Visualizzazione post con etichetta -linguaggio della solidarietà. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta -linguaggio della solidarietà. Mostra tutti i post

venerdì 28 luglio 2023

Статья 293. Последнее слово подсудимого

"Sette anni di prigione: sono molto o poco tempo? Un raggio di sole impiega otto minuti per raggiungere la Terra. Le onde luminose di un raggio di un faro diretto nel cielo raggiungono la stella più vicina al sole in poco più di quattro anni, vale a dire quasi due terzi della mia incarcerazione. La luce impiegherebbe circa due milioni di anni per raggiungere il nostro sistema stellare più vicino, la galassia di Andromeda. Incredibilmente tanto? Basti pensare a quante persone sono state colpite dalla guerra in Ucraina, che ha privato ognuna di loro di anni di una vita pacifica e normale - e alcune della loro stessa vita! E lo si moltiplichi... Così grande è la responsabilità che grava su tutti noi. Anche su di me."

Ale­xej Gorinov, prima che i giudici in tribunale annunciassero la loro sentenza, come previsto dall'articolo 293 del codice di procedura penale russo, che garantisce a ogni imputato il diritto a un discorso di chiusura, senza censura, senza interrogatorio e senza limiti di tempo. È l'ultima parola (posledneje slovo) dell'imputato, un diritto che risale all'epoca zarista e ha attraversato - indenne - quella sovietica fino al presente. Di ultime parole si occupa il dossier della Zeit di questa settimana. La citazione viene da lì.

Gorinov, consigliere comunale moscovita, è stato giudicato colpevole di "diffondere informazioni chiaramente false" sull'esercito russo utilizzando "i suoi doveri ufficiali" e di averlo fatto nel contesto di un gruppo organizzato motivato da "odio politico". Così la sentenza.

Ha chiamato guerra la cosiddetta "operazione speciale" russa, anche in tribunale.

Avete ancora bisogno di questa guerra?

Pare che quando si è privati della libertà il pensiero tenda a correre alle stelle.

giovedì 9 marzo 2023

Cosa vogliono le donne/Cosa ricevono

Vogliono la parità tra i sessi, l'autodeterminazione sessuale, parità di salario a parità di lavoro, ed un'equa divisione del lavoro.
Ricevono fiori.
Katja Berlin pubblica sulla Zeit la Torte der Wahrheit (torta della verità) dal 2015.

mercoledì 9 marzo 2022

A letter to Ukraine from Sarajevo / Una lettera all'Ucraina da Sarajevo

Link.

La pagina dovrebbe durare per più di un anno, dice la BBC. Speriamo anche noi.

***

Cari amici,

le organizzazioni umanitarie qui a Sarajevo stanno raccogliendo aiuti per voi e io sono seduta di fronte all'armadio del mio appartamento cercando di ricordarmi di cosa potete avere più bisogno. Non sono le mie calze calde o la mia giacca o i miei stivali caldi di cui avete più bisogno ora: è la mia maglietta vecchia di trent'anni, stampata con lo slogan che mi ha fatto resistere durante i 1425 giorni durante cui i serbi di Bosnia hanno sparato a volontà e tenuto la mia città sotto assedio, senz'acqua, senza cibo, senza elettricità, senza riscaldamento e senza comunicazioni con il mondo esterno. Ho portato quella maglietta e letto il suo messaggio mentre più di 2 milioni di granate cadevano sulle nostre teste e schivavo innumerevoli proiettili. Quella maglietta dice: "Sarajevo sarà, tutto il resto passerà".

Vi aspettano tempi brutti, amici miei, ma vi sono state spedite armi, per cui vi potete difendere. Noi, bosniaci, contrattaccammo, ma il mondo ci impose un embargo sulle armi. Non capì di che lotta si trattava a Sarajevo. Grazie a Dio, lo capisce adesso a Kyïv.

Avrete fame, sete, freddo, sarete sporchi, perderete le vostre case, i vostri amici e parenti, ma quello che vi farà più male saranno le bugie. Le bugie secondo cui voi siete in qualche modo colpevoli per quello che vi sta succedendo. Le bugie secondo cui voi in realtà state facendo quello che è stato fatto a voi. Queste bugie pianteranno migliaia di buchi nei vostri cuori, ma senza fermare il loro battito e senza ghiacciarli.

