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giovedì 13 maggio 2021
martedì 29 ottobre 2019
mercoledì 9 settembre 2015
Queste saremmo noi
Queste saremmo noi, se avessimo una foto che ci ritrae assieme, ma la foto non esiste, perché lei fotografa me, oltre ad altre cose, mentre io fotografo sempre meno e comunque, di preferenza, cartelli.
Lei sarebbe la bionda, con le gambe lunghe, io quella con il ciuffo bianco alla Aldo Moro, cui devo ricorrere non solo per riferimenti appresi per meri motivi d'anagrafe, ma soprattutto perché nessuno, a parte gli Stefani, conosce il ciuffo che mi viene da mia madre e, come avranno già capito i lettori più scaltri, con le gambe non altrettanto lunghe, nonostante non avessi l'intenzione di usare un eufemismo, ma ormai è fatta e non ho voglia di tornare indietro, cancellare e trovare l'espressione realistica appropriata, ché mi aspetta l'ultimo capitolo di LTI di Klemperer e non vorrei farlo aspettare troppo.
Lei sarebbe quella che usa il corpo per muoversi verso nuove mete, forare il vento - capacità da non sottovalutare, in quanto appresa nel paesaggio triestino, dove il vento può farsi muro -, arrivare in tempo a prendere l'aereo pur partendo tardi perché il tempo passato al gate sarebbe tempo perso, mentre io quella che se lo porta visibilmente dietro perché non saprebbe dove lasciarlo, quando si sposta, naturalmente con un generoso anticipo, se da sola, generoso perché regala sempre tempi supplementari per la lettura, cancellando la nozione di attesa. In una foto che ci cogliesse uscire dal portone di casa, presa verosimilmente da Maria, la portinaia portoghese, usciremmo ad un orario intermedio tra il mio ed il suo, come si capirebbe chiaramente dal fatto che non correremmo, né io mi fermerei a leggere l'avviso dell'EDF sul portone, che pure sarebbe ben visibile, sullo sfondo, ché Maria è precisa e ha la mano ferma. Il tacco alto che si vedrebbe in basso a
destra, sotto il mio piede, sarebbe di una passante: si tratterebbe
di un banale scherzo prospettico, non voluto da Maria.
Più in generale, lei sarebbe quella con gli occhiali da sole sui capelli, evidentemente fotofobici, io da vista, sul naso, a stampigliarvi una striscia bianca dietro il ponte, quando il sole è abbastanza forte da abbronzarmi.
Lei sarebbe quella con la sciarpa, io anche.
Lei sarebbe quella senza borsetta, ché è un oggetto inutile, a parte la mia.
Lei sarebbe quella pettinata, in ogni circostanza meteorologica fissata dalla foto, se ci fosse. Lei, ripeto.
Lei sarebbe quella che distrae lo sguardo per usare l'app che non è ancora uscita, io quella con lo sguardo interrogativo di chi, usando la semplice funzione telefonica, ormai abbastanza accessoria e teoricamente non troppo complicata, per parlare con la propria madre, nota una prima coincidenza nel vedere lei che risponde dopo il primo squillo e una seconda nel sentire la voce di lei, e non quella materna - due coincidenze, non una selezione di un numero sbagliato.
Lei sarebbe quella che riesce a fare un trasloco in bicicletta; non sarebbero degli oggetti fotomontati, quelli che vedeste nel suo cestino, mentre io sarei quella che arranca dietro, piccola piccola, quasi presa per sbaglio nel quadro della foto.
Lei sarebbe quella che si ritrae un po' trovando il coraggio necessario per affrontare lo scatto della macchina fotografica con un movimento delle spalle verso il ritrattista e/o socchiudendo gli occhi, io quella che trova più efficace, come rimedio, frapporre tra la macchina ed il proprio volto le mani, che lei trova belle, per inciso di vanagloria.
Lei sarebbe quella che, se la foto, oltre ad esistere, parlasse, avrebbe un
bellissimo accento austro-ungarico, discorrendo in tedesco, ereditato dalla nonna, e con qualche
lieve sfumatura milanese, nella pronuncia italiana, che non si spingerebbe tuttavia ad appropriarsi di
aperture vocaliche paragonabili alla sottil[ɛ]tta. A me non va di parlare
del mio accento, non solo perché se la foto parlasse sarebbe un video, ma anche perché ci pensano già i francesi, durante quasi ogni
primo incontro, a farlo. E, nell'ipotesi detta, sarebbero le sue, le scarpe che scricchiolano, sia chiaro.
E credo che si vedrebbe, comunque, davanti al portone di casa o in qualsiasi altro luogo, che ci amiamo.
E sì, Klemperer, scusa, arrivo.
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F.
mercoledì 5 agosto 2015
giovedì 25 dicembre 2014
This is my project
Photography, photographers, photographs deal with facts.
I have been photographing the United States, trying by investigating photographically to learn who we are and how we feel, by seeing what we look like as history has been and is happening to us in this world.
