domenica 15 maggio 2011

certe cose non gliele puoi dire


l'ho imparato dopo, quel che è la terra, che quando andavo su, delle volte, il pomeriggio, perché non rende niente la terra, va bene, ma quando ci sei sopra, che viene sera, ci cammini sopra, sei sul tuo, è roba tua, vai per i campi, cammini, cammini, è tutta roba tua, ti senti un re, ma davvero, delle volte lo dicevo: io qui sono un re, invece no, ero un Berandi, e non lo sapevo, ero dei conti Berandi, e non lo sapevo che a Macerata i conti Berandi, altro che tre poderi, ne avranno avuti trecento, ma tre bastano per camminare, ne basta uno, cammini che ti rompi le gambe, ma certe cose non puoi raccontarle, non puoi, bisogna provare, questa terra che non c'è un'anima, il contadino ha lasciato, sono anni che ha lasciato, sei solo, arrivi al capanno, c'è quel mandorlo, schiacci due o tre mandorle, buone, guardi laggiù a marina, si fa notte, vien su la notte, cammina anche lei, vien su la luna, cammina anche lei, sempre più bianca, adesso corre, fra le nuvole, accendono le luci dappertutto, e te ti volti, guardi in giro, guardi, guardi, mamma, quant'è grande il mondo, e non lo sa nessuno che sei lì, non sanno neanche che ci sei, ce n'è dei milioni che non lo sanno, ma che milioni, ce n'è dei miliardi, Brandi Aurelio, boh, chi è Brandi Aurelio? ma anche a San Vito, chi è che sa chi sono io? per loro io non esisto, non ci sono, per miliardi di persone, e ti fermi e stai lì, in silenzio, ma che roba, in un minuto, prima ti pareva d'essere, comandare in terra, tutto te, e adesso sei perso, gli altri, la gente non sanno neanche che sei al mondo, è come se non ci fossi, fa la prova, puoi fare la prova, domanda in questo momento, qui, chi è che mi pensa a me? chi è che dice: dove sarà Brandi Aurelio? cosa farà? nessuno, e io invece ci penso a loro, a uno in Canadà, per dire, che si spunta i baffi davanti allo specchio, a un altro in Spagna, a Marsiglia, no, Marsiglia è in Francia, aspetta, a Siviglia, ecco, che beve un'aranciata fresca, un altro in Norvegia che fa le parole incrociate, porca puttana, sette lettere, cosa sarà? un altro in Giappone che corre, dove va? si è dimenticato una carta, un appuntamento, deve tornare a casa, gli accidenti, ecco, delle cose così, anche per stare un po' in compagnia, perché il giorno me la cavo, sono in negozio, viene la gente, parlo, brigo, ma la sera, la sera è lunga, sì, potrei andare al caffè, ma anche al caffè, cosa vuoi, dopo quando torni a casa ti viene un avvilimento, perché lì è pieno di gente, un daffare, un chiasso, un fumo, e dopo a casa, accendi la luce, chiudi la porta, e sei ancora più solo, invece se stai sempre solo ti fa meno impressione, ci sono delle domeniche, io, che sto a casa tutto il giorno, davvero, non vado da nessuna parte, e beh, dove vuoi andare? gli altri, li vedo, in giro, nei posti, vanno, vengono, chiacchierano, io dove vado? con chi? che delle volte, non lo so neanch'io, dico: e far finta? e in quel momento magari passa Edmo, dove va? va a casa, me l'immagino che arriva, entra, ed entro anch'io, si toglie la giacca, si è alzato lo scirocco, guasta il tempo, cos'hai fatto da mangiare? ma fammi i piselli, che non me li fai mai, che mi piacciono, lo sai che mi piacciono, è la stagione adesso, se non li fai adesso, in umido, piccoli, dolci, che me ne mangerei, ecco, così, sempre per stare un po' in compagnia, che dopo magari con Edmo mi ci imbatto il giorno dopo, e allora gli dico, questi piselli te li fa o non te li fa? che lui mi guarda: i piselli, che piselli? e io lì, come fai a spiegargli, viene troppo lunga, no, niente, dico, faccio per ridere, così, per scherzare, e dopo la gente dicono che sono strambo, ma certe cose non gliele puoi dire, se non ci arrivano da soli, non glielo posso mica dire io, sono loro che devono capire, invece, ma va là, non capiscono, e dicono che sono strambo.

Raffaello Baldini, Carta canta, Zitti tutti!, In fondo a destra : tre monologhi, Einaudi 1998

Una donna in primavera dietro una casa del pancake

Questa è una foto che non ha fatto di una donna in primavera dietro una casa del pancake, mentre sta seduta sul retro del cassone di un furgone, senza scarpe, con le unghie dei piedi rosa brillante, intenta a leggere dondolando i talloni, con una gonna di un grigio modesto ed uniforme e l'abito da ufficio a mascherare una pausa pranzo di maggio passata a leggere nel sole del pomeriggio, in quel tipo di luce semplice che precede la pioggia, quando un venticello è il solo segno dell'imminente cambiamento mentre soffia a mulinelli da ovest per spazzare il parcheggio e premere dolcemente di traverso la pagina che sta leggendo.

Da Unphotographable.

sabato 14 maggio 2011

Fietswinkel


Fietswinkel
Aperto da mercoledì a domenica dalle 15:00 alle 21:00
Biciclette usate: da 35 a 95 euro
Biciclette per bambini: da 15 a 35 euro
Riparazioni e sostituzioni
Mahlowerstr. 9, Berlin/Neukölln

Hrvati

u parizu ima šest hrvata
sve ih znam
i neobično sam radostan zbog toga

svakog dana poslije pet
tri hrvata šetaju lijevom stranom seine
i žučno raspravljaju o situaciji u domovini
prvi je diplomat drugi soboslikar treći portir

svakog dana poslije pet
tri hrvatice šetaju desnom stranom seine
razmjenjuju ženske časopise recepte
i kude francusko brašno za kolače
prva je kućepaziteljica druga domaćica treća tajnica

hrvati i hrvatice se susretnu oko šest
na mostu ruskog cara aleksandra trećeg gdje
– nakon što se pošteno izljube –
odmah počnu pričati viceve o srbima
i ogovarati francuze

u parizu ima šest hrvata
sve ih znam
i neobično sam radostan zbog toga

Krešimir Bagić


Croati

a parigi ci sono sei croati
li conosco tutti
e ne sono un fracco contento

ogni giorno dopo le cinque
tre croati passeggiano sulla riva sinistra della senna
e discutono vivacemente della situazione nel loro paese
il primo è diplomatico il secondo imbianchino il terzo portiere

ogni giorno dopo le cinque
tre croate passeggiano sulla riva destra della senna
si scambiano ricette da riviste femminili
e si lamentano della farina per dolci francese
la prima è portinaia la seconda casalinga la terza segretaria

i croati e le croate si incontrano verso le sei
sul ponte alessandro terzo zar di russia dove
- dopo essersi ben abbracciati -
si mettono a raccontare barzellette sui serbi
e a parlar male dei francesi

a parigi ci sono sei croati
li conosco tutti
e ne sono un fracco contento

Zašto mi je Thomas Bernhard ukrao pjesmu?

