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venerdì 25 aprile 2014

Tener su le carte

"Non eravamo mica buoni, a fare la guerra." Io almeno. Ero un ragazzo squillante, dinamico, ma si vede che c'erano delle scottature interne, che condizionavano la mia relazione col mondo e l'intera gamma delle mie capacità pratiche, comprese quelle belliche. O forse era solo banale immaturità generica e temporanea, un portato della gioventù.
Ma ora sono un adulto, una persona seria, e se ci fosse di nuovo una guerra civile - a cui sembrano dispostissimi gli animi, mancano solo le circostanze - credo che sarei in grado di farla con più cura. Naturalmente il vigore non è più quello di una volta: non potrei, come Odisseo davanti ai Feaci, fare ancora buona figura nel lancio di un disco di pietra, mentre invece me la cavo abbastanza bene a tirare le freccette sul bersaglio all'osteria, e nel complesso mi arrangio nei salti a piedi giunti, in alto e in lungo. Purtroppo però la corsa oggi no, corsa veloce o mezzofondo, ormai non ho più la distinzione di una volta, penso che qualunque Feacio potrebbe battermi, le intemperie mi hanno indebolito le ginocchia... Ma la guerra civile, se venisse prima che sia troppo tardi per me, sono convinto che (a parte il disgusto) sarei in grado di farla più utilmente dell'altra volta.
A sentire i discorsi e le intemerate, da questa parte e da quella, si direbbe che gli animi dei miei conterranei siano già ardentemente pronti: ma poi, se si passerà ai fatti, mi rendo conto che i più si defileranno, e dalla mia parte resteremo in pochi a tener su le carte, i soliti quattro gatti.

Luigi Meneghello, L'apprendistato. Nuove Carte 2004-2007, Rizzoli 2012


sabato 7 aprile 2012

The most interesting fact

The most interesting fact about German history is that Germany did not exist as a nation until 1871.

Instructions for British servicemen in Germany, The Foreign Office, London, November 1944

mercoledì 28 marzo 2012

два скрыпачы

Генерал! Наши карты — дерьмо. Я пас.
І. Бродскі

два скрыпачы праз поле ваенных дзеянняў
з руінаў філармоніі
ў ціхае «будзем»
бягуць

нарэшце адзін з іх падае,
паранены,
другі вяртаецца,
узвальвае на плечы першага
і пачынае яго цягнуць

першы доўга трывае боль,
а пасля пачынае трэнас:

сымон, бог з табой,
якога
хрэна?!

сымон,
твая каханая здраджвала табе са мной,
цяпер,
каб здрадзіць ізноў, вярнулася да цябе,
скажы шчыра,
думаеш, ты — сапраўдны мужчына?

бо мужык даўно з цябе выпарыўся, знік
у кірунку нябёсаў. у рэшце рэшт,
ты няправільна трымаеш смык,
ты няправільна мяне нясеш!

мы маглі б быць з табой кім заўгодна, мы маглі б быць
зусім не музыкі, калі б не гэты пракляты бліц-
крыг, распачаты імперыяй; мы не бярэм удзелу ў вайне —
і кааліцыі напляваць, як мне цяпер баліць.

галоўнакамандуючы не мае музычнага слыху, таму
як дырыжор ён ніякі, ён ніколі не ўчуе вайну
усё супраць нас, сымоне, і нашы з табою шанцы —
нуль.

сымон, кінь мяне проста тут дзеля нашых сыноў
я такі, ты ведаеш, здолею выкараскацца ізноў
ты слабак, сымон, таму ты мусіш бегчы адзін
і сына свайго абдымі і скажы, што ён мой сын

ты мамчын сынок,
сымон! —
чулася наўздагон

Віталь Рыжкоў


due violinisti

Generale! Le nostre carte sono una merda. Io passo.
I. Brodskij

due violinisti sul campo di battaglia
scappano
dalle rovine della filarmonia
in un tranquillo "saremo"

alla fine uno di loro cade
ferito
mentre il secondo torna indietro
e si carica sulle spalle il primo
e comincia a tirare

il primo sopporta a lungo il dolore
e d'un tratto comincia ad urlare:

symon, dio sia con te,
che
cazzo?!

symon,
il tuo tesoro ti ha tradito con me,
ed ora
è tornata da te per tradirti di nuovo:
dimmi francamente
pensi ancora di essere un vero uomo?

ché l'uomo in te è scomparso, si è volatilizzato
nell'aria. dopo tutto
tieni l'arco in modo sbagliato,
mi porti in modo sbagliato!

potremmo essere chiunque, potremmo non essere
affatto musicisti, se non fosse per quella maledetta blitz-
krieg che l'impero ha cominciato; noi non prendiamo parte alla guerra
e alla coalizione non importa quanto mi ferisca adesso

il comandante non ha orecchio per la musica, quindi
come direttore è inutile, non sentirà mai la guerra
tutti sono contro di noi, symon, e le nostre chances con te sono
zero

symon, per il bene dei nostri figli lasciami qui
dovremmo uscirne, sai, uno per volta
sei un buono a nulla, symon, per cui dovresti proseguire da solo
abbraccia tuo figlio e digli che è figlio mio

sei un cocco di mamma,
symon! -
sentì poi

Vital' Ryzhkou

venerdì 23 marzo 2012

Fino al 1998, il 23-24 marzo era via Rasella e l'eccidio delle Fosse Ardeatine

Oggi siamo considerati a tutti gli effetti un grande paese, non più com'eravamo visti prima.
Massimo D'Alema

Dal 23-24 marzo 1999
italiano
cominciò a fare rima
con Aviano.

domenica 4 dicembre 2011

Hinterland I-IV

La caduta di Anversa è una ferita aperta, per noi del 1915. Solo pochi di noi, però, quelli che vivono vicino alla frontiera con la Germania e l'Olanda, hanno visto velocemente allungarsi verso nord, a partire dall'aprile di quest'anno, il reticolato ad alta tensione tedesco. Ormai si estende per oltre duecento chilometri: da Vaals su su fino alla costa, tra Knokke e Cadzand. L'hanno costruito per fermare il flusso di contrabbandieri, spie e fuggitivi verso la neutrale Olanda. I tedeschi, oggi, a noi belgi, ci chiamano così. In parte lo siamo.

