giovedì 29 novembre 2012

В лесу прифронтовом - quasi


С берёз - неслышен, невесом -
Слетает жёлтый лист.
Старинный вальс "Осенний сон"
Играет гармонист.

Вздыхают, жалуясь, басы,
И, словно в забытьи,
Сидят и слушают бойцы,
Товарищи мои.

Под этот вальс весенним днём
Ходили мы на круг,
Под этот вальс в краю родном
Любили мы подруг.

Под этот вальс ловили мы
Очей любимых свет;
Под этот вальс грустили мы,
Когда подруги нет.

И вот он снова прозвучал
В лесу прифронтовом,
И каждый слушал и молчал
О чём-то дорогом.

И каждый думал о своей,
Припомнив ту весну,
И каждый знал - дорога к ней
Ведёт через войну.

Пусть свет и радость прежних встреч
Нам светят в трудный час.
А коль придётся в землю лечь,
Так это ж только раз!

Но пусть и смерть в огне, в дыму
Бойца не устрашит,
И что положено кому,
Пусть каждый совершит.

Так что ж, друзья, коль наш черёд,
Да будет сталь крепка!
Пусть наше сердце не замрёт,
Не задрожит рука.

Настал черёд, пришла пора,
Идём, друзья, идём!
За всё, чем жили мы вчера,
За всё, что завтра ждёт!

С берёз - неслышен, невесом -
Слетает жёлтый лист,
Старинный вальс "Осенний сон"
Играет гармонист.

Вздыхают, жалуясь, басы,
И, словно в забытьи,
Сидят и слушают бойцы,
Товарищи мои.


Слова М. Исаковского, 1942
Музыка М. Блантера, 1943

An English version

Bonus track:

lunedì 26 novembre 2012

Della radice delle cose

L'influenza del pensiero cristiano nella storia europea è un dato di fatto, e quindi fuori discussione. Numerosi, tuttavia, volendo, sarebbero gli argomenti da sottoporre all'attenzione di coloro, altrettanto numerosi, che avrebbero voluto inserire nel preambolo della Costituzione europea il riferimento alle radici cristiane dell'Europa: un falso storico, oltre che un'ingerenza in un trattato laico, concepito per tutelare cittadini europei, e non cristiani europei. Omettendo i Papi, che svolgono il loro mestiere, e le gerarchie ecclesiastiche in generale, ne ricordo solo uno, Marcello Pera, che, in veste di Presidente del Senato, sentendosi in una vena particolarmente ispirata a principi liberali, ma non ad un altrettale respiro storico, si era spinto ad esprimere l'auspicio che vi si richiamassero le radici giudaico-cristiane.

Per dare supporto ad argomenti volti a liberare le radici dell'Europa da qualsiasi monopolio, monocolore o bicolore che sia, soprattutto se posteriore alle origini della sua cultura, che fu molteplice e fu pagana, e, in seconda battuta, ma non di minore importanza, per dare a Lucrezio (e ad Epicuro e a Democrito) quel che è di Lucrezio (e di Epicuro e di Democrito), basterebbe il ripristino di due versi due del De rerum natura.

Nel ricordare i due versi in questione, sarebbe idealmente mia intenzione resistere ad ogni inclinazione o deriva passibile di essere qualificata come anticlericale, anche se Odino sa quanto mi sia difficile. Passi quindi la chiesa di San Lorenzo in Miranda, insinuatasi nel corpo del tempio di Antonino e Faustina come un parassita. Passi l'appropriazione indebita di non poche feste pagane. Passi la promessa di una vita ultraterrena perché non ci si azzardi a sovvertire l'ordine delle cose in quella terrena. Passi l'accusa di deicidio rivolta agli ebrei. Passino le crociate. Passi l'imposizione del proprio credo a tutti i continenti. Passi il culto delle reliquie. Passino le indulgenze. Passino le braghe dipinte sui corpi del Giudizio michelangiolesco. Passino i processi a Giordano Bruno, Campanella e Galileo. Passino le stragi di eretici. Passi l'indice dei libri proibiti. Passino i roghi delle streghe. Passi tutta la Controriforma. Passi la mancata restituzione della Biblioteca Palatina a Heidelberg. Passi il Sillabo di Pio IX e passi pure la beatificazione di quest'ultimo. Passino le benedizioni dei cappellani militari a uomini mandati a morire e ad uccidere altri uomini. Passi il Concordato stipulato con l'Italia di Mussolini. Passino i silenzi durante il nazifascismo. Passi l'ospitalità concessa a Pavelić in Vaticano. Passino gli interventi nella politica italiana e non solo in quella. Passino le messe, i battesimi, i matrimoni ed i funerali celebrati a beneficio dei mafiosi. Passi la resistenza alla contraccezione e alla fecondazione artificiale e passino tutte le altre resistenze, inerzie, omissioni, silenzi, zeli ed ingerenze in territori, giurisdizioni e vite altrui*.

Passi (ma non si consegni all'oblio, se possibile) tutto, ma l'intervento, nel De rerum natura, della manina del cardinale Lambin, bibliotecario del re di Francia, che discretamente scambiò voluptas e voluntas nei versi 257 e 258 del libro II, intervento che ho potuto apprezzare con leggerissimo ritardo grazie a Heinz Wismann** (Penser entre les langues, Albin Michel, 2012) e alla sua conoscenza dei manoscritti, quello no, quello non dovrebbe passare.  

256 libera per terras unde haec animantibus exstat,
257 unde est haec, inquam, fatis avolsa voluptas?
258 per quam progredimur quo ducit quemque voluntas
Lucrezio

Infine, supponendo che tutti i movimenti siano tra loro concatenati e che il nuovo nasca sempre dal vecchio in un dato ordine, senza che gli elementi primi, deviando, producano qualche inizio di movimento che scardini i decreti del destino, impedendo che una causa segua un'altra infinitamente, da dove proviene questo libero piacere accordato sulla terra a tutti gli esseri animati, da dove proviene, dico, questo piacere strappato ai destini, che ci fa procedere dove ci conduce la volontà?


256 libera per terras unde haec animantibus exstat,
257 unde est haec, inquam, fatis avolsa voluntas?
258 per quam progredimur quo ducit quemque voluptas
Lucrezio dopo l'intervento del cardinale Lambin

Infine, supponendo che tutti i movimenti siano tra loro concatenati e che il nuovo nasca sempre dal vecchio in un dato ordine, senza che gli elementi primi, deviando, producano qualche inizio di movimento che scardini i decreti del destino, impedendo che una causa segua un'altra infinitamente, da dove proviene questa libera volontà accordata sulla terra a tutti gli esseri animati, da dove proviene, dico, questa volontà strappata ai destini, che ci fa procedere dove ci conduce il piacere?

Il terrore della voluptas, specie se libera, condannata a finire nel corto circuito del piacere = peccato.
Porre rimedio ad un simile intervento è ormai impossibile, almeno a breve termine. Tuttavia, anche una revisione delle future edizioni e persino, fin d'ora, una minuscola doppia freccia disegnata a matita in calce ai due versi di Lucrezio nei testi già in circolazione sarebbe sempre un buono, per quanto tardivo, inizio.
______________________

*L'elenco non è esaustivo: per esempio, per limitarsi alla materia trattata, l'elenco non comprende il furto di un manoscritto del De rerum natura in Germania da parte del segretario della cancelleria papale, Poggio Bracciolini, nel 1417, e la censura, da parte dell'Inquisizione, dello stesso testo quando iniziò ad essere pubblicato a stampa (prima edizione: 1473, Brescia), particolarmente severa quando ne fu pubblicata la traduzione in italiano.
**Scrive Wismann, ed è un piacere riportarlo, tanto quanto lo è stato leggerlo: "come può l'uomo godere di una così grande libera voluttà (libera voluptas) quando è incatenato dalla volontà? Ora, nella logica dell'opera di Epicuro, è la volontà che è legata al meccanismo atomico, comandata in modo assoluto da questo. La correzione di Lambino è del tutto ideologica, nella misura in cui egli interpreta la voluttà come il peccato, e la libertà come la capacità del cristiano di liberarsi dalla costrizione.
Ma come si può parlare di una libera voluttà, e non di una libera volontà? Per Epicuro (e quindi per Lucrezio), mentre la volontà è interamente comandata dal meccanismo atomico, solo la voluttà è libera nella misura in cui essa è clinamen, vale a dire lo scarto minimo che appartiene alla riflessione, una deflessione che è in effetti una riflessione. E la voluttà non sta nel compimento degli atti che la volontà bruta ci impone; essa risiede in un piccolo scarto riflessivo rispetto a questa necessità di compiere gli atti dettati. Il vero godimento non sta nell'obbedire a degli imperativi fisici, quanto nello scostarsene un po', in modo da sapere quel che si fa, in un certo qual modo. È dunque quest'idea che permette subito di capire che il clinamen non funziona solamente a livello della caduta libera degli atomi in questa sorta di grande vuoto che è all'origine di tutte le cose, ma che opera anche nel mondo costituito dagli atomi. Si può dunque cominciare ad intravvedere in che cosa consista il piacere dell'amicizia, per esempio, precisamente fondato sul fatto di discostarsi, di non aderire a quello che è necessario, di essere in una forma di gratuità che trova conforto nella convinzione condivisa nello scarto. E il lathe biôsas, il fatto di non vivere questa vita visibile, che è la vita regolata della società, con tutti i suoi rituali, e la sua maniera di conformarsi alle aspettative. La vera voluttà è discostarsene e godere di una forma di convivenza originata dalla condivisione del sentimento di non essere completamente comandati. È questa, la piccola musica epicurea.
È tanto più espressivo, per come la vedo io, di centinaia di articoli che tentano di spiegare come, nell'orizzonte dell'epicureismo, si possa parlare di libera volontà. Questo non ha nessun senso. E quindi per far collimare la tradizione epicurea con la convinzione ideologica di una visione cristiana del mondo, il cardinale non poteva fare altro che sostituire una parola con l'altra."

sabato 24 novembre 2012

Danke, Helli!

