lunedì 5 aprile 2010

Dizionario di tutte 'e cose - D comme Déracinée, mais pas sans mémoire

Sono sradicata, ma non lo sono per il fatto che non vivo più in Italia da diversi anni. Non ho avuto difficoltà in Germania prima (mi manca, la Germania, o forse solo alcuni suoi abitanti, non so bene) e non ho difficoltà ora in Francia ad inserirmi nel contesto di un Paese nuovo. Sono sradicata dalla nascita, anzi, ad essere più precisa, da ben prima della mia nascita. Dalla parte paterna, la mia bisnonna si chiamava Slobec di cognome, mio nonno Ivančič, italianizzato a forza sul finire degli anni Trenta (mio nonno non resistette alle pressioni fasciste), senza troppa fantasia, visto che Ivan è Giovanni, in Giovannini. Erano i tempi in cui gli italiani di Trieste invitavano gli sloveni di Trieste, in modo più o meno convincente, a resentarse el nome (cioè a sciacquarselo per lavarselo dalla sporcizia slava, ad italianizzarlo insomma), talvolta recapitando a casa, per rendere più chiara e concreta l’idea, dei pezzi di sapone. A Tullio Kezich, il critico cinematografico, capitò letteralmente così: ne riporta testimonianza nel libro Il campeggio di Duttogliano. Niente di drammatico ormai, almeno non per la mia generazione, è cosa passata, tuttavia è una cosa che fa parte di me.

Tutto questo, limitato al massimo per non cadere nel sentimentalismo, che non mi si confa, e per non indulgere nell’inutile e tardivo vittimismo per violenze che pur ci furono, solo per dire che certi libri non sono solo testimonianze altrui, ma si intrecciano con le mie origini e il mio sentire. È per questo che un libro è rimasto sul mio comodino a lungo ed è stato preso, riposto e ripreso in mano molte volte prima di poter essere concluso, pur nella consapevolezza che nessuna esperienza sia esclusiva e che anzi molti altri hanno sofferto e soffrono ancora molto di più di quanto abbiano sperimentato gli sloveni nati in Italia. Il primo esempio che ho sotto mano è quello di un’amica algerina, la cui famiglia, pur algerina e musulmana di Algeri, non ha mai parlato l’arabo se non un arabo rudimentale, annacquato dal francese dominante, colonizzatore del Paese. Lei si è trovata, madrelingua francese, straniera in patria e, dopo la fuga precipitosa dall’Algeria in preda alle convulsioni da guerra civile degli anni novanta, straniera in Francia. Paradossalmente, ma forse neanche tanto, le ci è voluta la Germania per non sentirsi finalmente più tanto straniera.

***
Una paura indistinta la coglie ogni volta che attraversa quell’androne che nemmeno una giornata di sole estivo riesce a rischiarare, tanto è alto; la finestra opaca sul pianerottolo dà sulla corte interna. Solamente al secondo piano l’illuminazione migliora, ma di poco. Peggiora però la vista sui muri: al piano di sotto il buio impedisce di distinguere chiaramente la sporcizia dell’intonaco e i disegni che si susseguono lungo tutta la ripida scalinata. Enormi “W” capovolte, seguite dalla parola “s’ciavi”. Al terzo piano, invece, delle “W” rovesciate, è scritto “A morte” e, prima di “s’ciavi”, “quei porchi”. Ovunque, a enfatizzare la stessa ingiuria, disegni che di solito si trovano sulle pareti dei gabinetti pubblici: una ellisse attorniata da raggi contro i quali è puntato un piccolo cannone su due ruote. Quando durante una delle sue prime visite il discorso era caduto sulle scale, la signora Marija non riusciva a trovare le parole per dar voce alla propria indignazione; le figlie le avevano raccomandato di calmarsi, ricordandole che loro erano l’unica famiglia slovena dello stabile e che perció quello minacce di morte erano dirette a loro, e poi, per quanto conoscessero bene gli autori di quelle scritte e di quegli scarabocchi, nulla potevano fare contro le giovani camicie nere che, quanto meno, li avrebbero malmenati alla prima occasione. “Pian piano ci si abitua a quelle scritte, non ci si fa nemmeno più caso”, aveva detto Vera. “Lo stesso vale anche per gli scarabocchi”.
(…)
Si alzò, accostò la finestra e tornò a distendersi. Non vuole che lo svolazzare delle tendine s’intrometta nei suoi pensieri. In questo modo è più isolata dall’atmosfera che aleggia in Cittavecchia, ma è ingiusta perché questo è un quartiere dove l’emarginazione è già incisa sulle facciate delle case e imprigionata nell’odore acido che emana dagli androni lugubri investendo i passanti. Probabilmente per questo è ingiusta, visto che gli abitanti di queste umide forre sono discriminati come gli sloveni, solo in altro modo. Sono dannati a causa della loro povertà, mentre gli sloveni lo sono a causa della lingua. Tutti infetti. Tutti hanno ereditato l’infezione. Questi però li lasciano qui a riprodursi come pantegane nei canali delle fogne; gli sloveni, invece, dicono di volerli sterminare come cimici che infestano gli appartamenti. Così ha scritto qualcuno. Come cimici. Il fatto che questi parassiti si moltiplichino in questa città da dodici secoli non ha alcun valore. Perciò condividono la stessa sorte degli abitanti di questo quartiere.
(…)
Nemmeno quell’ambiente, in fondo, avrebbe avuto grande influenza su coloro che vi venivano per essere educati alla rinuncia, se non si fosse preteso da loro un sacrificio pari alla morte dell’anima. No, non da tutti, solo dai convittori sloveni e croati. Questi, per compiere il loro cammino verso la perfezione, avrebbero dovuto rinunciare alla loro madre lingua. Dagli allievi italiani non si esigeva tanto. Come se per loro il cammino verso la santità fosse facilitato dall’aver succhiato col latte materno le prime sillabe di una parlata fiorita come una tenera gemma dalla salda radice latina. Naturalmente anche gli studenti italiani dovevano fare un tacito fioretto nel loro percorso formativo, ovvero accogliere con benevolenza in mezzo a loro gli allogeni, figli di piccoli contadini carsolini o istriani, che però prima dovevano liberarsi del fardello della loro parlata. È vero, anche la maggioranza degli italiani proveniva da famiglie istriane di contadini o di pescatori, ma nel loro caso l’estrazione sociale non poteva gettare ombre sul ruolo notevole, quasi determinante, svolto dalla nobile lingua di Dante.
(…)
“In un certo senso, per un nero la vita è molto più semplice, perché sa che i bianchi non lo sopportano per il colore della sua pelle. Di conseguenza sa dare un perché al senso di inferiorità inoculato alla sua stirpe. Ma per noi sloveni in Italia, il motivo non è chiaro, visto che la nostra pelle è bianca e le nostre labbra non sono più carnose di quelle di qualsiasi altro bianco”.
Guardava davanti a sé, come se contasse i merletti delle onde spumose. Ema, invece, pensava al padre, all’ostinata ribellione che gli aveva roso l’anima.
“D’altro canto, un nero sta peggio di noi, perché non può nascondersi. Non c’è abito che tenga. Può celarsi nella notte, ma un sorriso svelerebbe la sua pelle. Non può nascondersi, il che è grave, molto grave. In questo, noi ce la passiamo meglio, ci basta prendere in prestito la lingua del padrone e i giochi sono fatti. Un nero venderebbe la propria anima per ottenere i privilegi di cui le popolazioni slovene godono su questo versante delle Alpi Giulie”.
Da Qui è proibito parlare di Boris Pahor, traduzione dallo sloveno di Martina Clerici, Fazi editore 2009 (tradotto in italiano 46 anni dopo la prima edizione slovena)

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Tutte cose sepolte nel passato? Ma magari, ma magari, e non solo in fatto di lingue, ma anche, purtroppo, in fatto di mancata condivisione della memoria. Ne fornisco un esempio, proveniente ancora dagli stessi territori, ancora non per qualche presunzione di esclusività, ma solo perché sono quelli che conosco meglio.

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Nel dicembre del 2009, con il tempismo e le modalità che contraddistinguono il lembo nordorientale dell'Italia chiamato Venezia Giulia, Roberto Dipiazza, sindaco del PDL (Partito Della Libertà, quello di Berlusconi) di Trieste al suo secondo mandato, ha deciso di attribuire allo scrittore triestino Boris Pahor, ancora lui, una benemerenza civica. Un po’ di fonti e di reazioni in rete si possono trovare sul Corriere della sera, su Il Piccolo e sul blog del consigliere regionale della Slovenska Skupnost Igor Gabrovec. La motivazione recitava: “Per le sofferenze subite durante il nazismo” e si riferiva all’esperienza dello scrittore nei campi di concentramento nazisti in Germania e in Alsazia. Pahor ne ha scritto, tra l’altro, in Necropoli, un testo del 1967 (Nekropola) pubblicato per la prima volta in Italia nel 1997 dal Consorzio culturale del Monfalconese, dopo che diverse case editrici italiane, incluse grandi case editrici come Feltrinelli e Adelphi, non avevano degnato Pahor nemmeno di una risposta:
Non era facile far conoscere ad un editore uno scrittore sloveno, proveniente da una regione a lungo segnata dai conflitti nazionali. Ho spedito il testo di Necropoli, battuto a macchina e tradotto vent’anni prima dal professor Ezio Martin, a diverse case editrici italiane, ma non ho mai ricevuto risposta. Feltrinelli mi rispedì il pacco senza nemmeno aprirlo. Dopo il successo oltralpe, l’amico Evgen Bavčar, rappresentante della cultura slovena in Francia, inviò una copia di Necropoli, con il titolo francese Pèlerin parmi les ombres, all’editore Adelphi, ma non ebbe alcun riscontro.
Da Tre volte no, Boris Pahor, Rizzoli 2009.

