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lunedì 29 agosto 2011

Casi

Questa volta non è stato per caso che ho trovato dei versi, questa volta li ho cercati, i versi del poeta del XII secolo a cui probabilmente l'autore di Flamenca si è più che ispirato: Peire Rogier o Rogiers che scriver si voglia. Cercandoli, ho tuttavia trovato per caso un manoscritto della seconda metà del XIII secolo su cui hanno lasciato delle note a margine quei vandali del Petrarca e del Bembo.



Ailas! - Que plang? - Ia tem morir. - Que as? - Am. - E trop? - Eu oc, tam que'n muer. - Mors? - Oc. - Non potz guerir? - Tan son iratz. - De que? - Delleis, don son aissos. - Sufre. - Nom val. - Clam merces. - Si fas. - Non ai pro? - Pauc. - Not pes, s in tras mal. - No? - Co fas dellei.

Peire Rogier, Ges non puesc en bon vers fallir

Ahimè! Di che ti lamenti? - Ho paura di morire. - Che hai? - Amo. - E troppo? - Sì, al punto da morirne. - Muori? - Sì. - Non puoi guarire? - Sono così rattristato. - Da che? - Da colei che mi rende così ansioso. - Pazienta. - Non vale. - Chiedile pietà. - Se lo faccio. - E non aiuta? - Poco. - Non disperare, se ti fa male. - No? - Fallo per lei.

Le trascrizioni sono le più varie: la mia è basata il più possibile sul manoscritto trovato.

La lirica occitana non è remota né nel tempo né nello spazio, la lirica occitana è viva e lotta con noi. A parte lo splendore dell'opera di Max Rouquette, in Italia, per esempio, a mia conoscenza, nel Novecento ci sono stati almeno due poeti che, come i provenzali delle origini, grazie all'intercessione proprio del primo dei due suddetti vandali, non si sono mai vergognati di confrontarsi apertamente con i sentimenti in generale e col sentimento d'amore in particolare, nonostante avessero di fronte a sé un'ulteriore difficoltà, oltre a quella che è intrinseca al parlare di sentimenti senza cadere nel ridicolo, e cioè che, a differenza dei provenzali, si sono trovati a vivere in un'età in cui solo le avanguardie sembravano (sembrano?), agli occhi dei più, avere un peso ed una dignità e in cui non ci si poteva più  nascondere dietro l'eventuale scusa di trovarsi agli esordi della poesia in lingua volgare: uno è stato Giacomo Noventa, l'altro, almeno in una certa misura, Virgilio Giotti, entrambi, non a caso, poeti dialettali. La Provenza italiana, nel '900, a mia conoscenza, se n'è stata nascosta - alla portata di tutti e al contempo ben appartata - nel profondo nord-est, ma forse questo dipende solo dal caso che mi tocca da più vicino perché io, in quel profondo nord-est, ci sono nata e ne ho respirato a lungo l'aria - tutta, non solo quella delle Zastava prima e dei camion dell'Europa dell'est poi.

Parole scrite d'amor

Parole scrite d'amor zogàe, vendùe,

Gavèsse 'vùo 'na dona un solo zorno
Che ghe gavèsse par amor capìe,

No' 'varìave, no', scrite nè ditàe
Mie parole d'amor.

Donàe, donàe ve gavarìa
E perse volentiera.

Giacomo Noventa
1933

domenica 24 aprile 2011

Inno patriottico

Soldi, soldi, vegna i soldi,
Mì vui venderme e comprar,
Comprar tanto vin che basti
'Na nazion a imbriagar.

Cantarò cô lori i beve,
Bevarò se i cantarà,
Imbriago - vui scoltarli,
Imbriaghi - i 'scoltarà.

Ghe dirò 'na paroleta,
Che ghe resti dopo el vin,
Fiòi de troie, i vostri fioi
Gavarà 'l vostro destin.

Soldi, soldi, vegna i soldi,
Mì vui venderme e comprar,
Comprar tànto vin che basti
'Na nazion a imbriagar.

Giacomo Noventa
Poesia dialettale del Novecento, Einaudi 1995



Soldi, soldi, vengano i soldi,
Voglio vendermi e comprare,
Comprare tanto vino che basti
Una nazione ad ubriacare.

