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mercoledì 3 aprile 2013

Sei mesi fa perderemo

"Haben Sie von dem Brande in Mommsens Hause gelesen?"
"Ha letto dell'incendio in casa di Mommsen?"
Nietzsche a Peter Gast secondo Heiner Müller in Mommsens Block

In seguito all'involontaria, ma per lo meno colposa, distruzione dell'archivio di Daniel Mordzinski da parte di Le Monde, si potrebbe dire, come devono aver già espresso in molti, tutto il peggio possibile del quotidiano francese, che pare conservasse inconsapevolmente più di 50000 fotografie del fotografo argentino in un suo ufficio e che non sembra ora particolarmente brillante nell'offrire spiegazioni e scuse per l'accaduto, anzi, spiegando e scusandosi sembra concorrere a rendere ancora più imbarazzante - se possibile - la propria posizione (senza il minimo avallo da parte della direzione, non è mai esistito nessun accordo contrattuale, ecc.). Al di là del rammarico per la distruzione dell'archivio di una vita e al di là della solidarietà a Mordzinski, che andrebbe abbracciato senza troppe parole, si potrebbe anche dedicare qualche pensiero all'utilità degli archivi digitali. O piuttosto al concetto di responsabilità e ad una sua ripartizione, per quanto differenziata, tra tutti i  soggetti interessati, vale a dire Mordzinski stesso, Le Monde, la sua direzione e la sua amministrazione, i suoi servizi tecnici, gli addetti dell'impresa di traslochi cui il giornale deve aver affidato l'incarico di sgomberare il locale che ospitava l'archivio fino all'ottobre del 2012, El País e il suo corrispondente da Parigi, cui Le Monde aveva dato in prestito il locale. Oppure, ci si potrebbe domandare cosa siano davvero una ricchezza o un patrimonio culturale, per stabilire se e in quale misura abbiamo effettivamente subito una perdita. È principalmente su quest'ultimo aspetto che mi sento di scrivere qualche riga in questo momento in cui traspongo i miei pensieri in una forma pubblica ormai vetusta, destinata a scomparire, vuoi con un preavviso, in stile Google Reader, vuoi di schianto, come potrebbe succedere ad Internet con un virus ben congegnato e ben trasmesso, vuoi lentamente, ma senza eccessivi lamenti, come talvolta fa la democrazia.
Mi sembra di aver capito che tutte le fotografie andate irrimediabilmente perdute, oltre a non essere state conservate con la dovuta diligenza, sono andate perdute proprio in quanto non sono mai state né riprodotte né esposte al pubblico in nessuna forma. Se l'accessibilità e la fruibilità dell'archivio - condizioni prime di una sua vitale ricchezza - erano tali solo ed esclusivamente in potenza, allora abbiamo subito solo una perdita in potenza e, in senso stretto, non è successo ancora niente, almeno non al di fuori della cerchia dei soggetti interessati, almeno non nel momento presente. Siccome però, in un giorno futuro destinato a rimanere per sempre ignoto, l'autore o i suoi aventi causa avrebbero potuto condividere le fotografie con il pubblico in qualche forma, esponendole in spazi espositivi o riproducendole in libri, allora forse, oggi, 3 aprile 2013, possiamo dire, così come potremo continuare a dire nel 2014 e in tutti gli anni successivi fino alla fine del mondo, che nell'ottobre del 2012 avremo perduto un prezioso, ricchissimo archivio fotografico. La (legittima) scelta di costituire e mantenere un archivio in forma pressoché privata ha sottratto all'opera di Mordzinski la sua esistenza in modo così radicale da non lasciarle nemmeno una vera e propria possibilità di scomparire.

 
Mario Benedetti di Daniel Mordzinski
Link, link, link e link.

mercoledì 27 marzo 2013

Semana Santa o no tanto

di Andrés Neuman

Tra lo stereotipo e l'ignoranza, le potenze occidentali hanno accolto la nomina di Bergoglio come se si trattasse di una decisione rivoluzionaria. Tuttavia, da dove provenga il Papa mi sembra poco rilevante. L'istituzione che rappresenta ha degli interessi che non cambieranno per questo aneddoto geografico. I precedenti di Bergoglio come cardinale in Argentina ce lo presentano come una figura più conservatrice e diplomatica di quello che molti credano o desiderino. Leggo di questa «fine del mondo» dalla quale ha proclamato di provenire; i suoi contatti, le sue decisioni, le sue manifestazioni e i suoi silenzi lo ritraggono come qualcuno disposto ad arrivare al vertice. Il Pontefice ha sempre saputo porsi tra due correnti contrapposte della Chiesa argentina, prendendo le distanze tanto dal settore di ultradestra (rappresentato dall'arcivescovo Aguer e dall'Instituto El Verbo Encarnado) quanto dalle posizioni sociali di Curas en Opción por los Pobres (OPP). Tenendo conto dei gravi conflitti interni che minacciano il Vaticano, dubito che il Santo Padre si dia la pena di proporre cambiamenti della sua posizione rispetto alle grandi questioni come il divorzio, il ruolo della donna, l'omosessualità o i contraccettivi, vale a dire rispetto a tutto quello che interessa realmente il "popolo" che lui stesso ha invocato, dopo decenni di assenza dai discorsi papali. Bergoglio è, senza dubbio, un oratore intelligente ed efficace. Per lo stesso motivo, sapremo poco dei casi di pederastia o corruzione nella Santa Sede. Esattamente come ha fatto nel suo paese, il Pontefice si concentrerà a coltivare determinati gesti pubblici di umiltà, austerità e semplicità, che verranno convenientemente diffusi dai mezzi di comunicazione. Chiamiamolo marketing celestiale. Quanto al suo comportamento durante la dittatura militare, immagino che ora continueranno a comparire testimoni, palesemente tardivi e opportuni, che tenderanno a discutere le sinistre accuse che nessuno ha confutato durante quasi quarant'anni. Chiamiamoli silenzi eloquenti.

sabato 16 febbraio 2013

El mundo es unas cuantas tiernas imprecisiones

Manuscrito hallado en un libro de Joseph Conrad

En las trémulas tierras que exhalan el verano,
el día es invisible de puro blanco. El día
es una estría cruel en una celosía,
un fulgor en las costas y una fiebre en el llanto.

Pero la antigua noche es honda como un jarro
de agua cóncava. El agua se abre a infinitas huellas,
y en ociosas canoas, de acara a las estrellas,
el hombre mide el vago tiempo con el cigarro.

El humo desdibuja gris las constelaciones
remotas. Lo inmediato pierde prehistoria y nombre.
El mundo es unas cuantas tiernas imprecisiones.
El río, el primer río. El hombre, el primer hombre.

Jorge Luis Borges


Manoscritto trovato in un libro di Joseph Conrad

Nelle tremule terre che esalano l'estate,
il giorno è invisibile nel suo puro biancore. Il giorno
è una striscia crudele attraverso una persiana,
un fulgore lungo le coste e una febbre in pianura.

Ma l'antica notte è profonda come un vaso
di acqua concava. L'acqua si apre a infinite impronte,
e in oziose canoe, di fronte alle stelle,
l'uomo misura la vaghezza del tempo con il sigaro.

Il fumo sfuma di grigio le costellazioni
remote. L'immediato perde preistoria e nome.
Il mondo è una manciata di tenere imprecisioni.
Il fiume, il primo fiume. L'uomo, il primo uomo.

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martedì 10 gennaio 2012

Alla finestra per parrocchetto

Ni aquella tarde ni la otra murió el ilustre Giambattista Marino, que las bocas unánimes de la Fama (para usar una imagen que le fue cara) proclamaron el nuevo Homero y el nuevo Dante, pero el hecho inmóvil y silencioso que entonces ocurrió fue en verdad el último de su vida. Colmado de años y de gloria, el hombre se moría en un vasto lecho español de columnas labradas. Nada cuesta imaginar a unos pasos un sereno balcón que mira al poniente y, más abajo, mármoles y laureles y un jardín que duplica sus graderías en un agua rectangular. Una mujer ha puesto en una copa una rosa amarilla; el hombre murmura los versos inevitables que a él mismo, para hablar con sinceridad, ya lo hastían un poco:

Púrpura del jardín, pompa del prado,
gema de primavera, ojo de abril...