Vedo che hanno distrutto la vostra torre della televisione: vogliono tenervi al buio, proprio come tennero al buio noi. Vogliono spegnere le luci, in modo che non possiamo vedere quello che vi stanno facendo.

Scrivete tut-to. Registratelo. Un giorno definirà la vostra storia. Spiegherà agli ucraini che non sono ancora nati che cosa è successo e, molto probabilmente, finirà per essere usato come prova in tribunale contro quelli che stanno cercando di uccidervi.

Nei tempi bui che sono davanti a voi, perderete la fiducia, qualche volta, e sarete stremati, ma vi sto scrivendo dal futuro e vi sto dicendo: vincerete, proprio come facemmo noi. Io dovevo essere morta, ma sono sopravvissuta. Porterò i miei nipoti a fare una camminata, domani. Anche voi lo farete, un giorno, perché vedo in voi la stessa resilienza che vidi qui, vi sento cantare il vostro inno mentre respingete i carri armati a mani nude. Col tempo, canterete, come facemmo noi, canzoni nuove sul vostro coraggio durante questo dramma. E troverete i vostri slogan che vi terranno in vita.

Per ora, tuttavia, vi mando la cosa più preziosa che io abbia: è il mio slogan, un po' modificato per voi: "L'Ucraina sarà, tutto il resto passerà".

Slava Ukraïni.

Sarajevo,

Aida Čerkez 

martedì 1 marzo 2022

« La guerre en Ukraine, non, ce n’est pas la Russie qui la fait mais les chars de Poutine »

Je ne suis retourné en Tchécoslovaquie qu’une seule fois de ma vie, en 1977. Cette année-là, mes parents avaient décidé d’y passer un mois entier, à Prague, puis à la campagne, chez des amis russo-tchèques, Frantichek et Natacha, en Moravie. Et je me souviens de la façon dont les gens se retournaient sur nous, avec froideur, avec colère, quand ils nous entendaient parler russe. Je parlais français avec mon père – tout était sourire, gentillesse. J’avais le malheur de dire un mot en russe à ma mère et plus rien n’existait, qu’une haine froide, résignée. Et je me sentais coupable sans l’être, coupable de partager la langue de ces gens qui avaient délibérément tué l’espoir. Je n’ai jamais voulu retourner à Prague, à cause de ça, et c’est le même sentiment qui me revient aujourd’hui, de honte et d’amertume impuissantes.

André Markowicz, Le Monde, 1 mars 2022

La guerra in Ucraina, no, non è la Russia che la fa, ma i carri di Putin 

Sono ritornato in Cecoslovacchia una sola volta in vita mia, nel 1977. Quell'anno, i miei genitori avevano deciso di passarvi un mese intero, prima a Praga, poi in campagna, da degli amici russo-cechi, František et Nataša, in Moravia. E mi ricordo del modo in cui la gente si voltava verso di noi, con freddezza, con rabbia, quando ci sentiva parlare russo. Quando parlavo francese con mio padre, era tutto un sorriso e una gentilezza. Se per caso mi scappava una parola in russo con mia madre, non c'era altro che odio freddo, rassegnato. E mi sentivo colpevole senza esserlo, colpevole di condividere la lingua delle persone che avevano deliberatamente ucciso la speranza. Non ho mai voluto ritornare a Praga per questo motivo, ed è lo stesso sentimento che riaffiora oggi, di vergogna e di amarezza impotenti.

André Markowicz, nato a Praga da madre russa, ha tradotto in francese l'opera omnia narrativa di Dostoevskij e, con Françoise Morvan, "Il maestro e Margherita" di Michail Bulgakov.

venerdì 16 aprile 2021

Fateci tornare a casa

"Basta, non ne possiamo più. Mi rivolgo ai governanti: per favore fateci ritornare a casa, fateci ritornare nei nostri teatri, fateci ritornare nei nostri spazi di cultura. Per una crescita personale, ma soprattutto per la crescita di uno stato che vuole essere adulto e responsabile". 