Canterò quando loro bevono,
Berrò se canteranno,
Ubriaco - voglio ascoltarli,
Ubriachi - ascolteranno.

Dirò loro una paroletta,
Che resti in loro dopo il vino,
Figli di puttane, i vostri figli
Avranno il vostro destino.

Soldi, soldi, vengano i soldi,
Voglio vendermi e comprare,
Comprare tanto vino che basti
Una nazione a ubriacare.



Bonus version in cinese.

mercoledì 5 gennaio 2011

Dizionario di tutte 'e cose - U come uccellino

El pajarillo, tradizionale colombiano-venezuelana, El Nuevo Mundo - Folías Criollas, Jordi Savall, Hespèrion XXI - Tembembe Ensamble Continuo

¡Ay! Canta claro pajarillo, sigue tu rumbo viajero
cantando tu ritmo criollo que resumes el sendero.
Que se oiga por la sabana y por todo el mundo entero,
para que se hagan de cuenta amigos y compañeros:
éste es el himno del Llano y siempre está en mis recuerdos;
yo replico entre cantares y lo digo con empeño,
a ése pajarillo viejo olvidarlo nunca puedo,
y cada vez que lo oigo, con arpegeo y requiebro,
recuerdo de mi sabana cuando yo era parrandero:
llegaba a una sala de baile, me acomodaba el sombrero,
me ponía las alpargatas y entraba sin recelo,
entonando la garganta, aclarándome el cerebro;
pasa y lidia un pajarillo y pintarlo en el revuelo,
con color de pluma y trino te pinto sol mañanero,
te pinto pa' que no olviden a mi pajarillo viejo.
¡Ay! pajarillo, pajarillo, ¡Ay! pajarillo jilguero,
un día que quise saber la historia de mis ancestros,
le pregunté a las veredas, también a los arroyuelos,
y me dijeron : Patricio, ya que tú quieres saberlo,
por aquí han pasado niños que se van haciendo viejos,
y muchos van pregonando cantos y chiflando versos;
y dicen que mayormente se hacen llamar jaraneros.
La jarana es alegría que cuando parte el silencio,
haciendo perder al orbe o lo pone en movimiento,
y me dijeron también de los que tienen talento,
y que para improvisar los magníficos copleros,
que de su canto profundo se desprenden aguaceros,
y hacen que la noche gire con su trenza de luceros,
en una inmensa tarima donde bailan los recuerdos.

*

Augellin, Stefano Landi, Marco Beasley e L'Arpeggiata

Augellin
Che'l tuo amor
Segui ogn'hor
Dal faggio al pin;
E formando i bei concenti
Vai temprando
Col tuo canto i miei lamenti.

Il mio Sol troppo fier,
Troppo altier,
Del mio gran duol
Clori amata, Clori bella,
M'odia ingrata
A' miei prieghi empia e rubella.

Non sia più
Cruda no,
Morirò
S'ella è qual fu;
Taci, taci, che già pia
Porge i baci,
Al mio labbro l'alba mia.

Segui augel
Nè sdegnar
Di formar
Canto novel;
Fuor del seno amorosetto
Mostra a pieno
La tua gioia, il mio diletto.

*

Secondo la versione cantata da Bruno Bonhoure, Se canta fa così:

Se canta, que recante !
Cantas pas per ieu,
Canta per ma mía
Qu'es al luènh de ieu.

Sus lo pònt d'Entraigas
I a un aucelon,
Tota la nuèit canta,
Canta la cançon.

Dessotz ma fenèstra
I a un ametlièr
Que fa de flors blancas
Faran d'ametlons,
N'emplerai ma pòchas
Per ieu e per vos.

Aquelas montanhas
Que tant nautas son
M'empachan de veire
Mas amors d'ont son.

Nautas son, plan nautas !
Mas s'abaissaran
E mas amoretas
Se raprocheran.

Se canta, che ricanti/Non canta per me,/Canta per la mia amata/Che è lontana da me./Sul ponte di Entraigues/C'è un uccellino,/Canta tutta la notte,/Canta la sua canzone./Sotto la mia finestra/C'è un mandorlo/Che fa fiori bianchi/Faranno delle mandorle,/Me ne riempirò le tasche/Per me e per te./Quelle montagne/Che sono così alte/Mi impediscono di vedere/Dove sono i miei amori./Sono alte, molto alte!/Ma si abbasseranno/E i miei cari amori/Si avvicineranno.