Entonces ocurrió la revelación. Marino vio la rosa, como Adán cuando pudo verla en el Paraíso, y sintió que ella estaba en su eternidad y no en sus palabras y que podemos mencionar o aludir pero no expresar y que los altos y soberbios volúmenes que formaban en un ángulo de la sala una penumbra de oro no eran (como su vanidad soñó) un espejo del mundo, sino una cosa más agregada al mundo.

Esta iluminación alcanzó Marino en la víspera de su muerte, y Homero y Dante acaso la alcanzaron también.
Jorge Luis Borges, El hacedor, 1960


Leonardo Olschki ha sostenuto che, in seguito alla Controriforma, la musica divenne la sola manifestazione libera ed autonoma della vita artistica del popolo italiano. Se ci fosse un banchetto dove sottoscriverlo, lo farei di corsa, anche adesso. Il barocco, che della Controriforma è figlio diretto, profondendo, come ha profuso, molta della sua energia nella musica, ha di pari passo svuotato il senso della parola, anche della parola poetica, l'ha resa contenitore vuoto, umiliandola fino allo stato di simulacro od orpello. Da quello svuotamento, se si pensa alla concretezza e alla sonorità (e al magnifico sguardo infantile, anche) della poesia e della prosa anteriori e le si confronta con quelle posteriori al barocco, l'italiano non si è mai completamente ripreso. Il principe della poesia barocca italiana (dove italiana, in questo contesto, è pleonasmo) è Giovan Battista Marino, un poeta agli antipodi del mio modo di sentire: nell'irripetibile periodo in cui non avevo ancora varcato la soglia della lingua francese ed avevo appena traslocato dal tedesco, è stato a Guillevic che mi sono naturalmente rivolta per cominciare ad abitare il francese, ovvero per la necessità di tinteggiare le nuove pareti di casa con un colore che me la facesse sentire accogliente. Questo, tanto per dare rapidamente una misura della distanza che ci separa. Marino è anche letteralmente agli antipodi del cliché del poeta povero e misconosciuto in vita, letto, al più, solo postumamente. Nessuna delle ragioni della sua distanza da me sono sufficienti perché me ne possa comodamente dimenticare, come se non fosse un mio parente, per quanto lontano e non amato: lo è ed è pure un parente che ha avuto dei figli, sia per stile sia per senso degli affari. Ne riporto non una poesia, ma una lettera a Don Lorenzo Scoto, che la mia tastiera, da quando ne ho trovato un estratto in Fernand Braudel, Le modèle italien, Flammarion, 1994, non è riuscita, in questa come in altre occasioni, a contenere: ma, si sa, la mia tastiera è debole e volentieri si piega agli istinti più biechi. E non solo per una questione di memoria, ma anche perché, per più di qualche anno, grazie a Marie de Médicis, riuscimmo abilmente a liberarcene e ad appiopparlo ai francesi, che venerarono le Chevalier Marin, e, non da ultimo, perché nel suo sbeffeggiare l'altro da sé - altro prodotto nazionale, anche se molto meno esportato del barocco, segno di impotenza e di insicurezza - non risparmiò se stesso.
Vi do avviso che sono in Parigi, dove lasciando a voi altri Piemontesi il vaire, il necio ed il mideccò, mi son dato tutto tutto al linguaggio francioso, del quale però altro fin qui non ho imparato che Ouy e Nanì ; ma né anco questo mi par poco ; poiché quanto si può dire al mondo consiste tutto in affermativa e negativa.
Circa il paese, che debbo io dirvi? Vi dirò ch'egli è un Mondo. Un Mondo, dico, non tanto per la grandezza, per la gente e per la varietà, quanto perch'egli è mirabile per le sue stravaganze. Le stravaganze fanno bello il Mondo, perciocché, essendo composto di contrari, questa contrarietà constituisce una lega che lo mantiene. Né più né meno la Francia è tutta piena di ripugnanze e di sproporzioni, le quali però formano una discordia concorde, che la conserva. Costumi bizzarri, furie terribili, mutazioni continue, guerre civili, perpetue, disordini senza regola, estremi senza mezzo, scompigli, garbugli, disconcerti e confusioni : cose in somma che la dovrebbono distruggere, per miracolo la tengono in piedi. Un mondo veramente, anzi un mondaccio più stravagante del mondo istesso.
Incominciate prima dalla maniera del vivere ; ogni cosa va alla rovescia. Qui gli uomini son donne e le donne sono uomini ; intendetemi sanamente. Voglio dire, che quelle hanno cura del governo della casa, e questi si usurpano tutti i lor ricami e tutte le lor pompe. Le Dame studiano la pallidezza e quasi tutte paiono quattriduane. Per esser tenute più belle, sogliono mettersi de gli impiastri e dei bullettini in sul viso. Si spruzzano le chiome di certa polvere di zanni, che le fa diventar canute, talché da principio io stimava che tutte fossero vecchie.
Veniamo al vestire. Usano di portare attorno certi cerchi di botte a guisa di pergole, che si chiaman verdugati. Invenzione ritrovata (credo) per parto di vanagloria ; acciochè la Signora di Valpelosa ed il Signor conte di Monte ritondo se ne stiano con maggior riputazione sotto l'ombrella. Questo quanto alle donne. Gli uomini in su le freddure maggiori del verno vanno in camicia. Ma vi ha un'altra stravaganza più bella, che alcuni sotto la camicia portano il farsetto : guardate che nuova foggia d'ipocrisia cortigiana. Portano la schiena aperta d'una gran fessura d'alto a basso, appunte come le tinche, che si spaccano per le spalle. I manichini sono più lunghi delle maniche ; onde rovesciandoli su le braccia, par che la camicia venga a ricoprire il giubbone. Hanno per costume d'andar sempre stivalati e speronati e questa è una delle stravaganze notabili ; perchè tal vi è che non ebbe mai cavallo in sua stalla, né cavalcò in sua vita e tuttavia va in arnese di cavallerizzo. Né per altra cagione penso io che costoro sian chiamati Galli, se non perchè, appunto come tanti galletti, hanno a tutte le ore gli speroni ai piedi con certi stivaletti, cavati dalla forma di quelli di Margutte ; e d'avantaggio sopra gli stivali calzano le pianelle. Ma in quanto a me più tosto che Galli, dovrebbono esser detti Pappagalli ; poiché se ben la maggior parte quanto alla Cappa ed alle calze vestono di scarlatto, sì che paiono tanti cardinali, il resto è poi di più colori, che non sono le tavolozze dei dipintori. Pennacchiere lunghe come code di volpi ; e sopra la testa tengono una altra testa posticcia con capelli contrafatti e si chiama Parrucca ; onde a chi n'afferrasse uno per lo ciuffetto interverrebbe quello che intervenne al Satiro con Corisca.
Che ne dite, Don Lorenzo? Anch'io per non uscir dall'usanza sono stato costretto a pigliare i medesimi abiti. Dio, se voi mi vedeste impacciato tra queste spoglie da Mamalucco, so che vi darei da ridere per un pezzo. In primis la punta della pancia del mio giubbone, passando per sotto i campanelli, confina con le natiche. Il diametro della larghezza e della profondità delle mie brache nol saprebbe pigliare Euclide. Per ritrovar la traccia della brachetta vi bisognerebbe un bracco da quaglie, overo spedire un commissario delegato e farvi la perquisizione della Vicaria di Napoli. Fortificate poi di stringhe a quattro doppi, talché, se per maledetta disgrazia mi assaltassero le furie della cacarella, prima che io mi fossi dislacciato, il Prior di Culabria avrebbe fatto il corso suo. Due pezze intiere di zendado sono andate a farmi un paio di legami, che mi vanno sbatacchiando pendoloni fino a mezza gamba con la musica del tif, taf.
