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venerdì 18 ottobre 2013

у него корабль над головой

Auf dass sie nicht vergessen, dass nichts in dieser Welt beständig ist, auch die Heimat nicht; und dass unser Leben kurz ist, kürzer noch als das Leben der Elefanten, der Krokodile und der Raben. Sogar Papageien überleben uns.
Joseph Roth, Juden auf Wanderschaft


In einem Roman wird das Leben beschrieben, da läuft angeblich die Zeit, aber sie hat nichts Gemeinsames mit der wirklichen Zeit, da gibt es keine Ablösung des Tages durch die Nacht, da entsinnt man sich spielerisch beinah des ganzen Lebens, während du dich in der Wirklichkeit kaum an den gestrigen Tag erinnern kannst. Und überhaupt: jede Beschreibung ist falsch. Der Satz: ‘Ein Mensch sitzt, über seinem Kopf ist ein Schiff’ ist vielleicht richiger als ‘Ein Mensch sitzt und liest ein Buch.’ Der einzige seinem Prinzip nach richtige Roman ist von mir. Aber er ist schlecht geschrieben.

Olga Martynova, Sogar Papageien überleben uns, Droschl, 2010


Affinché non dimentichino che a questo mondo niente rimane stabile, neanche il proprio paese, e che la nostra vita è breve, ancora più breve della vita degli elefanti, dei coccodrilli e dei corvi. Persino i pappagalli vivono più di noi.
Joseph Roth, Ebrei erranti


In un romanzo viene descritta la vita: in un romanzo il tempo sembra passare, ma è un tempo che non ha niente in comune con il tempo reale, in un romanzo la notte non si avvicenda al giorno, in un romanzo ci si ricorda ludicamente di quasi tutta la vita, mentre nella realtà ci si riesce a stento a ricordare del giorno appena trascorso e, in generale, ogni descrizione è sbagliata. La frase: "Un uomo sta seduto, sopra la sua testa appare una nave" è forse più corretta di "Un uomo sta seduto e legge un libro". L'unico romanzo corretto secondo il suo principio è il mio, ma è scritto male.

Ol'ga Martynova, Persino i pappagalli vivono più di noi 

Le parole tedesche sono parole della Martynova, ma sono anche parole di Fjodor, un poeta russo che nel romanzo della Martynova ha smesso di scrivere poesia e scrive solo prosa. Solo che Fjodor, nel passaggio citato, cita VVedenskij. E quindi, nella versione italiana qui fornita, Fjodor usa parole che ho scelto io al posto di quelle tedesche scelte dalla Martynova per raccontare di Fjodor che cita VVedenskij in russo.  

В романе описывается жизнь, там будто бы течет время, но оно не имеет ничего общего с настоящим, там нет смены дня и ночи, вспоминают легко чуть ли не всю жизнь, тогда как на самом деле вряд ли можно вспомнить и вчерашний день. Да и всякое вообще описание неверно. "Человек сидит, у него корабль над головой" все же наверное правильнее, чем "человек сидит и читает книгу". Единственный правильный по своему принципу роман, это мой, но он плохо написан.

Mi pare che il modo in cui si ricordano le cose in un romanzo, nelle parole originali di VVedesnkij, non sia più ludico, ma solo facile, e che la nave non appaia come una parvenza di nuvola sopra la testa del lettore, come ho fatto credere io partendo da über seinem Kopf ist ein Schiff, ma che sia il lettore ad avere proprio una nave sopra la propria testa e che continui ad avercela per un po', almeno finché legge. Dev'essere quella nave, l'inesauribile serbatoio da cui si attingono i ricordi nei romanzi. Chiuso il libro, la nave sparisce. Forse perché il solo attimo esistente è quello presente, come diceva lo stesso VVedenskij*.

Stamattina, leggendo die Zeit, ho avuto per un po' il Dr. Oetker a braccetto col signor Cameo, sopra la mia testa, entrambi in camicia bruna, perfettamente stirata, con stivali di cuoio luccicanti, teschio, aquila, croce uncinata e tutto. In quel frangente, così come faccio in ogni simile occasione, mi sono augurata che i secondi passati non sparissero del tutto, che possa esistere un modo equilibrato, non ossessivo, eppur fermo, di conservarli, o almeno che l'unico secondo esistente ne possa serbare la giusta traccia col rispetto che si deve alle vittime del passato, liberando al contempo i figli dalle colpe dei padri. Kompliziert, come augurio.

* Потому что прежде чем прибавится новая секунда исчезнет старая, это можно было бы изобразить так: (Perché prima che si aggiunga il nuovo secondo, il precedente scompare. Si potrebbe rappresentare così:)
         
       
Только нули должны быть не зачеркнуты а стерты (Solo che gli zeri non dovrebbero essere sbarrati, bensì cancellati).

venerdì 30 marzo 2012

Упав с велосипеда

Упав с велосипеда, знаешь вдруг:
между тобой и миром — плоть,
и так тонка, и так капризна,
что грубой и выносливой душе
она сплошная укоризна.

И знаешь вдруг,
что равен небу, лесу, полю,
как зеркало, что ли, ты —
тогда представишь ЗЕРКЛО,
чьи отраженья сначала расплывчаты,
потом и вовсе вылиты
и брызнули на волю,
как рыбки из садка,
как мотыльки из сада,
как с неба облака,
как с облаков вода,
как Аронзона вкруг
всё замелькало, смеркло.

Ольга Мартынова


Cadendo dalla bici

Cadendo dalla bici, d'incanto sai:
tra te ed il mondo solo carne,
e così fine, e così capricciosa
da essere un solo rimprovero
all'anima
rude ed indurita.

E d'incanto sai
di essere uguale al cielo, al bosco, al campo,
un po' come uno specchio
poi pensi: uno SPECIO
in cui i riflessi dapprima sono sfumati,
poi si riversano
spruzzati in libertà,
come pesci da una vasca,
come falene da un giardino,
come nuvole dal cielo,
come gocce dalle nuvole,
come attorno ad Aronson
tutto prese a sfavillare, a spegnersi.