Ora che Necropoli è pubblicato anche in Italia da una piccola grande casa editrice nazionale, Fazi Editore, e che persino il sindaco di Trieste si è sentito di insignire Pahor di una benemerenza, Pahor non l’ha accettata e lo ha fatto proprio per il tipo di motivazione prevista: non per quello che in essa c’era, ma per quello che in essa non c’era. Lo scrittore, ovviamente, non ha messo in discussione il ruolo del nazismo, ma ha avvertito la necessità di esprimere la mancanza del benché minimo riferimento, nella motivazione, alla parola “fascismo”:
Il nazismo, certo, mi perseguitò duramente; tuttavia, le prime sofferenze mi furono inflitte dal fascismo, che mi rubò l’adolescenza e l’identità. Ecco, avrei voluto che si aggiungesse una parola in più. Quella parola.
Il sindaco Dipiazza ci ha allora ripensato:
A caval donato non si guarda in bocca. (I benemeriti) non possono anche dettare i testi delle benemerenze. Fascismo, nazismo, crimini di Pol Pot e tutte le altre tragedie vanno lasciate agli storici. Dobbiamo guardare avanti, lasciamo la storia agli storici. Sono pronto a ritornare sui miei passi, cioè a conferirgli la Benemerenza civica, se Pahor, uomo di grande valore, abbassasse i toni.
Una questione di toni, dunque. Eppure i toni di Pahor sono pacati, semplicemente restano saldamente ancorati alla verità storica e alla richiesta che essa venga rispettata in toto. Una verità come quella ricordata ne Il rogo nel porto, Zandonai 2008, in cui lo scrittore testimonia uno dei più gravi episodi di violenza fascista avvenuto a Trieste nel luglio del 1920, l’incendio della casa della cultura slovena Narodni dom. L’incendio fu provocato dai fascisti, non dai nazisti, dai fascisti, da fascisti italiani scatenatisi ben due anni prima della marcia su Roma in una città che in parte li appoggiava e in parte stava a guardare:
Ma quella volta la sera non veniva e sembrava che non ci sarebbe stata neppure la notte, giacché sopra le case il cielo era rosso come se fosse intriso di sangue. Nell’aria odore di fumo.
Si era forse incendiato un vaporetto nel porto? Avevano preso fuoco i capannoni? Ardevano i vagoni con il legname? Brucerà tutta Trieste? Branko teneva Evka per mano e insieme corsero a casa, giù per la ripida discesa, su per la scala a pian terreno, giù per gli scalini del seminterrato, dalla mamma che era sola.
La lampada a petrolio ardeva sul tavolo, ma le due finestre rilucevano di un rosso scarlatto come se il sole al tramonto fosse caduto nel cortile. Ora ardeva nella cassa di cemento e il muro davanti alle finestre brulicava di fiamme che lambivano i vetri.
«Mamma» disse Branko stringendosi a lei.
«Mamma» pianse Evka aggrappandosi alla sua gonna.
Ma la mamma era strana. Taceva in mezzo al locale dalle finestre infuocate e neppure sembrava la loro mamma. Come fosse prigioniera in un carcere sottoterra e non sentisse che loro le erano accanto. Non si arrabbiava perché erano andati a zonzo. Aveva messo Olgica a letto ed era rimasta lì con il sole che, caduto dal cielo, ardeva nel cortile. Non li sentiva piangere perché presto ci sarebbe stata la fine del mondo.
«A letto» disse.
Assomigliava a una statua rossa nel chiarore infuocato e si muoveva come in mezzo alle fiamme mentre spogliava Evka.
Rossa in volto, rosse le mani. Tutto era rosso, anche il tavolo e il lume sul tavolo.
Allora si spalancò la porta e apparve Mizzi. Ma non silenziosa e compunta come al solito. I suoi occhi erano grandi e impauriti, sgranati e scarlatti per via del riflesso infuocato alle finestre. Il suo seno si sollevava in un respiro agitato e le mani tremavano nel riverbero purpureo.
«Gospa» (Signora) disse. «Gospa.»
Ma la mamma non reagì.
«Kako strašno, gospa.» (E’ terribile, signora)
Camminava intorno al tavolo e il pesante cercine di capelli scuri le si era sciolto sulle spalle. Camminava intorno al tavolo e andava ripetendo: «Signora, signora». Sembrava volesse scappare davanti alle fiamme, ma le fiamme l’avevano già avvolta, e con lei la mamma, Branko ed Evka che si stavano nuovamente vestendo e infilando le scarpe.
«L’hanno cosparsa di benzina, signora.»
«Mamma!» gridò Branko.
«Hanno inchiodato le porte, così la gente non può uscire.»
«Mammaaa» chiamò piangendo Evka.
«E la gente salta dalle finestre, signora.»
Ma loro due stavano già correndo, fecero appena in tempo a sentire un «ohi» di Mizzi e già correvano su per i gradini e poi giù per la strada. Sulla via Commerciale non era scesa la sera, l’incendio sopra i tetti sembrava venire dal sole che liquefacendosi sanguinava nel crepuscolo. Il tram per Opčine si era fermato, gli alberi nel giardino dei Ralli apparivano immobili nell’aria color porpora. Loro due correvano tenendosi per mano e nell’aria, sopra le loro teste, volavano le scintille che salivano da piazza Oberdan. 
Come il fratello e la sorella senza casa, come la sorella e il fratello nella fiaba di Mizzi, che la matrigna odiava e il padre voleva abbandonare. Ma non sapevano dove stessero correndo, forse soltanto in direzione delle scintille volanti, simili a lucciole.
Piazza Oberdan era piena di gente che gridava in un alone di luce scarlatta. Attorno al grande edificio invece c’erano uomini in camicia nera che ballavano gridando: «Viva! Viva!».
Correvano di qua e di là annuendo con il capo e scandendo: «Eia, eia, eia!». E gli altri allora di rimando: «Alalà!».
Improvvisamente le sirene dei pompieri cominciarono a ululare tra la folla, ma la confusione aumentò perché gli uomini neri non permettevano ai mezzi di avvicinarsi. Li circondarono e ci si arrampicarono sopra, togliendo di mano ai pompieri le manichette.
«Eia, eia, eia, alalà!» gridavano come dei forsennati e tutt’attorno c’era sempre più gente. Tutta Trieste stava a guardare l’alta casa bianca dove le fiamme divampavano a ogni finestra. Fiamme come lingue taglienti, come rosse bandiere. Evka si avvinghiava a Branko perché nella grande casa, oltre alle fiamme, si vedevano anche delle figure umane alle finestre, e una di esse era appena salita sul davanzale guizzando accanto alla lingua rossastra che lambiva la finestra. Evka rabbrividì e anche Branko si strinse a lei.
«Eia, eia, eia, alalà!» cantavano gli uomini dai fez neri, ma i pompieri finalmente svolgevano le lunghe manichette e la folla si andava scostando. I getti d’acqua sprizzarono alti simili a zampilli uggiolanti e scalpitanti nella sera amaranto. Gli uomini neri intanto gridavano e ballavano come indiani che, legata al palo la vittima, le avessero acceso sotto il fuoco. Ballavano armati di accette e manganelli.
In quel momento una scure tagliò una manichetta e il getto d’acqua rimase sospeso in alto, nel cielo, come un fiore di sambuco dorato dal riverbero del fuoco. Poi il fiore cadde e l’acqua continuò a sgorgare dalla manichetta tagliata che il pompiere teneva in mano, come sangue da una vena.
Le guardie municipali spingevano indietro la gente: «Alo indrìo, alo indrìo» (Indietro, dai, indietro, dai).
Gli uomini neri intanto ballavano in un crescendo sfrenato.
«Porci» disse un uomo fra la folla.
Evka e Branko però erano piccoli e non capivano quello che diceva la gente. Sapevano che bruciava la Casa della cultura e che non era giusto che i cattivi fascisti l’avessero incendiata, ma non si spiegavano perché i soldati fossero usciti dalla caserma in piazza Oberdan se ora se ne restavano lì a guardare. Dal muretto sulla soprastante via Romagna loro due li osservavano spesso, i soldati, che saltavano oltre i fossi e s’arrampicavano su per la parete di legno, ma perché erano venuti a guardare le fiamme che divoravano quella casa così bella e grande? Stavano tutt’attorno alla fontana dove di solito i cocchieri abbeveravano i cavalli, ma ora non c’era nessuna carrozza. E perché i pompieri non avrebbero dovuto spegnere il fuoco? Come mai i soldati, calmi e pacifici, guardavano gli uomini neri che spingevano via i pompieri quando questi allargavano il telone e qualcuno vi cadeva sopra da una finestra per poi rimbalzare verso l’alto proprio come Branko quando si buttava sulle molle del letto della mamma?
«Prekleti hudiči» (diavoli dannati) brontolò un uomo fra la folla e ad Evka sembrò di riconoscere quella voce. Ma intanto lo schiamazzo attorno alla casa era aumentato e le guardie cacciavano la gente in malo modo. Tuttavia un attimo dopo Evka si sentì afferrare saldamente da una mano, tanto che si strinse ancor più a Branko.
Quella voce allora esclamò: «A casa, svelti!».
E vide che era il loro papà.
Così dovettero rifare la via Commerciale in salita con il papà che brontolava.
«Maledetti diavoli dannati!» disse.
E tra sé e sé aggiunse: «Perché non ha messo a dormire i bambini…».
Branko avrebbe voluto dire che la mamma piangeva e che loro due erano scappati per paura del fuoco alle finestre. Ma tacque mentre si chiedeva: perché hanno sparso la benzina? Perché i diavoli neri ballavano e gridavano quando alle finestre in fiamme c’era ancora della gente? Le scintille continuavano a volare nell’aria e papà ora teneva il capo chino ed era arrabbiato, ma non più con la mamma.
«Figli del diavolo» disse.
Ma loro non sapevano perché bestemmiasse, Branko in autunno sarebbe andato in terza elementare, Evka solo in prima. La mamma lo rimproverava sempre quando bestemmiava, lui però nominava il diavolo e pronunciava simili parole soltanto quando era arrabbiato. Cioè soltanto nel caso in cui qualcosa non fosse andato per il verso giusto. E certamente non era giusto che avessero appiccato il fuoco a un edificio tanto bello con quel grande teatro dove il babbo e la mamma li avevano portati a vedere uno spettacolo; come la volta in cui sul palcoscenico c’era Krjavelj. Tanta gente stava seduta al buio e in silenzio, e allorché un uomo nell’oscurità aveva tossito, gli altri avevano fatto sss!… zittendolo. Evka sedeva sulle ginocchia della mamma, Branko invece su quelle di papà. Allora era comparso Krjavelj che si contorceva senza sosta come un fachiro e ammiccava con l’occhio destro. Poi disse che aveva tagliato in due il diavolo e che la prima volta il tonfo aveva fatto patapìm e la seconda patapùm. No, non era giusto che l’avessero incendiato, altrimenti il loro papà non si sarebbe arrabbiato tanto. E non era neanche giusto che la gente alle finestre gridasse: «Aiuto, aiuto!» e che gli uomini neri non permettessero ai pompieri di salvarli. Se salteranno in strada si ammazzeranno tutti, moriranno tutti.
«Canaglie del diavolo» disse papà.
E teneva per mano Evka e Branko mentre saliva lentamente sotto un cielo divenuto una cupola color rosso scuro. Evka aveva paura e avrebbe voluto essere a letto vicino alla mamma per potersi stringere a lei e non vedere quel bagliore sanguigno che trasformava la notte; per stringersi a lei e nascondere gli occhi nel suo grembo.
***

Il problema della mancanza di rispetto della storia nel suo complesso non è purtroppo un problema circoscritto alla memoria selettiva del sindaco di Trieste. La conferma viene da un altro episodio di cronaca recente, quello del campo di concentramento fascista di Visco, in provincia di Udine, l’ultimo campo di cui ci siano ancora delle tracce fisiche, che qualche mese fa ha rischiato lo smantellamento.

