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martedì 25 aprile 2017

I partigièn

Un n’è par véa d’la gloria
sa sém andè in montagna
a fè la guèra.
Ad guèra a sémi stoff,
ad patria ènca.

Evémi bsogn ad déì:
lascés el mèni lébri,
i pii, gli òcc’, a glu urèci;
lascès durmèi ‘nt e fén
s’una ragaza.
Par quèst avém sparè
a’ s sém fat impichè
a sèm andè a e’ mazèll
pianzènd ‘nt’ e’ còr
e al labri ch’al tremèva.
Mò ènca a savémi
che a pét d’un boia d’un fascésta,
neun a sémi zènta
e lòu del mariunèti.
E adèss ch’a sém mort
n’u rumpéis i quaieun
sa ‘l cerimòni,
pansè piutòst m’i véiv
ch’ì n’apa da pérd ènca lòu
la giovinezza.

Nino Pedretti, Al vòusi e altre poesie in dialetto romagnolo, Einaudi

(I partigiani. Non è per via della gloria, che siamo andati in montagna a far la guerra. Di guerra eravamo stufi, di patria anche. Avevamo bisogno di dire: lasciateci le mani libere, i piedi, gli occhi, le orecchie; lasciateci dormire nel fienile con una ragazza. Per questo abbiamo sparato, ci siamo fatti impiccare, siamo andati al macello col cuore che piangeva e le labbra che tremavano. Ma anche sapevamo che di fronte a un boia di fascista noi eravamo persone, e loro marionette. E adesso che siamo morti non rompeteci i coglioni con le cerimonie, pensate piuttosto ai vivi, che non perdano anche loro la giovinezza.)

venerdì 7 dicembre 2012

E' mònd

Sgònd mè u s putrébb, ès 'na gran masa, a gémm
ch’ u i è stè di sbai, la préima vólta, u s sa,
ch’u n n’à còulpa niséun, la è ’ndèda acsè,
e ’rcminzé tótt da capo.

Raffaello Baldini


Il mondo

Secondo me si potrebbe, essere tanti, ma tanti, diciamo
che ci sono stati degli sbagli, la prima volta, si sa,
che non ne ha colpa nessuno, è andata così,
e ricominciare tutto da capo.

Testo e versione italiana tratti da Ad nòta, cit.

Die Welt

Man könnt’, von mir aus, angenommen, es wären viele,
weil, man hat Fehler gemacht, das erste Mal, weiß man doch,
weil, es ist keiner schuld, war halt so
alles noch mal von vorn anfangen.

Übersetzt von Elsbeth Gut Bozzetti

Al fòi

T la avré vésta méll vólti, no la cuba,
cla piènta grasa, vsina la finestra,
senza spéini, l’è un casp ad fòi, schéuri,
mósi, cm’al s’invidéss,
agli avrà bén un nóm, mo va a savài,
sa dal stréssi ad travérs, un pó piò cièri,
però no tènti lèrghi, èlti ènch’ do spani,
ta n li é in amént? Agli è stè sémpra alè,
at che vès, un gòzz d’aqua d’ogni tènt
mo e' sarà dis dògg an,
ch'a n'i bèd gnénca piò, mè, a m nu n so incórt
stamatéina, par chès, ò ciamè l'Elda,
ch’a sémm arvènz, tutt déu, agli à fiuréi.

Raffaello Baldini


Le foglie
L’avrai vista mille volte, no l’aucuba,
quella pianta grassa vicino alla finestra,
senza spine, è un cespo di foglie, scure,
mosse, come se si avvitassero,
avranno bene un nome, ma va' a sapere,
con delle strisce di traverso, un po' più chiare, 
però non tanto larghe, alte anche due spanne,
non te le ricordi? Sono sempre state lì,
in quel vaso, un goccio d’acqua ogni tanto,
ma saranno dieci dodici anni,
che non ci bado nemmeno più, io, me ne sono accorto
stamattina, per caso, ho chiamato l’Elda,
che siamo rimasti, tutt'e due, sono fiorite.

