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lunedì 14 novembre 2016

غياب/Assenza

لا ترسل لي فيديو
ليست المدن شوارعَ وساحات..

لا أريد ألبوماتٍ
من قال إن الحياة كتالوجاً؟

إياك أن تتعب نفسك بتصويرها
بتقنية "360°"
صورها تبدو منعكسةً على ماء بئر عميق
ولا أريد لمدينتي السقوط في البئر.

ثمة ضبابٌ في ذاكرتي
يجعل شوارعها وحدائقها تختفي
ولا أدري إن كانت قد اختفت فيّ فقط
أم فيها هي الأخرى!

نسيت نصف الأشياء
كأن النسيان ثقب أوزون الرأس،
لم أعد أعرف هل المكتبة يمينَ الساحة أم يسارَها؟
وهل الجامعة بالقرب من نهرٍ كبير،
أم على ضفة بحيرةٍ؟

أعرني عيونك
ليومٍ
لساعةٍ
لدقيقةٍ..
لأجل ألا تختفي دمشق
من رأس أحد.
رائد وحش

Non mi mandare video
Le città non sono solo vie e piazze.

Non voglio neanche album fotografici
Chi ha detto che la vita è un catalogo?

Non vale la pena di filmarla
A 360°
Le sue immagini sembrano riflesse sul pelo dell'acqua di un pozzo profondo
E non voglio che la mia città cada nel pozzo.

C'è nebbia nella mia memoria
Fa scomparire le sue vie e i suoi giardini
E non so se siano scomparse solo dalla mia mente
O dalla città vera e propria.

Ho dimenticato la metà delle cose
Come se l'oblio fosse un buco dell'ozono nella mia testa.
Non so più se la biblioteca sia a destra o a sinistra sulla piazza
Se l'università sia vicina ad un grande fiume
O piuttosto sulla riva di un lago.

Dammi in prestito i tuoi occhi
Un giorno
Un'ora
Un minuto
Perché Damasco non scompaia
Dalla testa della gente.

 

Traduzione di una composizione immaginaria della traduzione in francese di Antoine Jockey e di quella in tedesco di Leila Chammaa della poesia di Raed Wahesh, poeta palestinese di Damasco.

venerdì 26 giugno 2015

melde

                                    für Volker Braun

von staub bedeckt, wie alle pilger,
am rhein entlanggewandert, an der moldau,
eben zurückgekehrt aus spanien, aus bulgar-

ien, fernost: so rastet sie am rand
von äckern und von straßen, nicht nur milde,
wenn wir vorrüberrasen, unerkannt,

unkenntlich, winkt uns nach mit ihren zähen blättern;
geht in der landschaft auf wie im gemälde
der firnis, blüht bescheiden, blüht in schmetter-

lingen, solidarisch mit dem schutt,
nicht dem erschütterer, liebt das malade,
das brüchige: ihr staat

ist überall; von pfützen, wo die winzigen klammern
der wasserläufer die wolken halten, der mulde
voll schlamm und unkraut; von jenseits des rostigen hammer-

krans ruft es, von brache, schrottplatz, müllde-
deponie, durchs flirren eines ganzen, langen sommers,
meldet beharrlich, ungehorsamst, die melde.

Jan Wagner, Regentonnenvariationen, Hansen Berlin, 2014



                                   per Volker Braun

ricoperto di polvere, come tutti i pellegrini,
migrato lungo il reno, la moldava,
appena ritornato dalla spagna, dalla bulga-

ria, dall'estremo oriente: così sosta al bordo
di campi, di strade, non solo mite,
quando gli sfrecciamo oltre, senza riconoscerlo,

irriconoscibile, ci fa cenno con le sue foglie tenaci;
si leva nel paesaggio come nel quadro
la vernice, fiorisce sobriamente, fiorisce a far-

falle, solidale con i ciottoli,
non con chi lo scuote, ama il malato,
il fragile: il suo paese

è ovunque; dalle pozzanghere, dove i minuscoli tarsi
degli insetti pattinatori trattengono le nuvole, dalle conche
piene di fango ed erbacce; dall'altra parte della gru a testa di mar-

tello arrugginita chiama, da campo a maggese, parco rottami, disca-
rica, attraverso lo scintillio di un'intera, lunga estate,
semplice si presenta, perseverando, disobbediendo, l'atreplice.


