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martedì 6 settembre 2011

Cari abitanti di Andreis,

il verso del vostro poeta

Ài da stâ dentre al tiô vuoe par jôdeme,

che da qualche mese cercate invano, vuole che sappiate che sta bene, ma che voleva sentire altre voci, oltre a quelle di Andreis: per questo è partito all'alba di un giorno di primavera alla volta della Cina. Dice di non preoccuparvi: vi è arrivato sano e salvo. Dice però anche che il viaggio e l'esperienza di questi mesi l'hanno non poco cambiato e che al momento non crede di voler tornare più. Chiede comprensione per sé e cura per tutti i suoi cari fratelli rimasti ad Andreis.


(Devo stare dentro ai tuoi occhi per vedermi)

((A proposito di cambiamenti: al momento non so ancora come si dice dovere, ma so che il secondo carattere del verso cinese significa volere))

venerdì 19 agosto 2011

Ni la grandeur ni la petitesse

中国很大。法国不大也不小。
(La Cina è molto grande. La Francia non è né grande né piccola.)

Leilei Li, Chinois débutant, Librairie Générale Française, 2004

venerdì 29 luglio 2011

白日依山尽

Alle 14:23 di giovedì 28 luglio 2011, sul mio quaderno di cinese la carta ha lentamente assorbito, tratto dopo tratto, dell'inchiostro nero, dando forma al primo verso della prima poesia cinese che abbia mai imparato direttamente dall'originale: 

白日依山尽


Il momento andava documentato con la dovuta ufficialità.
Per una possibile versione italiana di una poesia che in Cina conoscono pure i bambini allo stesso modo in cui i bambini tedeschi conoscono la storia delle mele marce che Schiller teneva nel cassetto della scrivania per trarre ispirazione dal loro odore, posso passare ancora tranquillamente dei giorni a pensare ad un sole bianco che dopo essersi posato sulla montagna declina fino a sparire alla vista.

mercoledì 27 luglio 2011

山寨/Entschöpfung

[...]

Com'è arrivato Byung-Chul Han alla lingua e alla filosofia tedesca? Da dove ha attinto l'energia per una tale carriera, che lo ha portato fino all'abilitazione, cosa che nessun altro asiatico ha conseguito nell'ambito delle discipline umanistiche tedesche?
Han ha posto una serie di ostacoli nel gioco domanda-risposta che costituisce il fondamento di ogni ritratto giornalistico. Non solo mi ha gentilmente ma perentoriamente chiesto di spegnere il registratore e di affidarmi ai soli appunti presi a mano, si è anche rifiutato di rispondere alla mia semplice domanda sulla sua età. In Asia, spiega - in parte per vezzo, in parte scusandosi - la data di nascita di una persona ha molta meno importanza di quanta ne abbia in Occidente. Una cultura che considera il mondo come un processo che si ripete ciclicamente non affronta né la nascita né la morte pateticamente, come fa il pensiero occidentale. Niente racconti sulla genesi come in Occidente [a lezione di cinese l'insegnante mi ha parlato del caos, di un uovo e di Pángǔ], niente miti a fondamento della società. E Han è già al cuore della sua teoria della "Entschöpfung" [un suo neologismo: "decreazione"], che egli espone nel suo ultimo saggio "Shānzhai". Il neologismo cinese si può tradurre con "falso" ["prodotto contraffatto"] e designa in superficie le cose tangibili del mondo delle merci: per esempio i telefoni cellulari prodotti in Cina, che assomigliano più o meno ai loro modelli e rispondono a nomi più o meno simili come "Nokir" o "Samsing". Prodotti che si sviluppano via via in direzioni più distanti dall'originale, così che la nota marca "Adidas" dapprima è Adidos e poi diventa Adadas, Adadis, Adis ed infine Dasida.