L'inventor di questi collari ebbe più sottile ingegno di colui che fece il pertugio all'ago. Sono edificati con architettura dorica ed hanno il suo contraforte e il rivellino attorno, giusti, tesi, dritti, tirati a livello, ma bisogna far conto di aver la testa dentro un bacino di maiolica e di tener sempre il collo incollato, come se fosse di stucco. Calzo certe scarpe che paiono quelle di Enea, secondo che io lo vidi dipinto nelle figure d'un mio Vergilio vecchio in tabellis ; né per farle entrare bisogna molto affaticarsi a sbattere il piede, poi che hanno d'ambedue i lati l'apertura sì sbrandellata che mi convien quasi strascinar gli scarpini per terra. Per fettuccie hanno su certi rosoni, o vogliam dire cavoli cappucci, che mi fanno i piedi pelliciutti, come hanno i piccioni casarecci. Sono scarpe o zoccoli insieme insieme e le suole hanno uno scanetto sotto il tallone, por lo quale potrebbono pretendere dell'Altezza, sì che mi potreste dire scabellum pedum tuorum. Paio poi Cibele con la testa turrita, perché porto un cappellaccio lionbrunesco che farebbe ombra a Morocco, più aguzzo della guglia di Sammoguto. Infine tutte le cose qui hanno dell'appontutto : i cappelli, i giubboni, le scarpe, le barbe, i cervelli, infino i tetti delle case. Si possono immaginare stravaganze maggiori?
Vanno i cavalieri tutto il giorno e la notte permenandosi (come si dice qui l'andare a spasso) ; per ogni mosca che passa, le disfide e i duelli volano. Quel ch'è peggio, usan di chiamar per secondi eziandio coloro che non conoscono (eccovi un'altra stravaganza), e chi non vi va è svergognato per poltrone ; onde io tutto mi caco di non avere un giorno ad entrare in steccato per onore e morirmi per minchioneria. Le cerimonie ordinarie tra gli amici son tante e i complimenti son tali che, per arrivare a saper fare una riverenza, bisogna andare alla scuola della danza ad imparar le capriole, perché ci va un balletto prima che s'incominci a parlare.
Le signore non fanno scrupolo di lasciarsi baciare in publico ; e si tratta con tanta libertà che ogni pastore può dire alla sua ninfa comodamente il fatto suo. Circa il resto, per tutto non si vede che giuochi, conviti, festini ; e con balletti e con banchetti continovi si fa gozzoviglia e, come dicono essi, “buona cera”. Vi si ammazzano più bestie in un giorno che la natura non ne produce in un anno, e vi si divora più carne che non n'hanno i macelli di carnevale. Chi nega l'intelligenza e chi non vuol conceder il moto perpetuo, venga qui a mirar per ogni bettola girandole ricamate di polli e spedonate d'arrosti, che, mosse da virtù invisibile, non cessan mai di voltarsi appresso al fuoco. L'acqua si vende e gli speziali tengono bottega di castagne, di cappari, di formaggio e di caviaro. Di frutti (questo sì) ce n'è più dovizia che di creanza in tinello : chi volesse parlar di uve, di fichi o poponi, avrebbe mille torti. Il teschio dell'asino nell'assedio di Gierusalemme fu venduto a miglior mercato, che qui non costa un limone o una melangola. Si fa gran guasto di vino, e per tutti i cantoni, ad ogni momento, si vede trafficar la bottiglia.
La nobiltà è splendida, ma la plebe è tinta in berettino ; bisogna sopra tutto guardarsi dalla furia dei signori lacchè, creature anch'esse stravagantissime e insolenti di sette cotte. Io ho opinione che costoro siano una specie di gente differente da gli altri uomini, verbigratia come i Satiri ed i Fauni. Hanno una Republica a parte e l'autorità loro non cede punto a quella dei lor padroni. In segno della lor Monarchia portano tutti lo scettro in mano. Vanno in volta per la città a guisa di tanti Ercoli Clavigeri con certi bastonacci di libra, né crediate che passeggino i cavalli d'Ambio ; urtano da per entro il fango con disertazione salvatica, smaltando di zacchere le veste dei gentil uomini, e chi l'ha per male scingasi. Ma la pratica di costoro è pericolosa non tanto ai panni, quanto alle borse, alle quali si vuol avere diligente cura, percioche hanno le ugne lunghe uncinate più che i Girifalchi.
Dove lascio la seccagine dei Pitocchi? O che zanzare fastidiose! e a discacciarle vi vuol altro che la rosta o l'acqua bollita. E vi è tanti di questi furfantoni che accattono per le chiese e per le strade con tanta importunità, che sono insopportabili. Dei carrettoni non parlo, che martorizzando del continuo le povere bestie vanno di su e di giù con un fracasso, che par che vada il mondo a sacco. E i carrettieri hanno un certo lor linguaggio cavallino con alcune interiezioni si fatte, che quando gridano, i cavalli gli intendono.
Tutto questo è nulla rispetto alle stravaganze del clima, che conformandosi all'umore degli abitanti non ha giammai fermezza né stabilità. Le quattro stagioni quattro volte al giorno scambiano vicende e per ciò fa di mestieri, che ciascuno sia fornito di quattro mantelli per potergli mutare a ciascun ora, un da pioggia, un da grandine, un da vento ed un da sole. Ma l'importanza sta che qui il sole va sempre in maschera, per imitar forse le damigelle, che costumano anch'elle di andar mascherate. Quando piove è il miglior tempo che faccia, perché allora si lavano le strade ; in altri tempi la broda a la mostarda vi baciano le mani : ed è una diavol di malta più attaccaticcia e tenace che non è il male dei suoi bordelli : dissi male a dir bordello, perché non ci è bordello ; nondimeno (questa è una delle stravaganze principali) per tutto se ne ritrova. In su 'l capo del ponte nuovo, dove sta l'orologio, che suona le ore o il contrapunto, hanno messa in frontespicio eminente la statua della Samaritana, forse (dicono alcuni) per ammaestrar le femine con quel pubblico esempio a non aver ciascuna cinque mariti.
Volete voi altro? In fine il parlare è pieno di stravaganze. L'oro si appella argento. Il far colazione si dice digiunare. Le città son dette Ville, i Medici, i medicini. I vescovi, vecchi. Le puttane, garze. I ruffiani, maccheroni. Il brodo, un Buglione, come se fussero della schiatta di Goffredo. Un buso significa un pezzo di legno. Avere una bota in su la gamba, vuol dire uno stivale. Ultimamente quella faccenda per cui si consuma la roba e la vita si chiama Vitto. Ma tra le stravaganze maggiori fuettere val tanto, quanto dar delle sferzate. Eccovi fatto un sommario delle qualità della Terra e delle usanze di questa Nazione. Di mano in mano vi darò poi delle altre novelle. Apparecchiatemi dunque costì in Turino un bel gabbione da pormici dentro, perché, se non vorrete che io vi scusi beffana alla festa di S. Giovanni nella Balloria, vi potrò almeno servire alla finestra per parrocchetto, o vero sarò buono per esser messo in piazza il giovedì grasso per passatempo de' putti.
Tenetemi in tanto, Signor Scoto mio caro, vivo nella vostra buona grazia, a cui di buon cuore mi raccomando. E fate i miei baciamani al Conte Lodovico d'Agliè, al Conte Lodovico Tesauro ed al nostro Onorato Clareti. 
Parigi, 1615