Testo e versione italiana tratti da Raffaello Baldini, Ad nòta, cura e postfazione di Giuseppe Bellosi, Sugaman 2011 (diventato un ebook nel mese di dicembre 2012)

domenica 29 gennaio 2012

La finèstra/A janela/La fenêtre (sogni/sonhos/rêves)

Loos m’affirmait un jour : « Un homme cultivé ne regarde pas par la fenêtre ; sa fenêtre est en verre dépoli ; elle n’est là que pour donner de la lumière, non pour laisser passer le regard »
Le Corbusier, L’Urbanisme, 1925

La finèstra

Dalvólti la véita
la dventa una finèstra
sal ròbi ch’al sta dlà
cumè ti sógn:
un pan che zócla te vent,
un fiòur, una ragaza
e cla luce biènca de mònd
dòu t’a n’i sii.

Nino Pedretti

A volte la vita
diventa una finestra
con le cose che stanno al di là
come nei sogni:
un panno che ciondola al vento
un fiore, una ragazza
e quella luce bianca del mondo
dove tu non ci sei.

*

Não basta abrir a janela

Não basta abrir a janela
Para ver os campos e o rio.
Não é bastante não ser cego
Para ver as árvores e as flores.
É preciso também não ter filosofia nenhuma.
Com filosofia não há árvores: há ideias apenas.
Há só cada um de nós, como uma cave.
Há só uma janela fechada, e todo o mundo lá fora;
E um sonho do que se poderia ver se a janela se abrisse,
Que nunca é o que se vê quando se abre a janela.

Alberto Caeiro

Non basta aprire la finestra

Non basta aprire la finestra
per vedere i campi e il fiume.
Non basta non essere ciechi
per vedere gli alberi e i fiori.
Bisogna anche non avere alcuna filosofia.
Con la filosofia non ci sono alberi: ci sono a malapena idee.
C'è solo ciascuno di noi, come una caverna.
C'è solo una finestra chiusa, e tutto il mondo là fuori;
e un sogno di quello che si potrebbe vedere se la finestra si aprisse,
che mai è quello che si vede quando si apre la finestra.

*

Tu me proposes, fenêtre étrange, d'attendre ;
déjà presque bouge ton rideau beige.
Devrais-je, ô fenêtre, à ton invite me rendre ?
Ou me défendre, fenêtre ? Qui attendrais-je ?

Ne suis-je intact, avec cette vie qui écoute,
avec ce coeur tout plein de la perte complète ?
Avec cette route qui passe devant, et le doute
que tu puisses donner ce trop dont le rêve m'arrête ?

Rainer Maria Rilke

Mi proponi, finestra misteriosa, di aspettare;
già quasi si scosta la tua tenda beige.
Dovrei, finestra, arrendermi al tuo invito?
O difendermi, finestra? E aspettare chi?

Non sono intatto, con questa vita in ascolto,
con questo cuore colmo della perdita completa?
Con questa strada che passa davanti, e il dubbio
che tu mi prenda in troppo grande sogno?

