domenica 9 maggio 2010

Avviso di ricerca

Attenzione,
ultimo rapporto:
alla fine del XX secolo, alle ore 16 e 15 minuti,
il popolo armeno ha lasciato il Paese
e ancora non è ritornato...
Dati segnaletici: popolo antico, tormentato,
ingegnoso, lavoratore, resistente,
occhi di una tristezza infinita,
cuore spaccato da tutte le parti...
I testimoni che l'abbiano visto sono pregati
di informarne con urgenza il Parlamento
che ha bisogno di elettori in occasione
delle prossime legislative...

Hovhannès Grigoryan
Avis de recherche: une anthologie de la poésie arménienne contemporaine, Éditions Parenthèses, 2006

Հովհաննես Գրիգորյան

Hovhannès Grigoryan è nato nel 1945 in Armenia, nella città di Leninakan (già Alexandropol, oggi Gyumri) e vive a Yerevan. È poeta, traduce poesie dal russo, dallo spagnolo e dall'inglese ed è segretario dell'Unione degli scrittori armeni.

sabato 8 maggio 2010

Alle volte basta un frutto per andare lontanissimo

Stasera, mangiando la frutta, ho ripercorso due viaggi di una parola che conoscevo già un po', e ne ho scoperto un terzo, che ho avuto sotto il naso fin dalla mia infanzia, ma che avevo del tutto ignorato, forse proprio perché troppo vicino, che a sua volta me ne ha fatto compiere un quarto, senza muovermi di un passo da casa, verso un luogo ignoto e quindi necessariamente favoloso, in cui non sono mai stata e che chissà se mai vedrò.

I due viaggi che più o meno conoscevo erano questi: il primo, più breve, eppur completo di andata - dal latino "precoce" (praecoquus) all'arabo (al-barquq) - e di ritorno - dall'arabo, probabilmente passando attraverso il siciliano, all'italiano "albicocca", il secondo, di sola andata ma lunghissimo, da Roma a Vladivostok, ovvero dallo stesso luogo di partenza fino al russo (aбрикос) attraverso il greco (πραικόκιον), l'arabo (al-barquq), lo spagnolo (albaricoque), il catalano (albercoc), il francese (abricot), l'olandese (abrikoos, dalla forma plurale del francese) e il tedesco (Aprikose).

Il viaggio di cui non sapevo proprio nulla, quello rimasto sotto il naso, l'ho tracciato dal dialetto triestino che parlava il mio nonno paterno. Perché in tutto questo precoq/alb/abri/apri, stasera mi sono resa conto che l'ermelìn (ermellino) di mio nonno non c'entrava in alcun modo e quasi stonava. Allora ho cercato nel dizionario etimologico Battisti-Alessio, che da ermellino mi ha rinviata ad armellino:
bot. albicocco, lat. sc. Prunus armeniaca, d'area ital. sett. (venez., vicent., trevig. armelin) contrastato dal tipo "albicocco"; presuppone un anteriore armenin dal lat. Armenius dell'Armenia; cfr. piem. e gen. armugnìn.
L'Armenia, altro che stonature.

L'Armenia, un Paese di cui non so praticamente nulla a parte il binomio armeni-azeri, la grazia del ghirigori del suo alfabeto, che riconosco (e vorrei ben vedere) ma non comprendo, i nomi che finiscono in -an come Khatchatourian, l'isola della laguna di Venezia, quel poco che ne ho trovato in Puškin nel suo Viaggio ad Arzrum, il genocidio del 1915 (ed essenzialmente solo grazie A shameful act: the Armenian genocide and the question of Turkish responsibility, scritto dal turco Taner Akçam) e le pagine che le ha dedicato Kapuściński. Grazie alle centinaia di migliaia di volumi dell'isola di San Lazzaro e grazie a quest'ultimo, per me, l'Armenia è il Paese dei libri e dell'impellenza della traduzione.
Vanquished in the field of arms, Armenia seeks salvation in the scriptoria. It is a retreat, but in this withdrawal there is dignity and a will to live. What is a scriptorium? It can be a cell, sometimes a room in a clay cottage, even a cave in the rocks. In such a scriptorium is a writing desk, and behind it stands a copyist, writing. Armenian consciousness was always infused with a sense of impending ruin. And by the fervent concomitant desire for rescue. The desire to save one's world. Since it cannot be saved with the sword, let its memory be preserved. The ship will sink, but let the captain's log remain.
So comes into being that phenomenon unique in world culture: the Armenian book. Having their alphabet, Armenians immediately go about writing books. Mashtots himself sets the example. He had barely produced the alphabet, and already we find him translating the Bible. He is assisted by another luminary of Armenian culture, Catholicos Saak Partef, and a whole pleiad of translators recruited throughout the dioceses. Mashtots initiates the great movement of the medieval copyists, which among the Armenians will develop to an extent unknown anywhere else.
Already by the sixth century, they had translated into Armenian all of Aristotle. By the tenth century, they had translated the majority of the Greek and Roman philosophers, hundreds of titles of ancient literature. Armenians have an open, assimilative intellect. They translated everything that was within reach. They remind me in this of the Japanese, who translate wholesome whatever comes their way. Many works of ancient literature survived owing entirely to the fact that they were preserved in Armenian translations. The copyists threw themselves upon every novelty and immediately placed it on the writing table. When the Arabs conquered Armenia, the Armenians translated all the Arabs. When the Persians invaded Armenia, the Armenians translated the Persians! They were in conflict with Byzantium, but whatever appeared on the market, they would take and translate that as well.
Ryszard Kapuściński, Imperium, Vintage International
Questa cosa dell'andare, da fermi, lontanissimo non funziona con qualsiasi frutto, comunque. Con la mela e la pera, per esempio, arrivo al massimo in Veneto e lì mi fermo:
Pomo pero dime 'l vero...
Luigi Meneghello, Pomo pero - Paralipomeni d'un libro di famiglia, Oscar Mondadori
Con nespola, poi, niente di niente. 

venerdì 7 maggio 2010

Due poeti dell'esilio

La prima poesia che propongo oggi si intitola Totschlagen (Ammazzare), la seconda ساعتان في قطار (Due ore in treno). Per rendere in qualche modo omaggio alla pienezza di pensiero e alla densità dell'esperienza sottese alle sobrie parole dei loro autori, riporto la biografia di entrambi così, in forma breve ed accomunata: (Erich, Abdellatif) ha conosciuto la violenza nel proprio Paese (l'Austria, il Marocco) e l'esperienza dell'esilio (a Londra, a Parigi).

*

Erst die Zeit
dann eine Fliege
vielleicht eine Maus
dann möglichst viele Menschen
dann wieder die Zeit

Erich Fried

Prima il tempo
poi una mosca
forse un topo
poi possibilmente molti uomini
poi di nuovo il tempo

*
في ساعتين بالقطار
استعرض فيلم حياتي
بمعدل دقيقتين في السنة
نصف ساعة للطفولة
وأخرى للسجن،
الحب، الكتب، والتسكع
تتقاسم الباقي
يد صاحبتي
تذوب شيئا فشيئا في يدي
ورأسها على كتفي
بخفة حمامة
عند وصولنا
سأبلغ الخمسين
وسيبقى لي من الحياة
ساعة تقريبا

عبداللطيف اللعبي

In due ore di treno
ripasso il film della mia vita
Due minuti per anno in media
mezz'ora per l'infanzia
un'altra per la prigione
L'amore, i libri, l'errare
si ripartiscono il resto
La mano della mia compagna
si fonde a poco a poco nella mia
e la sua testa sopra la mia spalla
è tanto leggera come una colomba
Al nostro arrivo
avrò una cinquantina d'anni
e mi resterà circa un'ora
da vivere

Abdellatif Laâbi

martedì 4 maggio 2010

Come sarebbe se ci guardassimo nei supermercati

Selbstbildnis im Supermarkt


In einer
großen
Fensterscheibe des Super-

markts komme ich mir selbst
entgegen, wie ich bin.