A proposito dei campi di concentramento fascisti, ancora Boris Pahor in Tre volte no, formulava una domanda ragionevole e pacata:
Perché non si portano i ragazzi nei campi di concentramento italiani, come quelli di Rab, Gonars, Visco, Chiesanuova, Monigo, Grumello e altri ancora? E’ giusto che i giovani vadano a visitare le foibe, ma prima devono avere la possibilità di conoscere e studiare tutta la complessa situazione storica. Andare solo alla Risiera di San Sabba, che fu voluta dai nazisti, non basta e perpetua quell’immaginario descritto da Paolo Rumiz: “Innocenti noi, barbari loro. Deponiamo corone d’alloro e torniamo a casa contenti di essere stati, ancora una volta, italiani brava gente“.
Lo scritto di Paolo Rumiz citato da Pahor è un articolo di raro equilibrio e di grande respiro pubblicato sul quotidiano di Trieste Il Piccolo il 10 febbraio 2009. E’ già disponibile online altrove, ma lo ricopio lo stesso qui perché mi sembra ci stia tutto e per contribuire ad evitare che un giorno possa sparire dalla rete.
Foibe e Risiera, la strana ”simmetria” per pacificare la memoria sugli ex confini
Per arrivare a una pacificazione non è sufficiente onorare soltanto i morti delle Foibe e della Risiera
A due settimane dal Giorno della Memoria, il 10 febbraio – oggi – ritorna il Giorno del Ricordo dedicato agli esuli d’Istria e Dalmazia e ai morti nelle foibe. Torna con la sua carica di emozioni forti e il suo seguito di dispetti diplomatici fra Italia, Slovenia e Croazia. Ogni volta la stessa storia. Quasi un tormentone a orologeria.
Come noto, per metterci una pietra sopra, Roma chiede a Lubiana e Zagabria di concordare un atto simbolico di omaggio ai due luoghi contrapposti della barbarie: le foibe appunto, e la Risiera di Trieste, unico forno crematorio nazista in terra italiana. Un doppio atto catartico, si afferma. Una contrizione equanime e simmetrica, come i due piatti di una bilancia.
Ma è qui il punto. So bene che molti non saranno d’accordo, ma a mio avviso quella tra le foibe e il Lager triestino è una falsa simmetria. Mi spiego. Noi chiediamo ai nostri vicini di riconoscere una colpa loro, e in cambio offriamo di dolerci di una colpa niente affatto nostra. La Risiera è un simbolo pesante. Ma ha un difetto: venne gestita da tedeschi, e Trieste era territorio del Reich.
È difficile che funzioni. È come saldare un debito con moneta altrui. Perché non si cerca altro? Strano che l’Italia antifascista non ci pensi. Di luoghi alternativi ce n’è d’avanzo. Per esempio l’infame e italianissimo campo di concentramento di Gonars in Friuli, dove civili sloveni e croati furono fatti morire di fame; o il villaggio di Podhum sopra Fiume, una Marzabotto firmata Italia del ‘42, con cento civili fucilati, incendio e deportazione dei sopravvissuti.
Sarebbe facile, ma temo che se le nostre controparti ci dicessero davvero “offriteci un pentimento un po’ più italiano”, saremmo colti da amnesia collettiva. Da troppi anni il Paese evita il nodo del pentimento; si genuflette ad Auschwitz ma sorvola sui delitti del Ventennio. Squalifica i liberatori, li trasforma in occupatori, minimizza quel regime che pure Fini ha dichiarato “male assoluto”, e anziché chiedere scusa si limita a costruire un’agiografia di “fascisti buoni” salvatori di ebrei, o dedica strade a propagandisti del Ventennio.
Ma questo crea un rischio concreto: che il 10 febbraio vada in collisione col 27 gennaio, o addirittura lo neghi. L’equivalenza criminale tra foibe e lager triestino sembra fatta per tirarsi dietro un’equivalenza politica: nazifascismo=comunismo, mali assoluti entrambi. Ma come possiamo sostenerlo senza negare proprio l’evento fondativo del Giorno della Memoria, e cioè che il 27 gennaio a entrare ad Auschwitz fu l’Armata Rossa?
Non basta. Il 10 febbraio lascia intendere che pure noi italiani abbiamo avuto la nostra Shoah. Le nostre vittime, si dice, furono “martiri”. Ma il termine indica l’accettazione della morte in nome di un’idea, cosa che non fu, tanto è vero che non viene applicato nemmeno ai morti di Auschwitz. Difendere questa parola non rischia di sminuire l’orrore incommensurabile dell’Olocausto?
Da noi tutto è soggetto a lifting, dalla faccia dei primi ministri alle leggi finanziarie: figurarsi il Ventennio. In questa cosmesi Trieste ha una funzione-chiave. Qui i liberatori dell’Est e dell’Ovest andarono a scontrarsi e la ferocia vendicativa dei primi si scatenò come sappiamo. Ciò ne fa una piazza irrinunciabile per la Destra. Il posto ideale per equiparare i partigiani ai briganti e riciclare i fascisti come difensori della frontiera minacciata dal comunismo.
Ma se questo è il fine, allora il 10 febbraio e il 27 gennaio rischiano entrambi di svuotarsi di senso e ridursi a un’autoassoluzione. In fondo la colpa dei forni crematori è tedesca, quella delle foibe slava, e dunque possiamo sempre concludere: innocenti noi, barbari loro. Deponiamo corone d’alloro e torniamo a casa contenti di essere stati, ancora una volta, italiani “brava gente”.
Pensiamoci un attimo. Siamo l’unica nazione europea che ha ben due giorni dedicati alla Memoria. E siamo anche gli unici a servircene non tanto per chiedere scusa quanto per esigere scuse da altri. Ma allora a che serve questo nostro 10 febbraio? A celebrare morti e confortare profughi, come è doveroso, oppure ad assolvere gli stessi squadristi che plaudirono alle leggi razziali?
L’Italia ignora che quelle leggi furono proclamate settant’anni fa proprio a Trieste ed ebbero un tragico preludio nella repressione contro sloveni e croati fin dal 1920, con diciotto (!) anni di anticipo sulla Notte dei Cristalli. E pochi sanno che i “nostri” ebrei furono portati a morire sulla base di liste tutte italiane, accuratamente redatte nel ‘39 dall’ufficio “anagrafe e razza”. Perché non lo si dice chiaro?
Perché quel giorno infausto, di cui è appena trascorso il settantesimo anniversario, è stato ricordato in tono minore? Perché non s’è detto chiaro che quel tragico annuncio in piazza Unità ebbe in risposta non un silenzio attonito ma sette – ripeto, sette – ovazioni? C’è chi dice che le leggi razziste dipesero dall’influenza tedesca, ma Mussolini fu esemplarmente chiaro: “Coloro i quali credono che noi abbiamo obbedito a imitazioni – disse – sono poveri deficienti cui non sappiamo se dirigere disprezzo o pietà”.
Oggi in Italia si bruciano barboni, le ronde vanno a caccia di “musi neri”, nelle banlieues è scattata l’emergenza etnica, la presidenza del consiglio invece di unire il Paese lo spacca drammaticamente. Lo stesso Fini e parte della Destra sono preoccupati. Ma non è proprio questo che li dovrebbe obbligare a tener desta la memoria per evitare derive balcaniche al Paese? I Balcani non sono forse una tragedia etnica costruita sul cattivo uso della memoria?
Invece l’antislavismo resta un pregiudizio vivo a Nordest, e Trieste continua a essere un tappo formidabile sulla Ostpolitik italiana. Il Muro è caduto vent’anni fa, il confine con la Slovenia è caduto, ma la “svendita dell’italianità” è ancora il termine insultante con il quale certa nostra imprenditoria, per invocare protezionismi, bolla in nome della patria ogni tentativo di accordo di frontiera, lasciando così in apnea il porto di Trieste.
Non si capisce una cosa ovvia. La potenza tedesca si basa su un pilastro: l’aver chiesto scusa. È questo che ha dato credibilità all’espansione economica di Berlino a Oriente. Noi – che con tutta evidenza ci siamo macchiati di colpe minori – non l’abbiamo fatto, con la conseguenza che l’allargamento dell’Unione europea a Est va a due velocità. A Nord arriva alle porte di Pietroburgo; a Sud non arriva a Punta Salvore.
Lo chiamano ricordo, ma quante rimozioni! Non si dice che nel ‘19, dopo i bei Ragazzi del Novantanove, sulla frontiera arrivarono uomini neri a portare arroganza, sopraffazione e morte. Si omette che decine di migliaia di austriaci se ne andarono da Trieste a guerra finita perché l’Italia aveva chiuso le loro scuole, dopo che Vienna aveva lasciato fiorire la lingua italiana.
Si dice che Trieste fu “redenta”, ma non aveva nulla da cui redimersi. Il porto funzionava, Vienna investiva cifre enormi nello sviluppo, la rete ferroviaria era al top. Il fascismo invece castigò l’Adriatico: la flotta passò al Tirreno e Genova con Napoli saldarano il conto della sconfitta navale di Lissa, inflitta 50 anni prima dagli istro-dalmati sotto il vessillo dell’aquila bicipite.
Perché oggi si dedicano discorsi persino ai papalini uccisi a Porta Pia, ma non agli istriani, dalmati, goriziani e triestini che morirono sul fronte russo per obbedire al loro imperatore? Per essi nemmeno un fiore sui Carpazi. Vanno dimenticati solo perché disturbano l’immagine di Trieste italianissima? Quanta storia inghiottita da un buco nero.
Giampaolo Pansa fa le pulci alla Resistenza. Benissimo. La storia va sviscerata senza paura. Il problema è che pochi fanno le pulci al fascismo. Chi parla delle repressioni nella Trieste operaia, degli assalti agli sloveni e della loro lingua negata? Chi dei cognomi italianizzati in massa, o dei lager del Duce dove tanti bambini stranieri morirono di stenti tra il ‘41 e il ‘43? Silenzio indecente su tutto, anche sui 300 criminali di guerra mai passati in giudicato, o sugli squadristi riabilitati nel dopoguerra.
È dal ‘45 che la Destra persegue coerentemente questa rilettura. Ora ha in gran parte raggiunto il suo obiettivo. A furia di insistere ha ottenuto di fissare il Giorno del Ricordo al 10 febbraio, data del “tradimento” (il trattato di pace che ha ceduto terre a Tito) che mi pare scelta apposta per fomentare revanscismi. Nulla è più pertinace della memoria dei Vinti.
Il risultato è che oggi l’Italia accetta di celebrare le foibe evocando solo la barbarie slava e ignorando quella italiana. Onestà vorrebbe che nel gioco delle scuse incrociate si sostituisse la falsa simmetria con una simmetria autentica. Solo così il dopoguerra, a mio avviso, potrà dirsi finito sulla frontiera. Senza onestà la memoria resta zoppa, e il giorno del Ricordo potrà creare tensioni ancora a lungo. A meno che non sia proprio questo che si vuole.
Per fortuna, pare che il campo di concentramento di Visco non rischi più di essere smantellato come sembrava qualche mese fa.
Visco dovrebbe sopravvivere, ma a Gonars, ancora in provincia di Udine, c’è solo un monumento nel cimitero a ricordare la presenza del locale campo di concentramento. In questo caso c’è almeno un luogo della memoria virtuale dedicato al campo, The Gonars memorial, realizzato dal comune di Gonars, da quello di Visco, dalla regione Friuli Venezia Giulia e dalla Commissione Europea. Le medesime istituzioni hanno realizzato anche un documentario:


The Gonars Memorial from nestor anarres on Vimeo.

Segnalo infine alcune letture in rete, che cercherò di aggiornare nel tempo, e dei testi:

Visco: una storia dimenticata

Ferruccio Tassin, Sul confine dell'Impero, Comune di Visco, 1998

Una mia visita a Visco

I campi di concentramento per civili gestiti dalla II Armata

Nei campi di concentramento fascisti di Rab – Arbe e Gonars (PDF)

Relazioni italo-slovene 1880-1956 – Relazione della Commissione storico-culturale italo-slovena

Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce - L'internamento civile nell'Italia fascista (1940-1943), Einaudi

Sulle foibe, per il momento, mi limito a segnalare:

Claudia Cernigoi, Operazione foibe a Trieste, Udine 1997

Giuseppe Casarrubea, Foibe, perché?

Jože Pirjevec, Foibe - Una storia d'Italia, Einaudi

Dizionario di tutte 'e cose - C come (il) Cinema prima del cinema

Mi è sempre piaciuto pensare che il cinema non sia nato con i fratelli Lumière, ma molto, molto prima.

Mi è sempre piaciuto pensare che sia nato con l'opera lirica, con il melodramma, in quanto forma di rappresentazione che ne conteneva in nuce, fin dalle origini, tutti gli elementi essenziali: il racconto visivo di una storia che può assumere i registri più diversi, dal dramma alla commedia alla farsa, i tenori e i soprani quali primi attori e le altre voci per i caratteristi (il mio preferito: il basso buffo),  le scene corali quali scene di massa, i recitativi quali forme di dialogo, le scenografie a riprodurre qualsiasi epoca storica, naturalmente la musica ad accompagnare la storia, e infine, e forse soprattutto, la sua fruizione, a partire dalla metà del '600, da parte di un pubblico sempre più popolare e la medesima capacità di suscitare in esso, proprio come accade nelle sale cinematografiche, emozioni, di provocare lacrime e risate.

Qualche anno fa, però, di fronte a dei fotogrammi ammirati su delle strutture di legno ricoperte da carta e foglie d'oro e decorate a tempera, mi sono dovuta ricredere e ne ho dovuto modificare le origini. Si trattava di un film giapponese attribuito al "regista" Kano Domi e dedicato allo sbarco dei portoghesi in Giappone.


Erano due paraventi d'arte namban (i giapponesi chiamavano i portoghesi nambanajin, barbari del sud) esposti al Museo Nacional de Arte Antiga di Lisbona, ma allora mi si erano rivelati (e nella mia memoria sono tuttora) come il primo ed il secondo tempo di un film la cui storia si svolge in due lunghe sequenze, a distanza di decenni l'una dall'altra, una prima che ritrae l'arrivo del Barco Negro a Nagasaki, una seconda che ritrae il corteo che si dirige alla Casa della Compagnia di Gesù.

Nel film, gli attori portoghesi portano dei doni, di cui alcuni sono animali, hanno tutti nasi pronunciati, baffi folti e pizzetto e il colorito abbronzato dei marinai, sono piuttosto alti e indossano cappelli, grandi colli bianchi e amplissimi calzoni a sbuffo di diverse fantasie, tracce della moda portoghese dell'epoca, ma soprattutto tracce dei particolari che allora maggiormente colpirono la sensibilità del regista giapponese al suo primo contatto con i barbari del sud, insomma con noi europei, rappresentati, nella circostanza, dai navigatori portoghesi. I giapponesi, all'arrivo degli stranieri, non escono di casa, al più si affacciano, timidamente, sulla soglia di casa, e guardano sfilare il corteo esotico, mostrando curiosità e al contempo un po' di timore.




Pensavo che la sceneggiatura dell'incontro tra portoghesi e giapponesi, su cui mi era piaciuto fantasticare un po' per conto mio a partire dalle scarse note della didascalia e dalla sola visione dell'opera, fosse andata irrimediabilmente perduta. Mi sono dovuta ricredere anche in questo: in realtà c'era anche quella, solo che l'ho trovata solo qualche tempo fa, ad anni di distanza da quella mia prima visione. Almeno a me piace pensare che ne sia l'ideale sceneggiatura di una altrettanto ideale coproduzione portoghese-nipponica. Eccone una limitata selezione, scritta da un portoghese nel 1585 che era arrivato in Giappone una ventina di anni prima.

Noi e loro

La maggioranza degli europei è di alta statura e ben piantata; i giapponesi sono normalmente più piccoli di noi, di corpo e di statura.

Gli europei considerano belli gli occhi grandi; i giapponesi li trovano orribili: per loro, gli occhi belli sono chiusi dal lato delle lacrime.

Da noi, non è strano avere gli occhi chiari; i giapponesi la considerano una cosa mostruosa, ed è un fatto raro tra loro.

Davanti e dietro

In Europa, gli uomini vanno davanti e le donne dietro; in Giappone, gli uomini vanno dietro e le donne davanti.

Le nostre latrine si devono situare dietro le case, a distanza; le loro sono davanti, evidenti allo sguardo di tutti.

Prima e dopo

I nostri bambini imparano prima a leggere e poi a scrivere; quelli del Giappone cominciano prima a scrivere, e poi incominciano a leggere.

Consumi

In Europa, una cassa di farina di riso basterebbe a un regno intero; in Giappone, viene dalla Cina senza sosta, a navi intere, e ancora non basta.

Capacità e incapacità

Da noi, un bambino di quattro anni non sa ancora mangiare con le mani; quelli del Giappone, a partire dall'età di tre anni, mangiano da soli con le bacchette.

I bambini in Europa raggiungono la pubertà e non sanno neanche redigere un biglietto; quelli del Giappone, a dieci anni, sembrano averne cinquanta per l'intelligenza e il giudizio che mostrano.


Lettere, caratteri e nomi

Noi scriviamo con 22 lettere; loro con 48 nell'abbecedario kana e con infiniti caratteri e diversi tipi di lettere.

Noi studiamo diverse arti e scienze nei nostri libri; i giapponesi passano tutta la vita a conoscere il cuore dei caratteri.

Noi scriviamo in orizzontale, da sinistra a destra; loro lo fanno in verticale, e sempre da destra a sinistra.

Là dove si raggiungono le ultime pagine dei nostri libri, cominciano le loro.

Le nostre lettere possono esprimere dei concetti solo tramite un lungo sviluppo; quelle del Giappone sono molto brevi e concise.

Da noi, i nomi delle donne si traggono dalle sante; quelli dei giapponesi sono: pentola, gru, tartaruga d'acqua, espadrilla, tè, giunco, ecc.

Credenze

Da noi, gli uomini entrano nella religione per fare penitenza e per la propria salvezza; i bonzi lo fanno per scappare dal lavoro e vivere in pace in mezzo ai piaceri.

Noi riconosciamo un solo Dio, una sola fede, un solo battesimo e una sola Chiesa Cattolica; in Giappone, ci sono tredici sette ed esse differiscono quasi tutte le une dalle altre per il loro culto e le loro preghiere d'adorazione.

Noi consideriamo leggendarie tutte le storie di sirene e uomini marini; i giapponesi credono che sotto il mare ci sia un regno di lucertole, che sono dotate di ragione e conoscono il saluto.

Paure

Da noi, uomini, donne e bambini hanno paura della notte; in Giappone, al contrario, né i grandi né i piccini ne hanno il minimo timore.

Noi proviamo in generale paura e ripugnanza nel prendere i serpenti in mano; i giapponesi li prendono con facilità, senza alcun timore, e alcuni li mangiano.