domenica 15 maggio 2011

certe cose non gliele puoi dire


l'ho imparato dopo, quel che è la terra, che quando andavo su, delle volte, il pomeriggio, perché non rende niente la terra, va bene, ma quando ci sei sopra, che viene sera, ci cammini sopra, sei sul tuo, è roba tua, vai per i campi, cammini, cammini, è tutta roba tua, ti senti un re, ma davvero, delle volte lo dicevo: io qui sono un re, invece no, ero un Berandi, e non lo sapevo, ero dei conti Berandi, e non lo sapevo che a Macerata i conti Berandi, altro che tre poderi, ne avranno avuti trecento, ma tre bastano per camminare, ne basta uno, cammini che ti rompi le gambe, ma certe cose non puoi raccontarle, non puoi, bisogna provare, questa terra che non c'è un'anima, il contadino ha lasciato, sono anni che ha lasciato, sei solo, arrivi al capanno, c'è quel mandorlo, schiacci due o tre mandorle, buone, guardi laggiù a marina, si fa notte, vien su la notte, cammina anche lei, vien su la luna, cammina anche lei, sempre più bianca, adesso corre, fra le nuvole, accendono le luci dappertutto, e te ti volti, guardi in giro, guardi, guardi, mamma, quant'è grande il mondo, e non lo sa nessuno che sei lì, non sanno neanche che ci sei, ce n'è dei milioni che non lo sanno, ma che milioni, ce n'è dei miliardi, Brandi Aurelio, boh, chi è Brandi Aurelio? ma anche a San Vito, chi è che sa chi sono io? per loro io non esisto, non ci sono, per miliardi di persone, e ti fermi e stai lì, in silenzio, ma che roba, in un minuto, prima ti pareva d'essere, comandare in terra, tutto te, e adesso sei perso, gli altri, la gente non sanno neanche che sei al mondo, è come se non ci fossi, fa la prova, puoi fare la prova, domanda in questo momento, qui, chi è che mi pensa a me? chi è che dice: dove sarà Brandi Aurelio? cosa farà? nessuno, e io invece ci penso a loro, a uno in Canadà, per dire, che si spunta i baffi davanti allo specchio, a un altro in Spagna, a Marsiglia, no, Marsiglia è in Francia, aspetta, a Siviglia, ecco, che beve un'aranciata fresca, un altro in Norvegia che fa le parole incrociate, porca puttana, sette lettere, cosa sarà? un altro in Giappone che corre, dove va? si è dimenticato una carta, un appuntamento, deve tornare a casa, gli accidenti, ecco, delle cose così, anche per stare un po' in compagnia, perché il giorno me la cavo, sono in negozio, viene la gente, parlo, brigo, ma la sera, la sera è lunga, sì, potrei andare al caffè, ma anche al caffè, cosa vuoi, dopo quando torni a casa ti viene un avvilimento, perché lì è pieno di gente, un daffare, un chiasso, un fumo, e dopo a casa, accendi la luce, chiudi la porta, e sei ancora più solo, invece se stai sempre solo ti fa meno impressione, ci sono delle domeniche, io, che sto a casa tutto il giorno, davvero, non vado da nessuna parte, e beh, dove vuoi andare? gli altri, li vedo, in giro, nei posti, vanno, vengono, chiacchierano, io dove vado? con chi? che delle volte, non lo so neanch'io, dico: e far finta? e in quel momento magari passa Edmo, dove va? va a casa, me l'immagino che arriva, entra, ed entro anch'io, si toglie la giacca, si è alzato lo scirocco, guasta il tempo, cos'hai fatto da mangiare? ma fammi i piselli, che non me li fai mai, che mi piacciono, lo sai che mi piacciono, è la stagione adesso, se non li fai adesso, in umido, piccoli, dolci, che me ne mangerei, ecco, così, sempre per stare un po' in compagnia, che dopo magari con Edmo mi ci imbatto il giorno dopo, e allora gli dico, questi piselli te li fa o non te li fa? che lui mi guarda: i piselli, che piselli? e io lì, come fai a spiegargli, viene troppo lunga, no, niente, dico, faccio per ridere, così, per scherzare, e dopo la gente dicono che sono strambo, ma certe cose non gliele puoi dire, se non ci arrivano da soli, non glielo posso mica dire io, sono loro che devono capire, invece, ma va là, non capiscono, e dicono che sono strambo.

Raffaello Baldini, Carta canta, Zitti tutti!, In fondo a destra : tre monologhi, Einaudi 1998

lunedì 25 aprile 2011

الحرية

E adèss ch’a sém mort
n’u rumpéis i quaieun
sa ‘l cerimòni,
pansè piutòst m’i véiv
ch ì n’apa da pérd ènca lòu
la giovineza.

Nino Pedretti, I partigièn


في الجزيرة التي تأخذ شكل المرأة الحبلى
يتثاءب عاشقٌ في زنزانةٍ
طويلةٌ كقبر
عميقةٌ كبئر
...وينشر ابتسامته الساخرة
في الجزيرة التي حَبَلَتْ حبلتْ حبلتْ
ولم تلدْ
جاءوا يزفّون له الطفل الصغير
الصغير جداً
الذي ولدته زوجته
: ويقولون له
صرتَ أباً الآن
تثاءَبَ بنفس الابتسامة الساخرة
لم يكترث كثيراً
: وقال
لكن أمي .. متى تلدني ؟

قاسم حداد


La libertà
Sull'isola a forma di donna incinta/un amante sbadiglia nella sua cella/lunga come una tomba/profonda come un pozzo/e allarga il suo sorriso sarcastico/Sull'isola che è diventata gravida gravida gravida/ma non ha mai partorito/sono venuti ad annunciargli il piccolo bimbo/molto piccolo/che sua moglie ha messo al mondo/Gli hanno detto:/ora sei diventato padre/Non ci ha badato molto/ha sbadigliato/e con lo stesso sorriso sarcastico/ha detto:/ma mia madre, quand'è che mi metterà al mondo?