Jetzt im Frühling
kann ich die Sprache der Äcker
nicht mehr verstehn
und die Toten schauen
mit großen Augen mich an
und der Weizen schäumt
und der Fluß redet mir vom Himmel...
Wo die Kinder lachen,
da ist mein Land mir
fremder als alle Länder
der Erde
Thomas Bernhard

Već dva tjedna liježem s istim pitanjem u glavi: zašto mi je Thomas Bernhard ukrao pjesmu? Znate i sami da je u ovo vrijeme sve moguće. Dok vi gledate televiziju, pričate o ženama ili žučno ponavljate kako su izbori u Zambiji lažirani, lukavac se ušulja u kuću, ubaci vam virus u kompjuter, sakrije zadnju kutiju cigareta ili vam, jednostavno, kao u mom slučaju, ukrade pjesmu.
Moj je kućni lupež doista bio iznimno lukav. Izvršio je krađu, a da toga vjerojatno ni sâm nije bio svjestan, pa onda još i umro iz predostrožnosti (i to osam godina prije nego što sam shvatio što se zapravo dogodilo). Dakle, činjenice: prije točno četrnaest dana, 26. veljače 1997, pročitao sam u časopisu "Forum", br. 10 za 1996, na stranici 1131. pjesmu od jedanaest stihova naslova 'sad u proljeće', potpisanu imenom Thomasa Bernharda. Ispod teksta piše da je riječ o prijevodu, tojest da ga je s njemačkog na hrvatski preveo gospodin Mate A. Ivandić.
Junak pjesme u prvome licu priznaje da više ne može razumjeti jezik njiva, kad se pšenica pjeni i kad ga mrtvi promatraju krupnim očima tamo gdje se djeca smiju. Odmah mi se učinilo da su to moje riječi i da pjesma govori o Slavoniji. Međutim, kako sam je čitao u Parizu, nisam se istog trenutka usudio u to povjerovati. Ipak, večeras sam potpuno siguran da je riječ o groznoj zabuni. Jer, razmislim li malo bolje, tko bi uopće - osim mene - mogao napisati: "tamo gdje se djeca smiju,/ moja mi je zemlja/ tuđija od svih zemalja svijeta." Bernhard? Ni govora. Taj bivši trgovački pomoćnik i salzburški student glazbe mogao je napisati čudesnu prozu "Wittgensteinov nećak", ali nikako te stihove.
I njegova štura biografija je na mojoj strani. U njoj se, naime, nigdje ne spominje eventualni susret sa Slavonijom. Austrija kao moguća inspiracija automatski otpada zbog toga što joj je poznatiji jezik brda i brežuljaka nego jezik njiva. Ostaje Nizozemska u kojoj je Bernhard rođen. No, ni ona ne može biti opravdanje. Nizozemska je nešto sasvim drugo: to je Slavonija za turiste, a ne za pravu, grčevitu, sudbinsku nostalgiju. Recite mi, uostalom, tko će povjerovati da se pšenica može pjeniti bilo gdje izvan Slavonije! To nije posljedica rasta, to je pogled u svakom trenutku spreman za oluju.
Doduše, zagonetno mi je zašto me mrtvi u toj mojoj pjesmi promatraju krupnim očima. No, treba li svemu tražiti razloge? Zar uopće postoji pjesnik koji zna što je sve u stanju napisati? Dapače, zar postoji ljudski stvor koji može opravdati ili predvidjeti sve svoje misli i rečenice? Možda me upravo Thomas Bernhard tim krupnim očima uporno gleda još od 12. veljače 1989, pokušavajući se ispričati. Ako je tako, moram i vas i njega upozoriti da griješi. Ja ne tražim ispriku, ja se ne ljutim. Zanima me jedino zašto je tako dobra i iskrena pjesma (kakva je ta moja "sad u proljeće") trebala biti potpisana imenom poznatog književnika, kad bi joj - uvjeren sam - bilo prostranije pjeniti se u Slavoniji zaštićenoj mojom šutnjom i anonimnošću.
Zašto mi je, zapravo, Thomas Bernhard ukrao pjesmu?

Krešimir Bagić



Ora in primavera
non riesco più a capire
il linguaggio dei campi
e i morti mi osservano
con occhi spalancati 
e il grano spumeggia
e il fiume mi parla del cielo...
Dove i bambini ridono,
là il mio paese mi è
più estraneo di tutti i paesi
della terra
Thomas Bernhard


Perché Thomas Bernhard ha rubato la mia poesia?

Da due settimane vado a dormire con la stessa domanda per la testa: perché Thomas Bernhard ha rubato la mia poesia? Lo sapete da voi che di questi tempi tutto è possibile. Mentre guardate la televisione, parlate di donne o ripetete amaramente che le elezioni nello Zambia sono truccate, un tipo scaltro vi si intrufola in casa, vi mette un virus nel computer, vi nasconde l'ultimo pacchetto di sigarette o, come nel mio caso, vi ruba semplicemente la vostra poesia.
Il mio ladro è stato incredibilmente scaltro. Ha commesso un furto senza neanche rendersene conto, poi è morto per precauzione (e ben otto anni prima che capissi quello che era veramente successo). Dunque, ecco i fatti: esattamente quattordici giorni fa, il 26 febbraio 1997, ho letto sulla rivista letteraria "Forum", numero 10 dell’anno 1996, alla pagina 1131, una poesia di undici versi, intitolata "ora in primavera", firmata da Thomas Bernhard. Sotto il testo, vi si precisava che si trattava di una traduzione, nel senso che Mate A. Ivandić l'ha tradotta dal tedesco al croato.
Il protagonista della poesia, alla prima persona singolare, confessa di non riuscire più a capire il linguaggio dei campi, mentre il grano spumeggia e i morti lo osservano con occhi spalancati là dove i bambini ridono. Subito mi è sembrato che fossero parole mie e che la poesia parlasse della mia Slavonia in Croazia. Tuttavia, siccome l'ho letta a Parigi, sul momento non ci ho potuto credere. Eppure, questa sera sono persuaso che si tratta di una spaventosa confusione, perché, se ci rifletto un po' meglio, chi avrebbe mai potuto scriverla - a parte me: "là dove i bambini ridono / il mio paese mi è / più estraneo di tutti i paesi del mondo.” Bernhard? Certamente no. Questo ex commerciante e studente di musica salisburghese ha potuto scrivere la prosa meravigliosa del “Nipote di Wittgenstein”, ma in nessun caso quei versi lì.
E la sua scarna biografia sta dalla mia parte, vale a dire che non ha niente a che vedere col suo eventuale incontro con la Slavonia. L’Austria, come possibile ispirazione, cade automaticamente perché il linguaggio delle montagne e delle colline gli è più familiare di quello dei campi. Restano i Paesi Bassi, dove Bernhard è nato, ma questo non può servire da giustificazione. I Paesi Bassi sono qualcosa di completamente diverso: è la Slavonia per turisti, e non per la vera, convulsiva nostalgia del destino. Ditemi, dopo tutto, chi potrebbe credere che il grano possa spumeggiare altrove, se non nella Slavonia croata. Non è la conseguenza della crescita, è uno sguardo in ogni momento pronto per la tempesta.
In realtà, resta un mistero il motivo per cui i morti in questa poesia mi osservino con occhi spalancati, ma bisogna cercare per forza una ragione per tutto? Ad ogni modo, esiste un solo poeta che sappia tutto quello che è in grado di scrivere? E poi esiste una creatura umana che possa giustificare o prevedere tutti i propri pensieri e tutte le proprie parole? Forse proprio Thomas Bernhard mi osserva ostinatamente con i suoi occhi spalancati dal 12 febbraio 1989 cercando di scusarsi. Se è così, devo segnalare sia a voi sia a lui che è lui che si sbaglia. Non chiedo delle scuse, non sono arrabbiato. Cerco solamente di sapere perché una buona poesia sincera (com'è il caso della mia "ora in primavera") abbia dovuto essere firmata da un famoso scrittore, quando le sarebbe stato più comodo - ne sono convinto - spumeggiare nella Slavonia croata, protetta dal mio silenzio e dal mio anonimato.
Perché, in effetti, Thomas Bernhard ha rubato la mia poesia?