Recinzione ad alta tensione al confine tra Belgio e Olanda durante la Prima Guerra Mondiale
Recinzione elettrica presso Beusdael
Una vittima della recinzione
Fuga attraverso la recinzione
Il filo spinato tra il Belgio e l'Olanda
Il filo a Essen, Belgio. Frans Bernaards/Karrenmuseum Essen
L'abbazia benedettina Achelse Kluis durante la Prima Guerra Mondiale. A sinistra l'Olanda
Foto: Archivio Achelse Kluis 
La recinzione elettrica. Lungo la recinzione erano distribuiti campanelli di allarme che entravano in funzione non appena la recinzione veniva toccata. Una guardia di confine verifica con del materiale isolante il corretto funzionamento dei campanelli.
Albert Hahn, Al confine belga.
"Un belga che vuole scappare oltre il confine verso l'Olanda rimane appeso al filo elettrico e ucciso dalla corrente". (Cronaca di ogni giorno)
Alle vittime belghe-alleate che perirono qui per il filo elettrico. 1914- 1918. Eretto dal Conte J. d'Oultremont nel 1920. Mutilato dai nazisti nel '40-'45. Restaurato nel 1962. Sippenaeken, Belgio.
Ricostruzione, nel marzo del 2010, della recinzione ad opera della comunità fiamminga di Kinrooi

Prikkeldraad significa tensione fino a 2000 V, molti morti (500? 3000?), non solo nella nostra comunità, ma anche tra i prigionieri russi costretti a costruire la ferrovia Aquisgrana-Gemmenich, e persino tra i tedeschi: le sentinelle, per disattenzione, i soldati, cercando di disertare. Un giorno, ce ne dimenticheremo quasi tutti, salvo, forse, un professore di grammatica francese ed un poeta. Ce l'ha detto il nostro Tiresia. Ogni paese ne ha uno.


Hinterland I

und dein Genick geschabt vom Mantelkragen: Kälte
zieht im Handlauf dich hinab vom Turm. Der Abgrund

eben, die Oberfläche Wort und winterhart
die Buchstaben durchkreuzt von deinen Nerven: Spurrillen

der Kufen. Im Nachgang Stiefelschritt und Schneefegen
dein Metronom, feinstes Pinseln über Kuppen

wie atmendes Gelände. Du horchst ihm nach, zermalmst es
fort auf Knochenlänge, knirschend: Aus dem Schallschatten

erweckt Geläut und Läutewerk, Alarm, bis eine Biegung
weiter stille Schlitten Pferde aus dem Schlaf entlassen

jenseits des motorisierten Lichts. Stacheldraht siehst du,
prikkeldraad im nächsten Schritt, die Landschaft

eine Tür. Doch die Bedeutung der Tür ist irrelevant,
egal wohin sie führt, nur dein Überraschtsein

gibt ihr Sinn. Dein Kragen schabt. Orangefarben
steht über dir der kleine Kreis: leichte Wärme, Wunde,

Himmel. Zwischen Wort und Bild, denkst du,
liegt ein Scharnier. Oder eine Ewigkeit.


II

und Wintersonne: dein Schatten Sturmholz
auf der Suche nach Bestand. Schellack schwingt

im Baumharz mit. Der Weiher dreht sich um, gespurtes
Weiß: Ein Schlittschuh fährt ins Sütterlin. Das Wunder

auf dem Weihnachtsteller heißt Orange, wie Großmutters
Kinderauge rund und wie die Erde blau. Ein Surren speist sich

ein in die Orangenhaut, eingepflockt im Takt der Zäune:
Stacheldraht, Elektro-, Stachel-. Dich fliegen Bilder an

in Parallelverläufen: Bei großer Geschwindigkeit
entsteht vor dem Objekt eine Stauung

stark komprimierter Luft. Du hockst vor dem Transistor.
Die Skala längs der Wachstumsstreifen, die Schallmauer

durchbrochen: Deine Frage geht aufs Karussell,
ob Krieg, ob Frühling einmarschiere in die goldene

Stadt. Die Farben fliehen wieder vor den Dingen,
und das Gelb der Forsythie wird zu einer Behauptung,

die zu beweisen wäre vom Frühling, der seine Farben
verschweigt, wie das Gelb die Forsythie.


III

und die Sprachbindung spult weiter: Draht und
Defekt. Den Gartenzaun wolltest du flicken. Ein Projekt

aus dem Sommer, nun eingefroren wie das Bild
vom Dunkelhellila der Aster. Daneben

Knirschen, Kiesweg, und vorbei am Dunkelhellila
klatscht der Aven seinen Gesang

gegen stetes Gestein, vorbei an Gauguin
und den Wäscherinnen, die immer noch atmen

im Licht der Kunst und das Flußbett wenden,
gerät ins Stocken die Rede vom elektrischen

Wunder: Stromsperre, Störung, Streckenmeister.
Dein Kopf rückt vor ins Sperrgebiet,

mit einer Fernsprechstelle frisch verbunden:
Standlaute, die Tonspuren ziehen Drahter.

Windig meldet sich das Feld von seiner Jagd, 
und bildlich für die Atempause spricht ein Schluck

Stacheldraht: Der Hals des armen Mannes
ist zu den Nackenwirbeln durchgebrannt am Zaun.