Il significato di "contraffazione" si attaglia solo in parte a quello che in prospettiva occidentale sono efficaci appropriazioni degli originali. In fin dei conti, sostiene Han, il concetto cinese di originale non è determinato da un atto creativo estemporaneo. Non si può pensare in termini di un'identità definitiva perché tutto è sottoposto a continua trasformazione. Attraverso gli occhiali-shānzhai, l'istanza dell'unicità sembra altrettanto assurda della categoria della contraffazione. Quando per esempio si è saputo che i soldati di terracotta cinesi esposti nel 2007 dal Museo Etnologico di Amburgo non erano altro che repliche realizzate sul posto parallelamente al recupero in Cina di quelli antichi, il museo tedesco si è sentito imbrogliato e ha chiuso con sdegno la mostra. I cinesi, tuttavia, non hanno avuto la percezione di aver agito con l'inganno o di aver commesso qualcosa di vietato; ai loro occhi la pratica della copiatura si riconduceva con continuità all'antichissimo processo di produzione delle figure, che - avessero o meno una data di produzione vecchia o nuova - svolgevano comunque sempre la medesima funzione.

[...]

La parola artificiale shānzhai non designa niente altro che un metodo di decostruzione. "Shānzhai," dice Han, "è Ent-Schöpfung" e significa: prima dell'inizio del mondo occidentale, trasformato in feticcio, prima del mito, della nascita e dell'assioma filosofico, c'è sempre già qualcosa d'altro - cioè creazione ["Schöpfung"], c'è una pozza da cui attingiamo l'acqua ["schöpfen" significa anche attingere acqua]. Se abbandoniamo i concetti sclerotizzati di originalità e genio e di una creatio ex nihilo, così auspica il filosofo, potrebbe essere possibile un pensiero di gran lunga più flessibile. La filosofia potrebbe così rilassarsi in un gioco produttivo, che potrebbe farci ottenere risultati completamente nuovi. "Noi tutti dovremmo" - così richiede - "giocare di più e lavorare di meno. Allora creeremmo anche di più!" Oppure è solo per caso che i cinesi, ai quali i concetti di genio e originale sono estranei, sono responsabili di tutte le invenzioni - dalla pasta alla pirotecnica - che hanno plasmato la cultura occidentale?

[...]

sabato 9 luglio 2011

I fallimenti non finiscono mai

Forze italiane di invasione della Cina, 1900

Non paga degli scarsi risultati raggiunti nei miei tentativi di imparare un po' di ungherese e, prima di questo, il russo, il finlandese e il ceco, il proseguimento del cui apprendimento continuo a rimandare sine die esattamente come faccio con il completamento della lettura di Der Mann ohne Eigenschaften, mi sono iscritta ad un corso di cinese. Pur sembrandomi già una specie di meraviglia il fatto che il mio francese venga compreso perfettamente dall'insegnante cinese e viceversa, credo che i progressi saranno tanto lenti quanto numerose le digressioni: nel corso delle prime ore di lezione ci siamo già perse in Mongolia, tra le calli di Venezia, nella Cina di Marco Polo e sui balconi dell'amore (o della bellezza) della Venezia cinese (Sūzhōu) per finire nell'estate del 1900, realizzando che quella che per lei è la guerra delle 8 nazioni per me è (ma ora direi: era solamente) la rivolta dei boxer, il che illumina meglio di mille esempi il modo in cui viene insegnata e trasmessa la storia ovunque, ognuno considerandosi, di volta in volta, al centro del mondo (che, parlando di Cina - paese di mezzo -, casca pure a fagiolo).


Troops of the Eight nations alliance of 1900. Left to right: Britain, United States, Russia, British India, Germany, France, Austria-Hungary, Italy, Japan.

domenica 2 gennaio 2011

Il cinese secondo Ernesto

Ragazzoni - d'ora in poi: Ernesto - conosceva l'inglese, il francese e il tedesco. Per decenni le sue traduzioni di Poe (o Pöe, come si trovava a volte scritto allora in Italia) sono state considerate tra le più belle, e comunque le prime degne di nota tra quelle che precedettero le versioni di Praz prima e di Manganelli poi. Se ne possono apprezzare le rime e soprattutto il ritmo nella quarta parte del testo realizzato nell'ambito del progetto Manuzio.

Avrei scommesso, puntando tutto su quel che ho di più caro - le sue pagine invisibili, per esempio -, che la sua attività di traduttore giunta a pubblicazione non è che una piccola traccia di moltissime altre curiosità che non sono riuscite a vedere interamente la luce e con le quali si dilettava con tutto il fervore tipico degli autodidatti, vale a dire di quelli - per intenderci - che un giorno, all'improvviso, senza alcuna spiegazione razionale, si fiondano fuori di casa con l'intenzione di recuperare tutto quello che riescono su una lingua - una a caso: l'ungherese - e che non demordono nemmeno quando i loro sforzi non sono coronati da successo, nemmeno quando, dopo aver passato in rassegna scaffali e scaffali fornitissimi di testi su tutte le lingue del mondo, se ne tornano a casa a mani vuote eppur non rassegnati o domi, ma solo temporaneamente delusi ed anche leggermente increduli al pensiero di aver adocchiato persino un Parlons ossète, ma non uno dei testi desiderati. 