Ich bitte Helli, folgendes zu veranlassen:
1) daß der Tod sichergestellt wird,
2) daß der Sarg aus Stahl oder Eisen ist,
3) daß der Sarg nicht offen ausgestellt wird,
4) daß er, wenn er ausgestellt werden soll, im Probenhaus ausgestellt wird,
5) daß weder am Sarg noch am Grab gesprochen, höchstens das Gedicht An die Nachgeborenen verlesen wird,
6) daß die Totenwache, wenn eine solche gewünscht wird, nur von Schauspielern gehalten wird,
7) daß keine Musik gespielt wird,
8) daß das Grab im Garten in Buckow oder im Friedhof neben meiner Wohnung in der Chausseestraße liegt und nur den Namen Brecht auf einem Stein hat.
Danke, Helli!
brecht
November 1953
Berlin
 

Vorrei che Helli predisponesse quanto segue:
1) che la morte sia accertata,
2) che la bara sia di acciaio o ferro,
3) che la bara non sia esposta aperta,
4) che, se proprio deve essere esposta, lo sia nella sala delle prove,
5) che non si parli né di fronte alla bara né di fronte alla tomba, al più si legga la poesia A coloro che verranno,
6) che la veglia funebre, se la si desidera, sia tenuta solo da attori,
7) che non si suoni nessuna musica,
8) che la tomba venga posta nel giardino di Buckow o nel cimitero vicino al mio appartamento nella  Chausseestraße e che rechi solo il nome Brecht su una pietra.
Grazie, Helli!
brecht
novembre 1953
Berlino

mercoledì 21 novembre 2012

Holden e il gesto dell'ombrello

 

 *

Ausgraben und Erinnern

Die Sprache hat es unmißverständlich bedeutet, daß das Gedächtnis nicht ein Instrument für die Erkundung des Vergangenen ist, vielmehr das Medium. Es ist das Medium des Erlebten wie das Erdreich das Medium ist, in dem die alten Städte verschüttet liegen. Wer sich der eignen verschütteten Vergangenheit zu nähern trachtet, muß sich verhalten wie ein Mann, der gräbt. Vor allem darf er sich nicht scheuen, immer wieder auf einen und denselben Sachverhalt zurückzukommen - ihn ausstreuen wie man Erde ausstreut, ihn umzuwühlen, wie man Erdreich umwühlt. Denn ‘Sachverhalte’ sind nicht mehr als Schichten, die erst der sorgsamsten Durchforschung das ausliefern, um dessentwillen sich die Grabung lohnt. Die Bilder nämlich, welche, losgebrochen aus allen früheren Zusammenhängen, als Kostbarkeiten in den nüchternen Gemächern unserer späten Einsicht - wie Torsi der Galerie des Sammlers - stehen. Und gewiß ist’s nützlich, bei Grabungen nach Plänen vorzugehen. Doch ist unerläßlich der behutsame, tastende Spatenstich in’s dunkle Erdreich. Und der betrügt sich selber um das Beste, der nur das Inventar der Funde macht und nicht im heutigen Boden Ort und Stelle bezeichnen kann, an denen er das Alte aufbewahrt. So müssen wahrhafte Erinnerungen viel weniger berichtend verfahren als genau den Ort bezeichnen, an dem der Forscher ihrer habhaft wurde. Im strengen Sinne episch und rhapsodisch muß daher wirkliche Erinnerung ein Bild zugleich von dem der sich erinnert geben, wie ein guter archäologischer Bericht nicht nur die Schichten angeben muß, aus denen seine Fundobjekte stammen, sondern jene andern vor allem, welche vorher zu durchstoßen waren. 

Walter Benjamin
Gesammelte Schriften, IV

  
Dissotterrare e ricordare

Il linguaggio ci ha fatto inequivocabilmente intendere che la memoria non è uno strumento per l'esplorazione del passato, ma piuttosto il luogo in cui si annida. È il substrato del vissuto come il suolo terrestre è il substrato in cui giacciono sepolte le città antiche. Chi si sforza di avvicinarsi al proprio passato sepolto deve comportarsi come un uomo che scava. Soprattutto non deve temere di continuare a ritornare ad un solo e medesimo fatto - di disperderlo come si disperde la terra, di rivoltarlo come si rivolta il terreno. Perché i ‘fatti’ non sono altro che gli strati che consegnano alla ricerca più meticolosa solamente quello per cui vale la pena di scavare. Vale a dire le immagini, che, liberate di tutti i contesti precedenti, risiedono come oggetti preziosi nelle stanze sobrie della nostra comprensione successiva - come i torsi nella galleria del collezionista. E certo è utile, quando si scava, procedere secondo un piano, ma è indispensabile un colpo di vanga cauto, a tentoni, nella terra oscura. E ci si priva del meglio, se si effettua solo l'inventario dei reperti e non si riesce a designare nel suolo attuale il luogo in cui esso custodisce l'antico. Così i veri ricordi devono procedere molto meno per resoconti che designare con precisione il luogo in cui il ricercatore se ne impossessa. Quindi bisogna che il ricordo reale dia al contempo nel senso più stretto epicamente e rapsodicamente un'immagine di colui che si ricorda, come una buona descrizione archeologica non deve solo restituire gli strati da cui originano i reperti, ma prima di tutto gli altri strati attraverso cui si è dovuto precedentemente penetrare.

*

Digging

Between my finger and my thumb
The squat pen rests; as snug as a gun.

Under my window a clean rasping sound
When the spade sinks into gravelly ground:
My father, digging. I look down

Till his straining rump among the flowerbeds
Bends low, comes up twenty years away
Stooping in rhythm through potato drills
Where he was digging.

The coarse boot nestled on the lug, the shaft
Against the inside knee was levered firmly.
He rooted out tall tops, buried the bright edge deep
To scatter new potatoes that we picked
Loving their cool hardness in our hands.

By God, the old man could handle a spade,
Just like his old man.

My grandfather could cut more turf in a day
Than any other man on Toner's bog.
Once I carried him milk in a bottle
Corked sloppily with paper. He straightened up
To drink it, then fell to right away
Nicking and slicing neatly, heaving sods
Over his shoulder, digging down and down
For the good turf. Digging.

The cold smell of potato mold, the squelch and slap
Of soggy peat, the curt cuts of an edge
Through living roots awaken in my head.
But I've no spade to follow men like them.

Between my finger and my thumb
The squat pen rests.
I'll dig with it.

Seamus Heaney, Death of a Naturalist, 1966

Scavando

Tra l'indice e il pollice poggia la mia penna tozza, come una pistola nella fondina.

Sotto la mia finestra un suono netto, stridulo all'affondare della vanga nella terra ghiaiosa: è mio padre che scava. E guardo giù finché la schiena sotto sforzo si piega tra le aiuole e si rialza sfasata di vent'anni chinandosi al ritmo con cui rivoltava patate nei solchi in cui stava scavando.

Il rude scarpone si adagiava sulla lama, facendo leva col manico all'interno del ginocchio, con gesto sicuro. Scovava le lunghe cime, infossava a fondo il bordo lucente per sparpagliare le patate novelle che raccoglievamo apprezzandone al tatto la fredda durezza.

Altro che, se sapeva maneggiare una vanga, proprio come suo padre. Mio nonno era in grado di estrarre più torba in un giorno di chiunque altro in tutta la torbiera di Toner. Una volta gli portai una bottiglia di latte tappata alla bell'e meglio con della carta. Dopo essersi raddrizzato per poterlo bere, si rimise subito ad incidere e a fendere con precisione la terra, gettandosi alle spalle zolle intere e continuando a scavare alla ricerca della torba buona. Scavando.

Mi ritornano in mente il freddo odore della terra da patate rimossa, la poltiglia e gli strati di torba umida, il rumore secco dei tagli inferti dal bordo della vanga che trapassava radici vive. Io, però, non ho vanghe per seguire le orme di uomini così.

Tra l'indice ed il pollice poggia la mia penna tozza. Io scaverò con questa.

