sabato 15 gennaio 2011

I bevitori di stelle

Le mie poesie sono fatte per me e per voi, gli amici. Che bisogno c'è del pubblico? Il gran pubblico se n'è sempre strainfischiato della poesia. Il pubblico a cui tengo siete voi... Gli «altri»? Ma esistono degli «altri» interessanti più degli amici?

Ernesto Ragazzoni


I bevitori di stelle
a Leonardo Bistolfi

Le notti che non c’è la luna,
le lucide notti d’estate
che il cielo la terra importuna
col lampo d’innumeri occhiate,

— occhiate di stelle! — e le cose
(che troppo si sentono addosso
le tante pupille curiose)
mal dormono un sonno commosso,

è allora che vengono fuori,
e, a un fiume che sanno, in pianelle,
s’avviano giù i bevitori
di stelle per bere le stelle,

le stelle piovute in riflessi
nell’acqua. Bocconi, alla scabra
si gittano, sponda, e sott’essi
han liquido un cielo alle labbra.

E bevono, bevono e dalla
profonda quïete del fiume
si vedon fiorire essi a galla
— offerto al lor giubilo — il lume

dei mondi lontani, e le ghiotte
sorsate s’affannano a bere,
nell’acqua ove nuota, la notte,
il fosforo e l’or delle sfere.

Le turbe beate son esse
di quelli che vivon di sogni,
d’azzurro, di terre promesse,
di limbi siderei, d’ogni

castel che si dondola in aria,
di quei che le fate morgane
richiaman con nuvola varia,
e le principesse lontane.

Ma non — a purpuree treccie
d’audaci comete afferrati —
si lanciano a schiudere breccie
nel ciel, verso cieli ignorati,

non essi, con tese le scotte,
frugando lontano per l’onde
vedranno balzar dalla notte,
nell’alba le nuove Golconde;

non mai, con lo scettro nel pugno,
(re magi orditori d’incanti),
trarranno le rose di giugno
dal grembo dei verni tremanti.

Se cercan di là dalla vita,
di là dalla meta altre mète,
se l’anima dolce han smarrita
a caccia di nubi, ed han sete

d’azzurro, di terre promesse:
di limbi siderei, d’ogni
miraggio che in aria si tesse;
è sol per gonfiarsene i sogni.

Flemmatici Ulissi, argonauti
che insegne d’ostiere han per bussola,
e donchisciottini ben cauti
impantofolati di mùssola,

così piano piano, uno ad uno,
levatisi tardi da pranzo,
sen vanno — nel grado opportuno —
a beversi un po’ di romanzo.

Tra i nembi a ghermirsi il suo mondo,
per gioghi intentati altri salga;
più giova cercarselo al fondo
d’un flutto, tra qualche fil d’alga;

e quelli — a portata d’un sorso —
d’ebbrezze ne han mille milioni,
(quanti Aldebarani in lor corso
mulinano i cieli, ed Orioni!)

E bevono, bevono, e i diacci
sommersi fantasmi degli astri,
per loro han più fascini e lacci
degli astri viventi, i grand’astri.

Borbottano l’acque. Dai margini
s’allungan le lingue volubili,
e l’ugole, libere d’argini,
esultan di liquidi giubili.

Gorgogli, glu-glu (giù pei vicoli
dell’epa) di gocciole garrule,
arpeggi qua e là — dai ventricoli —
di blandule bolle bizzarrule.

Aneliti come d’armenti
raccolti ad abbeveratoi,
sospiri, sussulti repenti,
d’alcun che tropp’avido ingoi.

Null’altro nell’ombra s’intende;
null’altro, se non questa sola
orchestra di fauci in faccende,
stromenti ineffabili a gola.

E quelli tracannano, e dalla
profonda quïete del fiume,
fiorisce lor tremulo a galla
il ciel col suo fervido lume.

Ma vedi, miseria! La stella
che in gocciola al labbro s’approccia,
al labbro si nega e ribella,
tal bacio che s’offre, e non sboccia.

Eppure — mirabile caso! —
allora che levano in suso
il mento i beventi, ed il naso,
un cielo in lor credono chiuso,

e (quasi s’avessero i mondi
davvero vibranti e commossi
nell’acqua de’ lor ventri tondi,
com’entro un boccal, pesci rossi),

si rizzano in piè, trïonfali,
ed empiono l’ombra di ciancia,
strillando i sublimi ideali,
di cui hanno gonfia la pancia.

Ognun sembra in estasi, ognuno
par preso da dolce delirio:
— Mi sono bevuto Nettuno!
— Mi scende nell’ugola Sirio!

— Me Venere inzuppa! — Portento,
traspiro Mercurio! — Ed io Marte!
— Io l’Algol del Pérseo sento
filtrarmi nel cor da ogni parte!

Io Giove! — Altair! — Vega! — Arturo!
È quasi una gara. Un signore
strillando proclama: — Vi giuro,
che in corpo ci ho l’Orsa Maggiore!

— Che buona, Alcïone! — che aroma
fermenta la Vendemmiatrice! —
— È come un sciroppo, la chioma
siderea di Berenice!

— Per me, questo infuso di sfere
virtù diuretiche ha rare...
— Sui piedi — volete vedere? —
vi sprizzo la Stella Polare... —

Le voci s’incalzano, e un dotto,
il labbro leccandosi tumido,
proclama che non c’è decotto
che valga un Empireo in umido...

Le Jadi, le Pleiadi, l’Orse
e le nebulose; i zodiaci,
là in alto non tremano forse
quant’ora, in quest’otri elegiaci?

Così, cotti a punto, i compari,
(fradici di poesia)
esaltano in lieti parlari
il ciel divenuto osteria...

Poi tutti (li vidi una volta)
si danno a una danza simbolica,
coll’arte e la grazia raccolta
d’idropici ch’abbian la colica;

idillici grilli un po’ brilli
fra i timi squillando — per loro! —
un trito concerto di trilli,
sottile zampillo canoro.

Li vidi una volta... E — Ben giunto
— l’un d’essi mi disse — fra noi...
L’inter firmamento abbiam munto...
Ma ancor stelle restano. — Vuoi?

—Vuoi tu con noi scendere? Mentre
sei qui, puoi levartene l’uzzolo.
Mi senti un tintinno nel ventre?
Son stelle sonanti. Ne ho un gruzzolo.

—Ve n’hanno di bianche, di gialle,
di rosse; infinite ne sgorgan,
assai più che dòllari dalle
scarselle di Carnegie e di Morgan.

—Ti basta piegare la schiena
e mettere fuori la lingua;
così vai agli astri, e d’avena
celeste così ci s’impingua....

Parlava, ed or quella ed or questa
di stelle m’offerse: una ad una...
Ma dissi di no. — Nella testa,
ci ho già, che mi gira, la luna...

Ernesto Ragazzoni


My poems are made for me and for you, my friends. What do you need the public for? The big public never gave a damn about poetry. The public I care about is you... The «others»? Is there any «others» more interesting than friends?


