Visualizzazione post con etichetta Borges. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Borges. Mostra tutti i post

sabato 16 febbraio 2013

El mundo es unas cuantas tiernas imprecisiones

Manuscrito hallado en un libro de Joseph Conrad

En las trémulas tierras que exhalan el verano,
el día es invisible de puro blanco. El día
es una estría cruel en una celosía,
un fulgor en las costas y una fiebre en el llanto.

Pero la antigua noche es honda como un jarro
de agua cóncava. El agua se abre a infinitas huellas,
y en ociosas canoas, de acara a las estrellas,
el hombre mide el vago tiempo con el cigarro.

El humo desdibuja gris las constelaciones
remotas. Lo inmediato pierde prehistoria y nombre.
El mundo es unas cuantas tiernas imprecisiones.
El río, el primer río. El hombre, el primer hombre.

Jorge Luis Borges


Manoscritto trovato in un libro di Joseph Conrad

Nelle tremule terre che esalano l'estate,
il giorno è invisibile nel suo puro biancore. Il giorno
è una striscia crudele attraverso una persiana,
un fulgore lungo le coste e una febbre in pianura.

Ma l'antica notte è profonda come un vaso
di acqua concava. L'acqua si apre a infinite impronte,
e in oziose canoe, di fronte alle stelle,
l'uomo misura la vaghezza del tempo con il sigaro.

Il fumo sfuma di grigio le costellazioni
remote. L'immediato perde preistoria e nome.
Il mondo è una manciata di tenere imprecisioni.
Il fiume, il primo fiume. L'uomo, il primo uomo.

English

sabato 29 dicembre 2012

In principio era il verbo

la luna appena corneggiava ancora
Luigi Pulci, Morgante, IV, 2, 5

Sul tardi corneggia la luna.
Eugenio Montale, Egloga, Ossi di seppia

Nonostante la luna corneggi spesso e con periodicità, che io sappia, solo Pulci e Montale se ne sono accorti. Come è noto, "luna" è un termine tardo, risalente all'epoca in cui, sfortunatamente, nella penisola tlöniana si abbandonò l'uso esclusivo di verbi e di aggettivi caratteristico della lingua primordiale e ci si rassegnò, per stanchezza o esaurimento della fantasia, all'introduzione dell'uso dei sostantivi. Non servirà ricordare che, originariamente, i versi di Pulci e di Montale sarebbero suonati, più o meno, così:
lunava da poco, corneggiando appena; e
sul tardi lunava corneggiando.
Lunare, corneggiare, solare, melare, tavolare (o attavolare), divanarsi, incaffettarsi... "In principio era il verbo", contrariamente alla convinzione generale, non c'entra col logos, ma, come dice la parola stessa, proprio col verbo. È una forzatura? Un'esagerazione? Una vera e propria farneticazione da eccesso di zuccheri nel sangue? Forse. Forse, però, è solo una piccola forma di resistenza, invisibile e sicuramente destinata a soccombere, eppure la più radicale che io, come chiunque altro, abbia a disposizione. Resistenza alla lingua e alla letteratura dominanti, per cominciare, come quelle, nel Novecento italiano, di Alberto Moravia. Sono insipidi, i verbi di Moravia, anonimi, privi di personalità o di inventiva, accuratamente lontani dalla forza caratteriale dei dialetti e dall'esuberanza di apporti stranieri; sono verbi - paradossalmente - quasi privi di azione, movimento e fluidità. Pubblicatissimo, lettissimo, veneratissimo, almeno fino ad un paio di decenni fa, non credo sia poi così male, in fondo, che non lo si legga più nella misura in cui lo si faceva in passato. Potrebbe essere, questo, un segnale di speranza, se non fosse offuscato da altri segnali, di segno opposto. Dacia Maraini, per non allontanarsi troppo dall'entourage di Moravia, temo si legga tuttora più dello strettamente necessario (e, inspiegabilmente, più di suo padre). Lo deduco dalla generosità con cui la ospita il Corriere. La Maraini, come i verbi di Moravia, tende a non muoversi, a non spostarsi mai, nemmeno quando viaggia, dal suo stabile centro di osservazione, che è, beninteso, il centro del mondo, in modo non molto dissimile dall'atteggiamento di un qualsiasi nazionalista o localista, saldo sulle gambe ben piantate in mezzo al suo orticello - che sia di una nazione o di una regione o località non cambia poi troppo. Ed è così che la sera, in un teatro parigino, Dacia Maraini riesce a trovare un posto di strapuntino — che qui si chiama strapuntin (sic), pronunciato «strapunten» e sembra una parola storpiata da Totò nel suo italo-francese da avanspettacolo —. Il movimento, il moto, incluso quello naturale e libero delle parole che scavalcano le frontiere politiche e linguistiche, non è di suo gradimento, le è estraneo, persino quando le parole provengono dal suo Paese (e solo tornando al luogo natale dopo essere emigrate altrove assumono il loro attuale significato: "strapuntino" diventa seggiolino, sedile aggiunto, proprio grazie al passaggio in area francese, perché l'originale termine italiano, appartenente all'ambito marittimo, significava materasso).
Esagerazione o farneticazione o piccola battaglia di retroguardia che sia, non mi pare di essere sola: mi sostengono i poeti, soprattutto, come Pulci e Montale e molti altri, ma anche degli autori di prosa. Oggi, in particolare, questi due:

No hay sustantivos en la conjetural Ursprache de Tlön, de la que proceden los idiomas "actuales" y los dialectos: hay verbos impersonales, calificados por sufijos (o prefijos) monosilábicos de valor adverbial. Por ejemplo: no hay palabra que corresponda a la palabra luna, pero hay un verbo que sería en español lunecer o lunar. Surgió la luna sobre el río se dice hlör u fang axaxaxas mlö o sea en su orden: hacia arriba (upward) detrás duradero-fluir luneció. (Xul Solar traduce con brevedad: upa tras perfluyue lunó. Upward, behind the onstreaming it mooned.)
Jorge Luis Borges,  Tlön, Uqbar, Orbis Tertius, 1940

