giovedì 14 aprile 2011

Magari lo conosci meglio di me

Caro X,

a proposito di storia, sto leggendo un libro del 1966 di Carlo Ginzburg, storico apprezzato persino in Francia, di cui ho trovato qui una traduzione francese. È dedicato all'estinta tradizione popolare friulana dei benandanti, di cui il Santo Uffizio si è doviziosamente e assiduamente occupato tra la seconda metà del '500 e la prima del '600, ma su cui, bizzarramente, non ha infierito, almeno non più di tanto. I benandanti, che nei loro riti superstiziosi seguivano credenze popolari assai diffuse e condivise in tutta l'Europa centrale, dalla Svizzera alla Baviera all'Ungheria, difendevano la fede "buona" da quella "cattiva" delle streghe e degli stregoni, contro cui, in stato di trans, di notte lottavano, armati di rami di finocchio, meno spesso d'aglio, allo scopo di assicurare la fertilità dei raccolti (specie delle vigne, nella loro variante friulana). Una prima cosa interessante è che, a quanto ne so io, alcuni rituali legati alla fertilità dei campi e all'abbondanza in generale, ed in particolare al loro vaticinio, sono più o meno sopravvissuti e resistono alle tradizioni, più recenti ma ormai ben affermate, dei centri commerciali e delle rotonde stradali: penso ad esempio ai fuochi dell'Epifania (le casere, dalle parti di mia nonna, al confine tra la provincia di Venezia e quella di Pordenone, mentre nel Friuli vero e proprio si chiamano pignarûi), dove la direzione verso cui tira il fumo consente di stabilire se il nuovo anno sarà buono o cattivo. Il libro non ne parla, ma mi è stato inevitabile pensarvi. Il rito del pignarûl/casera prevede in genere anche il rogo della "vecia", una specie di befana posta in cima alla catasta da bruciare.
Un'altra cosa interessante è che, secondo le ricerche di Ginzburg, i processi dell'Inquisizione istituiti contro i benandanti non sono stati spietatissimi - anche se non hanno esitato ad avvalersi a volte della tortura - e spesso sono stati lasciati a metà, con un niente di fatto, per una serie di circostanze che pare abbiano a che fare con la priorità data, all'epoca, alla persecuzione dei luterani e dei protestanti in tutte le loro pericolosissime forme, e, in qualche caso, con l'intervento fortuito di Venezia, che non mancava di togliere, quando possibile, la giurisdizione al Patriarcato di Aquileia per far prevalere la propria, per evidenti motivi di prestigio e di dimostrazione di forza (qua comando mi).
Infine, a conferma - ne avessimo avuto bisogno - dell'influenza cattolica in tutte le manifestazioni della vita italica, è interessante l'effetto dell'intervento repressivo della Chiesa, che è riuscito, nel tempo, a modificare radicalmente l'accezione di benandante, ovviamente in peggio: in origine, fin dal nome, percepiti positivamente, finirono per essere considerati alla stregua di stregoni. Stregoni cattivi, perché quelli buoni restano pur sempre quelli che sappiamo.
Magari lo conosci meglio di me, ma mi piace concludere questa email ricordando che Carlo Ginzburg è il figlio di Leone e Natalia.

Ciao e stai bene,

F.


Cara F.,

di Carlo Ginzburg io ho letto molti anni fa "Il formaggio e i vermi", la storia di Menocchio, un mugnaio di Pordenone finito al rogo per eresia nel 1600. Oggi ho cercato il libro in casa ma non ho avuto fortuna. Ho trovato invece un altro libro, "Classical Mechanics", di Joseph McCauley, professore a Houston, Texas, acquistato nel '97. Ero stato sorpreso dal fatto che, nella ampia introduzione storica di questo testo di fisica matematica, il prof. McCauley citasse un brano dal libro di Ginzburg, che si riferiva all'interrogatorio dell'inquisitore a Menocchio(*). Menocchio riteneva che dio fosse il caos stesso, passato dalla confusione all'ordine, ma per l'inquisitore, deluso perché si aspettava la prova cruciale del tipo "Dio fu originato dal Demonio", questa risposta fu sufficiente per mandarlo al rogo. Menocchio, diceva McCauley, aveva una visione cosmologica straordinariamente moderna ed attuale.
Successivamente ho avuto l'occasione di assistere ad una conferenza di Carlo Ginzburg all'Università di Padova, forse nel 2001. Si trattava però, se ricordo bene, dei criteri storiografici da porre in atto nelle ricerche storiche, non dei sui libri. Ginzburg insegnava ancora in California e si mostrava persona molto preparata e molto alla mano insieme. Grande cultura ma attenzione ai fatti minuti della gente minuta. So che ha collaborato alla Scuola Normale di Pisa con il prof. Adriano Prosperi, autore di "Tribunali della coscienza", importante studio sul controllo cattolico controriformista.

Ti ringrazio ancora e cercherò "I benandanti".

Ciao,

X


(*)




Carlo Ginzburg, Les batailles nocturnes, Flammarion, 1984
Joseph L. McCauley, Classical mechanics: transformations, flows, integrable and chaotic dynamics, Cambridge University Press, 1997
Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi, Einaudi, 1976
Adriano Prosperi. Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Einaudi, 1996

LRB

Tra i tasti

Nella mia tastiera, fra i tanti, è ancora imbrigliato un post, forse addirittura una poesia, che ha per tema la scienza e la letteratura e che è ancora appesantito da troppe metafore non riuscite: vi si immagina cosa ne sarebbe di un ipotetico genio della letteratura che, ignorando e disprezzando la scienza e le sue applicazioni tecnologiche, fosse disposto a vivere in un mondo letteralmente privo di tutti i loro risultati e di un ipotetico genio della scienza che, ignorando e disprezzando i versi e ogni genere di narrazione, fosse disposto a vivere in un mondo letteralmente privo di parole. Per fortuna può restare ancora imbrigliato lì, con tutte le sue pesantezze, perché ieri mattina l'ho trovato già stampato, in poche parole, nel libro in lettura nel momento esatto - per dare un minimo di contesto - in cui stavo mancando la fermata della metropolitana alla quale avrei dovuto e voluto scendere.
Ritiro la mia mano. Il mendicante chiama sulla mia testa le calamità del cielo. Non alzo nemmeno le spalle. Il cielo non mi fa paura. È popolato da gas rari e da raziocinazioni umane.
Driss Chraïbi, Le passé simple, Folio 2010
Attraversando le gallerie per cambiare direzione e riprendere la via verso la stazione mancata, con il vento che preannuncia i vagoni, sono poi arrivati questi due versi:
Serán ceniza, mas tendrá sentido;
Polvo serán, mas polvo enamorado.
Francisco de Quevedo
(Saranno cenere, ma avrà sentimento; saranno polvere, ma polvere innamorata.)
Poi tutto bene, ce l'ho fatta a scendere dove dovevo.

mercoledì 13 aprile 2011

Vagando

Din don campanon
tre putele sul balcon
una la cusi, una la taia
l'altra la fa capei de paia.

Din don campanone/tre ragazze sul balcone/una cuce/una taglia/l'altra fa cappelli di paglia.

Dalla mia infanzia. E chissà da quante altre.

*

El rey de Francia tres hijas tenía, anonimo, Smirne
da Music from Christian and Jewish Spain 1450-1550, Jordi Savall, Hespèrion XX
(reperibile anche in Diáspora Sefardí: Romances & Música Instrumental, Jordi Savall, Hespèrion XXI)


El rey de Francia
tres hijas tenía
la una lavraba,
la otra cuzía
la más chica de ellas
bastidor hazía
lavrando lavrando,
sueño le caía.

Su madre que la vía
aharvar la quería.
No m'aharvéx, mi madre
ni m'aharvaríax.
un sueño me soñava
bien yo alegría.
- Sueño vos soñavax
yo vo lo soltaría.

- M'aparí a la puerta
vide la luna entera,
m'aparí a la ventana
vide a la estrella Diana,
m'aparí al pozo
vide un pilar de oro,
con tres paxaricos
picando el oro.

- La luna entera
es la tu suegra.
La estrella Diana
es la tu cuñada.
Los tres paxaricos
son tus cuñadicos,
y el pilar de oro
el hijo del rey tu novio.