(Dedicata alla libera circolazione delle persone, ovvio.)


domenica 10 giugno 2012

Dizionario di tutte 'e cose: S come Sandali

sagt: welcher prophet
verlor die sandale dort,
aus der schon moos wächst?

Jan Wagner

dite: quale profeta
perse quel sandalo lì
dal quale spunta già del muschio?

*

February 19, 2004          Brookline

Dear Gene,

I tried to reach you by phone yesterday. Spurlos—the word employed by German submarine commanders. It means “without a trace”: not so much as an oil slick on the bosom of the Atlantic. (It occurs to me that you must have studied German under the Hollywood German experts).

I don’t do much of anything these days and I spend much of my time indoors. By far my pleasantest diversion is to play with Rosie, now four years old. It seems to me that my parents wanted me to grow up in a hurry and that I resisted, dragging my feet. They (my parents, not my feet) needed all the help they could get. They were forever asking, “What does the man say?” and I would translate for them into heavy-footed English. That didn’t help much either. The old people were as ignorant of English as they were of Canadian French. We often stopped before a display of children’s shoes. My mother coveted for me a pair of patent-leather sandals with an elegantissimo strap. I finally got them—I rubbed them with butter to preserve the leather. This is when I was six or seven years old, a little older than Rosie is now. Amazing how it all boils down to a pair of patent-leather sandals.

I send an all-purpose blessing…

Saul Bellow to Eugene Kennedy


Brookline, 19 febbraio 2004

Caro Gene,

Ho cercato di parlarti al telefono, ieri. Spurlos - la parola usata dai comandanti dei sottomarini tedeschi. Significa "senza traccia": non proprio come una marea nera nella distesa atlantica. (Mi viene in mente che devi aver studiato tedesco con gli esperti di tedesco di Hollywood).

Non faccio granché, in questi giorni, e passo la maggior parte del tempo al chiuso. La mia distrazione di gran lunga più piacevole è giocare con Rosie, che ora ha quattro anni. Mi sembra che i miei genitori volessero che crescessi presto e che invece resistessi, strascicando i piedi. Loro (i miei genitori, non i piedi) avevano bisogno di ogni aiuto possibile. Continuavano a chiedere "Cosa dice quello lì?" e io allora glielo traducevo in un inglese grossolano. Neanche questo serviva a molto. I vecchi non sapevano l'inglese come non sapevano il francese canadese. Ci fermavamo spesso davanti ad una vetrina di scarpe per bambini. Mia madre sbavava dietro ad un paio di sandali di vernice da bambino con una cinghietta elegantissima. Alla fine furono miei - li strofinavo con del burro per preservarne la pelle. Questo risale a quando avevo sei o sette anni, un po' di più di quanti ne abbia ora Rosie. Incredibile come tutto si condensi in un paio di sandali di vernice.

Ti auguro ogni bene…

Saul Bellow a Eugene Kennedy

sabato 2 aprile 2011

Lontano lontano (da qui)

Oxford shores’

Quero o bem, e quero o mal, e afinal não quero nada.
Estou mal deitado sobre a direita, e mal deitado sobre a esquerda
E mal deitado sobre a consciência de existir.
Estou universalmente mal, metafisicamente mal,
Mas o pior é que me dói a cabeça.
Isso é mais grave que a significação do universo.

Uma vez, ao pé de Oxford, num passeio campestre,
Vi erguer-se, de urna curva da estrada, na distância próxima
A torre-velha de uma igreja acima de casas da aldeia ou vila.
Ficou-me fotográfico esse incidente nulo
Como uma dobra transversal escangalhando o vinco das calças.
Agora vem a propósito…
Da estrada eu previa espiritualidade a essa torre de igreja
Que era a fé de todas as eras, e a eficaz caridade.
Da vila, quando lá cheguei, a torre da igreja era a torre da igreja,
E, ainda por cima, estava ali.

É-se feliz na Austrália, desde que lá se não vá.