Si fa, non si fa

Da noi, è un peccato grave suicidarsi; in Giappone, in guerra, quando non ne possono più, si aprono il ventre e quello è il segno di grande valore.

In Europa, l'onore e il bene supremo delle giovani donne sono il pudore e il chiostro inviolato della loro purezza; le donne del Giappone non fanno caso alla purezza virginale e perderla non le disonora né impedisce loro di sposarsi.

In Europa, non si offre da mangiare ai carpentieri e ai loro aiutanti; in Giappone, questi hanno da mangiare là dove lavorano, persino i loro aiutanti che non fanno niente.

In Europa, è sconveniente scoprirsi, se non nella punta dei piedi, per riscaldarsi davanti al camino; in Giappone, colui che sta vicino al fuoco non si vergogna affatto di mettersi a culo nudo per lo stesso scopo.

In Europa, è molto sconveniente che una donna beva vino; in Giappone è molto frequente e durante le feste bevono talvolta fino a rotolare per terra.

Starnutire da noi è una cosa naturale e non ci facciamo caso; nelle isole di Goto, lo si considera un presagio, e chi ha starnutito non può parlare lo stesso giorno al suo signore.

In Europa, non uccidiamo per scopo di denaro, almeno fino ad una certa somma; in Giappone, lo si fa anche per un piccolo furto.

Da noi, si usa abbracciarsi al momento dell'addio o quando qualcuno arriva da lontano; i giapponesi non conoscono questa usanza, e ridono quando ce lo vedono fare.

Noi ci puliamo le narici con il pollice o l'indice; loro, che le hanno molto strette, lo fanno con il mignolo.

Noi soccombiamo spesso alla collera e non dominiamo che di rado la nostra impazienza; loro, stranamente, restano sempre molto moderati e riservati.

Da noi, non si usa invitare i servitori assieme ai loro signori e alle loro signore; in Giappone, lo si fa spesso, alle volte per obbligo, alle volte no.

Malattie, terapie

Da noi, gli ascessi sono distrutti col fuoco; i giapponesi preferirebbero morire piuttosto che provare i nostri rudi rimedi chirugici.

Con i nostri malati, se non hanno appetito, si insiste al punto da nutrirli a forza; i giapponesi considerano questo crudele, e preferiscono lasciare morire i loro malati di inappetenza.

Da noi, avere la gonorrea è considerato sporco e motivo di vergogna; in Giappone, uomini e donne ritengono che sia una cosa banale e nessuno se ne turba.

Calendari

L'era dei cristiani non cambierà dalla nascita di Cristo fino alla fine del mondo; l'era del Giappone cambia sei o sette volte nel corso della vita di un re.

Tesori

Noi custodiamo come un tesoro le pietre preziose e i monili d'oro e d'argento; i giapponesi conservano vecchi paioli, porcellane antiche e rotte, recipienti di terracotta, ecc.

Edilizia

Le nostre case sono alte e a più piani; quelle del Giappone, per la maggior parte, sono basse e a un piano.

Le nostre sono di pietra e di calce; le loro, di legno, di bambù, di paglia e di terra.

Le nostre stanze hanno generalmente delle finestre che danno molta luce; le zaxiki del chanoyu sono senza finestre e molto scure.

Le nostre case sono ornate da tessuti, cuoio dipinto, e tappezzerie delle Fiandre; quelle del Giappone da paraventi di carta dorata o dipinta di inchiostro nero.

Da noi, quando scoppia un incendio tutti accorrono con l'acqua e demoliscono le case vicine; i giapponesi si mettono sugli altri tetti e agitano dei ventagli di paglia e gridano al vento di andarsene.

Ho tratto queste considerazioni, che mi paiono contenere una buona dose di meraviglia non priva di ironia, ammirazione e persino di autocritica, fermandomi veramente a stento, dal testo del padre gesuita Luís Fróis Européens et japonais: traité sur les contradictions & différences de mœurs, Chandeigne 2009, un testo ritrovato da Josef Franz Schütte negli archivi di Madrid nel 1946 e pubblicato per la prima volta da questi nel 1955 in una rivista universitaria giapponese.

La pagina del museo in cui vidi il film giapponese.

La pagina di wikipedia dedicata all'arte namban, da cui ho tratto due foto del film.

domenica 4 aprile 2010

Wie wäre es, wenn ein Dialektgedicht übersetzbar wäre

Lass mich eine Radtour machen
mach schon, Papa.
Ich bleibe ganz still
ich bewege meine Beine nicht
ich setze nicht meine Füße in die Räder ein
ich spreche nicht
lass mich eine Radtour machen
ich bin sechs Jahre alt
ich wiege nicht viel, Papa.
Ich bleibe ganz ruhig
ich bitte dich
lass mich endlich alles sehen:
das Bergdorf, wo ich geboren bin,
die Steinhäuser die Schule die Kirche
und dann die Wiese - ich bitte dich,
wo du Mama geliebt hast,
wonach ich angekommen bin
und du verschwunden bist.

Vivian Lamarque

Hier ist der originale Text.

dobermann

für Ron Winkler

dies ist das dorf, und dies am waldesrand
die wasenmeisterei, von deren dach
ein dünner rauch sich in den himmel stiehlt.
die leeren felle an der wand. der korb
mit welpen, ihre augen noch vernäht
von blindheit: so beschnüffeln sie die welt.
noch ist es früh, und in den städten schlafen
die landvermesser und die kartographen.
im garten jener brunnen voller durst.
apolda, thüringen: die tote kuh
am feldrand, ein gestrandeter ballon,
von seuche aufgebläht. sie wird
dort liegenbleiben: unter einem kleingeld
von sternen schreitet er, an dessen seite
zwei schwarze klingen durch die landschaft schneiden.

Jan Wagner



questo è il paese, e questo al limite del bosco
il mattatoio, dal cui tetto
si libra nel cielo un filo di fumo.
le pelli nude alla parete. il cesto
con dei cuccioli, i loro occhi ancora cuciti
da cecità: così annusano il mondo.
è ancora presto, e nelle città dormono
gli agrimensori e i cartografi.
nel giardino quel pozzo assetato.
apolda, turingia: la mucca morta
a bordo del campo, un pallone arenato,
gonfio di malattia. resterà
là distesa: sotto una manciata
di stelle procede lui, al cui fianco
due lame nere tagliano il paesaggio.

sabato 3 aprile 2010

*

Mi ricordo qualche foto e delle ombre,
sui muri tappezzati di carta bianca.
Ma invece non mi ricordo più
se i vasi della casa
avevano delle anse,
o il cassetto del tavolo
una chiave.

*

Ci chinavamo,
tutte le mattine,
sul nostro silenzio,
io mi chinavo
sulle caraffe rotte,
sulle finestre chiuse.

*

Siamo rimasti in piedi,
nel labirinto del nostro tempo succinto;
o ci siamo rannicchiati
sull'ultimo istante.
Ci siamo rannicchiati su sogni evanescenti,
su coppe vuote,
su una chiesa.
La chiesa di fronte mi ha visto abbracciare il nulla.

*

Volevo morire,
solamente ho riso
nel blu del cielo.
Ma in camera
ho fatto una piccola fessura nelle persiane,
e mi sono giunti allora il rumore dei treni,
una giornata obliqua
e dei punti di domanda.

*

C'erano un ponte in pietra, antico,
e degli alberi bagnati
alle porte di una città.
La ferrovia assomigliava
ad una lingua in fuga,
assomigliava ad un gesto o
alla genesi di un dire.

*

Che colore, oggi,
avranno la mia giacca
rimasta dietro la porta,
la coppa dimenticata sul tavolo
e il basilico inclinato sul pavimento?
Ci sono nella mia memoria
delle parole banali,
ma ci sono anche dei dolori
incollati alla finestra.

Sabah Zouein

(una possibile versione della versione francese, che immagino opera della stessa autrice, pubblicata nel volume Voix libanaises actuelles di Sabah Kharrat Zouein, Le temps des cerises 2009, un volume, nelle intenzioni dell'autrice, destinato ai lettori del Québéc, e finito, in un suo esemplare, nelle mani di un'italiana)

*

Sabah Zouein è nata in Libano, a Zouk Mosbeh, dove vive, nel 1955. Ha studiato sociologia e ha all'attivo 9 raccolte di poesie, di cui le prime quattro scritte dapprima in francese e poi tradotte da lei stessa in arabo. È giornalista, critica letteraria, cinematografica e traduttrice. Parla arabo, francese, tedesco, spagnolo, inglese e italiano. Se c'è una cosa che veramente la inebria, è la scoperta della radice di una parola (da qua). A chi lo dice.

giovedì 1 aprile 2010

بضع دقائق

un paio di minuti

mi presento all'appuntamento con un paio di minuti di ritardo e vedo che sono già andati via. cosa sono mai un paio di minuti in confronto alla distanza che ho percorso. ho lasciato il mio letto presto e ho camminato nel freddo, e guarda cosa ne ho tratto. tutto questo è gratuito, e nessuno mi regala in cambio due minuti. è ben possibile che mi considerino un uomo inaffidabile o che dicano che ho sprecato il loro tempo con l'attesa. e non posso raccontare del mal di testa che mi ha preso lungo il cammino, e nemmeno della mia preoccupazione di arrivare in ritardo. tutto questo ora non conta e preferisco lasciarlo dietro di me. non lo posso neanche dare in affitto ai ricordi o incassarne un certificato di smarrimento. penserò che con questo è finito tutto e infine mi sembrerà che non sia successo niente. penserò anche a questa poesia come ad un appuntamento mancato, poiché non troverò la parola alla fine della riga. penso di avere avuto più estro in altri tentativi e ora la stupida fine felice, dopo un gesto involontario, mi ha sorpreso. forse l'ho sottratto al tempo, o un caso inaspettato me ne ha fornito il destro. talvolta non possiamo seguire il richiamo di una grande idea senza incartarci un po'. nessuno si accorge di nulla, se non che il bicchiere è caduto e ha macchiato le carte per un gesto che è arrivato due secondi troppo tardi per andare a buon fine. nessuno comprende che l'attenzione è una forza che il corpo non sempre sopporta e che da un'eccessiva concentrazione possono nascere degli errori inaspettati.

Abbas Beydoun

(una possibile versione della traduzione tedesca del testo originale offerta da Franz Hodjak)

*

Abbas Beydoun (trascritto anche Baydoun) è nato a Tiro, cui ha dedicato una poesia, nel 1945, ha studiato letteratura araba classica all'università di Beirut, è stato perseguitato ed arrestato più volte in Libano ed in Israele a causa del suo impegno politico nel movimento comunista libanese, è emigrato in Francia, dove ha studiato scienze islamiche alla Sorbona, ed è infine ritornato a Beirut. È una voce importante nel dialogo tra occidente e mondo arabo.

*

C'è una piccolissima possibilità che la mia versione, in fondo in fondo, non abbia tradito completamente la sua poesia: in un'intervista del 2004 alla fiera del libro di Francoforte, a proposito del dialogo tedesco-arabo e della necessità che i tedeschi finalmente vi si aprissero, così concludeva:
Basta incontrare un intellettuale arabo per capire che conosce Goethe e Schiller, Hölderlin e Benjamin, Hegel, Heidegger e Habermas. Moltissimi intellettuali arabi sono stati marxisti in una certa fase della loro vita, brechtiani in un'altra, per cui in ogni intellettuale arabo possiamo trovare anche un lato tedesco.
*

Nota a margine: in Germania arrivavo più in anticipo del solito, agli appuntamenti. Per spiazzare i tedeschi, per intaccare, anche solo un po', il perdurante pregiudizio nei confronti degli italiani ritardatari congeniti (e poi, anche ora, non mi dispiace aspettare, le attese si trasformano in letture). Al loro arrivo al luogo convenuto, dopo aver voltato e rivoltato il polso per verificare che l'orologio non gli si fosse fermato, ristabilivano il loro ordine delle cose con un facile stratagemma, dandomi cioè un nome: Ausnahme (eccezione). Fin qui in senso letterale. In senso lato, hai voglia se ho mancato qualcosa per un paio di minuti.

mercoledì 31 marzo 2010

L'infinito


La poesia L'infinito in lingua italiana dei segni (LIS) interpretata da studenti dell'Istituto Statale di Istruzione Specializzata per Sordi "Antonio Magarotto" di Torino.
Link diretto al video.

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

La traduzione in francese di Yves Bonnefoy.

(was it necessary?)

For its concentration of sheer drama, it bears comparison with another contemporary masterpiece, Shakespeare's Macbeth.
From a note printed on the verso of a postcard showing The beheading of St John the Baptist (La decollazione di san Giovanni Battista) by Caravaggio.  


La sogli(ol)a di accettazione

Gli errori, nella vita come per chi scrive, sono inevitabili. Provo grande solidarietà nei confronti di chi li commette, in particolare per quelli linguistici, visto che ne compio quotidianamente molti sia parlando sia scrivendo, e capisco che in francese non vi sia bisogno di scrivere l'accento nelle parole tronche, però, se si sceglie di riportare dei nomi nella lingua originale, una revisione potrebbe aiutare a mantenerli al di sotto della sogliola di accettazione.