*

Un oseletto che canta d'amore
sento la note far sì dulzi versi,
che me fa mover un'aqua dal core
e ven a gl[i] ogli, nè pò ritenersi
che no sparga fora cum tal furore,
che di corrente vena par che versi;
et i' pensando che cosa è l'amore,
si zeto fora suspiri diversi.
Considerando la vita amorosa
di l'oseleto che cantar no fina,
la mia gravosa pena porto in pace:
fera posanza ne l'amor reposa,
c'ogn'amador[e] la dota e[d] enclina,
e dona canto e planto a cui li place.

Rinaldo D'Aquino

Un uccellino che canta d'amore/sento la notte far sì dolci versi,/che mi fa muovere un'acqua dal cuore/e viene agli occhi, né può trattenersi/dall'emergere con tale furore,/che sembra sgorgare da una fonte perenne;/ed io pensando che cosa è l'amore,/emetto sospiri diversi./Considerando la vita amorosa/dell'uccellino che di cantar non smette,/la mia gravosa pena porto in pace:/fiera potenza nell'amor riposa,/che ogni amante la teme e sopporta,/e dona canto e pianto a quelli cui piace.

*

Oseléti, putèle, canté!

Respirarse, çercarse nel verde,
Meter tuto el so mondo in un solo,
Come mai tanta chiete discende,
Oseléti, dal vostro parlar?

Oseléti, putèle, canté!

Ghe xé chi no' pol proprio imitarve,
Ghe xé 'osi che çerca nel vodo,
Ghe xé man imbriaghe che çerca,

Oseléti, putèle, canté!

E tì, Christel, ti-xé andada via,
Cofà Lina, e co' tute le altre,
E confóndite a tute le altre,

Oseléti, putèle, canté!

Cari esempi d'un viver modesto
Co' no' altro orizonte che un viso,
Se ve gò rinunzià, pardonéme!,

Oseléti, putèle, canté!

No' podevo ridurme in un nìo,
E voialtre volevi el mio ben;
Che el Signor te acompagni, disévi,

Oseléti, putèle, canté!

No' pol esser ch'el vostro isolarve
Se continui e ne doni 'sta chiete,
Ogni ùn che se esprime se perde,
E anca el vostro xé più che un parlar.

Oseléti, putèle, canté!

Giacomo Noventa

Uccellini, ragazze, cantate!/Respirarsi, cercarsi nel verde,/Mettere tutto il proprio mondo in uno solo,/Come mai tanta quiete discende,/Uccellini, dal vostro parlare?/Uccellini, ragazze, cantate!/C'è chi non può proprio imitarvi,/Ci sono voci che cercano nel vuoto,/Ci sono mani ubriache che cercano,/Uccellini, ragazze, cantate!/E tu, Christel, sei andata via,/Con Lina, e con tutte le altre,/E confonditi a tutte le altre,/Uccellini, ragazze, cantate!/Cari esempi di un vivere modesto/Con nessun altro orizzonte che un viso,/Se ho rinunciato a voi, perdonatemi!,/Uccellini, ragazze, cantate!/Non potevo ridurmi in un nido,/E voialtre volevate il mio bene;/Che il Signore ti accompagni, dicevate,/Uccellini, ragazze, cantate!/Non può essere che il vostro isolarvi/Continui e ci doni questa quiete,/Chiunque si esprima si perde,/E anche il vostro è più che un parlare./Uccellini, ragazze, cantate!

*

A un giovane comunista

Ho in casa – come vedi – un canarino.
Giallo screziato di verde. Sua madre
certo, o suo padre, nacque lucherino.

È un ibrido. E mi piace meglio in quanto
nostrano. Mi diverte la sua grazia,
mi diletta il suo canto.
Torno, in sua cara compagnia, bambino.

Ma tu pensi: i poeti sono matti.
Guardi appena; lo trovi stupidino.
Ti piace più Togliatti.

Umberto Saba

mercoledì 8 dicembre 2010

Ipotesi

Ipotizziamo che non abbiate timore di leggere o rileggere delle poesie molto note: Itaca, ad esempio, o Tabacaria.