I have been photographing the United States, trying by investigating photographically to learn who we are and how we feel, by seeing what we look like as history has been and is happening to us in this world.
Since World War II we have seen the spread of affluence, the move to
the suburbs and the spreading of them, the massive shopping centers to
serve them, cars for to and from. New schools, churches, and banks. And
the growing need of tranquilizer peace, missile races, H bombs for
overkill, war and peace tensions, and bomb shelter security. Economic
automation problems, and since the Supreme Court decision to desegregate
schools, we have the acceleration of civil liberties battle by Negroes.
I look at the pictures I have done up to now, and they make me feel
that who we are and how we feel and what is to become of us just doesn’t
matter. Our aspirations and successes have been cheap and petty. I read
the newspapers, the columnists, some books, and I look at some
magazines (our press). They all deal in illusions and fantasies. I can
only conclude that we have lost ourselves, and that the bomb may finish
the job permanently, and it just doesn’t matter, we have no loved life.
I cannot accept my conclusions, and so I must continue this photographic investigation further and deeper. This is my project.
Garry Winogrand, application for a Guggenheim fellowship, 1963
/domanda di borsa di studio Guggenheim, 1963
La fotografia, i fotografi, le fotografie hanno a che vedere con i fatti.
Ho sempre fotografato gli Stati Uniti cercando di imparare, le mie foto come strumento di ricerca, chi siamo e come ci sentiamo, vedendo quale aspetto abbiamo nel corso della storia passata e presente in questo mondo.
Ho sempre fotografato gli Stati Uniti cercando di imparare, le mie foto come strumento di ricerca, chi siamo e come ci sentiamo, vedendo quale aspetto abbiamo nel corso della storia passata e presente in questo mondo.
Fin dalla Seconda guerra mondiale abbiamo visto la ricchezza diffondersi, le persone spostarsi verso le periferie e queste ultime espandersi, la creazione di enormi centri commerciali a loro destinati e l'andirivieni di automobili. Nuove scuole, chiese e banche. E la crescente esigenza di pace rassicurante, le corse ai missili, le bombe ad idrogeno ad elevato potenziale distruttivo, l'alternanza di tensioni tra la guerra e la pace e la sicurezza dei rifugi antibomba. Problemi di automazione economica e, da quando la Corte Suprema ha deciso di mettere al bando la segregazione nelle scuole, abbiamo l'accelerazione della battaglia per le libertà civili da parte dei neri.
Guardo le foto che ho fatto finora: mi fanno capire che chi siamo e come ci sentiamo e quello che diventeremo non conta proprio niente. Le nostre aspirazioni e i nostri successi sono stati di scarso valore, insignificanti. Leggo i giornali, gli editorialisti, alcuni libri e guardo qualche rivista (la nostra stampa). Si occupano tutti di illusioni e fantasie. Posso solo concludere che abbiamo smarrito noi stessi e che la bomba potrebbe definitivamente finire il lavoro, e non ha proprio alcuna importanza: la nostra vita è senza amore.
Non mi rassegno ad accettare queste conclusioni, per cui devo proseguire questa ricerca e devo condurla più a fondo. Questo è il mio progetto.
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*New York,
Winogrand
sabato 2 agosto 2014
Le foto migliori
Le foto migliori dello spicchio nordoccidentale della Polonia in cui sono passata sono, al solito, quelle che ho deciso di non scattare, in questo caso quelle dei posti dove più brutali appaiono i segni dell'evoluzione intrapresa dal paese da quando è libero di comprare uno yogurt Danone in qualsiasi sklep della campagna più interna.
Non le ho fatte, queste foto, nonostante fossero impareggiabili e le avvertissi pure come necessarie, vuoi perché temevo di offendere le persone del posto vuoi perché non disponevo di un grandangolo che potesse (e non ne esiste uno che possa) racchiudere le distese circensi che si sviluppano in alcuni centri abitati della costa del Mar Baltico e che, pure fortunatamente intervallate da boschi e lunghi tratti di costa e di campagna risparmiati dalla violenza immobiliare, restano comunque uno schiaffo ed un insulto alle speranze di tutti coloro che hanno patito l'occupazione tedesca e/o il successivo regime comunista.
Alla prima categoria appartiene una foto di una bancarella di Ustka, che su un suo fianco ha appese, incorniciate tutte allo stesso modo, delle immagini che riportano, in modo alternato e regolare, riproduzioni di cani e di papi, non dissimili - papi e cani - dall'iconografia dei papibuoni e dei padripii. Un papa circondato da una luce diffusa giallastra contenente delle sfumature di rosa e di arancione. Un pastore tedesco aureolato dalla stessa identica luce, e poi altro papa, altro cane, papa-cane-papa-cane e via andare, riga per riga, e a capo alla fine di ogni riga, dall'altezza del banco di vendita fino a terra. Se si ha fortuna, si può apprezzarne la fattura e la disposizione al suono, che fa picchiettare i piedi dei clienti in attesa di ricevere l'ordinazione ad un chiosco, di Laśiatemy kantaare, con la kitarra immano, laśiatemy kantare, pekhé ne sono wiero, e di Mammammà mammammariammà cantate laiv e ridiffuse da casse potenti, tanto da bucare il suono del vento, altrove magnifico (mai come a Ustka ho provato gratitudine per il depistaggio identitario che mi assicurano i miei zigomi slavi, purché abbia l'accortezza di tenere la bocca chiusa, naturalmente).