Ol'ga Martynova

Leonid Aronson (1939-1970), poeta leningradese morto sulle montagne dell'Asia centrale vicino a Taškent, in circostanze mai del tutto chiarite: per alcuni suicida, per altri in un incidente di caccia. Nel 1966, Aronson scriveva più o meno questo: Il soggetto della mia letteratura sarà la rappresentazione del paradiso. È sempre stato così, ma diventerà ancora più definito, come espressione di una percezione del mondo opposta alla vita. La vita che viviamo è artificiale, la nostra vera vita è il paradiso, e se le impressioni eterne dei rapporti non fossero così ingiuste e stupide, la vita non diventerebbe simile al paradiso, sarebbe il paradiso. Il fatto che l'arte si occupi dei nostri incubi dimostra l'incomprensione della Verità.

domenica 20 novembre 2011

L'omino

Una volta B. ed io siamo andati a vedere una mostra di pittura che interessava ad entrambi. Dal momento della partenza, a Francoforte, fino all'arrivo ad Essen, abbiamo ininterrottamente ascoltato musica dei Rammstein (potenza dell'affetto per B.), parlandoci spesso sopra. Al ritorno, niente musica e solo qualche rara parola scambiata tra di noi (potenza dell'effetto di Caspar David Friedrich), tra cui il mio ricordargli che i tedeschi si sono furbescamente appropriati dello svedese Friedrich (debolezza del mio tendere alla provocazione). Con tutto l'affetto possibile per B. e per i suoi gusti musicali, il silenzioso viaggio di ritorno, se escludiamo la mia provocazione, è stato più bello di quello dell'andata.

La presenza di una Rückenfigur, una figura umana vista di spalle nel paesaggio, che ha generato molti scritti sulla capacità dello svedese di interpretare una visione romantica del mondo, esercita in me un'influenza di gran lunga più forte non nelle opere in cui un omino di spalle attira lo sguardo e contribuisce a condurlo nella direzione voluta dall'autore, ma in quelle in cui lo cerco a lungo senza trovarlo, perché in queste opere - e non sono poche - l'omino non c'è. È lì, nella sua presenza-assenza, proprio al culmine della sua rarefazione, che, libera di guardare la natura privata della presenza umana, divento io stessa l'omino che non c'è.

Non mi capita solo con Friedrich, ma anche con molte fotografie di Luigi Ghirri, che ha provato a guardare il mondo nei due modi detti. Non solo anche lui ha realizzato una lunga serie di opere in cui ha preso di spalle degli uomini e delle altre in cui la figura umana è apparentemente assente, ma si è occupato a fondo, ed esplicitamente, della questione dell'omino.
Fin da bambino, le fotografie che mi piacevano maggiormente erano quelle di paesaggio, che vedevo intercalate negli Atlanti con le carte geografiche. Mi affascinavano particolarmente queste fotografie, dove immancabile, immobile, appariva un piccolo uomo sovrastato dalle cascate del Niagara, monti, rocce, alberi altissimi e palme grandiose, o sul ciglio di un burrone. Questo omino lo trovavo poi nelle cartoline, che raffiguravano piazze più o meno celebri, oppure arrampicato su monumenti storici, o disperso nel foro di Roma, o sotto la torre di Pisa. Quello dell'omino era uno stato di continua contemplazione del mondo, e la sua presenza nelle immagini conferiva a queste un fascino particolare. Non solo era il metro di misurazione delle meraviglie rappresentate, ma grazie a questa misura umana mi restituiva l'idea dello spazio; io lo vedevo in questo modo e credevo attraverso questo omino di comprendere il mondo e lo spazio.
Quando più tardi ho iniziato a fotografare, ho continuato a guardare le fotografie di paesaggio, ma non ho più trovato l’omino. Scenari stupendi, fondali, spazi sempre più deserti ed incomprensibili si susseguivano, si frantumavano, si moltiplicavano in modo sempre più vertiginoso. Ma tutto questo mi sembrava inabitabile, o meglio i luoghi si erano dissolti, erano rimasti splendidi fondali in bianco e nero o in technicolor, l’omino era sparito; se ne era andato via ed aveva portato con sé la rappresentazione dei paesaggi e vi aveva lasciato il loro simulacro.  
Italian Studies, Heffers Printers, 2000
È probabilmente per la scelta dei suoi simulacri, delle parvenze che questi lasciano intravvedere, che le nature morte di Ghirri mi sembrano piene di vita e di presenza umana. Ce n'è una che mi piace particolarmente, scattata nell'atelier di Giorgio Morandi, perché fa elegantemente il verso alle bottiglie di questi usando altri oggetti (dei libri), giocando così con la nostra memoria, e perché lascia ampio spazio al vuoto, al silenzio e alla sospensione del tempo. Per una fortunata coincidenza, i libri di cui si riescono a leggere le copertine nella foto di Ghirri sono delle raccolte di poesie di Tagore e di Leopardi e, per un'altrettanto fortunata coincidenza, la raccolta leopardiana è scompaginata, quasi disossata, mentre quella di Tagore è integra.

Atelier Giorgio Morandi, via Fondazza, Bologna, 1989-1990

Tutto questo per provare ad esprimere quello che Charms avrebbe potuto sintetizzare più o meno così: 

Con omino: Bosch, Bruegel
Senza omino: de Chirico
Con e senza omino: Friedrich, Turner, Ghirri

altrimenti detto

Con omino (dentro o fuori): Bosch, Bruegel, de Chirico, Friedrich, Turner, Ghirri

E questo è (quasi) tutto.

Quasi perché è chiaro che dietro ad ogni parola fin qui inserita avevo in mente una poesia:

Dicono che la mia
sia una poesia d’inappartenenza.
Ma s’era tua era di qualcuno:
di te che non sei più forma, ma essenza.
Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il Tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno è la più diffusa delle nubi.
Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.
Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi siamo una cosa sola.

