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domenica 20 novembre 2011

L'omino

Una volta B. ed io siamo andati a vedere una mostra di pittura che interessava ad entrambi. Dal momento della partenza, a Francoforte, fino all'arrivo ad Essen, abbiamo ininterrottamente ascoltato musica dei Rammstein (potenza dell'affetto per B.), parlandoci spesso sopra. Al ritorno, niente musica e solo qualche rara parola scambiata tra di noi (potenza dell'effetto di Caspar David Friedrich), tra cui il mio ricordargli che i tedeschi si sono furbescamente appropriati dello svedese Friedrich (debolezza del mio tendere alla provocazione). Con tutto l'affetto possibile per B. e per i suoi gusti musicali, il silenzioso viaggio di ritorno, se escludiamo la mia provocazione, è stato più bello di quello dell'andata.

La presenza di una Rückenfigur, una figura umana vista di spalle nel paesaggio, che ha generato molti scritti sulla capacità dello svedese di interpretare una visione romantica del mondo, esercita in me un'influenza di gran lunga più forte non nelle opere in cui un omino di spalle attira lo sguardo e contribuisce a condurlo nella direzione voluta dall'autore, ma in quelle in cui lo cerco a lungo senza trovarlo, perché in queste opere - e non sono poche - l'omino non c'è. È lì, nella sua presenza-assenza, proprio al culmine della sua rarefazione, che, libera di guardare la natura privata della presenza umana, divento io stessa l'omino che non c'è.

Non mi capita solo con Friedrich, ma anche con molte fotografie di Luigi Ghirri, che ha provato a guardare il mondo nei due modi detti. Non solo anche lui ha realizzato una lunga serie di opere in cui ha preso di spalle degli uomini e delle altre in cui la figura umana è apparentemente assente, ma si è occupato a fondo, ed esplicitamente, della questione dell'omino.
Fin da bambino, le fotografie che mi piacevano maggiormente erano quelle di paesaggio, che vedevo intercalate negli Atlanti con le carte geografiche. Mi affascinavano particolarmente queste fotografie, dove immancabile, immobile, appariva un piccolo uomo sovrastato dalle cascate del Niagara, monti, rocce, alberi altissimi e palme grandiose, o sul ciglio di un burrone. Questo omino lo trovavo poi nelle cartoline, che raffiguravano piazze più o meno celebri, oppure arrampicato su monumenti storici, o disperso nel foro di Roma, o sotto la torre di Pisa. Quello dell'omino era uno stato di continua contemplazione del mondo, e la sua presenza nelle immagini conferiva a queste un fascino particolare. Non solo era il metro di misurazione delle meraviglie rappresentate, ma grazie a questa misura umana mi restituiva l'idea dello spazio; io lo vedevo in questo modo e credevo attraverso questo omino di comprendere il mondo e lo spazio.
Quando più tardi ho iniziato a fotografare, ho continuato a guardare le fotografie di paesaggio, ma non ho più trovato l’omino. Scenari stupendi, fondali, spazi sempre più deserti ed incomprensibili si susseguivano, si frantumavano, si moltiplicavano in modo sempre più vertiginoso. Ma tutto questo mi sembrava inabitabile, o meglio i luoghi si erano dissolti, erano rimasti splendidi fondali in bianco e nero o in technicolor, l’omino era sparito; se ne era andato via ed aveva portato con sé la rappresentazione dei paesaggi e vi aveva lasciato il loro simulacro.  
Italian Studies, Heffers Printers, 2000
È probabilmente per la scelta dei suoi simulacri, delle parvenze che questi lasciano intravvedere, che le nature morte di Ghirri mi sembrano piene di vita e di presenza umana. Ce n'è una che mi piace particolarmente, scattata nell'atelier di Giorgio Morandi, perché fa elegantemente il verso alle bottiglie di questi usando altri oggetti (dei libri), giocando così con la nostra memoria, e perché lascia ampio spazio al vuoto, al silenzio e alla sospensione del tempo. Per una fortunata coincidenza, i libri di cui si riescono a leggere le copertine nella foto di Ghirri sono delle raccolte di poesie di Tagore e di Leopardi e, per un'altrettanto fortunata coincidenza, la raccolta leopardiana è scompaginata, quasi disossata, mentre quella di Tagore è integra.

Atelier Giorgio Morandi, via Fondazza, Bologna, 1989-1990

Tutto questo per provare ad esprimere quello che Charms avrebbe potuto sintetizzare più o meno così: 

Con omino: Bosch, Bruegel
Senza omino: de Chirico
Con e senza omino: Friedrich, Turner, Ghirri

altrimenti detto

Con omino (dentro o fuori): Bosch, Bruegel, de Chirico, Friedrich, Turner, Ghirri

E questo è (quasi) tutto.

Quasi perché è chiaro che dietro ad ogni parola fin qui inserita avevo in mente una poesia:

Dicono che la mia
sia una poesia d’inappartenenza.
Ma s’era tua era di qualcuno:
di te che non sei più forma, ma essenza.
Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il Tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno è la più diffusa delle nubi.
Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.
Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi siamo una cosa sola.