4.6.1931
Álvaro de Campos — Livro de Versos. Fernando Pessoa. (Edição crítica. Introdução, transcrição, organização e notas de Teresa Rita Lopes.) Lisboa: Estampa, 1993: 146. 


Desidero il bene, desidero il male, e alla fine non desidero niente.
Sto coricato male sul fianco destro, e sto coricato male sul fianco sinistro
e coricato male sulla coscienza di esistere.
Sto universalmente male, metafisicamente male,
ma la cosa peggiore è che ho mal di testa.
Questo è più grave del significato dell'universo.

Una volta, camminando nella campagna nei dintorni di Oxford,
vidi ergersi, da una curva della strada, a poca distanza
il vecchio campanile di una chiesa in cima alle case di un villaggio o città.
Si fissò in me, fotograficamente, questo incidente insignificante
come una grinza trasversale che sgualcisca la piega dei pantaloni.
Ora arriva il punto…
Dalla strada prevedevo la spiritualità di questo campanile
che era la fede di tutte le epoche, e l'efficace carità.
Dalla città, quando vi arrivai, il campanile era il campanile,
e, anche in cima, stava lì.

Si è felici in Australia, fintanto che non ci si va.


australien

wir fingen mittags an:
wo sich die brücke in der brache
verlor, von fern die autobahn;
durch ein kaleidoskop zerbroche-

ner flaschen,
ein wurzelwerk von quecken
und alten teppichen; versteckt
hinter dem flüßchen,

dem abwasserrohr mit seinem biblischen
dunkel und dem schlichten
rinnsal, das es predigte.
wir gruben. hinter weißdornbüschen,

der kolonie von schilf, das paläon-
tologische autowrack, wie ein fossil
vom lehm verschluckt. ein fessel-
ballon

mit seiner werbung für bier
oder gelee
zog kühn jenseits der siedlung vorüber,
und ringsherum die glänzend schwarzen egel

entsorgter reifen, vollgesogen
mit schlamm und regenwasser,
die farbkanister, zerschlagen
und liegengelassen.

wir gruben; eine grille
verstummte und ein amselpärchen
hüpfte nervös um einen rostigen rechen,
die größere vogelkralle.

wie lange, bis wir es mit felsen
zu tun bekommen würden, kohle-
flözen
und erz? wie lange noch, bis irgendwo ein koala

die erde sich bewegen spürte,
um etwas seltsames zu sehen:
ein loch im boden, zwei verschmierte
jungen, die bis zehn

zu zählen versuchten, dann
verschwanden in dem mythischen, dem most-
richgelben abend, wo am rand
ein spaten steckte wie ein fahnenmast.

Jan Wagner
Australien, Berlin Verlag, 2010


cominciammo a mezzogiorno:
dove il ponte si perdeva nel campo
a maggese, da lontano l'autostrada;
attraverso un caleidoscopio di botti-

glie rotte,
un apparato radicale di gramigne
e vecchi tappeti; nascosti
dietro il fiumiciattolo,

dietro il tubo di scarico con la sua biblica
oscurità e col modesto
rigagnolo che la predicava.
scavammo. dietro cespuglietti di biancospino,

la colonia di canne, la paleon-
tologica carcassa d'auto, come un fossile
ingoiato dall'argilla. un pallone
frenato

con la sua pubblicità della birra
o della gelatina
passò audace oltre il centro abitato,
e intorno alle sanguisughe di un nero brillante

a pneumatici smaltiti, impregnati
di fango e acqua piovana,
alle taniche di colori, distrutte
e lasciate lì a terra.

scavammo; un grillo
ammutolì e una coppietta di merli
saltellò nervosamente attorno ad un rastrello arrugginito,
con i suoi artigli di uccello più grande.

quanto a lungo avremmo ancora avuto a che fare
con rocce, vene di
carbone
e minerali? quanto a lungo ancora, finché da qualche parte un koala

avvertisse muoversi la terra,
per vedere qualcosa di insolito:
una buca nel terreno, due giovani
imbrattati, che cercavano

di contare fino a dieci, poi
sparivano nella mitica, giallo
senape sera, dove sul bordo
una vanga stava ritta come l'asta di una bandiera.