IV

und plötzlich ausgelöst das Weiß vom Fichtenzweig:
Symphonisch nadeln die vier Jahreszeiten, nur

die Bewegung Wiege. Dein Kragen schabt. Die Spurrille
im Nacken, Patrouillengänge in den Venen, Nachträge

zu Clausewitz. Die Koppel im vereisten Licht:
Dampf steigt auf und Pferdeäpfel, hundert Kilo

zu elf Mark in Lüttich, gehen mit Aprilthesen
synchron durch die Schnittstelle Subjekt. Wie ausgebeint

erscheint das Brombeerwerk im Grenzverlauf,
keramisch der Gedächtnissprung im Bruchstück

Isolator. Schnee trägt deine Schritte fort
und Übergänge, bewahrt beim Öffnen seiner Silbe

noch einmal auf die Zeichen für die Rückkehr der Vögel.
Du stehst schon an der nächsten Biegung: Schneebruch,

Stimmbruch, zahnschmelzweiß die schmale Naht
der Wachstumsstreifen. Ein Leib aus Dunkelheit

zieht auf. Neuschnee bricht vom Himmel,
legt den Schall zurück in seinen Schatten.

Jürgen Nendza, 2004


Retroterra I

e la tua nuca grattata dal bavero del cappotto: una corrente gelida
nel corrimano ti porta giù dalla torre. L'abisso

appunto, la superficie parola e resistente al freddo
incrocia le lettere dei tuoi nervi: solchi

di pattini. Poi passo di stivali e neve spazzata
il tuo metronomo, la pennellata più fine sulle cime

come terreni che respirano. Ti metti ad ascoltarlo, continui
a sminuzzarlo a lunghezza d'osso, scricchiolando: dall'ombra sonora

emergono scampanellio e campanello, allarme, finché ad una curva
più oltre silenziose slitte congedano cavalli dal sonno

al di là della luce motorizzata. Vedi del filo spinato,
un passo dopo prikkeldraad, il paesaggio

una porta. Eppure il significato della porta è irrilevante,
non importa dove conduce, solo il tuo essersorpreso

le dà senso. Il tuo bavero gratta. Arancione
ti sta sopra il piccolo cerchio: leggero calore, bruciore,

cielo. Tra parola e immagine, pensi,
c'è una cerniera. O un'eternità.


II

e sole invernale: la tua ombra, legno imbevuto di tempesta
alla ricerca di continuità. La gommalacca risuona

nella resina degli alberi. Lo stagno si rivolta, color bianco
tracciato: un pattino ripercorre l'antico corsivo. La meraviglia

sul piatto natalizio si chiama arancia, rotonda come gli occhi infantili
di nonna blu come la Terra. Un ronzio si carica

nella buccia dell'arancia, impiantato nel ritmo delle recinzioni:
filo spinato, elettro-, fili-. Ti si avvicinano in volo immagini

in scenari paralleli: ad alta velocità
si genera davanti all'oggetto un accumulo 

di aria molto compressa. Stai rannicchiato davanti al transistor.
La scala lungo le smagliature, il muro sonoro

forato: la tua domanda sale sulla giostra,
la guerra, la primavera marceranno sulla città

dorata? I colori sfuggono di nuovo davanti alle cose,
e il giallo della forsizia diventa un'affermazione

che spetterebbe alla primavera provare, a lei che sottace
i propri colori, come il giallo la forsizia.


III

e il legame linguistico continua ad avvolgersi: filo di ferro e
difetto. Volevi riparare la rete del giardino. Un progetto

estivo, ora congelato come l'immagine
del viola pallido dell'astero. Accanto

scricchiolio, sentiero di ghiaia, e passando oltre il viola pallido
la cavità carsica schiocca il proprio canto

contro la roccia stabile, passando oltre a Gauguin
e alle lavandaie, che ancora respirano

nella luce dell'arte e rivoltano il letto del fiume,
lo strumento in blocco il discorso della meraviglia

elettrica: interruzione di corrente, incidente, capo delle sentinelle.
La tua testa avanza nella zona interdetta,

da poco collegata ad un posto telefonico:
cablatori estraggono abbai a fermo, la base sonora.

Ventoso si presenta il campo della sua caccia, 
e figurativamente per la sosta del respiro parla un sorso

di filo spinato: il collo del pover'uomo
è bruciato sul recinto fino alle vertebre cervicali.


IV

e all'improvviso innescato, il bianco dal ramo di abete:
sinfonicamente perdono gli aghi le quattro stagioni, solo

il movimento una culla. Il tuo bavero gratta. Il solco
nella nuca, un andirivieni di pattuglie nelle vene, appendici

a Clausewitz. La biella nella luce gelida:
del vapore sale e dello sterco di cavallo, cento chili

a undici marchi a Liegi, se ne va con le Tesi di aprile
in sincrono attraverso la porta soggetto. Come sembra 

disossata l'opera delle more nel tracciato del confine,
di ceramica il balzo della memoria nel rottame

dell'isolatore. La neve asporta i tuoi passi
e i passaggi, aprendo le sue due sillabe ancora una volta 

custodisce i segni per il ritorno degli uccelli.
Sei già alla curva successiva: schianto da neve,

muta vocale, bianco di smalto di denti la sottile saldatura
delle smagliature. Dall'oscurità un corpo

si avvicina. Altra neve erompe dal cielo,
ripone il suono nella propria ombra.