Ci avrei scommesso: ora, grazie ad un articolo di Ernesto rinvenuto in bozza e pubblicato postumo nel 1921, ne ho le prime prove.

*

Impariamo il cinese?

Può sembrare che la remotissima Cina nulla abbia a vedere colle cose di Torino. Sentirete.
Fu appunto a Torino, traversando il ponte sul Po, verso il monte dei Cappuccini, che qualcuno, proprio in quest'epoca dell'anno, ma un anno già parecchio lontano, mi faceva la strana proposta:
— Impariamo il cinese?
Era l'anno dell'esposizione, non l'ultima, l'esposizione del novantotto, che comprendeva nei suoi reparti una mostra di Arte sacra, vasta e ricchissima, e nella sezione dell'Arte sacra, emporio di tutto il mondo adunato da missionari pazienti, aveva posto un padiglione sovra gli altri interessante della missione cinese.
La Cina era ancora, a quei tempi, un paese di chimera e di favola. L'Europa non vi aveva ancora inviate le sue spedizioni armate contro i boxer furiosi, non l'avevano ancora attraversata in automobile Barzini ed il principe Borghese, non s'era messa a repubblica; era per davvero Estremo Oriente, l'Asia che si vede dipinta sui ventagli, sulle lacche, sulle porcellane, sui paraventi; l'Impero celeste con intomo nubi di sogno e di mistero.
Quando si parlava della impenetrabile "Città violetta", la residenza dell'"Invisibile", del "Figlio del Cielo" e della "Città gialla" entro cui la "Città violetta" è chiusa, del "Lago dei fiori di loto" e del "Ponte di marmo" — nomi fatali che designavano inaccessibili cose — s'evocavano alla mente immagini di luce e di colori preziosi, di reggie labirintiche, popolate da potenti claustrati, che si sono posti essi stessi, per isdegno, fuori del mondo.
E si narravano cose paurose, di supplizi raffinati fino a diventare opere d'arte della crudeltà; e di cucine maravigliose fatte di incredibili intingoli, di pasti interminabili composti di gamberi mangiati vivi coll'acquavite, di midolle di bambù, di radici di ninfee candite, di sangue di montone fermentato bevuto come liquore, per non dir nulla dei troppo noti nidi di rondine e delle pinne di pescecane che tutti sanno.
E venivano di laggiù, non notizie di mutamenti di ministeri, ma aliti di poesia delicatissima. — "Le nubi leggiere errano indolenti come i miei pensieri. Tramonta il sole ed io sento anche più vivamente la tristezza della separazione. Al disopra dei cespugli tendo un'ultima volta la mano, al momento in cui t'allontani. Lancio la mia voce un'ultima volta a salutarti... Mi risponde un canto d'usignuolo". Od ancora: "Ecco che la bruma rinchiude la mia casa. C'è solo intorno a me l'acqua del fiume che va. È la sola che conosce il mio dolore. E forse si stupisce di riflettere così sempre, l'angoscia di questi occhi sbarrati".
Ora, una bricciola di questa Cina antica, era caduta a Torino in un lembo del Valentino e noi s'era finito per diventare buoni amici della piccola colonia di cinesi e di missionari che teneva a custodia le belle cose singolari portate da tanto lontano e là raccolte. Ma il più assiduo di noi era il prof. Giovanni Vacca, assistente di Peano(*) all'Università. Interrogava monaci, si faceva spiegare iscrizioni, sfogliava libri ed albi, tentato dai caratteri sconosciuti tracciati col pennello inviati a noi da tempi immemorabili, e ad ogni tratto, imbattendosi cogli amici ripeteva: — Impariamo il cinese? perché non impariamo il cinese? È assurdo non sapere il cinese!