avverto una letizia da scolaretto cui si concede una inedita vacanza, l'esenzione da qualsiasi doveroso aggiornamento. E allora ho tolto dalla libreria... ho cavato dalla fila dei libri il Morgante maggiore di Luigi Pulci. In un momento in cui più fitti affluiscono i libri che agiteranno le socievoli acque della attualità letteraria, in cui siamo avvolti nella tenera o rissosa psicologia della narrazione, penso sia opportuno leggere un testo, come il Morgante maggiore, che pare affatto esente da psicologismi, che non è attuale, non verrà proposto per alcun premio, e non verrà riscoperto da un critico di fine sentire. Ho sempre amato questo poema quattrocentesco, che è uno dei libri più sfrenatamente divertenti della nostra letteratura; un libraccio ridanciano, drammatico, gaglioffo, rissoso, plebeo e aristocratico, un divertimento ed un lavoro di calcolata dottrina. Ci sono libri che danno una litigiosa sensazione di libertà, per il loro destino un poco periferico, che li fa restare ai margini delle storie ufficiali, scolastiche: sono libri un po' bastardi, di dubbia legalità domestica, e senza ascendenti riconosciuti. Sono dei tàngheri, dei mettimale, dei poco di buono; sono ambigui e insieme di buon umore in un modo provocatorio. Hanno del canagliesco. Non occorre rompere lampioni; si possono fare più canagliate con una ben manipolata sintassi e un lessico furbesco che con le motociclette delittuose del cinema. Aprire un certo libro - in questo caso il Morgante - è assolutamente ingiustificato; appunto questo è un gesto libero... ho scelto il Pulci, credo, perché non c'era nessuna ragione per farlo, dunque era l'esempio perfetto.
Giorgio Manganelli, Un'allucinazione fiamminga: il Morgante maggiore raccontato da Manganelli, Socrates, 2006

martedì 10 gennaio 2012

Alla finestra per parrocchetto

Ni aquella tarde ni la otra murió el ilustre Giambattista Marino, que las bocas unánimes de la Fama (para usar una imagen que le fue cara) proclamaron el nuevo Homero y el nuevo Dante, pero el hecho inmóvil y silencioso que entonces ocurrió fue en verdad el último de su vida. Colmado de años y de gloria, el hombre se moría en un vasto lecho español de columnas labradas. Nada cuesta imaginar a unos pasos un sereno balcón que mira al poniente y, más abajo, mármoles y laureles y un jardín que duplica sus graderías en un agua rectangular. Una mujer ha puesto en una copa una rosa amarilla; el hombre murmura los versos inevitables que a él mismo, para hablar con sinceridad, ya lo hastían un poco:

Púrpura del jardín, pompa del prado,
gema de primavera, ojo de abril...

Entonces ocurrió la revelación. Marino vio la rosa, como Adán cuando pudo verla en el Paraíso, y sintió que ella estaba en su eternidad y no en sus palabras y que podemos mencionar o aludir pero no expresar y que los altos y soberbios volúmenes que formaban en un ángulo de la sala una penumbra de oro no eran (como su vanidad soñó) un espejo del mundo, sino una cosa más agregada al mundo.

Esta iluminación alcanzó Marino en la víspera de su muerte, y Homero y Dante acaso la alcanzaron también.
Jorge Luis Borges, El hacedor, 1960