mercoledì 14 luglio 2010

van hoddis in tübingen

das kinderlachen prasselt auf ihn ein
der höflich lächelt, der vor jedem hund
den hut zieht, immer schlendernd, weil die ankunft
längst in ihm ist, in seinem schwarzem anzug
die zeit gelöscht ist, tragen ihm die gassen
neue schätze zu, zerschelltes glas
erfüllt ihn ganz, der abend findet ihn
in seiner schmalen kammer: borendes weiß
der wand, mit zeitungsfetzen zum schweigen gebracht.
das astloch in der diele bei der tür
auf das er starrt, in dem die luft versickert.

Jan Wagner


van hoddis a tubinga

il riso dei bambini scroscia su di lui
che ride educatamente, che davanti ad ogni cane che passa
si leva il cappello, sempre gironzolando, perché l'arrivo
è da tempo in lui, nel suo vestito nero
il tempo è annullato, i vicoli gli portano
nuovi tesori, vetro frantumato
lo colma, la sera lo coglie
nella sua stanzetta: il bianco perforante
del muro ridotto al silenzio con pezzi di giornale
il nodo del legno del pavimento vicino alla porta
è là che fissa, dove l'aria si infiltra a gocce.

Jakob Van Hoddis, anagramma di Hans Davidsohn, poeta nato a Berlino nel 1887, psichicamente sofferente, internato a forza in casa di cura a Berlino fin dal 1912, dopo molti anni passati in cura a Tubinga, fu arrestato in una clinica psichiatrica a Bendorf-Sayn, vicino a Coblenza e deportato a Sobibór, dove probabilmente morì nella camera a gas, a maggio o giugno del 1942. André Breton aveva incluso nella sua Anthologie de l'humour noir tre poesie di Van Hoddis tratte dalla raccolta Weltende, di cui propongo quella che ne porta il medesimo titolo, pubblicata per la prima volta nel 1911.





Weltende

Dem Bürger fliegt vom spitzen Kopf der Hut,
in allen Lüften hallt es wie Geschrei.
Dachdecker stürzen ab und gehn entzwei
und an den Küsten - liest man - steigt die Flut.

Der Sturm ist da, die wilden Meere hupfen
an Land, um dicke Dämme zu zerdrücken.
Die meisten Menschen haben einen Schnupfen.
Die Eisenbahnen fallen von den Brücken.

Jakob van Hoddis


Fine del mondo

Al cittadino dalla testa a punta vola via il cappello,
tutt'intorno risuonano come delle grida.
Le tegole cadono dai tetti e vanno in frantumi
e sulle coste - si legge - sale la marea.

Arriva la tempesta, le onde selvagge balzano
a terra per distruggere le robuste dighe.
La maggior parte degli uomini ha il raffreddore.
Le ferrovie cadono giù dai ponti.



Ecco il mondo

martedì 13 luglio 2010

fish & chips

"wir möchten sie zurückversetzen in
king edwards zeit", stand in der karte:
hoch über unseren köpfen an der decke

der prunkvolle angelhaken des kronleuchters.
wir sahen in den schweren stumpfen spiegeln
das essen kälter werden, und gefrieren.

draußen fiel der erste schnee, wir waren
die allerletzten späten gäste. plötzlich
das kichern der bedienung aus der küche -

wie jonas aus dem inneren des wals.

Jan Wagner


"desideriamo riportarla al
tempo di re edoardo", c'era scritto sul menù:
sul soffitto in alto sopra le nostre teste

lo sfarzoso amo da pesca del lampadario a corona.
negli specchi pesanti e appannati vedemmo
il cibo raffreddarsi e gelare.

fuori cadeva la prima neve, eravamo
proprio gli ultimissimi clienti. all'improvviso
le risa soffocate dei camerieri dalla cucina -

come giona dal ventre della balena.