Eugenio Montale

È sicuramente meno chiaro che dietro ad ogni parola avevo in mente anche un'amicizia a tre di breve, ma intensa durata. Nel periodo in cui è durata, ciascuno di noi tre ha fotografato delle figure di playmobil, gli omini per eccellenza dei tempi moderni, se non ultramoderni, con quel loro imperturbabile sorriso cristallizzato, che nessun evento riesce a scalfire. Al di là degli scarsi, se non nulli, esiti artistici, il gioco, in quanto gioco, non aveva nulla di superficiale, prova ne sia che da quando il rapporto si è concluso, non ho fotografato più alcun playmobil e, più in generale, sono tornata a fotografare pochissimo, quasi nulla, come era mia abitudine prima di quell'amicizia. Gli altri due partecipanti al gioco sembrano essersi dati una spiegazione della fine del rapporto e hanno dimostrato, seppur in modo diverso, il raggiungimento di un radicato convincimento che si sta esprimendo in un lungo silenzio, tanto ostinato quanto ostinati sono stati i miei tentativi di romperlo: uno ha affermato che sono emerse delle incompatibilità che erano presenti fin dall'inizio, l'altro che alcuni rapporti sono destinati a non durare. Io non lo conosco ancora, il vero Perché di quell'interruzione, anche se ho cercato di attribuirlo ad una fase non fortunatissima della mia vita: ora so solo che non ho interesse a trovarlo più e che forse (ripeto: forse) ha avuto a che fare con una questione di assenza-presenza, distanza-vicinanza e vuoto-pieno. L'ultimo mio tentativo di rompere il silenzio risale ad un paio di mesi fa. Resterà l'ultimo da quando ho ritrovato una pagina di Marías (che con tutta probabilità pensano si attagli perfettamente a me), un autore che, suo malgrado, è destinato a fare la stessa fine delle mie fotografie, scomparire dal mio paesaggio quotidiano, forse per essere più presente in quello del ricordo.
Hay personas que no perdonan que se porte uno bien con ellas, que les tenga lealtad, que las defienda y les preste su apoyo, no digamos que les haga un favor o las saque de algún apuro, eso puedes ser la sentencia definitiva para el bienhechor, me juego lo que sea a que conocerás tus ejemplos. Parece como si esas personas se sintieran humilladas por el afecto y la buena atención, o pensaran que con eso se las hace de menos, o no soportaran creerse en imaginaria deuda, u obligados a gratitud, no sé. Claro que esos individuos no querrían lo contrario tampoco, válgame el cielo, son de una gran inseguridad. Y no perdonarían aún menos que se portase uno mal y con deslealtad, que les negara favores y los dejara metidos en sus atolladeros. Hay personas que simplemente resultan ser imposibles, y lo único sabio es apartarse de ellas y mantenerlas lejos, que no se te acerquen ni para bien ni para mal, que no cuenten contigo, no existir para ellas, ni siquiera para combatirlas. Claro que eso es un desideratum. Por desgracia uno no resulta invisible a voluntad y según su elección. 
Javier Marías, Tu rostro mañana. Fiebre y Lanza, Alfaguara
Che un giorno, ad interrompersi, sia quel silenzio, resta il mio desideratum.

martedì 15 novembre 2011

Il fine orecchio di Giove

Dunque primieramente in provvedere
A se di novo capo in quelle strette
Porre ogni lor pensier le afflitte schiere
Per lo scampo comun furon costrette:
Dura necessità, ch’uomini e fere
Per salute a servaggio sottomette,
E della vita in prezzo il mondo priva
Del maggior ben per cui la vita è viva.

Stabile elezion per or non piacque
Far; né potean; ma differire a quando
In Topaia tornati, ove già nacque
La più parte di lor, la tema in bando
Avrian cacciata, e le ranocchie e l’acque
E seco il granchio barbaro e nefando,
Né credean ciò lontan lunga stagione,
Avrian posto in eterna obblivione.

                               

 Miratur Agenore nata,
quod tam formosus, quod proelia nulla minetur;
sed quamvis mitem metuit contingere primo,
mox adit et flores ad candida porrigit ora.
gaudet amans et, dum veniat sperata voluptas,
oscula dat manibus; vix iam, vix cetera differt;
et nunc adludit viridique exsultat in herba,
nunc latus in fulvis niveum deponit harenis;
paulatimque metu dempto modo pectora praebet
virginea plaudenda manu, modo cornua sertis
inpedienda novis; ausa est quoque regia virgo
nescia, quem premeret, tergo considere tauri,
cum deus a terra siccoque a litore sensim
falsa pedum primis vestigia ponit in undis;
inde abit ulterius mediique per aequora ponti
fert praedam: pavet haec litusque ablata relictum
respicit et dextra cornum tenet, altera dorso
inposita est; tremulae sinuantur flamine vestes.

Ovidio, Metamorfosi, II, 858-875

Dopo anni di inani tentativi e molte insistenze, la dea della democrazia, Sola, riuscì a convincere Giove ad ascoltare le preci del popolo di Roma.