Eh, se Bagić sapesse quante poesie hanno rubato a me. Scagiono completamente solo Neruda e Prévert, assieme ovviamente a tutti i parrucconi malamente travestiti da poeti, che non mi hanno mai sottratto nemmeno una congiunzione, mentre accuso pubblicamente moltissimi altri: se il più lesto è stato Archiloco, estremo anticipatore dei tempi, tra i ladri più recidivi delle mie poesie ho individuato, al di là di ogni ragionevole dubbio, Erich Fried. Non porto loro alcun rancore, sia chiaro, solo gratitudine. Il solo mistero, nel mio caso, è chi gliele abbia tradotte in greco ed in tedesco e perché Archiloco abbia estratto dai miei versi solo dei frammenti.

sabato 7 maggio 2011

Appunti

Prendo degli appunti su biglietti e scontrini e su tutto quello che trovo in borsa che offra qualche cm di spazio libero, quando sono in giro. Negli ultimi giorni ne sto accumulando un po': non è così diverso dal mio modo di scrivere sul blog, in fondo*.
Quando torno, se nel frattempo non li avrò inavvertitamente buttati via tutti, cercherò di comporli in un ritratto di un posto che fa rima con problema**.

* Solo la tecnica di pubblicazione è diversa: al posto di cliccare su "pubblica post", si tratta di raggiungere un luogo pubblico frequentato da qualche habitué e da parecchi passanti e di rovesciare il contenuto della borsa per terra.
** No, non è Ipanema.


*

Appunto n. 1: Dov'è il ghetto?
Inchiostro nero su scontrino bianco.
P.S. C'è un poeta di lingua inglese, di cui non ricordo il nome, che in una sua poesia, di cui non ricordo il titolo, sosteneva di dire, ogni volta che vedeva una città per la prima volta: "Bella città. Dov'è il ghetto?" Qui l'apprezzamento iniziale non serve (farlo potrebbe persino essere pericoloso, oltre che spudoratamente falso).
P.P.S. Attorno all'università, comunque.


Appunto n. 2: Fenomenologia del parcheggio.
Inchiostro nero su biglietto grigio.
P.S. Transitorio come il parcheggio lungo le strade, giornaliero come il parcheggio in edifici completamente adibiti a parcheggi, scontato come il parcheggio raggiunto dagli automobilisti che si svegliano presto, assolato come il parcheggio tracciato a strisce sull'asfalto nei vuoti che cariano la potenziale continuità architettonica cittadina in seguito a demolizioni mirate di singoli edifici il cui solo scopo era divenire, un giorno, parcheggi, rinfrescato come il parcheggio nei sotterranei degli edifici che resistono ancora fino alla prossima demolizione, fonte di vanto come il parcheggio nel posto macchina dell'azienda, su commissione come il parcheggio fatto letteralmente di corsa dai valets di certi hotel o ristoranti, di pochi posti come il parcheggio davanti ai servizi di previsione del futuro, di molti posti come il parcheggio davanti alle farmacie, avvolgente come il parcheggio attorno alle chiese e ai templi, mattutino come il parcheggio lavorativo, di mezzodì come il parcheggio davanti al ristorante, serale come il parcheggio di casa, onirico come il solitario parcheggio in cui infilare, nel silenzio della notte, la propria macchina dei sogni.
P.P.S.

Parcheggio all'alba, 4 maggio 2011

Appunto n. 3: Ospedali.
Matita su orecchia strappata da un quotidiano.
P.S. Darwish

Appunto n. 4: Una panetteria, l'ennesima utopia.
Matita su sottobicchiere da birra in cartone verde e bianco lasciato in loco al suo legittimo proprietario nella Main Street per paura di conseguenze legali o, in base a calcolo statistico, lasciato anch'esso sul medesimo sottobicchiere, di conseguenze fisiche da arma da fuoco.

Appunto n. 5: Bible, Military History, True Crime.
Appunto mentale rimasto in memoria dopo lettura di sezioni di libreria.

Appunto n. 6: Omero, Virgilio, Dante, Walt Whitman, Edgar Lee Masters, Robert Frost, Sylvia Plath, Jack Kerouac, Leonard Cohen, John Lennon, Billy Collins, William Shakespeare, John Milton, William Blake, Alfred Tennyson, Seamus Heaney.
Appunto mentale rimasto in memoria dopo aver passato in rassegna tutti i libri della sezione Poetry. La lista è completa.

Appunto n. 7: Monumento dello spettacolo delle arance. Ingresso 1$.
Sottolineato su giornale locale.

Appunto n. 8: Cerca H.J.  (schau nach dem stein).
Matita su post-it con due numeri di telefono inserito nel portafoglio.
P.S.
Schutz vor Nachstellung, meiner Vorstellung nach


bin laden geht in die berge, geht bewundernswert &
bärtig durchs gebirge im zweiten programm und in allen.
was ist, von hier aus, die rückseite der kapitalistischen münze:
adler oder eichmann, goethe oder lenz? falsch: (baudrillard)

oha. die medien rufen ihn an: „höhle hallo? halo?“ holla!
„ja ja, hier hölle, hab ein video“. gutgelaunte europäer.
der teufel dringt ins detail. das netzwerk leckt! ist da noch
speichelplatz unter der (vernetzten) zunge des propheten?

das war verwirrend zwei in eins: hussein und al quaida.
infos sickern durch: sie haben alles (im eden) aufgegeben,
sogar ihre lauterkeit, stichwort: timing, gutes handling.
auch der löwe von münster sagt: gott fürchte, nicht menschen.

strittige frage. was schafft mehr verheerung? setzt hier
mal einen punkt, gönnt euch faktisches, heißt: hologramme.
nachts dann abstraktionen (der bart!). bleibt spucke weg.
nimm den dynamitgürtel, schau wie schön die hand schwitzt.

ob man wie du abends im stillen club zur lichtgestalt
der reflexion aufsteigt, in der partymenge auf rauhbein
(der apokalypse) macht, verwaschenes von sich gibt,
oder mit millionen dollar kalkuliert, mit tausenden toten

neue fiktionen beflügelt – ölpreise steigen, deine börse leer –
(faktum) – das ist, hohlköpfe, doch eins. wer pflanzte da
noch geranien (wo man zeitgleich auf den plätzen schunkelt)?
laß mal die vorstellung jetzt, schau nach dem stein.

