Signor Bino.
A parte che pronunciare dei giudizi è cosa contraria alla mia natura; come vuole che possa dare un giudizio "completo" sopra un materiale scarso ed insufficiente? Delle poesie che ha avuto la bontà di mandarmi, la prima (Sensazione*) mi è sembrata deliziosa; meno - per diversi motivi - mi sono piaciute le altre. In tutte però, ed anche nei poemetti in prosa (genere che non è riuscito a nessuno, eccezione fatta per Baudelaire), ci sono momenti d'ispirazione, e non mancano pregi formali. Non si arrabbi con me perché le dico con franchezza la (mia) verità; veda invece in questo una prova della mia approvazione in massima; nel caso contrario o non le avrei risposto, o mi sarei tenuto di più sulle generali. L'impressione che ho riportato dai suoi componimenti è che lei ha certamente un diritto a scrivere, ed a scrivere versi; più di così non posso dirle, perché l'esperienza mi ha insegnato che se pochi sono quelli che promettono, quasi nessuno poi mantiene. Per resistere alla vita bisogna avere in noi stessi molto di molte cose, ed anche di disperato dolore.
Non mi rimane che da ringraziarla per il dono che ha voluto farmi. E per concludere con un'immagine (già so che i poeti le amano) le dirò che la prima delle sue poesie mi è stata come un ramoscello verde che mi fosse pervenuto nel pieno di un rigido inverno.

Affettuosi saluti
Saba

Lettera di Umberto Saba a Bino Antonione, pseudonimo adottato da Sandro Penna nell'inviare le sue prime poesie a Saba.


*Titolo di La vita... è ricordarsi di un risveglio

La vita... è ricordarsi di un risveglio
triste in un treno all'alba: aver veduto
fuori la luce incerta: aver sentito
nel corpo rotto la malinconia
vergine e aspra dell'aria pungente

Ma ricordarsi la liberazione
improvvisa è più dolce: a me vicino
un marinaio giovane: l'azzurro
e il bianco della sua divisa, e fuori
un mare tutto fresco di colore.

mercoledì 16 aprile 2008

Opicina 1947

Risalii quest'estate ad Opicina.
Era con me un ragazzo comunista.
Tito sui muri s'iscriveva, in vista,
sotto, della mia bianca cittadina.

Nell'ora dei ricordi vespertina
sedemmo all'osteria, che ancor m'attrista,
oggi, se penso quella camerista
che ci servì con volto d'assassina.

Due vecchie ebree, testarde villeggianti,
io, quel ragazzo, parlavamo ancora
lassù italiano, tra i sassi e l'abete.

"Dopo il nero fascista il nero prete;
questa è l'Italia, e lo sai. Perché allora -
diceva il mio compagno - aver rimpianti?"

Umberto Saba
Epigrafe, 1947-1948

domenica 30 settembre 2007

Partenza d'aeroplani

Vanno in su dove il cielo è azzurro netto,
dove le nubi si vedono sotto.
Chi resta a terra agita il fazzoletto.

Umberto Saba
Il Canzoniere - Poesie scritte durante la guerra