Alla seconda categoria appartiene una foto d'insieme di Międzywodzie, da me subito, per forza di cose, affettuosamente identificata come terra di bisiacchi in salsa baltica, avendo deciso entrambi i luoghi di portarsi nel nome la comune collocazione in mezzo a delle acque: un reticolo di strade ortogonali percorse da bici a noleggio a forma di bob o di auto da formula 1, ma mai di bici, e contrassegnate da tristi condomini di recente costruzione in stile anni '70, in cui regna non solo l'horror vacui, ma anche quello per le linee curve e per qualsiasi parvenza di simmetria o di vago equilibrio, separati gli uni dagli altri da luminosi e fragorosi giochi da fiera paesana ed autoscontri, rivendite di birre e tabacchi e caramelle, variopinte baracche di pesce fritto, pizza e, soprattutto, dolci (leggasi gofry/lody/rurki e desery in generale, rigorosamente in questo ordine).
Ci sarebbe anche una terza categoria di foto belle non scattate, la più inafferrabile e la più controversa, che vede accomunate Polonia e Italia, oltre che dall'uso di alcune parole come pomidor, arancio, pałac e autostrada, anche dall'aver scelto di sotterrare, in qualche forziere al momento ben nascosto, il loro prezioso entuzjazm.
Non le ho fatte, queste foto, nonostante fossero impareggiabili e le avvertissi pure come necessarie, vuoi perché temevo di offendere le persone del posto vuoi perché non disponevo di un grandangolo che potesse (e non ne esiste uno che possa) racchiudere le distese circensi che si sviluppano in alcuni centri abitati della costa del Mar Baltico e che, pure fortunatamente intervallate da boschi e lunghi tratti di costa e di campagna risparmiati dalla violenza immobiliare, restano comunque uno schiaffo ed un insulto alle speranze di tutti coloro che hanno patito l'occupazione tedesca e/o il successivo regime comunista.
Alla prima categoria appartiene una foto di una bancarella di Ustka, che su un suo fianco ha appese, incorniciate tutte allo stesso modo, delle immagini che riportano, in modo alternato e regolare, riproduzioni di cani e di papi, non dissimili - papi e cani - dall'iconografia dei papibuoni e dei padripii. Un papa circondato da una luce diffusa giallastra contenente delle sfumature di rosa e di arancione. Un pastore tedesco aureolato dalla stessa identica luce, e poi altro papa, altro cane, papa-cane-papa-cane e via andare, riga per riga, e a capo alla fine di ogni riga, dall'altezza del banco di vendita fino a terra. Se si ha fortuna, si può apprezzarne la fattura e la disposizione al suono, che fa picchiettare i piedi dei clienti in attesa di ricevere l'ordinazione ad un chiosco, di Laśiatemy kantaare, con la kitarra immano, laśiatemy kantare, pekhé ne sono wiero, e di Mammammà mammammariammà cantate laiv e ridiffuse da casse potenti, tanto da bucare il suono del vento, altrove magnifico (mai come a Ustka ho provato gratitudine per il depistaggio identitario che mi assicurano i miei zigomi slavi, purché abbia l'accortezza di tenere la bocca chiusa, naturalmente).
Alla seconda categoria appartiene una foto d'insieme di Międzywodzie, da me subito, per forza di cose, affettuosamente identificata come terra di bisiacchi in salsa baltica, avendo deciso entrambi i luoghi di portarsi nel nome la comune collocazione in mezzo a delle acque: un reticolo di strade ortogonali percorse da bici a noleggio a forma di bob o di auto da formula 1, ma mai di bici, e contrassegnate da tristi condomini di recente costruzione in stile anni '70, in cui regna non solo l'horror vacui, ma anche quello per le linee curve e per qualsiasi parvenza di simmetria o di vago equilibrio, separati gli uni dagli altri da luminosi e fragorosi giochi da fiera paesana ed autoscontri, rivendite di birre e tabacchi e caramelle, variopinte baracche di pesce fritto, pizza e, soprattutto, dolci (leggasi gofry/lody/rurki e desery in generale, rigorosamente in questo ordine).
Ci sarebbe anche una terza categoria di foto belle non scattate, la più inafferrabile e la più controversa, che vede accomunate Polonia e Italia, oltre che dall'uso di alcune parole come pomidor, arancio, pałac e autostrada, anche dall'aver scelto di sotterrare, in qualche forziere al momento ben nascosto, il loro prezioso entuzjazm.