Hendrik Jackson

protezione contro la persecuzione, per come la vedo io

bin laden va in montagna, va degno di ammirazione &
barbuto per le montagne nel secondo canale e in tutti gli altri.
qual è, da qua, il rovescio della medaglia capitalistica:
adler o eichmann, goethe o lenz? sbagliato: (baudrillard)

oh. i media gli telefonano: „pronto grotta? pronto?“ ehi!
„sì sì, qui inferno, c'ho un video“. europei di buon umore.
il diavolo si insinua nei dettagli. la rete ha una falla! c'è ancora
spazio per memorizzare saliva sotto la lingua (a reticolo) del profeta?

è stato uno sconcertante due in uno: hussein e al-qaida.
le notizie filtrano: hanno rinunciato (nell'eden) a tutto,
persino alla loro purezza, parola chiave: timing, buon handling.
anche il leone di münster dice: dio aveva paura, non gli uomini.

questione controversa. cosa crea più devastazione? qui mettete
un punto, concedetevi il reale, cioè: ologrammi.
di notte poi astrazioni (la barba!). sorpresa totale.
prendi la cintura con la dinamite, guarda come la mano suda bene.

se si ascende - come te la sera nel club silenzioso - alla forma luminosa
della riflessione, si resta in disparte nella folla di una festa
(l'apocalisse), ci si offre vagamente,
o si calcola di milioni di dollari, di migliaia di morti

si fanno volare nuove finzioni – i prezzi del petrolio crescono, le tue borse restano vuote –
(fatto) – vuol pur dire qualcosa, teste vuote. chi ha ancora piantato
dei gerani là (dove allo stesso tempo ci si dondola sul posto)?
lascia stare ora come la vedi, vai a vedere la pietra.

Appunto n. 9: "Quanto verde è la Scoperta Verde?
Le pratiche di edilizia sostenibile sono una parte fondamentale del progetto Scoperta Verde e del suo sviluppo.
BP America è lo sponsor della sostenibilità della Scoperta Verde, e con il supporto finanziario di BP, Scoperta Verde usa l'energia del sole e di altre fonti rinnovabili per fornire elettricità al parco.
Sopra le vostre teste ci sono più di 250 pannelli solari - prodotti da BP Solar. Questi pannelli solari generano migliaia di kilowattora di energia elettrica ogni anno senza causare inquinamento o gas serra, abbastanza da fornire il 100% dell'elettricità all'Edificio Alkek dove il Comitato Scoperta Verde ha i propri uffici. Il numero di kilowattora generati da questi pannelli a partire dalla loro installazione è indicato in questo cartello.
Buona Scoperta Verde!"
(BP=British Primrose)
Inchiostro nero su retro di mappa rudimentale tracciata a mano libera.

Appunto n. 10: ancora una volta ingiustificato senso di superiorità da homo europeus.
Matita su post-it (cit.)

Appunto n. 11: chiacchiere nelle pause caffè/pranzo: benzina, tecnologia informatica, città natale.
Inchiostro nero su retro di mappa rudimentale tracciata a mano libera (cit.)

Appunto n. 12: alcune persone che si sono assentate dalla mia vita sono in questo momento qui, in questo spicchio di pianeta, anche se non lo sanno, anche contro la loro volontà.
Inchiostro nero su retro di mappa rudimentale tracciata a mano libera (cit.)

*

Ci sono appunti che non ho bisogno di prendere perché si tratta di pensieri ricorrenti (la ricchezza di mezzi materiali e la povertà di visioni, la ricchezza di visioni e la povertà di mezzi materiali e cose così): ci ritornerò, prima o poi. Forse non faccio altro che ritornarci, in effetti.

domenica 1 maggio 2011

Inizi

Nel preciso momento in cui conoscevo benissimo Pinocchio ed un discreto numero di favole, mi stavo avvicinando a Salgari, mi mancava qualche mese ancora prima di incontrare Verne, leggevo mio malgrado Carda(re)lli ed ero in piena, furibonda lotta con gli accenti.



Primo maggio

"Questa poesia fu scritta da uno spettatore dell'esecuzione dei nostri compagni. La scrisse il giorno dopo e la consegnò al Capitano Black, che la lesse al funerale domenica, 14 novembre 1887. Leggete la poesia, poi guardate la scena dell'impiccagione nell'altra pagina. E guardando il terribile omicidio dei nostri compagni, giurate nel vostro cuore di non smettere mai il vostro lavoro finché questo maledetto sistema capitalistico non sia rovesciato. Allora avrete conseguito quello per cui essi morirono."


Twenty-fifth anniversary, eleventh of November, memorial meeting souvenir edition of the famous speeches of our martyrs, delivered in court when asked if they had anything to say why sentence of death should not be passed on them, October 7, 8, and 9, 1886 : November 11, 1887-1912, 8th ed.
Published 1914 by Lucy E. Parsons in Chicago, Ill .

Wiki

I fatti di questi giorni

Quando vivevo a Trieste, i dibattiti ciclici che vi si svolgevano sulla sua storia e sulla sua presunta specialità (e l'identità di frontiera e il crocevia dell'Europa e l'incontro di culture e il crogiuolo di popoli e la Trieste cosmopolita e la Trieste mitteleuropea  e la Trieste italiana e la Trieste slava (Trst) e la Trieste ebraica e via litaniando), nella loro ripetizione, molte volte superficiale, e nel loro continuo sollevare contrapposte reazioni pavloviane nelle sue diverse anime a seconda degli episodi storici  ricordati (e la politica antislava del fascismo e la Risiera e le foibe e l'esodo degli istriani e dalmati), mi infastidivano. Idealmente, nei momenti in cui il fastidio raggiungeva i suoi picchi, avrei voluto essere nata in un posto anonimo, un paesello di qualche migliaio di persone, al centro dell'Italia o pure all'estero, ma al centro, lontano da qualsiasi frontiera, politica o naturale che fosse, quindi anche lontano dal mare, con (nella versione italiana) una piazza, un municipio, una chiesa e un bar e una qualsiasi, immutabile, toponomastica paesana comprendente via del Campo, via della Stazione, piazza delle Erbe e Corso Centrale e, al più, un viale Garibaldi. Solo col tempo ho accettato fino in fondo non solo di esserci nata, ma anche la mia personale impossibilità di saperne trarre una visione di insieme che sia in grado di rispettarne la molteplicità delle voci e delle visioni passate e presenti senza piegarsi per nulla ai clichés e ai miti propagandistici, sia politici sia letterari, che l'hanno attraversata e che continuano ad attraversarla, a volte mortificandola, più spesso esaltandola al di là dei suoi meriti. È per questo che quando trovo chi tuttora si sforza, nonostante l'abbondanza del già scritto e del già detto, di misurarcisi con umiltà e serietà provando anche a cambiarne almeno un po' la tradizionale chiave di lettura, quella dell'identità nazionale, lo apprezzo moltissimo.

La chiave di lettura in cui ora mi sono imbattuta è quella sociale ed è proprio una di quelle potenzialmente più semplici, ma in quel contesto meno esplorate, forse - almeno credo - perché meno remunerative dal punto di vista dell'immediatezza e del grado di visibilità politica che si riesce a ricavarne. L'unico elemento da tenere ben presente per seguire il breve filo delle parole che ho estratto e, nella loro introduzione, solo leggermente rielaborato per presentarlo qui è semplicissimo ed è questo: San Giacomo è un quartiere residenziale triestino, tradizionalmente molto popolare (se vogliamo trascurare il dettaglio personale, che infilo tra parentesi, che il mio nonno paterno era nato e cresciuto proprio lì e che lì mi ha portato in giro spesso, nella mia infanzia, da una bettola all'altra, dove amava giocare a carte, briscola e scopa, soprattutto, meno a coteccio e tressette: un'esperienza impagabile, a pensarci oggi).