- Gioove! Gioove! Gioove!
- ...
- Gioove!
- ...
- AGGIOVE!
- Anvedi, ancora la pischella. Che d'è?
- Giove, sono 17 anni che non muovi neanche un dito mignolo, per il popolo di Roma.
- E daje co' 'sta storia. Nun me va de faticà, gnaafò. Nun hai visto che anche quanno c'ho le sembianze de Zzeus nun lancio manco un nocciolo d'oliva sull'Ellade?
- Fallo almeno per Europa. Non ci pensi proprio più, ad Europa?
- Eh, se ce penzo, tutti i ggiorni che mando sulla tera, ce penzo.
- Allora rispondi al popolo di Roma. Dice che se gli dai quello che chiede, Europa ritorna da te, in tutto il suo splendore.
- Ma davero davero? E che vvo', er popolo?
- Non lo senti? Mari e monti, Giove, mari e monti.
- E che cce vo'. Ecchetelo tiè.

martedì 14 giugno 2011

La fabriche dai predis

Dut al è gracie.
Diari di un curât di campagne, Georges Bernanos

C'è un libro di un prete friulano, Antonio Bellina, scritto in friulano, edito da una casa editrice friulana e dedicato alla sua esperienza di ragazzo friulano in un seminario friulano negli anni '50: potenzialmente un vero e proprio incubo, se soffrissi anche solo di una lieve forma di campanilismo, e anche una potenziale occasione di dare sfogo alla mia parte più anticlericale, se mai avvertissi la necessità di sfoghi di questo tipo. Solo che nel caso de La fabriche dai predis (La fabbrica dei preti) sarebbe un gioco troppo facile, sia per il suo contenuto, una testimonianza diretta sul sistema del seminario cattolico, per illustrare le cui regole e ritualità volte ad annullare la personalità e la pienezza dell'essere uomo rispetto alle esigenze di un sistema a lui superiore l'autore ricorre a continui paragoni con i regimi totalitari, sia perché il volume è stato ritirato dal commercio e pare ne sia stata vietata la traduzione in italiano.