Il filo elettrico veniva chiamato in molti modi, tra cui de verdoemde draad (il filo maledetto), dood-grens (confine della morte) e de Duivels-draad (il filo del diavolo). La storia del filo è stata studiata da un professore belga di grammatica e linguistica francese, Alex Vanneste, il nonno della cui moglie, che era stato, durante la Grande Guerra, contrabbandiere e spia, lo aveva attraversato più volte. Il filo elettrico venne costruito a spese e con la forza lavoro delle comunità belghe attraversate dalla barriera (articolo de die Zeit, articolo de Le Soir, articolo di Le Soir, articolo di Alex Vanneste corredato da molte foto).
La terre est bleue comme une orange, così scriveva Paul Eluard nel 1929.
Il viola pallido dell'astero è tratto dalla poesia del 1912 Kleine Aster di Gottfried Benn.
Ho riconosciuto solo questi due rimandi poetici, ma non è escluso - anzi - che ve ne siano degli altri.
Foto 1: Gerhard Hirschfeld, Enzyklopädie Erster Weltkrieg, UTB, 2008, Foto 2-4: grenzegeschichte.eu, Foto 5: Museum Tongerlohuys, Foto 6, 7: wereldoorlog1418.nl, Foto 8: forumeerstewereldoorlog.nl, Foto 9: forumeerstewereldoorlog.nl, Foto 10: grenzegeschichte.eu, Foto 11: hbrouns.cdenv.be

martedì 25 ottobre 2011

Nell'attesa

Continuo a leggere robe vecchie ed inutili (parecchio Le Goff, che - scopro ora - è l'equivalente bretone di Lefèvre, Smith, Schmitt, Schmidt, Fabbri, ecc., qualche classico cinese, le impressioni di Petrarca sui suoi soggiorni a Parigi e il 17 ottobre 1961 di Jean-Luc Einaudi) e, con particolare attenzione, i quotidiani di questo mese di ottobre, ma del 1914, specialmente di Trieste, ma non solo. I bollettini di guerra, pur stiracchiati tra le azioni della censura e della propaganda, mi aggiornano, proprio giorno per giorno, sui movimenti del fronte, sulle morti di re e ministri, su affondamenti di navi, su conquiste di città, sulla caparbietà con cui gli stati neutrali vogliono mostrarsi ancora neutrali, salvo ripensamenti dell'ultima ora. Dopo Anversa e la Galizia, ora si combatte ad Ostenda. Mussolini, in questo mese, sta vigorosamente scalpitando all'interno del Partito Socialista Italiano: ne avversa ormai senza alcuna remora la posizione di neutralità nei confronti della guerra, avvia la sua lunga marcia, cerca sempre di più spazio e visibilità. Ne trova e, come sappiamo, ne troverà ancora, almeno per un po'.
La cronaca locale sembra nettamente più libera dalla censura e da certe malizie che, nel tempo, hanno sempre di più cercato di imbrigliare la realtà quotidiana tra le maglie del dicibile o di relegarla nella posizione più defilata possibile, in fondo in fondo al giornale: nel 1914 non si contano i suicidi, che si effettuano di preferenza con l'acido fenico. Se ne parla apertamente, non temendo affatto, almeno in apparenza, il rischio dell'effetto emulativo. Non si contano nemmeno gli incidenti domestici che occorrono ai bambini, probabilmente lasciati molto tempo da soli, abbandonati da padri mandati al fronte e da madri costantemente occupate a trovare il denaro necessario per comprare roba da mangiare, di qualità sempre più scadente, fin dal primo anno di guerra, e sempre più cara. Sono bambini che si fanno male ogni giorno fino a rischiare la vita, precipitando da finestre o ustionandosi con l'acqua delle pentole in cui bollono dei fagioli o delle patate, spesso lavorando in fabbrica prematuramente. Ci sono poi le tracce di innumerevoli piccoli furti, molti dei quali destinati a restare dei goffi colpi andati a vuoto per rimediare qualche soldo o, letteralmente, qualche gallina. Questo, per quel che riguarda il pane.
Per quel che riguarda le rose, queste sembrano trovarsi solo al cinema, dove si danno spettacoli di varietà, o di piccoli funamboli, maghi ed illusionisti, e si ascoltano arie d'opera o operetta.
Quello che manca, almeno a leggere i giornali, è il dissenso. Quanto meno, non sembra emergere nessuna notizia di vero dissenso, non troppo diversamente da oggi: sono anni che aspetto che si scenda in strada non per la propria pancia, ma per dimostrare, almeno per qualche ora, almeno un po' di solidarietà agli immigrati che cercano di approdare in Europa, alla gente del Sudan o della Somalia o del Kurdistan o dell'Afghanistan o dell'Iraq o della Siria o della Cecenia o della Grecia, tempo fa a quella d'Islanda ed ora anche a quella d'Italia o d'Ungheria. L'attesa continua.