Leonardo Olschki ha sostenuto che, in seguito alla Controriforma, la musica divenne la sola manifestazione libera ed autonoma della vita artistica del popolo italiano. Se ci fosse un banchetto dove sottoscriverlo, lo farei di corsa, anche adesso. Il barocco, che della Controriforma è figlio diretto, profondendo, come ha profuso, molta della sua energia nella musica, ha di pari passo svuotato il senso della parola, anche della parola poetica, l'ha resa contenitore vuoto, umiliandola fino allo stato di simulacro od orpello. Da quello svuotamento, se si pensa alla concretezza e alla sonorità (e al magnifico sguardo infantile, anche) della poesia e della prosa anteriori e le si confronta con quelle posteriori al barocco, l'italiano non si è mai completamente ripreso. Il principe della poesia barocca italiana (dove italiana, in questo contesto, è pleonasmo) è Giovan Battista Marino, un poeta agli antipodi del mio modo di sentire: nell'irripetibile periodo in cui non avevo ancora varcato la soglia della lingua francese ed avevo appena traslocato dal tedesco, è stato a Guillevic che mi sono naturalmente rivolta per cominciare ad abitare il francese, ovvero per la necessità di tinteggiare le nuove pareti di casa con un colore che me la facesse sentire accogliente. Questo, tanto per dare rapidamente una misura della distanza che ci separa. Marino è anche letteralmente agli antipodi del cliché del poeta povero e misconosciuto in vita, letto, al più, solo postumamente. Nessuna delle ragioni della sua distanza da me sono sufficienti perché me ne possa comodamente dimenticare, come se non fosse un mio parente, per quanto lontano e non amato: lo è ed è pure un parente che ha avuto dei figli, sia per stile sia per senso degli affari. Ne riporto non una poesia, ma una lettera a Don Lorenzo Scoto, che la mia tastiera, da quando ne ho trovato un estratto in Fernand Braudel, Le modèle italien, Flammarion, 1994, non è riuscita, in questa come in altre occasioni, a contenere: ma, si sa, la mia tastiera è debole e volentieri si piega agli istinti più biechi. E non solo per una questione di memoria, ma anche perché, per più di qualche anno, grazie a Marie de Médicis, riuscimmo abilmente a liberarcene e ad appiopparlo ai francesi, che venerarono le Chevalier Marin, e, non da ultimo, perché nel suo sbeffeggiare l'altro da sé - altro prodotto nazionale, anche se molto meno esportato del barocco, segno di impotenza e di insicurezza - non risparmiò se stesso.
Vi do avviso che sono in Parigi, dove lasciando a voi altri Piemontesi il vaire, il necio ed il mideccò, mi son dato tutto tutto al linguaggio francioso, del quale però altro fin qui non ho imparato che Ouy e Nanì ; ma né anco questo mi par poco ; poiché quanto si può dire al mondo consiste tutto in affermativa e negativa.
Circa il paese, che debbo io dirvi? Vi dirò ch'egli è un Mondo. Un Mondo, dico, non tanto per la grandezza, per la gente e per la varietà, quanto perch'egli è mirabile per le sue stravaganze. Le stravaganze fanno bello il Mondo, perciocché, essendo composto di contrari, questa contrarietà constituisce una lega che lo mantiene. Né più né meno la Francia è tutta piena di ripugnanze e di sproporzioni, le quali però formano una discordia concorde, che la conserva. Costumi bizzarri, furie terribili, mutazioni continue, guerre civili, perpetue, disordini senza regola, estremi senza mezzo, scompigli, garbugli, disconcerti e confusioni : cose in somma che la dovrebbono distruggere, per miracolo la tengono in piedi. Un mondo veramente, anzi un mondaccio più stravagante del mondo istesso.
Incominciate prima dalla maniera del vivere ; ogni cosa va alla rovescia. Qui gli uomini son donne e le donne sono uomini ; intendetemi sanamente. Voglio dire, che quelle hanno cura del governo della casa, e questi si usurpano tutti i lor ricami e tutte le lor pompe. Le Dame studiano la pallidezza e quasi tutte paiono quattriduane. Per esser tenute più belle, sogliono mettersi de gli impiastri e dei bullettini in sul viso. Si spruzzano le chiome di certa polvere di zanni, che le fa diventar canute, talché da principio io stimava che tutte fossero vecchie.
Veniamo al vestire. Usano di portare attorno certi cerchi di botte a guisa di pergole, che si chiaman verdugati. Invenzione ritrovata (credo) per parto di vanagloria ; acciochè la Signora di Valpelosa ed il Signor conte di Monte ritondo se ne stiano con maggior riputazione sotto l'ombrella. Questo quanto alle donne. Gli uomini in su le freddure maggiori del verno vanno in camicia. Ma vi ha un'altra stravaganza più bella, che alcuni sotto la camicia portano il farsetto : guardate che nuova foggia d'ipocrisia cortigiana. Portano la schiena aperta d'una gran fessura d'alto a basso, appunte come le tinche, che si spaccano per le spalle. I manichini sono più lunghi delle maniche ; onde rovesciandoli su le braccia, par che la camicia venga a ricoprire il giubbone. Hanno per costume d'andar sempre stivalati e speronati e questa è una delle stravaganze notabili ; perchè tal vi è che non ebbe mai cavallo in sua stalla, né cavalcò in sua vita e tuttavia va in arnese di cavallerizzo. Né per altra cagione penso io che costoro sian chiamati Galli, se non perchè, appunto come tanti galletti, hanno a tutte le ore gli speroni ai piedi con certi stivaletti, cavati dalla forma di quelli di Margutte ; e d'avantaggio sopra gli stivali calzano le pianelle. Ma in quanto a me più tosto che Galli, dovrebbono esser detti Pappagalli ; poiché se ben la maggior parte quanto alla Cappa ed alle calze vestono di scarlatto, sì che paiono tanti cardinali, il resto è poi di più colori, che non sono le tavolozze dei dipintori. Pennacchiere lunghe come code di volpi ; e sopra la testa tengono una altra testa posticcia con capelli contrafatti e si chiama Parrucca ; onde a chi n'afferrasse uno per lo ciuffetto interverrebbe quello che intervenne al Satiro con Corisca.
Che ne dite, Don Lorenzo? Anch'io per non uscir dall'usanza sono stato costretto a pigliare i medesimi abiti. Dio, se voi mi vedeste impacciato tra queste spoglie da Mamalucco, so che vi darei da ridere per un pezzo. In primis la punta della pancia del mio giubbone, passando per sotto i campanelli, confina con le natiche. Il diametro della larghezza e della profondità delle mie brache nol saprebbe pigliare Euclide. Per ritrovar la traccia della brachetta vi bisognerebbe un bracco da quaglie, overo spedire un commissario delegato e farvi la perquisizione della Vicaria di Napoli. Fortificate poi di stringhe a quattro doppi, talché, se per maledetta disgrazia mi assaltassero le furie della cacarella, prima che io mi fossi dislacciato, il Prior di Culabria avrebbe fatto il corso suo. Due pezze intiere di zendado sono andate a farmi un paio di legami, che mi vanno sbatacchiando pendoloni fino a mezza gamba con la musica del tif, taf.