Eugenio Montale

È sicuramente meno chiaro che dietro ad ogni parola avevo in mente anche un'amicizia a tre di breve, ma intensa durata. Nel periodo in cui è durata, ciascuno di noi tre ha fotografato delle figure di playmobil, gli omini per eccellenza dei tempi moderni, se non ultramoderni, con quel loro imperturbabile sorriso cristallizzato, che nessun evento riesce a scalfire. Al di là degli scarsi, se non nulli, esiti artistici, il gioco, in quanto gioco, non aveva nulla di superficiale, prova ne sia che da quando il rapporto si è concluso, non ho fotografato più alcun playmobil e, più in generale, sono tornata a fotografare pochissimo, quasi nulla, come era mia abitudine prima di quell'amicizia. Gli altri due partecipanti al gioco sembrano essersi dati una spiegazione della fine del rapporto e hanno dimostrato, seppur in modo diverso, il raggiungimento di un radicato convincimento che si sta esprimendo in un lungo silenzio, tanto ostinato quanto ostinati sono stati i miei tentativi di romperlo: uno ha affermato che sono emerse delle incompatibilità che erano presenti fin dall'inizio, l'altro che alcuni rapporti sono destinati a non durare. Io non lo conosco ancora, il vero Perché di quell'interruzione, anche se ho cercato di attribuirlo ad una fase non fortunatissima della mia vita: ora so solo che non ho interesse a trovarlo più e che forse (ripeto: forse) ha avuto a che fare con una questione di assenza-presenza, distanza-vicinanza e vuoto-pieno. L'ultimo mio tentativo di rompere il silenzio risale ad un paio di mesi fa. Resterà l'ultimo da quando ho ritrovato una pagina di Marías (che con tutta probabilità pensano si attagli perfettamente a me), un autore che, suo malgrado, è destinato a fare la stessa fine delle mie fotografie, scomparire dal mio paesaggio quotidiano, forse per essere più presente in quello del ricordo.
Hay personas que no perdonan que se porte uno bien con ellas, que les tenga lealtad, que las defienda y les preste su apoyo, no digamos que les haga un favor o las saque de algún apuro, eso puedes ser la sentencia definitiva para el bienhechor, me juego lo que sea a que conocerás tus ejemplos. Parece como si esas personas se sintieran humilladas por el afecto y la buena atención, o pensaran que con eso se las hace de menos, o no soportaran creerse en imaginaria deuda, u obligados a gratitud, no sé. Claro que esos individuos no querrían lo contrario tampoco, válgame el cielo, son de una gran inseguridad. Y no perdonarían aún menos que se portase uno mal y con deslealtad, que les negara favores y los dejara metidos en sus atolladeros. Hay personas que simplemente resultan ser imposibles, y lo único sabio es apartarse de ellas y mantenerlas lejos, que no se te acerquen ni para bien ni para mal, que no cuenten contigo, no existir para ellas, ni siquiera para combatirlas. Claro que eso es un desideratum. Por desgracia uno no resulta invisible a voluntad y según su elección. 
Javier Marías, Tu rostro mañana. Fiebre y Lanza, Alfaguara
Che un giorno, ad interrompersi, sia quel silenzio, resta il mio desideratum.

sabato 8 ottobre 2011

Rom liegt irgendwo in Russland

И как книга, раскрытая сразу на всех страницах,
лавр шелестит на выжженной балюстраде.
Иосиф Бродский
Римские элегии, III, 1981

E come un libro, aperto ad ogni pagina, che si legge
d'un fiato, il lauro fruscia su una balaustrata cotta.
Iosif Brodskij
Elegie romane, III, 1981
in Poesie, 1972-1985, a cura di Giovanni Buttafava, Adelphi, 1986

Вновь Проперций мой ко мне вернулся,
Счастие для Кинфии какое!
Исцарапанный, залапанный, помятый,
Облысевший, грязный, исхудавший.
Елена Шварц

Properzio è ritornato da me,
che felicità per Cynthia!
Graffiato, in lacrime, malconcio,
calvo, sudicio, emaciato.
Elena Schwarz
Cynthia


Rom liegt irgendwo in Rußland, am Rande. Vielleicht am Baltischen Meer oder am Schwarzen. Ein beliebter Ausflugsort für die Kulturruinenbegeisterten unter uns. Russische Touristen schreiben gerne Gedichte. Eine Anthologie der russischen Gedichte über Rom ergäbe einen dicken Band. Aber nicht nur die Springbrunnen und Pinien dieser Stadt rascheln in unseren Büchern (Lorbeer raschelt wie ein Buch, in dem alle Seiten zugleich aufgeschlagen sind, schrieb Brodsky in einer seiner "Römischen Elegien"), seit zwei Jahrhunderten besiedeln die Russen Roms sieben Hügel. Nicht nur Nikolaj Gogols Krähen-Gesicht lächelt unter dem glatten fettigen Haar hervor von der Wand des "Caffè Greco". Ganz Italien ist mit von Russen gestifteten Gedenktafeln behängt. Als Jelena Schwarz mich durch Rom führte, stürzte sie immer wieder zu irgendeiner Hausecke, weil sie sich dort eine gemerkt hatte. In italienischer und russischer Sprache stand geschrieben, wer und wann hier gewohnt hat.

Dazu muß man sagen, daß die Lieblingsbeschäftigung der Russen nicht das Wodka-Trinken ist – wie man im Westen irrtümlicherweise annimmt – auch nicht sich prügeln, auch nicht die Zigeuner-Lieder singen. Die Lieblingsbeschäftigung der Russen ist das Anbringen von Denktafeln. Vor kurzem verabschiedete die Moskauer Stadtregierung einen Erlaß: Das eigenmächtige Anbringen von Gedenktafeln und Aufstellen von Denkmälern wird strafrechtlich verfolgt. Um so heftiger behängen wir fremde Wände, falls uns eine gütige fremde Obrigkeit das erlaubt. Die russische Gemeinde in Bologna hat Geld für eine Gedenktafel für Joseph Brodsky in Venedig gesammelt. Dann hat eine russische Bologneserin Jelena Schwarz in Rom angerufen und gefragt, ob und wo in Venedig die Tafel plaziert werden muß. "Fragen Sie doch die Witwe des Dichters", – sagte Jelena Schwarz. "Ja, das haben wir schon, sie meint aber, daß sie gar nicht so sicher ist, ob es Joseph Brodsky überhaupt recht wäre..." Die Entscheidung ist noch in der Schwebe.

Warum wurde Jelena Schwarz in dieser Frage angerufen? Vielleicht, weil sie als Gast der Brodskys Stiftung in Rom war. Zweck der Stiftung ist, russischen Dichtern für eine Weile die bedeutendste Stadt in den Provinzen der russischen Poesie zu schenken. Aber in Wirklichkeit (in der speziellen Wirklichkeit, in der die Dichter leben) war Jelena Schwarz längst in Rom: seit Cynthia. Dieser Frau, die eigentlich Hostia hieß und nur in Gedichten von Properz zu Cynthia wurde, verlieh Jelena Schwarz eine Stimme (beide, Cynthia und Properz, lebten in Rom im ersten Jahrhundert vor Chr., beide wurden berühmt dank seiner Elegien an sie, beide waren haltlos und gemein, sie wahrscheinlich haltloser und gemeiner als er, nur blieb sie stumm wie ein Fisch, bis Jelena Schwarz ihre beiden Cynthia-Bücher verfaßte). Schreibmaschinen-Kopien dieser Cynthia-Gedichte (die mir nun in einer zweibändigen Werkausgabe mit sandfarbenem Umschlag vorliegen) waren das erste, was ich vor mehr als zwanzig Jahren von Jelena Schwarz gelesen habe. Man verliebt sich in diese Zeilen sofort. Über den armen Properz ist da nicht viel: Amor ist schrullig - ich Arme liebe ein kahles Ungetüm und Wieder kam mein Properz zu mir zurück - / So ein Glück für Cynthia! / Verkratzt ist er, verweint, abgeschabt, / kahl, schmutzig, abgemagert.