Der Schlag, der trifft, ist
nicht der erwartete Schlag
aber der Schlag trifft mich

trotzdem. Und ich geh weiter

bis ich vor einer kahlen
Wand steh und nicht weiter
weiß.

Dort holt mich später dann
sicher jemand

ab.

Rolf Dieter Brinkmann, 1968


Autoritratto al supermercato

In un
grande
vetro di una finestra del super-

mercato vengo incontro
a me stesso, a come sono.

Il colpo che arriva non è
il colpo atteso
ma il colpo mi centra

comunque. E proseguo

finché mi trovo di fronte ad una parete
spoglia e sono
perduto.

Più tardi là mi viene sicuramente
a prendere qualcuno.

*

Für Claude Chabrol, Eric Rohmer, Jean-Marie Straub, Linio und Cuncho

Rainer Werner Fassbinder, Liebe ist kälter als der Tod, 1969
Musica: Richard Strauss, Der Rosenkavalier, Ist ein Traum, kann nicht wirklich sein, 1911

lunedì 3 maggio 2010

Tagebuch, Lago Momentane

unsere ankunft war katastrophal schön,
der himmel malerisch farblos, und die gegenwart
wie ein präzises gewässer.
wir sammelten götter und reinigten sie
(notwendigerweise) bis spät in die nacht. die luft
war zwangsläufig groß. es gab gesungene tiere,
erscheinungen mit eigentümlichen rispen.
das meiste sah möglich aus.
wir fühlten uns auffallend jetzt.

Ron Winkler

il nostro arrivo fu catastroficamente bello,
il cielo pittorescamente incolore, e il presente
come un preciso bacino d'acqua.
collezionavamo dei e li purificavamo
(necessariamente) fino a tarda notte. l'aria
era inevitabilmente grande. c'erano bestie cantate,
fenomeni di caratteristiche infiorescenze.
quasi tutto sembrava possibile.
ci sentimmo vistosamente ora.

(si può ascoltare qua, volendo)

domenica 2 maggio 2010

الهوى

Hawa è una parola araba. Ha molti significati: hawa significa ossigeno, cioè aria, significa amore (è anche molto bello, avere l'ossigeno come amore), ha anche il significato di cadere, quindi:

cadere
in un'aria
d'amore.

Marwad Abado, musicista palestinese.
Abado suona l'oud, uno strumento che scoprii grazie a Jan Garbarek.


Link diretto.

L'Estat és una gran paraula/o' giustizia, quannu arrivi

Passa un obrer

Passa un obrer amb el paquet del dinar.
Hi ha un pobre assegut a terra.

Dos industrials prenen cafè
i reflexionen sobre el comerç.

L'Estat és una gran paraula.

Joan Brossa i Cuervo

*

Una traduzione

Passa un operaio

Passa un operaio con il pacchetto del pranzo.
C'è un povero seduto per terra.

Due industriali prendono il caffè
e riflettono sul commercio.

Lo Stato è una gran parola.

*

Una ipertraduzione


'Ntà lu chianu da Purtedda
chiusa a'nmenzu a ddù muntagli
cc'è na petra supra l'erba
pi ricordu a li compagni,
all'additta ni sta petra
a lu tempu di li fasci
un'apostulu parrava
di lu beni pi cu nasci
e di tannu finu a ora
a purtedda da Ginestra
quannu veni u primu maggio
i cumpagni fannu festa.
Giulianu lu sapia ch'era a festa di li poveri
Na jurmata tutta suli doppu tanta tempu a chiovirì
Cu ballava, cu cantava, cu accurdava li canzuni
E li tavuli cunzati di nuciddi e di turruni.

Ogni asta di bannera, era zappa vrazza e manu
E la terra siminata, pani cauddu, furnu e granu.

La speranza d'un dumani chi fa u munnu na famigghia
La vitevunu vicinu e cuntavunu li migghia,
l'uraturi di ddu jornu jera Japicu Schifò,
dissi: Viva u primu maggiu, e la lingua ci'assiccò.
Di lu munti la Pizzuta ch'era u puntu cchiù vicinu.
Giulianu e la so banna scatinò a carneficina.

A tappitu e a vintagghiu, mitragghiavunu la genti
Comi fauci chi meti cu lu fòcu 'ntrà li denti,
cc'è cu scappa spavintatu, cc'è cu cianci e grida aiutu,
cc'è cu jetta i vrazza all'aria a'ddifisa comu scudu,
e li matri cu lu ciatu, cu lu ciatu e senza ciatu
figghiu miu, corpu e vrazza comu 'nghiommuru aggruppatu.

Doppu un quartu di ddu 'nfernu, vita, morti e passioni,
i briganti si nni jeru senza cchiu munizioni,
arristam a menzu o sangu e 'ntà l'erba di lu chianu,
vinti morti, puvireddi, chi vulianu un mundu umanu,
e 'ntà l'erba li cianceru matri e patii agginucchiati,
cu li lacrimi li facci ci lavavunu a vasati.

Epifania Barbatu cu lu figghìu mortu 'nterra dici:
a li poveri puru ccà ci fannu a guerra,
mentri Margherita la Glisceri ch'era ddà cu cincu fìgghi
arristò morta ammazzata e 'ntò ventri avea u sestu figghiu.

Fu ddù jornu, fu a Purtedda,
cu cci va doppu tan'tanni,
viti morti 'ncarni e ossa,
testa, facci, corpa e ghiammi.
Viva ancora, ancora vivi
E na vuci 'ncelu e terra,
e na vuci 'ncelu e terra:
o' giustizia, quannu arrivi.

Ignazio Buttitta

*

Una traduzione storica documentata

Portella della Ginestra: documenti su una strage di Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

venerdì 30 aprile 2010

Ode all'elettricità

Dall'ambra di Talete alla formula di Lenin (Коммунизм есть Советская власть плюс электрификация всей страны - Il comunismo è il potere sovietico più l'elettrificazione di tutto il paese) ce n'è, di pensieri dedicati alle magnifiche sorti e progressive raggiungibili grazie all'elettricità, ma due incarnano particolarmente il senso della fede nel progresso e soprattutto quello dell'aspirazione ad una vita migliore che l'elettricità e i suoi usi hanno ispirato nell'uomo, o quanto meno due, entrambi relativamente recenti eppur ormai remoti rispetto alla nonchalance abitudinaria con cui oggi clicchiamo qua e là, sono quelli che si sono particolarmente impressi nella mia memoria.

*

Often as a pasatiempo in the afternoon, Sweets brought out the vacuum-cleaner and leaned it against a chair. While her friends looked on, she pushed it back and forth to show how easily it rolled. And she made a humming with her voice to imitate a motor.

Spesso Dolce, come pasatiempo nel pomeriggio, si portava l'aspirapolvere al cancello e lo appoggiava a una sedia. Amici e amiche si fermavano a guardare, e allora lei spingeva avanti e indietro sul prato l'apparecchio per mostrare con quanta facilità lo manovrasse. E faceva a bocca chiusa un rumore imitativo di un motore.

John Steinbeck, Pian della Tortilla, traduzione di Elio Vittorini, Bompiani 1966, pag. 110
(Libro di mia madre, in edizione economica - Lire 350, si legge sul retro -, completamente squadernato e ingiallito, un libro viaggiatore tra i suoi e i miei traslochi, che, pur ormai privo di ogni residuo di rilegatura, ha superato con ostinata caparbietà restando a suo modo ancora intatto.)