*

Non so voi, ma se io scavo, quel che trovo sono sempre ricordi sghembi. Probabilmente so solo scavare di traverso e non ho abbastanza forza nelle braccia oppure continuo a scavare nella sola terra che io conosca, rossa e scarsa, nella quale, dopo il primo strato superficiale, si incontrano subito ammassi di rocce calcaree alternate a cavità, che costringono rispettivamente a procedere a zigzag e ad arrendersi di fronte ai vuoti. La scrittura mi aiuta a preservare alcuni ricordi, ma non la loro rispondenza al vero; la scrittura si limita a rivelarne, al più, la sghembitudine, in cui non sono che dei dettagli ad essere ingranditi a dismisura, compromettendo una corretta visione prospettica d'insieme. Come il ritratto di un volto cubista, che è molto realista, in fondo, in quanto fedele alle imperfezioni della memoria di una visione, che è fatta di carenze e di eccessi. A me pare.
Per non parlare di quando mi distraggo e scavo troppo vicino al burrone che sta in fondo al campo di segale. Se mi sbilancio, precipito e addio ricordi. Ché quando non si è più bambini, Holden non accorre in aiuto, ma resta immobile, se ci si sporge troppo sul precipizio, e ribadisce la propria inerzia nei confronti degli adulti con un deciso, beffardo gesto del braccio.

giovedì 15 novembre 2012

The best is yet to comeTM - 2

Parigi, 1934


BASTA SCANDALI
Il Parlamento è infiltrato da banditi
I Governi sono impotenti
L'irresponsabilità è generale
POPOLO FRANCESE
La rivoluzione, l'avventura, la rovina, la guerra ti minacciano
FAI SENTIRE LA TUA VOCE SOVRANA
AL DI LÀ DEI PARTITI POLITICI
...
Le loro mani sono libere e pulite 
Sono numerosi, forti, organizzati. Loro ti hanno difeso
COMMERCIANTI, OPERAI, CONTADINI, FUNZIONARI, LAVORATORI 
...
CON NOI SALVERETE IL PAESE
...

The best is yet to comeTM - 1

Parole e musica di Paul Misraki, orchestra di Ray Ventura et ses Collegiens, 1935

Allô ! Allô ! James ! Quelle nouvelle?
Absente depuis quinze jours
Au bout du fil je vous appelle
Que trouverai-je à mon retour?
Tout va très bien, Madame la Marquise
Tout va très bien, tout va très bien
Pourtant il faut, il faut que l'on vous dise,
On déplore un tout petit rien,
Un incident, une bêtise
La mort de votre jument grise
Mais à part ça, Madame la Marquise
Tout va très bien, tout va très bien
Allô ! Allô ! Martin! Quelle nouvelle ?
Ma jument grise morte aujourd'hui ?
Expliquez-moi, cocher fidèle
Comment cela s'est-il produit ?
Cela n'est rien, Madame la Marquise
Cela n'est rien, tout va très bien.
Pourtant il faut, il faut que l'on vous dise
On déplore un tout petit rien
Elle a péri dans l'incendie
Qui détruisit vos écuries
Mais à part ça, Madame la Marquise
Tout va très bien, tout va très bien
Allô ! Allô ! Pascal ! Quelle nouvelle ?
Mes écuries ont donc brûlé ?
Expliquez-moi, mon chef modèle
Comment cela s'est-il passé ?
Cela n'est rien, Madame la Marquise
Cela n'est rien, tout va très bien
Pourtant il faut, il faut que l'on vous dise
On déplore un tout petit rien
Si l'écurie brûla, Madame
C'est que l'château était en flamme
Mais à part ça, Madame la Marquise
Tout va très bien, tout va très bien
Allô ! Allô ! Lucas ! Quelle nouvelle ?
Notre château est donc détruit ?
Expliquez-moi, car je chancelle.
Comment cela s'est-il produit ?
Eh bien ! Voilà, Madame la Marquise
Apprenant qu'il était ruiné
A pein' fut-il rev'nu de sa surprise
Que m'sieu l'marquis s'est suicidé,
Et c'est en ramassant la pell'
Qu'il renversa tout's les chandell's
Mettant le feu à tout l'château
Qui s'consuma de bas en haut
Le vent soufflant sur l'incendie
Le propagea sur l'écurie
Et c'est ainsi qu'en un moment
On vit périr votre jument
Mais à part ça, Madame la Marquise
Tout va très bien, tout va très bien


Pronto? Pronto? James, quali nuove?
La chiamo al telefono
Dopo quindici giorni d'assenza
Cosa troverò al mio ritorno?
Va tutto benissimo, Signora Marchesa
Va tutto benissimo, va tutto benissimo
Tuttavia bisogna, bisogna che Le diciamo,
Lamentiamo una cosetta da niente,
Un incidente, una sciocchezza
La morte della Sua giumenta grigia
Ma a parte questo, Signora Marchesa
Va tutto benissimo, va tutto benissimo
Pronto? Pronto? Martin, quali nuove?
La mia giumenta grigia morta oggi?
Mi spieghi, fedele cocchiere
Com'è successo?
Non è nulla, Signora Marchesa
Non è nulla, va tutto benissimo
Tuttavia bisogna, bisogna che Le diciamo
Lamentiamo una cosetta da niente
È morta nell'incendio
Che ha distrutto le Sue scuderie
Ma a parte questo, Signora Marchesa
Va tutto benissimo, va tutto benissimo
Pronto? Pronto? Pascal, quali nuove?
Le mie scuderie sono dunque andate a fuoco?
Mi spieghi, capo modello
Com'è successo?
Non è nulla, Signora Marchesa
Non è nulla, va tutto benissimo
Tuttavia bisogna, bisogna che Le diciamo
Lamentiamo una cosetta da niente
Se la scuderia è andata a fuoco, Signora
È perché il castello era in fiamme
Ma a parte questo, Signora Marchesa
Va tutto benissimo, va tutto benissimo
Pronto? Pronto? Lucas!
Quindi il nostro castello è distrutto?
Mi spieghi, perché barcollo
Com'è successo?
Ebbene! Ecco, Signora Marchesa
Venuto a sapere che era rovinato
Appena si è ripreso dalla sorpresa
Il Signor Marchese si è suicidato
Ed è cadendo a terra
Che ha rovesciato tutte le candele
Mandando a fuoco tutto il castello
Che si è consumato tutto
Il vento, soffiando sull'incendio
Lo ha propagato alla scuderia
Ed è così che in un attimo
Abbiamo visto morire la Sua giumenta
Ma a parte questo, Signora Marchesa
Va tutto benissimo, va tutto benissimo

sabato 10 novembre 2012

revisionism

king lear in a mr whippy van
ulysses in a greyhound bus
heathcliff in a honda
miss havisham waiting for the lights to change

henry lawson in a holden commodore
silas marner in a mercedes
gertrude stein as a taxi driver
jane austen in a panel van

tennyson in a toyota
emily dickinson in a cadillac
voss in a campervan
hamlet in a valiant

huck finn in a volvo
lady macbeth as a removalist
the man from snowy river in a rolls
sartre as a petrol tanker driver

dickens in a mini moke
lawrence in a jaguar
hardy as a hearse driver
whitman in a four wheel drive

sylvia plath as an ambulance driver
eliot as a chauffeur
evelyn waugh as a rickshaw driver
proust with a flat tyre

joanne burns


revisionismo

licurgo alla guida di un carretto gridando gelati
ulisse in un bus dell'atac
ortis in una honda
la regina della notte in attesa del cambio luci

giovanni pascoli in una ritmo
franco maironi in una mercedes
gertrude stein una tassista
sibilla aleramo in un'ape

carducci in una toyota
antonia pozzi in una citroën ds
drogo in un camper
amleto in una duna

garrone in una micra
beatrice fiorica una baccante
un borghese piccolo piccolo in una rolls
sartre un camionista di un'autocisterna

de roberto in una smart
vittorini in una jaguar
d'annunzio alla guida di un carro funebre
ragazzoni in una quattro per quattro

michelstaedter conducente di un'ambulanza
montale uno chauffeur
pavese in un pedalò
proust con una gomma a terra

Dizionario di tutte 'e cose: C come Caìa

Seminario di 2 giorni: 170 partecipanti, 28 nazionalità, una ventina di relatori, nessuna finestra apribile. Ho le gambe integralmente coperte alla vista altrui da una serie di pannelli di legno. Ne approfitto per muoverle di continuo inosservata e cercare così di attenuare una sindrome a cui solo da poco tempo posso attribuire un nome in italiano, che in realtà ha tutta l'aria di essere una traduzione dall'inglese: sindrome delle gambe senza riposo, anche se io e mio padre ne soffriamo ben prima di questo conio, cui preferiamo senz'altro un'altra locuzione, quando compare, annunciando un dialettale me rosiga le gambe. Proprio mentre più acuto si fa il rosigamento, un relatore si mette a commentare una schermata in cui ha diligentemente elencato la parola "nuovo" in molte lingue, tutte europee, dal greco all'italiano allo spagnolo al francese all'inglese al tedesco al russo: gli piace evidenziarne la prossimità, la similiarità, la somiglianza. Che sputo, l'Europa, penso, e rivolgo automaticamente lo sguardo verso i 4 partecipanti cinesi e gli altrettanti turchi: incerti se distendere i muscoli in orizzontale in un sorriso largo o se contrarli in verticale, in un'espressione di stupore, si risolvono a restare interdetti, i primi appena dopo essersi mentalmente ripetuti, credo, 新 (xīn), i secondi yeni. Penso allo sputo in cui sono nata, che Magris, in modo più elegante, ma non più originale, ha chiamato microcosmo, e mi ritorna alla mente una parola vecchia, molto vecchia, che non uso mai, eppure esiste e resiste da qualche parte dentro di me. Non faccio liste, non serve, per arrivare veloce alla conclusione, azzardata, che il termine più adatto, semanticamente e foneticamente più adatto, a definire uno spilorcio, un avaro, un taccagno, un tirchio, un braccino insomma, è caìa. Dove il risparmio è assoluto, ben più estremo che nei suoi sinonimi tirado o tirà, pedocioso e spinaza, e tocca persino le consonanti, l'unica consonante sopravvissuta alla lesina provvedendo ad emanare l'indispensabile nota di secchezza ed asperità.