martedì 4 ottobre 2011

Ridendo e scherzando

sono più di dieci giorni che si bombarda Reims. Per chi legge i giornali dei primi di ottobre del 1914, naturalmente. Per costoro, il conteggio dei giorni non è immediato, perché una notizia da Rotterdam del 21 settembre riporta che, a quella data, era già da tre giorni che le artiglierie tedesche stavano bombardando la città dalla sponda opposta della Marna, mentre un'altra da Londra del 3 ottobre dice "già da dieci giorni".
La gente di Reims non ancora sfollata sta vivendo in cantina. Ma non è la popolazione di Reims, su cui si concentrano i giornali: è la sorte della sua cattedrale (i simboli contano più degli uomini). Deve aver subito danni considerevoli. E non perché lo dica Le Figaro del 22 settembre, con parole accorate e piene di indignazione, ma tradite dalla frase fatta per cui ci sarebbe solo un "cumulo di macerie":
Senza poter invocare nemmeno l'apparenza di una necessità militare, e per il solo piacere di distruggere, le truppe tedesche hanno sottoposto la cattedrale di Reims ad un bombardamento sistematico e furioso. A quest'ora, la basilica non è più che un cumulo di macerie. Il governo della Repubblica ha il dovere di denunciare all'indignazione universale questo atto rivoltante di vandalismo che, dando alle fiamme un santuario della nostra storia, ruba all'umanità un frammento incomparabile del suo patrimonio artistico.
No, non per le parole del Figaro. Più che altro, per la logica ed i dettagli della smentita ufficiale diramata da Berlino il 23 settembre:
Il governo francese sostiene che il cannoneggiamento di Reims non è una necessità militare. Di fronte a ciò, si constata quanto segue: siccome i francesi hanno fatto della città di Reims, mediante forti trinceramenti, il centro della loro difesa, ci hanno costretto ad attaccare la città con tutti i mezzi. Per ordine del comando superiore dell'esercito tedesco, il duomo doveva venir risparmiato, fin tanto che i francesi non lo avessero sfruttato a proprio vantaggio. Il 20 è stata issata sul duomo la bandiera bianca e noi l'abbiamo rispettata. Tuttavia, abbiamo potuto constatare che sulla torre c'era un posto di osservazione, il che spiegava la buona copertura dell'artiglieria francese contro l'attacco della nostra fanteria. Bisognava rimuovere il posto d'osservazione. Ciò è avvenuto mediante un fuoco di shrapnel dell'artiglieria da campo - nemmeno allora è stato permesso il fuoco dell'artiglieria pesante - e il fuoco è stato sospeso appena rimosso il posto. Come abbiamo potuto osservare, le torri e l'esterno della cattedrale sono conservati. Il tetto è andato in fiamme, come doveva avvenire. La responsabilità è dei francesi, che hanno tentato di abusare della bandiera bianca posta sul venerabile campanile.
E soprattutto, per i tuttavia ed i però di un comunicato del 21 settembre, rilasciato ancora dall'attaccante, che inducono a pensare che i danni subiti dalla cattedrale (che si trasforma in duomo, fuori dalla Francia) fossero effettivamente seri:
Il duomo, nel quale sono ricoverati i feriti,
viene per quanto possibile risparmiato,
tuttavia è già stato colpito da otto cannonate,
però non ha riportato danni gravi.
Le potenze tradizionali modellavano la realtà secondo i propri interessi, per cui una cattedrale danneggiata da delle bombe oscillava tra un cumulo di polvere ed una struttura sì colpita, ma ancora saldamente in piedi, e nella tradizionale propaganda di guerra il nemico si macchiava o della barbarie cieca dell'attaccante o del subdolo utilizzo, nel caso del difensore, di una cattedrale come postazione militare.
Le potenze moderne inventano la realtà: lo scontro di civiltà(1), le reti terroristiche globali, i loro capi, i loro mille bracci destri, le loro vite, le loro morti, i loro fini, le dubbiose stragi di civili che giustificano interventi bellici a fronte delle palesi e continue stragi di civili lasciate impunite. Inventano e si spingono pure oltre l'invenzione: vorrebbero anche che chi non ha il potere si limitasse ad interpretare la loro rappresentazione della realtà. A volte(2) ci riescono.
The aide said that guys like me were ''in what we call the reality-based community,'' which he defined as people who ''believe that solutions emerge from your judicious study of discernible reality.'' I nodded and murmured something about enlightenment principles and empiricism. He cut me off. ''That's not the way the world really works anymore,'' he continued. ''We're an empire now, and when we act, we create our own reality. And while you're studying that reality -- judiciously, as you will -- we'll act again, creating other new realities, which you can study too, and that's how things will sort out. We're history's actors... and you, all of you, will be left to just study what we do.'' 
L'assistente ha detto che tizi come me si trovavano "in quella che noi chiamiamo la comunità basata sulla realtà," che ha definito come la gente che "crede che le soluzioni emergano dallo studio giudizioso di una realtà discernibile." Ho fatto cenno di sì e ho blaterato qualcosa sui principi dell'illuminismo e dell'empirismo. Mi ha interrotto. "Siamo un impero, ora, e quando agiamo, creiamo una nostra realtà. E mentre voi studierete questa nostra realtà - giudiziosamente, come farete - noi agiremo di nuovo, creando delle altre nuove realtà, che vi metterete a studiare ancora, ed è questo il modo in cui le cose si sistemeranno. Noi siamo attori della storia... e a voi, a tutti voi, non resterà che studiare quello che facciamo". 
Un consigliere di George W. Bush a Ron Suskind, estate del 2002, NYT, 17.10.2004(4)
Buona visione.

(1) Parolaccia che, declinata al passato, suonava Lebensraum, questione superata a prezzo di milioni di morti e finita con due scarabocchi di penna, quelli delle firme con cui Schröder e Putin hanno siglato l'accordo sul Nord Stream.
(2) A volte non ci riescono, comunque: i potenti dimenticano di essere anch'essi mortali, non conoscono i pappici(3) ed in ogni caso sottovalutano la potenza del clinamen.
(3) 'O pappice dicett' 'a noce: damme tiempo ca te spertoso.
(4) Trovato grazie a Barbara Spinelli in "Una parola ha detto Dio, due ne ho udite". Lo splendore della verità, Laterza, 2011

martedì 13 settembre 2011

Nel vortice del tempo raggelato

L'assedio di Leningrado, che iniziò settant'anni fa, ha trovato in letteratura testimonianze impressionanti.

Nessun'altra città europea ha dovuto soffrire nella Seconda Guerra Mondiale così come l'assediata Leningrado. Morì circa un milione di persone. Il ricordo dell'assedio è rimasto sbiadito in Occidente. La letteratura russa invece ne offre ampia testimonianza, ma solo poche opere sono anche esteticamente fedeli al disastro.