Robert Bruce, Ouverture

domenica 27 giugno 2010

die veteranengarten

„Again he fighting with his foe, counts o’er his scars,
Tho‘ Chelsea’s now the seat of all his wars,
And fondly hanging on the lengthening tale,
Reslays his thousands o’er a mug of ale.“
Sir John Soane,
Inschrift im Summerhouse des Royal Hospital, London
die veteranen wachsen aus dem gras
empor in ihren ehrenuniformen;
die schweren messingknöpfe blinzeln matt
ins späte licht des nachmittags zurück.
sie wachsen aus dem gras wie in den mythen
das heer der ausgesäten drachenzähne.

die veteranen zeigen ihre zähne
auf fotos, die so braun wie altes gras
geworden sind – vergilbter noch als mythen.
der kampf, sagt jener grieche, ist der formen
beginn, und alles führt zu ihm zurück.
die veteranen steigen auf das matt-

erhorn ihrer erinnerung, das matt
im gegenlicht erstrahlt. die falschen zähne,
die längst schon in der ebene zurück-
geblieben sind. fast unbemerkt im gras
die enkel, glücklich mit geringsten formen
des spiels - ein gegensatz zum kaum bemühten

versuch der veteranen, sich beim mythen-
umrankten spiel der könige ins matt
zu setzen. (die die weißen steine formen
benutzen elfenbein und walroßzähne.)
im veteranengarten wächst das gras.
die schnecke gleitet in ihr haus zurück.

die veteranen denken oft zurück
und kaum nach vorne. so entstehen mythen.
die enkelkinder spielen auf dem gras
in das die kameraden bissen, matt
vom kampf. zu leben heißt: man muß die zähne
zusammenbeißen. und das schicksal formen.

die schwestern tragen weiße uniformen
und sind doch warm. sie rollen sie zurück
ins haus wenn erste sterne ihre zähne
entblößen, und ein ganzes heer von mythen
folgt ihnen auf die zimmer. wo es matt
war vom gewicht erhebt sich nun das gras.

die dunklen formen wandern übers gras -
man mag an zähne denken. oder mythen.
der könig bleibt zurück in seinem matt.

Jan Wagner
Guerickes Sperling, Berlin Verlag, Berlin 2004


i giardini dei veterani
„Lottando ancora col suo nemico, enumera le sue ferite,
Benché Chelsea sia ora il luogo di tutte le sue guerre,
E teneramente dipendendo dal racconto che continua,
Ne trucida migliaia davanti a un boccale di birra.“
Sir John Soane,
Iscrizione nella Summerhouse del Royal Hospital, Londra

i veterani crescono dall'erba
all'insù nelle loro uniformi da parata;
i pesanti bottoni di ottone emettono riflessi opachi
nella tarda luce del pomeriggio.
crescono dall'erba come nei miti
l'esercito dei denti di drago seminati.

i veterani mostrano i loro denti
in foto diventate così marroni
come erba vecchia – più ingiallite ancora dei miti.
la battaglia, dice quel greco, è l'inizio
delle forme, e tutto vi si riconduce.
i veterani si arrampicano sul matt-

erhorn del loro ricordo, sul riflesso opaco
in controluce. i denti finti,
da tempo rimasti
in pianura. quasi inosservati nell'erba
i nipoti, felici per le minime forme
del gioco - a differenza del tentativo 

appena forzato dei veterani di farsi matto
nel gioco avvolto di miti
dei re. (quelli che tagliano pedine bianche 
usano l'avorio e denti di tricheco.)
nel giardino dei veterani cresce l'erba.
la lumaca riscivola nella sua conchiglia.

i veterani pensano spesso al passato
e a stento al futuro. così nascono i miti.
i nipoti giocano sull'erba
in cui i compagni mordono, spossati 
dalla lotta. vivere significa: bisogna serrare
i denti. e modellare il destino.

le sorelle indossano uniformi bianche
e almeno sono calorose. li fanno rotolare
in casa quando le prime stelle scoprono
i loro denti, e un intero esercito di miti
li segue in camera. dov'era appiattita
dal peso si rialza ora l'erba.

le forme scure vagano sull'erba -
si può pensare a denti. o a miti.
il re si ritira nel suo scacco matto.