Qassim Haddad
(Al-Muharraq, Bahrein, 1948)
Fin dalle sue prime raccolte, Deuxième Sang et Cœur de l'amour, si è rivelato come la voce poetica più originale del Golfo Persico. Inoltre, nel suo paese ricopre un ruolo di primo piano in veste di giornalista, critico letterario e direttore di istituzioni culturali.
da Anthologie de la poésie arabe contemporaine. Poèmes choisis par Farouk Mardam-Bey. Peintures de Rachid Koraïchi, Actes Sud Junior 2007

English version

*

Health Services Paralyzed: Bahrain’s Military Crackdown on Patients. An MSF Public Briefing Paper, April 2011

venerdì 15 ottobre 2010

Versteckspiel/Cut/Nascondino

Als Kinder haben wir Versteck gespielt.
Erinnerst du dich noch an unsre Spiele.
Alle verstecken sich, einer muss warten.
Gesicht am Baum oder an einer Wand
Die Hand über den Augen, bis der letzte
Seinen Platz gefunden hat, und wer gesehn wird
Muss um die Wette laufen mit dem Sucher.
Wenn er zuerst am Baum steht, ist er frei
Wenn nicht muss er stehnbleiben auf der Stelle
Als ob der Handschlag an Baum oder Wand
Ihn an den Boden nagelt wie ein Grabstein.
Er darf sich nicht bewegen bis der letzte
Gefunden ist. Und manchmal wird der letzte
Weil er zu gut versteckt ist, nicht gefunden.
Dann warten alle, die versteinert dastehn
Jeder sein eignes Denkmal, auf den letzten.
Und manchmal kommt es vor, dass einer stirbt
Und sein Versteck wird nicht gefunden, kein
Hunger treibt ihn heraus aus seinem Tod
Der ihn gefunden hat außer der Reihe
Die Toten haben keinen Hunger mehr.
Dann fällt die Auferstehung aus. Der Sucher
Jeden Stein hat er umgedreht viermal.
Jetzt kann er nur noch warten, das Gesicht
An seinem Baum oder an seiner Wand
Die Hand über den Augen, bis die Welt
An ihm vorbei ist. Merkst du ihren Gang.
Leg deine Hand über die Augen, Bruder.
Die andern, die der Sucher an den Boden
Genagelt hat mit seinem Handschlag an
Baum oder Wand, weil sie nicht schnell genug
Gelaufen sind aus ihrem Versteck, das nicht
Sicher genug war, und jetzt haben sie
Für ihre Augen keine Hand, weil sie
Sich nicht bewegen dürfen und die Augen
Schließen dürfen sie auch nicht nach der Regel.
Wie Steine auf dem Friedhof warten sie
Mit offnen Augen auf den letzten Blick.

Heiner Müller, Zement, Geschichten aus der Produktion 2, Rotbuch Verlag, Berlin, 1974

Da bambini abbiamo giocato a nascondino.
Ti ricordi ancora dei nostri giochi.
Tutti si nascondono, uno deve aspettare.
Voltato verso l'albero o una parete
La mano sugli occhi, finché l'ultimo
Non abbia trovato il proprio posto, e chi viene visto
Deve sfidarsi a correre con chi sta sotto.
Se arriva all'albero per primo, è libero
Se no, deve restare sul posto
Come se il tocco della mano sull'albero o sulla parete
Lo inchiodasse al suolo come una lapide.
Non può muoversi finché l'ultimo
Non viene trovato. E talvolta l'ultimo
Non viene trovato perché si è nascosto troppo bene.
Allora tutti aspettano l'ultimo, i catturati se ne stanno lì
Ognuno il proprio monumento.
E talvolta capita che uno muoia
E il suo nascondiglio non venga trovato,
La fame non lo richiama dalla morte
Che l'ha colto fuori dai ranghi
I morti non hanno più fame.
Allora la risurrezione è sospesa. Chi sta sotto
Ha rivoltato quattro volte ogni pietra.
Ora non può che aspettare, il volto
Al proprio albero o alla propria parete
La mano sugli occhi, finché il mondo
Non gli sia passato dietro. Osserva la sua andatura.
Metti la mano sugli occhi, fratello.
Gli altri, che chi sta sotto ha inchiodato
Al suolo con il tocco della mano
All'albero o alla parete, perché non sono corsi
via abbastanza velocemente dal proprio nascondiglio, che non era
Abbastanza sicuro, e ora non hanno
Nessuna mano per gli occhi, perché
Non si possono muovere e non possono neanche
Chiudere gli occhi, in base alle regole.
Aspettano come pietre al cimitero
Con occhi aperti l'ultimo sguardo.