Ich fuhr nach Rom, um Jelena zu sehen. Ein älterer deutscher Geheimrat soll gesagt haben, daß derjenige, der Italien, insbesondere Rom, sich gut angeschaut hat, nie mehr ganz unglücklich sein kann. Das klang, als wir dort waren, wie eine Beschwörung in unseren Ohren. Eigentlich aber waren wir glücklich, daß wir uns wiedersahen. Aus diesem Glück heraus versprachen wir einander, die Gedichte von Rom und Italien, die wir nach diesem Treffen (vor Weihnachten 2001) schreiben werden, in einem Büchlein zusammenzuführen.

Als unsere gemeinsame Zeit in Rom verflog, setzte ich mich in ein leeres Coupé, schloß die Augen und schlug sie erst in Mailand wieder auf. Jelena ist inzwischen wieder in Petersburg, wo sie seit 1948, dem Jahr ihrer Geburt, lebt. Manchmal denke ich, daß ganz Petersburg, die Hauptstadt der russischen Dichtung, auf ihren schmalen Schultern steht.

Olga Martynova

Aus Olga Martynova, Jelena Schwarz, Rom liegt irgendwo in Russland. Zwei russische Dichterinnen im lyrischen Dialog über Rom. Russisch/Deutsch. Aus dem Russischem von Elke Erb und Olga Martynova. edition per procura, Wien, 2006


Roma è da qualche parte in Russia, ai suoi margini. Forse sul Mar Baltico o sul Nero. Un'amata meta turistica per coloro, tra di noi, che si entusiasmano per le rovine della cultura. Ai turisti russi piace scrivere poesie. Un'antologia delle poesie russe su Roma darebbe uno spesso tomo. Ma nei nostri libri non frusciano solo le fontane ed i pini di questa città (l'alloro fruscia come un libro di cui si aprano contemporaneamente tutte le pagine, scrisse Brodskij in una delle sue "Elegie romane"), è da duemila anni che i russi colonizzano i sette colli di Roma. Non solo il volto da cornacchia di Nikolaj Gogol' se la ride sotto la liscia, unta capigliatura dalla parete del "Caffè Greco", tutta l'Italia è ornata di targhe commemorative offerte da russi. Quando Elena Schwarz mi ha portato in giro per Roma, non faceva che accorrere ad un angolo di qualche casa perché ne aveva notata una. Vi era scritto, in italiano ed in russo, chi e quando vi aveva abitato.

A questo bisogna aggiungere che l'occupazione preferita dei russi non è bere vodka – come a torto si ritiene in Occidente – e neanche scazzottarsi e nemmeno cantare canzoni zigane. L'occupazione preferita dei russi è apporre targhe commemorative. Poco tempo fa l'amministrazione cittadina di Mosca ha emesso un'ordinanza: L'apposizione di targhe commemorative su iniziativa individuale è sanzionata penalmente. Ci mettiamo ad adornare con sempre maggiore accanimento muri stranieri, se un'amministrazione straniera compiacente ce lo permette. La comunità russa a Bologna ha fatto una colletta per una targa commemorativa da dedicare a Iosif Brodskij a Venezia. Poi una bolognese russa ha telefonato ad Elena Schwarz a Roma e le ha chiesto se e dove, a Venezia, si dovesse piazzare la targa. "Chieda alla vedova del poeta", – ha detto Elena Schwarz. "Sì, l'abbiamo già fatto, ma lei crede di non essere poi così sicura che Iosif Brodskij sarebbe proprio d'accordo..." La decisione è ancora in sospeso.

Perché Elena Schwarz è stata interpellata in questa questione? Forse perché era ospite della fondazione Brodskij a Roma. Scopo della fondazione è concedere per un certo tempo ai poeti la città più significativa delle province della poesia russa. Ma in realtà (nella realtà speciale in cui vivono i poeti) Elena Schwarz era a Roma già da molto tempo prima: dai tempi di Cynthia. Questa donna, che in realtà si chiamava Hostia e diventò Cynthia solo nelle poesie di Properzio, ha prestato ad Elena Schwarz una voce (entrambi, Cynthia e Properzio, vissero a Roma nel primo secolo a.C., entrambi divennero famosi grazie alle elegie di Properzio dedicate a lei, entrambi furono volubili e volgari, lei probabilmente più di lui, solo che lei rimase muta come un pesce, almeno finché Elena Schwarz compose i suoi due libri di Cynthia). Delle copie battute a macchina di queste poesie di Cynthia (che giacciono ora davanti a me in un'edizione in due volumi dalla copertina color sabbia) sono state la prima cosa che io abbia mai letto di Elena Schwarz più di vent'anni fa. Ci si innamora subito di questi versi. Del povero Properzio non vi si dice molto: Amor è bizzarro - Povera me amo un mostro calvo e Properzio ritornò da me - / Che felicità per Cynthia! / È graffiato, in lacrime, malconcio, / calvo, sudicio, emaciato.

Andai a Roma per vedere Elena. Si dice che un anzianotto consigliere segreto tedesco abbia affermato che chi ha visto l'Italia, e in particolare Roma, non può più essere del tutto infelice. Ciò suonava, quando eravamo là, come uno scongiuro, nelle nostre orecchie. In realtà eravamo felici di esserci riviste. Da questa felicità ci promettemmo reciprocamente di riunire le poesie di Roma e dell'Italia che avremmo scritto dopo questo incontro (prima di Natale del 2001).

Trascorso il tempo passato insieme a Roma, mi misi in un coupé vuoto, chiusi gli occhi e li riaprii solo a Milano. Elena è tornata nel frattempo a Pietroburgo, dove vive dal 1948, l'anno della sua nascita. Talvolta penso che Pietroburgo, la capitale della poesia russa, stia tutta sulle sue esili spalle.

Ol'ga Martynova

Note
Il libro da cui è tratta questa prefazione è uno dei libri più piccoli e più cari che ho. Me l'hanno regalato a Francoforte, nel periodo in cui avevo iniziato ad imparare il russo, due persone che non credo abbiano mai letto poesie.
Francoforte è la città in cui vive Ol'ga Martynova. Suo marito è Oleg Jur'ev, di cui ho riportato di recente un pezzo dedicato all'assedio di Leningrado.
Elena Schwarz è morta nel 2010. Non so in che misura se ne sia parlato in Italia. Temo meno del dovuto.
In genere faccio del mio meglio, pur nei limiti delle mie possibilità, per traslitterare con cura i nomi russi in italiano. In questo caso, considerando il russo, avrei dovuto scrivere Švarc. Ho preferito invece la traslitterazione tedesca (Schwarz) a quella italiana (Švarc) perché Шварц, in origine, deve essere stato proprio Schwarz.
Pare che il consigliere segreto dei duchi di Weimar Goethe, ritornato dal suo viaggio in Italia, abbia detto: Wer Rom gesehen hat, kann nie mehr ganz unglücklich werden (Chi ha visto Roma non può più essere veramente infelice).

martedì 13 settembre 2011

Nel vortice del tempo raggelato

L'assedio di Leningrado, che iniziò settant'anni fa, ha trovato in letteratura testimonianze impressionanti.