Gianni Forte, 14 aprile 2021

Per il teatro, per la cultura, per nutrire il cervello, per la vita.

lunedì 2 maggio 2016

Per la libera circolazione della gratitudine

Ahmed, cittadino tunisino che ieri mattina ha cercato spontaneamente di aiutarmi a riparare la mia bicicletta, per l'ennesima volta oggetto delle attenzioni distruttive di un altro cittadino, presumibilmente francese e con tutta certezza mona, si ricorda con gratitudine e con un luccichio negli occhi di una famiglia della provincia di Arezzo, che purtroppo non è in grado di rintracciare perché se ne ricorda solo la vicinanza ad una stazione ferroviaria in un paesaggio altrimenti campagnolo, per l'ospitalità e la generosità con cui questa l'ha accolto quando è arrivato in Europa, nel 2008.

venerdì 8 aprile 2016

Il faut aujourd'hui garder la trace de ces personnes qui débarquent de la mer Egée et traversent l'Europe

Der Winkel von Hahrdt

Hinunter sinket der Wald,
Und Knospen ähnlich, hängen
Einwärts die Blätter, denen
Blüht unten auf ein Grund,
Nicht gar unmündig.
Da nämlich ist Ulrich
Gegangen; oft sinnt, über den Fußtritt,
Ein groß Schiksaal
Bereit, an übrigem Orte. 

Friedrich Hölderlin

Ingiù affonda il bosco,
e simili a gemme pendono
le foglie in dentro, a cui
da sotto fiorisce un terreno,
tutto fuorché muto.
Di qui è infatti passato
Ulrico: spesso medita, sull'orma,
un grande destino
pronto, nel luogo che resta. 


 

 - Lei fa pensare al "narratore" descritto da Walter Benjamin: parla - dopo la morte per trasmettere - alla posterità...
- Bandito sui bordi del mar Nero, il poeta russo Ossip Mandel'štam - 1891-1938 - scrive sulle tracce di Ovidio. Io prolungo i testi antichi fino all'amara realtà della modernità. Oppure prendo un oggetto, un testo, ne faccio una storia e mi immagino di presentarla al drammaturgo Heiner Müller. Così continuo a scrivere con i suoi occhi. I morti non sono morti. Vivono in noi. Il mio metodo è simile a quello di un Montaigne che ripesca un ricordo dell'antichità, lo mette in relazione con un detto popolare e mescola il tutto in un saggio contro la guerra civile che rimbomba.
Oggi bisogna conservare traccia di queste persone che sbarcano dal mare Egeo e attraversano l'Europa, come fa Hölderlin ne L'angolo di Hahrdt, poesia che descrive il cespuglio dove si è riposato il duca di Würtenberg in fuga. Attraversano le stesse frontiere varcate dagli abitanti della DDR nel 1989, dagli ungheresi nel 1956, dagli ugonotti, come la nonna di mia nonna che ha dovuto partire da Parigi per la Germania, e senza la quale noi non saremmo qui... Il racconto è nato con il fuoco. È riunendosi, la notte, per raccontare, che è nata la comunità, la società.

Alexander Kluge intervistato da Marianne Dautrey in occasione dell'uscita della traduzione francese di Chronik der Gefühle.

lunedì 23 novembre 2015

Notre manière de croire dans la vie

Foto presa velocemente, sotto l'occhio vigile dell'addetto alla sorveglianza del Théâtre National La Colline, insospettito dal mio cellulare.

"Il dolore e la confusione regnano, dagli attentati del 13 novembre.
Non bisogna che questo dolore e questa confusione ci distruggano.
Recitare per voi questa sera è il nostro modo di credere nella vita".

Christophe Honoré e la troupe di Fin de l'histoire (tratto da Gombrovicz).