Cut

A zughé a cut bsògna avài òc, ès féurb.
Mè a cnòss di póst, di béus ch’a i so sno mè.
Stavólta a m so masè tramèza agli asi
de magazéin de lègn ad Bigudòun.
A i sint ch’i zcòrr, ch’i cèma,
a sbarlòc dal fiséuri, a i vèggh ch’i zéira,
ch’i s’inségna se daid dò ch’i à d’andé.
Mè aspétt aquè, a n mu n móv, a téngh e’ fiè.
Adès u m pèr ch’i s séa un pó sluntanè,
mè a stagh sémpra masèd, l’è bèla un’òura,
a m’inféil t’un budèl piò strètt, acsè,
fra do cadasi, a i ví fè dvantè mat.
Mo dò ch’i è? a n’i sint piò,
i n capéss mégga gnént, i va purséa.
E’ sarà piò ’d do òuri ch’a so què,
l’è da òz dopmezdè, u s fa nòta, e lòu,
puràz, i zirca sémpra, mo i n mu n tróva,
e a i ví vdai a truvèm dréinta sté béus.
E’ pò ès ènca ch’i apa pérs la vòia,
che e’ zugh u s séa smanè, ch’i séa ’ndè chèsa.
Pézz par lòu, mè a stagh bón tra tótt’ stagli asi,
aquè sòtta u n mu n tróva piò niseun.

Raffaello Baldini, La nàiva Furistír Ciacri, Einaudi, 2000


Per giocare a nascondino bisogna avere occhio, essere furbi.
Io conosco dei posti, dei buchi, che so solo io.
Stavolta mi sono nascosto fra le assi
del magazzino del legno di Bigudòun.
Li sento che parlano, che chiamano,
sbircio dalle fessure, li vedo che girano,
che si indicano col dito dove devono andare.
Io aspetto qui, non mi muovo, trattengo il fiato.
Adesso mi pare che si siano un po’ allontanati,
io sto sempre nascosto, è ormai un’ora,
m’infilo in un budello più stretto, così,
fra due cataste, li voglio far diventare matti.
Ma dove sono? non li sento più,
non capiscono mica niente, vanno purchessia.
Saranno più di due ore che sono qui,
è da oggi pomeriggio, si fa notte, e loro,
poveracci, cercano sempre, ma non mi trovano,
e li voglio vedere a trovarmi in questo buco.
Può darsi anche che abbiano perso la voglia,
che il gioco si sia smagliato, che siano andati a casa.
Peggio per loro, io sto buono fra tutte queste assi,
qui sotto non mi trova più nessuno.

Versione bellica
Versione ticinese

venerdì 24 settembre 2010

La chéursa

I m'è chéurs dri rugénd, e mè a n capéva,
a n so s'i avéss la s-ciòpa, mo i curtéll,
ò vést al lèmi léus sòtta i lampiéun.
Andéva cmè un chèn brach e lòu tótt dri,
ò travarsè la piaza,
pu a m so bótt te Baròun, mo dop la pòumpa
a so tòuran pr'e' Ciód e a m so infilé
ti pórtich fina Tiglio dal smanzài,
ò imbòcch e' lavadéur, ò pas la Méura,
da la Zóppa a so vnú sò ma la Costa,
pu tla Bósca, a so sèlt dréinta un curtéil,
ò fat du rèm ad schèli,
a so vnú fura vsina la Massèni,
a so chéurs vérs la Roca, me crusèri
ò ciap d'inzò vérs e' Pòzz Lòngh, e ò vést
davènti mè tri quatar ch'i curéva
e i s guardéva di dri, i m guardéa mu mè.
Te préim a n’ò capéi, a i vléa dí quèl,
mo a n mu n so tróv la vòusa, a n'arivéva
a 'rscód e' fiè.
Però mè u m pèr ch'i séa
quéi 'd préima, quéi ch'i m déva dri mu mè,
éun e' va un puchìn zòp, un èlt l’à un brètt
ch'a m l’arcórd, mo i córr véa, i n sta a sintéi,
e' pèr ch'i apa paéura, e mè a i dagh dri,
ò paéura ènca mè, mo cm'òi da fè?
a m putrébb farmè què, e se pu a m sbai?
s'a m férm e quéi di dri i m'è madòs?