Nessun'altra città europea ha dovuto soffrire nella Seconda Guerra Mondiale così come l'assediata Leningrado. Morì circa un milione di persone. Il ricordo dell'assedio è rimasto sbiadito in Occidente. La letteratura russa invece ne offre ampia testimonianza, ma solo poche opere sono anche esteticamente fedeli al disastro.

Di Oleg Jur'ev

L'8 settembre del 1941 le truppe tedesche e finlandesi completarono l'accerchiamento della seconda città più grande dell'Unione Sovietica, Leningrado. La metropoli di tre milioni di abitanti fu isolata da tutte le vie di rifornimento. Era l'inizio del blocco destinato a durare 872 giorni, uno dei maggiori crimini della storia moderna. Le persone morirono principalmente di fame, ma anche per il freddo e per i colpi dell'artiglieria: la stima del numero delle vittime è di 1,1 milioni di persone. Il disastro non fu solo messo in conto dai tedeschi, ma anche voluto e pianificato (a questo si aggiunse, da parte sovietica, un'evacuazione organizzata in modo pessimo e in parte vessatoria secondo punti di vista politici).

Il blocco nella coscienza
Così recitava l'ordine segreto di Hitler n. I-a 1601/41 del 22 settembre 1941 «Il futuro della città di San Pietroburgo»: «1. Il Führer ha deciso di cancellare la città di Pietroburgo dalla faccia della terra. Dopo la vittoria sulla Russia Sovietica non ci sarà il benché minimo motivo per cui questa grande città debba continuare ad esistere. Anche la Finlandia ha dichiarato di non essere interessata alla continuazione dell'esistenza di questa città situata ai suoi nuovi confini. (...) 3. È stato suggerito di chiudere ermeticamente la città e di raderla al suolo con il fuoco dell'artiglieria di tutti i calibri e con continui attacchi aerei. Se questo condurrà all'offerta della sua capitolazione, essa andrà respinta?» L'8 novembre 1941 Hitler spiegò in un discorso che il nemico a Leningrado veniva «affamato». Il rapporto registra un «applauso scrosciante».

Il blocco di Leningrado, al di fuori della Russia, e tanto più in Germania, non si è ancora fissato nelle coscienze, anche se sono stati compiuti già molti sforzi in questa direzione. Non si può neanche dire che ci sia mancanza di informazione. Il blocco fu già oggetto di discussione ai processi di Norimberga (all'epoca con una stima di 600 000 morti), ci sono più che sufficienti libri internazionali e lavori di ricerca, cui se ne aggiungono costantemente di nuovi. Eppure «Leningrado» rimane un crimine quasi sconosciuto. Perché? Dipende dal fatto che esso, a differenza degli altri grandi crimini del nazionalsocialismo, è rimasto «proprietà» esclusiva della propaganda del potere sovietico, con la conseguenza che, dopo il 1945, nel rapido svilupparsi della guerra fredda, l'Occidente l'ha collocato al di fuori della propria sfera di attenzione e di empatia?

Non cercherò qui di aprire al mondo gli occhi sul blocco di Leningrado. Il mio tema è più modesto e più ricco di prospettive: la letteratura del blocco. Per prima cosa, tuttavia, devo mettere in chiaro che non uso in senso lato la parola «inferno» in relazione alla Leningrado sotto assedio, in particolare durante il primo inverno dell'assedio tra il 1941 e il 1942, quello che ha provocato il maggior numero di vittime. Per me non è una metafora. Se da qualche parte esiste un inferno, deve essere esattamente così: freddo perenne, oscurità, frammenti irriconoscibili di musica e notizie emessi da altoparlanti, marce lunghe ore ed ore con il principale mezzo di trasporto usato durante il blocco, la slitta per bambini. Cadaveri congelati ai bordi delle strade. Cadaveri di parenti a casa, che per giorni non possono essere seppelliti (naturalmente si cerca di mantenerne le carte di razionamento).

Al culmine della carestia, dal 20 novembre al 25 dicembre del 1941, un operaio riceveva 250 grammi di pane al giorno, mentre un impiegato, un membro della famiglia senza salario, un bambino, 125 grammi. Ai soldati al fronte si assegnavano 500 grammi. A questo pane venivano aggiunti fino al 50% di ingredienti non commestibili (cellulosa, granaglie, loppa). Eppure una storia dice più di molte cifre: Vasilij Betaki, un traduttore e poeta di Leningrado, che oggi ha 82 anni e vive a Parigi, racconta come, da bambino undicenne, durante il primo inverno dell'assedio abbia cacciato ed arrostito ratti. Con un martello stava seduto tutto il giorno davanti ad una tana di ratti nel suo appartamento, ad aspettare. Ne uccideva cinque o sei al giorno. L'idea gli era venuta da romanzi di Jules Verne, che aveva letto appassionatamente prima della guerra. Sua madre si rifiutava di mangiare i suoi ratti. Nonostante la madre ricevesse la razione di pane del figlio, morì ancora prima della primavera. Questa storia contraddice la leggenda popolare per cui tutti i ratti di Leningrado sarebbero fuggiti dalla città il 10 settembre del 1941, dopo il bombardamento mirato sulle case dei magazzini Badaev, dove si erano raccolte le scorte di generi alimentari cittadine, e sarebbero ritornati solo dopo la fine dell'assedio, il 27 gennaio del 1944. Il folclore del blocco è un soggetto particolare.