venerdì 30 dicembre 2011

Cartolina di anno vecchio

Questa è la porta della sua memoria. Dell'edificio dove ha passato la sua infanzia. Avenida Independencia. Numero 331. Questa è la porta che non attraversa più, il chiavistello che non gli gira, la soglia a cui si ritorna solo di spalle. Guardarla lo intimidisce. Attraversarla lo invecchia. Se ora tocca il campanello, non riconoscerà la voce che gli dovesse rispondere. Potrebbe essere la sua.

La memoria è di Andrés Neuman.

martedì 30 agosto 2011

Discurso que tendría éxito

Señores:

Aspiro a ser diputado, porque aspiro a robar en grande y a "acomodarme" mejor.

Mi finalidad no es salvar al país de la ruina en la que lo han hundido las anteriores administraciones de compinches sinvergüenzas; no, señores, no es ese mi elemental propósito, sino que, íntima y ardorosamente, deseo contribuir al trabajo de saqueo con que se vacían las arcas del Estado, aspiración noble que ustedes tienen que comprender es la más intensa y efectiva que guarda el corazón de todo hombre que se presenta a candidato a diputado.

Robar no es fácil, señores. Para robar se necesitan determinadas condiciones que creo no tienen mis rivales. Ante todo, se necesita ser un cínico perfecto, y yo lo soy, no lo duden, señores.
En segundo término, se necesita ser un traidor, y yo también lo soy, señores. Saber venderse oportunamente, no desvergonzadamente, sino "evolutivamente". Me permito el lujo de inventar el término que será un sustitutivo de traición, sobre todo necesario en estos tiempos en que vender el país al mejor postor es un trabajo arduo e ímprobo, porque tengo entendido, caballeros, que nuestra posición, es decir, la posición del país no encuentra postor ni por un plato de lentejas en el actual momento histórico y trascendental. Y créanme, señores, yo seré un ladrón, pero antes de vender el país por un plato de lentejas, créanlo..., prefiero ser honrado.
Abarquen la magnitud de mi sacrificio y se darán cuenta de que soy un perfecto candidato a diputado.

Cierto es que quiero robar, pero ¿quién no quiere robar? Díganme ustedes quién es el desfachatado que en estos momentos de confusión no quiere robar. Si ese hombre honrado existe, yo me dejo crucificar. Mis camaradas también quieren robar, es cierto, pero no saben robar. Venderán al país por una bicoca, y eso es injusto. Yo venderé a mi patria, pero bien vendida. Ustedes saben que las arcas del Estado están enjutas, es decir, que no tienen un mal cobre para satisfacer la deuda externa; pues bien, yo remataré al país en cien mensualidades, de Ushuaia hasta el Chaco boliviano, y no sólo traficaré el Estado, sino que me acomodaré con comerciantes, con falsificadores de alimentos, con concesionarios; adquiriré armas inofensivas para el Estado, lo cual es un medio más eficaz de evitar la guerra que teniendo armas de ofensiva efectiva, le regatearé el pienso al caballo del comisario y el bodrio al habitante de la cárcel, y carteles, impuestos a las moscas y a los perros, ladrillos y adoquines...

¡Lo que no robaré yo, señores! ¿Qué es lo que no robaré?, díganme ustedes. Y si ustedes son capaces de enumerarme una sola materia en la cual yo no sea capaz de robar, renuncio "ipso facto" a mi candidatura...

Piénsenlo aunque sea un minuto, señores ciudadanos. Piénsenlo. Yo he robado. Soy un gran ladrón. Y si ustedes no creen en mi palabra, vayan al Departamento de Policía y consulten mi prontuario.
Verán qué performance tengo. He sido detenido en averiguación de antecedentes como treinta veces; por portación de armas -que no llevaba- otras tantas, luego me regeneré y desempeñé la tarea de grupí, rematador falluto, corredor, pequero, extorsionista, encubridor, agente de investigaciones, ayudante de pequero porque me exoneraron de investigaciones; fui luego agente judicial, presidente de comité parroquial, convencional, he vendido quinielas, he sido, a veces, padre de pobres y madre de huérfanas, tuve comercio y quebré, fui acusado de incendio intencional de otro bolichito que tuve...

Señores, si no me creen, vayan al Departamento... verán ustedes que yo soy el único entre todos esos hipócritas que quieren salvar al país, el absolutamente único que puede rematar la última pulgada de tierra argentina... Incluso, me propongo vender el Congreso e instalar un conventillo o casa de departamento en el Palacio de Justicia, porque si yo ando en libertad es que no hay justicia, señores...

Con este discurso, lo matan o lo eligen presidente de la República.

Roberto Arlt, Aguafuertes porteñas, Buenos Aires, 1933

sabato 6 agosto 2011

Palabras del autor

Con “Los lanzallamas” finaliza la novela de “Los siete locos”. Estoy contento de haber tenido la voluntad de trabajar, en condiciones bastante desfavorables, para dar fin a una obra que exigía soledad y recogimiento. Escribí siempre en redacciones estrepitosas, acosado por la obligación de la columna cotidiana.
Digo esto para estimular a los principiantes en la vocación, a quienes siempre les interesa el procedimiento técnico del novelista. Cuando se tiene algo que decir, se escribe en cualquier parte. Sobre una bobina de papel o en un cuarto infernal. Dios o el Diablo están junto a uno dictándole inefables palabras.
Orgullosamente afirmo que escribir, para mí, constituye un lujo. No dispongo, como otros escritores, de rentas, tiempo o sedantes empleos nacionales. Ganarse la vida escribiendo es penoso y rudo. Máxime si cuando se trabaja se piensa que existe gente a quien la preocupación de buscarse distracciones les produce surmenage.
Pasando a otra cosa: se dice de mí que escribo mal. Es posible. De cualquier manera, no tendría dificultad en citar a numerosa gente que escribe bien y a quienes únicamente leen correctos miembros de sus familias.
Para hacer estilo son necesarias comodidades, rentas, vida holgada. Pero, por lo general, la gente que disfruta de tales beneficios se evita siempre la molestia de la literatura. O la encara como un excelente procedimiento para singularizarse en los salones de sociedad.
Me atrae ardientemente la belleza. ¡Cuántas veces he deseado trabajar una novela que, como las de Flaubert, se compusiera de panorámicos lienzos…! Mas hoy, entre los ruidos de un edificio social que se desmorona inevitablemente, no es posible pensar en bordados. El estilo requiere tiempo, y si yo escuchara los consejos de mis camaradas, me ocurriría lo que les sucede a algunos de ellos: escribiría un libro cada diez años, para tomarme después unas vacaciones de diez años por haber tardado diez años en escribir cien razonables páginas discretas.
Variando, otras personas se escandalizan de la brutalidad con que expreso ciertas situaciones perfectamente naturales a las relaciones entre ambos sexos. Después, estas mismas columnas de la sociedad me han hablado de James Joyce, poniendo los ojos en blanco. Ello provenía del deleite espiritual que les ocasionaba cierto personaje de “Ulises”: un señor que se desayuna más o menos aromáticamente aspirando con la nariz, en un inodoro, el hedor de los excrementos que ha defecado un minuto antes.
Pero James Joyce es inglés. James Joyce no ha sido traducido al castellano, y es de buen gusto llenarse la boca hablando de él. El día que James Joyce esté al alcance de todos los bolsillos, las columnas de la sociedad se inventarán un nuevo ídolo a quien no leerán sino media docena de iniciados.
En realidad, uno no sabe qué pensar de la gente. Si son idiotas en serio, o si se toman a pecho la burda comedia que representan en todas las horas de sus días y sus noches.
De cualquier manera, como primera providencia he resuelto no enviar ninguna obra mía a la sección de crítica literaria de los periódicos. ¿Con qué objeto? Para que un señor enfático entre el estorbo de dos llamadas telefónicas escriba para satisfacción de las personas honorables:
“El señor Roberto Arlt persiste aferrado a un realismo de pésimo gusto, etc., etc.”
No, no y no.
Han pasado esos tiempos. El futuro es nuestro, por prepotencia de trabajo. Crearemos nuestra literatura, no conversando continuamente de literatura, sino escribiendo en orgullosa soledad libros que encierran la violencia de un “cross” a la mandíbula. Sí, un libro tras otro, y “que los eunucos bufen”.
El porvenir es triunfalmente nuestro.
Nos lo hemos ganado con sudor de tinta y rechinar de dientes, frente a la “Underwood”, que golpeamos con manos fatigadas, hora tras hora, hora tras hora. A veces se le caía a uno la cabeza de fatiga, pero… mientras escribo estas líneas, pienso en mi próxima novela. Se titulará “El amor brujo” y aparecerá en agosto del año 1932.
Y que el futuro diga.