Anonimo sefardita, Smirne



Il re di Francia/tre figlie aveva/una ricamava/l'altra cuciva/la più piccola un tappeto faceva/ricamando ricamando/sonno le prese./Sua madre, che la vedeva/svegliarla voleva./Non mi svegliare, madre mia/non mi svegliare/stavo sognando un sogno/bello e giocondo./- Stavi sognando un sogno/che io a sbrogliare ti andrò./- Mi affacciai sulla porta/vidi la luna intera,/mi affacciai alla finestra/vidi la stella di Diana,/mi affacciai sul pozzo/vidi una colonna d'oro/con tre uccellini/che beccavano l'oro./- La luna intera/è tua suocera./La stella di Diana/è tua cognata./I tre uccellini/sono i tuoi cognatini,/e la colonna d'oro/il figlio del re, il tuo promesso.

Il re di Francia è Filippo il Bello?


*

Ma perché lei che dì e notte fila,
non gli avea tratta ancora la conocchia,
che Cloto impone a ciascuno e compila

Dante, Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXI, 25-27

*


martedì 12 aprile 2011

Dizionario di tutte 'e cose - H come Storia di Francia - 3

Guerre d'Italie

Carlo VIII partì con un bell'esercito. Attraversò l'Italia facilmente, perché questa era divisa in Stati che si detestavano reciprocamente.
Arrivò fino a Napoli; il re che vi regnava fuggì.
Carlo VIII fece un ingresso solenne, poi diede dei balli, passeggiò, e presto volle rientrare in Francia per andare a raccontare il bel viaggio che aveva fatto.
Ma il re d'Inghilterra e l'imperatore di Germania si preoccuparono vedendo che la Francia aveva conquistato il paese di Napoli. Da parte loro, i principi d'Italia non volevano che il re di Francia possedesse un regno in Italia. Tutti insieme inviarono un esercito per sbarrare la strada a Carlo VIII.
Carlo VIII, che era molto coraggioso, si gettò su questo esercito a Fornovo (1495) e passò attraverso.
Rientrato in Francia, venne a sapere che le truppe che aveva lasciato a Napoli ne erano state scacciate e che il regno di Napoli era perduto. Preparò una nuova spedizione. Aveva sempre in testa dei sogni. Sognava di andare da Napoli a Costantinopoli e di mettere i turchi fuori dall'Europa.
Nell'attesa, si fece costruire un castello superbo ad Amboise; ma un giorno, passando sotto una volta bassa, sbattè con la testa contro il muro e cadde. Gli fecero un letto, sotto la volta. Vi morì.

Ernest Lavisse, La nouvelle première année d'Histoire de France, cit.

lunedì 11 aprile 2011

Dizionario di tutte 'e cose - H come Storia di Francia - 2

La civilisation, de 987 à 1483

C'erano allora in Francia, a quel tempo, molti cattivi costumi.
La condizione dei contadini era miserabile. In gran parte erano servi della gleba.
Ma la Francia non era un paese barbaro; era più civilizzata degli altri paesi.
I cavalieri francesi erano celebri in tutta l'Europa per il loro coraggio e la loro cortesia.
La lingua francese era parlata alla corte del re d'Inghilterra; era ammirata in tutta l'Europa.
I nostri poeti raccontavano prodezze di guerra o avventure romanzesche, e i poeti degli altri paesi li imitavano.
Gli architetti francesi costruirono le belle chiese che si imitarono negli altri paesi.

Ernest Lavisse, La nouvelle première année d'Histoire de France, cit.

Note
Il 987 è l'anno in cui inizia il regno di Ugo Capeto.
Il 1483 è l'anno della morte di Luigi XI.
Per una definizione di barbaro e di civilizzato, vedasi il post precedente.
Quanto vorrei avere qui il mio sussidiario.

domenica 10 aprile 2011

Dizionario di tutte 'e cose - E come Esperimento avanzato di storia

Nel XX secolo ci furono due guerre mondiali.
La prima (1914-1918), causata dal conflitto di interessi tra le grandi potenze nel loro processo di espansione economica mondiale seguito allo sviluppo industriale del secolo precedente (vedi XIX secolo), portò alla disgregazione degli imperi di Austria-Ungheria e Ottomano, allo scoppio di una rivoluzione in Russia e alla nascita dell'Unione Sovietica, nonché ad una recessione economica mondiale, che in Germania favorì l'instaurarsi di una dittatura.
La seconda (1939-1945), causata dalle mire di espansione imperialistica della Germania e del Giappone, terminò in Europa con la battaglia di Berlino, vinta dall'Unione Sovietica, e in Asia con il lancio di due bombe atomiche statunitensi sul Giappone. Il mondo ne uscì diviso in due blocchi capeggiati dai due principali vincitori della guerra: un blocco occidentale controllato dagli Stati Uniti ed un blocco orientale controllato dall'Unione Sovietica, che crollò verso la fine del secolo.

Giulio Valvassini, Storia dell'Europa dalle origini ai giorni nostri, Laquarta, ventembre 19721

Lettura del quinto tomo de l'Histoire de France di Michelet. Così come dimentico i dettagli delle mie letture e non ne conservo che un'impressione generale di malessere e di orrore, a parte tre o quattro aneddoti, il mondo dimentica la propria storia, non la interroga e non trae da essa alcun insegnamento. Si direbbe che la storia sia fatta per essere dimenticata. Quale essere umano, che non sia uno specialista, riflette oggi sulle esazioni subite dagli ebrei sotto Filippo il Bello o sulla confisca e la distruzione dei templari? È per questo che, nella storia che si scriverà nell'anno 3000, la seconda guerra mondiale, che tanto costò all'umanità, occuperà solo un paragrafo e la guerra del Vietnam una nota alla fine del volume che pochissimi si daranno la pena di leggere. La spiegazione risiede nel fatto che l'uomo non può allo stesso tempo interessarsi di storia e farla, perché la vita si edifica sulla distruzione della memoria.
Julio Ramón Ribeyro, Prosas apátridas, Seix Barral, 2007
Esperimento precedente

sabato 9 aprile 2011

Dizionario di tutte 'e cose - E come Errori editoriali


Un hombre pasa con un pan al hombro...

Un hombre pasa con un pan al hombro
¿Voy a escribir, después, sobre mi doble?

Otro se sienta, ráscase, extrae un piojo de su axila, mátalo
¿Con qué valor hablar del psicoanálisis?

Otro ha entrado en mi pecho con un palo en la mano
¿Hablar luego de Sócrates al médico?

Un cojo pasa dando el brazo a un niño
¿Voy, después, a leer a André Bretón?

Otro tiembla de frío, tose, escupe sangre
¿Cabrá aludir jamás al Yo profundo?

Otro busca en el fango huesos, cáscaras
¿Cómo escribir, después, del infinito?

Un albañil cae de un techo, muere y ya no almuerza
¿Innovar, luego, el tropo, la metáfora?

Un comerciante roba un gramo en el peso a un cliente
¿Hablar, después, de cuarta dimension?

Un banquero falsea su balance
¿Con qué cara llorar en el teatro?

Un paria duerme con el pie a la espalda
¿Hablar, después, a nadie de Picasso?

Alguien va en un entierro sollozando
¿Cómo luego ingresar a la Academia?

Alguien limpia un fusil en su cocina
¿Con qué valor hablar del más allá?

Alguien pasa contando con sus dedos
¿Cómo hablar del no-yó sin dar un grito?

César Vallejo


Un uomo passa con un pane in spalla
Posso scrivere, dopo, sul mio doppio?

Un altro si siede, si gratta, estrae un pidocchio dall’ascella, lo uccide
Con che coraggio parlare di psicanalisi?

Un altro mi è entrato nel petto con un palo in mano
Parlare poi di Socrate col medico?

Uno zoppo passa dando il braccio ad un bambino
Leggerò, dopo, André Breton?

Un altro trema dal freddo, tossisce, sputa sangue
Non sarà mai bene alludere all’Io profondo?

Un altro cerca nel fango ossa, bucce
Come scrivere, dopo, dell'infinito?

Un muratore cade da un tetto, muore e non pranza più
Innovare, poi, il troppo, la metafora?

Un commerciante ruba un grammo sul peso ad un cliente
Parlare, dopo, di quarta dimensione?

Un banchiere falsifica il proprio bilancio
Con che faccia piangere a teatro?

Un paria dorme col piede sulla schiena
Parlare, dopo, a qualcuno di Picasso?

Qualcuno va a un funerale singhiozzando
Come entrare poi all’Accademia?