Di Oleg Jur'ev

L'8 settembre del 1941 le truppe tedesche e finlandesi completarono l'accerchiamento della seconda città più grande dell'Unione Sovietica, Leningrado. La metropoli di tre milioni di abitanti fu isolata da tutte le vie di rifornimento. Era l'inizio del blocco destinato a durare 872 giorni, uno dei maggiori crimini della storia moderna. Le persone morirono principalmente di fame, ma anche per il freddo e per i colpi dell'artiglieria: la stima del numero delle vittime è di 1,1 milioni di persone. Il disastro non fu solo messo in conto dai tedeschi, ma anche voluto e pianificato (a questo si aggiunse, da parte sovietica, un'evacuazione organizzata in modo pessimo e in parte vessatoria secondo punti di vista politici).

Il blocco nella coscienza
Così recitava l'ordine segreto di Hitler n. I-a 1601/41 del 22 settembre 1941 «Il futuro della città di San Pietroburgo»: «1. Il Führer ha deciso di cancellare la città di Pietroburgo dalla faccia della terra. Dopo la vittoria sulla Russia Sovietica non ci sarà il benché minimo motivo per cui questa grande città debba continuare ad esistere. Anche la Finlandia ha dichiarato di non essere interessata alla continuazione dell'esistenza di questa città situata ai suoi nuovi confini. (...) 3. È stato suggerito di chiudere ermeticamente la città e di raderla al suolo con il fuoco dell'artiglieria di tutti i calibri e con continui attacchi aerei. Se questo condurrà all'offerta della sua capitolazione, essa andrà respinta?» L'8 novembre 1941 Hitler spiegò in un discorso che il nemico a Leningrado veniva «affamato». Il rapporto registra un «applauso scrosciante».

Il blocco di Leningrado, al di fuori della Russia, e tanto più in Germania, non si è ancora fissato nelle coscienze, anche se sono stati compiuti già molti sforzi in questa direzione. Non si può neanche dire che ci sia mancanza di informazione. Il blocco fu già oggetto di discussione ai processi di Norimberga (all'epoca con una stima di 600 000 morti), ci sono più che sufficienti libri internazionali e lavori di ricerca, cui se ne aggiungono costantemente di nuovi. Eppure «Leningrado» rimane un crimine quasi sconosciuto. Perché? Dipende dal fatto che esso, a differenza degli altri grandi crimini del nazionalsocialismo, è rimasto «proprietà» esclusiva della propaganda del potere sovietico, con la conseguenza che, dopo il 1945, nel rapido svilupparsi della guerra fredda, l'Occidente l'ha collocato al di fuori della propria sfera di attenzione e di empatia?

Non cercherò qui di aprire al mondo gli occhi sul blocco di Leningrado. Il mio tema è più modesto e più ricco di prospettive: la letteratura del blocco. Per prima cosa, tuttavia, devo mettere in chiaro che non uso in senso lato la parola «inferno» in relazione alla Leningrado sotto assedio, in particolare durante il primo inverno dell'assedio tra il 1941 e il 1942, quello che ha provocato il maggior numero di vittime. Per me non è una metafora. Se da qualche parte esiste un inferno, deve essere esattamente così: freddo perenne, oscurità, frammenti irriconoscibili di musica e notizie emessi da altoparlanti, marce lunghe ore ed ore con il principale mezzo di trasporto usato durante il blocco, la slitta per bambini. Cadaveri congelati ai bordi delle strade. Cadaveri di parenti a casa, che per giorni non possono essere seppelliti (naturalmente si cerca di mantenerne le carte di razionamento).

Al culmine della carestia, dal 20 novembre al 25 dicembre del 1941, un operaio riceveva 250 grammi di pane al giorno, mentre un impiegato, un membro della famiglia senza salario, un bambino, 125 grammi. Ai soldati al fronte si assegnavano 500 grammi. A questo pane venivano aggiunti fino al 50% di ingredienti non commestibili (cellulosa, granaglie, loppa). Eppure una storia dice più di molte cifre: Vasilij Betaki, un traduttore e poeta di Leningrado, che oggi ha 82 anni e vive a Parigi, racconta come, da bambino undicenne, durante il primo inverno dell'assedio abbia cacciato ed arrostito ratti. Con un martello stava seduto tutto il giorno davanti ad una tana di ratti nel suo appartamento, ad aspettare. Ne uccideva cinque o sei al giorno. L'idea gli era venuta da romanzi di Jules Verne, che aveva letto appassionatamente prima della guerra. Sua madre si rifiutava di mangiare i suoi ratti. Nonostante la madre ricevesse la razione di pane del figlio, morì ancora prima della primavera. Questa storia contraddice la leggenda popolare per cui tutti i ratti di Leningrado sarebbero fuggiti dalla città il 10 settembre del 1941, dopo il bombardamento mirato sulle case dei magazzini Badaev, dove si erano raccolte le scorte di generi alimentari cittadine, e sarebbero ritornati solo dopo la fine dell'assedio, il 27 gennaio del 1944. Il folclore del blocco è un soggetto particolare.

Ovviamente nell'inferno si produsse molta letteratura! La maggioranza degli scrittori rimasti in città (molti erano stati evacuati nell'entroterra) fu mobilitata e assegnata ai giornali dell'esercito o alla radio. Questo era il solo mezzo che contava per la gente comune sotto assedio. La radio trasmetteva non solo notizie, musica o discorsi del segretario del partito comunista, ma anche poesie e reportage. Alcuni poeti, che leggevano le loro poesie alla radio di Leningrado, divennero incredibilmente popolari. Ci si potrebbe ricordare di Olga Bergholz (1910–1975), che negli anni Trenta, da giovane poetessa fedele alla linea, causò danni molto seri, accusando colleghi sulla stampa di essere «spie nemiche». Ciò non valse ad impedire il suo arresto nel 1938. Suo marito, il poeta Boris Kornilov, fu giustiziato; torturata durante gli interrogatori, perse il bimbo che portava in grembo. Liberata nel 1939 dalla NKVD e riabilitata, la Bergholz aderì al partito e proseguì la propria carriera. Durante il blocco fu venerata come una santa per le sue poesie caratterizzate da un grande impatto emotivo, il che la rese intoccabile dopo la guerra. Beveva molto ed era nota in tutta la città per la sua lingua sciolta. Una volta fu invitata a presentare le sue poesie nella sede del KGB sulla Prospettiva Litejnyj, come ospite d'onore. Arrivò, già ubriaca, e chiese, ancora prima di togliersi il cappotto: «Avanti, gente, mostratemi dove state torturando!»