Raffaello Baldini, La nàiva Furistír Ciacri, Einaudi 2000


La corsa

Mi sono corsi dietro urlando, e io non capivo,
non so se avessero il fucile, ma i coltelli,
ho visto le lame luccicare sotto i lampioni.
Andavo come un bracco e loro tutti dietro,
ho attraversato la piazza,
poi mi sono buttato nel Baròun, ma dopo la fontanella
sono tornato per il Ciód e mi sono infilato
sotto i portici fino ad Attilio delle granaglie,
ho imboccato il lavatoio, ho passato la Mura,
dalla Zóppa sono venuto giù alla Costa,
poi nella Bosca, sono saltato dentro un cortile,
ho fatto due rami di scale,
sono venuto fuori vicino alla Massani,
sono corso verso la Rocca, all'incrocio
ho preso in giù verso il Pozzo Lungo, e ho visto
davanti a me tre o quattro che correvano
e guardavano indietro, mi guardavano a me.
Sul momento non ho capito, volevo dire qualcosa,
ma non mi sono trovato la voce, non arrivavo
a tirare il fiato.
Però a me mi pare che siano
quelli di prima, quelli che inseguivano me,
uno va un pochino zoppo, un altro ha un berretto
che me lo ricordo, ma corrono via, non stanno a sentire,
pare che abbiano paura, e io li inseguo,
ho paura anch'io, ma come devo fare?
potrei fermarmi, e se poi mi sbaglio?
se mi fermo e quelli dietro mi sono addosso?

giovedì 23 settembre 2010

La gòmma

S'u i fóss 'na gòmma da scanzlè, 'na gòmma
da inciòstar, no da lapis, o se no
s'na machina da scréiv, bat xxx,
o, par fè méi, xyxy,
o, par fè mèi ancòura, mnmn,
ch'us s fa póch mn, mo e' scanzèla,
porca masóla, ch'u n s capéss piò gnént,
o adiritéura, mèi di tótt, mo a n l’ò,
un computer u i vrébb, ch'e’ basta un tast,
e e' sparéss tótt, senza un scanzlòt, tótt biènch,
cmè ch'u n fóss suzèst gnént,

parchè mè te mi mònd i sbai ch'ò fat.

Raffaello Baldini


der gummi

wenn es einen radiergummi, einen tuscheradiergummi,
nicht einen bleistiftradiergummi, gäbe, oder
mit einer schreibmaschine xxx,
oder, um das besser zu machen, xyxy tippen
oder, um das noch besser zu machen, mnmn tippen
denn man macht wenig mn, aber man radiert aus,
verdammt, bis man nichts mehr verstehen kann,
oder sogar, das wäre am besten, aber ich habe keinen,
man bräuchte einen computer, mit dem eine einzige taste reicht
und alles verschwindet, ohne irgendwas auszuradieren, alles ist weiß,
als ob nichts passiert wäre,

denn ich, in meinem leben, was für fehler ich gemacht habe.

(die Syntax ist merkwürdig auch im Originaltext)

mercoledì 2 giugno 2010

Come sarebbe se ci fosse una poesia che fa pressappoco così

Sono vecchio ormai,
non mi chiedete nulla,
faccio una passeggiata nell'orto,
mi metto un berretto se piove,
passeggio in terrazza,
mi succhio un'arancia,
ormai siamo alla fine,
a mia moglie ho lasciato tutti i soldi nella credenza,
è difficile campare, però,
morire adesso,
che ho un paio di occhiali nuovi,
mi tira il culo.

Una poesia di Nino Pedretti così come se la ricorda Ivano Marescotti.

domenica 31 gennaio 2010

E' mònd

N u géim che e' mònd l'è brott,
malèd, ardòtt in mérda.
E' mònd l'à bsògn d'ès bèll
ènca s u t rògg e' cor
ènca s i t 'taia al déidi.

Nino Pedretti


Non ditemi che il mondo è brutto,
malato, ridotto in merda.
Il mondo ha bisogno di essere bello
anche se ti urla il cuore
anche se ti mozzano le dita.

(ricordata da Paolo Nori in Mi compro una Gilera, Feltrinelli 2008, pag. 127)

sabato 23 giugno 2007

I pidriùl ad sàida

E un dè la mi muràia
l’era pina
ad pidriùl ad sàida
che fa i ragn.

Tonino Guerra
Da I bu


Un giorno il mio muro
era tutto coperto
di quegli imbuti di seta
che fanno i ragni.