The star drinkers

To Leonardo Bistolfi


In the moonless nights, the shining summer nights, when the sky bothers the earth with a flash of countless looks, — looks of stars! — and things (feeling upon themselves too much the many curious pupils) badly sleep a moved sleep, it's then that they come out, and, in slippers, the star drinkers set off down, to a known river, to drink the stars, the stars rained in reflections into water. Face downwards, they throw themselves down to the rough bank and have a liquid sky on their lips. And they drink and drink and, from the deep calm of the river, they see floating — offered to their joy — a blossoming light of distant worlds, and they rush to drink delicious gulps, in the water, where, by night, the phosphorus and gold of the stars swim. Blessed is the multitude living of dreams, of blue, of promised lands, of sidereal limbos, of each castle swinging in the air, of those whom Morgan le Fay and distant princesses attract with changing clouds. But — glutched at purple plaits of brave comets — they don't hurl to open breaches in the sky, towards ignored skies, it's not them, with full sails, searching through distant waves, who will see emerge out of the night, at dawn, the new Golcondas; with the sceptre in their hands, they (the three wise men hatching enchantments) will never take the June roses out of the womb of shivering winters. If they search beyond life, other goals beyond the goal, if they have lost their sweet soul by chasing clouds, and they are thirsty for blue, for promised lands: for sidereal limbos, for each mirage weaving in the air; it's just to blow up their dreams. Phlegmatic Ulysses, Argonauts with pub signs as compasses, and little careful Donquixotes in muslin slippers, go this way slowly, one by one, after standing up late from the lunch table, — to the suitable extent — to drink a bit of literature. Let others take their own world between the clouds, let others climb through unattempted mountain passes; looking for it in the depth of a wave, through some seaweed threads, does more good; and those people — within gulp range — have a thousand million inebrations (how many Aldebarans whirl in the skies along their pathway, and how many Orions!) And they drink, drink and the cold submerged ghosts of the stars, to them, have more charm and ties than the living asters, the big asters. The waters mutter. From the edges, the changeable tongues stretch out and the throats, free from any banks, exult with liquid jubilations. Gurglings, glug glugs (down through the belly lanes) of loquacious drops, arpeggios here and there — from the ventricles — of fleeting bizarre bubbles. Pantings like those of herds gathered at drinking troughs, sudden sighs, heavings of somebody swallowing eagerly. Nothing more is to hear in the shadow; nothing more but this orchestra of busy fauces, unique throat instruments. And those gulp down, and from the deep calm of the river, the sky with its lively light blossoms, trembling afloat. But you see, damn! The star approaching to the lips as a drop, from the lips escapes and revolts, like an offering kiss that doesn't bloom. And yet — wonderful chance! — when the drinking people raise their chins and noses up and believe they have a sky closed in themselves, and (as if they had really vibrating and moved worlds in the water of their round bellies, like gold fishes in a bowl), they stand up triumphant, and fill up the shadow with chats, crying their sublime ideal their belly is filled up with. Everybody seems in ecstasy, everybody seems to be taken by a sweet excitement: — I drank Neptune! — Sirius is coming down into my throat! — Venus is soaking me! — What a wonder, I'm perspiring Mercury! — And I'm perspiring Mars! — I'm feeling Algol of Perseus filter through my heart all over! Me Jupiter! — Altair! — Vega! — Arcturus! It's almost a contest. A man shouting proclaims: — I swear, I have the Great Bear in my body! — How good Alcyone is! — what fragrance Vindemiatrix spreads! —— The sidereal Coma Berenices is like syrup! — To me, this infusion of spheres possesses rare diuretic virtues... — On your feet — do you want to see? — I spray the Pole star... — The voices are pressing, and a wise man, licking his swollen lips, proclaims that there's no tea worther than a damp paradise... The Hyades, the Pleiades, the Bears and the nebulae; the zodiacs up there, aren't they trembling as much as now, in these elegiac leather bags? So, well done, the friends (soaked with poetry) glorify with glad words the sky turned into a pub... Then everybody (I saw them once) turns to a symbolic dance, with the art and grace of hydropic people having a colic; idyllic crickets a little bit drunk ringing between thymes — for themselves! — a triet concert of trills, a thin jet of songs. I saw them once... And  — Welcome — one of them told me — to our group... We milked the whole firmament... But other stars are still left out. — Do you want some? — Do you want to go down with us? You can satisfy your wish while you're here. Are your hearing a tinkling in my belly? That's sounding stars. I have plenty of them. — There are white, yellow, red ones; they pour out in an infinite number, much more than dollars from the pockets of Carnegie and Morgan. —You just have to bend your back and to stick out your tongue; this way you go to the stars, and of celestial oat you get fat... He talked, and offered me this or that star: one by one... But I said no. — I have already the moon that spins in my head...

venerdì 14 gennaio 2011

Comunicazione di servizio

Niente paura, ritorno alle poesie non appena possibile. La prosa è meglio che la lasci ad altri, altrimenti sì che ci sarebbe da prendere paura: alla ricerca di qualcosa che non sia mai* stato consigliato dal New York Times, stasera ho cominciato Le confessioni di un italiano.



*Quasi mai (4 volte in 160 anni, tra cui la prima volta che è stato pubblicato fin ingdese):


*
Due fazioni

Intanto il patriziato friulano cominciava a dividersi in due fazioni; l'una paesana, piú rozza, piú selvatica, e meno propizia alla dominazione dei curiali veneziani; l'altra veneziana, cittadinante, ammollita dal diuturno consorzio coi nobili della dominante. Le antiche memorie famigliari e la vicinanza delle terre dell'Impero attiravano la prima al partito imperiale; la seconda per somiglianza di costumi piegavasi sempre meglio a una pecorile obbedienza dei governanti; ribelle la prima per istinto; impecorita la seconda per nullaggine, ambidue piucché inutili nocive al bene del paese. Cosí veggiamo parecchi casati magnatizi durare per molte generazioni al servizio della Corte di Vienna, e molti altri invece imparentati coi nobiluomini di Canalazzo ed esser onorati nella Repubblica da cariche cospicue. Ma i due partiti non s'aveano diviso fra loro le costumanze e i favori per modo che non fosse qualche parte promiscua. Anzi alcuno fra i piú petulanti castellani fu veduto talvolta andarne a Venezia per far ammenda dei soprusi commessi, o comperarne dai senatori la dimenticanza con delle lunghe borse di zecchini. E v'avevano anche dei nobiluzzi, venezievoli in città pei tre mesi d'inverno, che tornati fra i loro merli inferocivano peggio che mai; sebbene tali gradassate somigliassero piú spesso truffe che violenze, e sovente anche prima di commetterle se ne fossero assicurati l'impunità. Quanto a giustizia io credo che la cosa stesse fra gatti e cani, cioè che nessuno la pigliasse sul serio, eccettuati i pochi timorati di Dio che anco erano soggetti a pigliar di gran granchi per ignoranza. Ma in generale quello era il regno dei furbi; e soltanto colla furberia il minuto popolo trovava il bandolo di ricattarsi dalle sofferte prepotenze. Nel diritto forense friulano l'astuzia degli amministrati faceva l'uffizio dell'equitas nel diritto romano. L'ingordigia e l'alterezza degli officiali e dei rispettivi padroni segnavano i confini dello strictum jus.

Capitolo primo

*
Come l'estro portava

Allora i vapori i telegrafi e le strade ferrate non avevano attuato ancora il gran dogma morale dell'unità umana; e ogni piccola società, relegata in se stessa dalle comunicazioni difficilissime, e da una indipendenza giurisdizionale quasi completa, si occupava anzi tutto e massimamente di sé, non curandosi del resto del mondo che come d'un pascolo alla curiosità. Le molecole andavano sciolte nel caos, e la forza centrípeta non le aveva condensate ancora in altrettanti sistemi ingranati gli uni negli altri da vicendevoli influenze attive o passive. Cosí gli abitanti di Fratta vivevano, a somiglianza degli dei di Epicuro, in un grandissimo concetto della propria importanza; e quando la tregua de' loro negozii o dei piaceri lo consentiva, gettavano qualche occhiata d'indifferenza o di curiosità a destra o a sinistra, come l'estro portava.

Capitolo secondo

*

Quel sentimento d'uguaglianza

E lontano dai merli signorili e dall'odore della cancelleria, mi ripullulava nel cuore quel sentimento d'uguaglianza che ad un animo sincero e valoroso fa guardar ben dall'alto perfin le teste dei Re. Era il pesce rimesso nell'acqua, l'uccello fuggito di gabbia, l'esule tornato in patria. Aveva tanta ricchezza di felicità che cercava intorno cui distribuirne; e in difetto d'amici ne avrei fatto presente anche agli sconosciuti o a chi mi voleva male.