Nel capitolo del libro Voyager vers des noms magnifiques di Béatrice Commengé, éditions Finitude 2009, dedicato a Trieste, si trovano, nello spazio di una ventina di paginette (tra parentesi la versione corretta):

Trieste ad Italia (sulla falsariga di Alexandria ad Egyptum, ma se ad regge l'accusativo e se Italia si declina come rosa, allora dovrebbe essere ad Italiam, credo)
Palazzo dello Stella (Palazzolo dello Stella)
Piazza Unita (piazza Unità)
Senilita (Senilità)
Via San Nicolo (via San Nicolò)
Penne All'arrabiata (penne all'arrabbiata)
Cafè Specchi, Caffe Italia, Caffe Tommaseo, Caffe San Marco (Caffè degli Specchi, Caffè Italia, Caffè Tommaseo, Caffè San Marco)
Cimetero Greco-Orientale (Cimitero Greco-Orientale)
Ταξιδιωτηζ (Ταξιδιώτης)
via Battista (via Battisti)

La versione che ho trovato online è leggermente diversa: non contiene alcuni di questi errori, ma ne contiene altri (Senelita e TAXEIDIOTA, per esempio).

Pieta per il lettore, svp.

domenica 28 marzo 2010

Come sarebbe se avessimo anche la fantastica, oltre alla logica

Se avessimo anche una fantastica come abbiamo una logica, allora sarebbe scoperta l'arte dell'inventare. Alla fantastica appartiene in qualche misura anche l'estetica, come alla logica il giudizio (Hätten wir auch eine Phantastik wie eine Logik, so wäre die Erfindungkunst erfunden. Zur Phantastik gehört auch die Aestetik gewissermassen, wie die Vernunftlehre zur Logik).

Novalis, Fragmente.

Questo frammento di Novalis viene ricordato nell'Antefatto a La grammatica della fantasia di Gianni Rodari, frutto dell'esperienza dello scrittore a Reggio Emilia, città cui il libro è dedicato, in occasione degli Incontri con la fantastica, ivi organizzati nel 1972. È un frammento che Rodari trovò nell'inverno 1937-38, quando imparò un po' di tedesco insegnando l'italiano a dei bambini in casa di ebrei tedeschi che credevano di aver trovato in Italia un rifugio contro le persecuzioni razziali. La mattina insegnava l'italiano, il pomeriggio lo passava nei boschi a camminare e a leggere Dostoevskij.

Una delle storie riportate dal libro nacque in una scuola materna in cui i bambini erano stati invitati dalla maestra, che il giorno precedente aveva partecipato ad uno degli incontri, ad inventare una storia a partire da un binomio di parole: "luce" e "scarpe". Questo fu il risultato inventato da un bambino di cinque anni e mezzo, aiutato, nell'operazione, da tre compagni:

C'era una volta un bimbo che si metteva sempre le scarpe del suo papà. Una sera il papà si era stufato che il bimbo gli prendeva sempre le scarpe, allora lo mette attaccato alla luce, e poi a mezzanotte cade, e allora dice il papà: - Cosa c'è, un ladro?
Va a vedere e c'era il bimbo per terra. Il bimbo era rimasto tutto acceso. Allora il papà ha provato a girargli la testa ma non si è spento, ha provato a tirargli le orecchie ma non si spegneva, ha provato a schiacciargli il naso ma non si spegneva, ha provato a tirargli i capelli ma non si spegneva, ha provato a schiacciargli l'ombelico ma non si spegneva, ha provato a tirargli via le scarpe e c'è riuscito, si è spento.

Al termine della storia, i bambini, soddisfatti di sé e soprattutto della trovata finale, sentirono il bisogno di applaudirsi.

sabato 27 marzo 2010

Come sarebbe se dedicassimo alla poesia anche un solo minuto al giorno

Oggi, 2 versi.

*

W każdej kieszeni nosił ołówki, szkicowniki,
Z okruchami bułki, akcydensami życia.

Czesław Miłosz
GUCIO ZACZAROWANY, 5, Berkeley, 1962


In ogni tasca portava matite, taccuini d'appunti,
Assieme a briciole di pane, gli accidenti della vita.

venerdì 26 marzo 2010

Come sarebbe se al posto dei cartelloni pubblicitari ci fossero poesie

Auguro al Movimento per l'Emancipazione della Poesia, che ho scoperto grazie a Il taccuino di Sonnenbarke, invisibilità notturna e visibilità diurna.

Gli dedico poi due poesie, Gedichte lesen e Piccola lode al pubblico della poesia.

'O munno cagna (il mondo cambia)

Una premessa che non è originale, che parte da uno dei poeti più (vanamente) citati in Italia, ma che mi serve prima di riportare una poesia di un altro poeta italiano che si intitola "La bicicletta", non perché abbia bisogno di spiegazioni, ma perché, come le persone, anche le poesie hanno una storia alle spalle e qualche volta è bene - trovo - tentare di riassumerla o almeno di abbozzarla.

Pasolini, in Lettere luterane, che raccoglie suoi interventi sul Corriere della Sera e sul Mondo del 1975, spiegava a Gennariello, un ragazzo napoletano, il mutamento antropologico in atto allora negli italiani: per la prima volta nella storia, da quando la produzione delle "cose" era diventata produzione industriale, di massa, un cinquantenne come lui non avrebbe più potuto insegnare ad un quindicenne come Gennariello le "cose" che lo avevano educato, e Gennariello non avrebbe potuto insegnare a lui le "cose" che lo stavano educando (cioè che stava vivendo) perché la loro natura, la natura delle "cose", era cambiata nella sua totalità. Per illustrare la profondità del salto generazionale tra lui e Gennariello e l'estraneità insanabile che ne derivava, Pasolini ricorreva al linguaggio pedagogico delle cose e per farne un esempio concreto considerava le tazzine da tè di un salotto borghese del 1944: le "tazzine coloro giallo uovo chiaro, con delle macchie a rilievo bianche" predisposte da Dante Ferretti per la scenografia del suo ultimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma. "Legate all'universo della Bauhaus e dei bunker, esse erano angosciose. Non potevo guardarle senza provare una fitta al cuore, seguita da un profondo malessere. Tuttavia quelle tazzine avevano in sé una misteriosa qualità, condivisa, del resto, dalla mobilia, dai tappeti, dai vestiti e dai cappellini delle signorine, dalle suppellettili, dalle stesse carte da parati: questa misteriosa qualità non dava però dolore, non causava un violento regresso (che poi la notte ho sognato) in epoche anteriori e atroci. Dava anzi gioia. La loro misteriosa qualità era quella dell'artigianato. Fino al Cinquanta, fino ai primi Sessanta è stato così. Le cose erano ancora fatte o confezionate da mani umane: pazienti mani antiche di falegnami, di sarti, di tappezzieri, di maiolicari. Ed erano cose con una destinazione umana, cioè personale. Poi l'artigianato, o il suo spirito, è finito di colpo. Proprio mentre hai cominciato a vivere tu."

Pasolini era del 1922 e scriveva queste cose negli anni Settanta. Da allora 'o munno è cagnato n'ata vota (il mondo è cambiato un'altra volta) se Guido Oldani, che è del 1947, trova argomenti per poter sostenere che la nostra società "non distingue un uomo da una bicicletta, il cielo da un impianto per idromassaggio". Oldani chiama la sua poetica la poetica del baco. Ne ho trovata una sua spiegazione nella rivista latinoamericana di poesia Prometeo:


"Più della metà del mondo vive in aree metropolitane. Il resto della gente le avvolge centripetamente, le tocca, le occlude. Questa è la nostra situazione globale. La realtà non è data dalla naturalezza, ma dagli infiniti oggetti prodotti in serie. Produciamo infinite cose, tanto desiderabili quanto, quasi sempre, inutili. Torniamo a caderci sopra, come dei boomerang. Come un baco da seta, produciamo il filo che ci avvolge, finché diventa bozzolo e poi sarcofago che ci sacrifica, come bestie sacrificate al nulla. Questa è la realtà, o meglio, questo è l'autorealismo in cui viviamo. Anche i popoli si ammassano, gli uni sugli altri, attraverso guerre e migrazioni di massa. Non c'è quasi differenza tra uomini e cose e le masse degli uni assomigliano sempre di più agli altri, che diventano termine di paragone. La realtà non si antropomorfizza, ma l'uomo si cosifica. La mia poetica consiste nel registrare questo paradosso demenziale che siamo obbligati a vivere, dandolo per scontato. Io assomiglio ogni volta di più alla mia bicicletta, e chi la incontra per strada, appoggiata ad un muro, la saluta credendo, a ragione, che lei sia me. Tuttavia, di fronte a questo la mia bicicletta, che ha la sua dignità, da qualche tempo ha cominciato a ribellarsi."

E ora, dopo questa lunga premessa, posso finalmente riportare la poesia di oggi.

La bicicletta

e come si usa, a un certo punto della vita
ridurla quasi a un volto che le diamo
per scorgerla da fuori e compatirla
io, tralasciando quanto sia in natura,
ricorro a un alter ego manufatto
probabilmente ad una bicicletta
che certo non compete alle volate
neppure sta nel gruppo condiviso,
magari è dentro un vicolo sterrato
e quando il troppo adagio la barcolla
per non cadere dà una pedalata
un breve sbando e seguita la corsa,
l’arrivo si confonde alla sortita.

Guido Oldani

mercoledì 24 marzo 2010

Ideenspiel fortgeschrittener Sommer

lass uns jemand anderes sein und Orte erzeugen,
Fingertreffpunkte, Tauchwälder oder
Wellblechwiesen: das hält eine Zeit lang
beschäftigt – wie Fernschnee zu spielen
gegen die aufsässige Hitze, bis zum Abbruch der Übung
durch einen lauen Schild-des-Achill-Mond
im neu entdeckten Sternzeichen Champagnerglas.

Ron Winkler


Gioco mentale di tarda estate

diventiamo qualcun altro e inventiamoci dei posti,
punti di ritrovo per dita, boschi per immersioni o
prati di lamiere ondulate: questo ci tiene occupati
per un po' - come giocare alla teleneve
contro il caldo ostinato, fino ad interrompere l'esercizio
con una fiacca luna-scudo-di-Achille
nel nuovo segno zodiacale del bicchiere di champagne.

Winkler è nato a Jena nel 1973. È poeta e traduttore di poeti statunitensi. Vive a Berlino.

martedì 23 marzo 2010

gaststuben in der provinz

hinter dem tresen gegenüber der tür
das eingerahmte foto der fußballmannschaft:
lächelnde helden, die sich die rostenden nägel
im rücken ihrer trikots nicht anmerken lassen.

Jan Wagner

Laute Verse, Gedichte aus der Gegenwart, dtv 2009


trattoria in provincia

dietro il bancone di fronte alla porta
la foto incorniciata della squadra di calcio:
eroi sorridenti che nascondono
l'arrugginirsi dei chiodi dietro le loro magliette.

*

Una nota dell'autore rivela che questa poesia, nella sua prima versione, era lunga circa trenta righe. Nel suo grandioso sviluppo iniziale comprendeva paesaggio, uomini e disposizioni d'animo. Nel tempo, però, una riga dopo l'altra è stata "naturalmente" omessa, un po' come quando si segano progressivamente le gambe di un tavolo. Le quattro righe sopravvissute a questo lavoro per sottrazione, che si è fermato un attimo prima che la poesia sparisse, gli sembravano contenere più cose delle iniziali trenta.

Jan Wagner è nato ad Amburgo nel 1971 e vive a Berlino dal 1995, è poeta e traduttore (Charles Simić, James Tate, Simon Armitage, Matthew Sweeney, Jo Shapcott, Michael Hamburger, Tim Turnbull). Nelle sue poesie si possono trovare pomodori, meloni, fish and chips e bustine da tè.

domenica 21 marzo 2010

Dizionario di tutte 'e cose - P come polipropilene

Dopo aver appreso ed applicato lo studio ai raggi X delle strutture cristalline per la soluzione di problemi chimici e strutturali fin da studente negli anni Venti, dopo aver appreso ed applicato i metodi a diffrazione elettronica all'esame della struttura dei polimeri lineari e dei catalizzatori eterogenei negli anni Trenta, dopo avere studiato la polimerizzazione delle olefine e la cinetica delle reazioni secondarie fin dal 1938, dopo aver esteso la ricerca effettuata da Ziegler sui catalizzatori organometallici in grado di sviluppare reazioni stereospecifiche e dopo avere scoperto nuove classi di polimeri con una struttura stericamente ordinata, giovedì, 11 marzo 1954 Giulio Natta produce per la prima volta il polipropilene isotattico, in cui tutti i gruppi metilici (-CH3) sono dallo stesso lato della catena.


Questa la nota di quel giorno sul suo diario.


Fatto il polipropilene.

Nel 1963 Natta riceverà il premio Nobel per la chimica assieme a Karl Ziegler.

Il testo del brevetto, in cui Natta è coinventore assieme a Piero Pino e a Giorgio Mazzanti, depositato l'8 giugno 1954.

Sizin için

Sizin için, insan kardeşlerim,
Her şey sizin için;
Gece de sizin için, gündüz de;
Gündüz gün ışığı, gece ay ışığı;
Ay ışığında yapraklar;
Yapraklarda merak;
Yapraklarda akıl;
Gün ışığın da binbir yeşil;
Sarılar da sizin için, pembeler de;
Tenin avuca değişi,
Sıcaklığı,
Yumuşaklığı;
Yatıştaki rahatlık;
Merhabalar sizin için;
Sizin için liman da sallanan direkler;
Günlerin isimleri,
Ayların isimleri,
Kayıkların boyaları sizin için;
Sizin için postacının ayağı,
Testicinin eli;
Alınlardan akan ter,
Cepheler de harcanan kurşun;
Sizin için mezarlar,mezar taşları,
Hapishaneler, kelepçeler, idam cezaları;
Sizin için;
Her şey sizin için.