Tuttavia, non provo queste sofferenze né ho di queste necessità, quindi niente incubi e niente sfoghi o denunce, che si trovano già ben documentate a dispetto degli ostacoli posti alla diffusione del libro. Come in altre occasioni, ne riporto solo qualche passaggio per lasciare traccia del modo in cui pre Antoni guardava il mondo - riconoscendone la gracie dappertutto e restituendola con il suo bellissimo friulano - , per rendere un marginale, ma concreto omaggio a Dovlatov, che riusciva ad estrarre passaggi lievi anche da Delitto e castigo, uno dei classics de leteradure russe che Antoni amava leggere e, infine, per ricordare a chi si scandalizza a causa del ritiro del libro dal commercio e del suo divieto di traduzione che il friulano non è l'ungherese, che esistono le biblioteche, che ben quindici di queste ne sono attualmente provviste, ma che in tutta certezza uno degli almeno quindici esemplari non è al momento disponibile in quanto dato in prestito ieri.
Jo o soi nassût ai 11 di fevrâr dal 1941. In chê dì la glesie e ricuarde l'aparizion de Madone di Lurt a sante Bernardete. Puedial esisti un sant che nol seti nassût o muart tune dì dedicade a la Madone? Si à di tignî cont che, a diference de int normâl che e vîf tune cotidiane casualitât, pa lis animis eletis no esist casualitât e dut à un significât, comprendûz i dîs dal lunari.
Cuanche o stavi par nassi, mê mari si è insumiade che, denant dal altâr de Madone, al ere un frut vistût di predi, cu la toneute nere e la cuetute blancje, dut intent a cjalâr la Madone e a preâ. In chê volte no si saveve, come cumò, se al nasseve frut o frute, e jo no ieri l'unic mascjo de famee, vint un fradi plui grant di me e un plui piçul. Mê mari no à fat nissun sium cun nissun âtri e duncje si pò dî cun relative sigurece che chel predessut o eri jo. Dut chest lu ài savût cetant in ca, dopo predi, e mi à simpri fat un pêl di impression. Difat, cuant che mi domandin il parcè che o soi jentrât in cheste congreghe mate e salvadie, o rispuint che no cjati une reson particolâr ma che no mi visi di un moment de vite che no veti pensât di fâ chest mistîr. Come se o fos stât condanât a cjapâ cheste strade. 
Sono nato l'11 febbraio del 1941. In quel giorno la chiesa commemora l'apparizione della Madonna di Lourdes a santa Bernardette. Può esistere un santo che non sia nato o morto in un giorno dedicato alla Madonna? Bisogna tener conto che, a differenza della gente normale che vive una quotidiana casualità, per le anime elette non esiste casualità e tutto ha un significato, compresi i giorni del calendario.
Quando stavo per nascere, mia madre ha sognato che, di fronte all'altare della Madonna, c'era un bambino vestito da prete, con la tunichetta nera e il colletto bianco, tutto intento a guardare la Madonna e a pregare. Allora non si sapeva, come oggi, se chi nasceva era maschio o femmina, e io non ero l'unico maschio della famiglia, avendo un fratello più grande di me ed uno più piccolo. Mia madre non ha fatto nessun sogno con nessun altro e dunque si può affermare con assoluta certezza che quel piccolo prete ero io.
Tutto questo l'ho saputo molto dopo, quand'ero già prete, e mi ha sempre fatto un pò di impressione. Infatti, quando mi chiedono perché sono entrato in questa congrega di matti e selvatici, rispondo che non trovo una ragione ben precisa, ma che non ricordo un momento della mia vita in cui non abbia pensato di svolgere questo mestiere. Come se fossi stato condannato a prendere questa strada.
Mi vevin spedît di Cjastelîr il formulari e si veve di tornâlu firmât entri il mês d'avost. Alore o ài fat come lis fiis di Lot che a volevin vê une dissendence di lôr pari, come che nus conte la Bibie tal cjap. 19 de Gjenesi. Par vêlu in lôr podê, lu àn incjocât. Jo o vevi metût vie cualchi palanche fasint il mocul tai funerâi e cussì no mi è stât dificil comprâ un fiasc di vin e cjapâ gno pari pal cuel.
Sul imprin al à nasade la fuee e no si fidave. Plan plachin si è smolât pareceche il vin al servis ancje par smolâ i frens inibitoris e par smamî la luciditât. Po e ven la fase de comozion e de cjoche vajote e gno pari al à tacât a vaî dut content e incorât che un fì al les predi. Al ere il moment just par me e fatâl par lui. Al à firmât un pôc stuart e jo o ài spessât a tirâtj vie il document. No volevi che m'al maglas di vin e soredut no volevi che m'al sbregas tun colp di rinsaviment.
Seben che o eri frut, la vite mi veve madressût a la svelte, a la scuele dure ma feconde de puaretât e dai fastidis. O ài cjapât il sfuei di protocol, lu ài strent al cûr come che san Tarcisio al strengeve lis particulis e le ài tovade. Gno pari al à capît che al veve fat alc che nol veve di fâ e, tigninsi dûr miei ch'al podeve, mi à corût daûr pe contrade e mi à tirât ancje doi cugui che a varessin podû rompimi la crepe, se jo o ves vude mancul buine gjambe e lui plui buine smicje. O sai che no jè la miôr robe che o ài fate. O sai che in chel moment no erin âtris possibilitâz e che no lu fasevi par puartâj via la robe ma par sugurâmi la libertât di lâ pe mê strade. Une strade che salacôr no mertave tantis vitis, pes delusions che mi à dadis.
Mi avevano spedito da Castellerio il formulario e bisognava restituirlo firmato entro il mese di agosto. Allora ho fatto come le figlie di Lot che volevano avere una discendenza dal loro padre, come ci racconta la Bibbia nel cap. 19 della Genesi. Per averlo in loro potere, lo hanno ubriacato. Avevo messo via qualche soldo facendo il chierichetto ai funerali e così non mi è stato difficile comprare un fiasco di vino e prendere mio padre con quello.
Sulle prime aveva annusato la foglia e non si fidava. Piano piano si è lasciato un po' andare, perché il vino serve anche per allentare i freni inibitori e per annebbiare la mente. Poi viene la fase della commozione e dell'ubriacatura triste e mio padre ha iniziato a piangere tutto contento e orgoglioso che un figlio diventasse prete. Era il momento buono per me e fatale per lui. Ha firmato un po' storto e io gli ho subito tolto di mano il documento. Non volevo che me lo macchiasse di vino e soprattutto non volevo che me lo strappasse in un momento di lucidità.
Nonostante fossi ancora un bambino, la vita mi aveva maturato alla svelta, alla dura ma ricca scuola della povertà e dei problemi. Ho preso il foglio di protocollo, l'ho stretto al cuore come san Tarcisio quando stringeva le particole e sono scappato. Mio padre ha capito subito di aver fatto qualcosa che non avrebbe dovuto fare e, cercando di reggersi meglio che poteva, mi è corso dietro per tutta la contrada e mi ha anche lanciato due pietre che avrebbero potuto spaccarmi la testa, se io avessi avuto gambe meno forti e lui una migliore mira. Lo so che non è la cosa migliore che ho fatto. Lo so che in quel momento non c'erano altre possibilità e che non l'ho fatto per portargli via i suoi averi, ma per assicurarmi la libertà di andare per la mia strada. Una strada che forse non meritava tanti sforzi, per le delusioni che mi ha dato.