Capitolo terzo

*

Portogruaro

Portogruaro non era l'ultima fra quelle piccole città di terraferma nelle quali il tipo della Serenissima Dominante era copiato e ricalcato con ogni possibile fedeltà. Le case, grandi spaziose col triplice finestrone nel mezzo, s'allineavano ai due lati delle contrade, in maniera che soltanto l'acqua mancava per completare la somiglianza con Venezia. Un caffè ogni due usci, davanti a questo la solita tenda, e sotto dintorno a molti tavolini un discreto numero d'oziosi; leoni alati a bizzeffe sopra tutti gli edifici pubblici; donnicciuole e barcaiuoli in perpetuo cicaleccio per le calli e presso ai fruttivendoli; belle fanciulle al balcone dietro a gabbie di canarini o vasi di garofani e di basilico; su e giù per la podesteria e per la piazza toghe nere d'avvocati, lunghe code di nodari, e riveritissime zimarre di patrizi; quattro Schiavoni in mostra dinanzi le carceri; nel canale del Lemene puzzo d'acqua salsa, bestemmiar di paroni, e continuo rimescolarsi di burchi, d'ancore e di gomene; scampanio perpetuo delle chiese, e gran pompa di funzioni e di salmodie; madonnine di stucco con fiori festoni e festoncini ad ogni cantone; mamme bigotte inginocchiate col rosario; bionde figliuole occupate cogli amorosi dietro le porte; abati cogli occhi nelle fibbie delle scarpe e il tabarrino raccolto pudicamente sul ventre: nulla nulla insomma mancava a render somigliante al quadro la miniatura. Perfino i tre stendardi di San Marco avevano colà nella piazza il loro riscontro: un'antenna tinta di rosso, dalla quale sventolava nei giorni solenni il vessillo della Repubblica. Ne volete di piú?... I veneziani di Portogruaro erano riesciti collo studio di molti secoli a disimparare il barbaro e bastardo friulano che si usa tutto all'intorno, e ormai parlavano il veneziano con maggior caricatura dei veneziani stessi. Niente anzi li crucciava piú della dipendenza da Udine che durava a testificare l'antica loro parentela col Friuli. Erano come il cialtrone nobilitato che abborre lo spago e la lesina perché gli ricordano il padre calzolaio. Ma purtroppo la storia fu scritta una volta, e non si può cancellarla. I cittadini di Portogruaro se ne vendicavano col prepararne una ben diversa pel futuro, e nel loro frasario di nuovo conio l'epiteto di friulano equivaleva a quelli di rozzo, villano, spilorcio e pidocchioso. Una volta usciti dalle porte della città (le avean costruite strette strette come se stessero in aspettativa delle gondole e non delle carrozze e dei carri di fieno) essi somigliavano pesci fuori d'acqua, e veneziani fuori di Venezia. Fingevano di non conoscere il frumento dal grano turco, benché tutti i giorni di mercato avessero piene di mostre le saccoccie; e si fermavano a guardar gli alberi come i cani novelli, e si maravigliavano della polvere delle strade, quantunque sovente le loro scarpe accusassero una diuturna dimestichezza con essolei. Parlando coi campagnuoli per poco non dicevano: - voi altri di terraferma! - Infatti Portogruaro era nella loro immaginativa una specie di isola ipotetica, costruita ad immagine della Serenissima Dominante non già in grembo al mare, ma in mezzo a quattro fossaccie d'acqua verdastra e fangosa. Che non fosse poi terraferma lo significavano alla lor maniera le molte muraglie e i campanili e le facciate delle case che pencolavano. Credo che per ciò appunto ponessero cura a piantarle sopra deboli fondamenti. Ma quelle che erano proprio veneziane di tre cotte erano le signore. Le mode della capitale venivano imitate ed esagerate con la massima ricercatezza. Se a San Marco i toupé si alzavano di due oncie, a Portogruaro crescevano un paio di piani; i guardinfanti vi si gonfiavano tanto, che un crocchio di dame diventava un vero allagamento di merletti di seta e di guarnizioni. Le collane, i braccialetti, gli spilloni, le catenelle innondavano tutta la persona; non voglio guarentire che le gemme venissero né da Golconda né dal Perù, ma cavavano gli occhi e bastava. Del resto quelle signore si alzavano a mezzodí, impiegavano quattro ore alla teletta, e nel dopopranzo si facevano delle visite. Siccome a Venezia le gran conversazioni erano di teatri, d'opere buffe e di tenori, esse si tenevano obbligate a discorrere di questi stessi argomenti; cosí il teatro di Portogruaro, che stava aperto un mese ogni due anni, godeva il raro privilegio di far parlare di sé un centinaio di bocche gentili per tutti i ventitré mesi intermedi. Esaurita questa materia si calunniavano a vicenda con un'ostinazione veramente eroica. Ognuna, ci s'intende, aveva il suo cicisbeo, e cercava di rubarlo alle altre. Taluna portava questa moda tant'oltre che ne aveva due e perfino tre; con diritti variamente distribuiti. Chi porgeva la ventola, chi l'occhialetto, il fazzoletto, o la scatola; uno aveva la felicità di scortar la dama a messa, l'altro di condurla al passeggio. Ma di quest'ultimo divertimento erano di stile molto parche; non potendo godere le divine mollezze della gondola, e facendole raccapricciare la sola vista del barbaro movimento della carrozza, si vedevano costrette di uscir a piedi, fatica insopportabile a piedini veneziani. Qualche villanzone del contado, qualche zotico castellano del Friuli osava dire che l'era un'ultima edizione della favola della volpe e dell'uva non matura, e che già di carrozza, anche a volerla con tutte le forze dell'anima, non ne avrebbero potuto beccare. Io non saprei a chi dar ragione; ma la gran ragione del sesso mi decide a favore di quelle signore. Infatti ora vi sono a Portogruaro molte carrozze; e sí che gli scrigni nostri non godono una gran fama appetto a quelli dei nostri bisnonni. Gli è vero che a que' tempi una carrozza era cosa proprio da re; quando capitava quella dei Conti di Fratta era un carnovale per tutta la ragazzaglia della città. La sera, quando non s'andava a teatro, il giuoco produceva la notte ad ora tardissima; anche in ciò si correva dietro alla moda di Venezia, e se questa passione non distruggeva le casate come nella capitale, il merito apparteneva alla prudente liberalità dei mariti. Sui tappeti verdi invece dei zecchini correvano i soldi; ma questo era un segreto municipale; nessuno lo avrebbe tradito per oro al mondo, e i forestieri all'udir ricordare le vicende, i batticuori, e i trionfi della sera prima potevano benissimo credere che si avesse giocato la fortuna di una famiglia per ogni partita e non già una petizza da venti soldi. Soltanto presso la moglie del Correggitore si passava questo limite per giungere fino al mezzo ducato; ma l'invidia si vendicava di questa fortuna coll'accusar quella dama di avidità e perfino di trufferia. Alcune veneziane maritate a Portogruaro o accasatevi cogli sposi per ragioni d'uffizio, facevano causa comune colle signore del luogo contro il primato della signora Correggitrice. Ma costei aveva la fortuna di esser bella, di saper mover la lingua da vera veneziana, e di dardeggiare le occhiate piú lusinghiere che potessero desiderarsi. I giovani le si affollavano intorno in chiesa, al caffè, in conversazione; ed io non saprei dire se gli omaggi di questi le fossero piú graditi dell'invidia delle rivali. La moglie del Podestà, che gesticolava sempre colle sue manine bianche e profilate, pretendeva che le mani di lei fossero proprio da guattera; la sorella del Soprintendente asseriva che l'aveva un occhio piú alto dell'altro; e ciò dicendo allargava certi occhioni celesti che volevano essere i piú belli della città e non rimanevano che i piú grandi. Ognuno notava nell'emula comune brutte e difettose quelle parti che in sé credeva perfette: ma la bella calunniata, quando la cameriera le riportava queste gelose mormorazioni, si sorrideva nello specchio. Aveva due labbra cosí rosee, trentadue denti cosí piccioletti candidi e bene aggiustati, due guancie cosí rotonde e vezzeggiate da due fossettine tanto amorose, che solo col sorriso pigliava la rivincita di quelle accuse.

Capitolo sesto

*

Un essere immaginario

- Napoleone! che razza di nome è? - chiese il Cappellano - certo costui sarà un qualche scismatico.
- Sarà un di quei nomi che vennero di moda da poco a Parigi - rispose il Capitano. - Di quei nomi che somigliano a quelli del signor Antonio Provedoni, come per esempio Bruto, Alcibiade, Milziade, Cimone; tutti nomi di dannati che manderanno spero in tanta malora coloro che li portano.
- Bonaparte! Bonaparte! - mormorava monsignor Orlando. - Sembrerebbe quasi un cognome dei nostri!
- Eh! c'intendiamo! Mascherate, mascherate, tutte mascherate! - soggiunse il Capitano. - Avranno fatto per imbonir noi a buttar avanti quel cognome; oppure quei gran generaloni si vergognano di dover fare una sí trista figura e hanno preso un nome finto, un nome che nessuno conosce perché la mala voce sia per lui. È cosí! è cosí certamente. È una scappatoia della vergogna!... Napoleone Bonaparte!... Ci si sente entro l'artifizio soltanto a pronunciarlo, perché già niente è piú difficile d'immaginar un nome ed un cognome che suonino naturali. Per esempio avessero detto Giorgio Sandracca, ovverosia Giacomo Andreini, o Carlo Altoviti, tutti nomi facili e di forma consueta: non signori, sono incappati in quel Napoleone Bonaparte che fa proprio vedere la frode! Si decise adunque al castello di Fratta che il generale Bonaparte era un essere immaginario, una copertina di qualche vecchio capitano che non voleva disonorarsi in guerre disperate di vittoria, un nome vano immaginato dal Direttorio a lusinga delle orecchie italiane.