Roberto Arlt



Parole dell'autore

Con “I lanciafiamme” termina il romanzo “I sette pazzi”. Sono contento di aver avuto la volontà di lavorare, in condizioni abbastanza sfavorevoli, per terminare un'opera che esigeva solitudine e raccoglimento. Ho sempre scritto in redazioni rumorose, oppresso dall'obbligo della colonna quotidiana.
Dico questo per stimolare i principianti alla vocazione; si interessano sempre del procedimento tecnico del romanziere. Quando si ha qualcosa da dire, si scrive ovunque. Su un rotolo di carta o in una camera infernale. Dio o il Diavolo sono al nostro fianco per dettarci parole ineffabili.
Affermo con orgoglio che scrivere, per me, rappresenta un lusso. Non dispongo, come altri scrittori, di rendite, tempo o di un tranquillo impiego pubblico. Guadagnarsi la vita scrivendo è penoso e rude. Specialmente se, quando si lavora, si pensa che esistono persone alle quali la preoccupazione di trovarsi delle distrazioni provoca ulteriore fatica.
Passando ad altro: si dice di me che scrivo male. È possibile. In qualche modo, non avrei difficoltà a citare molte persone che scrivono bene e che sono lette solo dai membri delle loro famiglie.
Per fare dello stile, bisogna avere comodità, rendite, vite agiate. Però, in generale, le persone che godono di tali benefici evitano il fastidio della letteratura. Oppure la contemplano come un eccellente procedimento per distinguersi nei salotti di società.
Sono fortemente attratto dalla bellezza. Quante volte ho desiderato comporre un romanzo che, come quelli di Flaubert, fosse composto da tele panoramiche...! Ma oggi, tra il rumore di un edificio sociale che ineluttabilmente crolla, non è possibile pensare ai ricami. Lo stile richiede tempo, e se io ascoltassi i consigli dei miei compagni, mi accadrebbe quello che succede ad alcuni di loro: scriverei un libro ogni dieci anni, per prendermi poi una vacanza di dieci anni per averci messo dieci anni a scrivere cento ragionevoli discrete paginette.
Altra cosa: altre persone si scandalizzano per la brutalità con cui esprimo certe situazioni perfettamente naturali a proposito dei rapporti tra i due sessi. Inoltre, queste stesse colonne portanti della società mi hanno parlato di James Joyce, roteando gli occhi. Derivava dal diletto spirituale che provocava in loro un certo personaggio di "Ulisse": un signore che si sazia più o meno aromaticamente aspirando con le narici, in un gabinetto, l'odore degli escrementi che ha defecato il minuto prima.
Ma James Joyce è inglese. James Joyce non è stato tradotto in spagnolo, ed è di buon gusto riempirsi la bocca parlando di lui. Il giorno che James Joyce sarà alla portata di tutte le borse, le colonne della società si inventeranno un nuovo idolo che sarà letto da una mezza dozzina di iniziati.
In realtà, non si sa che pensare della gente. Se sia idiota sul serio, o se prenda a cuore la rozza commedia che recita a tutte le ore del giorno e della notte.
In qualche modo, come primo provvedimento, mi sono deciso a non inviare nessuna mia opera alla sezione della critica letteraria dei giornali. A quale scopo? Perché un signore solenne e indaffarato, tra una telefonata e l'altra, scriva all'attenzione dell'onorata società:
“Il signor Roberto Arlt si ostina a restare ancorato ad un realismo di pessimo gusto, ecc., ecc.”?
No, no e no.
Sono passati questi tempi. Il futuro è nostro: per prepotenza di lavoro. Creeremo la nostra letteratura, non conversando continuamente di letteratura, ma scrivendo in orgogliosa solitudine libri che avranno la violenza di un "cross" portato alla mandibola. Sì, un libro dopo l'altro, e "che gli eunuchi sbuffino".
L'avvenire è trionfalmente nostro.
Ce lo siamo guadagnato col sudore dell'inchiostro e digrignando i denti, davanti all'“Underwood”, su cui battevamo con mani stanche, ora dopo ora, ora dopo ora. A volte la testa ci crollava dalla stanchezza, però... mentre scrivo queste righe, penso al mio prossimo romanzo. Si intitolerà "L'amore stregone" ed uscirà ad agosto del 1932.
E ora, la parola al futuro.

Roberto Arlt

martedì 21 giugno 2011

una psicología de barbero y tenor de opereta

- (...) ¿sabe ahora lo que nos hace falta? Es descubrir un símbolo vulgar para entusiasmar al populacho... 
- Lucifer.
- No, ése es un símbolo místico... intelectual... Hay que descubrir algo grosero y estúpido... algo que entre por los sentidos de la multitud como la camisa negra... Ese diablo ha tenido talento. Descubrió que la psicología del pueblo italiano era una psicología de barbero y tenor de opereta... En fin, veremos, ya tengo pensada una jerarquía, algo interesante... lo hablaremos otro día... puede que resulte...

Roberto Arlt, Los siete locos

- (...) sa che cosa ci vorrebbe ora? Trovare un simbolo volgare che entusiasmi il volgo...
- Lucifero.
- No, quello è un simbolo mistico... intellettuale... Bisogna trovare qualcosa di grossolano e stupido... qualcosa che entri nell'animo della massa come la camicia nera... Quel diavolo ha avuto talento. Ha scoperto che la psicologia del popolo italiano era una psicologia da barbieri e da tenori di operetta... Infine, vedremo, ho già pensato ad una gerarchia, qualcosa di interessante... ne parleremo un altro giorno... potrebbe funzionare...


lunedì 6 giugno 2011

Siamo nudi

Dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell'Europa almeno 17627 persone.
Fortress Europe
(È un dato necessariamente sottostimato, in quanto "basato sulle notizie censite negli archivi della stampa internazionale degli ultimi 23 anni".)

Sta qui la differenza tra il pensiero reazionario e la democrazia. Il reazionario facilmente irride l'umanità astratta e l'astratto amore ideologico per il genere umano, perché sa amare il proprio compagno di scuola, ma non sa veramente capire che anche compagni di scuola di persone a lui ignote sono altrettanto reali; non astrazioni ma carne e sangue. La democrazia - schernita come fredda e ideologica - è invece concretamente poetica, perché sa mettersi nella pelle degli altri, come Tolstoj in quella di Anna Karenina, e dunque pure in quella di quei naufraghi in fondo al mare.

Nella Germania di Hitler era diffuso un galateo particolare: chi sapeva non parlava, chi non sapeva non faceva domande, a chi faceva domande non si rispondeva. In questo modo il cittadino tedesco tipico conquistava e difendeva la sua ignoranza, che gli appariva una giustificazione sufficiente della sua adesione al nazismo: chiudendosi la bocca, gli occhi e le orecchie, egli si costruiva l’illusione di non essere a conoscenza, e quindi di non essere complice, di quanto avveniva davanti alla sua porta.
Sapere, e far sapere, era un modo (in fondo non poi tanto pericoloso) di prendere le distanze dal nazismo; penso che il popolo tedesco, nel suo complesso, non vi abbia fatto ricorso, e di questa deliberata omissione lo ritengo completamente colpevole.
Primo Levi, appendice a Se questo è un uomo, Einaudi 1984