Frische Feigen

Der hat noch niemals eine Speise erfahren, nie eine Speise durchgemacht, der immer Maß mit ihr hielt. So lernt man allenfalls den Genuß an ihr, nie aber die Gier nach ihr kennen, den Abweg von der ebenen Straße des Appetits, der in den Urwald des Fraßes führt. Im Fraße nämlich kommen die beiden zusammen: die Maßlosigkeit des Verlangens und die Gleichförmigkeit dessen, woran es sich stillt. Fressen, das meint vor allem: Eines, mit Stumpf und Stiel. Kein Zweifel, daß es tiefer ins Vertilgte hineinlangt als der Genuß. So wenn man in die Mortadella hineinbeißt wie in ein Brot, in die Melone sich hineinwühhlt wie in ein Kissen, Kaviar aus knisterndem Papier schleckt und über einer Kugel von Edamer Käse alles, was sonst auf Erden eßbar ist, einfach vergißt. - Wie ich das zum ersten Male erfuhr? Es war vor einer der schwersten Entscheidungen. Ein Brief war einzuwerfen oder zu zerreißen. Seit zwei Tagen trug ich ihn bei mir, seit einigen Stunden aber, ohne daran zu denken. Denn mit der lärmenden Kleinbahn war ich durch die sonnenzerfressene Landschaft nach Secondigliano hinauf gefahren. Feierlich lag das Dorf in der Alltagsstille. Einzige Spur vom verrauschten Sonntag die Stangen, an denen leuchtende Räder geschwungen, Raketenkreuze sich entzündet hatten. Nun standen sie nackt da. Einige trugen auf halber Höhe ein Schild mit der Figur eines Heiligen aus Neapel oder der eines Tiers. Weiber saßen in den geöffneten Scheuern und klaubten Mais. Ich schlenderte betäubt meines Weges, da sah ich im Schatten einen Karren mit Feigen stehen. Es war Müßiggang, daß ich drauf zuging, Verschwendung, daß ich für wenige Soldi mir ein halbes Pfund geben ließ. Die Frau wog reichlich. Als aber die schwarzen, blauen, hellgrünen, violetten und braunen Früchte auf der Schale der Handwaage lagen, zeigte es sich, daß sie kein Papier zum Einschlagen hatte. Die Hausfrauen von Secondigliano bringen ihre Gefäße mit und auf Globetrotter war sie nicht eingerichtet. Ich aber schämte mich, die Früchte im Stich zu lassen. Und so ging ich, Feigen in den Hosentaschen und im Jackett, Feigen in beiden vor mich hingestreckten Händen, Feigen im Munde, von dannen. Ich konnte jetzt mit Essen nicht aufhören, mußte versuchen, so schnell wie möglich der Masse von drallen Früchten, die mich befallen hatten, mich zu erwehren. Aber das war kein Essen mehr, eher ein Bad, so drang das harzige Aroma durch meine Sachen, so haftete es an meinen Händen, so schwangerte es die Luft, durch die ich meine Last vor mich hintrug. Und dann kam die Paßhöhe des Geschmacks, auf der, wenn Überdruß und Ekel, die letzten Kehren, bezwungen sind, der Ausblick in eine ungeahnte Gaumenlandschaft sich öffnet: eine fade, schwellenlose, grünliche Flut der Gier, die von nichts mehr weiß als vom strähnigen, faserigen Wogen des offenen Fruchtfleisches, die restlose Verwandlung von Genuß in Gewohnheit, von Gewohnheit in Laster. Haß gegen diese Feigen stieg in mir auf, ich hatte es eilig aufzuräumen, frei zu werden, all dies Strotzende, Platzende von mir abzutun, ich aß, um es zu vernichten. Der Biß hatte seinen ältesten Willen wiedergefunden. Als ich die letzte Feige vom Grund meiner Tasche losriß, klebte an ihr der Brief. Sein Schicksal war besiegelt, auch er mußte der großen Reinigung zum Opfer fallen; ich nahm ihn und zerriß ihn in tausend Stücke.

Walter Benjamin
Gesammelte Schriften, IV 


Fichi freschi

Non ha mai conosciuto un cibo, né lo ha mai gustato fino in fondo, chi si sia sempre attenuto a moderazione. Così se ne può conoscere tutt'al più il sapore, ma mai il provarne avidità, il discostarsi dalla strada piatta dell'appetito, che conduce alla foresta primordiale del pasto degli animali. Quando gli animali mangiano, infatti, le due cose si combinano: la dismisura della voglia e l'uniformità di quello di cui si placa. Divorare vuol dire, prima di tutto, spazzolare tutto, senza lasciare alcun resto. Non c'è dubbio che si tratta di eliminare, più che di assaporare. Come quando si addenta la mortadella come se fosse pane, si affonda in un melone come se fosse un cuscino, si lecca il caviale dalla carta crepitante, si dimentica semplicemente, dinanzi ad una forma di Edamer, tutto quello che altrimenti c'è di commestibile sulla terra. Come l'ho avvertito la prima volta? Mi capitò prima di una delle decisioni più difficili. C'era una lettera da imbucare o da strappare. Era due giorni che la portavo con me, da alcune ore, però, senza pensarci. Perché, con il chiassoso treno su binari a scartamento ridotto, attraverso un paesaggio divorato dal sole, avevo raggiunto Secondigliano. Nonostante il giorno festivo, il paese era sprofondato nella calma di un qualsiasi giorno infrasettimanale. Unica traccia della caciara della domenica, i pali ai quali avevano oscillato delle ruote luminose, erano state accese delle croci fatte di razzi. Ora erano lì, nudi. Alcuni sostenevano a metà altezza un cartello raffigurante un santo napoletano o un animale. Donne sedute nei fienili aperti, sgranando mais. Stavo gironzolando inebetito per la mia strada quando vidi stagliarsi, all'ombra, un carretto con dei fichi. Fu l'ozio, ad attrarmi, e la tendenza allo sperpero, a farmene dare un quarto di chilo per pochi soldi. La donna ne pesò ben di più. Dopo però che ebbe posato i frutti - neri, blu, verde chiaro, violetti e bruni - sul piatto della bilancia a mano, saltò fuori che non aveva carta per avvolgerli. Le casalinghe di Secondigliano portano con sé i loro recipienti e lei non era preparata ad un globetrotter. Io però mi vergognai di lasciare i frutti in asso. E così me ne andai via da lì con fichi nelle tasche dei pantaloni e nella giacca, fichi in tutte e due le mani protese, fichi in bocca. A quel punto non fui più in grado di smettere di mangiare, dovetti tentare di difendermi il più rapidamente possibile dalla massa dei frutti rotondeggianti che mi avevano assalito. Ma non si trattava più di un mangiare, quanto piuttosto di un bagnarsi, tanto l'aroma appiccicoso era penetrato attraverso le mie cose, aveva aderito alle mani ed ingravidato l'aria attraverso cui stavo portando il mio carico dinanzi a me. E poi arrivò il vertice del gusto, all'altezza del passo di montagna dove, superati nausea e voltastomaco, gli ultimi tornanti, la vista si spalancava in un inaspettato panorama del palato: un flusso insipido, piatto, verdastro di voracità che non avverte più altro se non il fluttuare a ciocche, a fibre, della polpa aperta del frutto, la metamorfosi completa del piacere in abitudine, dell'abitudine in vizio. Mi montò un odio nei confronti di quei fichi, dovevo improvvisamente sbarazzarmene, liberarmene, togliere di mezzo tutta quella materia debordante, in procinto di scoppiare, e la mangiai per annientarla. Il morso aveva ritrovato la sua volontà ancestrale. Quando staccai l'ultimo fico dal fondo della mia tasca, gli si appiccicò la lettera. Il suo destino era segnato, anche lei doveva cadere vittima del grande repulisti: la presi e la strappai in mille pezzi.

Scritto a Capri nell'estate del 1924, mi appare come un denso concentrato di contraddizioni, pulsioni contrastanti e scarti (tutte cose positive), nel loro stare in bilico tra voglia, desiderio, appagamento e nausea, tra creazione e annientamento, che tuttavia si risolvono in un percorso circolare perfetto: una lettera avvolta nel mistero, destinata a fissare in forma di parole scritte delle considerazioni e dei ricordi, molto probabilmente legati, direttamente o indirettamente, alla sua esperienza di quell'estate caprese, indirizzata ad un amico ignoto, lettera che viene strappata e non giungerà mai a destinazione, una memoria scritta che soccombe in favore del ricordo del vissuto di un istinto primordiale, che resta invece inciso in profondità, appiccicoso come un fico, nella memoria personale di Benjamin, e in quella dei suoi lettori, grazie ad una sua seconda scrittura su carta, per fortuna non strappata e giunta a pubblicazione, sulla Frankfurter Zeitung, nel 1930. 

mercoledì 7 novembre 2012

fiddlesticks

one
if there is an error to be made why not make it now. why wait for that unguarded moment when you have made a wrong move, decision. an act of consequence. make errors when it doesn't matter. then when it is crucial you will not drop dead of the shock of failure. the shame. you will hardly even notice any change in the circumstances surrounding you. what a democracy of effect.

two
when you sit down at your desk make sure there is only as much cleared space as is absolutely necessary for you to work on. keep those piles of diaries and notebooks, newspaper clippings, scribblers on your right and left sides; keep the dusty bottles of ink, clusters of old pens and pencils, pools of paper clips, staples, gold and cloisonne pens, special ones that you never use, in front of you. a bare desk is too shocking a reminder.