Restano quindi solo le foto peggiori di cui, per rispetto, mi permetto di lasciare solo due esemplari.
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*Międzywodzie,
*Ustka,
*Wolin,
F.
domenica 6 luglio 2014
Cosa resta di una ferrovia abbandonata?
A Porte de Clignancourt, questo, per esempio.
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*Parigi
lunedì 12 maggio 2014
puisque les arbres sont en fleurs
Mon cher Theo,
je suis dans une rage de travail puisque les arbres sont en fleurs et que je voulais faire un verger de Provence d’une gaieté monstre.
je suis dans une rage de travail puisque les arbres sont en fleurs et que je voulais faire un verger de Provence d’une gaieté monstre.
Vincent Van Gogh al fratello Theo, Arles, 3 aprile 1888
Mio caro Theo,
sono in pieno furore lavorativo, perché gli alberi sono in fiore e volevo fare un frutteto provenzale di una gioia mostruosa.
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*Arles,
Van Gogh
martedì 29 aprile 2014
Maggio 1906
Buffalo Bill's Wild West, Molo San Carlo*, 13-15 maggio 1906, Österreichische Nationalbibliothek
(*attualmente, purtroppo, Molo Audace)
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*Trieste
domenica 13 aprile 2014
Dizionario di tutte 'e cose - I come Irriproducibile
Neanche i video che seguono li ho fatti io. Non sono stata nemmeno io a raggrupparli: l'ha fatto Didi-Huberman, su un pavimento di un'enorme sala del Palais de Tokyo, su cui, nonostante la loro presenza, si può camminare, se si ha la cura di restare negli spazi lasciati tra un'immagine e l'altra. Del resto, l'installazione di Didi-Huberman è un palese omaggio - oltre che a Warburg, presente con Atlas mnemosyne - al pensiero di Benjamin - assente molto presente - sull'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. E, fatte, le debite proporzioni da un passaggio all'altro, Benjamin senza Marx, ecc. ecc.
A parte delle immagini fisse riproducenti dei tessuti di anonimi bizantini del XV secolo, delle fotografie non firmate, Desastres de la guerra di Goya e Kriegsfibel di Brecht, tutte le altre sono sequenze video tratte dai film che ho cercato di raccogliere qui, in qualche forma (spero di averli recuperati tutti, pur non avendone rispettato né la sequenza prescelta per ognuno, né l'ordine, né, per forza di cose, la disposizione). Alle pareti, poi, sono riprodotte delle foto di Arno Gisinger.
Omettendo qualsiasi considerazione sui contenuti di ogni riproduzione, mi sembra che si tratti di un tradimento di Benjamin, per quanto compiuto in buona fede e probabilmente involontario, o almeno di una premessa essenziale del suo lavoro. Perché la visione è necessariamente influenzata dal grado di conoscenza dei film da parte di ogni visitatore (nel mio caso, non più di metà), dal ricordo che è rimasto della loro visione, quando c'è stata, dalla scelta di guardarli dapprima dall'alto o passeggiandoci attorno, dal modo di percorrere gli spazi tra i fotogrammi (me ne sono resa facilmente conto sia andando avanti ed indietro sia seguendo con lo sguardo le scelte di percorso, diverse, fatte da chi era con me), dal tempo che ci si trova a dedicare ad ogni film, e, non da ultimo, da quanta attenzione si dedichi alle foto alla pareti e dai tempi e dai modi in cui si scelga di dedicarla.
Nessun visitatore, tenendo conto almeno di questi fattori (e chissà di quanti altri), può vedere la mostra Nuove storie di fantasmi nello stesso modo.
Theo Angelopoulos, Lo sguardo di Ulisse, 1995
Anonimo spagnolo, El entierro de Buenaventura Durruti, 1936
Dominique Abel, En nombre del padre, 1999
Bas Jan Ader, I Am too Sad to Tell You, 1971
Robin Anderson, Bob Connolly, Black Harvest, 1992
Filippo Bonini Baraldi, Plan séquence d’une mort criée, 2004
Aleksandr Dovženko, Arsenale, 1929
Aleksandr Dovženko, La terra, 1930
Harun Farocki, Übertragung, 2007
Jean-Luc Godard, Vivre sa vie, 1962
Mohsen Makhmalbaf, Once Upon a Time, Cinema, 1992
Sergej Paradžanov, La Légende de la forteresse de Souram, 1984
Sergej Ejzenštejn, La corazzata Potëmkin, 1925
Pier Paolo Pasolini, Medea, 1969
Artavazd Pelešjan, Noi, 1969
Pier Paolo Pasolini, La Rabbia, 1963
Vsevolod Pudovkin, La madre, 1926
Glauber Rocha, Terra em transe, 1967
Jean Rouch, Cimetières dans la falaise, 1951
Pier Paolo Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo, 1964
Zhao Liang, Pétition, la cour des plaignants, 1996-2009
Sergej Paradžanov, Le ombre degli avi dimenticati, 1964
Eppure
Paris à Velib' from Paul on Vimeo.