Qualcuno pulisce un fucile in cucina
Con che coraggio parlare dell’aldilà?

Qualcuno passa contando sulle dita.
Come parlare del non-io senza emettere un grido?

Per molti anni, a causa di un errore dell'editore, che si era sbagliato nel ritratto della quarta di copertina, lessi opere di Balzac pensando che avesse il volto di Amiel, vale a dire un volto allungato, magro, elegante, malaticcio e metafisico. Solo quando più tardi scoprii il vero volto di Balzac, la sua opera cambiò di senso ai miei occhi, e fu una rivelazione. Ogni scrittore ha il volto della sua opera. Così mi diverto a volte a pensare a come leggerei le opere di Victor Hugo se avesse il volto di Baudelaire o quelle di Vallejo se fosse somigliato a Neruda. Però è evidente che Vallejo non avrebbe scritto i Poemas humanos se avesse avuto il volto di Neruda.
Julio Ramón Ribeyro, Prosas apátridas, Seix Barral, 2007

Giovanni de' Dondi (1318-1389)

Giovanni de' Dondi aus Padua
verbrachte sein Leben
mit dem Bau einer Uhr.

Einer Uhr ohne Vorbild, unübertroffen
vierhundert Jahre lang.
Das Gangwerk mehrfach,
elliptische Zahnräder,
verbunden durch Gelenkgetriebe,
und die erste Spindelhemmung:
eine unerhörte Konstruktion.

Sieben Ziffer
zeigen den Zustand des Himmels an
und die stummen Revolutionen
aller Planeten.
Ein achtes Blatt,
das unscheibarste,
wies die Stunde, den Tag und das Jahr:
A.D. 1346.

Geschmiedet mit eigener Hand:
eine Himmelsmaschine,
zwecklos und sinnreich wie die Trionfi,
eine Uhr aus Wörtern,
erbaut von Francesco Petrarca.
Aber wozu vergeudet ihr eure Zeit
mit meinem Manuskript,
wenn ihr nicht fähig seid,
es mir nachzutun?

Dauer des Tagelichts
Knoten der Mondbahn,
bewegliche Feste.
Ein Rechenwerk, und zugleich
der Himmel noch einmal.
Aus Messing, aus Messing.
Unter diesem Himmel
leben wir noch.

Die Leute von Padua
sahen nicht auf die Uhr.
Ein Putsch folgte dem andern.
Pestkarren rollten über das Pflaster.
Die Bankiers
stellten ihr Positionen glatt.
Es gab wenig zu essen.

Der Ursprung jener Maschine
ist problematisch.
Ein Analog-Computer.
Ein Menhir. Ein Astrarium.
Trionfi del tempo. Überbleibsel.
Zwecklos und sinnreich
wie ein Gedicht aus Messing.

Nicht Guggenheim sandte
Francesco Petrarca Schecke
zum Ersten des Monats.
De' Dondi hatte keinen Kontrakt
mit dem Pentagon.

Andere Raubtiere. Andere
Wörter und Räder. Aber
derselbe Himmel.
In diesem Mittelalter
leben wir immer noch.

Hans Magnus Enzensberger
Mausoleum


Giovanni de’ Dondi da Padova
passò la vita
a costruire un orologio.

Un prototipo senza pari, insuperato
per quattrocento anni.
Plurimovimento,
ruote dentate ellittiche,
con giunti ad ingranaggi,
e il primo bilanciere;
una costruzione inaudita.

Sette quadranti indicano
la posizione dei cieli
e le mute rivoluzioni
di tutti i pianeti.
L’ottava lamina,
la meno appariscente,
segna l’ora, il giorno e l’anno:
A.D.1346

Forgiato di propria mano:
una macchina celeste,
inutile e ingegnosa come i Trionfi,
un orologio fatto di parole
costruito da Francesco Petrarca.
Ma a quale scopo sprecate il vostro tempo
con il mio manoscritto,
se non siete in grado
di rifarlo?

Durata della luce del giorno,
congiunzioni dell’orbita lunare,
feste mobili.
Una calcolatrice e, insieme,
ancora e sempre il cielo.
D’ottone, d’ottone.
Sotto questo cielo
viviamo ancora.

I padovani
non guardavano l'ora.
Un golpe seguiva l'altro.
I carri degli appestati sul selciato.
I banchieri
chiudevano in pareggio.
C'era poco da mangiare.

L’origine di quella macchina
è problematica.
Un computer analogico.
Un menhir. Un astrarium.
Trionfi del tempo. Rimasugli.
Inutili e ingegnosi
come una poesia d’ottone.

Non era Guggenheim a mandare
assegni a Francesco Petrarca
il primo del mese.
De’ Dondi non aveva contratti
col Pentagono.

Altri predatori. Altre
parole e rotelle. Eppure
lo stesso cielo.
In questo Medioevo
viviamo ancora.


Bonus version in coreano (purtroppo parziale).

Dizionario di tutte 'e cose - H come Storia di Francia - 1

C'è un gran vantaggio nell'esprimermi in italiano, oltre al piacere di farlo: posso scrivere di cose fronsesi  in modo relativamente defilato. È paradossale, vista la comune origine delle due lingue e la loro prossimità sintattico-terminologica, ma è così. In effetti, oltralpe di qua (ché anche qua si dice oltralpe, ma per indicare l'Italia) ci si tende a stupire della prossimità dell'italiano al francese e la prospettiva inversa è lungi dall'essere contemplata: per forza di gravità, le parole cadono naturalmente da nord a sud ed il contrario contravverrebbe alle leggi della gravitazione universale.

- Ah tiens ! Bizarre, en effet c'est proche du français.

I francesi che ho avuto modo di incontrare, checché se ne dica, sono stati pazienti nel sopportare le mie fasi iniziali di balbettamenti nella loro lingua e spesso si sono dati da fare per spiegarmi le parole difficili in termini semplici:

- Anémomètre. A-NE-MO-ME-TRE: tu comprends ? L'appareil pour mesurer le vent.
- Oui, merci, je comprends.

trascurando, ma in totale buona fede, davvero, il piccolo particolare che le parole difficili possano non essere francesi e trovarsi, più o meno tal quali, anche altrove e che uno straniero, all'inizio, avrebbe piuttosto bisogno di aiuto per comprendere le parole quotidiane:

- sitüadübulòàfèrt'enchiètpàživèmuàmêmatùt!
(sehaidellavorodafarenonpreoccuparticivadoioadopo!)

Leggo, anche in fatto di Francia, anche in fatto di storia di Francia, in modo molto disordinato. Da un bel po' consulto qua e là testi di storia alla ricerca di un'opera che mi consenta di avere uno sguardo d'insieme, organico e storiograficamente serio: ce ne sono molti, ma quelli seri sembrano essere tutti composti da parecchi volumi, il che mi ha finora indotto a posporre il momento in cui vi metterò mano e non mi ha distolto per niente dal procedere consueto, per piccoli passi, casualmente - un'abitudine che di per sé ovviamente non ho alcuna intenzione di interrompere. La ricerca non è solo dettata dal desiderio di colmare molte lacune, ma si accompagna anche alla curiosità di scoprire da dove vengano alcune delle loro convinzioni più radicate, dove affondino le radici di alcuni dei loro modelli di pensiero e di espressione. Tutti ne abbiamo, di convinzioni nazionali o generalizzate, più o meno fondate. Quelle collettive - trovo - sono degli indici piuttosto interessanti, rivelatori del modo in cui il potere, nel tempo, ha forgiato o per lo meno influenzato i propri cittadini. E se è vero che i francesi sono in genere più cittadini di noi (abbiamo persino dimenticato di esserlo stati, in passato, e in più occasioni), è anche vero che un citoyen del 1789 è diverso da uno del 1848 o del 1870 o del 1945 o - ahimè - del 2011, che anche loro sono stati sudditi, che lo sono stati di un potere centrale di lunga tradizione, che parole come liberté e république sono ancora di largo uso, ma che tuttavia parole come queste restano pur sempre, prima di tutto, delle idee.

La conseguenza attuale di questa lunga consultazione è che in questo momento mi ritrovo tra le mani la ristampa del testo perfetto: piccolo (un volumetto), dedicato alla storia francese, datato (l'edizione originale è del settembre 1894), ma a suo tempo aggiornatissimo (rispettava rigorosamente le disposizioni del decreto del 4 gennaio del 1894) e concepito per l'insegnamento della storia alle elementari dell'epoca (se ho capito bene, ai ragazzi dai 9 agli 11 anni).