Capitolo decimo

giovedì 13 gennaio 2011

Dizionario di tutte 'e cose - E come Estados Unidos de América

Estados Unidos de América, reconocido como el imperio de nuestra época, es la nación más poderosa de todos los tiempos. Surgida como nación independiente en 1776, ha alcanzado un notable desarrollo económico, científico y militar. Se ha caracterizado históricamente por despojar por la fuerza a otras naciones y países de territorios y recursos naturales para ponerlos al servicio de sus empresas y monopolios. Consume el 25% de la energía que se produce en el planeta, y a pesar de su riqueza más de un tercio de su población no tiene asegurada la atención médica.

EcuRed - Conocimiento con todos y para todos

Francesca

Erano convinti che fossi un bambino.
Avrei dovuto chiamarmi Paolo.
Poi nacqui io.
In un attimo, divenni Francesca.


Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, V, 73-87, Membr., sec. XIV (II metà), cm 21,5 x 16, cc. 244, num. mod. (a lapis nel margine inferiore), due mani: A (cc.1r-81v e 162r-244v: Inferno e Paradiso) in gotica; B (cc. 82r-161v: Purgatorio), in scrittura pre-umanistica. Illustrazioni: iconiche (stemma Aldobrandini-Bellincioni a c.1r) e aniconiche (iniziali di cantica in rosso e oro. Rubriche a Inf. I e II e a Purg. e Par.), Ravenna, Biblioteca del Centro Dantesco, Convento di San Francesco, 2 (Phillipps 9589)

El Quemado

-Aquí, Ingeborg, Hanna, Charly y Udo, unos amigos alemanes.
-Aquí, nuestro colega el Quemado.
Traduje para Hanna la presentación.
-¿Como pueden llamarle Quemado? -preguntó.
Porqué lo está.

Roberto Bolaño, El Tercer Reich

Don Ciccio

Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio.

Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio brutto di via Merulana

Everybody by now called him don Ciccio.

Ishmael

Call me Ishmael.

Herman Melville, Moby Dick

Chiamatemi Ismaele.

Candide

Il avait le jugement assez droit, avec l'esprit le plus simple ; c'est, je crois, pour cette raison qu'on le nommait Candide.

Voltaire, Candide

He combined a true judgment with simplicity of spirit, which was the reason, I apprehend, of his being called Candide.

Translation by John Butt

Aveva una capacità di giudicare abbastanza correttamente, pur avendo una mente molto semplice; è per questo motivo, credo, che lo chiamavano Candido.

mercoledì 12 gennaio 2011

Un cultivateur lettré [et l'auteur? ou l'éditeur?]

[Lo zio Isaac] era il fratello più giovane del pastore, rimasto nella fattoria familiare di Métaderie. Era un coltivatore letterato, specie che non era rara tra i protestanti terrieri avvezzi al cielo da cui dipendevano i loro raccolti - grandina spesso, in quella valle - ed instancabili lettori della Bibbia, la loro guida ordinaria e straordinaria per ogni momento della loro vita. Il buonuomo aveva l'abitudine di recitare versi dell'Eneide mentre spingeva il manico dell'aratro. Prese il piccolo Élisée nelle sue mani di lavoratore e declamò:

Qualis spelunca [subito] commota columba
Cui domus et dulces latebroso in pumice nide [nidi],
Fertus [fertur] in arva volans, plausumque exter[r]ita pennis
Dat tecto ingentem, ecc.

Jean-Didier Vincent, Élisée Reclus - Géographe, anarchiste, écologiste, Éditions Robert Laffont, 2010

(Come una colomba, presa da improvviso timore, dalla caverna nella cui oscura pietra ha la dimora ed i dolci nidi, spicca il volo per i campi e, dalla paura, al chiuso dà un gran battito d'ali, ecc. - Eneide, V, 213 e segg.)

martedì 11 gennaio 2011

Per una geografia della grazia: Adolfo Suárez sentado en su escaño mientras zumbaban a su alrededor las balas en el hemiciclo desierto

Sto cercando di tratteggiare, a poco a poco, più che altro per impressioni e nel modo più concreto possibile, una possibile geografia della grazia, dei luoghi e dei momenti in cui mi è parso di averla colta. Ci provo, pur sapendo che non ne ho - e forse non ne avrò mai - una definizione coerente, esauriente, definitiva.

Secondo il mio modo di percepirla, mi pare abbia a che vedere con l'involontarietà e al contempo con l'inevitabilità di una piccola azione, minima anzi, per di più di breve durata, con un bagliore destinato a spegnersi dopo un istante ma che riesce lo stesso a penetrare e a radicarsi a fondo, e più a lungo delle grandi azioni, nel pensiero e nella memoria di chi crede di averlo intravisto. Direi che è più nei gesti che nelle parole che tende ad incarnarsi, forse perché il gesto è, se possibile, ancora più fragile ed effimero della parola e quindi più preziosa ancora la sua esistenza.

Come in altre occasioni, ed esattamente come capita con le parole nuove o con i concetti su cui ci si sofferma a riflettere un po' più a lungo, proprio ora che mi sono appena rimessa a pensare alla grazia (l'avevo già fatto, in passato), mi è capitato, del tutto casualmente, senza cercarle affatto, di trovarne delle interpretazioni offerte da altri, con le quali mi piace confrontarmi e che quindi riporto qui, nel caso dovessero essere di interesse anche per qualcun altro.

In questo caso, si tratta di un momento che fa parte della memoria collettiva di un intero paese, quello del golpe spagnolo del 23 febbraio del 1981, visto con gli occhi di una persona che si è messa a scriverne non per cercare risposte, ma per formulare correttamente una doppia domanda, per poi finire col realizzare che lo stimolo alla scrittura ricevuto dalla memoria nazionale, con tutte le sue imperfezioni, celava in realtà una memoria privata, del tutto personale.

Tra gli elementi che trovo particolarmente interessanti in questo caso ce n'è uno che vorrei sottolineare: l'autore del gesto in questione non ha mai goduto della stima dello scrittore, ma solo di quella del padre di questi - ecco la natura della sua memoria privata ed ecco anche uno dei motivi per cui mi piace riportare l'opinione di chi è riuscito ad individuare la grazia persino nel gesto di un avversario.

*

(...) yo había visto decenas de veces esa imagen, pero por algún motivo aquel día la vi como si la viese por vez primera: los gritos, los disparos, el silencio aterrorizado del hemiciclo y aquel hombre recostado contra el respaldo de cuero azul de su escaño de presidente del gobierno, solo, estatuario y espectral en un desierto de escaños vacíos. De repente me pareció una imagen hipnótica y radiante, minuciosamente compleja, cebada de sentido; tal vez porque lo verdaderamente enigmático no es lo que nadie ha visto, sino lo que todos hemos visto muchas veces y pese a ello se niega a entregar su significado, de repente me pareció una imagen enigmática. Fue ella la que disparó la alarma. Dice Borges que «cualquier destino, por largo y complicado que sea, consta en realidad de un solo momento: el momento en el que el hombre sabe para siempre quién es». Viendo aquel 23 de febrero a Adolfo Suárez sentado en su escaño mientras zumbaban a su alrededor las balas en el hemiciclo desierto, me pregunté si en ese momento Suárez había sabido para siempre quién era y qué significado encerraba aquella imagen remota, suponiendo que encerrase alguno. Esta doble pregunta no me abandonó durante los días siguientes, y para intentar contestarla —o mejor dicho: para intentar formularla con precisión— decidí escribir una novela.
(...)
¿Tiene razón Borges y es verdad que cualquier destino, por largo y complicado que sea, consta en realidad de un solo instante, el instante en que un hombre sabe para siempre quién es? Vuelvo a mirar la imagen de Adolfo Suárez en la tarde del 23 de febrero y, como si no la hubiera visto centenares de veces, vuelve a parecerme una imagen hipnótica y radiante, real e irreal al mismo tiempo, minuciosamente cebada de sentido: los guardias civiles disparando sobre el hemiciclo, el general Gutiérrez Mellado de pie junto a él, la mesa del Congreso despoblada, los taquígrafos y los ujieres tumbados en el suelo, los parlamentarios tumbados en el suelo y Suárez recostado contra el cuero azul de su escaño de presidente mientras las balas zumban a su alrededor, solo, estatuario y espectral en un desierto de escaños vacíos.
Es una imagen huidiza. Si no me equivoco, hay en los gestos paralelos de Gutiérrez Mellado y Santiago Carrillo una lógica que sentimos en seguida, antes con el instinto que con la inteligencia, como si fueran dos gestos necesarios para los que hubieran sido programados por la historia y por sus dos contrapuestas biografías de antiguos enemigos de guerra. El gesto de Suárez es casi idéntico al suyo, pero al mismo tiempo sentimos que es diferente y más complejo, o al menos lo siento yo, sin duda porque siento también que su significado completo se me escapa. Es verdad que es un gesto de coraje y un gesto de gracia y un gesto de rebeldía, un gesto soberano de libertad y un gesto histriónico, el gesto de un hombre acabado que concibe la política como aventura y que intenta agónicamente legitimarse y que por un momento parece encarnar la democracia con plenitud, un gesto de autoridad y un gesto de redención individual y tal vez colectiva, el último gesto puramente político de un político puro, y por eso el más violento; todo esto es verdad, pero también es verdad que por algún motivo ese inventario de definiciones no satisface ni al sentimiento ni al instinto ni a la inteligencia, como si el gesto de Suárez fuera un gesto inagotable o inexplicable o absurdo, o como si contuviera infinitos gestos.