three
we rush from no-parking zones, across the road against the red lights, from crowded buses, to the wall of black post office boxes, and thrust our keys into numbered keyholes, holding our breaths until we read the omens the sight of each envelope suggests. we tremble, we sigh at the array in our hands, the glossolalia of correspondence. as we relock these boxes we turn quickly away. leaving behind a wall of tiny doors, articulate in their silences. like any wall of caskets at one of the city's crematoriums.

four
today the tv is happy talking to itself. it doesn't need me to talk to. i just turn it on. sit down somewhere else, and leave it to its own devices. i've trained mine to be independent.

five
look at those people running from the ice cream parlour to circle the person in a state of cardiac arrest by the side of the road. see how they hold their ice creams like torches as they watch the ambulance officers at work. how the ice cream runs down their palms and across their wrists like babies' bracelets. and they don't even notice.

six
see that pile of books sprawled across the bed like an odalisque. you are forced to sleep on the shelf. 

seven
imagine dying with a shopping list in your hand.

eight
last week i wrote to molly dye to discover how to keep cockroaches out of light switches; this week i'm writing to discover how to keep politicians out of the letterbox.

nine
in the last year of my life i decided to take punctuation seriously.

ten
i thought the rain was being operatic until i looked out of the window and saw a woman trying to use her voice as an umbrella.

eleven
for over a year the blue plastic bag lay on the branch of the tree. window cleaners ascending the sky on silver ladders ignored it. tree pruners worked round it. giant white blossoms came and went on the branches above it. winds and storms lashed it. but still it lay in the same place. rather like someone recovering in hospital after major surgery. no one dared remove it. perhaps we were really afraid of it. then one day it had gone. and in its place was a pair of black underpants.

twelve
looking into the vegetable soup i saw my own future.

thirteen
he spoke of a body of knowledge, how he was developing one, trying to get it down on hard disc; but when he looked at his own soft body in the shopping centre's mirrors he didn't know it at all, didn't know it from a bar of soap. all the bodies passing by looked like strangers, foreign bodies. a musak voice whispered into his left ear: 'you shouldn't distract yourself by looking in mirrors'. 'i know' he nodded minutely, trying to keep his head still so that body of knowledge wouldn't rupture, have a seizure. he sensed muggers in the ether.

joanne burns
quisquilie

uno
se c'è un errore da commettere, perché non commetterlo adesso. perché aspettare quell'attimo di incautela in cui si effettua una mossa sbagliata o si prende una decisione azzardata. un atto di conseguenza. si commettano errori quando non importa. così, quando il momento sarà cruciale, non si stramazzerà per il trauma da fallimento. per la vergogna. ci si accorgerà a malapena del cambiamento delle circostanze intorno. che effetto democratico.

due
quando ci si siede alla scrivania, ci si assicuri di avere lo stretto spazio libero necessario per lavorare. si mantengano alla propria destra e alla propria sinistra le solite pile di diari e blocchi, ritagli di giornale e scarabocchi; si mantengano di fronte a sé le boccette di inchiostro coperte di polvere, mucchi di penne e matite vecchie, file di graffette, punti metallici, penne d'oro e smaltate, quelle speciali che non si usano mai. una scrivania sgombra è un promemoria troppo traumatizzante.

tre
ci affrettiamo ad attraversare strade partendo da divieti di sosta fino a fermarci al rosso dei semafori, da autobus affollati alla parete di cassette di sicurezza postali nere, ed infiliamo le nostre chiavi in serrature numerate, trattenendo il respiro finché non leggiamo i segni premonitori che la vista della busta ci suggerisce. tremiamo, sospiriamo, soppesando il plico con la mano, la glossolalia della corrispondenza. richiudendo le cassette, ce ne allontaniamo a passi rapidi. lasciando dietro di noi una parete di porticine, articolate nei loro silenzi. come qualsiasi parete di bare nei crematori della nostra città.

quattro
oggi la tv è felice mentre parla con se stessa. non ha bisogno che mi metta a parlarle. la accendo e basta. siediti da qualche altra parte e lasciala ai suoi dispositivi. ho addestrato la mia ad essere indipendente.

cinque
guarda quella gente che dalla gelateria si precipita a circondare la persona in stato di arresto cardiaco a lato della strada. guarda come tengono i loro gelati a mo' di torce, mentre guardano gli addetti dell'ambulanza al lavoro. come i gelati scorrono dai palmi e avvinghiano i polsi come braccialetti da neonati. e senza rendersene nemmeno conto.

sei
vedi quella pila di libri abbandonata sul letto come un'odalisca. ti tocca dormire sullo scaffale. 

sette
immagina di morire con la lista della spesa in mano.

otto
la scorsa settimana ho scritto a donna letizia per scoprire come tenere gli scarafaggi lontani dagli interruttori della luce: questa settimana le sto scrivendo per scoprire come tenere i politici lontani dalla cassetta delle lettere.

nove
nell'ultimo anno della mia vita ho deciso di prendere la punteggiatura sul serio.

dieci
pensavo che la pioggia fosse lirica finché non ho guardato fuori dalla finestra e ho visto una donna che cercava di usare la propria voce come ombrello.

undici
per più di un anno il sacchetto di plastica blu rimase sul ramo dell'albero. dei lavavetri in ascesa nel cielo su scale d'argento lo ignorarono. dei potatori d'alberi ci lavorarono attorno. dei  fiori bianchi giganteschi comparvero e scomparvero sui rami sopra di lui. venti e tempeste lo rizzarono come una vela. eppure rimase nello stesso posto. come qualcuno che si stesse ristabilendo dopo un importante intervento chirurgico. nessuno osò toglierlo di lì. forse ne avevamo davvero paura. poi, un giorno, sparì. e al suo posto apparve un paio di mutande nere.

dodici
guardando dentro la minestra di verdure, ho visto il mio futuro.

tredici
parlò di un corpo di conoscenze, del modo in cui ne stava sviluppando uno, tentando di fissarlo su un disco rigido; ma quando guardò il proprio corpo molle negli specchi del centro commerciale, non lo riconobbe per niente, non era in grado di distinguerlo da una saponetta. tutti i corpi dei passanti sembravano stranieri, corpi estranei. una voce da musica da dentista si mise a sussurrare nel suo orecchio sinistro: 'non dovresti farti distrarre dalla visione degli specchi'. 'lo so', fece con un cenno minuzioso del capo, cercando di mantenere immobile la testa in modo da non far fuoriuscire quel corpo di conoscenze, da non farselo sottrarre. avvertì l'odore di rapinatori nell'etere.

lunedì 29 ottobre 2012

Dizionario di tutte 'e cose: C come Colpo all'italiana

Il colpo era stato dato all'italiana, vale a dire che l'assassino aveva rigirato il coltello nella ferita, in modo da farne girare la punta all'interno.
 Le Figaro, 11 febbraio 1879 


martedì 23 ottobre 2012

Como piden pan o como anhelan la lluvia

Cuando alguien va al teatro, a un concierto o a una fiesta de cualquier índole que sea, si la fiesta es de su agrado, recuerda inmediatamente y lamenta que las personas que él quiere no se encuentren allí. "Lo que le gustaría esto a mi hermana, a mi padre", piensa, y no goza ya del espectáculo sino a través de una leve melancolía. Ésta es la melancolía que yo siento, no por la gente de mi casa, que sería pequeño y ruin, sino por todas las criaturas que por falta de medios y por desgracia suya no gozan del supremo bien de la belleza que es vida y es bondad y es serenidad y es pasión.
Por eso no tengo nunca un libro, porque regalo cuantos compro, que son infinitos, y por eso estoy aquí honrado y contento de inaugurar esta biblioteca del pueblo, la primera seguramente en toda la provincia de Granada.
No sólo de pan vive el hombre. Yo, si tuviera hambre y estuviera desvalido en la calle no pediría un pan; sino que pediría medio pan y un libro. Y yo ataco desde aquí violentamente a los que solamente hablan de reivindicaciones económicas sin nombrar jamás las reivindicaciones culturales que es lo que los pueblos piden a gritos. Bien está que todos los hombres coman, pero que todos los hombres sepan. Que gocen todos los frutos del espíritu humano porque lo contrario es convertirlos en máquinas al servicio de Estado, es convertirlos en esclavos de una terrible organización social.
Yo tengo mucha más lástima de un hombre que quiere saber y no puede, que de un hambriento. Porque un hambriento puede calmar su hambre fácilmente con un pedazo de pan o con unas frutas, pero un hombre que tiene ansia de saber y no tiene medios, sufre una terrible agonía porque son libros, libros, muchos libros los que necesita y ¿dónde están esos libros?
¡Libros! ¡Libros! Hace aquí una palabra mágica que equivale a decir: 'amor, amor', y que debían los pueblos pedir como piden pan o como anhelan la lluvia para sus sementeras. Cuando el insigne escritor ruso Fedor Dostoyevsky, padre de la revolución rusa mucho más que Lenin, estaba prisionero en la Siberia, alejado del mundo, entre cuatro paredes y cercado por desoladas llanuras de nieve infinita; y pedía socorro en carta a su lejana familia, sólo decía: "¡Enviadme libros, libros, muchos libros para que mi alma no muera!' Tenía frío y no pedía fuego, tenía terrible sed y no pedía agua: pedía libros, es decir, horizontes, es decir, escaleras para subir la cumbre del espíritu y del corazón. Porque la agonía física, biológica, natural, de un cuerpo por hambre, sed o frío, dura poco, muy poco, pero la agonía del alma insatisfecha dura toda la vida.
Ya ha dicho el gran Menéndez Pidal, uno de los sabios más verdaderos de Europa, que el lema de la República debe ser: 'Cultura'. Cultura porque sólo a través de ella se pueden resolver los problemas en que hoy se debate el pueblo lleno de fe, pero falto de luz. Y no olvidéis que lo primero de todo es la luz.