*

Il 27 maggio 1915, tre giorni dopo la dichiarazione di guerra all'Austria e i tumulti e gli attacchi portati a Trieste, allora austriaca, contro i luoghi simbolo dell'italianità (la sede de Il Piccolo incendiata, quella della Ginnastica triestina e diversi caffè messi a soqquadro, la statua di Verdi imbrattata di pece, molti negozi di proprietà di italiani saccheggiati), attacchi che più volte in passato sono stati attribuiti esclusivamente ad una messa in scena austriaca, Maria Sfetez, maestra della quinta elementare femminile della scuola popolare comunale del quartiere proletario di San Giacomo, assegna alle 26 alunne un tema dal titolo I fatti di questi giorni. I 26 temi sono tutti sopravvissuti e, grazie alla Storia d'Italia di Isnenghi (cit.), posso riportarne per intero due, non prima di aver aggiunto che, secondo la testimonianza dello storico, non ce n'è uno, neanche tra quelli di chi non ha partecipato agli assalti, che giunga a conclusioni sostanzialmente diverse da questi due:
I fatti di questi giorni erano molto dannosi, tutta la gente andavano per i negozi a svalligiare. Fra di quella folla ero anch'io che andavano per i negozi. E non basta solo questo, Ma davano anche fuoco la palla[z]ina del piccolo e la ginnastica. Molti negozi italiani erano tutte le porte rotte tutte le lastre infrantumi. [L']l'[i]Italiano Giuseppe Verdi era tutto sudicio di nero. Io che ero la avevo preso una camicia e una cravatta, e il resto aveva preso le mie sorelle.
Anna Loser
Questi giorni c'era molta confusione. Io non sono andata a vedere, ma mi hanno raccontato le mie compagne. Adesso ve le racconterò queste cause. Domenica e lunedì molta gente erano andate in città ed ànno preso molti stivali giocatoli liquori e tante altre cose. Poi [corretto minuscolo] il Caffè di Chiozza lo ànno incendiato e tutta quella gente che abitavano sopra il Caffè [inserito in seguito e scarsamente leggibile nell'originale] sono scappate per la paura che non piglino fuoco loro. La statua di Giuseppe Verdi la hanno spezzata. La Gin[corretto]nastica la ànno incendiata. Il [corretto maiuscolo] Piccolo lo hanno anche quello bruciato e perciò per parecchi giorni non si ricevera il piccolo affinche non governeranno le macchine. E tutta questa cosa e successa perche alle ore 4 di dopopranzo l'italia ha intimato guerra all'Austria per terra e per mare, perciò adesso si combattono. E perciò questa gente anno fatto bene.
Anna Castellaz

sabato 30 aprile 2011

look on my card

wir wollten über diesen satz wie eine fremde stadt uns beugen, ort erzeugen, mundraum, traum vom hören, oder sagen: hier, in diesem netz aus zungen, ist ein weg gelungen, ein versehn, verstehn. auf unseren stirnen, die sich fast berührten, klebte lingua franca, eine briefmarke. wo am i, ein spiel, auf raten, aber was wir sprachen, passte nicht: die roten linien schnalzten, rollten sich in ihre eignen namen, kamen mit dem griechen chartis, carta aus italien und karte, also mir. trotzdem waren wir hier. almost true friends. und fanden mit dem falschen wort den ort und falteten den rest der stadt, nach art des landes, wie man sagt, in mappen ein.

Uljana Wolf


volevamo chinarci su questa frase come una città straniera, generare posto, spazio lessicale, sogno di ascolto, oppure dire: qui, in questa rete di lingue, è riuscito un percorso, un errore, una comprensione. sulle nostre fronti, che quasi si toccavano, si appiccicava la lingua franca, un francobollo. dove am i, un gioco, a rate, ma quello che dicevamo non c'entrava: le linee rosse schioccavano, si arrotolavano nel proprio nome, arrivavano con la greca chartis, la tedesca karte e la carta, quindi me. eppure eravamo qui. almost true friends. e trovavamo con la parola sbagliata il posto e piegavamo il resto della città, alla paesana, come si dice, in mappe.

Bottoni

"Non c'è niente che possa rimpiazzare i bottoni, esattamente come avviene con le gocce. Una goccia d'acqua, quando cade, assume sempre una forma rotonda. Allo stesso modo un bottone conserverà sempre una forma rotonda."

"Ogni uomo ha due occhi, un naso e una bocca, tutti si assomigliano, eppure non ce ne sono due uguali. Così avviene per i materiali naturali dei bottoni. Persino in una serie di bottoni dello stesso materiale naturale, della stessa forma, ogni bottone ha un proprio carattere, una propria marmorizzazione, un proprio ombreggio."

Ralf Peter Paul Heimann



Nato a Berlino nel 1957, Heimann ha iniziato a vendere bottoni nei mercatini delle pulci già quando andava a scuola. Dopo la maturità ha iniziato a studiare chimica, ma ha poi optato per la chimica dei bottoni e quella degli uomini. Nel 1987 ha aperto un negozio di bottoni a Kreuzberg, Berlino.

giovedì 28 aprile 2011

x suspected mental defect

B: schiena
C: congiuntivite
CT: tracoma
E: occhi
F: viso
FT: piedi
G: gozzo
H: cuore
K: ernia
L: zoppo
N: collo
P: fisico e polmoni
PG: gravidanza
SC: cuoio capelluto
S: arteriosclerosi
X: sospetta malattia mentale
X cerchiata: malattia mentale acclarata
(Segni apposti col gesso sui vestiti degl immigrati ad Ellis Island)


x marks the spot? und ob. wir, überführt allein durchs irre hiersein, auf der stelle, am kopf der steilen treppe, in sechs sekunden ist alles entdeckt: wir sind die stelle selbst. stinkende inseln. in tücher gehüllt, üble see im leib, imbecile, labil, im besten fall bloß durch den wind. ein flatternder zettel zwischen den zähnen, name, passage, die schatzkarte. selbst ausgegraben, selbst hergetragen. in der gepäckstation: "ein blick auf die bündel, ich weiß alles. die knoten verraten den knüpfer, seine zitternde hand."

Uljana Wolf


x marks the spot? eccome. noi, colpevoli solo per il nostro folle esserci, sul posto, in cima alla ripida scala, in sei secondi tutto è scoperto: siamo il posto stesso. isole puzzolenti. avvolti in panni, mare brutto nella pancia, imbecilli, labili, nel migliore dei casi esposti nudi al vento. un foglietto svolazzante tra i denti, nome, passaggio, la carta del tesoro. esumati da soli, da soli portati là. nella stazione bagagli: "uno sguardo ai fagotti, io so tutto. i nodi tradiscono l'annodatore, la sua mano tremolante."

mercoledì 27 aprile 2011

Vi presento Thomas/Je vous présente Thomas

Un passo di lato
"E se al posto di fare un passo avanti, come richiedono i tatticisti della Società Nuova, facessimo un passo di lato?
- Le file non finirebbero di fronte agli sportelli
- I fucili cadrebbero a lato delle reclute
- Al banco, berresti nel bicchiere del vicino. Poco male!
- Al cinema non saresti più di fronte alla cassa, entreresti senza pagare. Perfetto!
- E per ballare non disturba, basta fare assieme lo stesso passo di lato.
È utopia, eh! Ce n'è bisogno. L'utopia si restringe durante la cottura, è per questo che ce ne vuole moltissima all'inizio. Allora continuiamo."