*


Link a youtube.
Da Il frigorifero, episodio del film Le coppie, Italia, 1970
Regia, soggetto e sceneggiatura: Mario Monicelli
Fotografia: Carlo Di Palma
Musica originale: Enzo Jannacci
Scenografia: Giulio Coltellacci
Interpreti: Monica Vitti (Adele), Enzo Jannacci (Gavino)

mercoledì 28 aprile 2010

Αποχαιρετισμός στον Αντόν Πάβλοβιτς Τσέχωφ



Alla Grecia



Αυτή η φωτογραφία έχει τραβηχτεί στο κτήμα του συνταξιούχου καθηγητή Σερεμπριακώφ πριν από πολλά χρόνια, όλα τα πρόσωπα που κοιτάζουν προς το μέρος μας είναι από καιρό πεθαμένα, ο Άστροφ δεν ξαναγύρισε πια, ούτε η Σοφία Αλεξάντροβνα, ούτε ο Βάνια ξεκουράστηκαν ποτέ, τίποτα δεν άλλαξε από τότε, το μέλλον είναι ένας δρόμος δύσβατος που αν τον πάρεις ως το τέλος οδηγεί κατευθείαν στο παρελθόν, αυτό το ποίημα δεν μπορεί παρά να τελειώσει εδώ, η Ιστορία θα συνεχίσει μιαν άλλη μέρα, η Ιστορία αστειεύεται ασφαλώς, μας ενώνει όλους αυτή η κοινή μοίρα και αν ζούσαμε ακόμα λίγο θα βλέπαμε τον Τσάρο να φτυαρίζει το χιόνι στο Αικατερίνεμπουργκ.

Σταμάτης Πολενάκης

Addio ad Anton Pavlovič Čechov

Questa fotografia fu scattata molti anni fa, nella tenuta del professore in pensione Serebrijakov, tutta la gente che sta guardando verso di noi è morta da tempo, Astrov non è mai tornato, né Sofia Alexandrovna né Vanja non avranno mai pace, da allora nulla è cambiato, il futuro è una strada accidentata che, se si segue fino alla fine, conduce direttamente al passato, questa poesia non può che finire qui, la storia riprenderà un altro giorno, la storia sta ovviamente scherzando, un destino comune ci unisce tutti e, se dovessimo vivere un po' di più, vedremmo lo zar spalare la neve a Ekaterinburg.

Stamatis Polenakis

Nato ad Atene nel 1970, ha studiato letteratura spagnola a Madrid. È poeta e autore teatrale.

martedì 27 aprile 2010

Come sarebbe se ci fossero programmi spaziali in tutti i Paesi del mondo

(ad esempio se ci fossero programmi spaziali in Siria e in Palestina, i Paesi degli autori di questa poesia e di questo corto, che nella sua versione completa inizia con un memorabile: Jerusalem, we have a problem).

*

Un viaggiatore arabo per le stazioni spaziali

Scienziati e tecnici,
datemi un biglietto per il cielo.
Sì, mi manda il mio triste Paese,
in nome di vedove, vecchi e
bambini,
perché mi diate un biglietto gratuito per il
cielo
perché nelle mie mani, al posto di
soldi,
ci sono lacrime.
Non c'è posto per me?
Mettetemi allora nel retro della
navicella,
in alto,
che sono del popolo e ci sono
abituato.
Non rovinerò nessuna stella,
non farò male a nessuna nuvola.
Tutto quello che desidero è arrivare
prima possibile in cielo
per mettere la frusta nel pugno di
Dio
così potrà incitarci a fare la
rivoluzione.

Muhammad Al-Maghut

*


A Space Exodus from Larissa Sansour on Vimeo.

lunedì 26 aprile 2010

Come nacque la kora

Questa storia comincia molto molto molto molto tempo fa
Tanto che non era un tempo, ma un luogo
C'era un uomo
Era tanto solo
Che l'unica persona con cui poteva parlare era l'Africa
Per caso c'era un albero vicino
Per più caso ancora dietro quest'albero
Si nascondeva la sua compagna
Tutto il sole e tutta l'acqua erano condensati
In un unico blocco minuto
Che l'uomo piantò nella terra sabbiosa
Soffiò soffiò in quel posto
Ogni volta che soffiava gli sembrava di sentire qualcosa
Quello che sentiva era certamente il canto della sua compagna
L'uomo non sapeva neppure cosa fosse cantare
Perché poteva solo parlare
Non sapeva ancora cantare
Così soffiava e ascoltava, soffiava ascoltava soffiava ascoltava
E la pianta germinò colore verde scuro
E cominciò a torcersi e a crescere
Una rampicante in cerca di respiro
E stirandosi faceva la canzone
(Perché era fatta di sole e pioggia, ricordi?)
Così alla fine della rampicante stava la zucca
E l'albero non era albero
Erano la cavigliera e le chiavette
Lì fu quando la compagna dell'uomo Saba Kidane
Fece la sua comparsa (questa però è un'altra storia)
E il respiro e il canto e la rampicante?
Bene, ci sono 21 corde, che te ne pare?
E ora dici quello che succede con il ponte e il cuoio
E gli anelli che legano le corde alla cavigliera
Perché possa affinare la kora
Ehi, ci sono delle borchie che mantengono
Il cuoio teso sulla zucca
E la cassa risonante
Bene hai ragione a menzionare tutto questo
Ora sto toccando la kora
La prossima volta ti racconto della mucca

Alhaji Papa Susso

Un'altra versione:

Link diretto.


Alhaji Papa Susso è nato a Sotuma Sere, in Gambia, nel 1947. È maestro di kora, l'arpa a ponte africana a 21 corde, che ha imparato a suonare da suo padre fin da quando aveva cinque anni. Discende da una famiglia di griot, poeti-musicisti itineranti che attingono dal repertorio orale dell'Africa occidentale.

La kora, nelle mani di un altro maestro e griot come Toumani Diabaté, riesce a fare tutto: il basso, l'accompagnamento e l'assolo.

sabato 24 aprile 2010

Cusa favia al dé ch’è mort Ariè?

A gh’eva vint’an.
L’era un cariulant,
n’anarchic, bon c’mel pan.
Da quand chi là i cmandava
al stava lugà in dal bosc.
Lur il pungdava.
Na matina l’eva riscià
d’gn’in paes a
salutà so madar.
I l’à vest, in quatr’i gà sparà,
lasà cuntr’al mur
a suga ras
cm’en pipistrel fiundà.

Cesare Zavattini


Cosa facevo il giorno che è morto Ariè?

Aveva vent’anni.
Era uno scariolante
un anarchico, buono come il pane.
Da quando quelli là comandavano
stava nascosto nel bosco.
Loro lo puntavano.
Una mattina si era arrischiato
a venire in paese a
salutare sua madre.
L’hanno visto, in quattro gli hanno sparato,
lasciandolo contro il muro
a rinsecchirsi
come un pipistrello colpito da una fionda.

La poesia di Zavattini è dedicata a Riccardo Siliprandi, detto Ariè, bracciante anarchico, morto per mano fascista a 32 anni il 5 maggio del 1921 a Luzzara, il paese del poeta. Per lungo tempo gli si era negata una targa commemorativa: l'hanno messa lo scorso anno e riporta proprio la poesia di Zavattini.

*

Sarà il primo 25 aprile senza mio nonno Romeo, socialista nenniano. Spedito dal duce in Grecia a vent'anni (si imbarcò a Brindisi con un suo cugino che ebbe meno fortuna e che dalla Russia non tornò più), prigioniero dei tedeschi dopo l'8 settembre, scappato dal treno che lo avrebbe portato in Germania, si unì ai partigiani jugoslavi e riuscì a tornare a casa solo alla fine del 1945 grazie all'iniziativa di un suo compagno napoletano. Il napoletano si presentò ad un ufficiale inglese del campo alleato in cui erano finiti, mentre mio nonno rimase fuori dalla stanza. Erano gli ultimi due italiani rimasti nel campo.
Compagno napoletano - Possiamo averlo, il permesso?
Ufficiale inglese - Ma quanti siete? Voi italiani venite sempre uno alla volta, a chiederlo, non se ne può più.
Compagno napoletano - dopo aver preso per il braccio e trascinato mio nonno davanti alla scrivania - Siamo in tanti, vede? 
Dai suo ricordi emergevano la fame, i tedeschi (i iera cativime vignia i brividi solo a sentirli co' i parlea), la generosità dei greci e la frutta che riusciva a rimediare (certa ua, granda cusìta - mimando con le mani la dimensione di un limone), il nome - accompagnato da un sorriso rivolto a mia nonna - di una ragazza greca, l'orrore dei morti ammazzati dagli ustascia (gnianca 'e bestie).
Dopo la guerra, per molti anni, ogni 25 aprile, finché ha potuto, andava alla Risiera di San Sabba con i compagni dell'ANPI.
Dopo la guerra, per molti anni, ogni 25 aprile, a casa dei miei nonni materni la mattina iniziava con delle parole gridate dalla camera alla cucina:
"Ienia, dove atu mes' el fasoet?" (Eugenia, dove hai messo il fazzoletto? Quello da partigiano).