Il principale effetto collaterale è che annoierò i lettori, lasciando trasparire nell'italiano, vuoi per sbaglio vuoi di proposito, il profumo francese del testo originale, con cose così:
Banchetto gallico
I Galli, come tutti i popoli barbari*, amavano riunirsi in banchetti, dove ridevano, gridavano e spesso finivano per picchiarsi (pag. 6)

*Cos'è un popolo barbaro? Un popolo barbaro è un popolo che non sa lavorare bene né la terra né i metalli, che non ha scuole e che è molto ignorante. Presso un popolo barbaro, gli uomini non sanno né nutrirsi bene né vestirsi bene né alloggiarsi bene; litigano sempre gli uni con gli altri e il più forte maltratta il più debole perché la giustizia non è ben resa.
Cos'è un popolo civilizzato? Un popolo civilizzato è il contrario di un popolo barbaro.
Ernest Lavisse, La nouvelle première année d'Histoire de France, Éditions des Équateurs, 2010

Insomma, un primo risultato c'è già: ho trovato una delle fonti di Asterix.

venerdì 8 aprile 2011

Ins Lesebuch für die Oberstufe

lies keine oden, mein sohn, lies die fahrpläne:
sie sind genauer, roll die seekarten auf,
eh es zu spät ist. sei wachsam, sing nicht.
der tag kommt, wo sie wieder listen ans tor
schlagen und malen den neinsagern auf die brust
zinken, lern unerkannt gehn, lern mehr als ich:
das viertel wechseln, den paß, das gesicht.
versteh dich auf den kleinen verrat,
die tägliche schmutzige rettung. nützlich
sind die enzykliken zum feueranzünden,
die manifeste: butter einzuwickeln und salz
für die wehrlosen, wut und geduld sind nötig,
in die lungen der macht zu blasen
den feinen tödlichen staub, gemahlen
von denen, die viel gelernt haben,
die genau sind, von dir.

Hans Magnus Enzensberger


Nel libro di lettura per le classi superiori

non leggere odi, figlio mio, leggi gli orari: sono più esatti, esamina le carte nautiche prima che sia tardi. vigila, non cantare. verrà il giorno che inchioderanno di nuovo liste sulla porta e dipingeranno un marchio sul petto di quelli che dicono no, impara a camminare anonimamente, impara più di me: a cambiare quartiere, passaporto, faccia. diventa esperto di piccoli tradimenti, della sporca quotidiana salvezza. le encicliche servono ad accendere il fuoco, i manifesti, ad incartare burro e sale agli indifesi. ci vogliono rabbia e pazienza per soffiare nei polmoni del potere la fine polvere mortale, macinata da coloro che hanno imparato molto, che sono esatti, da te.

giovedì 7 aprile 2011

Dizionario di tutte 'e cose - L come Lingua tedesca in orecchie giapponesi

Einmal sagte der in Japan lebende amerikanische Autor Ivan Levi zu mir, die japanische Gesellschaft sei Nicht-Japanern verschlossen, auch die japanische Kultur sei nicht offen. Das einzig Offene in Japan sei die Sprache, jeder dürfe sie schreiben. Seine Worte waren ein heftiger Tabu-Bruch für die meisten Japaner, die gerade durch die Unantastbarkeit der heiligen Muttersprache ihre nationale Identität sichern wollen.
In Deutschland würden die meisten Menschen nicht behaupten, daß die deutsche Sprache von anderen nicht angetastet werden darf. Aber indirekt geben sie einem immer wieder zu verstehen, daß die Sprache ein Besitztum sein muß. Sie sagen zum Beispiel, daß man eine Fremdsprache nie so gut beherrschen könne wie die Muttersprache. Man bemerkt sofort, daß das Wichtigste für sie die Beherrschung ist. Meiner Meinung nach ist es überflüssig, eine Sprache zu beherrschen. Entweder hat man eine Beziehung zu ihr oder man hat keine.
Andere sagen, nur in der Muttersprache könne man authentisch seine Gefühle ausdrücken, in einer Fremdsprache lüge man unwillkürlich. Sie fühlen sich bei ihrer Suche nach dem authentischen Gefühl gestört, wenn sie ihre Sprache auf fremden Zungen sehen.
Es gibt auch Menschen, die behaupten, in einer Fremdsprache ist die Kindheit abwesend.
Aber ich fand nirgendwo so viel Kindheit wie in der deutschen Sprache. Schmatzen, schnaufen, schluchzen, schlürfen: viele deutsche Wörter klingen wie Onomatopoesie. Für die Neugeborenen klingt vielleicht jede Sprache so wie Deutsch für mich.
Yōko Tawada, Überseezungen, konkursbuchverlag, Tübingen 2002

Una volta l'autore americano residente in Giappone Ivan Levi mi disse che la società giapponese è chiusa ai non giapponesi e che anche la cultura giapponese non è aperta. L'unica cosa aperta in Giappone - sosteneva - era la lingua: tutti possono scriverla. Le sue parole erano una violenta rottura di un tabù per la maggioranza dei giapponesi, che proprio attraverso l'inviolabilità della sacra lingua materna vogliono preservare la propria identità nazionale.

In Germania la maggior parte delle persone non sosterrebbe che la lingua tedesca non possa essere violata dagli altri, ma indirettamente continua a dare ad intendere che la lingua debba essere una proprietà. Dicono ad esempio che non si possa essere padroni di una lingua straniera. Si nota subito che la cosa più importante per loro è la padronanza. A mio parere è superfluo essere padroni di una lingua. O si ha una relazione con essa o non se ne ha nessuna.

Altri dicono che solo nella lingua materna si possano esprimere autenticamente i propri sentimenti, e che in una lingua straniera involontariamente si menta. Si sentono infastiditi, nella ricerca del sentimento autentico, quando vedono la loro lingua su lingue straniere.

Ci sono anche persone che sostengono che in una lingua straniera sarebbe assente l'infanzia.

Ma io non ho trovato da nessuna parte altrettanta infanzia come nella lingua tedesca. Schioccare un bacio, sbuffare, singhiozzare, sorbire: molte parole tedesche suonano come onomatopee. Nelle orecchie dei neonati forse ogni lingua suona come il tedesco nelle mie.

101 ragioni per imparare l'ungherese - 22

Per "il genere e l'ordine delle cose" così come raccontati dallo storico Giuseppe Casarrubea, che seguo per la caparbietà con cui compie le sue ricerche e per la generosità con cui condivide molti dei documenti d'archivio e dei risultati cui perviene e i suoi pensieri.

mercoledì 6 aprile 2011

Mediterraneo, 2011

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

       Considerate se questo è un uomo,
       Che non conosce pace
       Che lotta per mezzo pane
       Che muore per un sì o per un no
       Che solo d'acqua ha bisogno,
       Acqua per cancellare
       Acqua feroce sogno
       Acqua impossibile per rifarsi mondo.

Meditate che questo è.

Da Shemà (10 gennaio 1946) e Fuga (12 gennaio 1984) di Primo Levi.

martedì 5 aprile 2011

للْحَقيقَة وَجْهان ... وَالثَّلْجُ أَسْود فوق مَدينَتنا

A Juliano Mer-Khamis, 1958-2011

La verità ha due volti e la neve è nera sulla nostra città.

Mahmoud Darwish

lunedì 4 aprile 2011

Poetic thinking

Molti anni fa un mio ex studente venne a visitarmi. Era un freddo giorno d'inverno, venne nel mio ufficio, si mise a sedere e iniziammo a parlare. Da quando aveva lasciato l'università - mi disse - aveva avuto un crollo nervoso, ma ora stava bene. Ma - mi disse - se fossi ancora malato, quando sono entrato stamattina avrei pensato che lei era arrabbiato con me: perché la stufa è accesa (rosso acceso), quel poster alla parete è cremisi e lei indossa una cravatta scarlatta.
Questo è pensare poeticamente: il mio studente, nella sua malattia, pensava che tutto quello che lo circondava fosse diretto deliberatamente a lui. Prendeva il mondo personalmente. Ogni dettaglio dell'ambiente era puntato verso di lui.
Da The secret life of stone di Graham Dunstan Martin, leggibile integralmente su lewism, ma di gusto proprio, purché ci si conceda il tempo di farlo.