Javier Cercas, Anatomía de un instante, Debolsillo, 2010

lunedì 10 gennaio 2011

Pablo

Mi chiamavano Pablo perché suonavo la chitarra.

Cesare Pavese, Il compagno

They called me Pablo because I played the guitar.

domenica 9 gennaio 2011

101 ragioni per imparare l'ungherese - 18

Per dire grazie ad un giardiniere*.

Tiszaszalka, 1914-1924

Szigetbecse, 26.04.1914

Un villaggio ungherese, 09.05.1916

Esztergom, 04.1918

Budafok, 1919

Törökbálint, 19.08.1922

20.09.1923

* Kertész, appunto.

Per una geografia della grazia: County Clare

Postscript

And some time make the time to drive out west
Into County Clare, along the Flaggy Shore,
In September or October, when the wind
And the light are working off each other
So that the ocean on one side is wild
With foam and glitter, and inland among stones
The surface of a slate-grey lake is lit
By the earthed lightening of a flock of swans,
Their feathers roughed and ruffling, white on white,
Their fully grown headstrong looking heads
Tucked or cresting or busy underwater.
Useless to think you'll park and capture it
More thoroughly. You are neither here nor there,
A hurry through which known and strange things pass
As big soft buffetings come at the car sideways
And catch the heart off guard and blow it open.

Seamus Heaney
Opened Ground - Selected poems 1966-1996, Farrar, Straus and Giroux, New York, 1999


Colofón

Y algún tiempo lleva al tiempo de salir en coche hacia el oeste
hacia el condado de Clare, a lo largo de la costa Flaggy,
en septiembre o en octubre, cuando el viento
y la luz el uno de la otra se desprenden
de modo que el océano se muestra enfurecido a un lado
con fulgor y espuma, y tierra adentro entre las piedras
la superficie de un lago de color gris pizarra es alumbrada
por el aterrizado relámpago de una bandada de cisnes,
sus plumas erizadas y despeluchadas, blanco sobre blanco,
sus cabezas bien adultas de testarudo aspecto
escondidas o encrepadas o afanándose bajo el agua.
Inútil pensar en aparcar y capturarlo
más cabalmente. Uno no está aquí ni allí,
una prisa a través de la cual pasan cosas conocidas y extrañas
mientras al coche de costado le llegan grandes zarandeos suaves
que cogen el corazón desprevenido y de un soplo lo abren.

Versión de Javier Marías

Map

sabato 8 gennaio 2011

Per una geografia della grazia: la Huasteca

El cielito lindo, tradizionale Huasteca, El Nuevo Mundo - Folías Criollas, Jordi Savall, Hespèrion XXI - Tembembe Ensamble Continuo

Quello che mi pare di capire è più o meno questo:


Ciento cincuenta pesos cielito lindo daba una viuda,
par que le pongan cuernos cielito lindo al señor cura.
Ciento cincuenta pesos daba una viuda,
par que le pongan cuernos cielito lindo al señor cura.
Ay, ay, ay, se los pusieron y como era viejito
cielito lindo se le cayeron.
Ciento cincuenta pesos ....
sólo por la sotana cielito lindo de cierto cura
Ciento cincuenta pesos cielito lindo...
sólo por la sotana cielito lindo de cierto cura.
El cura le responde con gran contento
que la sotana s.... adentro.


Mapa

Dizionario di tutte 'e cose - A come Antipodi

Ho trovato un articolo con cui sono in disaccordo. Capita. Tuttavia, trovo eccezionale a quale punto il suo contenuto si collochi esattamente agli antipodi del mio sentire. 

Il suo autore, John McWorther, dà indirettamente credito a chi considera colti coloro che sanno fingere di tenere una conversazione in francese, valuta una lingua e la possibilità di impararla in base alla dimensione e al ruolo politico-economico del paese in cui è parlata, contempla la categoria stessa dell'utilità o dell'importanza o della necessità di una lingua, lascia comprendere quanto indispensabile sia acquisire competenze globali, considera l'Europa una penisola dell'Asia, apprezza d'altra parte l'Asia, con le sue numerosissime civiltà millenarie adesso, nel momento in cui i paesi asiatici si impongono tra quelli ad economia emergente, riducendola al contempo alla sola Cina, ritiene si possa conoscere l'intero pensiero occidentale tramite buone traduzioni in inglese, snobba la lettura di Nietzsche in originale, non coglie la bellezza e la profondità o anche solo le nuances delle differenze tra lingue come l'inglese, il tedesco, il francese e l'italiano - sì, anche tra le parenti più prossime -, ricorda, quale particolarità del cinese, la questione dei diversi toni delle sue parole, considera necessario imparare l'arabo piuttosto dell'italiano o del francese non per conoscere il mondo arabo, ma al solo scopo di attuare un'opera di mediazione tra il mondo occidentale e quello arabo, enumera tra i vantaggi di studiare certe lingue a scapito di altre la presenza di persone con cui praticarle, negando così il piacere di imparare le lingue antiche, considera il russo un latino che si può parlare con nativi, propone un aut aut tra Čechov e Catullo, non si rammarica per niente dell'ignoranza del greco antico, considera lo spagnolo più necessario del francese e del tedesco, riduce implicitamente la varietà linguistica europea ai soli francese, italiano, spagnolo, tedesco e inglese, considera accettabile che un'università che non abbia sufficienti fondi possa offrire solo corsi di cinese e arabo e, infine, ritiene irrimediabilmente trapassata qualsiasi cosa potesse avere un senso per i personaggi dei romanzi di Henry James.

Questa, per me, è una perfetta definizione di antipodi.

E se il suo autore dovesse passare di qui e non capire niente di questo post, tant pis pour lui.

Link all'articolo.

mercoledì 5 gennaio 2011

Dizionario di tutte 'e cose - U come uccellino

El pajarillo, tradizionale colombiano-venezuelana, El Nuevo Mundo - Folías Criollas, Jordi Savall, Hespèrion XXI - Tembembe Ensamble Continuo

¡Ay! Canta claro pajarillo, sigue tu rumbo viajero
cantando tu ritmo criollo que resumes el sendero.
Que se oiga por la sabana y por todo el mundo entero,
para que se hagan de cuenta amigos y compañeros:
éste es el himno del Llano y siempre está en mis recuerdos;
yo replico entre cantares y lo digo con empeño,
a ése pajarillo viejo olvidarlo nunca puedo,
y cada vez que lo oigo, con arpegeo y requiebro,
recuerdo de mi sabana cuando yo era parrandero:
llegaba a una sala de baile, me acomodaba el sombrero,
me ponía las alpargatas y entraba sin recelo,
entonando la garganta, aclarándome el cerebro;
pasa y lidia un pajarillo y pintarlo en el revuelo,
con color de pluma y trino te pinto sol mañanero,
te pinto pa' que no olviden a mi pajarillo viejo.
¡Ay! pajarillo, pajarillo, ¡Ay! pajarillo jilguero,
un día que quise saber la historia de mis ancestros,
le pregunté a las veredas, también a los arroyuelos,
y me dijeron : Patricio, ya que tú quieres saberlo,
por aquí han pasado niños que se van haciendo viejos,
y muchos van pregonando cantos y chiflando versos;
y dicen que mayormente se hacen llamar jaraneros.
La jarana es alegría que cuando parte el silencio,
haciendo perder al orbe o lo pone en movimiento,
y me dijeron también de los que tienen talento,
y que para improvisar los magníficos copleros,
que de su canto profundo se desprenden aguaceros,
y hacen que la noche gire con su trenza de luceros,
en una inmensa tarima donde bailan los recuerdos.