*

Não sou nada.
Nunca serei nada.
Não posso querer ser nada.
À parte isso, tenho em mim todos os sonhos do mundo.
Janelas do meu quarto,
Do meu quarto de um dos milhões do mundo que ninguém sabe quem é
(E se soubessem quem é, o que saberiam?),
Dais para o mistério de uma rua cruzada constantemente por gente,
Para uma rua inacessível a todos os pensamentos,
Real, impossivelmente real, certa, desconhecidamente certa,
Com o mistério das coisas por baixo das pedras e dos seres,
Com a morte a pôr humidade nas paredes e cabelos brancos nos homens,
Com o Destino a conduzir a carroça de tudo pela estrada de nada.
Estou hoje vencido, como se soubesse a verdade.
Estou hoje lúcido, como se estivesse para morrer,
E não tivesse mais irmandade com as coisas
Senão uma despedida, tornando-se esta casa e este lado da rua
A fileira de carruagens de um comboio, e uma partida apitada
De dentro da minha cabeça,
E uma sacudidela dos meus nervos e um ranger de ossos na ida.
Estou hoje perplexo como quem pensou e achou e esqueceu.
Estou hoje dividido entre a lealdade que devo
À Tabacaria do outro lado da rua, como coisa real por fora,
E à sensação de que tudo é sonho, como coisa real por dentro.
Falhei em tudo.
Como não fiz propósito nenhum, talvez tudo fosse nada.
A aprendizagem que me deram,
Desci dela pela janela das traseiras da casa,
Fui até ao campo com grandes propósitos.
Mas lá encontrei só ervas e árvores,
E quando havia gente era igual à outra.
Saio da janela, sento-me numa cadeira. Em que hei-de pensar?
Que sei eu do que serei, eu que não sei o que sou?
Ser o que penso? Mas penso ser tanta coisa!
E há tantos que pensam ser a mesma coisa que não pode haver tantos!
Génio? Neste momento
Cem mil cérebros se concebem em sonho génios como eu,
E a história não marcará, quem sabe?, nem um,
Nem haverá senão estrume de tantas conquistas futuras.
Não, não creio em mim.
Em todos os manicómios há doidos malucos com tantas certezas!
Eu, que não tenho nenhuma certeza, sou mais certo ou menos certo?
Não, nem em mim...
Em quantas mansardas e não-mansardas do mundo
Não estão nesta hora génios-para-si-mesmos sonhando?
Quantas aspirações altas e nobres e lúcidas —
Sim, verdadeiramente altas e nobres e lúcidas —,
E quem sabe se realizáveis,
Nunca verão a luz do sol real nem acharão ouvidos de gente?
O mundo é para quem nasce para o conquistar
E não para quem sonha que pode conquistá-lo, ainda que tenha razão.
Tenho sonhado mais que o que Napoleão fez.
Tenho apertado ao peito hipotético mais humanidades do que Cristo,
Tenho feito filosofias em segredo que nenhum Kant escreveu.
Mas sou, e talvez serei sempre, o da mansarda,
Ainda que não more nela;
Serei sempre o que não nasceu para isso;
Serei sempre só o que tinha qualidades;
Serei sempre o que esperou que lhe abrissem a porta ao pé de uma parede sem porta
E cantou a cantiga do Infinito numa capoeira,
E ouviu a voz de Deus num poço tapado.
Crer em mim? Não, nem em nada.
Derrame-me a Natureza sobre a cabeça ardente
O seu sol, a sua chuva, o vento que me acha o cabelo,
E o resto que venha se vier, ou tiver que vir, ou não venha.
Escravos cardíacos das estrelas,
Conquistámos todo o mundo antes de nos levantar da cama;
Mas acordámos e ele é opaco,
Levantámo-nos e ele é alheio,
Saímos de casa e ele é a terra inteira,
Mais o sistema solar e a Via Láctea e o Indefinido.
(Come chocolates, pequena;
Come chocolates!
Olha que não há mais metafísica no mundo senão chocolates.
Olha que as religiões todas não ensinam mais que a confeitaria.
Come, pequena suja, come!
Pudesse eu comer chocolates com a mesma verdade com que comes!
Mas eu penso e, ao tirar o papel de prata, que é de folhas de estanho,
Deito tudo para o chão, como tenho deitado a vida.)
Mas ao menos fica da amargura do que nunca serei
A caligrafia rápida destes versos,
Pórtico partido para o Impossível.
Mas ao menos consagro a mim mesmo um desprezo sem lágrimas,
Nobre ao menos no gesto largo com que atiro
A roupa suja que sou, sem rol, pra o decurso das coisas,