Ne parlava con Giovanni Vailati, mente luminosa, che approvava sorridendo: ne parlava con Francesco Porro, direttore allora dell'Osservatorio di Palazzo Madama, il quale si interessava al cinese massimamente per ragioni di teosofia e di scienze occulte; ne parlava con me che ascoltavo senza dir nulla, mettendoci solo quel tanto di intelligenza che si limita alla curiosità.
Un giorno, Giovanni Vacca ci annunziò netto il suo proposito: — Imparo il cinese. Mi diverto moltissimo. Mi mando a mente ogni giorno trenta parole coi relativi segni. Non è niente affatto difficile.
Pel suo cervello matematico, abituato a sbrigare le matasse delle algebre più astruse, non c'era mai niente di difficile.
E così avvenne che Giovanni Vacca, il quale incominciò a studiare la lingua di Lao-tse, di Li-tai-pè, di Confucio in riva al Po, finì per impararla davvero sulle rive del Yang-tse-Kiang e dell'Hong-ho, ai piedi della grande muraglia, e passati parecchi anni in Cina, è ora professore titolare di cinese all'Università di Roma!
Ne è passato del tempo! La vita separa, allontana, sconvolge, ma serba anche le sorprese dei riavvicinamenti impensati.
Ecco che, passati anni ed anni parecchi, proprio sul Po, dove la prima volta l'antico assistente del professor Peano mi proponeva: — "Impariamo il cinese?" — m'imbatto in Giovanni Vacca. È cosa di questi giorni.
Ciascuno vuol sapere dell'altro, ciascuno ha la sua da chiedere e da rispondere. E naturalmente si ricade sull'antico argomento.
— Sì, ho vissuto nel meraviglioso paese delle favole di cui abbiamo tanto parlato. Vi ho mangiato più bistecche che nidi di rondine ed ho viaggiato più in ferrovia che in palanchino. Insegno a Roma ed ho allievi numerosi. Si comincia a capire che occidente e oriente debbono affratellarsi, che occidente e oriente hanno convenienza ad intendersi. La Cina impenetrabile chimerica d'un tempo non è più e si dovrebbe cominciare a perdere l'abitudine di considerare questo paese unicamente come la patria del drago volante, delle teiere di porcellana, dei codini, dell'oppio. Esiste ormai, presso tutto il mondo civile, una triplice questione cinese: la commerciale, la militare, la letteraria; ognuna di esse ha un interesse speciale. Per prendervi parte attiva e penetrare nella mente e nel cuore di quel popolo, a suo modo classico, è mestieri anzitutto conoscere la sua lingua, la quale, come dice un poeta di laggiù, è la veste nuziale del pensiero. L'hanno chiamata la "lingua del diavolo" e le hanno creato attorno una pessima fama. È un pregiudizio ed una ingiustizia. Il meccanismo della lingua è semplicissimo: niente articoli, niente coniugazioni, niente declinazioni, niente distinzioni di generi. Per la semplice disposizione delle parole nell'insieme della frase, un carattere cinese, un sostantivo per esempio, può diventare volta a volta, pur rimanendo invariabile, aggettivo, verbo attivo, verbo neutro, verbo passivo ed anche avverbio.
Ecco qua. Si vuole per esempio coniugare il verbo leggere (sciū)? Si dirà: "io ora leggere" (leggo); "io allora leggere" (leggevo); "io poi leggere" (leggerò). E così via. Ci vedrebbe chiaro l'ultimo scolaretto che stenta sulla sua grammatica latina. E nemmeno, altro vantaggio, ci sono inversioni di costruzione. Tutti quelli che [illeggibile, purtroppo] capitomboli di quelle indiavolate particelle separabili, di quegli insidiosi an, ab, vor, zu, pulci di sillabe che saltano sempre e che bisogna andare a scovare nei punti più riposti della frase, apprezzeranno al suo giusto valore questa lingua asiatica, così onesta. Insomma, per quanto monosillabico, il cinese non è più arduo a maneggiarsi di tante lingue a flessione. Del resto, non bisogna supporre che per servirsi del cinese occorra ficcarsi nella memoria l'intero vocabolario. Non abbiamo in testa nemmanco i tre quarti di quello italiano! Mille parole bene apprese bastano per farsi intendere a Pechino. Non si possiede ancora una lingua con mille parole, d'accordo, ma se con quelle parole riesco a capire ed a farmi capire, posso starmene contento. Dove allo studioso occorre veramente pazienza, è nel ritenere i segni. Ma ci hanno tanta bizzarra arte nella loro costruzione che invogliano come pitture. Si potrebbe determinare tutta un'estetica della scrittura cinese.
