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lunedì 26 settembre 2022

Saba

Berretto pipa bastone, gli spenti
oggetti di un ricordo.
Ma io li vidi animati indosso a uno
ramingo in un'Italia di macerie e di polvere.
Sempre di sé parlava ma come lui nessuno
ho conosciuto che di sé parlando
e ad altri vita chiedendo nel parlare
altrettanta e tanta più ne desse
a chi stava ad ascoltarlo.
E un giorno, un giorno o due dopo il 18 aprile,
lo vidi errare da una piazza all'altra
dall'uno all'altro caffè di Milano
inseguito dalla radio.
"Porca - vociferando - porca". Lo guardava
stupefatta la gente.
Lo diceva all'Italia. Di schianto, come a una donna
che ignara o no a morte ci ha ferito.

Vittorio Sereni

martedì 14 febbraio 2012

Teste - e siamo a 4

Nei periodi di lettura più intensi, specie da adolescente, leggevo a letto a pancia in giù, non necessariamente di notte, col libro a terra, la testa fuori dal letto, lasciando su questo solo il mento appoggiato, il braccio destro penzoloni, a mantenere il libro aperto e le dita come una benna a polipo a riposo, pronte a sollevarsi per voltare pagina. La posizione faceva un po' male al collo, dopo un certo tempo, il sangue andava alla testa, se la sporgevo troppo, e il formicolio non attendeva troppo a salire lungo il braccio, ma riuscivo lo stesso a mantenerla a lungo perché era la posizione del tuffatore di testa nel momento in cui è in volo: il tuffatore di testa, pur sapendo di rischiarla se l'acqua non è profonda, non saprebbe prendere contatto con l'acqua diversamente.
Tra tutti gli scrittori che ho conosciuto in quella posizione scomoda ma così confacente a me, mi chiedo chi sia quello cui devo più di tutti, quello che ha contribuito più di altri ad indirizzare il mio sguardo verso la direzione che ha oggi, che con tutta probabilità non è la direzione ideale, ma è quella che sento mia, con cui so guardare gli altri, avvicinarli o prenderne le distanze, prendere la mira o svirgolare, assumere rischi, assorbire le testate. Mi piacerebbe, e molto, dire che si tratta di un autore dell'Ottocento russo o del Novecento tedesco o di qualche grande narratore statunitense, ma non è così: le traduzioni filtrano, lasciano passare le storie, ma non possono, per loro stessa natura, lasciare sviluppare un rapporto intimo con lo scritto, in ogni sua fibra, col profumo delle parole e con il ritmo ed il respiro della prosa originale. Nonostante tenda ad evitare con una certa attenzione gli scrittori baciati dal successo commerciale del momento, con qualche notevole eccezione, di cui sono piuttosto pentita ma che al tempo stesso non ho alcuna remora a riconoscere (uno su tutti, negli ultimi anni: Bolaño, da cui mi ha provvidenzialmente salvata, con una tempistica perfetta, Arlt), in realtà, se ne dovessi scegliere solo uno, con tutti i limiti del caso, io credo dovrei per forza di cose nominare Piero Chiara, che un certo successo commerciale in vita ha pur conosciuto, e dovrei farlo per il suo stile misurato, la sua ironia elegante, la sua leggerezza, il suo voluto, costante defilarsi dalla visibilità del proscenio dei letterati o delle grandi città e il suo scandagliare la vita della provincia italiana senza alcun tabù, lontano da ogni perbenismo o dalle convenienze, palesi o più nascoste, cui la maggior parte degli scrittori italiani volentieri si sottopone.
Mi piace ricordarlo oggi, semplicemente così, senza che ricorra - a mia conoscenza - alcun anniversario e senza alcun motivo particolare.

sabato 18 settembre 2010

Quest'ora di settembre

La città - mi dico - dove l’ombra
quasi più deliziosa è della luce
come sfavilla tutta nuova al mattino...
«...asciuga il temporale di stanotte» – ride
la mia gioia tornata accanto a me
dopo un breve distacco.
«Asciuga al sole le sue contraddizioni»
- torvo, già sul punto di cedere, ribatto.
Ma la forma l'immagine il sembiante
- d'angelo avrei detto in altri tempi -
risorto accanto a me nella vetrina:
«Caro - mi dileggia apertamente - caro,
con quella faccia di vacanza. E pensi
alla città socialista?».
Ha vinto. E già mi sciolgo: «Non
arriverò a vederla» le rispondo.
                                                (Non saremo
più insieme, dovrei dire.) «Ma è giusto,
fai bene a non badarmi se dico queste cose,
se le dico per odio di qualcuno
o rabbia per qualcosa. Ma credi all'altra
cosa che si fa strada in me di tanto in tanto
che in sé le altre include e le fa splendide,
rara come questa mattina di settembre...
giusto di te fra me e me parlavo:
della gioia».
Mi prende sottobraccio.
«Non è vero che è rara, - mi correggo - c'è,
la si porta come una ferita
per le strade abbaglianti. È
quest'ora di settembre in me repressa
per tutto un anno, è la volpe rubata che il ragazzo
celava sotto i panni e il fianco gli straziava,
un'arma che si reca con abuso, fuori
dal breve sogno di una vacanza.
                                                   Potrei
con questa uccidere, con la sola gioia...»