*

Augellin, Stefano Landi, Marco Beasley e L'Arpeggiata

Augellin
Che'l tuo amor
Segui ogn'hor
Dal faggio al pin;
E formando i bei concenti
Vai temprando
Col tuo canto i miei lamenti.

Il mio Sol troppo fier,
Troppo altier,
Del mio gran duol
Clori amata, Clori bella,
M'odia ingrata
A' miei prieghi empia e rubella.

Non sia più
Cruda no,
Morirò
S'ella è qual fu;
Taci, taci, che già pia
Porge i baci,
Al mio labbro l'alba mia.

Segui augel
Nè sdegnar
Di formar
Canto novel;
Fuor del seno amorosetto
Mostra a pieno
La tua gioia, il mio diletto.

*

Secondo la versione cantata da Bruno Bonhoure, Se canta fa così:

Se canta, que recante !
Cantas pas per ieu,
Canta per ma mía
Qu'es al luènh de ieu.

Sus lo pònt d'Entraigas
I a un aucelon,
Tota la nuèit canta,
Canta la cançon.

Dessotz ma fenèstra
I a un ametlièr
Que fa de flors blancas
Faran d'ametlons,
N'emplerai ma pòchas
Per ieu e per vos.

Aquelas montanhas
Que tant nautas son
M'empachan de veire
Mas amors d'ont son.

Nautas son, plan nautas !
Mas s'abaissaran
E mas amoretas
Se raprocheran.

Se canta, che ricanti/Non canta per me,/Canta per la mia amata/Che è lontana da me./Sul ponte di Entraigues/C'è un uccellino,/Canta tutta la notte,/Canta la sua canzone./Sotto la mia finestra/C'è un mandorlo/Che fa fiori bianchi/Faranno delle mandorle,/Me ne riempirò le tasche/Per me e per te./Quelle montagne/Che sono così alte/Mi impediscono di vedere/Dove sono i miei amori./Sono alte, molto alte!/Ma si abbasseranno/E i miei cari amori/Si avvicineranno.

*

Un oseletto che canta d'amore
sento la note far sì dulzi versi,
che me fa mover un'aqua dal core
e ven a gl[i] ogli, nè pò ritenersi
che no sparga fora cum tal furore,
che di corrente vena par che versi;
et i' pensando che cosa è l'amore,
si zeto fora suspiri diversi.
Considerando la vita amorosa
di l'oseleto che cantar no fina,
la mia gravosa pena porto in pace:
fera posanza ne l'amor reposa,
c'ogn'amador[e] la dota e[d] enclina,
e dona canto e planto a cui li place.

Rinaldo D'Aquino

Un uccellino che canta d'amore/sento la notte far sì dolci versi,/che mi fa muovere un'acqua dal cuore/e viene agli occhi, né può trattenersi/dall'emergere con tale furore,/che sembra sgorgare da una fonte perenne;/ed io pensando che cosa è l'amore,/emetto sospiri diversi./Considerando la vita amorosa/dell'uccellino che di cantar non smette,/la mia gravosa pena porto in pace:/fiera potenza nell'amor riposa,/che ogni amante la teme e sopporta,/e dona canto e pianto a quelli cui piace.

*

Oseléti, putèle, canté!

Respirarse, çercarse nel verde,
Meter tuto el so mondo in un solo,
Come mai tanta chiete discende,
Oseléti, dal vostro parlar?

Oseléti, putèle, canté!

Ghe xé chi no' pol proprio imitarve,
Ghe xé 'osi che çerca nel vodo,
Ghe xé man imbriaghe che çerca,

Oseléti, putèle, canté!

E tì, Christel, ti-xé andada via,
Cofà Lina, e co' tute le altre,
E confóndite a tute le altre,

Oseléti, putèle, canté!

Cari esempi d'un viver modesto
Co' no' altro orizonte che un viso,
Se ve gò rinunzià, pardonéme!,

Oseléti, putèle, canté!

No' podevo ridurme in un nìo,
E voialtre volevi el mio ben;
Che el Signor te acompagni, disévi,

Oseléti, putèle, canté!

No' pol esser ch'el vostro isolarve
Se continui e ne doni 'sta chiete,
Ogni ùn che se esprime se perde,
E anca el vostro xé più che un parlar.

Oseléti, putèle, canté!

Giacomo Noventa

Uccellini, ragazze, cantate!/Respirarsi, cercarsi nel verde,/Mettere tutto il proprio mondo in uno solo,/Come mai tanta quiete discende,/Uccellini, dal vostro parlare?/Uccellini, ragazze, cantate!/C'è chi non può proprio imitarvi,/Ci sono voci che cercano nel vuoto,/Ci sono mani ubriache che cercano,/Uccellini, ragazze, cantate!/E tu, Christel, sei andata via,/Con Lina, e con tutte le altre,/E confonditi a tutte le altre,/Uccellini, ragazze, cantate!/Cari esempi di un vivere modesto/Con nessun altro orizzonte che un viso,/Se ho rinunciato a voi, perdonatemi!,/Uccellini, ragazze, cantate!/Non potevo ridurmi in un nido,/E voialtre volevate il mio bene;/Che il Signore ti accompagni, dicevate,/Uccellini, ragazze, cantate!/Non può essere che il vostro isolarvi/Continui e ci doni questa quiete,/Chiunque si esprima si perde,/E anche il vostro è più che un parlare./Uccellini, ragazze, cantate!

*

A un giovane comunista

Ho in casa – come vedi – un canarino.
Giallo screziato di verde. Sua madre
certo, o suo padre, nacque lucherino.

È un ibrido. E mi piace meglio in quanto
nostrano. Mi diverte la sua grazia,
mi diletta il suo canto.
Torno, in sua cara compagnia, bambino.

Ma tu pensi: i poeti sono matti.
Guardi appena; lo trovi stupidino.
Ti piace più Togliatti.

Umberto Saba

domenica 2 gennaio 2011

Il cinese secondo Ernesto

Ragazzoni - d'ora in poi: Ernesto - conosceva l'inglese, il francese e il tedesco. Per decenni le sue traduzioni di Poe (o Pöe, come si trovava a volte scritto allora in Italia) sono state considerate tra le più belle, e comunque le prime degne di nota tra quelle che precedettero le versioni di Praz prima e di Manganelli poi. Se ne possono apprezzare le rime e soprattutto il ritmo nella quarta parte del testo realizzato nell'ambito del progetto Manuzio.

Avrei scommesso, puntando tutto su quel che ho di più caro - le sue pagine invisibili, per esempio -, che la sua attività di traduttore giunta a pubblicazione non è che una piccola traccia di moltissime altre curiosità che non sono riuscite a vedere interamente la luce e con le quali si dilettava con tutto il fervore tipico degli autodidatti, vale a dire di quelli - per intenderci - che un giorno, all'improvviso, senza alcuna spiegazione razionale, si fiondano fuori di casa con l'intenzione di recuperare tutto quello che riescono su una lingua - una a caso: l'ungherese - e che non demordono nemmeno quando i loro sforzi non sono coronati da successo, nemmeno quando, dopo aver passato in rassegna scaffali e scaffali fornitissimi di testi su tutte le lingue del mondo, se ne tornano a casa a mani vuote eppur non rassegnati o domi, ma solo temporaneamente delusi ed anche leggermente increduli al pensiero di aver adocchiato persino un Parlons ossète, ma non uno dei testi desiderati. 

Ci avrei scommesso: ora, grazie ad un articolo di Ernesto rinvenuto in bozza e pubblicato postumo nel 1921, ne ho le prime prove.

*

Impariamo il cinese?