*

C'è un testo che sfoglio prima di ogni 25 aprile, Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, a cura di Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, dell'Einaudi. Lo sfoglio a caso, ma per la pagina del Tigre ci passo sempre (ho scoperto solo recentemente che l'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia ha una ricchissima sezione dedicata alle Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana):

Quinto Persico (Tigre)

Di anni 19 – operaio – nato a Cicagna (Genova) il 14 giugno 1925 -. Nel settembre 1944 diserta, unitamente ad altri commilitoni, dalla Divisione “Monterosa” per raggiungere i reparti partigiani della Divisione “Cichero”, operanti nella zona sovrastante Chiavari (Genova) -. Catturato in seguito ad azione di rastrellamento -. Processato il 2 marzo 1945 a Chiavari dal Tribunale di Guerra Divisionale della “Monterosa” convocato in Tribunale Straordinario -. Fucilato lo stesso 2 marzo 1945 in località Bosco Peraja (Calvari, Genova), da plotone della “Monterosa”, con Dino Berisso e altri otto partigiani.

2.3.1945
Carissimi genitori,

perdonatemi quello che vi ho fatto. Muoio contento. Saluti a Zio e tutta famiglia e tutti vicini, famiglia Alfredo.

Senza piangere muoio e mi levo la maglia.

venerdì 23 aprile 2010

Vimbuza/Tarantella: danzare la malattia

Sono Tiza

Paumaliro, paumaliro tiza
Tiza kuno kuchita
Kokwamba na komalizga
Tiza kuno kuchita
Volemba na vobelenga
Enya, enya na.
Tiza kuno paumaliro.

Apa uchechelo wangwiza
Zuba lati ngwee
Kufunda kunjila kumtima
Zuba kutipa ungweru
Tangumanya...umoyo wiza

Ndipo sono
Sono tiza
Thukutira nge ni maji
Apo tuzunta-zuntha na kutemwa
Pakuti vijaro va kuchanya
Vyajurika kwa ise.

Sono tuona maluba
Maluba ghawemi ghaswesi
Chipango chithu chasono
Paumaliro tili kuno
Kupurikirira uwemi wa chipango

Enya, enya, enya na
Tafika kukaya kwithu
Pakuti pa nyengo yitali
Tikapiwa nyengo yolindilira
Tikalindira nyengo kuti yize
Ndipo sono, nyengo yili pano:

Nyengo yakupolera
Nyengo ya chimwemwe
Nyengo yakutukulira
Chino charo chithu
M’nthowa yosambizga
Bana bithu bawemi.

Sono ise tiza
Vemwemwe pamaso pithu
Tikolerane mawoko
Apo tuvina Vimbuza, M’ganda na Fwemba
Apo tugoma nchuba
Tikolerane mawoko
Tisekelere pamoza
Paumaliro tafika
Paumaliro tiza
Enya na.

Gankhanani Moffat Moyo

La versione tedesca su lyrikline mi pare non sia del tutto corrispondente all'originale, ma il suo aiuto è talmente essenziale che senza di essa non potrei proporne una versione italiana:

Siamo venuti

Finalmente siamo qui
Qui per
Fare la prima e l'ultima cosa
Qui per
Leggere e scrivere
Sì, siamo finalmente qui.

Quando è giunto il mattino
La luce chiara del sole
È giunto dolcemente il calore
Il sole ci ha dato la sua luce
Sapevamo che era giunta la vita

E ora siamo finalmente arrivati
Sudati ma festanti
Ansanti ma sorridenti
Perché le porte del cielo
Si sono aperte a noi.

E ora vediamo rose
Belle rose rosse
Una nuova creazione per noi
Finalmente siamo qui
Per gioire della creazione
Nel tentativo di fare
Dell'oggi un bel tempo
Per la nostra bella vita

Sì, sì, siamo finalmente a casa
Per, per così tanto tempo
Ci è stato dato tempo di aspettare
Aspettavamo il tempo futuro
E ora, ora esso è qui:

Un tempo per guarire
Un tempo per sorridere
Un tempo di ricordo rinfrancante
Un tempo per la ricostituzione della nostra nazione
Attraverso l'educazione
Dei bei bambini della madre Zambia.

Finalmente siamo arrivati
Siamo infine di fronte alla bellezza
Finalmente sorridiamo

Con l'educazione dei nostri bambini in questa nazione
Regna pacificamente il nuovo risveglio

Il nuovo risveglio della vita
Il nuovo risveglio della realtà
Il nuovo risveglio della gioia
Il nuovo risveglio di tutto
Noi, che siamo il nuovo risveglio

Sì, siamo venuti
Per svegliarvi tutti quanti
Siamo qui
Qui per sempre
Fino al regno del nuovo risveglio.
Africa.

Moyo è nato a Lusaka, nello Zambia, nel 1980. Ha un talento poliedrico che spazia dalla poesia al teatro, dalla danza alla narrativa. È editore della rivista letteraria Echoes of Tomorrow e ha fondato la Young Writers' Association.

Il chiTumbuka (la lingua dei Tumbuka) è una lingua franca regionale del gruppo bantu, parlata, secondo le versioni più rosee, da 2 milioni di persone, soprattutto nel nord del Malawi, ma anche nel nordest dello Zambia e nel sud della Tanzania. Sopravvissuta alla politica del primo presidente del Malawi indipendente Kamuzu Banda, che nel 1968 l'ha bandita per decreto dalle scuole e dai media del suo Paese a favore del chiNyanja (da allora ribattezzato chichewa), è parlata per lo più da persone che hanno più di 30-40 anni. Dal 1996 è di nuovo consentito insegnarla, assieme ad altre lingue locali, ai bambini nei loro primi anni di scuola.

Una lingua che resiste, quindi, nonostante tutto. Come resiste, a dispetto dei tentativi di divieto e di soppressione da parte della chiesa cristiana e della medicina moderna, la tradizione, molto popolare tra i Tumbuka, della danza rituale Vimbuza (di cui c'è traccia nella poesia di Moyo ma purtroppo non nella sua traduzione), una delle tanti manifestazioni della tradizione di guarigione del Ng’oma (il tamburo dell'afflizione), molto diffusa in tutta l'Africa bantu, nata alla metà del XIX secolo come mezzo per superare il trauma dell'oppressione coloniale e poi trasformatasi in rituale di guarigione sotto l'occupazione britannica per permettere alle persone di esprimere i loro problemi psicologici in modo accettato e compreso dal resto della comunità. La maggior parte dei pazienti sono donne che soffrono di diverse forme di malattie mentali. I pazienti vengono trattati per diverse settimane, se non per mesi, da rinomati guaritori che li ospitano nel loro temphiri, una casa riservata ai malati. Una volta stabilita la diagnosi, i pazienti sono sottoposti ad un rituale di guarigione. A questo scopo, le donne e i bambini formano un cerchio attorno al malato, che entra lentamente in trance, e intonano canti per invocare l'aiuto degli spiriti. I soli uomini che partecipano al rituale sono i musicisti che suonano dei ritmi di tamburo caratteristici per ogni spirito e, in alcuni casi, il guaritore. I pazienti, così, possono "danzare la loro malattia".
Questa sua breve presentazione è stata possibile solo perché il Vimbuza è protetto dall'UNESCO come patrimonio immateriale dell'umanità dal 2005 (video in inglese e francese).