Federico García Lorca, Fuentes Vaqueros, 1931

Quando si va a teatro, ad un concerto o ad una festa, qualunque sia la propria indole, se la festa piace, la mente va alle persone care e ci si rammarica per la loro assenza. "Quanto piacerebbe a mia sorella, a mio padre", si pensa, e il piacere tratto dallo spettacolo è filtrato da una lieve malinconia. È la stessa malinconia che io provo non tanto per la gente di casa mia, perché sarebbe misero e riduttivo, ma per tutte le creature che, per carenza di mezzi o per disgrazia, non godono del bene supremo della bellezza, che è vita ed è bontà ed è serenità ed è passione.
Per questo non tengo per me neppure un libro, perché quanti ne compro, vale a dire infiniti, tanti ne regalo, ed è per questo che è un onore ed una gioia per me essere qui, ad inaugurare questa biblioteca del popolo, la prima sicuramente di tutta la provincia di Granada.
Non di solo pane vive l'uomo. Io, se avessi fame e mi trovassi in disgrazia per strada, non chiederei una pagnotta, ma mezza pagnotta e un libro. E nel luogo in cui ci troviamo adesso, attacco violentemente coloro che parlano solo di rivendicazioni economiche senza mai nominare le rivendicazioni culturali, che sono quelle che i popoli richiedono con insistenza. È un bene che tutti gli uomini mangino, ma anche che tutti gli uomini abbiano la conoscenza, che traggano beneficio da tutti i frutti dello spirito umano, perché il contrario significherebbe trasformarli in macchine al servizio dello Stato, trasformarli in schiavi di una terribile organizzazione sociale.
Mi dispiace molto di più per un uomo che abbia desiderio di sapere e non ci riesce che per un uomo affamato. Perché un uomo affamato può placare facilmente la fame con un pezzo di pane o con della frutta, ma un uomo che ha sete di sapere e non ne ha i mezzi soffre di una terribile agonia, perché sono libri, libri, molti libri, quello di cui ha bisogno, e dove sono questi libri?
Libri! Libri! Ecco una parola magica che equivale a dire: "Amore, amore", e che i popoli devono pretendere, come chiedono pane o come desiderano la pioggia per le loro semine. Quando il famoso scrittore russo Fëdor Dostoevskij, padre della rivoluzione russa molto di più di Lenin, era prigioniero in Siberia, isolato dal mondo, tra quattro pareti e circondato da pianure deserte di neve infinita, e chiedeva aiuto per iscritto alla sua famiglia lontana, si limitava a dire: "Mandatemi libri, libri, molti libri, perché la mia anima non muoia!" Aveva freddo e non chiedeva fuoco, aveva una terribile sete e non chiedeva acqua: chiedeva libri, vale a dire orizzonti, vale a dire gradini per ascendere alle vette dello spirito e del cuore. Perché l'agonia fisica, biologica, naturale, di un corpo, dovuta alla fame, alla sete o al freddo, dura poco, molto poco, mentre l'agonia dell'anima insoddisfatta dura tutta la vita.
Il grande Menéndez Pidal, uno dei saggi più autentici d'Europa, ha detto che il motto della Repubblica deve essere "Cultura". Cultura, perché è solo attraverso questa che si possono risolvere i problemi in cui si dibatte oggi il popolo, pieno di fede, ma privo di luce. E non dimenticate che l'origine di tutto è la luce.

Come per qualsiasi* parola, pane, a dispetto di tutte le apparenze, è solo un'approssimazione di pan. Per tradurre pan, bisognerebbe sapere come minimo come lo si mangia in Spagna e, per tradurre il pan nominato da García Lorca, bisognerebbe sapere almeno come lo si mangia a Fuentes Vaqueros, come lo si prepara, quanto si debba aspettare prima che lieviti, in quale tipo di carta venga avvolto, se si abbia l'abitudine di tagliarlo o di spezzarlo, prima di mangiarlo, in quali occasioni  e quanto spesso poi si mangi, quali cibi sia destinato ad accompagnare, quale suono produca quando lo si addenta, quale sapore lasci in bocca, se sia tabù giocarci per farci delle palline con la mollica, se si secchi presto, una volta lasciato all'aria, se soffra molto l'umidità o meno, ecc. ecc. Impossibile. Impossibile come placare la fame con un pezzo di pane carasau. O fare un panino con una coppia ferrarese. O usare una michetta come fermaporte. O spezzare una s'ciopeta secondo una linea di taglio diversa da quelle che ne separano il cuore dai bozzi laterali. O usare il tempo di lievitazione del pane azzimo come unità di tempo fondamentale.
*Anche per libro è così. A dispetto di tutte le apparenze, un libro non è esattamente un libro**.
**Offerto dalla casa a chiunque voglia prendersi gioco di me.

sabato 20 ottobre 2012

Hier in Frankreich

Hier in Frankreich ist mir gleich nach meiner Ankunft in Paris mein deutscher Name »Heinrich« in »Henri« übersetzt worden, und ich mußte mich darin schicken und auch endlich hierzulande selbst so nennen, da das Wort Heinrich dem französischen Ohr nicht zusagte und überhaupt die Franzosen sich alle Dinge in der Welt recht bequem machen. Auch den Namen »Henri Heine« haben sie nie recht aussprechen können, und bei den meisten heiße ich Mr. Enri Enn; von vielen wird dieses in ein Enrienne zusammengezogen, und einige nannten mich Mr. Un rien.
Das schadet mir in mancherlei literarischer Beziehung, gewährt aber auch wieder einigen Vorteil. Z. B. unter meinen edlen Landsleuten, welche nach Paris kommen, sind manche, die mich hier gern verlästern möchten, aber da sie immer meinen Namen deutsch aussprechen, so kommt es den Franzosen nicht in den Sinn, daß der Bösewicht und Unschuldbrunnenvergifter, über den so schrecklich geschimpft ward, kein anderer als ihr Freund Monsieur Enrienne sei, und jene edlen Seelen haben vergebens ihrem Tugendeifer die Zügel schießen lassen; die Franzosen wissen nicht, daß von mir die Rede ist, und die transrhenanische Tugend hat vergebens alle Bolzen der Verleumdung abgeschossen.
Es hat aber, wie gesagt, etwas Mißliches, wenn man unsern Namen schlecht ausspricht. Es gibt Menschen, die in solchen Fällen eine große Empfindlichkeit an den Tagen legen. Ich machte mir mal den Spaß, den alten Cherubini zu befragen, ob es wahr sei, daß der Kaiser Napoleon seinen Namen immer wie Scherubini und nicht wie Kerubini ausgesprochen, obgleich der Kaiser des Italienischen genugsam kundig war, um zu wissen, wo das italienische ch wie ein que oder k ausgesprochen wird. Bei dieser Anfrage expektorierte sich der alte Maestro mit höchst komischer Wut.
Ich habe dergleichen nie empfunden.
Heinrich, Harry, Henry – alle diese Namen klingen gut, wenn sie von schönen Lippen gleiten. Am besten freilich klingt Signor Enrico. So hieß ich in jenen hellblauen, mit großen silbernen Sternen gestickten Sommernächten jenes edlen und unglücklichen Landes, das die Heimat der Schönheit ist und Raffael Sanzio von Urbino, Joachimo Rossini und die Principessa Cristina Belgiojoso hervorgebracht hat.
Da mein körperlicher Zustand mir alle Hoffnung raubt, jemals wieder in der Gesellschaft zu leben, und letztere wirklich nicht mehr für mich existiert, so habe ich auch die Fessel jener persönlichen Eitelkeit abgestreift die jeden behaftet, der unter den Menschen, in der sogenannten Welt sich herumtreiben muß.

Heinrich Heine, Memoiren, Kapitel 6.