Ma dove sei, dove ti sei mai persa?

«È a questo che penso se qualcuno
mi parla di rivoluzione»
dico alla vetrina ritornata deserta.

Vittorio Sereni, Appuntamento a ora insolita, Poesie, Einaudi, 2002 (prima ed. Gli strumenti umani, Einaudi, 1965)


Appointment at an unusual hour

The city - I'm telling me - where shadow
is almost more delightful than light,
how it sparkles brand new in the morning...
«...dries out last night's storm» – laughs
my joy, beside me once again
aftre a brief separation.
«Dries out its contradictions in the sun»
- surly, already about to surrender, I reply.
But the shape, image, resemblance
- of an angel, I'd had said in other times -
reborn beside me in the windowpane:
«Dear - she's openly mocking me - dear,
with that holiday look of yours. Are you thinking
of the socialist city?».
She wins. And I quickly free myself: «I won't
get to see it» I answer.
                                  (We won't be
together any longer, I should say.) «But it's fair,
you're right not to mind me if I say those things,
if I say them from hating somebody
or angered by something. But believe in the other
thing making its way in me from time to time
and including the others and making them wonderful,
rare as this September morning...
I was just talking to myself of you:
of joy».
She takes my arm.
«It's not true it's rare, - I rectify - it is,
you carry it like a wound
along dazzling streets. It's
this hour of September repressed in me
the whole year, it's the fox stolen by the boy
and hidden under his clothes that ripped his thight,
a gun you carry abusively, out
of the brief dream of a holiday.
                                                I could
kill with this, with joy alone...»

But where are you, where did you get lost?

«This is what I think if somebody
talks to me of revolution»
I say to the windowpane desert once again.

*
I ragazzi spartani mettono tanta serietà nel rubare, che si racconta di uno, il quale aveva avvolto nel mantello un volpacchiotto da lui rubato, e si lasciò dilaniare il ventre dalla bestia con le unghie e i denti, fino a morirne, piuttosto di farsi scoprire.
Plutarco, Vita di Licurgo, 18, traduzione di Carlo Carena


Un simple garçonnet de Lacedemone, ayant desrobé un renard (car le larrecin y estoit action de vertu, mais par tel si qu'il estoit plus vilain qu'entre nous d'y estre surpris) et l'ayant mis sous sa cape, endura plustost qu'il luy eut rongé le ventre que de se découvrir.
Montaigne, I, XIV


Dorcas Gustine
I was not beloved of the villagers,
But all because I spoke my mind,
And met those who transgressed against me
With plain remonstrance, hiding nor nurturing
Nor secret griefs nor grudges.
That act of the Spartan boy is greatly praised,
Who hid the wolf under his cloak,
Letting it devour him, uncomplainingly.
It is braver, I think, to snatch the wolf forth
And fight him openly, even in the street,
Amid dust and howls of pain.
The tongue may be an unruly member -
But silence poisons the soul.
Berate me who will - I am content.
Edgar Lee Master, Spoon River Anthology


Non ero amato dagli abitanti del villaggio,
tutto perchè dicevo il mio pensiero,
e affrontavo quelli che mancavano verso di me
con chiara protesta, non nascondendo né nutrendo
segreti affanni o rancori.
È assai lodato l'atto del ragazzo spartano,
che si nascose il lupo sotto il mantello,
lasciandosi sbranare senza lamentarsi.
È più coraggioso, io penso, strapparsi il lupo dal corpo
e lottare con lui all'aperto, magari per strada,
tra polvere e ululi di dolore.
La lingua è magari un membro indisciplinato -
ma il silenzio avvelena l'anima.
Mi biasimi chi vuole - io son contento.
Traduzione di Fernanda Pivano
*

Saint-Malo, 11 settembre 2010

Saint-Malo, 12 settembre 2010 (al centro, gli ultimi gradini del trampolino della piscina; a sinistra, la scritta "Peter")

Saint-Malo, 11 settembre 2010 (appunto)

Oh. Tutte le indicazioni necessarie per poter rintracciare le tracce della volpe-lupo del ragazzo spartano erano belle e pronte nel libro di poesie di Sereni: il mio solo apporto è la macchia indelebile dell'obiettivo della mia macchina fotografica.

mercoledì 16 aprile 2008

Saba

Berretto pipa bastone, gli spenti
oggetti di un ricordo.
Ma io li vidi animati indosso a uno
ramingo in un'Italia di macerie e di polvere.
Sempre di sé parlava ma come lui nessuno
ho conosciuto che di sé parlando
e ad altri vita chiedendo nel parlare
altrettanta e tanta più ne desse
a chi stava ad ascoltarlo.
E un giorno, un giorno o due dopo il 18 aprile,
lo vidi errare da una piazza all'altra
dall'uno all'altro caffè di Milano
inseguito dalla radio.
"Porca - vociferando - porca". Lo guardava
stupefatta la gente.
Lo diceva all'Italia. Di schianto, come a una donna
che ignara o no a morte ci ha ferito.

Vittorio Sereni