*

Galli della Loggia fustiga gli europei dalle colonne del Corriere della Sera: saremmo mistificatori, saremmo buoni, avremmo un'insulsa arroganza culturale, enfatizzeremmo i nostri oscuri sensi di colpa, il nostro desiderio di normalità sarebbe un impegno roboante.
C'è da essere orgogliosi, per una volta, se la parola guerra in Italia è una parola tabù, posto che resti tale nonostante le sirene contrarie. Avremmo forse dovuto bombardare qualcuno, dopo le stragi di piazza Fontana, di piazza della Loggia, della stazione di Bologna? Allora, come oggi, i terroristi sono interni, trovano appoggio ed addestramento fuori dall'Europa, ma sono interni, nati, cresciuti e vissuti in Europa.
Per quanto riguarda la Francia, che è anche Europa, non siamo in pochi a non sentirci in guerra, contrariamente a quello che dichiarano Hollande, il suo primo ministro e molti altri uomini di potere. Noi, o almeno questi non pochi di noi, non ci sentiamo e non siamo in guerra perché gli attentatori sono criminali, non soldati. Tra di noi, poi, molti sono contrari allo stato di emergenza, a una riforma della costituzione proposta sull'onda dell'emozione e a molto altro che ci sta piovendo addosso, anche se solo sei (6) deputati si sono pronunciati contro il prolungamento di ben tre mesi dello stato di emergenza ed altri deputati, più numerosi (21), hanno presentato un emendamento volto al "controllo della stampa, di pubblicazioni di qualsiasi natura nonché (a) quello delle trasmissioni radiofoniche, delle proiezioni cinematografiche e delle rappresentazioni teatrali": per fortuna non è passato, ma lascia lo stesso una traccia vergognosa negli annali dell'Assemblée nationale e di questo Paese. 
Tuttavia, a parte tre eccezioni, non siamo né Hollande né Valls né Mme Mazetier, prima firmataria del suddetto emendamento, e non siamo neanche buoni o migliori di altri. Subito dopo l'attacco in rue de la Fontaine-au-Roi, un giornalista dell'AFP ha filmato dei passanti intenti a prendere delle foto delle vittime riverse a terra. Se un bagaglio ha l'aria di essere abbandonato in una carrozza del métro, alcuni di noi non esitano ad aspettare che il treno stia per ripartire per scagliarlo sul quai un attimo prima della chiusura delle porte, lasciando il problema a quelli che aspettano il treno successivo. Altri, all'indomani dell'eccidio di Charlie Hebdo, non hanno ritenuto di partecipare al minuto di silenzio per le vittime; questi altri erano in prevalenza giovani e giovanissimi. Altri ancora, in quei giorni, hanno preferito immedesimarsi nell'attentatore dell'Hyper Cacher e non nelle sue innocenti vittime.
Diciamo même pas peur, ma in realtà abbiamo paura. Tanta paura che lo scoppio di una lampada di un bar genera del panico tra la folla. Tanta paura che, anche se molti hanno agito con generosità, il 13 novembre, alcuni cittadini non hanno osato aprire la porta di casa per dare rifugio ai sopravvissuti degli attacchi. Tanta paura che l'affluenza nei teatri e nei musei si è ridotta del 50%, subito dopo gli attentati. Tanta che alcuni di noi hanno esitato persino ad uscire sotto casa, sabato mattina (la prefettura raccomandava di restare a casa e di uscire solo se necessario), e ce l'hanno fatta solo nel pomeriggio. Nonostante la paura, il lunedì successivo abbiamo però ripreso a lavorare, a mandare i bambini a scuola, a spostarci con i mezzi pubblici ed in bicicletta, senza alcuna enfasi o retorica. Abbiamo anche chiesto, a quelli che continuavano a scrivere #prayforParis, che non si pregasse per Parigi, ché di religione non abbiamo proprio bisogno, non a livello collettivo.
Abbiamo sensi di colpa, certo, perché le cités sono una gran brutta cosa, frutto di progetti urbanistici disastrosi, anche se non ne siamo tutti responsabili, ma abbiamo anche la consapevolezza che esiste la possibilità di andare a scuola, in questo paese, e di contribuire a renderlo più giusto. Alcuni di noi, poi, hanno sensi di colpa per essere sopravvissuti, altri per il solo fatto di aver fotografato i fiori deposti in omaggio alle vittime. Nessuno di questi sensi di colpa è oscuro.
La normalità è l'unica arma a nostra disposizione, non ne abbiamo altre. Spesso, ci mancano persino le parole, altro che normalità. Sabato, non ne volava nessuna, in giro. Subito dopo gli attentati di gennaio, per strada la gente attaccava bottone facilmente, aveva bisogno di scambiare parole, idee, trovare una spiegazione alla follia omicida che ha eliminato un'intera redazione di un giornale. Sabato 14 novembre no, niente di tutto questo: solo fiori, candele, sguardi bassi, talvolta lacrime e, come colonna sonora, un silenzio assoluto.
A Galli della Loggia han dato fastidio le parole mielose di Antoine Leiris, anche se si limita ad attribuirne la responsabilità ai giornali che le hanno rilanciate. Certo che sono mielose, ma meritano rispetto, mannaggia! Si prendesse, Galli della Loggia, il tempo di leggere il miele di quelle parole con attenzione, senza la mediazione dei giornali, visto che Melvil è un nome maschile, e non femminile, e di considerare, al di là dell'aspetto formale, l'ipotesi che il dolore possa essere più forte dell'odio. Leggesse, Galli della Loggia, altre testimonianze rese dai sopravvissuti (ce ne sarebbero molte altre, ma Galli della Loggia vola alto ed è molto occupato: il suo tempo non va sprecato nella lettura di cronache dal basso). Provasse, Galli della Loggia, prima di stigmatizzare la roboanza della normalità, non dico ad immedesimarsi in un parente o in un conoscente di una vittima o in un sopravvissuto, ma solo a prendere il métro ogni giorno, ad andare in posti affollati come i teatri, i cinema e le mostre, a prendere una birra in terrasse nell'undicesimo o nel decimo, ad un passo dai luoghi dell'eccidio, le narici ancora intasate dall'odore delle centinaia di candele deposte di fronte al Bataclan, che non è niente, rispetto all'odore di quella sala, venerdì sera. Ripensasse, Galli della Loggia, lo stesso Galli della Loggia che ha sostenuto Berlusconi, noto costruttore di una più avanzata democrazia europea, lo stesso Galli della Loggia che ha ravvisato nelle pale eoliche installate in Molise "uno dei peggiori flagelli che si (sia) abbattuto nell'ultimo quindicennio su tutta la Penisola", non dico all'estetica delle pale danesi o tedesche, ma almeno al fatto che affrancarsi dal petrolio puntando sulle energie rinnovabili è una - non la sola, ma una - delle azioni più efficaci per contribuire ad indebolire il terrorismo attuale. E, se anche lui è tra quelli che evita di venire a Parigi ora, provasse a chiedere agli abitanti della Bruxelles di questi giorni se non avvertano un desiderio di normalità e se disdegnino le promesse o gli impegni, per quanto roboanti e più o meno illusori, a mantenerla. E infine, prendesse tutto il tempo che gli serve per farlo, perché non c'è alcuna fretta, ma andasse - s'il lui plaît -, alla prima occasione, in monazza.