Tentativi di razionalizzazione
Le poesie della Bergholz, come molte altre opere composte durante il blocco, non possono essere propriamente definite poesia del blocco. Sono poesie (e anche prose) sul blocco, testi che cercano di immettere qualcosa di razionale nell'inafferrabilità del presente, infondere coraggio negli uomini e dare loro un sostegno. In questo senso assomigliano alle poesie dei poeti della radio che esortavano a resistere e alle disperate, silenziose «descrizioni private» della quotidianità del blocco. Prendiamo una poesia di Natalija Krandijevskaja-Tolstaja (1888–1963), una poetessa e per un periodo moglie del famoso romanziere sovietico Alexej Tolstoj. Parla di come gli uomini prendessero l'acqua con i secchi dai fiumi e dai canali: «Leghiamo il secchio alle slitte dei bambini, / e andiamo a prendere l'acqua / – dietro al ponte c'è un'erta  collina, / attenzione a scendere... (...) La tormenta di neve fa mulinelli sopra la Neva, / in piume bianche, in argento, / quando prendevamo l'acqua era proprio così / 200 anni fa, all'epoca dello zar Pietro...» Vediamo qui intraprendere un tentativo di razionalizzazione mediante un rimando alla storia. Tali poesie della Krandijevskaja, così come il suo diario del blocco, non furono pubblicate durante la sua vita: erano considerate troppo private, troppo antieroiche.

Il tempo dei diari
Ancora più delle poesie, nella Leningrado assediata si scrissero diari. È come se gli uomini avessero cercato, attraverso la regolarità delle annotazioni, di portare ordine all'inferno, di trovare un senso nel tempo che si era fermato. I diari del blocco furono pubblicati in Unione Sovietica, con cautela, già a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta e furono utilizzati per la «educazione del popolo». Un esempio rappresentativo è il diario della scolara Tanja Savičeva, la «Anna Frank leningradese», che assurse a simbolo del blocco. Le sue note sono in realtà un documento impressionante: «Lo zio Ljoša il 10 maggio del 1942 alle 4 del pomeriggio. Mamma il 13 maggio del 1942 alle 7.30 di mattina. I Savičev sono morti. Sono morti tutti. È rimasta solo Tanja.» Fu portata via da Leningrado, ma morì nel 1944 per le conseguenze del blocco.

Alla fine degli anni Settanta-inizio degli anni Ottanta, fu pubblicata la cronaca dettagliata dell'assedio  di Leningrado, «Il libro del blocco» (Blokadnaja kniga) di Daniil Granin ed Ales' Adamovič. Utilizzava abbondante materiale tratto da diari e ricordi privati e, grazie alla posizione di rilievo di entrambi gli autori nella gerarchia culturale, non si atteneva servilmente ai tabù della propaganda sovietica, che cercavano sempre di rappresentare gli orrori in modo un po' più sopportabile e le azioni eroiche, se possibile, ancora più eroicamente. A quel punto sembrò che tutto fosse già stato detto sul blocco. Eppure, dalla fine degli anni Ottanta, hanno continuato a venire pubblicate nuove testimonianze di inaspettata qualità artistica e umana, su tutte i diari e i saggi della critica letteraria Lidija Ginzburg (1902–1990).

Questo flusso di pubblicazioni non si è ancora arrestato. Nel frattempo sappiamo molto più di prima della vita all'interno del blocco. Particolarmente importante è la paradossale percezione del tempo durante il blocco (le sono dedicati i lavori della ricercatrice russo-americana Polina Barskova) – il tempo si ripete sempre con un andamento monotono e al contempo finisce ogni secondo. È infinito e allo stesso tempo dura, ma non procede. È il tempo dell'unicità ripetuta. Tutti i tentativi di riprodurre la realtà del blocco in un tempo letterario normale, anche lirico, falliscono proprio per questa qualità paradossale del tempo del blocco.

È spiacevole dirlo, ma è vero: negli ultimi dieci anni interessarsi del blocco è stata in Russia una moda intellettuale (anche altrove ha successo, ma non in territorio tedesco). Le pubblicazioni russe su questo tema sono onnipresenti. Tra queste, due scoperte sensazionali: due opere di poesia che sono nate nell'inferno e sono in grado di restituirlo poeticamente. Non avevano alcuna funzione terapeutica (tanto meno propagandistica), ma sono rimaste fedeli al blocco in quanto tale. Attraverso entrambe, il blocco ha trovato la via della profondità del linguaggio.

Il terrore assoluto
Nel 2007 è uscito presso la piccola casa editrice viennese Korrespondenzen un volume di poesie che ha rivoluzionato tutta l'idea che si aveva della poesia della catastrofe di Leningrado. «Blockade» è nato dalla penna di Gennadij Gor, scoperto dal traduttore Peter Urban, che ne aveva inizialmente studiato le prose brevi. Il volume pubblicato da Urban con testo a fronte non è stata una prima edizione solo tedesca, ma anche russa. Gor (1907–1981) era stato negli anni Sessanta e Settanta un autore di science fiction noto ed apprezzato. La sua precedente prosa sperimentale era conosciuta solo da pochi e le sue poesie erano sconosciute.

