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domenica 5 novembre 2023

Alle Tage

Der Krieg wird nicht mehr erklärt,
sondern fortgesetzt. Das Unerhörte
ist alltäglich geworden. Der Held
bleibt den Kämpfen fern. Der Schwache
ist in die Feuerzonen gerückt.
Die Uniform des Tages ist die Geduld,
die Auszeichnung der armselige Stern
der Hoffnung über dem Herzen.

Er wird verliehen,
wenn nichts mehr geschieht,
wenn das Trommelfeuer verstummt,
wenn der Feind unsichtbar geworden ist
und der Schatten ewiger Rüstung
den Himmel bedeckt.

Er wird verliehen
für die Flucht von den Fahnen,
für die Tapferkeit vor dem Freund,
für den Verrat unwürdiger Geheimnisse
und die Nichtachtung
jeglichen Befehls.

Ingeborg Bachmann
Die Gestundene Zeit, 1953



Tutti i giorni
La guerra non viene più dichiarata, ma proseguita. L’inaudito è diventato quotidiano. L’eroe resta lontano dai combattimenti. L'imbelle è trasferito in prima linea. La divisa del giorno è la pazienza,
la medaglia la patetica stella della speranza appuntata sul cuore. La si conferisce quando non succede più nulla, quando il fuoco martellante tace, quando il nemico è ormai invisibile e l’ombra di riarmo, riarmo e ancora riarmo copre il cielo. La si conferisce per premiare la diserzione dalle bandiere, il coraggio di fronte all’amico, il tradimento di segreti indegni e l’inosservanza di ogni ordine ricevuto.

Questa poesia, assieme alle altre poesie della raccolta "Il tempo dilazionato", fu pubblicata  settant'anni fa, appena otto anni dopo la seconda guerra mondiale. Bachmann aveva allora 27 anni. Morì a Roma cinquant'anni fa. Andrebbe probabilmente letta assieme a Abschied von England ("Congedo dall'Inghilterra"), della stessa raccolta, gioiello ambientato in uno spazio indefinito, rarefatto, interiore, che con l'Inghilterra non ha niente a che vedere.
"Tutti i giorni", non a caso, è anche il titolo del primo romanzo di Terézia Mora, ungherese della minoranza tedesca, emigrata a Berlino nel '90. Mora, che è attratta, anche a Berlino, da spazi indefiniti, spesso sospesi in bilico tra Austria ed Ungheria, in ogni caso molto interiori, ha vinto, tra gli altri, anche il premio Bachmann (prima del suo primo romanzo, che è stato anche tradotto in italiano dalla benemerita Keller editore).
Noi, oggi, anniversario o non anniversario, coincidenza o non coincidenza, figli e nipoti del XX secolo, non abbiamo ancora capito niente. Forse perché sono insanabili la distanza e lo sfasamento tra gli spazi interiori, labili, fragili, effimeri, e quelli esteriori, di natura specularmente opposta, almeno nella forma che ci viene quotidianamente imposta dal potere.

venerdì 5 luglio 2013

Un post alto come un albero e piccolo come una cicala


Anselm Kiefer, De l'Allemagne, particolare, 1982-2013

über der grauschwarzen Ödnis,
Ein baum-
hoher Gedanke,
greift sich den Lichtton: es sind
noch Lieder zu singen jenseits
der Menschen.

Paul Celan, Fadensonnen, 1967

sulla desolazione grigionera,
un pensiero alto
come un albero afferra il suono della luce:
dei canti sono ancora da intonare al di là
dell'umanità.