Non l'ho girato io, il video, eppure riproduce una parte del mio tragitto quando torno a casa dal lavoro. Non è mio, eppure restituisce un po' delle sensazioni che provo quando divento vélibiste. Mi ricorda, tra le varie cose, che nessuno è unico (difficile dimenticarsene, del resto, in una città popolosa). La differenza più marcata rispetto alla mia esperienza è la colonna sonora: la mia, anche se sono nata ben dopo queste note, è un misto di Voglio vivere così, col sole in fronte, e felice canto, beatamente, adatta ai momenti di gaudente ciondolio tra le strade secondarie e poco frequentate, e di Io sono il vento, più consona ai sorpassi degli automobilisti in coda nelle grandi arterie. Porelli, gli automobilisti. Breve istante di solidarietà umana. Finito: spero si estinguano, come i dinosauri.
mercoledì 28 agosto 2013
venerdì 23 agosto 2013
Dizionario di tutte 'e cose: A come Anche
Nessuno sembra disposto ad assumersi la propria parte di responsabilità per l'incompiutezza dell'esperimento democratico italiano. È colpa della casta, dice chi non vi fa parte o non ritiene di farvi parte. È colpa dei politici, dicono i non politici. È colpa dei comunisti, dice Berlusconi. È colpa di Berlusconi, dice il PD. È colpa del PDL e del PD, dice il Movimento 5 Stelle. È colpa degli immigrati strupratori (sic), dicono i leghisti e buona parte della destra. È colpa della Chiesa Cattolica, dicono gli anticlericali. È colpa della Finanza Mondiale Planetaria Globale Associata, dicono i complottisti col fiuto per l'economia. È colpa del ministro Kyenge, dice il climatologo Giovanni Sartori, perché "il suo chiodo fisso è lo ius soli; e la conseguenza di questa irresponsabile fissazione sarà una ingente crescita, prevalentemente africana, della popolazione italiana".
Sulla falsariga di questi articolati motivi, io potrei tranquillamente dire - e non sarebbe la panzana peggiore, in fondo - che è colpa di chi non si chiama Francesca nata a Trieste da Adriana e Sergio. Non è così, però, perché avrei fatto meglio a scrivere quasi nessuno: è anche colpa mia.
lunedì 5 agosto 2013
Dizionario di tutte 'e cose: N come Nizonnare
Je nizonne, je m'inscris dans une civilisation vivante, succulente, truculente, immanente.
Xavier Grall
Se si passa a Pont-Aven, non si può evitare, oltre alle omonime galettes, tutta la paccottiglia legata al soggiorno, in quel paese, di Gauguin, che pur vi passò solo qualche anno della sua vita: il consueto indotto dell'industria del ricordo, come quella di Goethe a Francoforte e a Weimar o di Aristotele a Stagira.
Se però, al posto di girare per le vie trafficate e un po' troppo bombonierose di Pont-Aven, ci si sposta nella vicina Nizon, oltre ad apprezzarne il bel campo di pétanque, centralissimo, proprio di fronte alla chiesa e alla mairie, e, con l'occasione, le more che vi crescono lungo un intero lato, si può provare - con tutti i limiti del turista che abbia solo essenzialmente triestato, bassanato, milanato, frankfurtiert e parisé - a nizonnare un po', partendo vuoi dalle installazioni effimere realizzate dai suoi abitanti nei limitrofi boschi durante l'annuale festa delle capanne, se si ha la fortuna di trovarli, vuoi dalle opere di Hangar't, cui molti abitanti del paese hanno contribuito, colorando copie di foto di famiglia, antiche e più recenti.
Se non sono riuscita ad imbattermi nelle loro capanne, pur avendone cercato i resti dell'ultima edizione della festa lungo le rive dell'Aven, ho avuto la fortuna di vederne alcune tele in una mostra in corso a Quimper, di cui la mia preferita è quella che riproduce Louise Laz e Anne Furic in auto nel 1937, e di ritrovarne riprodotte delle altre in giro per la rete, che ringrazio in modo generale.
venerdì 7 giugno 2013
Recto-verso
![]() |
| Paris, 1933, La République est fichue (La Repubblica è spacciata) |
![]() |
| Paris, 1933, NOITATSETORP EEMREF (ATSETORP OSUIHC) |
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Parigi
giovedì 30 maggio 2013
Mais l'Histoire est ailleurs. Elle ne s'apprend pas. Elle est un sentiment que la société entière doit éprouver sous peine de s'éffacer
Un libro sognato da un bambino di dieci anni. Un sogno lungo una vita. Dei disegni tracciati e bruciati nell'adolescenza perché non somiglianti al libro sognato. Il titolo che nasce anni dopo, in un caffè a fianco della stazione di Roma Termini. Il sogno che si materializza in età adulta, trasformato in ricordo e sentimento, in forma di prosa breve ed immagini: Walter Benjamin, la strage alla stazione di Bologna, Beckett e Van Velde, Céline, Ernst Toller, la Sicilia.