lunedì 16 novembre 2015

Vous n’aurez pas ma haine/Non avrete il mio odio

di Antoine Leiris, 16 novembre 2015

Venerdì sera avete rubato la vita di un essere eccezionale, l'amore della mia vita, la madre di mio figlio, ma non avrete il mio odio. Non so chi voi siate e non voglio saperlo, siete delle anime morte. Se quel Dio per il quale uccidete ciecamente ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Quindi non vi farò questo regalo di odiarvi. Eppure l'avete cercato, ma rispondere all'odio con la rabbia sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Volete che io abbia paura, che guardi i miei concittadini con diffidenza, che sacrifichi la mia libertà per la sicurezza. Perso. Same player shoot again.

L'ho vista questa mattina, finalmente, dopo notti e giorni di attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando me ne sono perdutamente innamorato più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore; vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di breve durata. So che lei ci accompagnerà ogni giorno e che ci ritroveremo in quel paradiso delle anime libere a cui voi non avrete mai accesso.

Siamo in due, mio figlio ed io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Del resto non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil, che si sta risvegliando dal suo riposino. Ha solo 17 mesi, mangerà la sua merenda come tutti i giorni, poi andremo a giocare come tutti i giorni e, per tutta la vita, questo bambino vi farà l'affronto di essere felice e libero. Perché no, non avrete nemmeno il suo odio.


giovedì 27 agosto 2015

Dizionario di tutte 'e cose 2015 - Edizione ampliata e corretta

Migranti, clandestini, profughi, rifugiati, richiedenti asilo, illegal aliens, undocumented immigrants, sans-papiers: con giravolte continue se ne definiscono i contorni, se ne regolano le accezioni.