O binómio de Newton é tão belo como a Vénus de Milo

O binómio de Newton é tão belo como a Vénus de Milo.
O que há é pouca gente para dar por isso.

óóóó — óóóóóóóóó — óóóóóóóóóóóóóóó

(O vento lá fora).

Álvaro de Campos
Fernando Pessoa. Lisboa: Ática, 1944 (imp. 1993). - 110.



Il teorema di Euclide sull'infinità dei numeri primi è altrettanto bello che la Venere di Milo.
È che pochi se ne accorgono.

ffff — fffffffff — fffffffffffffff

(Il vento là fuori).

domenica 3 aprile 2011

Chérubini

È uno dei pochi casi in cui non ho niente da dire sulla francesizzazione di un nome straniero.  




Le 14 Messidor
An 4ème de la République
Française, une et indivisible

CONSERVATOIRE
DE
MUSIQUE


Au directeur Général de
l'Instruction publique


Citoyen,

le Général Buonaparte est dans Bologne, ne seroit-il pas possible que, comme la peinture, la musique profitât du succès de ses armes ? Il existe en cette ville, la collection des œuvres du Père Martini, ensemble la plus précieuse collection des ouvrages traitant de cet art réunie par le P. Martini : cet article est dans le couvent de St. François, Bologne Renferme aussi la collection complète des œuvres de Perti, maitre de chapelle de St. Petrone ou d'une autre église.
C'est peut-être lorsque le conservatoire de France forme sa bibliothèque que les contributions de l'ennemi doivent en faciliter les moyens et celle la est trop importante pour être négligée.
Je soumets cette note au citoyen Ginguené trop amateur du vrai beau, pour ne pas faire les démarches qui pourroient procurer à ce précieux ouvrage le voyage de France.

Salut et fraternité

Chérubini

Inspecteur de l'enseignement du
Conservatoire de Musique

P.S.
Le général ne pourroit-il pas être autorisé à recueillir tout ce qui est désigné par l'opinion publique ?


14 Messidoro
anno IV (2 luglio 1796) della Repubblica 
Francese, una e indivisibile


CONSERVATORIO
DI
MUSICA

Al direttore Generale  
dell'Istruzione pubblica



Cittadino,

il Generale Buonaparte è a Bologna, non sarebbe possibile che, come la pittura, la musica approfittasse del successo delle sue armi? Esiste in questa città la collezione delle opere del Padre Martini, complessivamente la più preziosa collezione di opere che trattano quest'arte riunita dal P. Martini: questo articolo è nel convento di San Francesco, Bologna, [che] ospita anche la collezione completa delle opere di Perti, maestro di cappella di San Petronio o di un'altra chiesa.
È forse quando il conservatorio di Francia forma la sua biblioteca che i contributi del nemico debbono facilitarne i mezzi e quella è troppo importante per essere trascurata.
Sottopongo questa nota al cittadino Ginguené, troppo amante del vero bello per non intraprendere le azioni che potrebbero consentire a questa preziosa opera di partire alla volta della Francia.

Salute e fratellanza

Chérubini

Ispettore dell'insegnamento del
Conservatorio di Musica

P.S.
Il generale non potrebbe essere autorizzato a raccogliere tutto quello che è indicato dall'opinione pubblica?



Quando scrive questa lettera al suo superiore La Révellière-Lepaux, membro del Direttorio e direttore dell'istruzione pubblica, Chérubini, nella sua qualità di ispettore dell'insegnamento al conservatorio di musica di Parigi, appena fondato, sta cercando di costituire la biblioteca del conservatorio. Ne informa anche Pierre-Louis Ginguené, ambasciatore di Francia in Piemonte. In quel momento, poi, Buonaparte è ancora Buonaparte.

Nel 1815, il cittadino Chérubini dedicherà un requiem alla memoria di Luigi XVI.

P.S. Nel carteggio di Giovanni Battista Martini, si trovano alcune lettere di Metastasio.

Povero lettore francese (tutti gli uomini si sentono al centro del mondo, ma alcuni uomini si sentono più al centro del mondo di altri)

proto taky básník Bondy mi říkal, že pravá poezie musí bejt zraňující, jako byste si zapomenuli žiletku v kapesníku a při smrkání jste si pořezali nos, proto pořádná knížka není pro to, aby čtenář lip usnul, ale vyskočil z postele a rovnou v podvlíkačkách běžel panu spisovateli naplácat držku
(è per questo che il poeta Bondy mi diceva che la vera poesia deve fare male, come se si fosse dimenticata una lama di rasoio avvolta nel proprio fazzoletto e, soffiandosi il naso, ci si tagliasse, perché un buon libro non è fatto per addormentare il lettore, ma perché salti giù dal letto in mutande e corra a far saltare le cervella all'autore)

Cfr. Kafka, volendo.
ten svět je pořád krásnej, ne že by byl, ale jak já ho vidím, tak jak ho viděl ve filmu Puškin, chudáka předčasně trefili do hlavy a bylo po něm, z dírky od revolveru mu tekly poslední básničky, už podle fotografie jsem soudil, že Puškin patřil k evropský renesanci
(il mondo è sempre bello, non perché lo sia veramente, ma perché la vedo così, come la vede Puškin nel film, povero Puškin, è morto prematuramente colpito da un proiettile in testa ed era finita, le sue ultime poesie scorrevano attraverso questo foro che aveva fatto il revolver, basta guardare la sua foto per capire che Puškin apparteneva al Rinascimento europeo)

Da Bohumil Hrabal, Taneční hodiny pro starší a pokročilé, naturalmente, con tutte le incertezze del caso, per il tramite di Cours de dance pour adultes et élèves avancés, tradotto dal ceco da François Kérel, Gallimard 2011, nella cui quarta di copertina si possono trovare le coordinate necessarie perché il lettore francese si possa orientare al meglio prima ancora di avviare la lettura del romanzo: "Il ridicolo e il tragico, l'osceno e l'eroico sono inestricabilmente mescolati in questo testo che Céline non rinnegherebbe e che serve da constatazione di fallimento delle dottrine e dei sistemi". Il lettore francese sembra in effetti correre continuamente il rischio di smarrirsi, ma gli editori gli vengono sempre in soccorso, preferibilmente fin dalla quarta di copertina: nella quarta di copertina de Le Village di Bunin (cit.), ad esempio, si legge "Ha suscitato grandi ammirazioni come quella di André Gide che ha visto in questo libro "l'opera più potente della letteratura russa del XX secolo"" e, in bella evidenza, addirittura nella fascetta editoriale del romanzo di Ferenc Karinthy, Épépé, Denoël & d’ailleurs, 2005, gli si dice: "Quello che mi sembra assolutamente certo, è che Perec avrebbe adorato questo libro. Emmanuel Carrère". La stampella editoriale non risparmia il lettore di quotidiani: nell'articolo dedicato da Le Monde alle commemorazioni italiane per il 150° anniversario dell'unità d'Italia, si faceva riferimento all'inno di Mameli chiamandolo "la Marseillaise italienne". Potrei continuare, naturalmente, ma questo mi sembra sufficiente per cacciarmi dalla testa l'immagine di Puškin morente.

sabato 2 aprile 2011

Lontano lontano (da qui)

Oxford shores’

Quero o bem, e quero o mal, e afinal não quero nada.
Estou mal deitado sobre a direita, e mal deitado sobre a esquerda
E mal deitado sobre a consciência de existir.
Estou universalmente mal, metafisicamente mal,
Mas o pior é que me dói a cabeça.
Isso é mais grave que a significação do universo.

Uma vez, ao pé de Oxford, num passeio campestre,
Vi erguer-se, de urna curva da estrada, na distância próxima
A torre-velha de uma igreja acima de casas da aldeia ou vila.
Ficou-me fotográfico esse incidente nulo
Como uma dobra transversal escangalhando o vinco das calças.
Agora vem a propósito…
Da estrada eu previa espiritualidade a essa torre de igreja
Que era a fé de todas as eras, e a eficaz caridade.
Da vila, quando lá cheguei, a torre da igreja era a torre da igreja,
E, ainda por cima, estava ali.

É-se feliz na Austrália, desde que lá se não vá.

4.6.1931
Álvaro de Campos — Livro de Versos. Fernando Pessoa. (Edição crítica. Introdução, transcrição, organização e notas de Teresa Rita Lopes.) Lisboa: Estampa, 1993: 146. 