Può sembrare che la remotissima Cina nulla abbia a vedere colle cose di Torino. Sentirete.
Fu appunto a Torino, traversando il ponte sul Po, verso il monte dei Cappuccini, che qualcuno, proprio in quest'epoca dell'anno, ma un anno già parecchio lontano, mi faceva la strana proposta:
— Impariamo il cinese?
Era l'anno dell'esposizione, non l'ultima, l'esposizione del novantotto, che comprendeva nei suoi reparti una mostra di Arte sacra, vasta e ricchissima, e nella sezione dell'Arte sacra, emporio di tutto il mondo adunato da missionari pazienti, aveva posto un padiglione sovra gli altri interessante della missione cinese.
La Cina era ancora, a quei tempi, un paese di chimera e di favola. L'Europa non vi aveva ancora inviate le sue spedizioni armate contro i boxer furiosi, non l'avevano ancora attraversata in automobile Barzini ed il principe Borghese, non s'era messa a repubblica; era per davvero Estremo Oriente, l'Asia che si vede dipinta sui ventagli, sulle lacche, sulle porcellane, sui paraventi; l'Impero celeste con intomo nubi di sogno e di mistero.
Quando si parlava della impenetrabile "Città violetta", la residenza dell'"Invisibile", del "Figlio del Cielo" e della "Città gialla" entro cui la "Città violetta" è chiusa, del "Lago dei fiori di loto" e del "Ponte di marmo" — nomi fatali che designavano inaccessibili cose — s'evocavano alla mente immagini di luce e di colori preziosi, di reggie labirintiche, popolate da potenti claustrati, che si sono posti essi stessi, per isdegno, fuori del mondo.
E si narravano cose paurose, di supplizi raffinati fino a diventare opere d'arte della crudeltà; e di cucine maravigliose fatte di incredibili intingoli, di pasti interminabili composti di gamberi mangiati vivi coll'acquavite, di midolle di bambù, di radici di ninfee candite, di sangue di montone fermentato bevuto come liquore, per non dir nulla dei troppo noti nidi di rondine e delle pinne di pescecane che tutti sanno.
E venivano di laggiù, non notizie di mutamenti di ministeri, ma aliti di poesia delicatissima. — "Le nubi leggiere errano indolenti come i miei pensieri. Tramonta il sole ed io sento anche più vivamente la tristezza della separazione. Al disopra dei cespugli tendo un'ultima volta la mano, al momento in cui t'allontani. Lancio la mia voce un'ultima volta a salutarti... Mi risponde un canto d'usignuolo". Od ancora: "Ecco che la bruma rinchiude la mia casa. C'è solo intorno a me l'acqua del fiume che va. È la sola che conosce il mio dolore. E forse si stupisce di riflettere così sempre, l'angoscia di questi occhi sbarrati".
Ora, una bricciola di questa Cina antica, era caduta a Torino in un lembo del Valentino e noi s'era finito per diventare buoni amici della piccola colonia di cinesi e di missionari che teneva a custodia le belle cose singolari portate da tanto lontano e là raccolte. Ma il più assiduo di noi era il prof. Giovanni Vacca, assistente di Peano(*) all'Università. Interrogava monaci, si faceva spiegare iscrizioni, sfogliava libri ed albi, tentato dai caratteri sconosciuti tracciati col pennello inviati a noi da tempi immemorabili, e ad ogni tratto, imbattendosi cogli amici ripeteva: — Impariamo il cinese? perché non impariamo il cinese? È assurdo non sapere il cinese!
Ne parlava con Giovanni Vailati, mente luminosa, che approvava sorridendo: ne parlava con Francesco Porro, direttore allora dell'Osservatorio di Palazzo Madama, il quale si interessava al cinese massimamente per ragioni di teosofia e di scienze occulte; ne parlava con me che ascoltavo senza dir nulla, mettendoci solo quel tanto di intelligenza che si limita alla curiosità.
Un giorno, Giovanni Vacca ci annunziò netto il suo proposito: — Imparo il cinese. Mi diverto moltissimo. Mi mando a mente ogni giorno trenta parole coi relativi segni. Non è niente affatto difficile.
Pel suo cervello matematico, abituato a sbrigare le matasse delle algebre più astruse, non c'era mai niente di difficile.
E così avvenne che Giovanni Vacca, il quale incominciò a studiare la lingua di Lao-tse, di Li-tai-pè, di Confucio in riva al Po, finì per impararla davvero sulle rive del Yang-tse-Kiang e dell'Hong-ho, ai piedi della grande muraglia, e passati parecchi anni in Cina, è ora professore titolare di cinese all'Università di Roma!
Ne è passato del tempo! La vita separa, allontana, sconvolge, ma serba anche le sorprese dei riavvicinamenti impensati.
Ecco che, passati anni ed anni parecchi, proprio sul Po, dove la prima volta l'antico assistente del professor Peano mi proponeva: — "Impariamo il cinese?" — m'imbatto in Giovanni Vacca. È cosa di questi giorni.
Ciascuno vuol sapere dell'altro, ciascuno ha la sua da chiedere e da rispondere. E naturalmente si ricade sull'antico argomento.
— Sì, ho vissuto nel meraviglioso paese delle favole di cui abbiamo tanto parlato. Vi ho mangiato più bistecche che nidi di rondine ed ho viaggiato più in ferrovia che in palanchino. Insegno a Roma ed ho allievi numerosi. Si comincia a capire che occidente e oriente debbono affratellarsi, che occidente e oriente hanno convenienza ad intendersi. La Cina impenetrabile chimerica d'un tempo non è più e si dovrebbe cominciare a perdere l'abitudine di considerare questo paese unicamente come la patria del drago volante, delle teiere di porcellana, dei codini, dell'oppio. Esiste ormai, presso tutto il mondo civile, una triplice questione cinese: la commerciale, la militare, la letteraria; ognuna di esse ha un interesse speciale. Per prendervi parte attiva e penetrare nella mente e nel cuore di quel popolo, a suo modo classico, è mestieri anzitutto conoscere la sua lingua, la quale, come dice un poeta di laggiù, è la veste nuziale del pensiero. L'hanno chiamata la "lingua del diavolo" e le hanno creato attorno una pessima fama. È un pregiudizio ed una ingiustizia. Il meccanismo della lingua è semplicissimo: niente articoli, niente coniugazioni, niente declinazioni, niente distinzioni di generi. Per la semplice disposizione delle parole nell'insieme della frase, un carattere cinese, un sostantivo per esempio, può diventare volta a volta, pur rimanendo invariabile, aggettivo, verbo attivo, verbo neutro, verbo passivo ed anche avverbio.
Ecco qua. Si vuole per esempio coniugare il verbo leggere (sciū)? Si dirà: "io ora leggere" (leggo); "io allora leggere" (leggevo); "io poi leggere" (leggerò). E così via. Ci vedrebbe chiaro l'ultimo scolaretto che stenta sulla sua grammatica latina. E nemmeno, altro vantaggio, ci sono inversioni di costruzione. Tutti quelli che [illeggibile, purtroppo] capitomboli di quelle indiavolate particelle separabili, di quegli insidiosi an, ab, vor, zu, pulci di sillabe che saltano sempre e che bisogna andare a scovare nei punti più riposti della frase, apprezzeranno al suo giusto valore questa lingua asiatica, così onesta. Insomma, per quanto monosillabico, il cinese non è più arduo a maneggiarsi di tante lingue a flessione. Del resto, non bisogna supporre che per servirsi del cinese occorra ficcarsi nella memoria l'intero vocabolario. Non abbiamo in testa nemmanco i tre quarti di quello italiano! Mille parole bene apprese bastano per farsi intendere a Pechino. Non si possiede ancora una lingua con mille parole, d'accordo, ma se con quelle parole riesco a capire ed a farmi capire, posso starmene contento. Dove allo studioso occorre veramente pazienza, è nel ritenere i segni. Ma ci hanno tanta bizzarra arte nella loro costruzione che invogliano come pitture. Si potrebbe determinare tutta un'estetica della scrittura cinese.
Ogni carattere cinese si può considerare come una proposizione elittica di cui non si pronunzia che uno dei suoi elementi; gli altri sono ricordati all'occhio dai segni annessi al carattere stesso.
Così il mio dotto amico, algebrista e sinologo, miracolosamente ripescato. Avevamo ciarlato cammin facendo e ci avviammo giusto per via Roma, dove di sicuro non c'era nessun altro, in quel momento, che  s'occupava di cinese.
— Se andassimo a prender qualche cosa al nostro solito caffè di una volta? — propose il professore.
— Il caffè della Borsa?
— Sì.
— Ne hanno fatto un cinematografo! 
Il giorno dopo questa conversazione, tutto invasato di fervor cinese, mi sono dato attorno per Torino a cercare quanto di cinese si potesse trovare, in fatto di grammatiche, di lessici, di manuali. Manco male, dai librai che appestano le loro vetrine colle opere dell'insigne Barbusse ed altre tali, non trovai nulla!
Invece, bene spigolai da certi antiquari, su un bancherottolo di piazza San Carlo e presso una modesta e buona signorina che tiene in via Lagrange un negozio di libri scolastici, religiosi e di stampe.
Ho così in questo momento sul tavolo, mentre scrivo, la Lingua cinese parlata di F. Magnasco; le Tavole di scrittura cinese del dottor Senes, magnifiche; la Grammaire Mandarine di M. A. Bazin, classica, stampata a Parigi nel 1856: i Chinese sketches del Giles; il Manuel de la langue chinoise del Hochet...
Vi sareste immaginati tanto cinese sparpagliato per Torino, voi? Io no.
Io non so ancora, a dir vero, se mi darò allo studio della vantata lingua, ne ho assai paura!, ma intanto mi diverto a guardarla, e le tavole del dottor Senes mi procurano un grandissimo diletto. Pure a non capirne nulla, è bellissimo vedere il cinese, come il greco del marchese Colombi: anche più bello dello stesso arabo la cui calligrafia è di per sè sola un ricchissimo motivo orientale.
Non per nulla, in Cina, la scrittura è opera di pennello. Ogni segno si direbbe la stenografia di un disegno. E ve n'hanno che sembrano nastri svolazzanti, che hanno profili di pagode, che simulano gesti di braccia che paiono lame incrociate, che dànno l'idea di segnali di semaforo immobilizzati, di scrigni intarsiati, di appiccati appesi alla forca, di ali aperte, di graticole, di congegni di chiavi inglesi... Potete enumerare tutte le forme, tutti i simboli della vita!
Ed un'altra cosa divertente scopro, sfogliando la grammatica del Bazin, la grande quantità delle onomatopee per cui le cose entrano nel linguaggio col loro suono preciso. Tsi-tsi-uà-uà, è la voce di parecchie persone che parlano; Hi-hi, è la risata: Si-so, il fruscio della seta; Pi-pi-po-po, il crepitio della fiamma; Tsi-tsi, ricorda il lavoro del tessitore al telaio: Ko-tang-ko-tang, l'andirivieni regolare del bilanciere del pendolo. Ed aggiungete che ognuno è padrone, se gli fa piacere, di crearsi tutte quelle altre onomatopee che crede! Non è comodo? È una lingua ideale per i paroliberi!
Quanto a me, volete vedere che sono capacissimo già di infilarvi del cinese, e per giunta in versi? 