In questo momento, illegal alien è preferito dai repubblicani statunitensi, mentre undocumented immigrant dai democratici. In Italia, si riconosce un simpatizzante di destra da uno di sinistra nello stesso modo: il primo non disdegna di parlare di clandestini, il secondo ha una chiara preferenza per migrante. Un po' ovunque in Europa, un rifugiato merita più rispetto di un profugo, il profugo più di un migrante e quest'ultimo più di un clandestino - sappiatelo, ricercatori del futuro.  L'expatriado e i suoi omologhi, avendo sia los papeles sia una professione, non hanno alcun problema di rispetto, anzi, possono essere persino motivo di vanto, perché contribuiscono alla giusta dose di diversity ed alla vitalità del mercato immobiliare.

La distinzione tra migrante legale e illegale è in palese via di estinzione, almeno sulla stampa. Per questione di brevità, i giornali preferiscono in genere usare migrante e basta, senza qualificazioni, anche se nella stragrande maggioranza dei casi l'illegalità è sottintesa. Un migrante, nel momento in cui scrivo, potrebbe in breve tempo raggiungere lo status esclusivo di sinonimo di migrante illegale. Il migrante, se è molto fortunato, diventa immigrato: in questo caso, una volta stabilitosi, diventa un individuo di origine straniera, ovvero mit Migrationshintergrund, concetto che però si estende anche ai suoi figli, anche quando sono nati nel paese in cui il genitore è riuscito ad immigrare. L'ex concetto di migrante legale tende via via a ridursi al solo turista, che è tuttavia un termine in via di rapido deterioramento, in particolare a Barcellona, Lisbona e Heidelberg, a Venezia il deterioramento essendo giunto a compimento già da decenni.

In via generale, il migrante non dovrebbe migrare, né del resto il rifugiato rifugiarsi, in particolare in Polonia, pur venendo così meno alla sua ragion d'essere, a meno che non riceva un invito a farlo, meglio per iscritto su carta intestata dello Stato concerné, nel qual caso rientra nella famiglia dell'immigration choisie, cui si contrappone quella subie.

Il vocabolario europeo si sta arricchendo anche di nuovi, raffinati termini e concetti all'altezza della sua storia: Asylbetrügerwelfare tourist. Il primo è un migrante che al posto di rispondere agli annunci di lavoro del proprio paese, preferisce chiedere asilo in Germania. Il secondo è un migrante che, dopo aver comparato le tabelle delle prestazioni sanitarie, scolastiche, pensionistiche, ecc. dei diversi paesi europei, sceglie il paese che ne garantisce il miglior rapporto qualità-prezzo, che è sempre l'Inghilterra, secondo il primo ministro inglese, anche se i Nuovi Finlandesi sono di tutt'altro avviso. 

Un migrante si può rinchiudere fino a 6 mesi, prorogabili di ulteriori 6 mesi, per poterne accertare l'identità. Si può provare ad impedirgli l'accesso con una barriera, che può essere accettabile e finanziata da fondi europei, come quella di Ceuta e Melilla, o sconveniente e stigmatizzabile, come quella ungherese. Sulla mano di un migrante si può scrivere un numero con un pennarello. Un migrante si può lasciar vivere in campi improvvisati privi d'acqua o sugli scogli tra due stracci, si può espellere in un paese sicuro come la Libia, si può anche bastonare. Un migrante non può farsi assumere, affittare un appartamento, aprire un conto in banca o guidare un'auto: è già così in molti paesi, ma l'Inghilterra lo sta per introdurre nel suo corpus legislativo. Meglio togliere ogni dubbio e privilegiare la certezza del diritto. In via preventiva, prima che varchi quella linea immaginaria che separa noi dagli altri, contro un migrante si possono usare i gas lacrimogeni, per il momento sia in Macedonia sia in Grecia. Come segnale di benvenuto, contro l'Asylbetrüger, si può usare il fuoco, come attestato in una lunga serie di azioni, talvolta sostenute da cittadini non militanti e da famiglie per bene, accompagnate dai figli. Contro un uomo no, contro un uomo non si può fare niente di tutto questo, l'uomo ha dei diritti inalienabili.

mercoledì 19 agosto 2015

Dizionario di tutte 'e cose: G come Genio

È in corso la costruzione della barriera voluta da Orbán per fermare il flusso dei migranti. C'è un punto, tuttavia, dove l'opera è già completata: si trova in corrispondenza del triplice confine tra Ungheria, Serbia e Romania.