*
Malattia-musica-musica specifica a seconda dello spirito-guarigione: la tentazione di volgere il pensiero alla tarantella è troppo forte e siccome non vedo alcun vero motivo per cui debba resistervi, proseguo.

Nel caso della tarantella, in principio, probabilmente, c’era il culto di Dioniso ed il principio è tanto antico da mescolarsi al mito, quello delle Sirene e di Ulisse dei poemi omerici così come tramandati oralmente nel Meridione d’Italia o, meglio, nella Magna Grecia.
Secondo una prima versione, diffusa specialmente tra Sorrento e Capri, le Grazie avrebbero inventato la tarantella per prendersi gioco delle Sirene, impossibilitate a danzarla per evidenti questioni anatomiche, dopo che queste, fallito il tentativo di incantare con il loro canto Ulisse e compagni, ben protetti dai tappi di cera nelle orecchie, avevano chiesto l'aiuto delle Grazie. Secondo un’altra versione, le Sirene sarebbero invece riuscite a stregare Ulisse con un ballo molto sensuale, provocando così l’ira degli dei e meritandosi la conseguente punizione divina, che ne ha trasformato le gambe in code di pesce.
C’è anche una versione contigua alla scienza: gli uomini di scienza del passato, infatti, hanno riconosciuto che quando si è pizzicati o morsi dalla tarantola, gli effetti prodotti dal suo veleno cambiano di giorno in giorno, qualche volta di ora in ora, perché grande è la diversità delle passioni da esso suscitate: chi canta, chi piange, chi ride, chi grida, chi dorme, chi non riesce a dormire, chi vomita o trema, chi cade in una inarrestabile frenesia, chi si mette ad amare un colore (il rosso, ad esempio).
L’unica cura, in tutti questi casi, è la musica, che risveglia lo spirito del malato, ma la musica e gli strumenti per suonarla vanno scelti accuratamente, a seconda del tipo di tarantola e a seconda della persona. Lo lascio spiegare meglio al gesuita Athanasius Kircher, che scriveva più o meno così:
Bisogna spiegare il fatto che un certo strumento musicale sia piacevole e conveniente in un certo caso, e diverso in un altro caso, a seconda delle proprietà, della natura e la complessità, o dei ragni o dell’uomo. È dunque necessario, quando una persona è stata punta o morsa dalla tarantola, utilizzare un dato tono o canto a seconda della tarantola. Così, quando qualcuno è ferito dalla tarantola melanconica, diviene indolente, pigro, sonnolento. Se punto da un ragno di specie collerica, questo lo rende lui stesso collerico, versatile, agitato, frenetico, incline ad ammazzare e a strangolare. Analogamente si deve concludere per altri umori, che un tono o una musica conviene particolarmente all’uomo colpito.
In questo modo, i melanconici, o quelli che sono punti dalla tarantola di questa specie, che veicola un veleno particolarmente potente, si agitano piú con le forti sonorità delle trombe e dei timbali e degli altri strumenti squillanti che con la sottilità delle corde.
I collerici, i biliosi ed i sanguigni, per contro, guariscono rapidamente e facilmente al suono dei cistri, violini, liuti, clavicembali e altri soavi strumenti di questo tipo, grazie ai loro spiriti vitali rarefatti che predispongono alla commozione.
Athanasius Kircher, Magnes, sive De arte Magnetica, Roma 1641


Athanasius Kircher, Magnes, sive De arte Magnetica

Una cura salentina si chiama Pizzicarella mia, ritrovata e poi registrata nel 1977 da Brizio Montinaro, le cui parole sono:

Pizzicarella mia, pizzicarella
lu camminatu to’ la li li la
lu camminatu to’ pare che balla.
A du te pizzicau ca no te sceme?
sutta lu giru o la li li la
sutta lu giru giru di la suttana.
Quantu t’amau t’amau lu core mio
mo nun te ama cchiù la li li la
mo nun te ama cchiù se ne scerrau.
Te l’ura ca te vitti te ‘mmirai
‘nu segnu fici a la li li la
‘nu segnu fici a mmienzu a ll’occhi toi.
Ca quiddu foi nu segnu particolare
cu no’ te scerri a la li li la
cu nu te scerri de l’amori toi.
Amore amore ce m’hai fattu fare
de quindici anni a la li li la,
de quindici anni m’hai fatto impazzire.
Pizzicarella mia, pizzicarella
lu camminatu to’ la li li la
lu camminatu to’ pare che balla.

La cultura contadina che ha espresso questa visione del mondo non c’è più, e anche lo spazio per il mito si è fatto ormai strettissimo, ma Pizzicarella mia, assieme ad altre tarantelle, si può trovare in quel vero e proprio omaggio alla memoria che è l'album La Tarantella: Antidotum Tarantulae, della Alpha, che l’Arpeggiata dell’austriaca Christina Pluhar ha registrato nel 2001.

Qui è suonata nel bis in un concerto dell’Arpeggiata a Colonia.

Link a youtube.

E siccome non riesco proprio a fermarmi, ne posto altre, tutte tratte dallo stesso album dell'Arpeggiata.

Una tarantella napoletana di Athanasius Kircher.

Link a youtube.

E una tarantella calabrese:

E beatu sia lu Santu Sacramentu!
Evviva di lu Carminu Maria.
Santu tu Pascalu bellu Baylonne tu si' lu prutetturi de li donne
E mannammillu bonu nu marito che sia jiancu, russu o culuritu
Na-na-na-neddra, quattu sordi di caciucaveddra
E nu caveciu a la gunnedra u vantesinu pi 'll'aria va'
E la figlia di Bellavia, chi natichi tunni, chi minni ci avia,
Puru la mamma ci lu dicia: "Chi natichi tunni mia figlia Lucia!"
O nicchiu nicchiu nichhiu chi vai ndurniannu,
gaddrini nun ce stanno ntra sti cuntorni;
E ce ne sta una sula e va cantannu lu patre ha dittu ca l'è picculina.
Abballati, abballati fimmini schetti e maritati,
E si nun abballati bonu nun vi cantu e nun vi sonu
Si nun abballati pulitu e ci lu dico a lu vostru zito.
O Sciroccu, o Punenti, o Tramuntana dammi la forza ca trovo la via
Cu soni e canti 'mParaviso acchiana la grazia di lu Carminu Maria.


Link a youtube.

A scanso di eventuali dubbi: "chi natichi tunni, chi minni ci avia" vuole proprio dire "che natiche tonde, che seno c'aveva". E se è vero che la Magna Grecia sta sullo sfondo, oppressa dall'apertura e dalla chiusura dedicata alla Madonna del Carmine di questa tarantella calabrese, è anche vero che non è a lei che ci si rivolge per poter trovare la forza, ma ai venti.

giovedì 22 aprile 2010

Di quando si comincia a vedere una parola dappertutto

È noto il fenomeno per cui solo quando si apprende veramente una parola la si vede poi dappertutto.
L'ultima volta mi è capitato con i confetti.
È iniziata così. Qualche tempo fa avevo letto:

J'avais fait à Venise ma première année de grammaire inférieure : j'aurais pu entrer dans la supèrieure ; mais tout engagea mon père à me faire recommencer mes études, et il fit très bien. Il savait que j'aimais les spectacles. Il les aimait aussi : il rassembla une société de jeunes gens ; on lui prêta une salle dans l'hôtel d'Antinori ; il fit bâtir un petit théâtre ; il dressa lui-même les acteurs, et nous y jouâmes la comédie.
Dans les états du pape (excepté les trois légations), les femmes ne sont pas tolerées sur la scène. J'étois jeune, je n'étais pas laid ; on me destina un rôle de femme, on me donna même le premier rôle, et on me chargea du prologue. Ce prologue était une pièce si singulière, qu'il me resté toujours dans la tête, et il faut que j'en régale mon lecteur. Dans le siècle dernier, la littèrature italienne était si gâtée, que prose et poésie, tout était ampoulé ; les métaphores, les hyperboles et les antithèses tenaiènt la place du sens commun. Ce goût dépravé n'était pas encore tout-à-fait extirpé en 1720 : mon père y ètait accoutumé.
Voici le commencement du beau morceau qu'on me fit débiter.
Benignissimo cielo! (je parlais à mes auditeurs), ai rai del vostro splendidissimo sole, eccoci qual farfalle, che spiegando le deboli ali de nostri concetti, portiamo a sì bel lume il volo, etc. Cela voudrait dire bêtement en français : " Ciel très benin, aux rayons de votre soleil très éclatant, nous voilà comme des papillons qui, sur les faibles ailes de nos expressions, prenons notre vol vers votre lumière, etc. "
Ce charmant prologue me valut un boisseau de dragées, dont le théâtre fut inondé et moi presque aveuglé. C'est l'applaudissement ordinaire dans les états du pape.