Ovviamente nell'inferno si produsse molta letteratura! La maggioranza degli scrittori rimasti in città (molti erano stati evacuati nell'entroterra) fu mobilitata e assegnata ai giornali dell'esercito o alla radio. Questo era il solo mezzo che contava per la gente comune sotto assedio. La radio trasmetteva non solo notizie, musica o discorsi del segretario del partito comunista, ma anche poesie e reportage. Alcuni poeti, che leggevano le loro poesie alla radio di Leningrado, divennero incredibilmente popolari. Ci si potrebbe ricordare di Olga Bergholz (1910–1975), che negli anni Trenta, da giovane poetessa fedele alla linea, causò danni molto seri, accusando colleghi sulla stampa di essere «spie nemiche». Ciò non valse ad impedire il suo arresto nel 1938. Suo marito, il poeta Boris Kornilov, fu giustiziato; torturata durante gli interrogatori, perse il bimbo che portava in grembo. Liberata nel 1939 dalla NKVD e riabilitata, la Bergholz aderì al partito e proseguì la propria carriera. Durante il blocco fu venerata come una santa per le sue poesie caratterizzate da un grande impatto emotivo, il che la rese intoccabile dopo la guerra. Beveva molto ed era nota in tutta la città per la sua lingua sciolta. Una volta fu invitata a presentare le sue poesie nella sede del KGB sulla Prospettiva Litejnyj, come ospite d'onore. Arrivò, già ubriaca, e chiese, ancora prima di togliersi il cappotto: «Avanti, gente, mostratemi dove state torturando!»

Tentativi di razionalizzazione
Le poesie della Bergholz, come molte altre opere composte durante il blocco, non possono essere propriamente definite poesia del blocco. Sono poesie (e anche prose) sul blocco, testi che cercano di immettere qualcosa di razionale nell'inafferrabilità del presente, infondere coraggio negli uomini e dare loro un sostegno. In questo senso assomigliano alle poesie dei poeti della radio che esortavano a resistere e alle disperate, silenziose «descrizioni private» della quotidianità del blocco. Prendiamo una poesia di Natalija Krandijevskaja-Tolstaja (1888–1963), una poetessa e per un periodo moglie del famoso romanziere sovietico Alexej Tolstoj. Parla di come gli uomini prendessero l'acqua con i secchi dai fiumi e dai canali: «Leghiamo il secchio alle slitte dei bambini, / e andiamo a prendere l'acqua / – dietro al ponte c'è un'erta  collina, / attenzione a scendere... (...) La tormenta di neve fa mulinelli sopra la Neva, / in piume bianche, in argento, / quando prendevamo l'acqua era proprio così / 200 anni fa, all'epoca dello zar Pietro...» Vediamo qui intraprendere un tentativo di razionalizzazione mediante un rimando alla storia. Tali poesie della Krandijevskaja, così come il suo diario del blocco, non furono pubblicate durante la sua vita: erano considerate troppo private, troppo antieroiche.

Il tempo dei diari
Ancora più delle poesie, nella Leningrado assediata si scrissero diari. È come se gli uomini avessero cercato, attraverso la regolarità delle annotazioni, di portare ordine all'inferno, di trovare un senso nel tempo che si era fermato. I diari del blocco furono pubblicati in Unione Sovietica, con cautela, già a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta e furono utilizzati per la «educazione del popolo». Un esempio rappresentativo è il diario della scolara Tanja Savičeva, la «Anna Frank leningradese», che assurse a simbolo del blocco. Le sue note sono in realtà un documento impressionante: «Lo zio Ljoša il 10 maggio del 1942 alle 4 del pomeriggio. Mamma il 13 maggio del 1942 alle 7.30 di mattina. I Savičev sono morti. Sono morti tutti. È rimasta solo Tanja.» Fu portata via da Leningrado, ma morì nel 1944 per le conseguenze del blocco.

Alla fine degli anni Settanta-inizio degli anni Ottanta, fu pubblicata la cronaca dettagliata dell'assedio  di Leningrado, «Il libro del blocco» (Blokadnaja kniga) di Daniil Granin ed Ales' Adamovič. Utilizzava abbondante materiale tratto da diari e ricordi privati e, grazie alla posizione di rilievo di entrambi gli autori nella gerarchia culturale, non si atteneva servilmente ai tabù della propaganda sovietica, che cercavano sempre di rappresentare gli orrori in modo un po' più sopportabile e le azioni eroiche, se possibile, ancora più eroicamente. A quel punto sembrò che tutto fosse già stato detto sul blocco. Eppure, dalla fine degli anni Ottanta, hanno continuato a venire pubblicate nuove testimonianze di inaspettata qualità artistica e umana, su tutte i diari e i saggi della critica letteraria Lidija Ginzburg (1902–1990).

Questo flusso di pubblicazioni non si è ancora arrestato. Nel frattempo sappiamo molto più di prima della vita all'interno del blocco. Particolarmente importante è la paradossale percezione del tempo durante il blocco (le sono dedicati i lavori della ricercatrice russo-americana Polina Barskova) – il tempo si ripete sempre con un andamento monotono e al contempo finisce ogni secondo. È infinito e allo stesso tempo dura, ma non procede. È il tempo dell'unicità ripetuta. Tutti i tentativi di riprodurre la realtà del blocco in un tempo letterario normale, anche lirico, falliscono proprio per questa qualità paradossale del tempo del blocco.

È spiacevole dirlo, ma è vero: negli ultimi dieci anni interessarsi del blocco è stata in Russia una moda intellettuale (anche altrove ha successo, ma non in territorio tedesco). Le pubblicazioni russe su questo tema sono onnipresenti. Tra queste, due scoperte sensazionali: due opere di poesia che sono nate nell'inferno e sono in grado di restituirlo poeticamente. Non avevano alcuna funzione terapeutica (tanto meno propagandistica), ma sono rimaste fedeli al blocco in quanto tale. Attraverso entrambe, il blocco ha trovato la via della profondità del linguaggio.

Il terrore assoluto
Nel 2007 è uscito presso la piccola casa editrice viennese Korrespondenzen un volume di poesie che ha rivoluzionato tutta l'idea che si aveva della poesia della catastrofe di Leningrado. «Blockade» è nato dalla penna di Gennadij Gor, scoperto dal traduttore Peter Urban, che ne aveva inizialmente studiato le prose brevi. Il volume pubblicato da Urban con testo a fronte non è stata una prima edizione solo tedesca, ma anche russa. Gor (1907–1981) era stato negli anni Sessanta e Settanta un autore di science fiction noto ed apprezzato. La sua precedente prosa sperimentale era conosciuta solo da pochi e le sue poesie erano sconosciute.