Je suis du côté
des ratures et des gros mots
des matins des cendres
des bourrasques
des couples de corbeaux

Thomas Vinau(1), Un Pas de côté, Les éditions de la Pointe Sarène(2), Printemps 2011


Sono dalla parte
delle depennature e delle parolacce
delle mattine delle ceneri
delle burrasche
delle coppie di corvi


Tratto da qui, per gentile concessione dell'autore.


(1) Biografia e bibliografia di Thomas Vinau. 

(2) La Pointe Sarène è una piccola casa editrice di montagna che pubblica libri d'artista e produce la rivista Cairn per introdurre la poesia contemporanea nelle scuole, in collaborazione con Gros textes (e Gros textes, per Thomas, è la famiglia). Per il suo primo piccolo libro, Patrick Joquel ha fatto l'onore a Thomas di accogliere una raccolta di sua composizione che per lui conta. È appena sfornato, in tiratura limitata.

Goethes Gartenhaus

für Sascha Anderson
als ich in goethes gartenhaus war,
stand ewig ein aufseher in der nähe,
starrte gelangweilt in goethes garten
und paßte auf, daß ich nur ja nichts
von goethes sachen anfaßte.
da habe ich noch schnell vor goethes
spiegel eine grimasse geschnitten,
(als der andere wieder aus dem fenster guckte)
bin in goethes garten gegangen
habe mich auf eine gartenbank gesetzt,
die füße auf den steinernen gartentisch gelegt
und während goethes gartenvögel zwitscherten,
habe ich eine geraucht und
das hier aufgeschrieben.

Thomas Kling
Weimar, 4.4.78




per Sascha Anderson
quando sono stato nel padiglione di goethe,
un custode mi stava tutto il tempo vicino,
fissava annoiato nel giardino di goethe
e badava che non toccassi nessuno
degli oggetti di goethe.
allora davanti allo specchio di goethe
ho fatto veloce delle smorfie,
(quando l'altro ha di nuovo sbirciato dalla finestra)
sono andato nel giardino di goethe
mi sono seduto su una panchina da giardino,
ho messo i piedi sul tavolino da giardino in pietra
e mentre gli uccelli da giardino di goethe cinguettavano,
mi sono fumato una sigaretta e
ho scritto questa cosa qua.

Bon

Bon, du coup je vais l'écrire, car voilà, quoi qu'il en soit et de toute façon, bon, alors là je dirai donc que, justement par rapport à ça, il faut d'abord toujours s'exprimer en allant à l'essentiel. Enfin, bon bref, voilà, quoi.

Dizionario di tutte 'e cose - H come Storia di Francia - 7

Riflessioni sul libro IV

I. Nell'anno 1661, quando Luigi XIV cominciò a governare da solo, la Francia era il paese più potente d'Europa.
II. Aveva vinto i re di Spagna e gli imperatori di Germania. Aveva conquistato alla Germania l'Alsazia, e alla Spagna l'Artois e il Roussillon.
III. Aveva molti alleati in Italia e in Germania perché proteggeva i piccoli principi di questi paesi contro la casa d'Austria. L'Olanda, la Svezia, la Turchia erano sue amiche. Era rispettata e temuta in tutta Europa.
IV. Luigi XIV, trattando l'Europa come se ne fosse il padrone, ci fece perdere tutti i nostri alleati. I paesi che avevano combattuto con noi all'epoca di Francesco I, di Enrico IV, di Richelieu e di Mazarino finirono tutti per combattere contro di noi.
V. Prima di Luigi XIV, la potenza temuta e detestata in Europa era la casa d'Austria; all'epoca di Luigi XIV, la potenza temuta e detestata fu la Francia.
VI. All'epoca di Luigi XV la Francia non è nemmeno più temuta. Non ha più autorità in Europa e perde il suo impero coloniale.
VII. La perdita del nostro impero coloniale fu una grande sventura; perché è motivo di gloria, per un paese come la Francia, possedere colonie in contrade i cui abitanti sono barbari e portarvi la civiltà. Ciò non è solo motivo di gloria, è anche molto utile perché, quando un paese possiede grandi colonie, il suo commercio si sviluppa e la sua ricchezza aumenta.
VIII. È perché Luigi XIV ha abusato della sua potenza e perché Luigi XV ha usato male le forze della Francia, che il nostro paese è regredito, mentre l'Inghilterra, la Russia e la Prussia diventavano più grandi.

Ernest Lavisse, La nouvelle première année d'Histoire de France, cit.

martedì 26 aprile 2011

Das schöne Bild

spar aus dem schönen bild den menschen aus
damit die tränen du, die jeder mensch verlangt
aussparen kannst; spar jede spur von menschen aus:
kein weg erinnere an festen gang, kein feld an brot
kein wald an haus und schrank, kein stein an wand
kein quell an trank, kein teich kein see kein meer
an schwimmer, boote, ruder, segel, seefahrt
kein fels an kletternde, kein wölkchen
an gegen wetter kämpfende, kein himmelsstück
an aufblick, flugzeug, raumschiff – nichts
erinnere an etwas; außer weiß an weiß
schwarz an schwarz, rot an rot, gerade an gerade
rund an rund;
so wird meine seele gesund.

Ernst Jandl


Il bel quadro

elimina dal bel quadro l'uomo
per poter così eliminare le lacrime che ogni uomo
esige; elimina ogni traccia umana:
nessuna via ricordi il passo sicuro, nessun campo il pane
nessun bosco casa e armadio, nessuna pietra una parete
nessuna sorgente una bevanda, nessuno stagno nessun lago nessun mare
nuotatori, barche, remi, vele, navigazione
nessuna roccia scalatori, nessuna piccola nuvola
chi combatte il maltempo, nessun pezzo di cielo
uno sguardo in alto, un aereo, un'astronave - niente
ricordi qualcosa; salvo il bianco il bianco
il nero il nero, il rosso il rosso, la linea retta la linea retta
il tondo il tondo;
e io sarò salvato.


A grande richiesta di tutti i ricercatori di parafrasi: il poeta ama Mondrian.

Energumene ed apostolesse

"Il saper leggere non è un fine ma un mezzo; è un'arme a due tagli che, se non è maneggiata a propria salvezza, può esserlo a propria rovina".

Sull'istruzione del popolo. Memoria di Raffaello Lambruschini, letta all'Accademia dei Georgofili nell'adunanza del dì 4 dicembre 1831

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(Sono le fanciulle) a cui dal 1888 si rivolge un mensile militante come La Madre Cattolica, animato a Brescia dalla maestra Marietta Bianchini, che guarda con ribrezzo alle leggerezze fuorvianti del teatro e dell'opera, e invita le madri a vigilare, vigilare, vigilare sulla innocenza mentale delle figlie, senza paura di incombere alle loro spalle e di poter apparire intrusive, ma tenendo conto che la lettura è "una delle piaghe più funeste della società nostra".