Orhan Veli Kanık, 01.05.1949


Per voi, fratelli umani,
Tutto è per voi.
Per voi la notte, anche il giorno;
Di giorno, la luce del giorno, di notte, il chiaro di luna;
Al chiaro di luna, le foglie;
Alle foglie, la curiosità;
Alle foglie, il pensiero;
Mille sfumature di verde alla luce del giorno;
Per voi i gialli, anche i rosa;
La carezza di una pelle nell'incavo del palmo,
Il suo calore,
La sua dolcezza;
La felicità di essere a letto;
I buongiorno sono per voi;
Per voi gli alberi dondolano nel porto;
I nomi dei giorni,
I nomi dei mesi,
I colori delle barche;
Per voi il passo del postino,
La mano del venditore d'acqua;
Il sudore che cola dalla fronte,
Il proiettile perduto nelle battaglie;
Per voi cimiteri, lapidi,
Prigioni, manette, pene capitali.
Per voi,
Tutto per voi.

(cfr., volendo)

sabato 20 marzo 2010

詩

Fino ad una decina di minuti fa, la parola più antica che conoscessi per indicare la poesia era ποίησις, da ποιεῖν, fare.

Da una decina di minuti è diventata 詩 (shī).

La poesia è composta da 言 (yán) e 寺 (sì), cioè da parole nel tempio.

Come ogni lirica che si rispetti, la si cantava (Aub tenía razón: antes cantan los niños que hablan).

言, a sua volta, contiene 口 (kǒu) (bocca): sono parole che escono dalla bocca.

寺 è formato da 土 (tǔ) (terra) e 寸 (cùn) (è un'unità di misura: la larghezza del pollice in corrispondenza dell'articolazione), il che mi fa pensare che nel tempio vi sia una certa nota d'umiltà rispetto all'aria che si respira in chiesa (Εκκλησία, assemblea).

(E lo chiamiamo greco antico.)

*

Aggiornamento

Questo post ha un merito, anzi due: ha indotto Studiolum ad arricchirlo con un contributo essenziale a commento qui sotto e gli ha poi ispirato un post che apporta ulteriori significati e interpretazioni. Lo ringrazio qui, in attesa di ripassare in quella miniera d'oro che è il suo blog.

venerdì 19 marzo 2010

This piece is totally useless and also ridiculous outside Spain

Nel 1797 il compositore e violoncellista Boccherini, che è alla corte di Spagna dal 1770, scrive all'editore Ignace Pleyel per la concessione dei diritti di alcune opere. 


Madrid, 10 luglio 1797

Caro e amato Pleyel,

(...)
Nell'opera 30 Quintettini troverete uno che ha per titolo "La musica notturna delle strade di Madrid". Questo pezzo è totalmente inutile ed anche ridicolo fuori di Spagna poiché non possono gl'uditori giammai comprenderne il significato né gl'esecutori sonarlo come dev'essere sonato, per il che in suo luogo vi mando una sinfonia di più, che troverete aggiunta all'opera 37.
(...)

Dev.mo Ob.mo Servitore ed Amico
Luigi Boccherini


Youtube link

Dizionario di tutte 'e cose - D come Descrivere l'indeterminabile



Nel descrivere i fenomeni atomici - disse Niels Bohr - si può usare il linguaggio solo come è usato in poesia, in cui non si tratta tanto di descrivere precisamente i fatti quanto di creare immagini nella coscienza e stabilire connessioni mentali.

Potremmo mai capire cosa succede in un atomo? - chiese Heisenberg.

Sì - rispose Bohr, dopo un momento di esitazione - ma dovremo al contempo prima imparare che cosa significhi la parola capire.

Da die Quantenmechanik.

mercoledì 17 marzo 2010

Contrasti

- Vui vinite, signore, su 'l chiù meglio, e vui, lombardo e neutro, siete il cadì chiù naturale e giusto: si contrastava, tra i riveriti pastori qui presenti, se sia opportuno, nel poetare o pure rivolgere al sicolo idioma tragedia antiqua oppur poema, sia opportuno dicìmo per nui nativi d’Arcamo, patria del primo e granne, onore de la cosca de' poeti e luce di cinnàca, di Ciullo intenno, chiaro al monno intero, e surtutto per nui de l’Accademia ardente che al nome suo s'appenne, sia opportuno far crescere la cima sicola da ràdica toscana o puramente far sbocciare in aura toscana la semente sicola. Giudicate vui, vah, giudicate vui! - E sopra la gran panza, stralucente di catene, di medaglie e orioli, incrociò le braccia, s'assestò sopra lo scranno, e mi fissò co' i suoi occhi a calamaro, quel nero del Soldano. E come lui, co' gli stessi occhi, mi fissaro gli accademici o pastori in attesa ch'io profferissi la sentenza.
- Ma veramente, - balbettai vergognoso - mi so nient di lingua e di poesia. Io son solo un modesto cultore d'antiquaria e ancor più modesto suo ricopiatore.
- Checchecchè ?! - fece il Soldano.
- Non m’intendo, non m’intendo... - dissi allargando le braccia.
- No, no, no, corpo d'un Bacco! - urlò ancora l'ospite battendo il pugno sopra la tavola. - Non m'ingannate. Siete, come scrive il Seppotta nella littra, un grande artista, e dunca il più adatto a giudicare...
- Vi prego...- insistei. Ma quello non s'arrese.
- Allora ascortate, - disse - ascortate due campioni de le due manère contrapposte di poetare: primo è l'illustrissimo don Erminio Chinigò, in Accademia inteso Abelio Zenòdoto, di cui domani, festa di Santa Maria dei Miracoli, si rappresenta nella Badia Nuova la Tirannide rintuzzata nel martirio di Santa Venera e Petrulla, opera tragicorsara; secondo, il reverendissimo padre don Getulio Camàro, in Accademia Aristeo Apollonio, autor di rinomate ottave in purissima lingua sicola-toscana. Attaccate, don Erminio! - ordinò quel signore. Esultante quindi l'accademico, con voce forte, chiara, si mise a recitare versi oscuri, incomprensibili, a me, a voi, a chicchessia, mi credo, non fusse nato in Alcamo, che romorosi applausi si ebbero, e numerosi brindisi, di tutta l'adunanza.
Poscia seguì il prete, grevio, untuoso, che pur poetando nel più cercato e prezioso italico linguaggio, tanto dolz e pien de schiribizz, de pezz, e pazz, e pozz, e puzz, e pizz, come ridendo dice il nostro Maggi, erano i versi suoi sì gonfi di metafore, e di immagini e concetti sì peregrini e falsi, e manierato il tono, e il ritmo artefatto, di sì insomma eunucata poesia, che ricordavano la frutta artificiale di zucchero e di mandorla, o quello stile stracarico di chiese, a pietre mischie e tramischie, che chiaman gesuitico, e più di questo, e quella, mi davan la nausea, e gli impulsi impellenti (che la scusa!) di ributto.
Sursi improvviso pallido, sudato, e chiesi di uscire all'aria, che il clima e il viaggio m'aveano straccato: che scusassero... E solo allora il Soldano si convinse di richiamare il figlio e farmi accompagnare alle mie stanze.

Vincenzo Consolo, Retablo, Sellerio editore Palermo 2009, pagg. 54-57 (prima edizione 1987)

Il retablo (retro tabula altaris) è "l'invenzione (derivata da El retablo de las maravillas, uno degli entremés di Cervantes) di far veder nel quadro ciò che si vole, dietro ricatto d'essere, se non si vede, fortemente manchevole o gravato d'una colpa".

Cosa non si è inventato Consolo per far fuggire il proprio alter ego, il pittore Fabrizio Clerici, dalla Milano di Craxi.

I had to write a composition for Stradlater

The thing was, I couldn't think of a room or a house or anything to describe the way Stradlater said he had to have. I'm not too crazy about describing rooms and houses anyway. So what I did, I wrote about my brother Allie's baseball mitt. It was a very descriptive subject. It really was. My brother Allie had this left-handed fielder's mitt. He was left-handed. The thing that was descriptive about it, though, was that he had poems written all over the fingers and the pocket and everywhere. In green ink. He wrote them on it so that he'd have something to read when he was in the field and nobody was at bat. He's dead now. He got leukemia and died when we were up in Maine, on July 18, 1946. You'd have liked him. He was two years younger than I was, but he was about fifty times as intelligent. He was terrifically intelligent. His teachers were always writing letters to my mother, telling her what a pleasure it was having a boy like Allie in their class. And they weren't just shooting the crap. They really meant it. But it wasn't just that he was the most intelligent member in the family. He was also the nicest, in lots of ways. He never got mad at anybody. People with red hair are supposed to get mad very easily, but Allie never did, and he had very red hair. I'll tell you what kind of red hair he had. I started playing golf when I was only ten years old. I remember once, the summer I was around twelve, teeing off and all, and having a hunch that if I turned around all of a sudden, I'd see Allie. So I did, and sure enough, he was sitting on his bike outside the fence - there was this fence that went all around the course - and he was sitting there, about a hundred and fifty yards behind me, watching me tee off. That's the kind of red hair he had. God, he was a nice kid, though. He used to laugh so hard at something he thought of at the dinner table that he just about fell off his chair. I was only thirteen, and they were going to have me psychoanalyzed and all, because I broke all the windows in the garage. I don't blame them. I really don't. I slept in the garage the night he died, and I broke all the goddam windows with my fist, just for the hell of it. I even tried to break all the windows on the station wagon we had that summer, but my hand was already broken and everything by that time, and I couldn't do it. It was a very stupid thing to do, I'll admit, but I hardly didn't even know I was doing it, and you didn't know Allie. My hand still hurts me once in a while when it rains and all, and I can't make a real fist any more - not a tight one, I mean - but outside of that I don't care much. I mean I'm not going to be a goddam surgeon or a violinist or anything anyway.
Anyway, that's what I wrote Stradlater's composition about. Old Allie's baseball mitt. I happened to have it with me, in my suitcase, so I got it out and copied down the poems that were written on it. All I had to do was change Allie's name so that nobody would know it was my brother and not Stradlater's. I wasn't too crazy about doing it, but I couldn't think of anything else descriptive. Besides, I sort of liked writing about it. It took me about an hour, because I had to use Stradlater's lousy typewriter, and it kept jamming on me. The reason I didn't use my own was because I'd lent it to a guy down the hall.
It was around ten-thirty, I guess, when I finished it. I wasn't tired, though, so I looked out the window for a while. It wasn't snowing out any more, but every once in a while you could hear a car somewhere not being able to get started. You could also hear old Ackley snoring. Right through the goddam shower curtains you could hear him. He had sinus trouble and he couldn't breathe too hot when he was asleep. That guy had just about everything. Sinus trouble, pimples, lousy teeth, halitosis, crumby fingernails. You had to feel a little sorry for the crazy sonuvabitch.

J.D. Salinger, The catcher in the rye, Chapter 5

Come sarebbe se una stessa persona posasse per due pittori diversi

Una persona che si mettesse a posare per due pittori diversi,
anche nella stessa giornata,
ad esempio la mattina per Antonello da Messina
ed il pomeriggio per Francis Bacon
(il viceversa sarebbe inverosimile),
nel ritratto sarebbe la stessa persona, in fondo,
ma in superficie non esattamente.
Che giornata, comunque.

I am a failed poet

Sono un poeta mancato. Forse ogni autore di romanzi vuole dapprima scrivere poesie, scopre di non farcela, e allora prova con il racconto, che, dopo la poesia, è la forma più esigente. È solo quando non vi riesce che si mette a scrivere romanzi.

William Faulkner a Jean Stein, The Paris Review, 1956

Poema

És cert
que no tinc diners
i és patent que la major part de
monedes són de xocolata;
però si agafeu aquest full,
el doblegueu pel llarg
en dos rectangles,
després en quatre,
feu llavors un plec
oblic amb els quatre
papers i el separeu
en dos gruixos,
obtindreu
un ocell que mourà
les ales.

Joan Brossa i Cuervo, 1963



אדם

Uomo

Iniziarono a farmi dagli occhi
dopo aggiunsero altri organi
infine si venne conformando il corpo
cui aggiunsero pure un osso caudato,
perché non mi montassi la testa.
Dopo aggiunsero altri sensi:
orecchio per sentire, naso per odorare e cuore per piangere
o da indurire davanti all'altrui dolore.
Sono uomo. Ho delle alternative.
Opera perfetta, posso scegliere
fra il bene e il male, e perfino il male peggiore.
Sono uomo. Posso fare
qualunque sciocchezza al mondo a mio piacere
perché sono umano
fra tutti gli uomini e le donne del mondo
sono proprio come gli altri,
non sono mai mancato a nessuno
e nessuno in particolare mi è mancato.
Morendo
mancherò a tutti
e tutti mi mancheranno!

Natan Zach, Sento cadere qualcosa - Poesie scelte 1960-2008, Giulio Einaudi Editore 2009
Traduzione di Ariel Rathaus

(cfr., volendo)

(אדם è uomo, ma è anche il nome proprio Adam)

domenica 14 marzo 2010

حجر/piera/stone



Se solo fossi una pietra

Non desidero niente
Non passa nessun ieri
Non arriva nessun domani
Il mio oggi non declina né scorre.
Non mi succede né l'uno né l'altro.
Ho detto se solo fossi una pietra
Qualsiasi pietra da far lambire dall'acqua
fino a diventare verde o gialla
da mettere su un piedistallo in una stanza
come una scultura
o un esempio di lavoro d'intaglio
o uno strumento per sbrogliare il necessario da quello che non lo è...
Se solo fossi una pietra
allora potrei desiderare tutto!