Ogni carattere cinese si può considerare come una proposizione elittica di cui non si pronunzia che uno dei suoi elementi; gli altri sono ricordati all'occhio dai segni annessi al carattere stesso.
Così il mio dotto amico, algebrista e sinologo, miracolosamente ripescato. Avevamo ciarlato cammin facendo e ci avviammo giusto per via Roma, dove di sicuro non c'era nessun altro, in quel momento, che  s'occupava di cinese.
— Se andassimo a prender qualche cosa al nostro solito caffè di una volta? — propose il professore.
— Il caffè della Borsa?
— Sì.
— Ne hanno fatto un cinematografo! 
Il giorno dopo questa conversazione, tutto invasato di fervor cinese, mi sono dato attorno per Torino a cercare quanto di cinese si potesse trovare, in fatto di grammatiche, di lessici, di manuali. Manco male, dai librai che appestano le loro vetrine colle opere dell'insigne Barbusse ed altre tali, non trovai nulla!
Invece, bene spigolai da certi antiquari, su un bancherottolo di piazza San Carlo e presso una modesta e buona signorina che tiene in via Lagrange un negozio di libri scolastici, religiosi e di stampe.
Ho così in questo momento sul tavolo, mentre scrivo, la Lingua cinese parlata di F. Magnasco; le Tavole di scrittura cinese del dottor Senes, magnifiche; la Grammaire Mandarine di M. A. Bazin, classica, stampata a Parigi nel 1856: i Chinese sketches del Giles; il Manuel de la langue chinoise del Hochet...
Vi sareste immaginati tanto cinese sparpagliato per Torino, voi? Io no.
Io non so ancora, a dir vero, se mi darò allo studio della vantata lingua, ne ho assai paura!, ma intanto mi diverto a guardarla, e le tavole del dottor Senes mi procurano un grandissimo diletto. Pure a non capirne nulla, è bellissimo vedere il cinese, come il greco del marchese Colombi: anche più bello dello stesso arabo la cui calligrafia è di per sè sola un ricchissimo motivo orientale.
Non per nulla, in Cina, la scrittura è opera di pennello. Ogni segno si direbbe la stenografia di un disegno. E ve n'hanno che sembrano nastri svolazzanti, che hanno profili di pagode, che simulano gesti di braccia che paiono lame incrociate, che dànno l'idea di segnali di semaforo immobilizzati, di scrigni intarsiati, di appiccati appesi alla forca, di ali aperte, di graticole, di congegni di chiavi inglesi... Potete enumerare tutte le forme, tutti i simboli della vita!
Ed un'altra cosa divertente scopro, sfogliando la grammatica del Bazin, la grande quantità delle onomatopee per cui le cose entrano nel linguaggio col loro suono preciso. Tsi-tsi-uà-uà, è la voce di parecchie persone che parlano; Hi-hi, è la risata: Si-so, il fruscio della seta; Pi-pi-po-po, il crepitio della fiamma; Tsi-tsi, ricorda il lavoro del tessitore al telaio: Ko-tang-ko-tang, l'andirivieni regolare del bilanciere del pendolo. Ed aggiungete che ognuno è padrone, se gli fa piacere, di crearsi tutte quelle altre onomatopee che crede! Non è comodo? È una lingua ideale per i paroliberi!
Quanto a me, volete vedere che sono capacissimo già di infilarvi del cinese, e per giunta in versi? 