L'inventor di questi collari ebbe più sottile ingegno di colui che fece il pertugio all'ago. Sono edificati con architettura dorica ed hanno il suo contraforte e il rivellino attorno, giusti, tesi, dritti, tirati a livello, ma bisogna far conto di aver la testa dentro un bacino di maiolica e di tener sempre il collo incollato, come se fosse di stucco. Calzo certe scarpe che paiono quelle di Enea, secondo che io lo vidi dipinto nelle figure d'un mio Vergilio vecchio in tabellis ; né per farle entrare bisogna molto affaticarsi a sbattere il piede, poi che hanno d'ambedue i lati l'apertura sì sbrandellata che mi convien quasi strascinar gli scarpini per terra. Per fettuccie hanno su certi rosoni, o vogliam dire cavoli cappucci, che mi fanno i piedi pelliciutti, come hanno i piccioni casarecci. Sono scarpe o zoccoli insieme insieme e le suole hanno uno scanetto sotto il tallone, por lo quale potrebbono pretendere dell'Altezza, sì che mi potreste dire scabellum pedum tuorum. Paio poi Cibele con la testa turrita, perché porto un cappellaccio lionbrunesco che farebbe ombra a Morocco, più aguzzo della guglia di Sammoguto. Infine tutte le cose qui hanno dell'appontutto : i cappelli, i giubboni, le scarpe, le barbe, i cervelli, infino i tetti delle case. Si possono immaginare stravaganze maggiori?
Vanno i cavalieri tutto il giorno e la notte permenandosi (come si dice qui l'andare a spasso) ; per ogni mosca che passa, le disfide e i duelli volano. Quel ch'è peggio, usan di chiamar per secondi eziandio coloro che non conoscono (eccovi un'altra stravaganza), e chi non vi va è svergognato per poltrone ; onde io tutto mi caco di non avere un giorno ad entrare in steccato per onore e morirmi per minchioneria. Le cerimonie ordinarie tra gli amici son tante e i complimenti son tali che, per arrivare a saper fare una riverenza, bisogna andare alla scuola della danza ad imparar le capriole, perché ci va un balletto prima che s'incominci a parlare.
Le signore non fanno scrupolo di lasciarsi baciare in publico ; e si tratta con tanta libertà che ogni pastore può dire alla sua ninfa comodamente il fatto suo. Circa il resto, per tutto non si vede che giuochi, conviti, festini ; e con balletti e con banchetti continovi si fa gozzoviglia e, come dicono essi, “buona cera”. Vi si ammazzano più bestie in un giorno che la natura non ne produce in un anno, e vi si divora più carne che non n'hanno i macelli di carnevale. Chi nega l'intelligenza e chi non vuol conceder il moto perpetuo, venga qui a mirar per ogni bettola girandole ricamate di polli e spedonate d'arrosti, che, mosse da virtù invisibile, non cessan mai di voltarsi appresso al fuoco. L'acqua si vende e gli speziali tengono bottega di castagne, di cappari, di formaggio e di caviaro. Di frutti (questo sì) ce n'è più dovizia che di creanza in tinello : chi volesse parlar di uve, di fichi o poponi, avrebbe mille torti. Il teschio dell'asino nell'assedio di Gierusalemme fu venduto a miglior mercato, che qui non costa un limone o una melangola. Si fa gran guasto di vino, e per tutti i cantoni, ad ogni momento, si vede trafficar la bottiglia.
La nobiltà è splendida, ma la plebe è tinta in berettino ; bisogna sopra tutto guardarsi dalla furia dei signori lacchè, creature anch'esse stravagantissime e insolenti di sette cotte. Io ho opinione che costoro siano una specie di gente differente da gli altri uomini, verbigratia come i Satiri ed i Fauni. Hanno una Republica a parte e l'autorità loro non cede punto a quella dei lor padroni. In segno della lor Monarchia portano tutti lo scettro in mano. Vanno in volta per la città a guisa di tanti Ercoli Clavigeri con certi bastonacci di libra, né crediate che passeggino i cavalli d'Ambio ; urtano da per entro il fango con disertazione salvatica, smaltando di zacchere le veste dei gentil uomini, e chi l'ha per male scingasi. Ma la pratica di costoro è pericolosa non tanto ai panni, quanto alle borse, alle quali si vuol avere diligente cura, percioche hanno le ugne lunghe uncinate più che i Girifalchi.
Dove lascio la seccagine dei Pitocchi? O che zanzare fastidiose! e a discacciarle vi vuol altro che la rosta o l'acqua bollita. E vi è tanti di questi furfantoni che accattono per le chiese e per le strade con tanta importunità, che sono insopportabili. Dei carrettoni non parlo, che martorizzando del continuo le povere bestie vanno di su e di giù con un fracasso, che par che vada il mondo a sacco. E i carrettieri hanno un certo lor linguaggio cavallino con alcune interiezioni si fatte, che quando gridano, i cavalli gli intendono.
Tutto questo è nulla rispetto alle stravaganze del clima, che conformandosi all'umore degli abitanti non ha giammai fermezza né stabilità. Le quattro stagioni quattro volte al giorno scambiano vicende e per ciò fa di mestieri, che ciascuno sia fornito di quattro mantelli per potergli mutare a ciascun ora, un da pioggia, un da grandine, un da vento ed un da sole. Ma l'importanza sta che qui il sole va sempre in maschera, per imitar forse le damigelle, che costumano anch'elle di andar mascherate. Quando piove è il miglior tempo che faccia, perché allora si lavano le strade ; in altri tempi la broda a la mostarda vi baciano le mani : ed è una diavol di malta più attaccaticcia e tenace che non è il male dei suoi bordelli : dissi male a dir bordello, perché non ci è bordello ; nondimeno (questa è una delle stravaganze principali) per tutto se ne ritrova. In su 'l capo del ponte nuovo, dove sta l'orologio, che suona le ore o il contrapunto, hanno messa in frontespicio eminente la statua della Samaritana, forse (dicono alcuni) per ammaestrar le femine con quel pubblico esempio a non aver ciascuna cinque mariti.
Volete voi altro? In fine il parlare è pieno di stravaganze. L'oro si appella argento. Il far colazione si dice digiunare. Le città son dette Ville, i Medici, i medicini. I vescovi, vecchi. Le puttane, garze. I ruffiani, maccheroni. Il brodo, un Buglione, come se fussero della schiatta di Goffredo. Un buso significa un pezzo di legno. Avere una bota in su la gamba, vuol dire uno stivale. Ultimamente quella faccenda per cui si consuma la roba e la vita si chiama Vitto. Ma tra le stravaganze maggiori fuettere val tanto, quanto dar delle sferzate. Eccovi fatto un sommario delle qualità della Terra e delle usanze di questa Nazione. Di mano in mano vi darò poi delle altre novelle. Apparecchiatemi dunque costì in Turino un bel gabbione da pormici dentro, perché, se non vorrete che io vi scusi beffana alla festa di S. Giovanni nella Balloria, vi potrò almeno servire alla finestra per parrocchetto, o vero sarò buono per esser messo in piazza il giovedì grasso per passatempo de' putti.
Tenetemi in tanto, Signor Scoto mio caro, vivo nella vostra buona grazia, a cui di buon cuore mi raccomando. E fate i miei baciamani al Conte Lodovico d'Agliè, al Conte Lodovico Tesauro ed al nostro Onorato Clareti. 
Parigi, 1615