Carlo Goldoni, Mémoires pour servir à l'histoire de ma vie et à celle de mon théâtre, Paris, 1787

Avevo fatto a Venezia il mio primo anno di grammatica inferiore: avrei potuto entrare nella superiore; ma tutto esortò mio padre a farmi ricominciare gli studi, e fece molto bene.
Sapeva che amavo gli spettacoli. Li amava anche lui: mise insieme una compagnia di giovani; gli fu data in prestito una sala nel palazzo Antinori; fece erigere un piccolo teatro; preparò lui stesso gli attori; vi recitammo la commedia. Negli stati del papa (eccettuate le tre legazioni) sulla scena le donne non sono permesse. Ero giovane, non ero brutto; mi si assegnò un ruolo da donna, mi fu dato persino il ruolo principale, e fui incaricato del prologo. Questo prologo era un pezzo così singolare, che mi è rimasto sempre impresso nella memoria e bisogna che ne faccia dono al lettore. Nello scorso secolo la letteratura italiana era così corrotta, che poesia e prosa erano tutte un'ampollosità. Le metafore, le iperboli e le antitesi si sostituivano al senso comune. Questo gusto depravato non era ancora totalmente estirpato nel 1720: mio padre vi si era abituato.
Ecco qui l'inizio del bel pezzo che mi si fece recitare.
"Benignissimo cielo (dicevo ai miei uditori) ai rai del vostro splendidissimo sole, eccoci quali farfalle che, spiegando le deboli ali dei nostri concetti, portiamo a sì bel lume il volo ecc."
Questo grazioso prologo mi valse un quintale di confetti, dai quali fu inondato il teatro e io quasi accecato. Questo è l'applauso comune negli stati del papa.

Poi, ieri mattina, mi è capitato di leggere questo ed è stato solo in quel preciso istante che mi è venuto improvvisamente in mente che i Konfetti tedeschi non sono confetti e che Goldoni, che scrisse le sue memorie in francese, la lingua degli ultimi trent'anni della sua lunga vita, chiamò i confetti dragées e non confetti, parola che pur in francese, come in tedesco, esiste. Nel 1720, a Perugia, in uno stato del papa, rischiò di restare accecato da salve di confetti lanciati dal pubblico osannante e ne rimase sorpreso perché, evidentemente, a Venezia allora non si usava.

Cerca qua, cerca là, ho trovato che è dal lancio dei confetti, un'usanza dell'Italia centrale - fin dai tempi del Rinascimento, pare -, praticata, oltre che a teatro, anche in occasione dei matrimoni e a Carnevale, che deriva il lancio dei coriandoli (che pioveranno poi abbondanti anche Venezia).

La metamorfosi dei confetti in coriandoli trova la sua spiegazione nella composizione dei confetti di un tempo, che, oltre che di mandorle o nocciole ricoperte di zucchero, potevano anche essere fatti di coriandolo.

CONFETTO.
sust. mandorla, pinocchio, pistacchio, nocciuóla, curiandolo, aromato, o simile, coperto di zucchero. Lat. bellaria.
Vocabolario della Crusca1612

Il coriandolo così ricoperto aveva delle proprietà benefiche, di cui è bene prendere nota:
Cuopronsi i coriandoli di zucchero per confetti, rompono le ventosità del ventre mangiati dopo pasto, e rendono buon odore e fanno buon fiato masticati in bocca; e verdi le sue foglie nelle mescolanze d'insalata non fanno male.
Giovanvettorio Soderini, Il trattato della cultura degli orti e giardini a cura di Alberto Bacchi della Lega, 1903

All'estero, quindi, a differenza che in Italia, dove abbiamo mantenuto in vita solo il coriandolo, ovvero solo l'anima del confetto, sono rimasti linguisticamente fedeli all'usanza degli "stati del papa" e continuano a chiamare confetti i nostri coriandoli di carta (confetti in inglese, francese, olandese, confeti in spagnolo, confete in portoghese, konfetti in polacco, svedese, norvegese, finlandese e tedesco, конфетти in russo), una trovata, quella dei coriandoli moderni, "di certo Mangilli di Crescenzago (Milano), traendo profitto dei dischetti che risultavano dalle carte forate pei bachi. Sostituirono il gesso e la terra dei tramontati carnevali ambrosiani, e i confetti usati anteriormente", secondo Alfredo Panzini nel suo Dizionario moderno del 1905.
E, a dire il vero, in Germania sono rimasti fedeli anche al lancio dei confetti: lì, durante il Carnevale, dai carri vengono lanciate caramelle.

Chissà su quale confetto (o coriandolo) si poserà il mio sguardo prossimamente.

mercoledì 21 aprile 2010

E un'altra volta ancora

In queste mie quattro lezioni mi sono astretto, non per modestia (non sono modesto) a non parlare di me, ma mi viene troppo bene per non farlo: venti anni fa mi capitò, come può capitare a tutti, di leggere una versione in inglese da uno sconosciuto poeta cinese dell'ottavo secolo, uno dei duemila o tremila poeti di una delle tante dinastie cinesi. Mi piacque e mi limitai semplicemente a tradurre in italiano la poesia cinese, desumendola da questa precedente traduzione. Ad un certo punto, mi accorsi che, per dare un senso personale a quei quattro versi, bisognava che ce ne aggiungessi uno che non era nel testo originale, e che avrei inventato io.
Questo verso aggiunto cambiò completamente il significato dei quattro versi precedenti, vale a dire trasferì l'immagine da un universo confuciano ad un universo influenzato sia dal cristianesimo, sia dall'esistenzialismo. Anche la mia versione è un esempio di rifacimento, ma un esempio limite, poiché aggiunge addirittura un verso che non c'era nel testo di partenza. Si tratta di una poesia antica cinese, avente come tema il viaggio del Mandarino inviato in missione dall'Imperatore in qualche parte remota dell'Impero. Il testo nella mia traduzione recita:

Solo nella notte non riesco a prendere sonno.
Penso al mio Paese mille miglia lontano.
Quanti pensieri turbano il cuore del viaggiatore.
Questi capelli saranno domani invecchiati di un anno.

I versi della poesia originale propongono le malinconiche riflessioni sul tempo e sulla vita del funzionario cinese da una lontana e sperduta locanda, mentre il verso che io aggiunsi "Conosco l'ordine di viaggio: non posso aver paura" conferisce al tutto una nota eroica. "L'ordine di viaggio", o "foglio di via", è un mandato che è stato conferito e che, pur nel travaglio e nel dolore della solitudine, non permette di aver paura. Sebbene anche il mio verso possa essere letto dai nostri contemporanei in termini puramente esistenziali, per me rappresentava un atto di fiducia di tipo sostanzialmente religioso quale non avrebbe potuto esserci in un poeta cinese.

Franco Fortini, Realtà e paradosso della traduzione poetica, Napoli 1989

*
Proviamo a rileggerla ancora una volta, ora, tutta assieme:

Solo nella notte non riesco a prendere sonno.
Penso al mio Paese mille miglia lontano.
Quanti pensieri turbano il cuore del viaggiatore.
Questi capelli saranno domani invecchiati di un anno.
Conosco l'ordine di viaggio: non posso aver paura.