Mahmoud Darwish, Diari

Ho azzardato più del solito: se l'originale arabo è proprio quello tratto dal numero 88/89 del 2006 della rivista letteraria al-Karmel, ho avuto un gran bel colpo di fortuna. Se no, lo si ignori e mi si perdoni.


*

Megio 'l silensio
erba d'un prào,
griso d'assensio,
barco fondào.

No' stâ svolâ.
Dalongo i trae;
no' stâ cantâ,
gnanche d'istàe.

Sii piera grisa
che nissun bada,
polvere grisa
sora la strada.

Caligo fisso
che passa via,
svodo d'abisso
dopo una ssia.

No' stâ fidâte
de le to ore:
lássele scôre,
sensa voltâte.

Biagio Marin, Il non tempo del mare, 1964


Meglio il silenzio
erba di un prato,
grigio d'assenzio,
barco affondato.

Non volare.
Subito ti sparano addosso;
non cantare,
neanche d'estate.

Sii pietra grigia
cui nessuno bada,
polvere grigia
sopra la strada.

Nebbia fitta
che passa via,
vuoto d'abisso
dopo una scia.

Non fidarti
delle tue ore:
lasciale scorrere
senza voltarti.

*

Stone

Go inside a stone
That would be my way.
Let somebody else become a dove
Or gnash with a tiger's tooth.
I am happy to be a stone.

From the outside the stone is a riddle:
No one knows how to answer it.
Yet within, it must be cool and quiet
Even though a cow steps on it full weight,
Even though a child throws it in a river;
The stone sinks, slow, unperturbed
To the river bottom
Where the fishes come to knock on it
And listen.

I have seen sparks fly out
When two stones are rubbed,
So perhaps it is not dark inside after all;
Perhaps there is a moon shining
From somewhere, as though behind a hill—
Just enough light to make out
The strange writings, the star-charts
On the inner walls.

Charles Simić, What the Grass Says, 1967

sabato 13 marzo 2010

Quantitatif

Güzel kadınları severim,
İşçi kadınları da severim,
Güzel işçi kadınları
Daha çok severim.

Orhan Veli Kanık, 1938

Amo le belle donne,
Amo anche le operaie,
Amo ancora di più
Le belle operaie.

venerdì 12 marzo 2010

L'infinì

E cossa ghe volerà mai a scriver una po

giovedì 11 marzo 2010

Las paraulas

Las paraulas estèlan la nuòch de las causas;
Se miralhan dins l’estanh das monstres abandonats
au fons dau potz etern de la tenèbra.

Las paraulas son de lutz en camin,
que sabon pas se quaucun las espèra.

La nuòch inacabada.

Max Rouquette (in occitano Max Roqueta), Lo maucòr de l'unicòrn (Il tormento dell'unicorno)


Le parole costellano la notte delle cose;
Si specchiano nello stagno dei mostri abbandonati
nel fondo del pozzo eterno della tenebra.

Le parole sono luce in cammino,
che non sanno se qualcuno le aspetta.

La notte infinita.

Stanott u sugnà

Stanott u sugnà
che te me 'mparavet a lègg e a scriv
e mi bona bona te dumandavi
se fa cumè la A
se fa cumè la V?
Fasevi finta de savè nient
per restà lì inscì a vardat
intant che te me spiegavet
el filett de la A
e 'l ricciulin de la V.
E anca i maiuscul i minuscul
e 'l cursif e 'l stampatel
mi stavi lì a vardat e pœu
cont el did smaggiaa d'incioster
provavi, visina a ti
i curvett de la S
'l taiètt de la T.
E pœu la letura: te me disevet
asculta Vivian...
A come i al di rundin che vulen su nel ciel
B come i banc de la scola cont i scolaritt
C come i bei cà cont 'l tètt ross ross
F come i finester avert spalancà
N come la nèbbia la nèbbia grisa grisa
O come i occh, i occh bei bianc
U come l'uga dolza cont i gandolin rutund
V come i vel, i vel in mezz al mar
Z come i zanzar de l'està che puarett (te suridevet)
tutti vurèm mazzà.
E mi scultavi inamurada la tua bèlla vùs pazienta
e vardavi incantada i to bei man espressiv
che disegnaven ne l'aria 'l dundulà di vel
ne l'aria 'l zzz zzz di zanzar...
mi scultavi inamurada e, oh che bèl sugnà che l'era
che bèl che bèl sugnà.

Vivian Lamarque, La gentilèssa: poesie in dialetto milanese, 1973-1975, Stampa editore 2009

mercoledì 10 marzo 2010

Te tiravet 'l pes

Te tiravet 'l pes
te tiravet 'l pes in d'un prà
e mi stavi lì silenziusa a vardàt
te seret tutt cuncentrà
te se mœuevet pianissim
come al ralentatur
quando 'l pes 'l rivava giò in tèrra
mi curevi cuntenta a ciapàl
pœu tutt a 'n tratt
l'a boffà 'l vent
e 'l pes...

... 'l pes 'l t'a purtà via
'l t'a purtà in alt
in alt luntan
mi lì a 'spetà
cont 'l nas per aria
mi lì a 'spetá
'spèti ancamò
sun semper là.

Vivian Lamarque, La gentilèssa: poesie in dialetto milanese, 1973-1975, Stampa editore 2009

martedì 9 marzo 2010

L'ospedaa

L'ospedaa se 'l mal fa minga tropp mal
l'ospedaa a mi un poo me pias:
quando riven din-din i termometri sbarlusènt
tutt bèi disinfetà
che bèl pruass la fever tutt 'nsèma
e intant vardà 'l cumudin bianc in part
cun sura 'l zùccher i biscott
la bottiglia d'acqua mineral
'l pèttin con la sóa bustina
che bèl vardà 'l via-vai de la gent che passa
i 'nfermer, i duturi bei bianc
e vardàss i man
giustàss i 'l lenzœu
parlutà cui visìn de lètt...
in cœu la fever l'è dumà trentasett e sett
e magari sabet se va a cà.
Cinq'ur, rìven i visit
la mama 'l marì i amis
me disen di bei robb gentil
i nuvità de la cà
'l temp che 'l fa de fœura
che bei fac surident
me suriden financa i parent di alter lètt
e quand a batt i man scàpen via tutti
quand sparissen tutt 'nsèma com i piviun del Domm
'l magun se manda giò con la minestrina e i per cott
e a durmentàss l'è già matina
spalanchen i finester
te disen sota! sota!
e 'l riva 'l cafelatt.

Vivian Lamarque, La gentilèssa: poesie in dialetto milanese, 1973-1975, Stampa editore 2009

Lètter lètter

Lètter lètter
chi vœur lègg i me lètter?
Vendi i me lètter gratis
chi vœur cumprai?
Abunament setimanal
riven de sabet
gh'è dumà de dervì i bust
de tirà fœura i fœuj e lègg
(ma se pó anca saltà 'n tòcch)
insoma 'na roba svelta
se lègg se strascia fine
basta pocch a cuntentàm.

Vivian Lamarque, La gentilèssa: poesie in dialetto milanese, 1973-1975, Stampa editore 2009

Gajna malada

Da quel dì
che te m'è scritt inscì
m'è capità 'n quaicoss
me interèssa pù nient
l'è minga giust se fa no inscì
ma me interèssa pù nient e alura

alura me mètti in d'un cantun
come 'na gajna malada
la córt 'l pollé i alter gajnn
vedi tuscoss ma m'interèssa nient
l'acqua fresca de bev
i granitt giald de mangià
nient, col crapin sotta l'ala che bèl scur
che bèl caldin ch'el fa
par de vèss un poresin denter la mama
che bèl sentì i rumur luntan luntan
col crapin sotta l'ala l'è minga giust
ma che bèl caldin ch'el fa.

Vivian Lamarque, La gentilèssa: poesie in dialetto milanese, 1973-1975, Stampa editore 2009

La lèttera

T'u tant pregà
de mandamm 'na lèttera
'na lèttera vera tutta per mi
con la sóa busta bianca e 'l bullìn culurà
con denter ben piegà el foeuj
in alt Milàn, la data
e sott la parola "cara"
cara e 'l me nom visìn

t'u tant pregà
e adèss, adèss che l'è rivada
bèlla bianca rettangulara
la finissi pù de lègg l'indirizz
'l me nomm, cugnomm
legi financa 'l bullìn con stampà 'l dì e l'ura
e osi no dervìla perché mi
quel che l'è denter scritt mi 'l su giamò
l'induvini e alura, alura l'è mei dervìla no
savè nient, lassà stà
e pœu l'è inscì bèlla 'sta busta
duprada da ti solament per mi
che l'è fin peccaa rumpìla
in alt o in bass strasciàla
che bèlla 'sta busta bianca
scritta da ti propi propi a mi.

Vivian Lamarque, La gentilèssa: poesie in dialetto milanese, 1973-1975, Stampa editore 2009

lunedì 8 marzo 2010

Come sarebbe se tutta la vita entrasse nella biografia

Quando il venerabile poeta Arany aveva compiuto ottant'anni, stando a quel che diceva Pataki, gli avevano chiesto come vedeva i momenti più alti della sua celebrata esistenza di poeta leggendario, rivoluzionario, profeta, eroe e vanto nazionale. "Qualche trombata in più non avrebbe guastato", era stata la risposta.

Tibor Fischer, Sotto il culo della rana in fondo a una miniera di carbone, traduzione di Anna Maria Biavasco e Valentina Guani, Piccola biblioteca Oscar Mondadori 2000

Famm fà un gir in bicicletta

Famm fà un gir in bicicletta
dài papà.
Sto ferma ferma
mœuvi no i gamb
mèti no i pé in di rœud
parli no
famm fà un gir in bicicletta
gh'oo ses an
pesi minga tant, papà.
Stoo quièta quièta
te preghi
famm vedè finalment
'l paes de muntagna indove sun nassuda
i cà de sass la scola la gesa
e pœu 'l prà te preghi
indové t'he amà la mama
che pœu sun rivada mi
e te set sparì ti.

Vivian Lamarque, La gentilèssa: poesie in dialetto milanese, 1973-1975, Stampa editore 2009

Da un'intervista riportata in appendice alla raccolta: "Non sono milanese, ma Milano è la mia città d'adozione (in senso letterale, i miei genitori adottivi abitavano lì). La sua lingua era nell'aria, l'ho respirata soprattutto negli anni Cinquanta, allora la parlavano in molti nelle strade, nei cortili, mi è entrata dentro quietamente, è stata lì ferma, buona buona, poi tra il 1972 e il 1975, anni in cui ho scritto il maggior numero di poesie, anni di forte disagio psichico (ma non voglio gareggiare con Alda Merini, vincerebbe lei!), si è mossa e, senza averle minimamente "programmate", una quarantina di poesie in dialetto si sono infilate tra le altre centinaia, in questa raccolta ho cercato di scegliere tra le meno acerbe. Negli anni successivi non si sono più fatte vive, non ne ho scritte più".

Provo a darne una versione in triestino, nonostante la triste perdita dell'inversione milanese delle negative, per vedere l'effetto che fa.

Fame far un giro in bici
dai papà.
Stago ferma ferma
no' movo le gambe
no' meto i pie nele riode
no' parlo
fame far un giro in bici
go sei ani
no' peso miga tanto, papà.
Stago bona bona
te prego
fame veder finalmente
el paese de montagna dove son nata
le case de piera la scola la cesa
e dopo el prà te prego
dove te ga amà mama
che dopo son rivada mi
e te son sparido ti.

venerdì 26 febbraio 2010

Come sarebbe se non ci fossero il Mali e Cuba

Sabu Yerkoy, tratta da Ali e Toumani, 2010

Chitarra: Ali Farka Touré
Kora: Toumani Diabaté
Basso: Orlando “Cachaito” Lopez
Congas: Vieux Farka Touré
Coro: Souleye Kane, Ali Magasa e Vieux Farka Touré


Ali ha suonato questo pezzo sin dagli anni '60, ma questa è la sua unica registrazione. Sabu Yerkoy significa grazie a Dio ed è dedicata all''indipendenza del Mali.

giovedì 25 febbraio 2010

Rose my color is and white

Rose my color is and white,
Pretty mouth and green my eyes.

J.D. Salinger, Nine stories

Christ, it’s embarrassing – I start thinking about this goddam poem I sent her when we first started goin’ around together. "Rose my color is and white, Pretty mouth and green my eyes." Christ, it’s embarrassing – it used to remind me of her. She doesn’t have green eyes – she has eyes like goddam sea shells, for Chrissake.

domenica 21 febbraio 2010

Come sarebbe se l'uomo non sognasse

Als Gregor Samsa eines Morgens aus unruhigen Träumen erwachte...

Wacht auf, - denn eure Träume sind schlecht!
Bleibt wach, - weil das Entsetzliche näher kommt.