domenica 29 agosto 2010

In fondo in fondo

Il mio caro amico G. ha portato suo figlio, fin da quando questi era piccolo, nel maggior numero possibile di paesi, non per fargli vedere delle cose, che avrebbe potuto trovare tutte, seppur su scala ridotta, in Veneto, ma per fargli sentire quanto prima la maggior varietà possibile di suoni e significati. Ciò nonostante, G. ha sempre considerato i propri sforzi tanto necessari quanto vani, nella convinzione che suo figlio, come tutti, anche se si fosse aperto al mondo e se ne avesse apprezzato e rispettato le differenze, avrebbe pur sempre continuato intimamente a credere che l'unica vera lingua, il canone linguistico, la lingua con cui misurare le altre, in fin dei conti, in fondo in fondo, è sempre e solo una, il dialetto della Val d'Astico, le altre restando, nel migliore dei casi, delle varianti.

*

J’ai toujours respecté les Italiens comme nos maîtres ; mais vous avouerez que vous avez fait de fort bons disciples. Presque toutes les langues de l’Europe ont des beautés et des défauts qui se compensent. Vous n’avez point les mélodieuses et nobles terminaisons des mots espagnols, qu’un heureux concours de voyelles et de consonnes rend si sonores : los rios, los hombres, las historias, las costumbres. Il vous manque aussi les diphtongues, qui, dans notre langue, font un effet si harmonieux : les rois, les empereurs, les exploits, les histoires. Vous nous reprochez nos e muets comme un son triste et sourd qui expire dans notre bouche ; mais c’est précisément dans ces e muets que consiste la grande harmonie de notre prose et de nos vers. Empire, couronne, diadème, flamme, tendresse, victoire ; toutes ces désinences heureuses laissent dans l’oreille un son qui subsiste encore après le mot prononcé, comme un clavecin qui résonne quand les doigts ne frappent plus les touches.
Avouez, monsieur, que la prodigieuse variété de toutes ces désinences peut avoir quelque avantage sur les cinq terminaisons de tous les mots de votre langue. Encore, de ces cinq terminaisons faut-il retrancher la dernière, car vous n’avez que sept ou huit mots qui se terminent en u; reste donc quatre sons, a, e, i, o, qui finissent tous les mots italiens.
Pensez-vous, de bonne foi, que l’oreille d’un étranger soit bien flattée, quand il lit, pour la première fois, 'l capitano che ‘l gran sepolcro libero di Cristo, e che molto opro col senno e con la mano? Croyez-vous que tous ces o soient bien agréables à une oreille qui n’y est pas accoutumée? Comparez à cette triste uniformité, si fatigante pour un étranger; comparez à cette sécheresse ces deux vers simples de Corneille :

Le destin se déclare, et nous venons d’entendre
Ce qu’il a résolu du beau-père et du gendre.

Vous voyez que chaque mot se termine différemment. Prononcez à present ces deux vers d'Homere :

Ex ou dai ta prôta diastetéin erisanté
Atréides té anax andrôn, kai dios Achilleis.


Qu'on prononce ces vers devant une jeune personne, soit anglaise ou allemande, qui aura l'oreille un peu délicate : elle donnera la préférence au grec, elle souffrira le français, elle sera un peu choquée de la répétition continuelle des desinences italiennes. C'est une expérience que j'ai faite plusieurs fois.

Voltaire, Lettre à Deodati de Tovazzi, 24 janvier 1761, pages 32-39


Ho sempre rispettato gli italiani come nostri maestri; ma confesserete che ne avete fatto dei bravissimi discepoli. Quasi tutte le lingue dell'Europa hanno delle bellezze e dei difetti che si compensano.
Voi non avete le melodiose e nobili terminazioni delle parole spagnole, che un felice concorso di vocali e consonanti rende così sonore: los rios, los hombres, las historias, los costumbres. Vi mancano anche i dittonghi, che, nella nostra lingua, fanno un effetto così armonioso: les rois, les empereurs, les exploits, les histoires. Voi ci rimproverate le nostre e mute, come un suono triste e sordo, che spira nella nostra bocca; ma è precisamente in queste e mute che consiste la grande armonia della nostra prosa e dei nostri versi. Empire, couronne, diadème, flamme, tendresse, victoire; tutte queste felici desinenze lasciano nell'orecchio un suono che sussiste ancora dopo la parola pronunciata, come un clavicembalo che risuona quando le dita non battono più sui tasti.
Confessate, signore, che la prodigiosa varietà di tutte queste desinenze può avere qualche vantaggio sulle cinque terminazioni di tutte le parole della vostra lingua. E ancora da queste cinque si deve togliere l'ultima, perché voi non avete che sette od otto parole che finiscono per u; restano, dunque, quattro suoni, a, e, i o, che terminano tutte le parole italiane.
Pensate voi, in buona fede, che l'orecchio di uno straniero sia ben lusingato, quando legge, per la prima volta:


. . . . . . . . . . . e ‘l Capitano
che ‘l gran sepolcro liberò di Cristo.
Molto egli oprò col senno e con la mano?
(Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, Canto I, vv. 1-3)

Credete voi che tutte queste o siano molto piacevoli ad un orecchio che non vi sia abituato? Paragonate a questa triste uniformità, così faticosa per uno straniero, paragonate a questa secchezza questi due semplici versi di Corneille:

Le destin se declare, et nous venons d'entendre
Ce qu'il a resolu du beau-père et du gendre.

(La Morte di Pompeo, atto I, scena 1)

Vedete che ogni parola termina diversamente. Pronunciate ora questi due versi di Omero:

Ex ou dè tà pròta diastéten erísante
Atréides te ánax andrón, kai díos Achilléus.

(Iliade, libro I, v. 6.)

Che si pronuncino questi versi davanti ad un giovane, sia inglese o tedesco, che abbia l'orecchio un po' delicato, egli preferirà il greco, soffrirà il francese, e sarà un po' urtato dalla ripetizione continua delle desinenze italiane. È un'esperienza che ho fatto più volte.

*

There are ten parts of speech, and they are all troublesome. An average sentence, in a German newspaper, is a sublime and impressive curiosity; it occupies a quarter of a column; it contains all the ten parts of speech - not in regular order, but mixed; it is built mainly of compound words constructed by the writer on the spot, and not to be found in any dictionary - six or seven words compacted into one, without joint or seam - that is, without hyphens; it treats of fourteen or fifteen different subjects, each enclosed in a parenthesis of its own, with here and there extra parentheses which re-enclose three or four of the minor parentheses, making pens within pens; finally, all the parentheses and re-parentheses are massed together between a couple of king-parentheses, one of which is placed in the first line of the majestic sentence and the other in the middle of the last line of it - after which comes the VERB, and you find out for the first time what the man has been talking about; and after the verb - merely by way of ornament, as far as I can make out, - the writer shovels in "haben sind gewesen gehabt haben geworden sein," or words to that effect, and the monument is finished.
[...]
The Germans have another kind of parenthesis, which they make by splitting a verb in two and putting half of it at the beginning of an exciting chapter and the other half at the end of it. Can any one conceive of anything more confusing than that? These things are called "separable verbs". The German grammar is blistered all over with separable verbs; and the wider the two portions of one of them are spread apart, the better the author of the crime is pleased with his performance. A favorite one is reiste ab, - which means, departed. Here is an example which I culled from a novel and reduced to English:
"The trunks being now ready, he DE- after kissing the mother and sisters, and once more pressing to his bosom his adored Gretchen, who, dressed in simple white muslin, with a single tube-rose in the ample folds of her rich brown hair, had totere feebly down the stairs, still pale from the terror and excitement of the past evening, but longing to lay her poor aching head yet once again upon the breast of him whom she loved more dearly than life itself, PARTED."
However, it is not well to dwell too much on the separable verbs. One is sure to lose his temper early; and if he sticks to the subject, and will not be warned, it will at last either soften his brain or petrify it. Personal pronouns and adjectives are a fruitful nuisance in this language, and should have been left out. For instance, the same sound, sie, means you, and it means she, and it means her, and it means it, and it means they, and it means them. Think of the ragged poverty of a language which has to make one word do the work of six, - and a poor little weak thing of only three letters at that. But mainly, think of the exasperation of never knowing which of these meanings the speaker is trying to convey. This explains why, whenever a person says sie to me, I generally try to kill him, if a stranger.