In te cancelerie a vevin juste il stret necessari, no chei stragjos di cumò, cun mil marcjs diferentis. Par lavâsi i dinc' a vevin il Colgate. Al costave dusinte francs. Un dì un clericut gnûf di Curnin, Molinaro Leo, al è stât mandât dal prefet a comprâsi il dentifricio, che no 'n' veve. Al à domandât un tubet. Il cleric grant j à domandât: "Colgate?". Chel âtri j à domandât: "Quanto costa?". "Duecento lire" j à respundût il buteghîr. "Allora me lo dia senza" al à suspirât biât Leo, ch'al veve dome cent e cincuante francs. Al pensave che a esistessin tubez "col-gate" o cence, plui a bon prestit.
In cancelleria avevamo lo stretto necessario, non quelle stragi di oggi, con mille marche diverse. Per lavarsi i denti avevamo il Colgate. Costava duecento lire. Un giorno, un nuovo chierichino di Cornino, Leo Molinaro, era stato mandato dal prefetto a comprarsi il dentifricio, ché non ne aveva. Ha chiesto un tubetto. Il chierico più adulto gli ha chiesto: "Colgate?". L'altro gli ha chiesto: "Quanto costa?". "Duecento lire" gli ha risposto il bottegaio. "Allora me lo dia senza" ha sospirato ingenuamente Leo, che aveva solo centocinquanta lire. Pensava che esistessero tubetti "col-gate" o senza, più a buon mercato.
Une robe biele di chel seminari al ere il curtilon lung e larc come dutis lis dôs alis e, plui in sù, la pinete cul cjamp di balon. Jo no soi mai stât un sportîf o un žujadôr ma instes mi plaseve dut chel splaç contornât di une cise folte ma che ti permeteve instes di cjal lis culinis dal Friûl e, in lontanance, la splendide cjadene des nestris monz. Ti faseve provâ chel sens di infinît ch'al scrîf il Leopardi, ancje lui presonîr tal so palaç nobiliâr. Forsit e jè la condane o la ilusion di duc' chei che a son in scjaipule: di viodi che la vite e scomence juste di là dal gàtar o dal barcon o dal mûr o de cise. 
Una cosa bella di quel seminario era il grande cortile lungo e largo come tutte e due le ali e, più in su, la pineta col campo da calcio. Io non sono mai stato uno sportivo o un giocatore, ma mi piaceva lo stesso tutto quello spiazzo contornato da una siepe folta, ma che ti permetteva lo stesso di guardare le colline del Friuli e, in lontananza, la splendida catena dei nostri monti. Ti faceva provare quel senso di infinito di cui ha scritto il Leopardi, anche lui prigioniero nel suo palazzo nobiliare. Forse è la condanna o l'illusione di tutti quelli che sono in gabbia: vedere che la vita comincia giusto al di là dell'inferriata o del balcone o del muro o della siepe.
La seconde esperience, plui traumatiche, biele, mistereose, le ài vivude a distance de un an, simpri d'istât. Si viôt che e jè une stagjon galiote o là che la vite e lavore cun plui fuarce. Si ere sul imbrunî di une di chês seris di prin setembar e o tornavi dongje de campagne, là che o passavi grant part dal gno timp di vacance dopo di vê atindût ai miei dovês religjôs di cleric. O eri content, come chê fantaçute dal Leopardi che soresere e tornave dongje dai ciamps furnide di routis e violis il pet e la cjavelade. O sai ancje il puest: te contrade dal patriarcje Bertrant, pôc distant di cjase. O stavi siviluçant e o coruçavi, no tant par cuistions di presse, ma pareceche la vite e coreve, ansit e trotave dentri di me. A un cert pont o ài sintût un gran cjalt pe muse e jù pal cuarp, come se mi dislides, un sfiniment dolç, une sensazion di rilassament gjenerâl, come se mi molassin lis fuarcis e la volontât non esistes plui. Un di chei momenz stranis che tu volaressis ch'a passassin e tal stes timp che a durassin par simpri. O ài tacât a cori plui svelt, cence savê il parcè, e cuant che mi pareve di no resisti plui, mi a passât dut, lassantmi in grande pâs. Ma ancje bagnât.
Clâr che no j ài contât nuje a dinissun. O clucivi dentri di me il gno segret sperant che chel moment al tornas, parceche al ere stât masse biel. Mi apartavi simpri plui dispes par tornâ a riviv cun dutis lis fuarcis e l'intensitât de memorie chel istant di paradîs che al veve trasformât il gno cuarp inmò gherp tune fontane di contentece. E intant mi tocjavi cence nissune malicie, come par riclamâ un sium e ripeti un meracul. E il meracul si è repetût puntuâl, ancje se no cu la stesse sorprese e intensitât de prime volte. Ancje jo, puar passarut solitari de campagne di Vençon, cence amîs nè divertimenz, cence distrazions o golis, o vevi cjatât il nît dai miei desideris. Une contentece che no costave nuje e o podevi vêle ancje jo, par tantis resons ža cjastiât e segnât de vite.
La seconda esperienza, più traumatica, bella, misteriosa, l'ho vissuta a distanza di un anno, sempre d'estate. Si vede che è una stagione galeotta dove la vita lavora con più forza. Si era all'imbrunire di una di quelle sere di inizio settembre e io tornavo in campagna, dove passavo gran parte del mio tempo delle vacanze dopo aver compiuto i miei doveri religiosi di chierico. Ero contento come la donzelletta del Leopardi che di sera tornava dai campi con roselline e viole sul petto e nei capelli. Mi ricordo anche il posto: nella contrada del patriarca Bertrando, poco lontano da casa. Stavo fischiettando e correvo qua e là, non tanto per questione di fretta, ma perché la vita correva e trottava dentro di me. Ad un certo punto ho sentito un gran calore al volto e lungo il corpo, come se mi sciogliessi, uno sfinimento dolce, una sensazione di rilassamento generale, come se mi venissero meno le forze e la volontà non esistesse più. Uno di quei momenti strani che vorresti passassero e che allo stesso tempo durassero per sempre. Ho cominciato a correre più svelto, senza sapere il perché, e quando mi pareva di non resistere più, mi è passato tutto, lasciandomi in una grande pace. Ma anche bagnato.
Chiaro che non ho raccontato niente a nessuno. Custodivo dentro di me il mio segreto sperando che quel momento tornasse, perché era stato troppo bello. Mi appartavo sempre più spesso per tornare a rivivere con tutte le forze e l'intensità della memoria quell'istante di paradiso che aveva trasformato il mio corpo ancora acerbo in una fontana di felicità. E intanto mi toccavo senza nessuna malizia, come per richiamare un sogno e ripetere un miracolo. E il miracolo si ripeteva puntuale, anche se non con la stessa sorpresa ed intensità della prima volta. Anch'io, povero passerotto solitario della campagna di Venzone, senza amici né divertimenti, senza distrazioni o voglie, avevo trovato il nido dei miei desideri. Una felicità che non costava niente e che potevo avere anch'io, per tanti motivi già cacciato e segnato dalla vita.  
Antoni Beline, La fabriche dai predis, Glesie furlane, 1999