E fico em casa sem camisa.
(Tu, que consolas, que não existes e por isso consolas,
Ou deusa grega, concebida como estátua que fosse viva,
Ou patrícia romana, impossivelmente nobre e nefasta,
Ou princesa de trovadores, gentilíssima e colorida,
Ou marquesa do século dezoito, decotada e longínqua,
Ou cocote célebre do tempo dos nossos pais,
Ou não sei quê moderno — não concebo bem o quê —,
Tudo isso, seja o que for, que sejas, se pode inspirar que inspire!
Meu coração é um balde despejado.
Como os que invocam espíritos invocam espíritos invoco
A mim mesmo e não encontro nada.
Chego à janela e vejo a rua com uma nitidez absoluta.
Vejo as lojas, vejo os passeios, vejo os carros que passam,
Vejo os entes vivos vestidos que se cruzam,
Vejo os cães que também existem,
E tudo isto me pesa como uma condenação ao degredo,
E tudo isto é estrangeiro, como tudo.)
Vivi, estudei, amei, e até cri,
E hoje não há mendigo que eu não inveje só por não ser eu.
Olho a cada um os andrajos e as chagas e a mentira,
E penso: talvez nunca vivesses nem estudasses nem amasses nem cresses
(Porque é possível fazer a realidade de tudo isso sem fazer nada disso);
Talvez tenhas existido apenas, como um lagarto a quem cortam o rabo
E que é rabo para aquém do lagarto remexidamente.
Fiz de mim o que não soube,
E o que podia fazer de mim não o fiz.
O dominó que vesti era errado.
Conheceram-me logo por quem não era e não desmenti, e perdi-me.
Quando quis tirar a máscara,
Estava pegada à cara.
Quando a tirei e me vi ao espelho,
Já tinha envelhecido.
Estava bêbado, já não sabia vestir o dominó que não tinha tirado.
Deitei fora a máscara e dormi no vestiário
Como um cão tolerado pela gerência
Por ser inofensivo
E vou escrever esta história para provar que sou sublime.
Essência musical dos meus versos inúteis,
Quem me dera encontrar-te como coisa que eu fizesse,
E não ficasse sempre defronte da Tabacaria de defronte,
Calcando aos pés a consciência de estar existindo,
Como um tapete em que um bêbado tropeça
Ou um capacho que os ciganos roubaram e não valia nada.
Mas o Dono da Tabacaria chegou à porta e ficou à porta.
Olhou-o com o desconforto da cabeça mal voltada
E com o desconforto da alma mal-entendendo.
Ele morrerá e eu morrerei.
Ele deixará a tabuleta, e eu deixarei versos.
A certa altura morrerá a tabuleta também, e os versos também.
Depois de certa altura morrerá a rua onde esteve a tabuleta,
E a língua em que foram escritos os versos.
Morrerá depois o planeta girante em que tudo isto se deu.
Em outros satélites de outros sistemas qualquer coisa como gente
Continuará fazendo coisas como versos e vivendo por baixo de coisas como tabuletas,
Sempre uma coisa defronte da outra,
Sempre uma coisa tão inútil como a outra,
Sempre o impossível tão estúpido como o real,
Sempre o mistério do fundo tão certo como o sono de mistério da superfície,
Sempre isto ou sempre outra coisa ou nem uma coisa nem outra.
Mas um homem entrou na Tabacaria (para comprar tabaco?),
E a realidade plausível cai de repente em cima de mim.
Semiergo-me enérgico, convencido, humano,
E vou tencionar escrever estes versos em que digo o contrário.
Acendo um cigarro ao pensar em escrevê-los
E saboreio no cigarro a libertação de todos os pensamentos.
Sigo o fumo como uma rota própria,
E gozo, num momento sensitivo e competente,
A libertação de todas as especulações
E a consciência de que a metafísica é uma consequência de estar mal disposto.
Depois deito-me para trás na cadeira
E continuo fumando.
Enquanto o Destino mo conceder, continuarei fumando.
(Se eu casasse com a filha da minha lavadeira
Talvez fosse feliz.)
Visto isto, levanto-me da cadeira. Vou à janela.
O homem saiu da Tabacaria (metendo troco na algibeira das calças?).
Ah, conheço-o: é o Esteves sem metafísica.
(O Dono da Tabacaria chegou à porta.)
Como por um instinto divino o Esteves voltou-se e viu-me.
Acenou-me adeus gritei-lhe Adeus ó Esteves!, e o universo
Reconstruiu-se-me sem ideal nem esperança, e o Dono da Tabacaria sorriu.