Mark Twain, The awful German language, Manuscriptum Verlagsbuchhandlung, 2007


Ci sono dieci parti del discorso, e sono tutte fastidiose. Una frase media, in un quotidiano tedesco, è una curiosità sublime e straordinaria; occupa un quarto di una colonna; contiene tutte le dieci parti del discorso - non in ordine regolare, ma mischiato; è costituita principalmente da parole composte costruite dallo scrittore estemporaneamente, che non si trovano in alcun dizionario - sei o sette parole compattate in una, senza giunzione o saldatura - cioè senza tratto d'unione; tratta quattordici o quindici diversi argomenti, ciascuno racchiuso in una propria parentesi, con qua e là ulteriori parentesi che riracchiudono tre o quattro delle parentesi minori, facendo penne con penne; infine, tutte le parentesi e le riparentesi sono ammassate assieme tra una coppia di parentesi regine, una delle quali è posta nella prima riga della maestosa frase e l'altra nel mezzo della sua ultima riga - dopo di cui arriva il VERBO, e si scopre per la prima volta di cosa lo scrittore abbia parlato; e dopo il verbo - solo ad ornamento, per quanto ne possa capire - lo scrittore se ne esce con un "haben sind gewesen gehabt haben geworden sein" o con parole aventi lo stesso effetto, e il monumento è terminato.
[...]
I tedeschi hanno un altro tipo di parentesi, che costruiscono separando un verbo in due e mettendone la metà all'inizio di un emozionante capitolo e l'altra metà alla sua fine. Si può concepire qualcosa che confonda più di questo? Queste cose sono chiamate "verbi separabili". La grammatica tedesca è completemente ricoperta dalle pustole dei verbi separabili; e più le due parti sono poste a distanza, più l'autore del crimine è compiaciuto della propria prestazione. Una forma preferita è reiste ab - che significa partì. Ecco un esempio che ho tratto da un romanzo e reso in inglese:
"The trunks being now ready, he DE- after kissing the mother and sisters, and once more pressing to his bosom his adored Gretchen, who, dressed in simple white muslin, with a single tube-rose in the ample folds of her rich brown hair, had totere feebly down the stairs, still pale from the terror and excitement of the past evening, but longing to lay her poor aching head yet once again upon the breast of him whom she loved more dearly than life itself, PARTED."
Tuttavia, non è bene indugiare troppo sui verbi separabili. Si è sicuri di perdere le staffe presto; e se ci si attiene al soggetto senza ricevere precauzioni, il cervello o si rammollisce o si pietrifica. I pronomi personali e gli aggettivi sono una feconda seccatura in questa lingua e dovrebbero essere omessi. Ad esempio, lo stesso suono, sie, significa voi, e significa lei, e significa le, e significa esso, e significa essi, e significa loro. Pensate alla povertà cenciosa di una lingua che deve far fare ad una parola il lavoro di sei - e questo ad un piccolo, debole esserino di sole tre lettere. Ma soprattutto, pensate all'esasperazione di non sapere mai quali di questi significati l'interlocutore stia cercando di veicolare. Questo spiega perché ogni qual volta qualcuno mi dice sie, generalmente cerco di ucciderlo, se un estraneo.

*

Die Franzosen, inklusive der Akademien, gehn mit der griechischen Sprache schändlich um: sie nehmen die Worte derselben herüber, um sie zu verunstalten: sie schreiben z. B. etiologie, esthétique usw.; während gerade nur im Französischen das ai so ausgesprochen wird wie im Griechischen; ferner bradype (Bradipus, Faultier), Œdipe, Andromaque u. dgl. mehr, d.h. sie schreiben die griechischen Wörter wie ein französchischer Bauernjunge, der sie aus fremdem Munde aufgeschnappt hätte, sie schreiben würde. Es würde doch recht artig lassen, wenn die französischen Gelehrten sich wenigstens so stellen wollten, als verständen se Grieschisch. Nun aber zugunsten eines so ekelhaften Jargons, wie der französische (dieses auf die widrigste Weise verdorbene Italienisch mit den langen, scheußlichen Endsilben und dem Nasal) an sich selbst genommen ist, die edle griechische Sprache frech verhunzen zu sehn ist ein Anblick, wie wenn die große westindische Spinne einen Kolibri oder eine Kröte einen Schmetterling frißt. Da nun die Herrn von der Akademie sich stets gegenseitig mon illustre confrère titulieren, welches durch den gegenseitigen Reflex besonders von weitem einen imposanten Effekt macht; so ersuche ich die illustres confrères; die Sache einmal in Überlegung zu nehmen - also entweder die griechische Sprache in Ruhe zu lassen und sich mit ihrem eigenen Jargon zu behelfen oder die griechischen Worte zu gebrauchen, ohne sie zu verhunzen; um so mehr, als man bei ihrer Verzerrung derselben oft viel Mühe hat, das dadurch ausgedrückte griechische Wort zu erraten und so den Sinn des Ausdrucks zu enträtseln. Hieher gehört auch das bei den französischen Gelehrten übliche höchst barbarische Zusammenschmelzen eines griechischen mit einem lateinischen Wort: Pomologie (Obstkunde). Dergleichen, meine illustres confrères, riecht nach Barbiergesellen. Berechtigt zu dieser Rüge bin ich vollkommen: denn die politischen Grenzen gelten in der Gelehrten-Republik sowenig wie in der physischen Geographie, und die der Sprachen sind nur für Unwissende vorhanden; Knoten aber sollen in derselben nicht geduldet werden.