Desidero il bene, desidero il male, e alla fine non desidero niente.
Sto coricato male sul fianco destro, e sto coricato male sul fianco sinistro
e coricato male sulla coscienza di esistere.
Sto universalmente male, metafisicamente male,
ma la cosa peggiore è che ho mal di testa.
Questo è più grave del significato dell'universo.

Una volta, camminando nella campagna nei dintorni di Oxford,
vidi ergersi, da una curva della strada, a poca distanza
il vecchio campanile di una chiesa in cima alle case di un villaggio o città.
Si fissò in me, fotograficamente, questo incidente insignificante
come una grinza trasversale che sgualcisca la piega dei pantaloni.
Ora arriva il punto…
Dalla strada prevedevo la spiritualità di questo campanile
che era la fede di tutte le epoche, e l'efficace carità.
Dalla città, quando vi arrivai, il campanile era il campanile,
e, anche in cima, stava lì.

Si è felici in Australia, fintanto che non ci si va.


australien

wir fingen mittags an:
wo sich die brücke in der brache
verlor, von fern die autobahn;
durch ein kaleidoskop zerbroche-

ner flaschen,
ein wurzelwerk von quecken
und alten teppichen; versteckt
hinter dem flüßchen,

dem abwasserrohr mit seinem biblischen
dunkel und dem schlichten
rinnsal, das es predigte.
wir gruben. hinter weißdornbüschen,

der kolonie von schilf, das paläon-
tologische autowrack, wie ein fossil
vom lehm verschluckt. ein fessel-
ballon

mit seiner werbung für bier
oder gelee
zog kühn jenseits der siedlung vorüber,
und ringsherum die glänzend schwarzen egel

entsorgter reifen, vollgesogen
mit schlamm und regenwasser,
die farbkanister, zerschlagen
und liegengelassen.

wir gruben; eine grille
verstummte und ein amselpärchen
hüpfte nervös um einen rostigen rechen,
die größere vogelkralle.

wie lange, bis wir es mit felsen
zu tun bekommen würden, kohle-
flözen
und erz? wie lange noch, bis irgendwo ein koala

die erde sich bewegen spürte,
um etwas seltsames zu sehen:
ein loch im boden, zwei verschmierte
jungen, die bis zehn

zu zählen versuchten, dann
verschwanden in dem mythischen, dem most-
richgelben abend, wo am rand
ein spaten steckte wie ein fahnenmast.

Jan Wagner
Australien, Berlin Verlag, 2010


cominciammo a mezzogiorno:
dove il ponte si perdeva nel campo
a maggese, da lontano l'autostrada;
attraverso un caleidoscopio di botti-

glie rotte,
un apparato radicale di gramigne
e vecchi tappeti; nascosti
dietro il fiumiciattolo,

dietro il tubo di scarico con la sua biblica
oscurità e col modesto
rigagnolo che la predicava.
scavammo. dietro cespuglietti di biancospino,

la colonia di canne, la paleon-
tologica carcassa d'auto, come un fossile
ingoiato dall'argilla. un pallone
frenato

con la sua pubblicità della birra
o della gelatina
passò audace oltre il centro abitato,
e intorno alle sanguisughe di un nero brillante

a pneumatici smaltiti, impregnati
di fango e acqua piovana,
alle taniche di colori, distrutte
e lasciate lì a terra.

scavammo; un grillo
ammutolì e una coppietta di merli
saltellò nervosamente attorno ad un rastrello arrugginito,
con i suoi artigli di uccello più grande.

quanto a lungo avremmo ancora avuto a che fare
con rocce, vene di
carbone
e minerali? quanto a lungo ancora, finché da qualche parte un koala

avvertisse muoversi la terra,
per vedere qualcosa di insolito:
una buca nel terreno, due giovani
imbrattati, che cercavano

di contare fino a dieci, poi
sparivano nella mitica, giallo
senape sera, dove sul bordo
una vanga stava ritta come l'asta di una bandiera.

Dizionario di tutte 'e cose - I come Irrinunciabile

Ho imparato in questo secolo l’indicibile dell’umano, di ognuno di noi e della relazione con l’altro che non possiamo mai afferrare fino in fondo.
La mia paura è che mi venga tolto non tanto il pane e nemmeno la Costituzione, ma questa idea dell’umano.
Vi prego, non permettete che la domanda sull’essere umano venga cancellata.
Pietro Ingrao in risposta a Indignez-vous (Indignatevi) di Stéphane Hessel.
Quello che qui desta il mio interesse non è la presa di posizione di Ingrao rispetto al manifesto di Hessel, molto letto in Francia (non mi pare con effetti che vadano oltre ai "però, alla sua età") e infatti, non a caso, non intendo nemmeno delinearla al di là di questa breve menzione: è l'inafferrabile, l'indicibile e, sopra ogni cosa, l'irrinunciabilità della sua idea. Enzensberger lo chiama Lücke, lacuna, ciò che resta ogni qual volta si cerca di trovare una risposta alle domande importanti. È esattamente con questo che mi interessa confrontarmi, senza che ciò implichi una rinuncia alla ricerca, al contrario: ne è il primo stimolo, nella consapevolezza che, pur essendoci per forza un resto, una lacuna, e quindi l'indicibile, si possa e si debba provare, partendo dal dicibile, a tastarne i contorni, ad indovinarne dimensioni e forma, per riconoscerlo ed accettarlo come un dato di fatto intrinseco alla natura umana, come si accetta il cambio delle stagioni, senza cercare alcuna compensazione che, tentando di colmarlo, si ponga al di là dell'uomo, negando i suoi difetti, i suoi limiti e la sua fragilità e, con questi, la sua stessa essenza.

L'irrinunciabilità dell'idea di dover rinunciare alla comprensione totale, all'espressione totale. Un paradosso che mi richiama alla mente il modo paradossale in cui Kafka offrì all'amico Max Brod la sua visione dello scrittore ebreo e della sua marginalità (cosa esatta e al contempo, pensando al praghese stesso, non esatta).
Weg vom Judentum, meist mit unklarer Zustimmung der Väter (diese Unklarheit war das Empörende), wollten die meisten, die Deutsch zu schreiben anfingen, sie wollten es, aber mit den Hinterbeinchen klebten sie noch am Judentum des Vaters und mit den Vorderbeinchen fanden sie keinen neuen Boden. Die Verzweiflung darüber war ihre Inspiration. Eine Inspiration, ehrenwert wie irgendeine andere, aber bei näherem Zusehn doch mit einigen traurigen Besonderheiten. Zunächst konnte das, worin sich ihre Verzweiflung entlud nicht deutsche Literatur sein, die es äußerlich zu sein schien. Sie lebten zwischen drei Unmöglichkeiten (die ich nur zufällig sprachliche Unmöglichkeiten nenne, es ist das Einfachste, sie so zu nennen, sie könnten aber auch ganz anders genannt werden): der Unmöglichkeit, nicht zu schreiben, der Unmöglichkeit, Deutsch zu schreiben, anders zu schreiben, fast könnte man eine vierte Unmöglichkeit hinzufügen, die Unmöglichkeit zu schreiben (denn die Verzweiflung war ja nicht etwas durch Schreiben zu Beruhigendes, war ein Feind des Lebens und des Schreibens, das Schreiben war hier nur ein Provisorium, wie für einen, der sein Testament schreibt, knapp bevor er sich erhängt, - ein Provisorium, das ja recht gut ein Leben lang dauern kann), also war es eine von allen Seiten unmögliche Literatur, eine Zigeunerliterartur die das deutsche Kind aus der Wiege gestohlen und in großer Eile irgendwie zugerichtet hatte, weil doch irgendjemand auf dem Seil tanzen muß. (Aber es war ja nicht einmal das deutsche Kind, es war nichts, man sagte bloß, es tanze jemand)
Franz Kafka, Brief an Max Brod, Matliary, Juni 1921
Quello che voleva la maggioranza di coloro che cominciarono a scrivere in tedesco, era abbandonare l'ebraismo, generalmente con l'approvazione vaga dei padri (è questa vaghezza che era rivoltante), lo voleva la maggioranza, ma le loro zampette posteriori si incollavano ancora all'ebraismo del padre e le loro zampette anteriori non trovavano nuovo terreno. La disperazione che ne seguiva fu la loro ispirazione. Un'ispirazione, dignitosa come qualunque altra, ma che, ad osservarla da vicino, presentava tuttavia alcune tristi particolarità. Prima di tutto, quello in cui si scaricava la loro disperazione non poteva essere letteratura tedesca che sembrasse esserlo esteriormente. Vivevano tra tre impossibilità (che chiamo a caso impossibilità della lingua, è la cosa più semplice, chiamarle così, ma si potrebbe anche chiamarle in modo del tutto diverso): l'impossibilità di non scrivere, l'impossibilità di scrivere in tedesco, l'impossibilità di scrivere altrimenti, alle quali si potrebbe quasi aggiungere una quarta impossibilità, l'impossibilità di scrivere (perché questa disperazione non era qualcosa che la scrittura avrebbe potuto lenire, era un nemico della vita e della scrittura, la scrittura non era qui che un provvisorio, come per uno che scriva il proprio testamento poco prima di impiccarsi, - un provvisorio che può benissimo durare tutta la vita), era dunque da tutti i punti di vista una letteratura impossibile, una letteratura di zingari che aveva rubato il bambino tedesco dalla culla e l'aveva in gran fretta predisposto, in un modo o nell'altro, perché bisogna pure che qualcuno balli sulla fune. (Ma non era nemmeno il bambino tedesco, non era niente, si diceva semplicemente che qualcuno balla)
Franz Kafka, Lettera a Max Brod, Matliary, giugno 1921