Sono anni che ho tra i tasti un post su quella tomba che è diventato il Mediterraneo. Mi è stato e mi è tuttora molto difficile scriverne: chi mai potrebbe non provare umana pietà per tante e tali morti? Eppure è una pietà nei fatti o negata o, se presente, come nel mio caso e in quello di moltissimi altri, inane, vacua. Vorrei tanto che Magris avesse ragione. Temo però che non ce l'abbia. La realtà democratica mi sembra peggiore, concretamente peggiore e lontanissima da ogni poesia: le parole di Magris mi sembrano pienamente condivisibili solo in termini di desiderio, di auspicio.
Primo Levi considerava che le circostanze che portarono allo sterminio degli ebrei in Europa sarebbero potute venir meno se la stampa tedesca fosse stata libera, in grado di informare il maggior numero di persone possibile, e comunque, anche in assenza di libertà dell'informazione, se chi sapeva - e naturalmente c'era chi sapeva, anche al di là dei responsabili diretti dello sterminio - avesse parlato. Mi si permetta non dico il paragone, ma almeno l'accostamento tra i due eventi, al di là delle differenze dei contesti storici e politici, se non altro per la durata del fenomeno cui stiamo assistendo, per la sostanziale passività con cui lo facciamo, per l'esistenza (ancora con Levi, quello de I sommersi e i salvati) di una zona grigia, che se oggi non collabora, non agendo, non altera il risultato, e per la almeno parziale responsabilità delle cause delle emigrazioni in atto, delle condizioni disperate in cui si svolgono e quindi dei loro esiti da parte di tutta la comunità europea.
Un giorno potremmo - forse dovremmo - sentirci rivolgere le stesse domande che i figli del dopoguerra tedesco hanno rivolto ai propri genitori: "Ma tu dov'eri? Sapevi? E che cosa hai fatto per evitarlo?" Sono queste le domande che mi pongo da anni e che mi inducono ad accostare i due eventi, nonostante tutte le loro differenze.
Né la presenza di una democrazia in ogni paese europeo né l'esistenza di una stampa in grado di informare (peggio, nemmeno l'ipertrofia di internet) né il fatto che si sappia da molto tempo che migliaia di emigranti muoiono nel Mediterraneo sembrano essere sufficienti ad impedire la strage. Non vorrei che fosse caduta un'altra maschera, che fossero caduti degli altri vestiti, oltre a quelli dell'imperatore: quelli del popolo, che sa, che sa da molti anni e che da molti anni non fa nulla  e in ogni caso non abbastanza. 
Mi viene in mente un testo di Caparrós dedicato ad un viaggio di 28 giorni (una luna) compiuto tra Chişinău e Monrovia, Amsterdam e Lusaka, Pittsburgh e Parigi, Madrid, Barcellona e Johannesburg, in cui, come inviato per un'agenzia dell'ONU, ha incontrato degli emigrati. Nonostante ricalchi in parte le stesse categorie citate da Magris in termini di umanità astratta e umanità concreta, ma secondo una prospettiva capovolta, non mi pare affatto reazionario, ma solo più realista dell'approccio di Magris.
L'umanità è un'idea di quando l'umanità non esisteva: di quando c'erano piccole comunità in cui il destino di uno implicava in qualche modo quello degli altri o diciamo piuttosto: in cui era facile vedere che il destino di ciascuno implicava in qualche modo quello degli altri - e vi si prestava attenzione.
Abbiamo l'abitudine di credere che il momento culminante di questa idea fu Atene tanto tempo fa, quando i cittadini scoprirono che dipendevano gli uni dagli altri nella battaglia perché avevano inventato la formazione oplitica, in cui ogni uomo valeva lo stesso di quello a fianco perché sapeva che bastava che uno venisse meno perché si rompesse la formazione e lo ammazzassero. Poi produssero quello che chiamarono democrazia, in cui il voto di ogni uomo valeva lo stesso di quello a fianco - sempre che quest'uomo fosse cittadino e non ricorresse per vivere al lavoro degli schiavi e degli immigrati. La democrazia convertì quell'idea di umanità in una forma politica. L'umanità, in sintesi, era questo: che tutti gli uomini valgono - e, in qualche modo, si equivalgono. Però, insisto: ciò è facile da vedere quando quelli che valgono sono Abel il pescatore di quella casa, Mabel la figlia del fabbro, Jezabel la tettona mora.
Il cristianesimo volle trapiantare questa nozione di quartiere su scala generale - volle veramente? - con questa idea universalistica della chiesa e volle che si trattasse il prossimo - ogni prossimo - come se stesso: un discorso interessante, mai praticato. E poi, nel secolo XVIII, l'idea di umanità fu usata per combattere questa stessa religione, e si consolidò nel XIX quando Marx lesse Terenzio e ripetè che niente dell'umano gli era estraneo(1). Però, nella misura in cui vi riuscirono, i marxisti cominciarono a parlare di socialismo in un solo paese e che gli altri marcissero, di Siberia e di gulag. Tutto in nome dell'umanità, il bene supremo. Non c'è un'idea più resistente: i comportamenti hanno sempre contraddetto il concetto, però questi comportamenti vengono intesi come errori, deviazioni. Le idee migliori, le più potenti, sono quelle che non si realizzano mai - e la loro costante irrealtà le conserva e le eleva. In sintesi: se qualcuno crede che agli uomini importi quello che succede ad altri uomini, che venga a Monrovia(2). O che vada a Florencio Varela(3).
Martín Caparrós(4), Una luna. Diario de hiperviaje, Anagrama 2009

(1) Homo sum, humani nihil a me alienum puto.
(2) Una testimonianza da Monrovia dallo stesso libro di Caparrós, che in questo caso non riesco a tradurre, e non per difficoltà linguistiche, dice:
Una noche, desde el otro lado de la frontera, llegaron los rebeldes: agarraban a los hombres y les preguntaban si preferían mangas largas o mangas cortas. Al que decía mangas largas le cortaban el brazo a la altura de la muñeca; al que decía mangas cortas, a la altura del hombro. A algunos les daban la opción de pantalones cortos o pantalones largos - o del celular: les cortaban los tres dedos del medio de una mano, así les quedaban el pulgar y el meñique, que imitan un teléfono. Hay momentos en que la modernidad y la salvajería se mezclan sin piedad - y un humor raro. Al que non quería elegir lo mataban sin más.
(3) Zona nella parte meridionale di Buenos Aires.
(4) Martín Caparrós (Buenos Aires, 1957) si è laureato in storia a Parigi, ha vissuto a Madrid e New York, ha diretto riviste di libri e di cucina, ha attraversato mezzo mondo, tradotto Voltaire, Shakespeare e Quevedo, pubblicato una ventina di libri, e ricevuto il Premio Planeta Latinoamérica, il Premio Rey de España e la borsa di studio Guggenheim. 

giovedì 19 maggio 2011

Promozione della lettura

La porta di casa nostra presenta varie perforazioni. Le serrature penzolano come lingue. Tutti i tavoli sono rovesciati. I cassetti sporgono vuoti. Le carte si increspano per terra. La cassetta del pronto soccorso è sparpagliata per il bagno. Non restano apparecchi alla vista. Mancano i vestiti. Le stoviglie sono fuggite. Nei loro scaffali di sempre, i nostri libri rimangono intatti.

Andrés Neuman

sabato 25 dicembre 2010

qué dicha haber llegado al lugar donde estaba

Jardín del cementerio

Una hoja resbala desde el árbol
y es tu mirada la que, vuelta mano,
detiene su caída unos instantes;
luego toca la tierra humedecida
por la blanca llovizna del verano
y se confunde
con un montón de hojas arrugadas.
Huele a calas, jazmines, crisantemos.

Das media vuelta y piensas
en cuándo serás tú, si caerá nieve.
Escribe un nombre propio el tiempo
en cada lápida
y sin embargo, hermosas,
cuelgan pequeñas flores del almendro.

Giardino del cimitero
Una foglia scivola dall'albero/ed è il tuo sguardo quello che, per un'intesa immediata,/arresta la sua caduta per alcuni istanti;/poi tocca la terra umida/per la bianca pioviggine dell'estate/e si confonde/con un mucchio di foglie accartocciate./Profuma di calle, gelsomini, crisantemi./Ti giri e pensi/a quando sarai tu, se cadrà la neve./Scrive un nome proprio il tempo/in ogni lapide/e tuttavia, belli,/pendono piccoli fiori di mandorlo.


Caída de la nieve

Jamás ha sido blanca:
en su origen empuja
sedimentos y tierra,
los negros, naturales
residuos de la vida.
No hay ninguna inocencia que perder,
la inocencia está al fin de la escalada,
lo virgen es impuro, se construye.

La nieve necesita
del barrido interior de la palabra,
de su aguda atención, de su rastrillo,
para tratar de ser
y sostener el blanco cada día.

Caduta della neve
Mai è stata bianca:/alla sua origine preme/sedimenti e terra,/i neri, naturali/residui della vita./Non c'è nessuna innocenza da perdere,/l'innocenza è alla fine della scalata,/il candore è impuro, si costruisce./La neve ha bisogno/della scansione interiore della parola,/della sua acuta attenzione, del suo rastrello,/per tentare di essere/e sostenere il bianco ogni giorno.