Arthur Schopenhauer, Parerga und Paralipomena, 2bis



I francesi, incluse le accademie, trattano vergognosamente la lingua greca: ne estraggono le parole per rovinarle: scrivono ad es. etiologie, esthétique ecc., mentre è proprio solo in francese che ai viene pronunciato come in greco; inoltre, bradype (bradipo), Œdipe, Andromaque e altri simili termini, cioè trascrivono i termini greci come li scriverebbe un giovane villano francese che li avesse rimasticati da una bocca straniera. Sarebbe veramente bene se gli studiosi francesi volessero almeno far finta di capire il greco. Ora però è uno spettacolo da vedere quello di un gergo così ripugnante, come quello francese preso in se stesso (questo italiano corrotto nel peggiore dei modi con delle sillabe finali mostruose e nasali), che deturpa sfrontatamente la nobile lingua greca, uno spettacolo come quello del grande ragno delle Indie Occidentali che mangia un colibrì o quello del rospo che mangia una farfalla. E siccome i signori dell'Accademia si rivolgono sempre reciprocamente col titolo di mon illustre confrère, il che specialmente da lontano fa un imponente effetto grazie al riflesso reciproco, chiedo agli illustres confrères di prendere una buona volta la cosa in considerazione - insomma o di lasciare in pace la lingua greca e di accontentarsi del proprio gergo o di usare i termini greci senza deturparli; e ciò tanto più perché a causa della sua deformazione spesso ci si deve sforzare molto per indovinare una parola greca pronunciata da loro e così decifrarne il senso dell'espressione. A questo appartiene anche la barbarica fusione, così usuale presso gli studiosi francesi, di un termine greco con uno latino: pomologie (fruttologia). Cose simili, miei illustres confrères, sanno di lavoro da barbiere. Ho tutte le ragioni di muovere tale rimprovero, perché i confini politici nella Repubblica degli studiosi valgono ancora meno che nella geografia fisica, e quelli delle lingue esistono solo per gli ignoranti; gli zotici però, nella stessa Repubblica, non possono essere tollerati.


*

Sarà probabilmente un caso, ma i poeti sembrano quelli in grado di prendere più spesso delle deviazioni dalla strada che conduce sempre e solo alla val d'Astico.

*

In sheer number of words, English is far richer than Russian. This is especially noticeable in nouns and adjectives. A very bothersome feature that Russian presents is the dearth, vagueness, and clumsiness of technical terms. For example, the simple phrase "to park a car" comes out - if translated back from the Russian - as "to leave an automobile standing for a long time." Russian, at least polite Russian, is more formal than polite English. Thus, the Russian word for "sexual"- polovoy - is slightly indecent and not to be bandied around. The same applies to Russian terms rendering various anatomical and biological notions that are frequently and familiarly expressed in English conversation. On the other hand, there are words rendering certain nuances of motion and gesture and emotion in which Russian excels. Thus by changing the head of a verb, for which one may have a dozen different prefixes to choose from, one is able to make Russian express extremely fine shades of duration and intensity. English is, syntactically, an extremely flexible medium, but Russian can be given even more subtle twists and turns. Translating Russian into English is a little easier than translating English into Russian, and 10 times easier than translating English into French.

Vladimir Nabokov, Playboy, 1964, pages 10-23

In termini di puro numero di parole, l'inglese è di gran lunga più ricco del russo. Lo si può notare nei sostantivi e negli aggettivi. Una caratteristica molto fastidiosa che presenta il russo è la scarsità, la vaghezza e la goffaggine dei termini tecnici. Per esempio, la semplice frase "parcheggiare una macchina" diventa - se tradotta dal russo - qualcosa come "lasciar stare un'automobile per molto tempo". Il russo, almeno il russo raffinato, è più formale dell'inglese raffinato. Così, la parola russa "sessuale"- polovoy - è leggermente indecente e non va pronunciata a caso. Lo stesso vale per i termini russi che rendono varie nozioni anatomiche e biologiche espresse di frequente e familiarmente nella conversazione in inglese. D'altro canto, ci sono parole che restituiscono certe sfumature di moto, azione ed emozione in cui il russo eccelle. Così, cambiando il prefisso di un verbo tra le decine di prefissi a disposizione, si può far esprimere al russo gradazioni molto fini di durata e intensità. L'inglese, dal punto di vista sintattico, è un mezzo estremamente flessibile, ma si può sottoporre il russo a torsioni e giravolte ancora più sottili. Tradurre il russo in inglese è un po' più semplice che tradurre l'inglese in russo, e 10 volte più semplice che tradurre l'inglese in francese.

*

Tra i poeti, ve ne sono che ad una o più lingue straniere hanno dedicato direttamente una poesia.

*
Al idioma alemán

Mi destino es la lengua castellana,
El bronce de Francisco de Quevedo,
Pero en la lenta noche caminada,
Me exaltan otras músicas más íntimas.
Alguna me fue dada por la sangre-
Oh voz de Shakespeare y de la Escritura-,
Otras por el azar, que es dadivoso,
Pero a ti, dulce lengua de Alemania,
Te he elegido y buscado, solitario.
A través de vigilias y gramáticas,
De la jungla de las declinaciones,
Del diccionario, que no acierta nunca
Con el matiz preciso, fui acercándome.
Mis noches están llenas de Virgilio,
Dije una vez; también pude haber dicho
de Hölderlin y de Angelus Silesius.
Heine me dio sus altos ruiseñores;
Goethe, la suerte de un amor tardío,
A la vez indulgente y mercenario;
Keller, la rosa que una mano deja
En la mano de un muerto que la amaba
Y que nunca sabrá si es blanca o roja.
Tú, lengua de Alemania, eres tu obra
Capital: el amor entrelazado
de las voces compuestas, las vocales
Abiertas, los sonidos que permiten
El estudioso hexámetro del griego
Y tu rumor de selvas y de noches.
Te tuve alguna vez. Hoy, en la linde
De los años cansados, te diviso
Lejana como el álgebra y la luna.

Jorge Luis Borges

Alla lingua tedesca

Il mio destino è la lingua spagnola,
Il bronzo di Francisco de Quevedo,
Ma nella lenta notte camminata,
Mi esaltano altre musiche più intime.
Una mi è stata data dal sangue –
Oh voce di Shakespeare e della Scrittura! –,
Altre dal caso, che è generoso,
Ma te, dolce lingua di Germania,
Ti ho scelta io e cercata, solitario.
Attraverso veglie e grammatiche,
La giungla delle declinazioni,
Col dizionario, che non accerta mai
La sfumatura precisa, mi sono avvicinato.
Le mie notti sono piene di Virgilio,
Ho detto una volta; avrei anche potuto dire
Di Hölderlin e di Angelus Silesius.
Heine mi ha dato i suoi alti usignoli;
Goethe, la sorte di un amore tardivo,
al contempo indulgente e mercenario;
Keller, la rosa che una mano lascia
Nella mano di un morto che l'amava
E che non saprà mai se è bianca o rossa.
Tu, lingua di Germania, sei la tua opera
Capitale: l'amore intrecciato
Delle voci composte, le vocali
Aperte, i suoni che permettono
Lo studioso esametro del greco
E il tuo rumore di selve e di notti.
Ti ho avuta qualche volta. Oggi, al confine
Degli anni affaticati, ti scorgo
Lontana come l'algebra e la luna.