Quadretto cino-invernale
Mentr'arde il fuoco come un falò
cianciano insieme bimbi e papà:
hi-hi hi-hi, tsi-tsi-uà-uà;
entra la mamma: si-so si-so,
e siede a tessere: tsi-tsi-tsi-tsi;
in gabbia un passero canta: ci-ci;
la fiamma crepita: pi-pi-po-po,
calmo fa il pendolo: ko-tang-ko-tang:
così si vive sul Yan-tse-Kiang.

Impariamo il cinese?



(*) Del matematico Peano, mi piace rinviare al suo Latino sine flexione.

sabato 1 gennaio 2011

Dizionario di tutte 'e cose - P come Primo gennaio

Mi sono messa a cercare delle tracce di Ernesto Ragazzoni nell'archivio de La Stampa, su cui tornerò, perché ce ne sono moltissime. Ad un certo punto, però, attratta dal continuo trasformarsi della lingua italiana, dal fluttuare delle opinioni politiche degli editorialisti al cambiare dell'azionista di riferimento e dall'evoluzione della natura dei reati che emergono in cronaca al cambiare della situazione sociale del paese, e persino dalle sezioni del giornale che, quando sono fresche di stampa, non leggo proprio mai, ma che grazie all'azione del tempo acquistano ai miei occhi interesse (i listini delle Borse, ad esempio, che nell'Ottocento menzionavano legna, canapa, fieno, riso, buoi, maiali, ecc., oppure le inserzioni pubblicitarie dedicate ai menù dei ristoranti, all'offerta di servizi di medicina magnetica e di sonnambule, alla vendita di pappagalli ben educati, di preservativi infrangibili, di rimedi contro il colera, la tubercolosi, le carenze nutrizionali o, più radicalmente, contro la miseria, ecc.), ormai così irrimediabilmente persa, mi è venuto in mente che è il primo gennaio.

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Un altr'anno è passato irrevocabilmente, un nuovo anno è cominciato. Poiché in questi giorni è usanza che si facciano felici augurii ai nostri cari, noi vogliamo fare all'Italia l'augurio che l'anno in cui siamo entrati sia per essa più avventurato che in quello ch'è finito, che non quelli che dal 60 in qua l'hanno condotta al poco invidiabile stato in cui si trova.
L'ufficio del cronista quotidiano non fu nel sessantasette molto lieto in Italia. Quanto all'estero, resta in forse l'alleanza colla Francia, in cui si faceva il maggiore assegnamento, incerto l'esito delle pratiche colle altre potenze. Nè l'aspetto delle cose è più ridente all'interno. Allargata la voragine finanziaria, per colmare la quale nissun efficace provvedimento venne preso, il paese afflitto dalla pestilenza e dal caro dei viveri, le industrie sempre tisiche, il malandrinaggio rigoglioso, l'amministrazione deplorabile, i fallimenti quotidiani, le differenze tra le Provincie e i Comuni e tra i partiti politici accresciute.

Il Capodanno a Roma
Roma, 1, mattino
L'anno è cominciato a Roma con tempo piovoso. L'ultima giornata del 1922 è stata accompagnata da pioggia insistente per buona parte della giornata. Nelle ultime ore però la pioggia si è calmata e la città ha ripreso la sua animazione.
Quest'anno è mancata una caratteristica tipica, cioè gli spari ed il getto delle pignatte, essendo state entrambe proibite dall'autorità.
In Vaticano vi furono le consuete cerimonie.
Alla Reggia, l'ultimo dell'anno è trascorso nella intimità della famiglia reale.
Oggi, Capo d'anno, la giornata sarà riempita di cerimonie e ricevimenti. Al Quirinale i Sovrani riceveranno, come di consueto, le rappresentanze della Camera e del Senato per la presentazione degli auguri.
Nel pomeriggio vi sarà il grande corteo fascista per il giuramento di fedeltà al Presidente del Consiglio. I fascisti, che ascenderanno a parecchie migliaia, formeranno il corteo alle 14 a Villa Borghese e percorreranno con musiche e gagliardetti il corso Umberto. A Palazzo Chigi, dove è la sede del Fascio, l'on. Mussolini assisterà dal balcone al passaggio del corteo. Poscia le "camicie nere" si recheranno al monumento di Vittorio Emanuele dove sull'Altare della Patria presteranno giuramento di fedeltà al Ministero fascista. Poscia sempre in corteo si recheranno al Quirinale per una grande manifestazione al Re.

Durissima lotta tra Rochefort e Bastogne
Forze celeri e corazzate tedesche realizzano successi in direzione sud-ovest
Una importante strada di rifornimento nemica è stata tagliata

Bilancio di un anno, problemi di un'epoca
Se noi vogliamo individuare i due principali fenomeni di politica generale verificatisi durante i primi otto mesi del dopoguerra europeo, dovremmo mettere, accanto all'affermazione socialista - su cui ci siamo intrattenuti in recenti articoli - la ripresa cristiana.

"Remare insieme"
Motto agli italiani per l'anno nuovo
Roma, 31 dicembre
Il discorso di Palmiro Togliatti al quinto congresso del partito comunista chiude con la sua mole massiccia l'annata politica e merita una valutazione assai ampia.

Hitler aveva un figlio?


Il Capo dello Stato sulla neve di Courmayeur

Comincia il "terribile" 1984, terribile non tanto per la cattiva fama procuratagli da Orwell, quanto per la gravità dei problemi effettivi che il 1983 gli ha trasmesso in eredità. Vediamo i tre più importanti (erano i missili, il Medio Oriente, l'Europa, ndf).

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12 settembre 1867

16 marzo 1869

2 luglio 1870

1 marzo 1885

26 novembre 1893

26 novembre 1893

25 novembre 1895

25 novembre 1895

17 luglio 1896

12 maggio 1896

4 ottobre 1897

2 gennaio 1899

21 ottobre 1901

28 ottobre 1902

9 gennaio 1909

28 luglio 1909

1 luglio 1917

19 aprile 1943

1 gennaio 1944

26 aprile 1945

26 aprile 1945

25 aprile 1948

25 aprile 1968