La folla: a Roma, a Berlino, a Mosca, "cosa aspettano queste folle intorpidite se non una catastrofe, un incendio, il Giudizio universale nel sangue e nelle lacrime, come un sol grido, come un colpo di vento scopre all'improvviso la fodera rosso vivo del cappotto? Perché il grido acuto dello spavento, il panico, sono il rovescio di ogni vera festa di massa. Il leggero brivido che percorre tutte queste spalle impazienti ne è il desiderio febbrile".*
Frédéric Pajak, Manifeste incertain 1, Les éditions Noir sur Blanc, Losanna, 2012
* Un'insolita indulgenza, anche, nei confronti di quelle che hanno tutta l'aria di essere delle imprecisioni, forse volute, in nome della fedeltà al flusso del ricordo/sentimento. Nel testo di Pajak, le virgolette lasciano supporre che si tratti di una citazione di Benjamin ed il contesto in cui queste si trovano lascia supporre che la folla che lo circonda sia la folla di una festa fascista, in Italia, nel 1924. Però, se non mi sbaglio, Benjamin scrive della folla in termini simili a questi in un testo del 1929, e nel testo di cui ho memoria (e che cercherò di ritrovare e riprodurre appena possibile), per quel che vale la mia memoria, si riferisce alla folla parigina in occasione di un 14 luglio.
E pure un ricordo di Bruxelles e di due delle sue poche vestigia da salvare: la libreria Tropismes, in cui ho preso il libro, ed il pavé bagnato, splendido e nitido, ritornato specchio benevolo di palazzi risparmiati, almeno nei riflessi, almeno per qualche ora, grazie alla violenza di un nubifragio improvviso, dalla folla di turisti che da anni, qui come altrove, modella il paesaggio urbano a proprio uso e consumo, annegandolo in un'uniforme teoria di trista ristorazione e souvenirs fatti in serie.
Un incrocio con la strage di Bologna, volendo.
Un incrocio tra Benjamin e Céline, sempre volendo.E pure un ricordo di Bruxelles e di due delle sue poche vestigia da salvare: la libreria Tropismes, in cui ho preso il libro, ed il pavé bagnato, splendido e nitido, ritornato specchio benevolo di palazzi risparmiati, almeno nei riflessi, almeno per qualche ora, grazie alla violenza di un nubifragio improvviso, dalla folla di turisti che da anni, qui come altrove, modella il paesaggio urbano a proprio uso e consumo, annegandolo in un'uniforme teoria di trista ristorazione e souvenirs fatti in serie.
Un incrocio con la strage di Bologna, volendo.
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*Portbou,
Benjamin,
Pajak
sabato 18 maggio 2013
Combat - Élisée - George V - Étienne Marcel - Solférino - Invalides - Vaugirard
Man zeigte im alten Griechenland Stellen, an denen es in die Unterwelt hinabging. Auch unser waches Dasein ist ein Land, an dem es an verborgenen Stellen in die Unterwelt hinabgeht, voll unscheinbarer Örter, wo die Träume münden. Am Tag gehen wir nichtsahnend an ihnen vorüber, kaum aber kommt der Schlaf, so tasten wir mit geschwinden Griffen zu ihnen zurück und verlieren uns in dunklen Gängen. Das Häuserlabyrinth gleicht am hellen Tag dem Bewußtsein; die Passagen (die in ihr vergangenes Dasein führen) münden Tagsüber unbemerkt in die Straßen. Nachts unter den dunklen Häusermassen aber springt ihr kompakteres Dunkel erschreckend heraus; und der späte Passant hastet an ihnen vorüber, es sei denn, daß wir ihn zur Reise durch die schmale Gasse ermuntert haben.
Aber ein anderes System von Galerien, die unterirdisch durch Paris sich hinziehen: die Métro, wo am Abend rot die Lichter aufglühen, die den Weg in den Hades der Namen zeigen. Combat - Elisée - George V - Etienne Marcel - Solférino - Invalides - Vaugirard haben die schmachvollen Ketten der rue, der place von sich abgeworfen, sind hier im blitzdurchzuchten, pfiffdurchgellten Dunkel zu ungestalten Kloakengöttern, Katakombenfeen geworden. Dies Labyrinth beherbergt in seinem Innern nicht einen sondern Dutzende blinder, rasender Stiere, in deren Rachen nicht jährlich eine thebanische Jungfrau, sondern allmorgentlich tausende bleichsüchtiger Midinetten, unausgeschlafener Kommis sich werfen müssen. Straßennamen. Hier unten nichts mehr von dem Aufeinanderprall, der Überschneidung von Namen, die das oberirdische Sprachnetz der Stadt bilden. Ein jeder haust hier einzeln, die Hölle sein Hofstaat, Amer Picon Dubonnet sind die Hüter der Schwelle.