Qui in Francia, subito dopo il mio arrivo a Parigi, il mio nome tedesco »Heinrich« è stato tradotto in »Henri« e ho dovuto adattarmici e alla fine chiamarmi io stesso così, da queste parti, visto che la parola Heinrich non si confaceva ad orecchie francesi e in generale i francesi conformano a sé tutte le cose dell'universo. Non sono mai riusciti a pronunciare bene nemmeno il nome »Henri Heine« e, per la maggior parte delle persone, mi chiamo Mr. Enri Enn, da molti contratto in un Enrienne, che talvolta finisce col diventare Mr. Un rien.
La cosa mi danneggia in qualche misura sotto l'aspetto letterario, ma comporta anche alcuni vantaggi. Per es., tra i miei connazionali nobili che vengono a Parigi, ve ne sono alcuni cui piace calunniarmi, ma siccome pronunciano sempre il mio nome alla tedesca, ai francesi non passa per l'anticamera del cervello che il furfante e l'avvelenatore dei pozzi dell'innocenza contro cui inveiscono con tanta veemenza non sia nessun altro che il loro amico Monsieur Enrienne, ma quelle anime nobili hanno dato invano la stura al loro zelo virtuoso: i francesi non sanno che si parla di me e la virtù transrenana ha scoccato invano tutte le frecce della calunnia.
Però, come detto, c'è qualcosa di spiacevole nel sentire pronunciare male il proprio nome. Ci sono persone che in tali casi sono estremamente suscettibili. Mi sono tolto lo sfizio di chiedere al vecchio Cherubini se fosse vero che l'imperatore Napoleone pronunciava sempre il suo nome Scerubini e non Kerubini, nonostante l'imperatore conoscesse abbastanza l'italiano da sapere in quali casi il ci-acca italiano si pronunci que o k. A questa domanda il vecchio Maestro espettorò con massima bizzarra stizza.
Io non ho mai avuto la medesima percezione.
Heinrich, Harry, Henry – tutti questi nomi suonano bene quando vengono emessi da belle labbra. Naturalmente, meglio di tutti suona "Signor Enrico". Così mi chiamavo nelle notti estive azzurre impreziosite da grandi stelle d'argento di quel nobile e sventurato paese che è il paese natale della bellezza e ha prodotto Raffaello, Gioachino Rossini e la principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso.
Siccome il mio stato fisico mi toglie ogni minima speranza di rivivere in società, e la società in realtà per me non esiste più, mi sono liberato dalle pastoie della vanità che affligge chiunque, tra gli uomini, si trovi a vagare nel cosiddetto mondo.
 
Cfr., volendo.
Chérubini, sempre volendo.

domenica 7 ottobre 2012

Dizionario di tutte 'e cose: E come Evoluzioni

Mania del nuovo. Dice che il nuovo è meglio del nonnuovo: e perché mai? Io sto con ciò che è evolutivo cioè nuovo e anche vecchio; sono darwiniano. Attingo nella roba del maestro delle origini come a una fontana. È un balsamo quella prosa prudente, quel pensare lento lento, quel coraggio senza iattanza... Rileggo tutto ogni due o tre anni.

15 luglio 1968

Luigi Meneghello, Le carte. Materiali manoscritti inediti 1963-1989, trascritti e ripuliti nei tardi anni Novanta. Volume I: anni Sessanta, BUR Rizzoli, prima edizione digitale 2012

Rileggere Meneghello. Rileggerlo grazie ad una liseuse - il libro è maschio, ma il dispositivo per leggere quello elettronico è una lettrice, in francese: una complementarità casuale, ma ben riuscita, per una volta.
Ho aspettato diversi anni, prima di perpetrare quello che a tutti gli effetti è un tradimento, considerata la mia attitudine rispetto ai libri tradizionali, nei confronti dei quali l'affetto e l'attaccamento continuano a sgorgare come acqua di fonte non solo perché contengono parole, i mattoni del mondo, alla pari di atomi e numeri, ma anche perché i mattoni sono legati tra loro con la malta del tatto (meglio se la carta è almeno leggermente scabra, non come quella liscia e patinata di molti testi di chimica o geografia o fotografia, fisicamente insopportabile), dell'odorato e del fruscio delle pagine (preferenze assolute: odore di fieno e rumore di una leggera risacca), e ho aspettato qualche mese, prima di scriverci queste righe.
Non so come evolverà il mio rapporto col libro in futuro. So, al momento, che in questi mesi, di libri di carta, ne ho comprati pochissimi e che, contrariamente ai miei timori iniziali, l'aggiunta di un nuovo mezzo di accesso alla lettura non ha alterato il mio rimestare roba vecchia, trapassata e vetusta e non mi ha avvicinato a nuove edizioni più di quanto non fosse mia abitudine prima, anzi: vi ho caricato tutto Benjamin e alcuni testi delle sue fonti ottocentesche, quasi tutto Kafka, un numero imprecisato di poesie classiche, un Nello Rosselli su Pisacane che non conoscevo per niente, un Marx di cui ancora non mi capacito come possa aver vissuto finora senza (il 18 brumaio!), diversi testi su Istanbul, il cui incontro diretto, pur importante, è troppo recente per cui mi possa sentire di scriverne, un Andrés Neuman, un Noiriel su immigrazione, antisemitismo e razzismo, un Isnenghi, un T.S. Hamerow, un Complete Danish per marchiare a fuoco la mia prima visita di Copenhagen, diversi PDF che avevo accumulato nel tempo infrattandoli a caso nei meandri di un disco fisso sempre molto disordinato, qualche giornale di tanto in tanto, e, ovviamente, in ordine crescente di importanza, On the origin of species, Decameron e Pinocchio. Nessuna traccia ancora di Borges e Musil, il che mi induce a pensare che, ormai integrati o, più probabilmente, smarriti, nella mia memoria, non desiderino esserne estratti o rievocati, almeno non da me.
Mi ha dato un'emozione particolare, che in parte è riuscita ad attenuare i profondi sensi di colpa, partire proprio da Pinocchio. Se il primo passo doveva essere fondamentale per avviare il cambiamento - così mi sono detta al primo collegamento; mi sembrava che un primo passo sbagliato avrebbe potuto compromettere irrimediabilmente tutto il cammino futuro -, ci ho messo un attimo ad optare per Pinocchio, come primo testo, così come un attimo deve aver messo mia madre in un giorno di dicembre del 1975, entrando nella libreria Mondadori di piazza Goldoni, a Trieste, per prendermi un volume di Pinocchio che reca ancora la sua dedica e che, come molti altri, non mi ha seguito fisicamente nei miei spostamenti, ma in realtà non mi ha mai abbandonato, perché rappresenta, idealmente e concretamente, il mio primo libro. Ripensandoci, sempre grazie a lui, una cosa su Istanbul posso dirla senza tema di esprimermi troppo presto, prima che l'esperienza si sia sedimentata a sufficienza. Si tratta di un dettaglio minimo, eppur rivelatore, meglio di quanto facciano alcuni testi di storia compilativi e senza anima, dei rapporti tra Bisanzio e Venezia, e si tratta allo stesso tempo di un minuscolo segno di pervicace resistenza da parte di alcune parole alla riforma radicale di Atatürk (certe parole hanno volontà propria), che molte parole di origine straniera, a cominciare da quelle di origine persiana, bandì per decreto: sfogliando in una libreria una traduzione in turco di Pinocchio (eh), ho scoperto che falegname si dice marangoz, dal veneziano marangon. Un momento di gioia indimenticabile.
L'uso sociale in senso informatico che ne faccio è limitatissimo: al momento, mi limito a condividere una lista di libri desiderati solo con una persona, mentre registro che mi ostino a non dare valutazioni in forma di sequenze di stellette e a non fornire alcun commento, quando arrivo all'ultima pagina e mi si sollecita a farlo. L'ultima pagina è così diventata all'improvviso fonte di ansia, purtroppo, proprio per questa funzione di cui farei volentieri a meno, se riuscissi a sopprimerla.
Solo due, direi, le lamentele principali, la questione del tatto-odorato-udito e quella della vista di caratteri tipografici sempre uguali essendo largamente compensate dal vantaggio di non dover più pensare un'ora a quali libri portarmi dietro, quando esco di casa o parto, e quella dell'ansia da fine essendo abbastanza facilmente superabile respirando a fondo per tempo: in Europa non si ha (ancora) accesso alle biblioteche e non si possono dare od ottenere in prestito i libri dagli amici.
Come si vede, è una Wende e al tempo stesso non lo è e chi decreta la fine del libro, come nel 1989 qualcuno pensò di fare con la fine della storia, è un mona.

sabato 6 ottobre 2012

Zgodilo se je 19. Marca ob 18:20h

Za Šentjanžom je utonilo sonce

Nad Strunjan
se tiho spuščal
je večer.
Vrhovi
so bili obsijani,
še vedno v soncu,
Ronek je žarel;
a vendar že
k počitku
čas je vabil.

Bil kraj je poln
vonja sveže zemlje...
z bregov
pozdravljal
je vašcane
mandljev cvet.
V zraku so še
lastovice cvrkutale
in preko Stjuže
tam nad morjem -
videl sem galebov let.

Pod murvo,
ob kraj proge,
je k igri
bila zbrana
vaška otročad.
A že so matere
domov klicale -
in nekaj
se jih je odzvalo;
ostali so
večerni vlak čakali.

Ta dan
ni bilo nič svetlih lic
za okni vlaka,
bila je tam
le zlobna smrt
v črni fašije
iz Trsta.
Strunjan,
da bi uporni strli,
v otroke
so orožje uprli.

Tedaj Renatu Brajku
je življenje ugasnilo...
» joj mama,
jaz umiram «
v bolečini je medlel
Bartole Domeniko...
Otroku
čelo je bledelo,
z otrokom
sem še jaz
venel.

Še troje otrok
v bolečini
svojo mater
je klicalo...
Bilo je zlo rojeno,
bilo sovraštvo
je vsajeno,
da zagorel je Ronek-
z njim vsa Istra...
Takrát nam sonce
je utonílo za Šentjanžom.

Božidar Tvrdy
Grazie a questo sito per la foto della stazione di Strunjan e per la traduzione in inglese della poesia

Tratto della ferrovia Parenzana/Porečanka


Accadde il 19 marzo (1921) alle 18:20

A Šentjanz il sole annegò

Sopra Strunjan
la sera
scendeva tranquilla.
Le cime
risplendevano
al calar del sole,
il Ronek si illuminava;
ma il tempo
ci invitava
al riposo.