Tra le sue numerose opere, Anotnio Bellina ha tradotto le fiabe di Esopo e quelle di Fedro e la Bibbia in friulano.
Paolo Rumiz ha citato La fabriche dai predis in una pagina del suo È Oriente dedicata al Friuli e ne ha scritto sul quotidiano Il PiccoloÈ grazie a lui che ho sentito parlare per la prima volta di Antonio Bellina.

domenica 27 febbraio 2011

Silenzio

Basta, mi fermo. Continuare a lasciare traccia di poesia, musica e parole e di quel poco d'altro che mi riesce facendo finta che nel Paese dove si parla la lingua in cui qui mi esprimo non stia succedendo niente o niente di grave mi è diventato impossibile e veramente troppo grande lo sforzo per continuare a non nominare mai Silvio Berlusconi, la sua corte, i suoi recidivi elettori e tutti i potenti che, tacendo, non gli fanno mancare l'appoggio, seppure indiretto, nella consapevolezza che, se lo nominassi, niente potrei aggiungere al già noto. I fatti sono notissimi, accessibili e visibili a tutti coloro che li vogliano e sappiano leggere e vedere.

In questo momento, tra la possibilità di ignorare, in questo spazio, quello che sta accadendo e la possibilità di estrinsecare o di sublimare i miei sentimenti ed i miei pensieri in altro modo in misura proporzionale a quanto tutto ciò mi occupa, scelgo il silenzio. L'attacco alla scuola pubblica, così diretto da sembrare la confessione più aperta dei suoi disegni, è gravissimo. Colpisce, in una sola volta, semplicemente tutto quello in cui credo e tutto quello che sono.

Sono quello che sono anche perché sono nata in Italia, per quanto in una sua appendice di frontiera, che italiana è diventata per caso e malamente. Sono quello che sono anche perché ho frequentato la scuola pubblica italiana(1), a cui sarò sempre debitrice, e senza la quale la democrazia perderebbe ogni residuo significato, facendo svanire del tutto la speranza in generazioni migliori della mia. Sono quello che sono anche perché non mi accontento della democrazia di facciata, svuotata nei suoi contenuti e privata delle sue regole di base. Sono quello che sono anche perché credo nell'accoglienza dello straniero e nel rispetto delle minoranze, tutte. Sono quello che sono anche perché credo che non abbia alcuna autorità morale chi, come la Chiesa cattolica, si astenga dal condannare Silvio Berlusconi in cambio della promessa, da parte di questi, di impedire il riconoscimento di pieni diritti agli omosessuali. Sono quello che sono anche perché mi sono presentata ovunque in quanto Francesca, senza reti o appoggi di qualsiasi tipo, solo con le mie capacità e le mie incapacità. Sono quello che sono anche perché ci ho provato a sufficienza, in Italia, spostandomi ovunque e incassando ovunque sberle quotidiane, tipo quella di chi mi ha concesso l'onore di un colloquio di lavoro il cui unico scopo, scoprii alla fine, era quello di vedere in carne ed ossa un ingegnere donna o di chi non investiva in ricerca e conoscenza o di chi non voleva saperne di operai iscritti al sindacato o di chi non rispettava le più elementari norme di sicurezza ed ambientali o di chi mi pagava in misura tale da coprire a stento un affitto di uno squallidissimo monolocale che costava allora più di certi affitti concessi dalla Baggina, a tutt'oggi, a gente che non ne avrebbe il minimo bisogno. Sono quello che sono anche perché il mio primo contratto di lavoro a tempo indeterminato e il mio primo stipendio commisurato alle mie capacità e potenzialità e al costo della vita li ho trovati in Germania, da perfetta sconosciuta, per di più con una allora rudimentale conoscenza della lingua locale. Sono quello che sono anche perché credo che non tutto sia in vendita e men che meno le persone, giovani donne o giudici o avvocati o giornalisti o deputati che siano. Sono quello che sono anche perché credo che l'ironia sia importante, ma non possa niente rispetto ad una realtà che urla giustizia ogni giorno e la cui condizione di ingiustizia solo per puro caso non ha ancora innescato atti di violenza e rispetto ad un presidente del consiglio dei ministri, altrove ineleggibile ab ovo, che non solo disprezza la democrazia (qui è in buona compagnia), ma che continua a ridere e a raccontare barzellette idiote (questo è il suo tristo marchio esclusivo). Sono quello che sono anche perché non temo, con queste mie parole, di finire nel ridicolo.

Mi fermo finché Silvio Berlusconi non si sarà dimesso e non si sarà sottoposto ai processi nei quali è imputato, almeno a quelli che non è riuscito ancora ad annichilire a colpi di prescrizioni ottenute per decreto. Non sarà la soluzione di tutti i problemi, ma sarà un buon inizio. 

Non mi aspetto niente da questo mio gesto, individuale e del tutto minore, sproporzionatamente minore e incongruo rispetto alla realtà dei fatti e chiaramente fuori bersaglio. È solo il mio ultimo modo di dire basta, proprio l'ultimo a mia disposizione, avendo già esaurito tutti gli altri modi ben prima di oggi e visto che hanno pensato di togliermi non solo il diritto di voto, se penso che alle ultime elezioni politiche hanno probabilmente buttato via o alterato la mia scheda elettorale(2), ma forse anche la speranza. 

Basta, mi fermo. Silenzio.


(1) "Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori."

Silvio Berlusconi, 26 febbraio 2011

(2) Dalle intercettazioni emerge anche che Di Girolamo si è recato in Germania assieme agli esponenti della cosca Arena della famiglia di Isola Capo Rizzuto per procurare voti come scrive il gip "avvalendosi della capacità di intimidazione e dell’operatività della cosca mafiosa reperivano voti presso gli immigrati calabresi in particolare nel distretto di Stoccarda e Francoforte. Dove grazie al supporto del mafioso Franco Pugliese, riciclatore dei beni della famiglia Arena difesa dall’avvocato Colosimo ora latitante, reperivano le schede elettorali in bianco inviate agli elettori residenti all’estero provvedendo al riempimento inserendovi abusivamente il nominativo Di Girolamo Nicola Paolo".