Walter Benjamin, Das Passagen-Werk, Aufzeichnungen und Materialien, Gesammelte Schriften, V-I, 135-136
1913
1913
Cedimento di place de l'Alma a seguito dei lavori di sistemazione della linea del métro, 8.1.1915
Raid di uno Zeppelin, métro del boulevard de Belleville, 29.1.1916
Inondazione del 1910, ingresso del métro Cour de Rome, 31.1.1910
Sciopero dei trasporti, Opéra, 1919
Inaugurazione della stazione boulevard Haussmann alla presenza del presidente Doumergue, 1927
Buttes-Chaumont, 1932
1933
Nell'antica Grecia venivano indicati dei posti in cui si poteva discendere nell'oltretomba. Anche la nostra esistenza da svegli è un territorio in cui, in corrispondenza di punti nascosti, si discende nell'oltretomba, pieno di luoghi discreti dove sfociano i sogni. Di giorno ci passiamo accanto senza alcun presentimento, ma appena arriva il sonno ci affrettiamo a cercare a tastoni, perdendoci in passaggi oscuri. Il labirinto di case equivale, in pieno giorno, alla coscienza; i passaggi (che conducono all'esistenza passata della città) sfociano, durante il giorno, non visti, nelle strade. Di notte, però, sotto le masse di case scure, scatta la loro compatta, spaventosa oscurità, e il passante a tarda ora ci passa davanti di fretta, a meno che non lo abbiamo incoraggiato ad intraprendere il viaggio attraverso lo stretto vicolo.
Ma c'è un altro sistema di gallerie che si estende nei sotterranei di Parigi: il métro, in cui rosse brillano la sera le luci che indicano il percorso nell'Ade dei nomi. Combat - Élisée - George V - Étienne Marcel - Solférino - Invalides - Vaugirard, nomi che si sono liberati dalle umilianti catene della rue, della place, sono diventati qui, nell'oscurità attraversata da lampi e penetrata da fischi, mostruose divinità delle cloache, fate delle catacombe. Questo labirinto accoglie al suo interno non uno, ma decine di tori ciechi e furiosi, nelle cui fauci si devono gettare non una vergine tebana all'anno, bensì, ogni mattina, migliaia di esangui sartine alle prime armi e di impiegati morti di sonno. Toponomastica. Qui, sotto terra, nessuna traccia dello scontro, degli incroci di nomi che costituiscono la rete linguistica di superficie. Qui ogni nome abita da solo, l'inferno è la sua corte; Amer, Picon, Dubonnet sono i guardiani della sua soglia.
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-tedesco,
*Parigi,
Benjamin
mercoledì 3 aprile 2013
Sei mesi fa perderemo
"Haben Sie von dem Brande in Mommsens Hause gelesen?"
"Ha letto dell'incendio in casa di Mommsen?"
"Ha letto dell'incendio in casa di Mommsen?"
Nietzsche a Peter Gast secondo Heiner Müller in Mommsens Block
In seguito all'involontaria, ma per lo meno colposa, distruzione dell'archivio di Daniel Mordzinski da parte di Le Monde, si potrebbe dire, come devono aver già espresso in molti, tutto il peggio possibile del quotidiano francese, che pare conservasse inconsapevolmente più di 50000 fotografie del fotografo argentino in un suo ufficio e che non sembra ora particolarmente brillante nell'offrire spiegazioni e scuse per l'accaduto, anzi, spiegando e scusandosi sembra concorrere a rendere ancora più imbarazzante - se possibile - la propria posizione (senza il minimo avallo da parte della direzione, non è mai esistito nessun accordo contrattuale, ecc.). Al di là del rammarico per la distruzione dell'archivio di una vita e al di là della solidarietà a Mordzinski, che andrebbe abbracciato senza troppe parole, si potrebbe anche dedicare qualche pensiero all'utilità degli archivi digitali. O piuttosto al concetto di responsabilità e ad una sua ripartizione, per quanto differenziata, tra tutti i soggetti interessati, vale a dire Mordzinski stesso, Le Monde, la sua direzione e la sua amministrazione, i suoi servizi tecnici, gli addetti dell'impresa di traslochi cui il giornale deve aver affidato l'incarico di sgomberare il locale che ospitava l'archivio fino all'ottobre del 2012, El País e il suo corrispondente da Parigi, cui Le Monde aveva dato in prestito il locale. Oppure, ci si potrebbe domandare cosa siano davvero una ricchezza o un patrimonio culturale, per stabilire se e in quale misura abbiamo effettivamente subito una perdita. È principalmente su quest'ultimo aspetto che mi sento di scrivere qualche riga in questo momento in cui traspongo i miei pensieri in una forma pubblica ormai vetusta, destinata a scomparire, vuoi con un preavviso, in stile Google Reader, vuoi di schianto, come potrebbe succedere ad Internet con un virus ben congegnato e ben trasmesso, vuoi lentamente, ma senza eccessivi lamenti, come talvolta fa la democrazia.