Álvaro de Campos, 15.1.1928

Poesias de Álvaro de Campos. Fernando Pessoa. Lisboa: Ática, 1944 (imp. 1993). - 252.
1ª publ. in Presença, nº 39. Coimbra: Jul. 1933.


Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso desiderare essere niente.
A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.
Finestre della mia stanza,
Della mia stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è
(E se sapessero chi è, cosa saprebbero?),
Vi affacciate sul mistero di una via costantemente attraversata da gente,
Su una via inaccessibile a tutti i pensieri,
Reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa,
Con il mistero delle cose al di sotto delle pietre e degli esseri,
Con la morte che porta umidità nelle pareti e capelli bianchi negli uomini,
Con il Destino che guida il carretto di tutto sulla strada di niente.
Oggi sono vinto, come se sapessi la verità.
Oggi sono lucido, come se stessi per morire,
E non avessi altra fratellanza con le cose
Che un commiato, e questa casa e questo lato della via diventassero
La fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata
Da dentro la mia testa,
E una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell'andarmene.
Oggi sono perplesso, come chi ha pensato e creduto e dimenticato.
Oggi sono diviso tra la lealtà che devo
Alla Tabaccheria dall'altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori,
E alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.
Sono fallito in tutto.
Siccome non ho espresso alcun proposito, forse tutto è stato niente.
Dall'insegnamento che mi hanno impartito,
Sono sceso attraverso la finestra sul retro della casa.
Sono andato in campagna pieno di grandi propositi.
Ma là ho incontrato solo erba e alberi,
E quando c’era la gente era uguale all'altra.
Mi scosto dalla finestra, siedo su una poltrona. A cosa devo pensare?
Che ne so di cosa sarò, io che non so cosa sono?
Essere quel che penso? Ma penso di essere tante cose!
E ci sono tanti che pensano di essere la stessa cosa che non possono essercene così tanti!
Genio? In questo momento
Centomila cervelli si concepiscono in sogno geni come me,
E la storia non ne rivelerà, chissà?, nemmeno uno,
Non ci sarà altro che letame di tante conquiste future.
No, non credo in me stesso.
In tutti i manicomi ci sono pazzi furiosi con tante certezze!
Io, che non possiedo nessuna certezza, sono più sano o meno sano?
No, neppure in me stesso...
In quante mansarde e non mansarde del mondo
Non staranno sognando a quest'ora geni per se stessi?
Quante aspirazioni alte, nobili e lucide -,
Sì, veramente alte, nobili e lucide -,
E chissà se realizzabili,
Non verranno mai alla luce del sole reale né troveranno l'ascolto delle persone?
Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
E non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.
Ho sognato più di quanto Napoleone abbia fatto.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.
Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,
Anche se non ci abito;
Sarò sempre quello che non è nato per questo;
Sarò sempre solo quello che aveva delle qualità;
Sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta
E ha cantato la cantica dell'Infinito in un pollaio,
E sentito la voce di Dio in un pozzo tappato.
Credere in me stesso? No, e neanche in niente.
Che la Natura sparga sulla mia testa ardente
Il suo sole, la sua pioggia, il vento che trova i miei capelli,
E il resto venga pure se verrà, o dovrà venire, o non venga.
Schiavi cardiaci delle stelle,
Abbiamo conquistato tutto il mondo prima di alzarci dal letto;
Ma ci siamo svegliati ed esso è opaco,
Ci siamo alzati ed esso è estraneo,
Siamo usciti di casa ed esso è la terra intera,
Più il sistema solare e la Via Lattea e l'Indefinito.
(Mangia cioccolatini, piccola;
mangia cioccolatini!
Guarda che non c’è al mondo altra metafisica che i cioccolatini.
Guarda che tutte le religioni non insegnano altro che la pasticceria.
Mangia, bambina sporca, mangia!
Potessi mangiare io cioccolatini con la stessa verità con cui li mangi tu!
Ma io penso e, togliendo la carta argentata, che poi è di stagnola,
butto tutto per terra, come ho buttato la vita.)
Ma almeno rimane dell’amarezza di ciò che mai sarà
la calligrafia rapida di questi versi,
portico crollato sull’Impossibile.
Ma almeno consacro a me stesso un disprezzo senza lacrime,
nobile almeno nell’ampio gesto con cui getto