Il Fatto quotidiano, 24 febbraio 2010


*

P.S.
Quello che non emerge, quando il Pd raccoglie dieci milioni di firme o quando giornali come La Repubblica o L'Unità pubblicano i loro periodici inviti ai lettori ad inviare firme o espressioni di protesta in forma di pensierini o di foto contro i fatti del giorno, anche volendo tralasciarne la discutibile modalità, è che non è oggi che ci si deve indignare: oggi è ogni giorno sempre più tardi per farlo e farlo è un continuare a scaricare sugli altri le proprie personali, individuali responsabilità, piccole o irrisorie che siano, che ci sono sempre, se non altro per non aver fatto abbastanza per contribuire ad un possibile cambiamento. L'immagine che diamo all'estero, di cui molto si tende a parlare, non può essere la molla della ribellione o del riscatto e tanto meno il nostro metro di misura: se ci preoccupiamo tanto dell'immagine all'estero, ci riduciamo ad usare gli stessi parametri dell'Italia che molti di noi non vogliono (e poi nessuno, all'estero, proprio nessuno, ha una statura tale da ergersi a giudice in grado di puntare il dito contro di noi o la nostra storia, che tra l'altro conoscono - e conosciamo - parzialmente e male). Quello che ogni giorno aumenta, accumulandosi su uno strato già ben sedimentato, e di cui nessuno sembra volere farsi seriamente carico, è l'umiliazione, che non ha niente a che vedere con quella eventualmente derivante dai giudizi altrui, ma piuttosto con quella che a me sembra così lampante se siamo noi stessi a guardarci bene e a fondo. Aumenta anche la fatica nel trovare, nella storia del nostro Paese fino al suo presente, la continuità di un fil rouge del fare le cose e del farle bene, con onestà e dignità, il filo rosso che dia spazio alla speranza insomma, un filo che, dopo il Rinascimento, si è spezzato troppe volte e si è lasciato intravvedere a tratti sempre più brevi e sottili, fino a scomparire quasi del tutto dopo la Resistenza. Alcune trame del filo si possono vedere ancora: sono certe piazze di paese, dei paesaggi in cui si intravvede la mano dell'uomo discreta e rispettosa del territorio, degli antichi argini di fiumi, le geometrie di alcuni tetti, certi piccoli attrezzi od oggetti di artigianato, molte musiche, molti sapori e profumi, e moltissime persone che operano anonimamente, senza clamore. Altre trame sembrano del tutto sommerse, come i rari - ma preziosissimi - momenti di rivolta del popolo minuto e minutissimo e i pensieri di molti uomini passati. Tra questi ultimi, per me, non pochi pensieri di Leopardi. Ne ho trovato ora una lettera che, sebbene non possa e non debba cancellare tutto il resto, dire deludente e mortificante è dire poco. Tuttavia, se non ci si confronta prima di tutto con i propri errori in senso ampio, inclusi gli errori di coloro che fanno parte della propria storia, o quanto meno della parte più affine, non si può neanche cominciare a pensare di cambiare alcunché, ed è per questo che riporto la sua lettera.
Eminentissimo Principe. Incoraggiato dai luminosi esempi di sua generosa benevolenza verso quei sudditi Pontificii che in qualche modo si affaticano per li progressi de' buoni studi, supplico l'Eminenza Vostra Reverendissima a rivolgere anche sopra di me i suoi benefici sguardi.
Essendomi finora applicato alle lingue classiche e a quelle materie che più direttamente dipendono dalle medesime ho pur troppo conosciuto che dovrei rinunziare a ogni speranza di ulteriori avanzamenti se continuassi a vivere in Recanati mia patria.
D'altronde mio padre aggravato di prole, e per le passate vicende attenuato di rendite, non ha mezzi di mantenermi in altro luogo dove la Società d'uomini di Lettere, e il soccorso de' libri possano confezionare le mie deboli cognizioni.
Sarebbe pertanto mia fervida brama di giungere a questo scopo coll'esercizio di qualche impiego amministrativo, nel quale servendo fedelmente lo Stato, avessi il modo di servire ancora, secondo le mie scarse forze, all'incremento di quelle scienze a cui mi sono dedicato.
Veggo che niun impiego potrebb'essere più confacente alle mie mire e alle mie ristrette capacità che quello di Cancelliere del Censo in qualche importante Capoluogo di Delegazione. E se attualmente non ve n'ha alcuno vacante, non manca certamente all'Eminenza Vostra Reverendissima il modo di supplire a ciò, conferendo ad alcuno degli attuali Cancellieri del Censo qualche equivalente impiego che fosse ora vacante o per vacare.
Supplico l'Eminenza Vostra a perdonare colla sua tanto acclamata bontà il mio ardire, ed attribuirlo alla fiducia che m'ispira il suo gran cuore, permettendomi intanto di segnarmi con profonda venerazione e gratitudine di Vostra Eminenza Reverendissima umilissimo, devotissimo, obbligatissimo Servitore.
Lettera di Giacomo Leopardi al cardinal Consalvi, 1823. Tratta da Ermanno Rea, La fabbrica dell'obbedienza. Il lato oscuro e complice degli italiani, Feltrinelli, 2011

martedì 25 gennaio 2011

Destino

'Na roba sola so: che sicuro andarò do' che va tute le foie; sì, tute, se le xe bele o brute.
Virgilio Giotti, La canzon de la foia portada dal vento (dalla Imitazione di Leopardi), 24 gennaio 1906
(una cosa sola so: che sicuramente andrò dove vanno tutte le foglie: sì, tutte, che siano belle o brutte)