«Il sorriso insensato di Edgar Allan Poe, / Cervantes dall'andatura insicura, / inutile, ma d'oro un pesciolino / una cattura altamente pericolosa. / Mi uccideranno, lo so, un lunedì / e mi lasceranno giacere dove sta il lavatoio. / E là si laverà il mio scagnozzo / sorprendendosi dei baci, / ridendo, mentre si lava.» Da tali versi emerge il terrore assoluto: del morire congelati, di fame, divorati, letteralmente, da qualcuno diventato cannibale. Nelle poesie di Gor il cannibalismo si trasforma in una spaventosa metafora che diviene motivo conduttore dell'esistenza durante il blocco. Tuttavia, molto più importante è come queste poesie restituiscano il caos e la cristallizzazione del tempo nell'inferno del blocco, e questo in continuo dialogo con la propria morte. Quello che rende le poesie di Gor un evento nella vita letteraria russa è l'aver mostrato che il linguaggio dell'avanguardia di Leningrado inviso alla dottrina del realismo socialista era adatto allo stato esistenziale eccezionale. Sembra quasi che i «poeti insoliti» degli anni Trenta, Daniil Charms (morto di fame all'ospedale del carcere durante il blocco), Alexander Vvedenskij (cui spararono durante un trasporto di prigionieri) e Nikolaj Zabolockij (allora in un campo di lavoro) abbiano sviluppato il loro linguaggio, la loro fantasia poetica e la loro complessa percezione del tempo in anticipo sul blocco. Gennadij Gor si è riallacciato, consapevolmente o meno, a questo linguaggio e ha creato un universo lirico che porta il lettore direttamente all'inferno.

Poesie pseudoprimitive
Un'ulteriore scoperta è la raccolta di poesie, uscita a Mosca nel 2011, di Pavel Sal'cman (1912–1985), pittore e grafico e allievo di Pavel Filonov (1883–1941), un classico dell'avanguardia russa morto durante il primo inverno del blocco. Sal'cman dipinse, girò film ed inoltre scrisse poesie e prosa durante tutta la sua vita. Passò il primo inverno del blocco a Leningrado. La poetica delle sue poesie composte all'epoca appartiene inconfondibilmente alla stessa cultura dell'avanguardia leningradese: «Sono un cretino, sono uno stronzo, sono uno storpio, / ucciderei un uomo per una salsiccia, / ma per favore fateci entrare, / raspiamo da molto tempo alla porta come cani. / Però soffro, boia che siete, / di incontinenza!» Queste poesie pseudoprimitive, nel loro essere disperatamente dirette, sono ben lungi dal tentativo di razionalizzare l'accaduto e di comprenderlo in una logica umana. Avvertono nella loro struttura l'orrore, in un modo terribile, attraente.

Il blocco di Leningrado fa parte degli eventi che ricordano di cosa siano capaci gli «uomini civilizzati» quando un'ideologia concede loro la licenza di uccidere. Le testimonianze ricordate, siano di tipo documentaristico o letterario, consentono di conoscere una sofferenza indicibile. Dare ai morti una memoria e al dolore un linguaggio è il massimo, ma anche la cosa più difficile che sia in grado di fare la poesia, perché questa deve sempre lasciare aperte le ferite affinché non le sfugga nessuna interpretazione dell'insensato.

Oleg Jur'ev, nato a Leningrado nel 1959, vive a Francoforte sul Meno: è autore di romanzi, poesie, drammi e saggi.

NZZ, 3.9.11

venerdì 29 maggio 2009

Impromptu

I
Pasa una bicicleta
por la carretera.
Parece que no es nada
una bicicleta...
Pero vista detrás de una alambrada
ese trasto de dos ruedas
le llena a uno de ideas.
Por la carretera
va que vuela,
una bicicleta.

II
¿Qué treta
me juegas,
fortuna y rueda?
De mis pies nacen andas
y surgen sedas.
Por sólo altibajar mal las rodillas
yo mismo me llevo en sillas.
Ya más que Clavileño, Clavileña
dulce, metálica, sin par sorpresa:
¡Oh noble bicicleta!

Max Aub
Ciclo de Djelfa, 21.02.1942

alambrada: reticolato
Clavileño: il cavallo di legno su cui "volarono" don Quijote e Sancho (II, 41).


Il Ciclo di Djelfa è una raccolta di versi scritti da Max Aub, spagnolo di madre francese e padre tedesco, nel campo di concentramento algerino di Djelfa tra il 1941 e il 1942 e raccolti in volume nel 1944, ormai in esilio in Messico.
Aub scrisse:
"Este libro [...] fué escrito en el campo de D. El primer sorprendido de que me haya “salido”, de que haya brotado en verso, he sido yo. No es milagro. La mayoría de los escritores empezamos a exprimirnos en verso. El verso es el vehículo más inmediato, más directo de la poesía. El hombre es un animal poético. Y el verbo tiene esta impronta. Lo que a primera vista puede parecer impedimenta es el esqueleto necesario a la expresión. Los primeros pasos de toda literatura se han dado en verso. La prosa no es más que una trascripción forzada y segundaria. Antes cantan los niños que hablan. Cuando, en el campo, intenté escribir lo más sencillamente posible lo que acontecía, en verso salió. El verso es lo más desnudo. Y para nosotros, españoles, el de 16 sílabas. Cuando nos ponemos a contar sucesos que se nos agarran, que nos desgarran el pecho, lo hacemos en romance. Lo de adentro, lo subjetivo puede luego emperifollarse orlado por las conteras de la consonancia y el tramado del endecasílabo.

(Incrocio Aub, per vie diverse, da quando avevo più o meno quindici anni. Il primo incontro fu attraverso delle fotocopie di un libro allora introvabile in commercio, Delitti esemplari, passato di mano in mano come un samizdat.)