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(L'istruzione non corretta dall'educazione) "stimola tutte le brame, accende tutte le voglie, aumenta i mezzi di soddisfarle senza alcun freno. Il carabiniere, signori, non si trova da per tutto".

Onorevole Aurelio Cerutti alla Camera dei Deputati, 1 luglio 1896, Atti del Parlamento 


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(Tutte queste parole, come quelle del garibaldino nel suo diario del 1860 riportate qualche giorno fa, e come forse delle altre che seguiranno prossimamente, sgorgano (o direttamente o da ricerche stimolate) da un libro-miniera di storia, molto bello per contenuto e stile, che ripercorre la storia italiana degli ultimi due secoli attraverso dei percorsi letterari. Eccovi le coordinate, una volta per tutte:
Mario Isnenghi, Storia d'Italia. I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla società dello spettacolo, Laterza 2011)

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(Il titolo del post richiama le parole con cui il prontuario edificante per le fanciulle cattoliche di Luisa Anzoletti, La donna nel progresso cristiano, 1903, cercando di contrastare le tendenze emergenti a cavallo tra i due secoli, qualifica le fanciulle che tentano di indirizzarsi verso gli studi e il lavoro fuori casa come "energumene" e "apostolesse", appunto. Le parole si trovano in Mario Isnenghi, Storia d'Italia. I fatti e le percezioni dal Risorgimento alla società dello spettacolo, cit. (c.v.d.))

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(Abbiate pazienza, ma non dispongo di un tumblr. Realizzo sempre più chiaramente il fatto che collegando tutti i post di questo blog come si faceva coi puntini nel gioco della Settimana Enigmistica, specie quelli che non contengono parole mie, si possa via via distinguere, seppur a contorni un po' squadrati, il mio ritratto - concetto per cui, in modo leggermente più elegante, è già passato Borges ne El hacedor: "Un hombre se propone la tarea de dibujar el mundo. A lo largo de los años puebla un espacio con imágenes de provincias, de reinos, de montañas, de bahías, de naves, de islas, de peces, de habitaciones, de instrumentos, de astros, de caballos y de personas. Poco antes de morir, descubre que ese paciente laberinto de líneas traza la imágen de su cara").

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(Deve anche essere uno degli effetti collaterali più vistosi riscontrabili in chi riprende a leggere a dosi massicce nella propria lingua madre dopo anni di quasi completa astinenza.)

lunedì 25 aprile 2011

101 ragioni per imparare l'ungherese - 23

Ogni lingua ha una storia, una data di nascita (e talvolta di morte o di trasmigrazione in un'altra, come per una metempsicosi), un carattere, una musica, un ritmo, una propria, specifica frequenza di risonanza, un tallone di Achille, dei punti di forza, bellissime bizzarrie fuori da ogni schema o regola, etimologie dai percorsi lunghi e arzigogolati, ecc.

Un aspetto che colpisce le mie orecchie quando ascolto e i miei occhi quando leggo è la variabilità di una lingua e, quando c'è, il battito, il ritmo che essa produce, come ad esempio la variabilità del tedesco nei grandi balzi dei suoi verbi nelle frasi secondarie rispetto al loro posizionamento nelle frasi principali, nei più corti saltelli del verbo davanti al soggetto imposti dal Vorfeld, nei viaggi obbligatori dei participi passati a fine frase, nei movimenti a elastico impressi ai verbi separabili, che si possono separare anche a distanze notevoli per poi ricongiungersi e ritrovarsi. Nelle mie orecchie e nei miei occhi, è il verbo che dà il ritmo alla lingua tedesca.
Nel francese, cui il parlato sta mettendo a dura prova l'unica variabilità nella sequenza delle parole dettata dall'inversione della coppia soggetto-verbo nelle interrogative, è tutta questione di suono: di liaisons che appaiono e scompaiono a seconda della testa e della coda delle parole che si incontrano, di vocali o di gruppi di vocali identici la cui fonetica cambia a seconda della sillaba che li segue, e anche di ambiguità di senso legate alla pronuncia identica di segni diversi.
Percepisco la variabilità dell'inglese, più che nei suoni, nell'incredibile ricchezza dei suoi sostantivi: procedendo di sinonimo in sinonimo, si potrebbe coprire tutto il suo amplio vocabolario senza dover compiere alcun salto, sfumatura per sfumatura, passando da un senso al senso opposto in un lunghissimo flusso ininterrotto di parole.
Nell'ungherese, pur considerando che non l'ho ancora abitato neanche per un giorno (ma non dispero di poterlo fare, in futuro), e che quindi non posso al momento che basarmi su sensazioni ancora più superficiali di quelle fin qui elencate, la variabilità è almeno doppia: da una parte, quella delle note che escono dalla sua armonia vocalica, per la quale solo certi accostamenti di vocali sono consentiti mentre altri sono vietati, dall'altra, quella della flessibilità del posizionamento delle parole, che varia con un ampio margine di manovra in base alla parola su cui si desidera attirare l'attenzione.
Forse perché ci sono nata, nell'italiano, ma non mi pare di essere ancora riuscita a coglierne una specifica variabilità: che sia, anche se mi costa ammetterlo, solo geografica, che la sua variabilità stia tutta solo nelle sue diverse cadenze e nelle mille sfumature che coprono i punti estremi del suo stile, da quello asciutto e paratattico di un colonnato neoclassico a quello più elaborato, ipotattico di un'architettura barocca, anch'essi soggiacenti ad un criterio di tipo tendenzialmente geografico?

(poi succede che leggo in giro cose serie scritte da gente seria e mi vergogno un po'. non tanto, solo un po'.)

الحرية

E adèss ch’a sém mort
n’u rumpéis i quaieun
sa ‘l cerimòni,
pansè piutòst m’i véiv
ch ì n’apa da pérd ènca lòu
la giovineza.

Nino Pedretti, I partigièn


في الجزيرة التي تأخذ شكل المرأة الحبلى
يتثاءب عاشقٌ في زنزانةٍ
طويلةٌ كقبر
عميقةٌ كبئر
...وينشر ابتسامته الساخرة
في الجزيرة التي حَبَلَتْ حبلتْ حبلتْ
ولم تلدْ
جاءوا يزفّون له الطفل الصغير
الصغير جداً
الذي ولدته زوجته
: ويقولون له
صرتَ أباً الآن
تثاءَبَ بنفس الابتسامة الساخرة
لم يكترث كثيراً
: وقال
لكن أمي .. متى تلدني ؟

قاسم حداد


La libertà
Sull'isola a forma di donna incinta/un amante sbadiglia nella sua cella/lunga come una tomba/profonda come un pozzo/e allarga il suo sorriso sarcastico/Sull'isola che è diventata gravida gravida gravida/ma non ha mai partorito/sono venuti ad annunciargli il piccolo bimbo/molto piccolo/che sua moglie ha messo al mondo/Gli hanno detto:/ora sei diventato padre/Non ci ha badato molto/ha sbadigliato/e con lo stesso sorriso sarcastico/ha detto:/ma mia madre, quand'è che mi metterà al mondo?