venerdì 26 giugno 2015

melde

                                    für Volker Braun

von staub bedeckt, wie alle pilger,
am rhein entlanggewandert, an der moldau,
eben zurückgekehrt aus spanien, aus bulgar-

ien, fernost: so rastet sie am rand
von äckern und von straßen, nicht nur milde,
wenn wir vorrüberrasen, unerkannt,

unkenntlich, winkt uns nach mit ihren zähen blättern;
geht in der landschaft auf wie im gemälde
der firnis, blüht bescheiden, blüht in schmetter-

lingen, solidarisch mit dem schutt,
nicht dem erschütterer, liebt das malade,
das brüchige: ihr staat

ist überall; von pfützen, wo die winzigen klammern
der wasserläufer die wolken halten, der mulde
voll schlamm und unkraut; von jenseits des rostigen hammer-

krans ruft es, von brache, schrottplatz, müllde-
deponie, durchs flirren eines ganzen, langen sommers,
meldet beharrlich, ungehorsamst, die melde.

Jan Wagner, Regentonnenvariationen, Hansen Berlin, 2014



                                   per Volker Braun

ricoperto di polvere, come tutti i pellegrini,
migrato lungo il reno, la moldava,
appena ritornato dalla spagna, dalla bulga-

ria, dall'estremo oriente: così sosta al bordo
di campi, di strade, non solo mite,
quando gli sfrecciamo oltre, senza riconoscerlo,

irriconoscibile, ci fa cenno con le sue foglie tenaci;
si leva nel paesaggio come nel quadro
la vernice, fiorisce sobriamente, fiorisce a far-

falle, solidale con i ciottoli,
non con chi lo scuote, ama il malato,
il fragile: il suo paese

è ovunque; dalle pozzanghere, dove i minuscoli tarsi
degli insetti pattinatori trattengono le nuvole, dalle conche
piene di fango ed erbacce; dall'altra parte della gru a testa di mar-

tello arrugginita chiama, da campo a maggese, parco rottami, disca-
rica, attraverso lo scintillio di un'intera, lunga estate,
semplice si presenta, perseverando, disobbediendo, l'atreplice.


(Dedicata alla libera circolazione delle persone, ovvio.)


mercoledì 7 gennaio 2015

Charlie Hebdo

« Je vais très mal. Mais c’est normal, non ? J’ai perdu tous mes amis aujourd’hui. C’était des gens tellement vivants, qui avaient tellement à cœur de faire plaisir aux gens, de les faires rire, qui avaient à cœur de leur donner des idées généreuses. C’était des gens très bons. C’étaient les meilleurs d’entre nous, forcément, comme tous les gens qui font rire, comme tous les gens qui sont pour la liberté, comme tous les gens qui sont pour qu’on puisse aller et venir librement, en sécurité. Ils ont été assassinés, c’est une boucherie épouvantable. Et il ne faut pas laisser le silence s’installer. Il faut vraiment nous aider. Il faut qu’on soit groupés contre cette horreur. La terreur ne doit pas empêcher la joie de vivre, la liberté d’expression (…) Ça serait bien si, demain, les journaux s’appelaient « Charlie Hebdo », si on titrait tous « Charlie Hebdo », si toute la France titrait « Charlie Hebdo ». Ça montrerait qu’on n’est pas d’accord avec ça, que jamais on acceptera ça, que jamais, on ne laissera le rire s’éteindre, jamais on laissera la liberté s’éteindre. »

Philippe Val, ancien directeur de la rédaction de Charlie Hebdo, au micro de France Inter.


«Sto molto male. Ma è normale, no? Ho perso tutti i miei amici, oggi. Erano delle persone talmente vivaci, cui stava talmente a cuore far piacere alla gente, farla ridere, cui stava a cuore dare loro delle idee generose. Erano delle persone molto buone. Erano i migliori tra di noi, necessariamente, come tutte le persone che fanno ridere, come tutte le persone che sono per la libertà, come tutte le persone che sono a favore del fatto che si possa andare e venire liberamente, in sicurezza. Sono stati assassinati, è una carneficina spaventosa. E non bisogna che prenda il sopravvento il silenzio. Bisogna davvero aiutarci. Bisogna essere contro questo orrore. Il terrore non deve impedire la gioia di vivere, la libertà di espressione (…) Sarebbe bello se, domani, i giornali si chiamassero «Charlie Hebdo», se li intitolassimo tutti «Charlie Hebdo», se tutta la Francia intitolasse «Charlie Hebdo». Ciò mostrerebbe che non siamo d'accordo con questo, che non accetteremo mai questo, che non lasceremo mai spegnersi il riso, non lasceremo mai spegnersi la libertà.»