Kiefer in parte dilata, in parte spezza Soli-filamenti, con la presenza dell'albero, con la sua interposizione in mezzo a jenseits, che a lungo ho pensato di rendere con un ol     tre, per poi rinunciarvi, non sapendo come inserire un tronco tra due sillabe. Va immaginato a grandezza naturale, il quadro, e allo stesso modo quindi anche la citazione di Celan, che ha molteplici significati metaforici*, ma esattamente questa dimensione, nella riproduzione di Kiefer.
Es sind noch Lieder, dice Celan, non es gibt noch Lieder. Parrebbe quindi che i canti esistano solo temporaneamente, ora, in questo frangente, nel presente di chi lo legge, come se bussassero alla porta (es ist jemand an der Tür), canti distinguibili, ma di passaggio o concentrati in poco tempo, come quelli delle cicale nelle ore estive più calde.

Denn die Zikaden waren einmal Menschen. Sie hörten auf zu essen, zu trinken und zu lieben, um immerfort singen zu können. Auf der Flucht in den Gesang wurden sie dürrer und kleiner, und nun singen sie, an ihre Sehnsucht verloren - verzaubert, aber auch verdammt, weil ihre Stimmen unmenschlich geworden sind.

Ingeborg Bachmann, die Zikaden, 1955

Perché le cicale una volta erano esseri umani. Smisero di mangiare, di bere e di amare, per poter cantare tutto il tempo. Rifugiandosi nel canto, si rinsecchirono e si rimpicciolirono, e ora cantano, perse dietro il loro desiderio febbrile - incantate, ma anche dannate, perché le loro voci nel frattempo sono diventate non umane.

*Menschen è forse più specifico di uomini, potrebbe essere limitato agli ebrei; noch può essere generale, nel senso che vi sono sempre canti da intonare, dopo ogni desolazione, oppure può essere un 'vi sono ancora canti' rapportato ad altri canti, incongrui, quelli diffusi nei campi di sterminio; l'enunciato finale, ancora una volta contrassegnato da Kiefer con l'ausilio del tronco, che vi crea una cesura, rispetto ai versi precedenti, ancora più marcata dei due punti, può essere un invito o può piuttosto volgere al sentenzioso, ecc. ecc., con un risultato che oscilla tra la fuga dalla realtà e l'adesione ad una realtà altra. Con l'associazione alle cicale, al loro canto al prezzo della perdita dell'umanità, mi rendo conto ora, i canti al di là degli uomini non sono più né una fuga né una liberazione, ma una dannazione, tuttavia, la tentazione di intrecciare e di vagare tra l'umano, l'ultraumano, il non umano e il disumano, tra il tono e il timbro del grigionero e quelli della luce, era troppo forte. Chiudo come faceva sempre quel furbone di Dante in questi casi: e comunque, le stelle.

sabato 25 febbraio 2012

3

Wahrlich

Für Anna Achmatova

Wenn es ein Wort nie verschlagen hat,
und ich sage es euch,
wer bloß sich zu helfen weiß
und mit den Worten -

dem ist nicht zu helfen.
Über den kurzen Weg nicht
und nicht über den langen.

Einen einzigen Satz haltbar zu machen,
auszuhalten in dem Bimbam von Worten.

Es schreibt diesen Satz keiner,
der nicht unterschreibt.

Ingeborg Bachmann
1965


Veramente

Per Anna Achmatova

Se non è mai rimasto interdetto da una parola,
vi dico,
chi non sa che aiutarsi da sé
e con le parole -

non può essere aiutato.
Non sbrigativamente
né con l'aiuto del tempo.

Far durare una sola frase,
resistere alla fantasmagoria delle parole.

Questa frase non la scrive nessuno
se prima non la sottoscrive.