i panni sporchi che io sono, senza lista, nel corso delle cose,
e resto in casa senza camicia.
(Tu, che consoli, che non esisti e per questo consoli,
O dea greca, concepita come una statua che fosse viva,
O patrizia romana, impossibilmente nobile e nefasta,
O principessa di trovatori, gentilissima e colorita,
O marchesa del diciottesimo secolo, scollata e distante,
O celebre cocotte dell’epoca dei nostri padri,
O non so che di moderno – non capisco bene cosa -,
Tutto questo, qualsiasi cosa tu sia, se può ispirare che ispiri!
Il mio cuore è un secchio svuotato.
Come quelli che invocano spiriti invoco
Me stesso ma non trovo niente.
Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con una nitidezza assoluta.
Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le macchine che passano,
Vedo gli enti vivi vestiti che si incrociano,
Vedo i cani che anche loro esistono,
E tutto questo mi pesa come una condanna all'esilio,
E tutto questo è straniero, come tutto.)
Ho vissuto, studiato, amato, e persino creduto,
E oggi non c'è mendicante che io non invidi solo perchè non è me.
Di ciascuno guardo gli stracci e le ferite e le bugie,
E penso: forse non ho mai vissuto né studiato né amato né creduto
(Perché è possibile fare la realtà di tutto questo senza fare niente di tutto questo);
Forse sei esistito appena, come una lucertola cui taglino la coda
E che sia coda al di qua della lucertola irrequietamente.
Ho fatto di me ciò che non ho saputo,
E ciò che avrei potuto fare di me non l'ho fatto.
Il domino che ho indossato era sbagliato.
Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso.
Quando ho voluto togliermi la maschera,
Era incollata alla faccia.
Quando l'ho tolta e mi sono guardato allo specchio,
Ero già invecchiato.
Ero ubriaco, non sapevo più indossare il domino che non mi ero tolto.
Ho gettato la maschera e dormito nel guardaroba
Come un cane sopportato dai gestori
In quanto inoffensivo
E scriverò questa storia per provare che sono sublime.
Essenza musicale dei miei versi inutili,
Potessi incontrarmi come una cosa fatta da me,
E non stessi sempre di fronte alla Tabaccheria di fronte,
Calpestando la coscienza di stare esistendo,
Come un tappeto in cui un ubriaco inciampi
O uno stuoino rubato dagli zingari che non valeva niente.
Ma il Padrone della Tabaccheria si è affacciato sulla porta ed è rimasto sulla porta.
Lo guardo con il fastidio della testa girata male
E con il fastidio dell'anima che capisce male.
Lui morirà ed io morirò.
Lui lascerà l'insegna, io lascerò dei versi.
Ad un certo punto morirà anche l'insegna, e anche i versi.
Dopo un po' morirà la strada dove stava l’insegna,
E la lingua in cui erano stati scritti i versi.
Morirà poi il pianeta rotante in cui è accaduto tutto questo.
In altri satelliti di altri sistemi qualcosa come la gente
Continuerà a fare cose come versi e a vivere sotto cose come insegne,
Sempre una cosa di fronte all'altra,
Sempre una cosa tanto inutile quanto l'altra,
Sempre l'impossibile tanto stupido come il reale,
Sempre il mistero del profondo tanto certo come il sonno del mistero della superficie,
Sempre questo o sempre un'altra cosa o né l’uno né l’altra.
Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),
E la realtà plausibile mi crolla improvvisamente addosso.
Mi rialzo energico, convinto, umano,
Con l'intenzione di scrivere questi versi in cui dico il contrario.
Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli
E assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero.
Seguo il fumo come se avesse una propria rotta,
E mi godo, in un momento sensitivo e competente
La liberazione da tutte le speculazioni
E la consapevolezza che la metafisica è una conseguenza dell’essere mal disposti.
Poi mi allungo sulla sedia
E continuo a fumare.
Finché il Destino me lo concederà, continuerò a fumare.
(Se sposassi la figlia della mia lavandaia
Forse sarei felice.)
Visto questo, mi alzo dalla sedia. Vado alla finestra.
L’uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilando il resto nella tasca dei pantaloni?).
Ah, lo conosco: è Esteves senza metafisica.
(Il Padrone della Tabaccheria si è affacciato sulla porta.)
Come per un istinto divino Esteves si è voltato e mi ha visto.
Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves!, e l’universo
Mi si è ricostruito senza ideale né speranza, e il Padrone della Tabaccheria ha sorriso.