Poesia scelta stocasticamente.


Oggi (è il 5 aprile 2011) mi è venuto in mente che ne parla anche Marías. Ne riporto qualche riga oggi (è sempre il 5 aprile 2011), a testimonianza delle mie amnesie (forse l'avevo rimosso perché sui saperi pratici la penso diversamente, e anzi mi spaventa la leggerezza con cui ci permettiamo di usare la tecnologia ignorandone completamente il funzionamento e i principi base e quasi disprezzando tutto il sapere e il contributo, tecnico e umano, che si nasconde dietro alla realizzazione di ogni oggetto o strumento - dalla forchetta al computer -; forse l'avevo rimosso perché anche sui primitivi la penso diversamente: che dipingessero le caverne, lo sappiamo, quello che probabilmente ignoriamo sono la magia e la bellezza dei racconti che si scambiavano la sera, prima di coricarsi; forse l'avevo rimosso perché mi avventuro con circospezione nella letteratura presente):
Hay una enorme zona de sombra en la que sólo la literatura y las artes en general penetran; seguramente, como dijo mi maestro Juan Benet, no para iluminarla y esclarecerla, sino para percibir su inmensidad y su complejidad al encender una pobre cerilla que al menos nos permite ver que está ahí, esa zona, y no olvidarla. La literatura nos permite entendernos un poco mejor a nosotros mismos y también al mundo, ambas cosas vienen a ser idénticas. Y de eso, sin duda, y por muchas renuncias idiotas que estén haciendo deliberadamente los hombres y las mujeres contemporáneos, es imposible prescindir del todo si no queremos convertirnos en primitivos llenos de saberes prácticos.
Así, quizá seguimos escribiendo literatura, y leyendo la que se escribe hoy día, porque cada época necesita esa clase de pensamiento aplicado a sí misma, porque precisamos la indagación de nuestra propia zona de sombra, que no coincide en todo con la de nuestros antepasados.
Da El País
Esiste un’enorme zona d’ombra in cui solo la letteratura e le arti in genere possono penetrare; di certo, come disse il mio maestro Juan Benet, non per illuminarla o rischiararla, ma per percepirne l’immensità e la complessità: è come accendere una debole fiammella che perlomeno ci consenta di vedere che quella zona è lì, e di non dimenticarlo. La letteratura ci permette di comprendere un po’ meglio noi stessi e il mondo, che finiscono comunque per coincidere. E da ciò, senza dubbio, è impossibile prescindere del tutto – per quanto deliberatamente gli uomini e le donne d’oggi tendano a farlo – se non vogliamo trasformarci in primitivi capaci solo di conoscenze pratiche.
È per questo forse che continuiamo a scrivere letteratura e a leggere quella che si scrive oggi, perché ogni epoca ha bisogno di una corrente di pensiero in cui potersi riflettere, perché sentiamo l’esigenza di indagare sulla nostra personale zona d’ombra, che non coincide in tutto con quella dei nostri predecessori.
Traduzione di Paola Tomasinelli, in appendice a Un cuore così bianco, Einaudi, 1999

venerdì 1 aprile 2011

Dizionario di tutte 'e cose - T come traslochi

Io non ho qui né il tempo, né l'ingegno per dimostrare come la storia della filosofia italiana è continuata nella storia della filosofia germanica. Ognuno che conosce la filosofia del secolo decimosesto in Italia e il progresso del pensiero speculativo in Germania, e voglia giudicare liberamente e senza passione, vedrà se dico il vero. Io non fo qui che additare la via e affermo sinceramente e senza timore, che finché noi ci ostineremo, per qualunque cagione, nell'attuale maniera di filosofare, metà scozzese, metà francese, ora leggermente kantiana, ora strettamente legata ad una forma particolare di religione, o vogliamo ripigliare la nostra tradizione dal punto che fu rotta nella nostra patria, ripudiando tutto ciò che si manifesta come continuazione di essa in altra terra, la scienza non varrà per noi più che una esercitazione logica ed oziosa dell'intendimento, o un interesse di un partito, non già come una immagine fedele della verità concreta e reale.

Bertrando Spaventa, Unificazione nazionale ed egemonia culturale, Laterza, 1969

Questo estratto è stato caparbiamente cercato in seguito ad uno spunto offerto dall'ultimo libro di Ermanno Rea, La fabbrica dell'obbedienza, cit., e carpito lentamente, a piccole porzioni, a colpi di ripetuti copia-e-incolla di mozziconi di frasi, dalle fauci delle anteprime di Google Books. Se ne abbia la dovuta considerazione, se non per il suo contenuto, almeno per le modalità con cui è stato ottenuto.

La notizia del giorno

La notizia del giorno è che l’Italia.
Poi un trafiletto sul fatto che gli italiani.
E per ultimo la smentita ci rende più tranquilli:
non torna, non può tornare il mussolini
la petacci le mettono le mollette sulla gonna
per non mostrare le gambe ai partigiani.

Sara Ventroni


Die Nachricht des Tages ist, dass Italien.
Dann eine Kurznachricht darüber, dass die Italiener.
Und zum Schluss beruhigt uns das Dementi:
der mussolini kommt nicht zurück, er kann nicht.
man hält mit den Wäscheklammern den petaccis Rock zusammen.
um den Partisanen ihre Beine nicht zu zeigen.

*

Claretta

ihr rosa Telefon mit der extra langen Leitung
auf dem Serviertisch, damit sie besser warten
kann auf ihn, oder, stundenlang, im Zodiakal

Zimmer des Palazzo Venezia, bis er kommt, für
ein paar Minuten, Quickfick oder Geige spielen;
mit ihm Chopin hören, Gedichte lesen. Er, Sohn

eines Schmieds, gewaltsamster Leser Mörikes:
Ja, das ist alles, was uns bleibt, zu Rahn. Fand
ihn mit dem Band, leergeräumter Schreibtisch;

streute gerne deutsche Wörter ein, wenn er keine
Entsprechung finden mochte: spurlos, immer mehr
verschwanden so. Hat Klopstocks Messias über

setzt, Übung für ganz schwere Finger, hat die
Pontinischen Sümpfe trockengelegt, als ein
cholerischer Halbgott, bevor er der deutschen

Sprache gänzlich erlag. Sprach deutsch, wenn er
mit Hitler konferierte, der sandte ihm in der Kiste
den Gesammelten Nietzsche, Goldschnitt, blaues

Saffianleder: all sein Hab und Gut als Gefangener
auf Gran Sasso. Dolmetschte gar bei Besprechungen,
so weit kam's, musste aber nachlesen, was genau

besprochen wurde, in den Protokollen. You're
the top. You're Mussolini, sang Cole Porter in
seiner Glanzzeit, aber nun ist das nur noch einer,

alt und krank. Der Duce des Führers ist nicht mehr,
den Rest stellen die Deutschen auf in Salò;
auf der Via Nomentana lagen die Partei

abzeichen wie ein goldglänzender Teppich, und
die gelben Fluten des Tiber schwemmten Hunderte
von weggeworfenen Uniformen dem Meer zu –

die hinzurichtenden Verschwörer, der Ducellino ...
Als Faschistenführer ein Wrack, hält durch ...
wurde er denn ... „geliebt“, „als Mensch“? All

die Filme, die da laufen, zehnmal heftiger als sonst.
Ho preferito così – Claretta Petacci in: die
Rolle ihres Lebens, lässt sich nicht mehr abziehen

von ihrer Haut, ist ganz und gar letzte Geliebte,
und als sie ihm nachreiste, gab sie sich hin, in
die Legende, wunschlos, was nähere Umstände

anging, zu allem bereit, so wie ein guter Faschist,
ein guter Partisan. Der Showdown bei Dongo.
Bekommt „so jemand“ den Tod, den er „verdient“?