Qassim Haddad
(Al-Muharraq, Bahrein, 1948)
Fin dalle sue prime raccolte, Deuxième Sang et Cœur de l'amour, si è rivelato come la voce poetica più originale del Golfo Persico. Inoltre, nel suo paese ricopre un ruolo di primo piano in veste di giornalista, critico letterario e direttore di istituzioni culturali.
da Anthologie de la poésie arabe contemporaine. Poèmes choisis par Farouk Mardam-Bey. Peintures de Rachid Koraïchi, Actes Sud Junior 2007

English version

*

Health Services Paralyzed: Bahrain’s Military Crackdown on Patients. An MSF Public Briefing Paper, April 2011

domenica 24 aprile 2011

Comment donc se fait-il?

Mais expliquez-moi, monsieur le député, comment donc se fait-il que l'Italie ne se révolte pas?

Il Procuratore generale della Senna a Filippo Turati, non so in quale anno preciso del suo esilio in Francia. Citato da Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, Bollati Boringhieri 1991



- Vous venez de quel pays, exactement ?
- D'un pays qui n'existe plus.
Neri Marcorè in Tous les soleils.

Inno patriottico

Soldi, soldi, vegna i soldi,
Mì vui venderme e comprar,
Comprar tanto vin che basti
'Na nazion a imbriagar.

Cantarò cô lori i beve,
Bevarò se i cantarà,
Imbriago - vui scoltarli,
Imbriaghi - i 'scoltarà.

Ghe dirò 'na paroleta,
Che ghe resti dopo el vin,
Fiòi de troie, i vostri fioi
Gavarà 'l vostro destin.

Soldi, soldi, vegna i soldi,
Mì vui venderme e comprar,
Comprar tànto vin che basti
'Na nazion a imbriagar.

Giacomo Noventa
Poesia dialettale del Novecento, Einaudi 1995



Soldi, soldi, vengano i soldi,
Voglio vendermi e comprare,
Comprare tanto vino che basti
Una nazione ad ubriacare.

Canterò quando loro bevono,
Berrò se canteranno,
Ubriaco - voglio ascoltarli,
Ubriachi - ascolteranno.

Dirò loro una paroletta,
Che resti in loro dopo il vino,
Figli di puttane, i vostri figli
Avranno il vostro destino.

Soldi, soldi, vengano i soldi,
Voglio vendermi e comprare,
Comprare tanto vino che basti
Una nazione a ubriacare.



Bonus version in cinese.

Feste (un inutile sfogo)

Pasqua
A mia memoria, di segni religiosi, in casa di mia nonna, ce ne sono sempre stati due: un ritratto di Giovanni XXIII appeso, in cucina, ad un chiodo che serviva anche per appendervici annualmente, almeno finché non si fosse seccato, un ramoscello d'ulivo e, in camera da letto, un contenitore(1) a forma di madonna, in plastica bianca col tappo blu, con dentro dell'acqua, regalatole da qualcuno andato in pellegrinaggio a Lourdes. I ritratti di Padre Pio(2), di cui la casa ora trabocca, sono iniziati ad entrarle in casa negli anni Novanta, non prima. A mia memoria, mia nonna, seppur blandamente, senza troppe insistenze, ha sempre incoraggiato tutti ad andare a messa, ma lei non ci è mai andata perché aveva sempre da fare, o in casa o nell'orto. A Pasqua, però, si è sempre tenuta libera. Ma no' vatu gnianca a Pasqua? - ha sempre chiesto a chi, da lei interpellato, ammetteva di non andare in chiesa.

25 aprile
La mia festa - se dimentichiamo le feste scomparse, come le feste decadarie(3) del disinteresse e dell'infelicità (o della sfortuna - malheur) - è il 25 aprile. A mia memoria, il 25 aprile è la festa della liberazione dal nazifascismo. Oggi(4) dicono che non ci sia differenza tra chi ha combattuto nelle file della Repubblica Sociale Italiana e chi ha combattuto nella Resistenza. Discorsi così, hanno detto alcuni negli anni, sono stati autorizzati anche da certe prese di posizione a sinistra, riferendosi al discorso che Violante tenne nel 1996 al momento del suo insediamento alla Presidenza della Camera, il cosiddetto discorso sui ragazzi di Salò. Omettono però di ricordare che Violante, in quella circostanza, invitò a riflettere e a cercare di capire, non a mettere sullo stesso piano repubblichini e resistenti(5). Dicono anche che la Resistenza sia un periodo mitologico. Sono bastati sessantasei anni perché le brigate Garibaldi si trasformassero in argonauti e quelle di Giustizia e Libertà in centauri. Mio nonno era Giasone? Dicono questo non da oggi, ma oggi lo dicono con insistenza e arroganza. Per me, la differenza è talmente enorme che proprio non capisco come non si riesca neanche vagamente a percepirla. Però, a differenza di Violante, non ho mai preteso che il 25 aprile fosse la festa di tutti. La vogliono ignorare? Lo facciano, come hanno sempre fatto. Vogliono scegliersi come padri ideali i Mussolini, i De Bono, i Pavolini, i Buffarini Guidi, gli Starace, i Bottai, i Preziosi? Lo facciano. Vogliono equiparare chi istituì le leggi razziali ai pochi docenti universitari(6) che si rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista? Lo facciano. Gramsci ad Evola? Matteotti a Farinacci? Lo facciano. Vogliono equiparare un regime dittatoriale ad una repubblica democratica che tra i suoi primi atti permise alle donne, per la prima volta nella storia del Paese, di votare? Lo facciano. Vogliono equiparare ai partigiani chi combattè una guerra a fianco di coloro che provavano gioia a uccidere (tra i tanti, anche gli) italiani(7)? Lo facciano, lo facciano, posto che sappiano dare un nome ai loro padri ideali e siano in grado di ricordarne le parole e le azioni. Si prendano pure la loro versione della storia, in blocco, se la cullino, se la pettinino, ne facciano centrini all'uncinetto, ma lascino almeno il 25 aprile a me e a quelli che come me ancora ci tengono. 


1. Più o meno così, ma senza lo scialle e il rosario in mano.
2. Per chi fosse interessato a cercare di capire un po' i fattori alla base dell'ascesa di padre Pio nell'olimpo popolare italiano a dispetto della posizione critica del Vaticano, rimando a Sergio Luzzatto, Padre Pio. Miracoli e politica nell'Italia del Novecento, Einaudi 2007.
3. Il testo del decreto sulle feste decadarie e dell'Essere Supremo si trova in: Le courier de l'égalité, Numéro 629, Seconde année républicaine. Le 20 floréal (Ère ancienne. Du vendredi 9 mai 1794).
5. "Mi chiedo se l'Italia di oggi - e quindi noi tutti - non debba cominciare a riflettere sui vinti di ieri; non perché avessero ragione o perché bisogna sposare, per convenienze non ben decifrabili, una sorta di inaccettabile parificazione tra le parti, bensì perché occorre sforzarsi di capire, senza revisionismi falsificanti, i motivi per i quali migliaia di ragazzi e soprattutto di ragazze, quando tutto era perduto, si schierarono dalla parte di Salò e non dalla parte dei diritti e delle libertà" (discorso integrale).

6. Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Errera, Giorgio Levi Della Vida, Fabio Luzzatto, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Francesco ed Edoardo Ruffini, Lionello Venturi, Vito Volterra. Da Giorgio Boatti, Preferirei di no. Le storie dei dodici professori che si opposero a Mussolini, Einaudi 2001. 


7. Sönke Neitzel, Harald Welzer, Soldaten. Protokolle vom Kämpfen, Töten und Sterben, S. Fischer Verlag 2011