*

Se posso esprimere il mio pensiero in modo forse leggermente succinto, ma sicuramente sincero, a me piacciono tutte, le lingue, incluse quelle che non conosco e che non conoscerò mai. Se poi posso anche azzardare, e qui si può fare, non appartengo a coloro che credono in una Ursprache, in una lingua primigenia, se non altro perché mi piace pensare che la sera del giorno stesso in cui il primo uomo ha pronunciato la prima parola, in quella fase precedente al sonno in cui, coricati, si lasciano vagare i propri pensieri, abbia provato subito a cambiarla, variarla e deformarla, insomma, a giocarci.

*

Gioachino Rossini, Inno tedesco et al., Il viaggio a Reims, 1825 (libretto)

mercoledì 25 agosto 2010

La gioia e la disgrazia

Cervantes si rivolge, scherzando, al tipo di lettore a cui ha destinato il libro. Lo chiama "desocupado lector". E queste due parole costituiscono, per i traduttori e interpreti, il primo problema del libro.
Vediamo cosa succede nelle due traduzioni italiane che ho sotto mano. Ferdinando Carlesi traduce: "Lettore beato, che non hai nulla da fare", ma spiega, e lo dice in una nota, che otto parole per tradurne due sono troppe. Però ne troviamo 10 nella traduzione di Vittorio Bodini: "lettore mio, che non hai nulla di meglio da fare". Orbene, ora io ammetto di essere un fanatico della traduzione interlineare o, per così dire, calcata. Per questo tradurrei, attenendomi il più possibile al testo, "disoccupato lettore" o, volendo essere un po' più ricercato, "ozieggiante lettore", poiché l'ozio sarà magari il padre di tutti i vizi (in realtà, non di tutti), ma anche di qualche virtù. Cervantes si rivolge a un lettore che sappia leggere con gioia. Desocupado: vale a dire capace di essere occupato dalla gioia della lettura, e di essere molto occupato, poiché la gioia che dà la lettura del Quijote è impregnata di mistero, di un mistero che aumenta la gioia. Volete che Cervantes non lo sapesse, di aver scritto un libro gioioso e misterioso?

Leonardo Sciascia, Desocupado lector, El País, 26 dicembre 1984
(è un articolo molto più ricco di quello che non lasci intravvedere il passaggio scelto qui: per questo, mi permetto di invitare il lettore disoccupato, o almeno quello poco occupato, a leggerlo per intero e a scusarmi se non ho trovato l'intero articolo originale)
William Wordsworth, The Prelude, Book second
Jorge Luis Borges, Obras Completas, Tomo II, Siete Noches, La Pesadilla, pagg. 221-231
Jorge Luis Borges, Ficciones, Pierre Menard, autor del Quijote, pagg. 20-25
E.M. Forster, Selected stories, Co-ordination


*


Marinero soy de amor

Marinero soy de amor,
y en su piélago profundo,
navego sin esperanza
de llegar a puerto alguno.

Siguiendo voy a una estrella
que desde lejos descubro,
más bella y resplandeciente
que cuantas vió Palinuro.

Yo no sé adónde me guía
y, así, navego confuso,
el alma a mirarla atenta,
cuidadosa y con descuido.

Miguel De Cervantes


Marinaio sono d'amore,
e nel suo pelago profondo,
navigo senza speranza
di arrivare ad alcun porto.

Vado seguendo una stella
che da lontano intravvedo,
più bella e risplendente
di quante ne vide Palinuro.

Io non so dove mi guida
e, così, navigo confuso,
l'anima intenta a mirarla,
ora attenta, ora distratta.

*

Ich glaube, man sollte überhaupt nur solche Bücher lesen, die einen beißen und stechen. Wenn das Buch, das wir lesen, uns nicht mit einem Faustschlag auf den Schädel weckt, wozu lesen wir dann das Buch? Damit es uns glücklich macht, wie Du schreibst? Mein Gott, glücklich wären wir eben auch, wenn wir keine Bücher hätten, und solche Bücher, die uns glücklich machen, können wir zur Not selber schreiben. Wir brauchen aber die Bücher, die auf uns wirken wie ein Unglück, das uns sehr schmerzt, wie der Tod eines, den wir lieber hatten als uns, wie wenn wir in Wälder verstoßen würden, von allen Menschen weg, wie ein Selbstmord, ein Buch muss die Axt sein für das gefrorene Meer in uns. Das glaube ich.

Franz Kafka, Brief an Oskar Pollak, 27. Januar 1904

Penso si debbano leggere solo i libri che mordono e pungono. Se il libro che leggiamo non ci sveglia con un pugno sul cranio, a quale scopo leggiamo allora il libro? Affinché ci renda felici, come scrivi tu? Dio mio, saremmo felici anche se non avessimo libri, e questi libri che ci rendono felici possiamo scriverli noi stessi, se del caso. Ma abbiamo bisogno di libri che agiscano su di noi come una disgrazia che ci fa molto male, come la morte di qualcuno che abbiamo amato più di noi stessi, come se fossimo messi al bando nei boschi, lontano da tutti gli uomini, come un suicidio - un libro deve essere la scure per il mare gelato in noi. Questo, credo.

Franz Kafka, Lettera a Oskar Pollak, 27 gennaio 1904

*

Popout
Wim Wenders, Der Himmel über Berlin, 1987


Stanley Kubrick, Lolita, 1962


François Truffaut, Fahrenheit 451, 1966


Peter Greeenaway, Prospero's books, 1991


Jirí Menzel, Ostře sledované vlaky, 1966


Pier Paolo Pasolini, La ricotta, 1963


Claude Chabrol, Les biches, 1968

Rouben Mamoulian, Queen Christina, 1933


Woody Allen, Bananas, 1971