«Il sorriso insensato di Edgar Allan Poe, / Cervantes dall'andatura insicura, / inutile, ma d'oro un pesciolino / una cattura altamente pericolosa. / Mi uccideranno, lo so, un lunedì / e mi lasceranno giacere dove sta il lavatoio. / E là si laverà il mio scagnozzo / sorprendendosi dei baci, / ridendo, mentre si lava.» Da tali versi emerge il terrore assoluto: del morire congelati, di fame, divorati, letteralmente, da qualcuno diventato cannibale. Nelle poesie di Gor il cannibalismo si trasforma in una spaventosa metafora che diviene motivo conduttore dell'esistenza durante il blocco. Tuttavia, molto più importante è come queste poesie restituiscano il caos e la cristallizzazione del tempo nell'inferno del blocco, e questo in continuo dialogo con la propria morte. Quello che rende le poesie di Gor un evento nella vita letteraria russa è l'aver mostrato che il linguaggio dell'avanguardia di Leningrado inviso alla dottrina del realismo socialista era adatto allo stato esistenziale eccezionale. Sembra quasi che i «poeti insoliti» degli anni Trenta, Daniil Charms (morto di fame all'ospedale del carcere durante il blocco), Alexander Vvedenskij (cui spararono durante un trasporto di prigionieri) e Nikolaj Zabolockij (allora in un campo di lavoro) abbiano sviluppato il loro linguaggio, la loro fantasia poetica e la loro complessa percezione del tempo in anticipo sul blocco. Gennadij Gor si è riallacciato, consapevolmente o meno, a questo linguaggio e ha creato un universo lirico che porta il lettore direttamente all'inferno.

Poesie pseudoprimitive
Un'ulteriore scoperta è la raccolta di poesie, uscita a Mosca nel 2011, di Pavel Sal'cman (1912–1985), pittore e grafico e allievo di Pavel Filonov (1883–1941), un classico dell'avanguardia russa morto durante il primo inverno del blocco. Sal'cman dipinse, girò film ed inoltre scrisse poesie e prosa durante tutta la sua vita. Passò il primo inverno del blocco a Leningrado. La poetica delle sue poesie composte all'epoca appartiene inconfondibilmente alla stessa cultura dell'avanguardia leningradese: «Sono un cretino, sono uno stronzo, sono uno storpio, / ucciderei un uomo per una salsiccia, / ma per favore fateci entrare, / raspiamo da molto tempo alla porta come cani. / Però soffro, boia che siete, / di incontinenza!» Queste poesie pseudoprimitive, nel loro essere disperatamente dirette, sono ben lungi dal tentativo di razionalizzare l'accaduto e di comprenderlo in una logica umana. Avvertono nella loro struttura l'orrore, in un modo terribile, attraente.

Il blocco di Leningrado fa parte degli eventi che ricordano di cosa siano capaci gli «uomini civilizzati» quando un'ideologia concede loro la licenza di uccidere. Le testimonianze ricordate, siano di tipo documentaristico o letterario, consentono di conoscere una sofferenza indicibile. Dare ai morti una memoria e al dolore un linguaggio è il massimo, ma anche la cosa più difficile che sia in grado di fare la poesia, perché questa deve sempre lasciare aperte le ferite affinché non le sfugga nessuna interpretazione dell'insensato.

Oleg Jur'ev, nato a Leningrado nel 1959, vive a Francoforte sul Meno: è autore di romanzi, poesie, drammi e saggi.

NZZ, 3.9.11

giovedì 26 maggio 2011

We two, how long we were fool'd

Walt Whitman

Port de Javel bas, Paris

Schlossplatz, Höchst

Platz der Einheit, Frankfurt
Christian Herdeg, Synergie

Sint-Servaasbasiliek, Maastricht

Métro Odéon, Paris

Intercourse (sic), Pennsylvania 

Westend U-Bahn, Frankfurt

Brianza

Cape May, New Jersey

Avenue de l'Opéra, Paris

Roßmarkt, Frankfurt

sabato 16 aprile 2011

Prima o dopo

Prima o dopo doveva capitare, che finissi sul giornale locale della mia città natale. Soddisfo in effetti pienamente l'unica condizione necessaria per comparirvi: essere nata nel posto dove è edito e distribuito, Trieste.

Poniamo che abbiate scoperto il vaccino per una malattia incurabile fino al momento della vostra scoperta o una nuova particella subatomica o, piuttosto, che abbiate scritto il romanzo del secolo o abbiate salvato migliaia di profughi in fuga da una guerra civile o posto fine al conflitto israelo-palestinese: dimenticatevi di finire tra le sue pagine, a meno che non abbiate almeno un parente di primo grado nato a Trieste (nei periodi di magra di notizie, un parente di secondo grado o un fugace soggiorno in città possono eventualmente bastare).

Pensando solo ed esclusivamente al giorno in cui i miei, suoi fedelissimi lettori, si fossero trovati tra le mani un'intervista alla loro figlia, non ho saputo dire di no, quando una giornalista mi ha contattata e mi ha chiesto se fossi disponibile a rispondere ad una serie di domande volte a definire il percorso che mi ha condotta a lavorare all'estero e a confezionare una piccola intervista nel quadro di una rubrica dedicata ai triestini che lavorano all'estero. Sempre e solo col pensiero rivolto ai miei, mi sono piegata a tutto, anche alla richiesta di farmi fare delle foto "nel contesto della città", io che non mi faccio mai fotografare volentieri, e men che mai in una città come Parigi, che è presente negli album fotografici di milioni di turisti di tutto il mondo.

Il risultato è stato una selezione di quello che la giornalista ha ritenuto potesse stare nello spazio assegnato alla rubrica e al contempo potesse interessare il lettore del quotidiano: omesse la difficoltà dei miei inizi e la chiusura dell'ambiente triestino, omesso ogni riferimento al deficit italiano in materia di parità tra i sessi, omesso l'entusiasmo con cui ho vissuto la mia esperienza francofortese, omessa la mia passione per le lingue, omesso il riferimento a Meneghello e alla questione dell'abitarle, le lingue, omesso il nome del relatore della mia tesi, di cui ho molta stima, omesse le critiche rivolte ad alcuni dei soggetti e delle pratiche che fanno parte del mondo della mia professione, l'enfasi è finita tutta - condita nella consueta salsa di refusi, vera cifra del giornale - sulla mia laurea e sulla mia specializzazione, su Parigi e, in definitiva, sul migliore dei mondi possibili. 

Tutto questo sfondo di omissioni e di enfasi, di cui ho informato i miei, chiaramente non è riuscito a smorzare per nulla il loro entusiasmo e la loro emozione nel leggermi: del resto, niente avrebbe potuto farlo ed è giusto così.