Dormo ancora o son desto

mercoledì 23 giugno 2010

marsyas




Apollo u Marsyas

właściwy pojedynek Apollona
z Marsjaszem
(słuch absolutny
kontra ogromna skala)
odbywa się pod wieczór
gdy jak już wiemy
sędziowie
przyznali zwycięstwo bogu
mocno przywiązany do drzewa
dokładnie odarty ze skóry
Marsjasz
krzyczy
zanim krzyk jego dojdzie
do jego wysokich uszu
wypoczywa w cieniu tego krzyku
wstrząsany dreszczem obrzydzenia
Apollo czyści swój instrument
tylko z pozoru
głos Marsjasza
jest monotonny
i składa się z jednej samogłoski
A
w istocie
opowiada
Marsjasz
nieprzebrane bogactwo
swego ciała
łyse góry wątroby
pokarmów białe wąwozy
szumiące lasy płuc
słodkie pagórki mięśni
stawy żółć krew i dreszcze
zimowy wiatr kości
nad solą pamięci
wstrząsany dreszczem obrzydzenia
Apollo czyści swój instrument
teraz do chóru
przyłącza się stos pacierzowy Marsjasza
w zasadzie to samo A
tylko głębsze z dodatkiem rdzy
to już jest ponad wytrzymałość
boga o nerwach z tworzyw sztucznych
żwirową aleją
wysadzaną bukszpanem
odchodzi zwycięzca
zastanawiając się
czy z wycia Marsjasza
nie powstanie z czasem
nowa gałąź
sztuki - powiedzmy - konkretnej
nagle
pod nogi upada mu
skamieniały słowik
odwraca głowę
i widzi
że drzewo do którego przywiązany był Marsjasz
jest siwe
zupełnie

Zbigniew Herbert


Il vero duello fra Apollo
e Marsia
(orecchio assoluto
contro enorme gamma)
avviene verso sera
quando come già sappiamo
i giudici
avevano assegnato la vittoria al dio
saldamente legato all'albero
meticolosamente scorticato
Marsia
grida
prima che il grido giunga
alle sue alte orecchie
egli riposa all'ombra di quel grido
scosso da un fremito di disgusto
Apollo pulisce il suo strumento
solo in apparenza
la voce di Marsia
è monotona
ed è formata da una sola vocale
A
in realtà Marsia
narra
l'inesauribile ricchezza
del suo corpo
i monti calvi del fegato
le bianche forre dei cibi
le selve fruscianti dei polmoni
le dolci alture dei muscoli
le giunture la bile il sangue e i fremiti
il vento invernale delle ossa
sul sale della memoria
scosso da un fremito di disgusto
Apollo pulisce il suo strumento
adesso al coro
si unisce la colonna vertebrale di Marsia
in sostanza quella stessa A
solo più profonda con l'aggiunta di ruggine
questo supera ormai la resistenza
del dio dai nervi di fibre artificiali
per il viale ghiaioso
fiancheggiato da bosso
il vincitore si allontana
chiedendosi se
dall'ululo di Marsia
non sorgerà col tempo
un nuovo ramo
di arte – diciamo – concreta
d'improvviso
cade ai suoi piedi
un usignolo pietrificato
volta la testa
e vede
che l'albero al quale era legato Marsia
è canuto
completamente

(Ne ignoro il traduttore)


marsyas

der kälte des himmels und dem gesang
der vögel schutzlos ausgeliefert.
von generation zu generation
reichen wir uns weiter seine haut
wie ein familienerbstück, einen frack.

Jan Wagner


marsia

consegnato inerme al freddo del cielo
e al canto degli uccelli.
di generazione in generazione
ci trasmettiamo la sua pelle
come un antico oggetto di famiglia, un frac.

(lo conosco abbastanza)


venerdì 21 maggio 2010

kleinstadtelegie

die schattenkarawane, jeden morgen
ihr aufbruch, und die waschanlage,
die stets aus einem reinen schlaf erwachte.

und in den lieferwagen pendelten
die schweinehälften zwischen ja und nein,
den linden wuchsen herzen. und es paßte

nicht mehr als ein blatt papier zwischen mich und die welt.
und in den gärten, hinter allen hecken
verkündeten die rasenmäher den mai.