Quadretto cino-invernale
Mentr'arde il fuoco come un falò
cianciano insieme bimbi e papà:
hi-hi hi-hi, tsi-tsi-uà-uà;
entra la mamma: si-so si-so,
e siede a tessere: tsi-tsi-tsi-tsi;
in gabbia un passero canta: ci-ci;
la fiamma crepita: pi-pi-po-po,
calmo fa il pendolo: ko-tang-ko-tang:
così si vive sul Yan-tse-Kiang.

Impariamo il cinese?



(*) Del matematico Peano, mi piace rinviare al suo Latino sine flexione.

mercoledì 21 aprile 2010

E un'altra volta ancora

In queste mie quattro lezioni mi sono astretto, non per modestia (non sono modesto) a non parlare di me, ma mi viene troppo bene per non farlo: venti anni fa mi capitò, come può capitare a tutti, di leggere una versione in inglese da uno sconosciuto poeta cinese dell'ottavo secolo, uno dei duemila o tremila poeti di una delle tante dinastie cinesi. Mi piacque e mi limitai semplicemente a tradurre in italiano la poesia cinese, desumendola da questa precedente traduzione. Ad un certo punto, mi accorsi che, per dare un senso personale a quei quattro versi, bisognava che ce ne aggiungessi uno che non era nel testo originale, e che avrei inventato io.
Questo verso aggiunto cambiò completamente il significato dei quattro versi precedenti, vale a dire trasferì l'immagine da un universo confuciano ad un universo influenzato sia dal cristianesimo, sia dall'esistenzialismo. Anche la mia versione è un esempio di rifacimento, ma un esempio limite, poiché aggiunge addirittura un verso che non c'era nel testo di partenza. Si tratta di una poesia antica cinese, avente come tema il viaggio del Mandarino inviato in missione dall'Imperatore in qualche parte remota dell'Impero. Il testo nella mia traduzione recita:

Solo nella notte non riesco a prendere sonno.
Penso al mio Paese mille miglia lontano.
Quanti pensieri turbano il cuore del viaggiatore.
Questi capelli saranno domani invecchiati di un anno.

I versi della poesia originale propongono le malinconiche riflessioni sul tempo e sulla vita del funzionario cinese da una lontana e sperduta locanda, mentre il verso che io aggiunsi "Conosco l'ordine di viaggio: non posso aver paura" conferisce al tutto una nota eroica. "L'ordine di viaggio", o "foglio di via", è un mandato che è stato conferito e che, pur nel travaglio e nel dolore della solitudine, non permette di aver paura. Sebbene anche il mio verso possa essere letto dai nostri contemporanei in termini puramente esistenziali, per me rappresentava un atto di fiducia di tipo sostanzialmente religioso quale non avrebbe potuto esserci in un poeta cinese.

Franco Fortini, Realtà e paradosso della traduzione poetica, Napoli 1989

*
Proviamo a rileggerla ancora una volta, ora, tutta assieme:

Solo nella notte non riesco a prendere sonno.
Penso al mio Paese mille miglia lontano.
Quanti pensieri turbano il cuore del viaggiatore.
Questi capelli saranno domani invecchiati di un anno.
Conosco l'ordine di viaggio: non posso aver paura.

*
E un'altra volta ancora:

Solo nella notte non riesco a prendere sonno.
Penso al mio Paese mille miglia lontano.
Quanti pensieri turbano il cuore del viaggiatore.
Questi capelli saranno domani invecchiati di un anno.
Ma tu aspettami sulla riva, là dove il fiume è più azzurro.

sabato 20 marzo 2010

詩

Fino ad una decina di minuti fa, la parola più antica che conoscessi per indicare la poesia era ποίησις, da ποιεῖν, fare.

Da una decina di minuti è diventata 詩 (shī).

La poesia è composta da 言 (yán) e 寺 (sì), cioè da parole nel tempio.

Come ogni lirica che si rispetti, la si cantava (Aub tenía razón: antes cantan los niños que hablan).

言, a sua volta, contiene 口 (kǒu) (bocca): sono parole che escono dalla bocca.

寺 è formato da 土 (tǔ) (terra) e 寸 (cùn) (è un'unità di misura: la larghezza del pollice in corrispondenza dell'articolazione), il che mi fa pensare che nel tempio vi sia una certa nota d'umiltà rispetto all'aria che si respira in chiesa (Εκκλησία, assemblea).

(E lo chiamiamo greco antico.)

*

Aggiornamento

Questo post ha un merito, anzi due: ha indotto Studiolum ad arricchirlo con un contributo essenziale a commento qui sotto e gli ha poi ispirato un post che apporta ulteriori significati e interpretazioni. Lo ringrazio qui, in attesa di ripassare in quella miniera d'oro che è il suo blog.

mercoledì 16 dicembre 2009

庭前

Davanti al cortile, tutto il giorno in piedi fino alla notte
Sotto il lume, seduto fino all'alba
Se non avessi espresso questo sentimento, chi avrebbe potuto saperlo?
A più riprese, avreste potuto sentire un sospiro

Bai Ju-yi, 772-846