Le destin

Le destin n’est pas notre destin, comment dissocier nous de notre destin comme si nous étions spectateurs étrangers au déroulement d’une somme dont nous serions aussi l’objet-sujet.
Nous n’avons pas de destin.
Nous sommes un destin.
Ce destin que nous sommes est baroque.
Comment le tirer :
Voir un destin : selon quels découpages ?
Le destin d’un homme : nous ne saurons jamais ce que de son destin passé il a gardé afin de vivre le destin qu’il vit selon sa mémoire, ses sentiments, son émotion, sa personnalité.
Ce qui se passe : À quels carrefours de flux visibles se trouve-t-il ?

Tarkos, le baroque, al dante, 2009

Il destino non è il nostro destino, come dissociarci dal nostro destino come se fossimo spettatori estranei allo svolgimento di una somma di cui saremmo anche l'oggetto-soggetto.
Non abbiamo un destino.
Siamo un destino.
Questo destino che siamo è barocco.
Come derivarlo:
Trovare un destino: in base a quali suddivisioni?
Il destino di un uomo: non sapremo mai quello che ha conservato del suo destino passato per vivere il destino che vive secondo la sua memoria, i suoi sentimenti, la sua emozione, la sua personalità.
Quello che succede: A quali incroci di flussi visibili si trova?

*

Nel profondo
cieco mondo
si precipiti la sorte
già spietata a questo cor.
Vincerà l’amor più forte
con l’aita del valor.
Vivaldi/Braccioli, Orlando furioso, Nel profondo, Marilyn Horne

*

Irène

venerdì 30 aprile 2010

Ode all'elettricità

Dall'ambra di Talete alla formula di Lenin (Коммунизм есть Советская власть плюс электрификация всей страны - Il comunismo è il potere sovietico più l'elettrificazione di tutto il paese) ce n'è, di pensieri dedicati alle magnifiche sorti e progressive raggiungibili grazie all'elettricità, ma due incarnano particolarmente il senso della fede nel progresso e soprattutto quello dell'aspirazione ad una vita migliore che l'elettricità e i suoi usi hanno ispirato nell'uomo, o quanto meno due, entrambi relativamente recenti eppur ormai remoti rispetto alla nonchalance abitudinaria con cui oggi clicchiamo qua e là, sono quelli che si sono particolarmente impressi nella mia memoria.

*

Often as a pasatiempo in the afternoon, Sweets brought out the vacuum-cleaner and leaned it against a chair. While her friends looked on, she pushed it back and forth to show how easily it rolled. And she made a humming with her voice to imitate a motor.

Spesso Dolce, come pasatiempo nel pomeriggio, si portava l'aspirapolvere al cancello e lo appoggiava a una sedia. Amici e amiche si fermavano a guardare, e allora lei spingeva avanti e indietro sul prato l'apparecchio per mostrare con quanta facilità lo manovrasse. E faceva a bocca chiusa un rumore imitativo di un motore.

John Steinbeck, Pian della Tortilla, traduzione di Elio Vittorini, Bompiani 1966, pag. 110
(Libro di mia madre, in edizione economica - Lire 350, si legge sul retro -, completamente squadernato e ingiallito, un libro viaggiatore tra i suoi e i miei traslochi, che, pur ormai privo di ogni residuo di rilegatura, ha superato con ostinata caparbietà restando a suo modo ancora intatto.)

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Link a youtube.
Da Il frigorifero, episodio del film Le coppie, Italia, 1970
Regia, soggetto e sceneggiatura: Mario Monicelli
Fotografia: Carlo Di Palma
Musica originale: Enzo Jannacci
Scenografia: Giulio Coltellacci
Interpreti: Monica Vitti (Adele), Enzo Jannacci (Gavino)

mercoledì 31 marzo 2010

L'infinito


La poesia L'infinito in lingua italiana dei segni (LIS) interpretata da studenti dell'Istituto Statale di Istruzione Specializzata per Sordi "Antonio Magarotto" di Torino.
Link diretto al video.

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

La traduzione in francese di Yves Bonnefoy.

sabato 9 maggio 2009

L'infini

Toujours chère me fut cette colline
Solitaire; et chère cette haie
Qui refuse au regard tant de l'ultime
Horizon de ce monde. Mais je m'assieds,
Je laisse aller mes yeux, je façonne, en esprit,
Des espaces sans fin au-delà d'elle,
Des silences aussi, comme l'humain en nous
N'en connaît pas, et c'est une quiétude
On ne peut plus profonde: un de ces instants
Où peu s'en faut que le cœur ne s'effraie.

Et comme alors j'entends
Le vent bruire dans ces feuillages, je compare
Ce silence infini à cette voix,
Et me revient l'éternel en mémoire
Et les saisons défuntes, et celle-ci
Qui est vivante, en sa rumeur. Immensité
En laquelle s'abîme ma pensée,
Naufrage, mais qui m'est doux dans cette mer.

Giacomo Leopardi
Traduzione di Yves Bonnefoy