Jan Wagner, Guerickes Sperling, Berlin Verlag, Berlin 2004


elegia della piccola città

la caravana di ombre, ogni mattina
in partenza, e l'impianto d'autolavaggio
che regolarmente si risvegliava da un sonno puro.

e nei furgoni oscillavano
incerte tra il sì e il no le mezzene di maiale,
ai tigli crescevano cuori. e solo

un foglio di carta si infilava tra me e il mondo.
e nei giardini, dietro tutte le siepi
i tosaerba annunciavano maggio.

giovedì 15 aprile 2010

teebeutel

I

nur in sackleinen
gehüllt. kleiner eremit
in seiner höhle.

II

nichts als ein faden
führt nach oben. wir geben
ihm fünf minuten.

Jan Wagner
Achtzehn Pasteten, Berlin Verlag, 2007



bustina da tè

I

intabarrata
solo in tela da sacchi. piccola eremita
nella sua caverna.

II

nient'altro che un filo
conduce verso l'alto. le diamo
cinque minuti.

domenica 4 aprile 2010

dobermann

für Ron Winkler

dies ist das dorf, und dies am waldesrand
die wasenmeisterei, von deren dach
ein dünner rauch sich in den himmel stiehlt.
die leeren felle an der wand. der korb
mit welpen, ihre augen noch vernäht
von blindheit: so beschnüffeln sie die welt.
noch ist es früh, und in den städten schlafen
die landvermesser und die kartographen.
im garten jener brunnen voller durst.
apolda, thüringen: die tote kuh
am feldrand, ein gestrandeter ballon,
von seuche aufgebläht. sie wird
dort liegenbleiben: unter einem kleingeld
von sternen schreitet er, an dessen seite
zwei schwarze klingen durch die landschaft schneiden.

Jan Wagner



questo è il paese, e questo al limite del bosco
il mattatoio, dal cui tetto
si libra nel cielo un filo di fumo.
le pelli nude alla parete. il cesto
con dei cuccioli, i loro occhi ancora cuciti
da cecità: così annusano il mondo.
è ancora presto, e nelle città dormono
gli agrimensori e i cartografi.
nel giardino quel pozzo assetato.
apolda, turingia: la mucca morta
a bordo del campo, un pallone arenato,
gonfio di malattia. resterà
là distesa: sotto una manciata
di stelle procede lui, al cui fianco
due lame nere tagliano il paesaggio.

martedì 23 marzo 2010

gaststuben in der provinz

hinter dem tresen gegenüber der tür
das eingerahmte foto der fußballmannschaft:
lächelnde helden, die sich die rostenden nägel
im rücken ihrer trikots nicht anmerken lassen.

Jan Wagner

Laute Verse, Gedichte aus der Gegenwart, dtv 2009


trattoria in provincia

dietro il bancone di fronte alla porta
la foto incorniciata della squadra di calcio:
eroi sorridenti che nascondono
l'arrugginirsi dei chiodi dietro le loro magliette.

*

Una nota dell'autore rivela che questa poesia, nella sua prima versione, era lunga circa trenta righe. Nel suo grandioso sviluppo iniziale comprendeva paesaggio, uomini e disposizioni d'animo. Nel tempo, però, una riga dopo l'altra è stata "naturalmente" omessa, un po' come quando si segano progressivamente le gambe di un tavolo. Le quattro righe sopravvissute a questo lavoro per sottrazione, che si è fermato un attimo prima che la poesia sparisse, gli sembravano contenere più cose delle iniziali trenta.

Jan Wagner è nato ad Amburgo nel 1971 e vive a Berlino dal 1995, è poeta e traduttore (Charles Simić, James Tate, Simon Armitage, Matthew Sweeney, Jo Shapcott, Michael Hamburger, Tim Turnbull). Nelle sue poesie si possono trovare pomodori, meloni, fish and chips e bustine da tè.

sabato 20 febbraio 2010

Dizionario di tutte 'e cose - C come Come sarebbe se una casa sognasse


555 KUBIK_ extended version from urbanscreen on Vimeo.

Produzione: urbanscreen.com
Direzione artistica: Daniel Rossa
Direzione tecnica: Thorsten Bauer
Design 3D: David Starmann
Suono: Jonas Wiese
Committente: Hamburger Kunsthalle