*
E un'altra volta ancora:

Solo nella notte non riesco a prendere sonno.
Penso al mio Paese mille miglia lontano.
Quanti pensieri turbano il cuore del viaggiatore.
Questi capelli saranno domani invecchiati di un anno.
Ma tu aspettami sulla riva, là dove il fiume è più azzurro.

martedì 20 aprile 2010

La poesia come reazione alla storia (alla propria e alla Storia)

Ho cercato dei testi di un importante drammaturgo tedesco che, come tutti i tedeschi dell'est della sua generazione (era del 1929), ha vissuto in quattro Stati diversi pur restando sempre nel proprio Paese: la Repubblica di Weimar, il Terzo Reich, la DDR e la Germania riunificata (è morto nel 1995). Cercavo in particolare un brano che potesse in qualche modo restituire la sua idea sull'ultimo dei suoi passaggi di Stato, data la sua biografia (costretto ad arruolarsi nella gioventù hitleriana e nel Volkssturm, per breve tempo prigioniero degli alleati, successore di Brecht al Berliner Ensemble, bandito più volte dal regime comunista, poi riabilitato fino ad avere il privilegio di poter viaggiare liberamente per il mondo, sospettato di essere stato collaboratore informale - IM, Informeller Mitarbeiter - della STASI, un secondo matrimonio terminato con il suicidio della moglie, morto di cancro) e dato che la "svolta" (die Wende) del 1989 lo aveva fatto virare bruscamente dal teatro alla poesia, di cui fino ad allora si era occupato poco più che sporadicamente e cui ha dedicato gran parte della sua ultima produzione.

Mi pare di avere trovato quello che cercavo proprio negli ultimi versi di una poesia autobiografica del 1992, in cui dialoga con una voce, che così gli risponde in maiuscolo:

Ich bin das Drama
MÜLLER SIE SIND KEIN POETISCHER GEGENSTAND
SCHREIBEN SIE PROSA Meine Scham braucht mein Gedicht

Io sono il dramma
MÜLLER LEI NON È UN OGGETTO POETICO
SCRIVA PROSA La mia vergogna ha bisogno della mia poesia

Si chiamava proprio Müller, Heiner Müller, e il titolo della poesia è Müller im hessischen Hof.

Qui si trovano diversi spezzoni di interviste/dialoghi con Alexander Kluge (nel primo video, intitolato "Anti-Oper", definisce la Siberia "la riserva del tempo asiatico della Russia"), qui la prima parte del documentario tedesco del 2009 Ich will nicht wissen, wer ich bin (Non voglio sapere chi sono) suddiviso in sei parti facilmente rintracciabili.

domenica 18 aprile 2010

Come sarebbe se la poesia fosse un cocktail

Maailmu on nii palju kui liivateri mere ääres,
suuri ja väikesi, ümmargusi ja nurgelisi,
heledaid ja tumedaid, põliseid ja üürikesi;
mõned seisavad paigal, mõned pöörlevad;
mõned on üksi, mõned kobaras koos;
ja igaühes nendest suurtest ja väikestest,
ümmargustest ja nurgelistest, heledatest
ja tumedatest, põlistest ja üürikestest
maailmadest on meresid ja randu
ja mererannal liivateri ja igas liivateras
niipalju maailmu kui liivateri mere ääres,
suuri ja väikesi, ümmargusi ja nurgelisi;
mõnes maailmas on Buddha juba sündinud,
mõnes sündimata, mõnes elab ja õpetab ta praegu;
ühes nendest istun ma ärklitoas laua taga
ja üks metslehelind — Phylloscopus sibilatrix —
lendab aknale, nii et ma näen lähedalt
tema kollast kulmutriipu ja pruuni silma
ja seda, kuidas ta koputab nokaga
vastu aknaruutu ja lendab siis minema.

Jaan Kaplinski


Ci sono tanti mondi quanti granelli di sabbia su una spiaggia,
grandi e piccoli, rotondi e quadrati,
chiari e scuri, antichi e transitori;
alcuni stanno fermi, altri ruotano;
alcuni sono soli, alcuni in nugoli;
e in ciascuno di questi mondi piccoli e grandi,
rotondi e quadrati, chiari e scuri,
antichi e transitori, ci sono mari e spiagge,
e moltissima sabbia su queste spiagge;
e in ogni granello di sabbia ci sono tanti mondi
quanti i granelli di sabbia su una spiaggia, grandi e piccoli,
rotondi e quadrati. In alcuni
Buddha è già nato, in altri
non è ancora nato, in altri ancora
sta vivendo e insegnando proprio ora;
in uno di essi sono seduto alla mia scrivania nell'attico,
e un Luì verde - Phylloscopus sibilatrix -
vola alla mia finestra, tanto che posso vederne da vicino
la striscia gialla sopra i suoi occhi scuri,
e come bussa col suo becco
sulla lastra e poi vola via.

Jaan Kaplinski è uno dei poeti estoni più tradotti all'estero ed è solo grazie a questo che ho potuto fornire una possibile versione della sua poesia - di cui altrimenti avrei capito solo la prima parola, Buddha e Phylloscopus sibilatrix.

Non lo è, ma se - per puro gioco - la poesia di Kaplinski fosse un cocktail, la si potrebbe preparare con:

- 1/3 di William Blake:

to see a world in a grain of sand
and a heaven in a wild flower,
hold infinity in the palm of your hand
and eternity in an hour.

- 1/3 di uno di quei filoni di sviluppo della fisica contemporanea, come ad esempio questo, che hanno sottratto l'ipotesi di esistenza di mondi paralleli all'interesse esclusivo della fantascienza.

- 1/3 di Moràbito:

Para que se fuera la mosca
abrí los vidrios
y continué escribiendo.
Era una mosca chica,
no hacía ruido,
no me estorbaba en lo más mínimo,
pero tal vez empezaría
a zumbar.
Un aire frío,
suave,
entró en el cuarto;
no me estorbaba en lo más mínimo,
pero no se llevaba
con mis versos.
Cambié mis versos,
los hice menos melodiosos,
quité los puntos,
los materiales de sostén,
las costras adheridas.
Miré la mosca adolescente y gris,
sin experiencia;
no se movía del mismo punto,
tal vez
buscaba entrar en la corriente
de las moscas,
buscaba a su manera unas palabras mágicas.
Rompí mis versos,
a fuerza de quitarles costras
habían quedado ajenos.
Fui a la ventana,
por un momento
todo lo vi como una mosca,
el aire impracticable,
el mundo impracticable,
la espera de un resquicio,
de una blandura
y del valor
para atreverse.
Fuimos el mismo adolescente gris,
el mismo que no vuela.
¿Qué versos que calaran hondo
no venían,
de esos que nadie escribe,
que están escritos ya,
que inventan al poeta que los dice?
Porque los versos no se inventan,
los versos vienen y se forman
en el instante justo de quietud
que se consigue,
cuando se está a la escucha
como nunca.

Non lo è, ma se la poesia di Kaplinski fosse un cocktail, dopo aver agitato il tutto, la si potrebbe gustare badando al sottile piacere che può dare, come è capitato per la prima volta a me, il toccare con mano il rapporto di parentela tra estone e finlandese (conoscevo la parola finlandese per indicare il mondo (maailma), che è fatto di terra (maa) e di aria (ilma)).