Para leer el suelo

En ninguna morada habrá más luz
que cuando aquí las cosas
se desangran, nos buscan, se terminan.
No existirá región más oportuna
que este lugar que apesta y me conmueve.
Imposible encontrar mejores alas
que dos pies descalzándose
para leer el suelo:
su pasajero tacto funda la realidad.
En ningún paraíso habrá tanta delicia
como crece ahora mismo
a la sucia intemperie.

Per leggere il suolo
In nessuna dimora ci sarà più luce/di quando qui le cose/si dissanguano, ci cercano, finiscono./Non esisterà regione più adatta/di questo posto che appesta e mi commuove./Impossibile incontrare migliori ali/di due piedi togliendosi le scarpe/per leggere il suolo:/il suo tatto passeggero fonda la realtà./In nessun paradiso ci sarà tanta delizia/come cresce proprio ora/esposta allo sporco delle intemperie.


El paraíso literal

Brilla sin anunciarse.
Apenas hace falta alzar la vista.
Es un ofrecimiento
que la vida nos hace silenciosa
esperando que sean dignos ojos
y digna la alegría.

Sencillamente azul dentro del pecho:
qué dicha haber llegado
al lugar donde estaba.
Hoy quisiera
no añadir una coma
al cielo literal de cada día.

Il paradiso letterale
Brilla senza annunciarsi./Basta solo alzare lo sguardo./È un'offerta/che la vita ci fa silenziosa/sperando che siano degni occhi/e degna l'allegria./Semplicemente azzurro dentro il cuore:/che gioia essere arrivato/nel posto dove stavo./Oggi vorrei/non aggiungere una virgola/al cielo letterale di ogni giorno.

Andrés Neuman

mercoledì 13 ottobre 2010

Poema social

Aprovechando el sol en este invierno crudo,
los obreros de la fábrica, en su hora de descanso,
formaron una hilera de cascos amarillos
en la vereda de enfrente.
Si no fuera por el rubio, que se rasca la cabeza,
parecerían una fila de lápices
del mismo color.

Fabián Casas, El salmón, Libros de tierra firme, Buenos Aires, 1996


Approfittando del sole in questo inverno crudo,
gli operai della fabbrica, durante la pausa pranzo,
hanno formato una linea di caschi gialli
sul marciapiede di fronte.
Se non fosse per il biondo, che si gratta la testa,
sembrerebbero una fila di matite
dello stesso colore.

mercoledì 25 agosto 2010

La gioia e la disgrazia

Cervantes si rivolge, scherzando, al tipo di lettore a cui ha destinato il libro. Lo chiama "desocupado lector". E queste due parole costituiscono, per i traduttori e interpreti, il primo problema del libro.
Vediamo cosa succede nelle due traduzioni italiane che ho sotto mano. Ferdinando Carlesi traduce: "Lettore beato, che non hai nulla da fare", ma spiega, e lo dice in una nota, che otto parole per tradurne due sono troppe. Però ne troviamo 10 nella traduzione di Vittorio Bodini: "lettore mio, che non hai nulla di meglio da fare". Orbene, ora io ammetto di essere un fanatico della traduzione interlineare o, per così dire, calcata. Per questo tradurrei, attenendomi il più possibile al testo, "disoccupato lettore" o, volendo essere un po' più ricercato, "ozieggiante lettore", poiché l'ozio sarà magari il padre di tutti i vizi (in realtà, non di tutti), ma anche di qualche virtù. Cervantes si rivolge a un lettore che sappia leggere con gioia. Desocupado: vale a dire capace di essere occupato dalla gioia della lettura, e di essere molto occupato, poiché la gioia che dà la lettura del Quijote è impregnata di mistero, di un mistero che aumenta la gioia. Volete che Cervantes non lo sapesse, di aver scritto un libro gioioso e misterioso?

Leonardo Sciascia, Desocupado lector, El País, 26 dicembre 1984
(è un articolo molto più ricco di quello che non lasci intravvedere il passaggio scelto qui: per questo, mi permetto di invitare il lettore disoccupato, o almeno quello poco occupato, a leggerlo per intero e a scusarmi se non ho trovato l'intero articolo originale)
William Wordsworth, The Prelude, Book second
Jorge Luis Borges, Obras Completas, Tomo II, Siete Noches, La Pesadilla, pagg. 221-231
Jorge Luis Borges, Ficciones, Pierre Menard, autor del Quijote, pagg. 20-25
E.M. Forster, Selected stories, Co-ordination


*


Marinero soy de amor

Marinero soy de amor,
y en su piélago profundo,
navego sin esperanza
de llegar a puerto alguno.

Siguiendo voy a una estrella
que desde lejos descubro,
más bella y resplandeciente
que cuantas vió Palinuro.

Yo no sé adónde me guía
y, así, navego confuso,
el alma a mirarla atenta,
cuidadosa y con descuido.

Miguel De Cervantes


Marinaio sono d'amore,
e nel suo pelago profondo,
navigo senza speranza
di arrivare ad alcun porto.

Vado seguendo una stella
che da lontano intravvedo,
più bella e risplendente
di quante ne vide Palinuro.

Io non so dove mi guida
e, così, navigo confuso,
l'anima intenta a mirarla,
ora attenta, ora distratta.

*

Ich glaube, man sollte überhaupt nur solche Bücher lesen, die einen beißen und stechen. Wenn das Buch, das wir lesen, uns nicht mit einem Faustschlag auf den Schädel weckt, wozu lesen wir dann das Buch? Damit es uns glücklich macht, wie Du schreibst? Mein Gott, glücklich wären wir eben auch, wenn wir keine Bücher hätten, und solche Bücher, die uns glücklich machen, können wir zur Not selber schreiben. Wir brauchen aber die Bücher, die auf uns wirken wie ein Unglück, das uns sehr schmerzt, wie der Tod eines, den wir lieber hatten als uns, wie wenn wir in Wälder verstoßen würden, von allen Menschen weg, wie ein Selbstmord, ein Buch muss die Axt sein für das gefrorene Meer in uns. Das glaube ich.

Franz Kafka, Brief an Oskar Pollak, 27. Januar 1904

Penso si debbano leggere solo i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a quale scopo leggiamo allora il libro? Affinché ci renda felici, come scrivi tu? Dio mio, saremmo felici anche se non avessimo libri, e questi libri che ci rendono felici possiamo scriverli noi stessi, se del caso. Ma abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di qualcuno che abbiamo amato più di noi stessi, come se fossimo messi al bando nei boschi, lontano da tutti gli uomini, come un suicidio - un libro deve essere la scure per il mare gelato in noi. Questo, credo.

Franz Kafka, Lettera a Oskar Pollak, 27 gennaio 1904

*

Popout
Wim Wenders, Der Himmel über Berlin, 1987


Stanley Kubrick, Lolita, 1962


François Truffaut, Fahrenheit 451, 1966


Peter Greeenaway, Prospero's books, 1991


Jirí Menzel, Ostře sledované vlaky, 1966


Pier Paolo Pasolini, La ricotta, 1963


Claude Chabrol, Les biches, 1968

Rouben Mamoulian, Queen Christina, 1933


Woody Allen, Bananas, 1971

martedì 8 giugno 2010

Come sarebbe se sentissimo uno di quei classici

Einen jener klassischen

schwarzen Tangos in Köln, Ende des
Monats August, da der Sommer schon

ganz verstaubt ist, kurz nach Laden
Schluß aus der offenen Tür einer

dunklen Wirtschaft, die einem
Griechen gehört, hören, ist beinahe

ein Wunder: für einen Moment eine
Überraschung, für einen Moment

Aufatmen, für einen Moment
eine Pause in dieser Straße,

die niemand liebt und atemlos
macht, beim Hindurchgehen. Ich

schrieb das schnell auf, bevor
der Moment in der verfluchten

dunstigen Abgestorbenheit Kölns
wieder erlosch.