Rifiutandosi di bere e di mangiare, con delle placche rosse di febbre sulle guance, mio padre diventava in effetti selvaggio. Era chiaro che nessun organismo avrebbe potuto sopportare a lungo una tale carica d'odio. Una repulsione terribile trasformava il suo viso in una maschera tragica, fissa, dove solo le pupille guardavano, nascoste dietro le palpebre inferiori, tese in una eterna diffidenza. Con un urlo feroce scattava all'improvviso dalla sedia, si precipitava alla cieca in un angolo della stanza e già alzava il suo giavellotto sulla punta del quale uno scarafaggio enorme agitava disperatamente le sue zampette intrecciate. Adele veniva allora in aiuto a mio padre pallida d'orrore, gli ritirava la lancia con il trofeo infilzato in cima, che andava ad annegare nel catino. Ma di quell'epoca, non avrei potuto dire se fossero stati i racconti di Adele ad avermi inculcato queste immagini o se ne fossi stato io stesso testimone. Papà non aveva più allora quella forza di resistenza che protegge gli uomini sani contro la fascinazione della repulsione. Al posto di strapparsi di dosso la terribile attrazione, mio padre, in preda alla follia, ne restava sempre più invischiato. I suoi tristi effetti non tardarono a farsi sentire. Presto apparvero i primi sintomi sospetti, che ci riempirono d'angoscia e di dolore. Il comportamento di papà era cambiato. La sua follia sembrava placarsi, la sua eccitazione scemava. I suoi gesti e la sua mimica cominciarono a tradire una cattiva coscienza. Si mise ad evitarci. Restava nascosto tutto il giorno negli angoli o sotto le coperte. Lo vedevo spesso pensoso, mentre si guardava le mani, si esaminava la consistenza della pelle, delle unghie, dove comparivano delle macchie nere e lucenti. Nere come il carapace dello scarafaggio.
Di giorno resisteva ancora con quello che gli restava della forza, lottava, ma di notte la fascinazione lo assillava. Lo vidi una sera alla luce di una candela posata per terra, steso sul pavimento, nudo, totem chiazzato di nero che striavano le linee delle costole; la sua anatomia fantastica vista in trasparenza lo attirava su cammini oscuri. Agitava le sue membra con movimenti complicati, secondo un rituale strano nel quale, scosso d'orrore, riconobbi un'imitazione del cerimoniale degli scarafaggi.
A partire da quel momento, lo rinnegammo. La sua somiglianza con uno scarafaggio si accentuava di giorno in giorno - mio padre si trasformava in scarafaggio.
Cominciammo ad abituarcici. Lo vedevamo sempre di meno, per intere settimane spariva su sentieri di scarafaggio, si fondeva completamente tra il popolo nero, cessammo di distinguerlo da questo. Nessuno sapeva se vivesse ancora in una fessura del pavimento, se, di notte, percorresse la casa, immerso in affari da scarafaggio, o se non si trovasse tra quegli insetti morti, stesi sul dorso, a zampe ritte, che Adele ramazzava con disgusto su una paletta tutte le mattine per gettarli nella spazzatura.
"Eppure, dico senza convinzione, sono sicuro che questo condor sia lui". Mia madre mi guardava attraverso le ciglia. "Smetti di tormentarmi, caro, ti ho detto che tuo padre viaggiava come rappresentante di commercio. Sai bene, a volte ritorna a casa di notte, per ripartire prima dell'alba".

Una possibile versione della traduzione francese di Thérèse Douchy dal polacco di un pezzo tratto da Le botteghe color cannella.
Bruno Schulz, Oeuvres complètes, Denoël 2004

sabato 20 febbraio 2010

Dizionario di tutte 'e cose - C come Come sarebbe se una casa sognasse


555 KUBIK_ extended version from urbanscreen on Vimeo.

Produzione: urbanscreen.com
Direzione artistica: Daniel Rossa
Direzione tecnica: Thorsten Bauer
Design 3D: David Starmann
Suono: Jonas Wiese
Committente: Hamburger Kunsthalle

Dizionario di tutte 'e cose - R come Robotica


L'orologio elefante: dal Libro della Conoscenza degli Ingegnosi Dispositivi Meccanici (Kitáb fí ma'rifat al-hiyal al-handasiyya, noto anche come Automata) di al-Jazari, 715 (1315 d.C.) (prima edizione Baghdad 1206 d.C.); copia di Farkh ibn cAbd al-Latif. Inchiostro, colori e oro su carta.

Le ore sono indicate dal disco in cima all'orologio (inclinato, nella riproduzione), i minuti dalla penna dello scriba, che ruota stando seduto sulla groppa dell'elefante, all'interno della struttura. Il meccanismo è regolato da un serbatoio pieno d'acqua posto all'interno del corpo dell'elefante. Un catino perforato, collegato allo scriba tramite un sistema a pulegge, galleggia nell'acqua. Il foro regola la velocità con cui il catino vi affonda. A mano a mano che affonda, fa ruotare lo scriba. Quando il catino è completamente sommerso dall'acqua, fa rilasciare una palla da uno scivolo basculante posto sulla sommità della struttura, al quale è collegato sempre tramite pulegge. La palla, cadendo, colpisce una girandola che fa girare la fenice in cima, passa nel becco del falco e da questo nella bocca del serpente, che, ruotando attorno ad un asse orizzontale, la fa cadere nel serbatoio attraverso l'apertura disposta dietro il cavaliere (beh, elefantiere), riportando così sulla superficie del serbatoio il catino, e così via.

Lettera

Drohobycz, 16 agosto 1935

Ho una cattiva coscienza pensando a voi; potrei certamente giustificarmi invocando lo spezzettamento e la disorganizzazione del mio impiego del tempo a Varsavia; ma perché provare a discolparmi? Alcune spiegazioni peggiorano solo le cose: più esse si sforzano di mettere ordine ai fatti con esattezza, più sembrano artificiali e tirate per i capelli. Ha fatto bene a ricordarmi Rilke. Ogni volta che si è depressi per le proprie sconfitte nel campo della creazione (sconfitte di cui nessuno può sapere niente) è bene invocare il suo nome. L'esistenza dei suoi libri ci prova che le masse sorde e ingarbugliate delle idee che non sono state formulate possono ancora affiorare in superficie, meravigliosamente distillate. La precisione e la purezza della distillazione rilkiana non possono che riconfortarci, gli sforzi che compio per scrivere mi lasciano letteralmente spossato. Gli scrittori (quelli del mio genere, in ogni caso) sono le creature più miserabili che ci siano sulla terra. Devono continuamente mentire, presentare in modo convincente - come qualche cosa di compiuto e reale - quello che si trova in realtà allo stato di disgregazione e di caos. Il fatto che io possa rappresentare per qualcuno quello che Rilke rappresenta per me mi commuove e al contempo mi imbarazza. Non credo di meritare l'onore di un tale paragone. D'altronde, non prendo la cosa troppo sul serio.
Sarei contento di restare in contatto con lei, e mi domando che forma prenderà questo contatto.
Le mando con lo stesso corriere un esemplare de Le botteghe color cannella.
I miei saluti più cordiali.

Bruno Schulz
Bruno Schulz, Oeuvres complètes, Denoël 2004

Lettera a Romana Halpern, amica e confidente di Schulz a Varsavia, grande amante della letteratura e dell'arte. Figlia del giornalista Aleksander Kenig, abbandona gli studi alla scuola d'arte drammatica per lavorare all'ufficio cinematografico. Riesce a sfuggire dal ghetto durante il grande rastrellamento del luglio del 1942 e a lasciare suo figlio in un internato. Grazie alla conoscenza di quattro lingue straniere e della stenografia, trova lavoro, sotto falso nome, in un ufficio di una società di import-export tedesca a Cracovia. Arrestata dalla Gestapo nel settembre del 1944 e incarcerata, viene fucilata poco tempo prima della liberazione di Cracovia. Le lettere di Schulz alla Halpern sono state ritrovate dal figlio di questa dopo la liberazione di Varsavia nel vecchio appartamento di via Jasna 17, tra macerie e vetri. Un motivo in più per postarne una qui.

Lettre

Cher X,

On dit très bien.
On dit vachement bien.
On écrit très cordialement.
Il faudrait être cohérent.

Vachement cordialement,

F.

Fim

Quando eu morrer batam em latas,
Rompam aos saltos e aos pinotes,
Façam estalar no ar chicotes,
Chamem palhaços e acrobatas!

Que o meu caixão vá sobre um burro
Ajaezado à andaluza:
A um morto nada se recusa,
E eu quero por força ir de burro!...

Mário de Sá Carneiro


Quando morirò battete su barattoli,
Erompete in salti e capriole,
Fate schioccare in aria fruste,
Chiamate pagliacci e acrobati!

Che la mia bara vada su un asino
Bardato all'andalusa:
A un morto niente si ricusa,
E io voglio per forza andar sull'asino!...

(cfr., volendo)

Il mio funerale

Quando, uditemi amici, quando avvenga
che questa che mi rosica cirrosi
il fegato e dintorni m'abbia rosi,
come cirrosi fa che si convenga,

quando il medico, chiusa la sua cura,
ordinerà «portatelo pur via!»,
io voglio, per andar a casa mia
sottoterra, una magna sepoltura.

Ravvivatemi a tocchi di carmino
sapientemente la figura smunta;
questo fate, e indoratemi la punta
del naso e spruzzolatemi di vino

odoroso, che non m'abbia piú l'aspetto
di un comune cadavere, e i capelli
fatemi tutti di vïola belli
e un non mai visto m'abbia cataletto.

Trascinino la mia spoglia mortale
sei porcellini tinti in verde e giallo
e Francesco Pastonchi, alto, a cavallo,
proclami «Che stupendo funerale!»

Cento musici in abito d'arconte
annunzino la mia corsa a Plutone
soffiando ampi venti di polmone
in cave corna di rinoceronte.

E cento bande strepitino poi
di strumenti impensati, impreveduti:
clisocorni, arcoflauti, fiascoimbuti,
trombicefali ed arpe-innaffiatoi.

Accorrano le turbe al pio passaggio
e a strilli, ad urla, a voci mozze e mezze,
si narrino le mie scelleratezze
e mi paia d'udire il lor linguaggio:

«Era il Gran Kan, il Padiscià degli orsi,
dei Bramini ridea, come di paria,
era padrone di un castello in aria
e si beveva il cielo in quattro sorsi

«Viveva nei piú luridi angiporti...
non aveva la testa troppo salda...
mangiava il cardo con la bagna calda
di notte in compagnia di beccamorti.»

Infine sempre mi si tolga al sole
in una cripta, a un labirinto in fondo;
e tutti quanti i fior che sono al mondo,
tralci di rose, cespi di vïole,

effondano la loro primavera
fin giú nel buio delle mie caverne.
Ma siccome son io ch'ho da goderne,
i miei fiori piantateli in maniera

che le radici siano volte in alto
e le corolle sboccino sotterra...
Di sopra al sasso poi che mi rinserra
questa epigrafe scrivasi in ismalto:

«Qui giace ERNESTO RAGAZZONI D'ORTA –
nacque l'otto gennaio mille ed otto–
centosettanta» e, sotto, questo motto:
«D'essere stato vivo non gl'importa».

Ernesto Ragazzoni

Democrazia

son las sorpresas de la democracia: la basura siempre sale a flote.

Nicanor Parra

(cfr., volendo)

*

giovedì 18 febbraio 2010

La storia dell'uomo in 2 versi

le singe (ou son cousin) le singe devint homme
lequel un peu plus tard désagrégea l'atome.

la scimmia (o suo cugino) la scimmia diventò uomo
che un po' più tardi disgregò l'atomo.

2 versi su 1388 della Petite Cosmogonie Portative di Raymond Queneau

Acta de independencia

Independientemente
De los designios de la Iglesia Católica
Me declaro país independiente.

A los cuarentaynueve años de edad
Un ciudadano tiene perfecto derecho
A rebelarse contra la Iglesia Católica.
Que me trague la tierra si miento.

La verdad es que me siento feliz
A la sombra de estos aromos en flor
Hechos a la medida de mi cuerpo.

Extraordinariamente feliz
A la luz de estas mariposas fosforescentes
Que parecen cortadas con tijeras
Hechas a la medida de mi alma.

Que me perdone el Comité Central.

En Santiago de Chile
A veintinueve de noviembre
Del año mil novecientos sesenta y tres:

Plenamente consciente de mis actos.

Nicanor Parra


Dichiarazione di indipendenza

Indipendentemente
Dai disegni della Chiesa Cattolica
Mi dichiaro paese indipendente.

A quarantanove anni di età
Un cittadino ha perfettamente diritto
Di ribellarsi alla Chiesa Cattolica.
Che mi ingoi la terra se mento.

La verità è che mi sento felice
All'ombra di questi aromi in fiore
Fatti a misura del mio corpo.

Straordinariamente felice
Alla luce di queste farfalle fosforescenti
Che sembrano tagliate con forbici
Fatte a misura della mia anima.

Che il Comitato Centrale mi perdoni.

In Santiago del Cile
Il ventinove novembre
Dell'anno millenovecentosessantatre:

Pienamente cosciente delle mie azioni.

mercoledì 17 febbraio 2010

Doveri umani

Si parla molto di diritti umani.
Poco, quasi niente, di doveri umani.
Primo dovere umano: rispettare i diritti umani.

Nicanor Parra

El hombre imaginario

El hombre imaginario
vive en una mansión imaginaria
rodeada de árboles imaginarios
a la orilla de un río imaginario

De los muros que son imaginarios
penden antiguos cuadros imaginarios
irreparables grietas imaginarias
que representan hechos imaginarios
ocurridos en mundos imaginarios
en lugares y tiempos imaginarios

Todas las tardes tardes imaginarias
sube las escaleras imaginarias
y se asoma al balcón imaginario
a mirar el paisaje imaginario
que consiste en un valle imaginario
circundado de cerros imaginarios

Sombras imaginarias
vienen por el camino imaginario
entonando canciones imaginarias
a la muerte del sol imaginario
Y en las noches de luna imaginaria
sueña con la mujer imaginaria
que le brindó su amor imaginario
vuelve a sentir ese mismo dolor
ese mismo placer imaginario
y vuelve a palpitar
el corazón del hombre imaginario

Nicanor Parra