*
Ipotizziamo poi che abbiate a disposizione, per ricopiare sia Itaca sia Tabacaria, un pezzo di carta grande come un francobollo e ipotizziamo, soprattutto, che vi fidiate di me: in queste ipotesi, e solo in queste ipotesi, potreste riuscirvi scrivendo sul francobollo due soli versi.

mercoledì 19 novembre 2008

Giovene donna sotto un verde lauro

Dio-sa-quànti lauri nei boschi,
E nissun che li tagia e li tol!
Forza amiçi tornemo nei boschi,
Se no' altro, almanco a tagiar...

Par noaltri la bela corona,
O pa' un altro, no' questo ne importa,
D'un poeta saremo la scorta,
El to onor sarà anca el me onor.

Quanto tempo che se meditava,
Dentro casa, co' mare e mugièr,
Ma i poeti no' gà da 'ver casa,
Né un pensier che sia un pigro pensier.

Giusto xé che quei muri difenda
Chi gà un cuor che vorìa ma no pol,
Chi xé nato a far fioi e se impegna
De far tuto, par far che so fiòl...

Altro el nostro destin in 'sta téra,
Altri i sogni che l'ànema trova:
No' xé nostre 'ste case de pièra,
E 'sti fioi che ne invita a morir.

Pan ne ciama: là va i nostri sogni:
Là ne varda le done e po' via,
Là se brama, se ama e po' via,
Ne la gloria se ferma l'amor.

Dio-sa-quànti lauri nei boschi,
E nissùn che li tagia e li tol,
Forza amiçi, tornemo nei boschi,
Se no' altro, almanco a tagiar...

Giacomo Noventa

mercoledì 23 maggio 2007

Perché scrivo in dialeto?

Perché scrivo in dialeto...?
Dante, Petrarca, e quel dai Diese Giorni
Gà pur scrito in toscan.

Seguo l'esempio.

Giacomo Noventa
Versi e Poesie, tascabili Marsilio 1996

Nei momenti che i basi fermemo

Nei momenti che i basi fermemo
No' par gusto ma par riflession,
La me amante vol scriver i versi,
Che mi digo e me basta de dir.

Tuta nùa la se méte al lavoro
Po' la méte una blusa lisièra,
Po' la ziga "che fredi xé i versi"
La stranùa, mi la baso, e bondì.

"Ah che curti che xé 'sti poemi!"
Dirà queli che ne lezerà,
"Ah che boni che gèra quei basi!"
Dirà ela ... o Amor lo dirà.

Giacomo Noventa
Versi e Poesie, tascabili Marsilio 1996

Secondo i giorni penso e vedo

Secondo i giorni penso e vedo
Tasso piànzer, Goethe rìder...
Secondo i giorni solamente.

Secondo i giorni credarìa
Che Torquato invidii a Goethe
El pan de Weimar.
Secondo i giorni solamente.

Tasso mato, e Goethe grando
Coi più grandi de 'sto mondo,
Secondo i giorni a mi me par
Più bravo Goethe.

Secondo i giorni solamente.

Giacomo Noventa
Versi e Poesie, tascabili Marsilio 1996

sabato 1 luglio 2006

Chi parte nostalgia lo move,

chi resta nostalgia lo tien.

Giacomo Noventa