Philippe Val, ex direttore della redazione di Charlie Hebdo, al microfono di France Inter.

venerdì 1 agosto 2014

Sappiate

Voglio vivere e,
se muoio,
sappiate che
non ero
né un partigiano di Hamas
né un combattente.
Non ero nemmeno
uno scudo umano.
Ero a casa.

Gaza, 23 luglio 2014
Tweet di un palestinese riportato dalla ricercatrice Orit Perlov su Le Monde di oggi.


 
Jabalia, 24 luglio 2014. Foto della AFP riportata da Haaretz.
Cfr., volendo.

mercoledì 14 maggio 2014

" au moins 14 éléments "

Hollande non è in possesso di prove dell'uso di armi chimiche da parte del regime siriano, si diceva. Dispone però di qualche elemento, che non fornisce. Nemmeno il ministro degli esteri, Laurent Fabius, fornisce qualcuno degli elementi noti al potere francese, perché il gas cloro evapora velocemente, dicono. Ciò nonostante, Fabius è in grado di quantificarne il numero con precisione: sono 14, almeno 14, raccolti da mani veloci, più veloci delle molecole gassose in fuga nell'atmosfera. Le armi convenzionali lasciano tracce meno volatili dei gas. Tuttavia, le armi convenzionali non destano nella stessa misura l'interesse di Fabius, e nemmeno il nostro, a dire il vero, e quindi non si contano, perché contano meno dei posti di lavoro nell'industria militare francese: sono almeno 165000, senza l'indotto. 

martedì 22 aprile 2014

おもてなし(omotenashi) = ospitalità per una mano al mese

È pensiero diffuso che se una lingua non possiede una parola esprimente un certo concetto, allora chi parla quella lingua non conosce quel concetto.
In base allo stesso principio, se una lingua possiede una parola esprimente un certo concetto, allora chi parla quella lingua conosce quel concetto.


I giapponesi, come moltissimi altri popoli, hanno nel loro vocabolario la parola おもてなし(omotenashi)/ospitalità.
Nel 2013, il Giappone, un paese di circa 127 milioni di abitanti, ha accolto sei (6) rifugiati. Una mano al mese. Dal 1982, ne ha accolti 622 (fonte). 

mercoledì 12 febbraio 2014

ANY

We will protect the almost half-million undocumented New Yorkers, whose voices too often go unheard. We will reach out to all New Yorkers, regardless of immigration status -- issuing municipal ID cards available to all New Yorkers this year -- so that no daughter or son of our city goes without bank accounts, leases, library cards…simply because they lack identification.

To all of my fellow New Yorkers who are undocumented, I say: New York City is your home too, and we will not force ANY of our residents to live their lives in the shadows.

La ciudad de Nueva York es el hogar de todos los que vivimos aqui. No dejaremos que ninguno de nuestros residentes viva en las sombras.

Bill de Blasio, State of the City Address, 2014


Proteggeremo il quasi mezzo milione di newyorchesi le cui voci rimangono troppo spesso inascoltate. Aiuteremo tutti i newyorchesi, indipendentemente dal fatto che siano immigrati regolarmente o meno - rilasciando carte d'identità municipali disponibili a tutti i newyorchesi quest'anno - in modo tale che nessuna figlia e nessun figlio della nostra città debba rinunciare ad un conto in banca, ad un affitto, alla tessera della biblioteca... solo perché privo di identificazione.

A tutti i miei concittadini privi di documenti dico: New York è anche casa vostra, e non costringeremo NESSUNO dei nostri residenti a vivere nell'ombra.

martedì 13 agosto 2013

Noblesse/Nobiltà

Ils sont idiots, les Grecs,
ils mettent du grillage
sur leur soleil.

Un immigré algérien enfermé dans le centre de rétention administrative (C.R.A.) d'Amygdaleza, Corinthe
Alain Salles, Le Monde, 12.08.2013

Sono idioti, i greci,
mettono delle grate
sul loro sole.

Un immigrato algerino rinchiuso nel centro di identificazione ed espulsione (C.I.E.) di Amygdaleza, Corinto