Mi sembra di aver capito che tutte le fotografie andate irrimediabilmente perdute, oltre a non essere state conservate con la dovuta diligenza, sono andate perdute proprio in quanto non sono mai state né riprodotte né esposte al pubblico in nessuna forma. Se l'accessibilità e la fruibilità dell'archivio - condizioni prime di una sua vitale ricchezza - erano tali solo ed esclusivamente in potenza, allora abbiamo subito solo una perdita in potenza e, in senso stretto, non è successo ancora niente, almeno non al di fuori della cerchia dei soggetti interessati, almeno non nel momento presente. Siccome però, in un giorno futuro destinato a rimanere per sempre ignoto, l'autore o i suoi aventi causa avrebbero potuto condividere le fotografie con il pubblico in qualche forma, esponendole in spazi espositivi o riproducendole in libri, allora forse, oggi, 3 aprile 2013, possiamo dire, così come potremo continuare a dire nel 2014 e in tutti gli anni successivi fino alla fine del mondo, che nell'ottobre del 2012 avremo perduto un prezioso, ricchissimo archivio fotografico. La (legittima) scelta di costituire e mantenere un archivio in forma pressoché privata ha sottratto all'opera di Mordzinski la sua esistenza in modo così radicale da non lasciarle nemmeno una vera e propria possibilità di scomparire.
Mario Benedetti di Daniel Mordzinski
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mercoledì 27 marzo 2013
Antipoden
Auf der anderen Seite der Welt
ein blatt
und unter diesem
ein blatt
und unter diesem
ein blatt
und unter diesem
ein blatt
und unter diesem
ein tisch
und unter diesem
ein boden
und unter diesem
ein zimmer
und unter diesem
ein keller
und unter diesem
ein erdball
und unter diesem
ein keller
und unter diesem
ein zimmer
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ein boden
und unter diesem
ein tisch
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ein blatt
und unter diesem
ein blatt
und unter diesem
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und unter diesem
ein blatt
Ernst Jandl
Antipodi
Dall'altra parte del mondo
un foglio
e sotto questo
un foglio
e sotto questo
un foglio
e sotto questo
un foglio
e sotto questo
un tavolo
e sotto questo
un pavimento
e sotto questo
una stanza
e sotto questa
una cantina
e sotto questa
un globo terrestre
e sotto questo
una cantina
e sotto questa
una stanza
e sotto questa
un pavimento
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un tavolo
e sotto questo
un foglio
e sotto questo
un foglio
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un foglio
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un foglio
ein blatt
und unter diesem
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ein blatt
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ein tisch
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ein boden
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ein zimmer
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ein keller
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ein erdball
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ein keller
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ein zimmer
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ein blatt
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ein blatt
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ein blatt
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Ernst Jandl
Norman Junge
Antipodi
Dall'altra parte del mondo
un foglio
e sotto questo
un foglio
e sotto questo
un foglio
e sotto questo
un foglio
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un tavolo
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una stanza
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una cantina
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un globo terrestre
e sotto questo
una cantina
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una stanza
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un foglio
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giovedì 27 dicembre 2012
Il preciso attimo dell'apocalisse
San Nicolò de Bari
la festa dei scolari
se i scolari no fa festa
ghe taieremo la testa
Nella mia storia personale, San Nicolò è più importante di Babbo Natale, se non altro perché San Nicolò arriva prima, il 6 dicembre. E poi consegna i doni quando a casa non c'è ancora nessun abete o decorazione e la neve è un evento quasi impossibile, dimostrando disinteresse ed amore per le mezze stagioni e la vita quotidiana, oltre che una certa autonomia dal bébé più festeggiato del mondo.
San Nicolò, quando passava da me, cambiava la zona di consegna ogni anno: di preferenza sul davanzale, ma anche in qualsiasi altro luogo della casa, purché fosse poco accessibile alla vista e alle mani di un bambino, ad esempio sopra l'armadio. Era - e naturalmente è - furbo.
San Nicolò, poi, esaudiva al meglio delle sue possibilità ogni mio desiderio. Una volta confuse il kit del piccolo chimico, da me richiesto, con quello del profumiere, o forse si sbagliò semplicemente di indirizzo, ma non mosse una delle mille rughe del suo volto quando gli chiesi un fucile. Adorabile.
Solo che poi all'asilo mi successe di incontrare San Nicolò di persona ed ebbi così modo di osservarlo da vicino per un po'. Nella simulazione della barba e delle sopracciglia c'erano ampi margini di miglioramento.
P.S. San Nicolò è anche piuttosto fortunato: non si ebbero mai notizie di bambine con la zona dietro le orecchie o i polsi straziati dalla nitroglicerina.
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F.
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