L'unica cosa che mi è riuscita di fare, credo, è riportare l'epos con cui hanno vissuto la giornata sui binari della realtà:
Vardè che tuti* finissi sul Piccolo, prima o dopo: meio prima, comunque.
*L'unica pagina essenziale del giornale, seguitissima, giorno dopo giorno, scoppiasse la terza guerra mondiale o cascasse il mondo, è quella dei necrologi.

martedì 17 agosto 2010

Quando l'Indice non basta più

Il 26 luglio del 1614, appena ricevuto un elenco dei libri in vendita all'ultima fiera di Francoforte, il cardinale Roberto Bellarmino, allora consultore della Congregazione romana del Sant'Uffizio dell'Inquisizione e membro della Sacra Congregazione dell'Indice (attiva già dal 1571), invia agli inquisitori di tutte le province una lettera.
Molto reverendo padre, questi miei Illustrissimi Signori della Sacra Congregazione dell'Indice, vedendo che di giorno in giorno va sempre più crescendo il numero de' libri infetti e perniziosi che specialmente nelle parti straniere, e più che altrove in Francfort, si stampano e si vendono, già che permette Dio per gli peccati, che non si possi rimediare che colà né si vendino né si stampino, hanno pensato di oviare almeno che simil peste de' libri non infetti queste nostre parti d'Italia; onde hanno per hora preso questo espediente, che, già per Francfort fu deputato il dottor Valentino Leucht acciò facesse la lista de i libri de' catholici, come fa ogni anno in ciascheduna delle doi fiere semestri, gli librai o altri non comprino se non quei libri che sono messi in lista dal detto Valentino. Per tanto vostra paternità, senza però dar bando ma privatamente, commanderà a tutti gli librari che sono nella sua diocesi o ad altri che fanno venir libri, che in niun conto comprino o faccino venire se non di quegli che saranno nella lista del detto Valentino, altrimenti, oltre la perdita de' libri, gl'intìmi che severamente saranno castigati; e vostra paternità, quando succedesse tal caso, ne avisi subito la detta Sacra Congregazione. Padre mio, non si straccando gli heretici e gl'inimici, non so s'io devo dir più presto de questa Santa Sede o dell'anime proprie, di seminar continuamente le zizanie de i loro errori et heresie nel campo della cristianità con tanti libri perniziosi che alla giornata mandano fuori di novo, è necessario che non si dormi, ma che ci affatichiamo di estirpargli almeno in quei lochi dove potiamo. Però vostra paternità usi (come di lei si confida) ogni diligenza acciò da cotesta sua giurisdizione totalmente si levino. Circa che l'avverto che la lista del detto Valentino esclude solo que' libri che direttamente o indirettamente mordono la riputazione di questa Sede Apostolica et alla dignità dell'Imperio, onde non fa la stessa restrittiva per tutti quegli che sono heretici e scandalosi. Per tanto non mancherà poi lei di essaminar quegli etiam della lista che espressamente non appariscono esser catholici e boni, già che abbiamo provato che ne' libri anche d'humanità (quali per il titolo pare che non trattino d'altro che di belle lettere) vi sono sparse heresie marcie e dottrine scandalose. Però di questi o simili scoprendone qualcheduno, non manchi avvisarne la Sacra Congregazione dell'Indice, inviando un poco di censura, e benché questo sia negozio importantissimo e che molto preme, non dirò più confidato che chi sia per far l'assaissimo e per il servigio che farà a S. Divina Maestà e per utilità del publico e per il debito dell'offizio suo, oltre che farà cosa di gusto grande della Santità di N. S. e di molta sodisfazione a questi miei Illustrissimi Signori Colleghi, quali meco pregano Nostro Signore la feliciti. Non manchi di accusar la ricevuta di questa.
Di Roma, li 26 di luglio 1614
Al piacer suo
Il Cardinal Bellarmino

Storia d'Italia. Il mondo dei dotti e le tradizioni popolari, Einaudi, 2005


Il Grande Inquisitor!

giovedì 17 dicembre 2009

Alltag

Ich erhebe mich.
Ich kratze mich.
Ich wasche mich.
Ich ziehe mich an.
Ich stärke mich.
Ich begebe mich zur Arbeit.
Ich informiere mich.
Ich wundere mich.
Ich ärgere mich.
Ich beschwere mich.
Ich rechtfertige mich.
Ich reiße mich am Riemen.
Ich entschuldige mich.
Ich beeile mich.
Ich verabschiede mich.
Ich setze mich in ein Lokal.
Ich sättige mich.
Ich betrinke mich.
Ich amüsiere mich etwas.
Ich mache mich auf den Heimweg.
Ich wasche mich.
Ich ziehe mich aus.
Ich fühle mich sehr müde.
Ich lege mich schnell hin.

Was soll aus mir mal werden,
wenn ich mal nicht mehr bin?

Robert Gernhardt


Vita quotidiana

Mi alzo.
Mi gratto.
Mi lavo.
Mi vesto.
Mi ristoro.
Mi reco al lavoro.
Mi informo.
Mi meraviglio.
Mi arrabbio.
Mi lamento.
Mi giustifico.
Mi ferisco con la cintura.
Mi scuso.
Mi affretto.
Mi congedo.
Mi siedo in un locale.
Mi sazio.
Mi ubriaco.
Mi diverto un po'.
Mi incammino verso casa.
Mi lavo.
Mi svesto.
Mi sento molto stanco.
Mi metto subito a letto:

Che cosa sarà mai di me
quando non ci sarò più?

martedì 14 aprile 2009

MONDGEDICHT

..., -
fertig ist das Mondgedicht.

Robert Gernhardt


Poesia sulla luna
..., -
e la poesia sulla luna è fatta.



venerdì 14 dicembre 2007

Telefonata




Hallo F., hierrrrr ist die H. Kaonnst Du sprrrechen?/Hallo F., sono la H. Puoi parlare?
Hallo H. Eigentlich bin ich in einer Besprechung. Ist es dringend?/ Hallo H. Veramente sono in una riunione. E' urgente?
Ich wollte kurrrz fraogen, ob Du es geschaofft haost zu [segue spiegazione di lavoro]. /Volevo chiedere velocemente se ce l'hai fatta a [...]
Errinnerrrrst Du Dich darrrraon, dass ich noch zweiiii Wochen bei derr Firrrrma bin, weiiiil ich [incomprensibile] gehe?/Ti ricordi che sono ancora due settimane in azienda perché vado [...]?
Ach sooo, das stimmt. Sorry, ich hatte es vergessen, aber mach Dir keine Sorgen, ich bin dabei, mich damit zu beschäftigen und nächste Woche kriegst Du bestimmt das Ergebnis./Ah, è vero. Scusa, l'avevo dimenticato, ma non preoccuparti, me ne sto occupando e la prossima settimana avrai sicuramente il risultato.
Entschuldigung, H., da ich den Namen der Stadt nicht richtig verstanden habe: wo gehst Du hin? - wenn ich fragen darf./Scusa, H., siccome non ho capito esattamente il nome della città, dove vai? - se posso chiedere.
In Mutterschutz./In maternità.
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Parziali scusanti: il marcato accento bavarese dell'interlocutrice e il fatto di aver dovuto rispondere nel bel mezzo di una riunione.
Per il resto, me ne assumo totalmente - dato il contesto - la maternità.