Ich erwähne das alles nicht, um ein Urteil über die einzelnen Dichter und ihre Irrtümer, ihre Einseitigkeiten zu verunmöglichen. Sondern um zu erinnern, wenn man sich heute desorientiert fragt, wie wohl das Neue, wie wohl das Austreten eines wirklichen Dichters und einer Dichtung zu erkennen sei. Es wird zu erkennen sein an einer neuen gesamten Definition, an Gesetzgebung, an dem geheimen oder ausgesprochenen Vortrag eines unausweichlichen Denkens.
Zeitlos freilich sind nur die Bilder. Das Denken, der Zeit verhaftet, verfällt auch wieder der Zeit. Aber weil es verfällt, eben deshalb muß unser Denken neu sein, wenn es echt sein und etwas bewirken will.
Ingeborg Bachmann, Fragen und Scheinfragen, Frankfurter Vorlesung, 1959

Menziono tutto questo non per rendere impossibile un giudizio sui singoli poeti e sui loro errori, sulle loro parzialità, bensì per ricordare, quando oggi ci si chiede, disorientati, come si possa riconoscere il nuovo, l'arrivo di un vero poeta e di una vera poesia, che li si riconosce da una nuova definizione globale, da una legge, riportando, implicitamente o esplicitamente, un pensiero ineludibile.
Senza tempo restano certamente solo le immagini. Il pensiero, ancorato al tempo, è reclamato dal tempo, ma siccome ne diviene succube, proprio per questo il nostro pensiero deve rinnovarsi, se vuole essere autentico e ottenere qualche effetto.

*
Смерть поэта

I

Как птица мне ответит эхо.
Б. П.

Умолк вчера неповторимый голос,
И нас покинул собеседник рощ.
Он превратился в жизнь дающий колос
Или в тончайший, им воспетый дождь.
И все цветы, что только есть на свете,
Навстречу этой смерти расцвели.
Но сразу стало тихо на планете,
Носящей имя скромное... Земли.

Анна Ахматова
1960


La morte del poeta

I

Как птица мне ответит эхо.
B. P.

Ieri una voce unica si tacque,
ci ha lasciati l'interlocutore delle selve.
Si è mutato nella spiga che dà vita
o nella pioggerella da lui cantata.
E tutti i fiori che ci sono al mondo
incontro a questa morte sono sbocciati.
Ma di colpo ci fu silenzio sul pianeta
che ha un modesto nome... Terra.

Anna Achmatova
traduzione di Carlo Riccio

*
Всё сбылось

Дороги превратились в кашу.
Я пробираюсь в стороне.
Я с глиной лед, как тесто квашу,
Плетусь по жидкой размазне.

Крикливо пролетает сойка
Пустующим березняком.
Как неготовая постройка,
Он высится порожняком.

Я вижу сквозь его пролеты
Bсю будущую жизнь насквозь.
Bсе до мельчайшей доли сотой
В ней оправдалось и сбылось.

Я в лес вхожу, и мне не к спеху.
Пластами оседает наст.
Как птице, мне ответит эхо,
Мне целый мир дорогу даст.

Среди размокшего суглинка,
Где обнажился голый грунт,
Щебечет птичка под сурдинку
С пробелом в несколько секунд.

Как музыкальную шкатулку,
Ее подслушивает лес,
Подхватывает голос гулко
И долго ждет, чтоб звук исчез.

Тогда я слышу, как верст за пять,
У дальних землемерных вех
Хрустят шаги, с деревьев капит
И шлепается снег со стрех.

Борис Пастернак
1958


Everything came true

The roads have weathered into gruel
And I must turn aside and go
And plash along a different path
And through the paste-ice, soft as dough.

A jay flies screeching overhead
Into a birch grove's emptiness
That, like an uncompleted building,
Uprears itself in nakedness;

And through its archways I can see
My whole life's future course lie bare
For all its small particulars
Are outlined and perfected there.

The snow-crust lies in layers where
I walk the wood unhurriedly.
And echoes give me their reply:
The way ahead grows clear for me.

In patches on the soaking loam
The bare earth is uncovering
While now and then, as seconds pass,
A bird keeps softly twittering

Her music, like a music box,
Until the forest overhears.
Relays it through its hollow throat.
And waits, waits, till it disappears;

Then long I hear how mile on mile
To distant signposts sounds still flow
Of crackling footsteps, dripping trees.
And from the eaves the splash of snow.

Boris Pasternak
Translated by Henry Kamen