Manche verdienen Geld, manche verdienen sich
ihren Tod, zahlen sich ein im Unmaß;
barbarisch, so ein Hundert-Mann-Tod, für ihn

und Claretta Petacci. Zuerst in die gewöhnlichste
Gewöhnlichkeit abfahrende Achterbahn, bevor
sie hochschnellt in ein Gleißen, das nicht

vorgesehen ist. Läppische, beiläufige Festnahme
im Konvoi, apathisch geworden, hat sich gerade
noch eine deutsche Uniform übergestreift, geht

einfach mit, sitzt da, vor irgendwem. Irgendwo
in der Pampa lässt er aus sich Der unsichtbare Mann
machen: Kopf in eine feste Hülle von Verbandsstoff

gewickelt, Mund und Augen als drei schwarze
Schlitze in mitten eines Knäuels weißer Watte.
In der Zöllner kaserne; in der abgelegenen Berghütte.

Er, mit diesem monströs verbundenen Kopf,
Claretta mit hohen Absätzen, im Regen da hinauf.
Man sagt: ihre einzige gemeinsame Nacht, bei

diesen Bauersleuten, Feld der Resistenza, nicht besonders
bewacht, die hielten sie für ganz nette Leutchen.
Nur die Wimperntusche fiel auf, dass sie ins Kissen

geweint hat, bevor man sie durch die Gegend fuhr,
bis man einen Platz fand, geeignet zum Abknallen.
Das war ihr erster Tod. Dann ging es weiter. Auf

geladene Leichen, auf den Lastwagen aus Dongo,
mit weiteren, nach Mailand; die kahlgeschorenen
Faschistinnen, denen man mit roter Farbe Hammer

und Sichel auf die Stirn malte, Piazzale Loreto.
Dort ausgelegt auf dem Boden, jetzt durfte jeder
mal: spucken, treten, draufsetzen und pissen. Rache,

oder dafür, ihn vergöttert zu haben, geträumt, er
erschiene plötzlich im kleinen Leben und höbe es
hoch, mit seinem Fick, seinem Händedruck, Zeilen von seiner Hand,

in die jetzt einer ein Zepter hineinlegt, verhöhnt wie
der Judenkönig, ist er jetzt, in der allerletzten Minute nach
der allerletzten, den schon etwas breiigen Kopf auf dem Schoß

von Claretta Petacci, ihre lichtblaue Unterwäsche;
auch Partisan, denn dieser Platz ist für 15 von
Deutschen Erschossene, wird nun mit den Füßen,

ist jetzt Petrus; Petrus auf der Via Appia Antica,
Höhe Fosse Ardeatine; einer der nicht mehr er ist
wird mit den Füßen am Querträger dieser aus

gebrannten Tankstelle gehängt, neben Claretta, ihr
an den Knien vom Partisanengürtel zusammen
gehaltener Rock, daneben Gerarchen. Was für eine


bibel

                             schlimme

Gnade.

Dieter M. Gräf



il suo telefono rosa con il filo lunghissimo
sul tavolino di servizio, per poterlo aspettare
meglio, o, ore e ore, nella stanza

dello Zodiaco di Palazzo Venezia, finché lui arriva,
per un paio di minuti, una sveltina o suonare il violino;
ascoltare con lui Chopin, leggere poesie. Lui, figlio

di un fabbro, accanitissimo lettore di Mörike:
Sì, questo è tutto ciò che ci rimane, a Rahn. Lo
trovava con il volume, la scrivania sgombra;

inframmezzava volentieri parole tedesche, se non ne
poteva trovare la corrispondente: senza lasciare traccia, sempre più
sparivano così. Ha tradotto il Messias di Klopstock,

esercizio per dita difficili, ha bonificato
le paludi pontine, come un
semidio collerico, prima di soccombere

completamente alla lingua tedesca. Parlava tedesco quando
conferiva con Hitler, che gli inviava in casse
l'opera omnia di Nietzsche, Goldschnitt, in marocchino

blu: tutto quello che aveva quando era prigioniero
sul Gran Sasso. Faceva l'interprete nei colloqui,
quando serviva, ma doveva controllare cosa esattamente

si dicesse, nei protocolli. You're
the top. You're Mussolini, cantava Cole Porter ai
tempi d'oro, ma ora è solo un uomo,

vecchio e malato. Il Duce del Führer non esiste più,
il resto lo dispongono i tedeschi a Salò;
sulla via Nomentana giacevano le insegne

del partito come un tappeto luccicante d'oro, e
le bionde acque del Tevere trasportavano nel mare 
centinaia di uniformi gettate via –

il cospiratore da giustiziare, il Ducellino ...
Come capo dei fascisti un rottame, resiste...
fu mai... "amato", "come uomo"? Tutti

i film ancora in programmazione, dieci volte più forti che mai.
Ho preferito così – Claretta Petacci in: il
ruolo della sua vita, non si lascia più staccare

dalla pelle, è a tutti gli effetti la sua amante,
e quando partì per raggiungerlo, gli si consacrò, 
nella leggenda, senza desideri per quel che riguardava

situazioni più correnti, pronta a tutto, come un buon fascista,
un buon partigiano. La prova decisiva presso Dongo.
Riceve "qualcuno così" la morte che "merita"?

Alcuni guadagnano denaro, alcuni si meritano 
la propria morte, pagano oltre misura;
barbaramente, una morte da cento uomini, per lui

e Claretta Petacci. Dapprima nelle più abitudinarie
montagne russe che percorrono l'abitudine, prima
di catapultarsi in un bagliore

imprevisto. Dopo il ridicolo, casuale fermo
nel convoglio, divenuto apatico, si è appena
infilato un'uniforme tedesca, si fa

trasportare, sta lì seduto, davanti a qualcuno. Da qualche parte
in culo al mondo indugia nel ruolo de L'uomo invisibile:
la testa avvolta in una robusta fodera di bende,

bocca ed occhi come tre nere
fessure in mezzo ad un gomitolo di cotone bianco. 
Nella caserma della dogana; nel remoto rifugio.

Lui, con quella testa mostruosamente fasciata,
Claretta con i tacchi alti, nella pioggia per tutta la salita.
Si dice: la loro unica notte insieme, tra

quei contadini, zona della Resistenza, non particolarmente
sorvegliata, che li considerarono tipi gentili.
Solo il mascara pianto sui cuscini attirò l'attenzione,

prima che la si conducesse nei dintorni,
fino a trovare un posto adatto per freddarla con un colpo.
Fu la sua prima morte. Poi si continuò. Su

cadaveri caricati su camion di Dongo,
con altri, verso Milano; le fasciste
rasate, sulla cui fronte si dipingevano in rosso

falce e martello, piazzale Loreto.
Là, posati a terra; ora a ognuno era permesso
sputare, calpestare, ingiuriare e pisciare. Per vendetta,

o per averlo divinizzato, sognato, lui
apparso all'improvviso nella piccolezza della vita; lo si issa
in alto, con le sue scopate, la sua stretta di mano, le sue linee delle mani,

in cui ora uno pone uno scettro, è deriso
come il re dei giudei, ora, nell'ultimissimo minuto dopo 
l'ultimissimo, la testa già in poltiglia sul grembo

di Claretta Petacci, sulla sua biancheria azzurra;
anche partigiano, perché questa piazza è per 15
fucilati dai tedeschi, diventa ora con i piedi,

è adesso Pietro; Pietro sulla via Appia antica,
altezza Fosse Ardeatine; uno che non esiste più
viene appeso per i piedi alla traversa di questa

stazione di servizio bruciata, a fianco di Claretta, la sua
gonna fermata alle ginocchia da cinture di partigiani;
a fianco, gerarchi. Che


biblica

                             brutta

clemenza.



(restituita con difficoltà, non solo per miei problemi di interpretazione)