Il luogo spandeva
profumo di terra fresca...
dai pendii
i fiori di mandorlo
salutavano
gli abitanti del paese.

Nell'aria
garrivano le rondini
e su Stjuža
laggiù sopra il mare -
vedevo gabbiani volare.

Sotto un gelso,
a fianco della ferrovia,
dei bambini del paese
si erano riuniti
per giocare.
Le madri li avevano
già chiamati a casa -
e alcuni
al richiamo avevano risposto,
ma altri erano rimasti
ad aspettare il treno della sera.

Quel giorno
nessuna faccia amica
dietro i finestrini del treno,
ma solo
la morte orribile
di neri fascisti
in arrivo da Trieste.
Strunjan:
per schiacciare i ribelli,
puntarono
le armi sui bambini.

Per Renato Brajko
la vita si fermò...
»Ah mamma,
sto morendo«
sopraffatto dal dolore
Domeniko Bartole...
Il viso del bambino
impallidì,
assieme al bambino
cominciai a svanire
anch'io.

Altri tre bambini
in preda al dolore
chiamavano
la mamma...
Nacque il male,
fu piantato
l'odio,
così bruciò il Ronek -
e con esso tutta l'Istria...
Fu allora fu che il nostro sole
annegò a Šentjanz.

Ronek e Šentjanz sono colline sopra Strunjan/Strugnano.
Due bambini furono uccisi, tre rimasero feriti e due rimasero invalidi.

giovedì 4 ottobre 2012

Bumerang

War einmal ein Bumerang;
War ein Weniges zu lang.
Bumerang flog ein Stück,
Aber kam nicht mehr zurück.
Publikum­ - noch stundenlang ­-
Wartete auf Bumerang.

Joachim Ringelnatz


Boomerang

Era una volta un boomerang;
era lungo fino a Pyongyang.
Boomerang volò per un po',
ma indietro più non tornò.
Pubblico fiducioso tutto attorno
di boomerang aspettò il ritorno.


Non è questione di rime, che pur hanno il loro peso. È soprattutto quello che manca, quello che non c'è, che qui conta, e il suo contribuire, passo imperfetto dopo passo imperfetto, a perfezionare una serie di metamorfosi che hanno luogo nello spazio di sei miseri versi, o almeno così a me pare dopo avere provato ad infilarmici dentro, a rivoltarli e a trasportarli di qualche grado di latitudine più a sud: la sparizione di articoli, pronomi e/o aggettivi dimostrativi ((C')era una volta un boomerang. (Esso) era un po' troppo lungo. (Questo/Il) boomerang volò per un tratto) trasforma un boomerang quasi in una persona, un uomo di nome Boomerang, cui seguono la comparsa improvvisa de (il) pubblico quando ci si aspetterebbe ancora e sempre (il) boomerang, la perdita del senso della realtà negli astanti, che invano attendono per ore ed ore in un modo che è fin troppo facile immaginare muto e stupefatto, la mutazione dello spazio coperto dal volo in un'attesa, e quindi in tempo, fino alla scomparsa del lettore, che si fa pubblico, quando arriva il punto finale. Ecco, siamo noi, ora, ad aspettare. 
Passando a cose serie, io un giorno li faccio incontrare, Ringelnatz e Ragazzoni.

mercoledì 3 ottobre 2012

Dizionario di tutte 'e cose: R come Ricerca scientifica, M (al solito) come Memoria

Così, mentre inizia la sua ricerca scientifica, che mai abbandonerà nella vita, avvia un’altra ricerca fondamentale, anch’essa destinata ad appassionarlo sempre, quella della verità dell’uomo ed innanzi tutto di sé. Anche l’ambito dei suoi studi, sempre più orientati verso le frontiere della psicologia (di cui fonderà il primo laboratorio italiano), va ricondotto al suo interesse per l’uomo, considerato nella sua misteriosa unità fisica e spirituale.
[...]
La passione per la ricerca caratterizzerà tutta la vita di Gemelli e lo porterà a cercare sempre il confronto delle idee, delle esperienze, delle concezioni, accostando senza preclusioni uomini diversamente schierati.
[...]
Le sue opere sono il frutto della convinzione profonda che il metodo empirico della scienza e una fede solida possono arricchirsi a vicenda nella prospettiva di uno sviluppo autenticamente umano e coerente con la grande tradizione della Chiesa. 
[...]
Padre Agostino Gemelli si spegne il 15 luglio 1959, senza poter vedere la realizzazione della sua ultima grande fatica per la cultura scientifica in Italia. Il suo funerale è celebrato nel Duomo di Milano dall’arcivescovo Giovanni Battista Montini, con un concorso memorabile di autorità, di studiosi e di popolo.

Ritratto di Agostino Gemelli, sito dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, 3 ottobre 2012

*

La sede di Piacenza dell’Università Cattolica aveva avviato un particolare progetto per celebrare, lo scorso anno, la ricorrenza del 50° del dies natalis di padre Agostino Gemelli, fondatore e primo rettore dell’ateneo del Sacro Cuore.

In occasione dell’anniversario si sono messi in luce, con una mostra, alcuni aspetti ancora poco noti della sua eclettica personalità, con l’intento di valorizzare la sua immagine nei confronti di un vasto pubblico, soprattutto di giovani, che ormai solo in numero limitato ne conoscono vita e opere.

Con un’apposita iniziativa si puntava anche a sottolineare una peculiarità del fondatore della Cattolica certamente di grande impatto: quella di essere stato “rettore aviatore”. Per questo motivo era stata prevista la collocazione davanti all’edificio della facoltà di Scienze della formazione, di un aviogetto, simbolico omaggio dell’Aeronautica Militare a padre Gemelli.

Per una serie di contrattempi, dovuti alla predisposizione del velivolo e al suo trasporto, l’operazione è stata portata a termine solo in questi giorni.

La definitiva sistemazione sarà completata con una targa(1), che ricorderà padre Gemelli, pilota di aeroplano, pioniere degli studi di medicina aeronautica, insignito per i suoi meriti scientifici del grado di colonnello del ruolo d’onore del corpo sanitario aeronautico.

Il fondatore della Cattolica, medico e scienziato, dopo essersi occupato della selezione dei piloti nel corso della prima guerra mondiale, si era dedicato tra i primi al mondo alla psicofisiologia dell’uomo in volo ed aveva avuto, nel 1937, la direzione di uno dei tre “Centri Studi e Ricerche di Medicina Aeronautica” costituiti in Italia. Per le sue ricerche scientifiche si era immedesimato a tal punto nel ruolo degli aviatori da voler acquisire, nel luglio 1939, a 61 anni, il brevetto di pilotaggio.

Nel 1941 aveva pubblicato, assieme ad Arturo Monaco e a Rodolfo Margaria, un ponderoso trattato di medicina aeronautica che ebbe un lusinghiero consenso scientifico nel mondo intero.

La statua(2) di padre Gemelli, con il saio francescano e il caschetto da pilota, posta nell’atrio del Centro Sperimentale Volo dell’Aeronautica Militare a Pratica di Mare, lo ricorda a quanti oggi in Italia compiono gli studi più avanzati di medicina aeronautica.

L’aviogetto, collocato nella sede di Piacenza della sua università ha proprio le insegne del Reparto Sperimentale Volo e intende ricordare il fondatore della Cattolica a giovani e a meno giovani per una eccezionale particolarità, quella di essere stato “scienziato e aviatore tra gli aviatori”.

Un aereo per Padre Gemelli, Cattolica News, 22 aprile 2010

(1) Posata sul basamento dell’aereo dell’Aeronautica Militare in occasione dell'inaugurazione della Residenza Prof.ssa Aurelia Gasparini, via dell'Anselma 9, Piacenza, 22 ottobre 2011, ore 11.15.

(2) Scoperta ufficialmente nel 1964 dall’allora ministro della Difesa Giulio Andreotti, è per le presenti e future generazioni il segno della sua grande e indimenticabile opera - Il pioniere della medicina aeronautica, Cattolica News, 13 maggio 2009


*

Essi, per lo più intelligenti, colti, sanno maneggiare bene il fucile, ma la loro preparazione spirituale non può che essere incompleta. Invece gli atti di valore sono compiuti più di frequente da quei soldati che, venuti dalle campagne, rozzi, ignoranti, passivi, hanno subito (questa è la parola) tutta intera, e per parecchi mesi, l'influenza della vita militare, senza ribellione, senza resistenza. [...] Può sorprendere che uno di questi soldatini sappia compiere cose meravigliose; la loro semplicità d'animo sembra costituire un anacronismo: eppure essa è la migliore condizione perché si abbia la formazione di un animo capace di alto valore.

Agostino Gemelli, Il nostro soldato. Saggi di psicologia militare, Treves, Milano, 1917

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Un ebreo, professore di scuole medie, gran filosofo, grande socialista, Felice Momigliano, è morto suicida. I giornalisti senza spina dorsale hanno scritto necrologi piagnucolosi. Qualcuno ha accennato che era rettore dell’Università Mazziniana [...]. Ma se insieme con il Positivismo, il Socialismo, il Libero Pensiero e con il Momigliano morissero i Giudei che continuano l’opera dei Giudei che hanno crocifisso Nostro Signore, non è vero che al mondo si starebbe meglio? Sarebbe una liberazione ancora più completa se, prima di morire, pentiti, domandassero l’acqua del Battesimo.

Agostino Gemelli, Vita e pensiero, 5 agosto 1924