Passeri contro cannoni

In Italia c'è una contrapposizione nord-sud, che ha delle ragioni storiche e delle responsabilità politiche locali e nazionali di lunga data, che al nord trova, a partire dagli anni Ottanta, un significativo consenso politico, un consenso che premia in particolare un partito, la Lega Nord per l'Indipendenza della Padania di Umberto Bossi, alleata di Silvio Berlusconi e fresca vincitrice delle ultime elezioni regionali. In Veneto, per esempio, la Lega ha ottenuto più di un terzo dei voti di coloro che sono andati a votare nell'ultima tornata elettorale. Questo partito si è inventato un territorio amministrativo, la Padania appunto, dei cui interessi si proclama difensore, e si è inventata una sua storia basata su radici celtiche (sic) dimostrando amnesia, se non ignoranza, non solo di tutte le altre - ben più profonde e prolifiche, almeno in Italia - radici, ma anche, nell'esibire insofferenza nei confronti del sud, senza i cui immigrati città come Milano e Torino sarebbero dimezzate, o nei confronti degli immigrati stranieri, dimostrando amnesia totale del più recente passato povero e contadino di territori settentrionali ad altissimo tasso di emigrazione all'estero (un unico, piccolo esempio: in prima elementare, mia madre aveva più di trenta compagni di classe, che in quinta sono diventati undici; tanti bocciati? No: tutti emigrati in Canada e in Argentina). Stigmatizza poi le magagne e le debolezze del sud chiudendo sistematicamente gli occhi su quelle del nord, attribuisce all'Europa e all'euro difetti economici strutturali tutti interni, attacca, usando un linguaggio violento, la Costituzione e le diverse istituzioni nazionali, di cui ormai è parte integrante da decenni, propone e assume, laddove amministra la cosa pubblica, iniziative xenofobe e populiste, che non sembrano avere propriamente come priorità la ricerca della soluzione dei problemi concreti nazionali e nemmeno di quelli locali: tra le varie soluzioni proposte per rilanciare l'economia di fronte all'esuberante crescita di Paesi lievemente più potenti dell'Italia a livello mondiale, ricordo la proposta di un sistema di salari differenziato tra le regioni del nord e quelle del sud - le cosiddette "gabbie salariali" - e l'introduzione dei dazi sulle importazioni.

Tutte cose note e stranote, ma alle volte me le ripeto per non dimenticarmi che non sono frutto di fantasia, ma concrete, reali e presenti.

A coloro che esprimono il proprio voto per un partito avente programmi, proposte e memoria di così corto respiro e che continuano a chiamare spregiativamente "terroni" (nelle varianti dialettali: "terùn" e "teròn") dei connazionali solo perché, pur avendo lavorato la terra esattamente come l'hanno lavorata i contadini al nord, l'hanno fatto a qualche grado di latitudine più a sud, niente sembra far apparire ridicoli e inadeguati gesti, parole ed azioni di un partito come la Lega, niente. Figuriamoci allora a cosa potrà mai servire lasciare traccia (qui, poi!) di un fatto dell'Ottocento del tutto secondario, confinato al mondo musicale e alle sue tendenze. A niente, ovvio, ma lo faccio lo stesso, in ossequio al titolo del blog e pure con la stessa pedanteria usata nella premessa iniziale.

Nella prima metà dell'Ottocento, ben prima dell'unità politica dell'Italia, la cultura musicale si mescola in modo sempre più evidente, vede lo scambio reciproco di apporti provenienti dalle diverse scuole locali e trova un gusto di carattere nazionale che produrrà influssi e farà conoscere il Paese in tutto il mondo. Il siciliano Bellini (Catania, Regno di Sicilia, 1801 - Parigi 1835), rappresentante della scuola napoletana, viene assorbito dall'ambiente milanese, che gli tributa grandi successi: la Sonnambula e Norma vengono entrambe rappresentate per la prima volta nel 1831 a Milano, la prima al teatro Carcano, la seconda alla Scala. Il lombardo Donizetti (Bergamo, Repubblica Cisalpina, 1797 - Bergamo, Regno Lombardo-Veneto 1848) opera invece prevalentemente a Roma e a Napoli. Le opere di entrambi hanno successo anche all'estero e continuano tuttora a venire rappresentate ovunque.

Tra le composizioni del bergamasco, ce n'è una, minore, di impronta popolare, che si chiama Amor marinaro: è una canzonetta napoletana del 1835.

Amor marinaro

Me voglio fa' 'na casa miez' 'o mare
fravecata de penne de pavune.
Trallalallera, trallalallà.
D'oro e d'argiento voglio far li grade
e de prete preziuse li barcune.
Trallalallera, trallalallà.
Quanno Nennella mia se ne va a affacciare
ognuno dice: mo' spunta lu sole.
Trallalallera, trallalallà.

A sailor's love

I want to build a house in the middle of the sea
made of peacock feathers.
Trallalallera, trallalallà.
Of gold and silver I want to make the stairs
and of precious stones the balconies.
Trallalallera, trallalallà.
When my Nennella goes and looks out,
everyone says: now the sun is raising.
Trallalallera, trallalallà.

La canzonetta è stata interpretata, tra gli altri, anche da Cecilia Bartoli (Roma, Italia, 1966), mezzosoprano di una città, posta da qualche parte tra Bergamo e Catania, che ha lasciato qualche traccia leggermente più marcata nella storia del Paese, dell'Europa e di tutta l'area mediterranea, ripetto a quella celtica, ma questa è una storia molto più antica e oggi voglio usare solo un passero, contro i cannoni della Lega Nord per l'Indipendenza della Padania, questo:


Link diretto.

Nel video, la Bartoli canta al teatro palladiano di Vicenza.

P.S. Il titolo del post rimanda a questa poesia.
P.P.S. Per trovare nel dizionario italiano dei termini di origine latina o greca miez' 'o mare magno di quelli di origine celtica, bisogna avere molta, molta pazienza e una gran dose di fortuna.
P.P.P.S. Anche se ormai è un termine entrato nell'uso politico corrente, ogni volta che sento parlare di Padania a me viene in mente il Maradagal.

venerdì 16 aprile 2010

NOT IN MY NAME

Davanti al direttore di banca mia madre
impugnava la penna e tremante scriveva:
Bernardini Iole.
Io vidi che non c'era firma, ella aveva, scusandosi
scritto il suo nome, prima cognome e poi nome
come se avesse scritto scarpa, sasso, malva per la sera.
Di là da lei, dal suo tempo educato, si alzavano
firme alate, nomi scritti per non esser visti
nomi scritti per dire arte, individualità, spirito.
Ma io proporrei, se questa marcia di pace volessimo davvero farla
e se volessimo scrivere NOT IN MY NAME ora e sempre,
ecco, io proporrei di scrivere i nostri nomi così come sono,
come se avessimo scritto: mi porti un caffè per favore?
Posso iniziare? O, me lo dai questo bacio, insomma!
Insomma nomi tutti uguali, non privati ma collegiali,
nomi da scambiare come se io stessi scrivendo il tuo nome
e tu quello di mia madre, mentre lei, esitante,
scrive il suo sulla cedola degli investimenti a medio termine.

Alba Donati
Non in mio nome, Marietti, 2004



NON IN MIO NOME

Before the bank director, my mother
gripped the pen and with a shaking hand wrote:
Bernardini Iole.
I saw that there was no signature, she had written,
apologizing, her name, first the surname and then the name
as if she had written shoe, stone, mallow for the night.
Over there, at home, from her polite time, winged signatures
rose, names written not to be seen
names written to say art, individuality, spirit.
But I would propose, should we really want to do this march for peace
and should we want to write NON IN MIO NOME now and ever,
well, I would propose we write our names as they are,
as we had written: could you please bring me a coffee?
May I start? Or well, won't you kiss me?
In short, the same names, not private, but collective ones,
names to be exchanged as if I was writing your name
and you that of my mother, while she, hesitating,
writes hers on the dividend check of the medium-term investments.

giovedì 15 aprile 2010

teebeutel

I

nur in sackleinen
gehüllt. kleiner eremit
in seiner höhle.

II

nichts als ein faden
führt nach oben. wir geben
ihm fünf minuten.

Jan Wagner
Achtzehn Pasteten, Berlin Verlag, 2007



bustina da tè

I

intabarrata
solo in tela da sacchi. piccola eremita
nella sua caverna.

II

nient'altro che un filo
conduce verso l'alto. le diamo
cinque minuti.