Rolf Dieter Brinkmann
Westwärts 1&2, 1975


Sentire uno di quei classici

tanghi neri a Colonia, alla fine del
mese di agosto, quando l'estate è già

tutta polverosa, poco dopo la chiusura
dei negozi dalla porta aperta di un

ristorante buio di proprietà
di un greco, è quasi

un prodigio: per un istante una
sorpresa, per un istante

un profondo respiro, per un istante
una pausa in questa via

che nessuno ama e toglie
il fiato, quando ci si passa. Ne ho

buttato giù una nota, prima
che l'istante svanisse di nuovo

nel dannato umido torpore mortale
di Colonia.



Köln, Kaufhof-Garage, 17 agosto 1976
Foto di Engelbert Reineke, Bundesarchiv


"Überall triffst du hier auf diesen Muff, du kämpfst gleichzeitig an 9 Fronten, und dabei geht alle Freude futsch. Manchmal, beobachte ich, möchten sich Leute, die miteinander reden, nur noch in die Fresse schlagen. So grau wars nicht mal in Chicago. Ich meine verglichen zu Köln" (Dappertutto si sbatte contro questa muffa, si combatte contemporaneamente su 9 fronti, così tutta la gioia va a remengo. Qualche volta le persone, quando parlano tra loro, vogliono solo prendersi a schiaffi. Non era così grigio a Chicago. Voglio dire, in confronto a Colonia).

Rolf Dieter Brinkmann: Briefe an Hartmut (Lettere all'amico Harmut Schnell, cui scriveva da qui). 1974-1975


giovedì 15 aprile 2010

La consecuencia

Esto es un árbol. La raíz dice raíz,
rama cada rama, y en la copa
está la sala de recibo
de un mirlo que habla.

La mesa donde escribo
—una fiesta de solteras—
está hecha de madera de ese árbol
convertida por el uso y por el tiempo
en la palabra mesa.

Es porque da frutos que caen
y por el gremio perenne de sus hojas
que se renueva el árbol
y que existe la palabra árbol:

aunque a veces el bosque
lo oculte a la vista, lo contiene
el árbol en la palabra árbol.

Y no es que éste sea un poema abstracto.
Es que las palabras se repiten entre sí
por el sentido: son solteras y sociables
y de sus raíces crece un árbol.

Mirta Rosenberg


Questo è un albero. La radice dice radice,
ramo ogni ramo, e nella chioma
c'è la sala di ricevimento
di un merlo che parla.

Il tavolo su cui scrivo
— una festa di nubili —
è fatto di legno di quest'albero
convertito per l'uso e per il tempo
nella parola tavolo.

È perché dà frutti che cadono
e per il corpo sempreverde delle sue foglie
che si rinnova l'albero
e che esiste la parola albero:

sebbene a volte il bosco
lo nasconda alla vista, lo contiene
l'albero nella parola albero.

E non è che questa sia una poesia astratta.
È che le parole si ripetono tra sé
per il loro significato: sono nubili e socievoli
e dalle loro radici cresce un albero.

Nata a Rosario, Santa Fe, Argentina, nel 1951, vive a Bueons Aires. Ha tradotto, tra gli altri, l'Enrico IV di Shakespeare assieme a Daniel Samoilovich (direttore della rivista Diario de Poesía), e poi Katherine Mansfield, William Blake, Walt Whitman, Emily Dickinson, Anne Sexton, Dereck Walcott, Marianne Moore, W.H. Auden, Seamus Heaney, Anne Talvaz, D.H. Lawrence e Ruth Fainlight. Si occupa della casa editrice Bajo la luna e ha pubblicato diverse raccolte di poesie, saggi e racconti. Dal 1998 lavora come traduttrice per il quotidiano La Nación (cosa non tocca fare ai poeti).

Una sua considerazione sulla lingua da un'intervista del 2006:
El libro se llama "Madam" porque procede de un palíndromo en inglés, que es el momento en que Adán se le presenta Eva. Es decir, el momento del origen, según la Biblia, de la estirpe humana. Entonces no había nadie que los presentara. Obviamente porque dios no se preocupó por presentar a sus creaciones, entonces se acercó a Eva y le dijo: "Madam, I'm madam". Y lo curioso es que, obviamente –según la Biblia la mujer está hecha de la costilla del hombre-, esto se lee de izquierda a derecha, y de derecha a izquierda, exactamente igual. Son dos mitades de una misma cosa. Y por eso el libro se llama "Madam" -en inglés, no en francés-. Por este palíndromo, que es como el palíndromo originario. Eso es lo bueno que tiene la lengua, que de alguna manera es la protagonista de la poesía –de la poesía en especial-, de la literatura, de la vida, de la comunicación. Digo de la poesía en especial porque no creo que la poesía sea comunicación. Creo que excede con mucho la comunicación; va más allá de jugar con las palabras. Por lo menos lo que yo pretendo va un poquito más allá. Yo creo que la lengua es un instrumento maravilloso. Que la lengua nos permite de alguna manera derrotar al futuro, y por lo tanto derrotar a la muerte. Porque tiene un modo verbal que es el potencial, y yo no lo tomo en chiste a ese detalle.
*

Minisemantica personale: per me, tree non è un albero, è un numero con un soffio rattenuto, albero è un tratto a matita marrone coronato da un ciuffo verde su un sottofondo musicale che esce da una piccola radio da cucina, drevo è un susino che cresce su terra rossa, Baum è una canzone di dicembre e sta solo im Wald, l'arbre è un cartoncino deodorante, ed è proprio árbol il più albero di tutti, quello cui rispunta il verde ad ogni primavera ovunque si trovi, anche in un viale cittadino, insomma, il solo, legittimo rappresentante sindacale della categoria arborea.

*
Tornando alle cose serie, Vivian Lamarque ne ha incontrato uno meraviglioso, cui ha dedicato una poesia che, guarda caso, si chiama Ad un albero meraviglioso. Fa così:

Caro albero meraviglioso
che dal treno qualcuno
ti ha tirato un sacchetto
di plastica viola
che te lo tieni stupito
sulla mano del ramo
come per dire
cos’è questo fiore strano?
speriamo che il vento
se lo porti lontano.
Ci vediamo al prossimo viaggio
ricorderò il numero del filare
il tuo indirizzo, ho contato
i chilometri dopo lo scalo-merci
arrivederci.

*

Tuttavia, a dimostrazione che árbol è l'albero, persino quando non è di legno...

Los árboles no son de madera
y no tocamos madera cuando tocamos un árbol.
Un árbol,
cuando ha exprimido el canto de sus ramas,
se recuesta en su tumba de madera,
toca madera y deja de ser árbol.
La madera de una silla no es madera muerta
y los árboles no son madera viva;
los árboles son árboles
y la madera es madera,
y los árboles muertos
son madera de pie,
madera con ramas y pájaros,
y no se sabe si los pájaros
los toman como árboles
o como lo que son: sillas silvestres,
madera para descansar que anhela que la quemen.
Los árboles se mueren de madera,
y el fuego,
que compendia en un minuto años de pájaros,
años de hormigas por las ramas,
conoce sólo un idioma: la madera,
y no sabe nada de los árboles.

Fabio Morábito


Gli alberi non sono di legno

Gli alberi non sono di legno,
e non tocchiamo legno quando tocchiamo un albero.
Un albero,
quando ha espresso il canto dei suoi rami,
si adagia nella sua tomba di legno,
tocca legno e smette di essere albero.
Il legno di una sedia non è legno morto
e gli alberi non sono legno vivo;
gli alberi sono alberi,
e il legno è legno,
e gli alberi morti
sono legno eretto,
legno con rami e uccelli,
e non si sa se gli uccelli
li considerino alberi
o per quello che sono: sedie silvestri,
legno per il riposo che desidera che lo si arda.
Gli alberi muoiono di legno,
e il fuoco,
che compendia in un minuto anni di uccelli,
anni di formiche per i rami,
conosce solo una lingua: il legno,
e non sa niente degli alberi.

Morábito è nato da genitori italiani ad Alessandria d'Egitto e vive in Messico. Di madrelingua italiana, scrive in spagnolo. Anche lui, come la Rosenberg e molti altri, traduce (Torquato Tasso, Landolfi, Calvino, Sanguineti).