sabato 23 aprile 2011

Biciclette

A mia memoria, i miei nonni materni hanno sempre avuto due biciclette, una grigia e una marrone, di quelle col manubrio largo e squadrato e le ruote enormi. In realtà, non era stato sempre così.
La famiglia di mia nonna era più o meno tutta fascista. La famiglia di mio nonno era  più o meno tutta socialista. Dopo l'8 settembre del 1943, mentre mio nonno era soldato in Grecia, uno dei fratelli minori di mia nonna, ancora adolescente, andò coi partigiani nel tentativo di proteggere la propria famiglia, per toglierle la macchia fascista, impressale soprattutto da suo padre, il mio bisnonno, che scappò via dal paese e ne restò lontano per lungo tempo, in attesa di tempi per lui migliori (arrivarono con l'amnistia di Togliatti). Il fratello di mia nonna, dopo un (1) giorno di militanza coi partigiani, fu arrestato dai fascisti e portato nel carcere di Udine. Mia nonna andava a trovarlo regolarmente percorrendo, su una bicicletta prestatale dal Conte (c'erano ancora, i Conti, nel paese e in tutta la numerosa famiglia di mia nonna non c'era nessuno che possedesse una bicicletta), i 60 chilometri che la separavano da Udine.
F.
Parece que no es nada una bicicleta.
Max Aub
Buon 25 aprile.
*

Il decreto del generale piemontese Fiorenzo Bava Beccaris (il feroce monarchico Bava), Regio Commissario Straordinario di Milano, con cui, nel corso dello stato d'assedio di Milano per sedare i tumulti popolari e lo sciopero generale "per il pane e il lavoro", introdusse il divieto di circolare in città con biciclette, tricicli e tandems e simili mezzi di locomozione. Le cannonate di Bava provocarono 80 morti fra i civili e 450 feriti e centinaia di arresti, tra cui quelli di Turati, di Bissolati e della Kuliscioff, e valsero al generale, in premio da Umberto I di Savoia, la Gran Croce dell'Ordine Militare ed un seggio al Senato.

Ordinanza del Capo della Provincia di Bologna, Alberto Zaccherini, del 17 febbraio 1944, emessa nel vano tentativo di bloccare la crescente attività dei partigiani.

Ordine di consegna delle biciclette al Municipio in potere al Podestà su disposizioni del Ministero dell'Interno della Repubblica Sociale Italiana e su delega concessa dal Capo della Provincia. La consegna evitava il sequestro ed era concepita per scoraggiare la borsa nera, da cui il riferimento al portabagagli (nella nota di ausilio alla compilazione, si legge: una, nel caso si tratti di famiglia di renitenti, disertori o comunque sottrattisi agli obblighi militari; oppure... precisare il tipo di bicicletta, quando trattasi di biciclette portabagagli appartenenti a persone che non hanno specifiche necessità di lavoro).

Modulo prestampato della Pirelli per la dichiarazione di denuncia di possesso di bicicletta e del suo uso a scopi lavorativi

1. Da oggi [15 marzo 1944] fino a nuovo ordine è proibito circolare in bicicletta dalle ore 20 alle 5.30, con divieto di condurre la bicicletta stessa anche a mano, in tutti i Comuni della provincia compresa la città di Ravenna e le sue frazioni.
2. Nessun permesso di carattere eccezionale potrà essere rilasciato da alcuna autorità. I permessi rilasciati in precedenza non sono più validi.
3. Contro coloro che nelle predette ore, in qualunque località della provincia, urbana o rurale, circolassero in bicicletta o con bicicletta a mano, sarà fatto immediatamente uso delle armi da parte della Forza Pubblica e della Gnr. Inoltre il coprifuoco viene anticipato alle 19 considerato il ripetersi nel territorio di Ravenna di atti terroristici.

1. A decorrere dal giorno 26 aprile 1944 è fatto divieto assoluto di circolare con le biciclette, anche portate a mano, entro il perimetro della città di Bologna delimitato dai viali [...].
5. Coloro i quali abitano entro il perimetro sopra descritto e, che per ragioni di lavoro, debbono spostarsi con la bicicletta dal luogo di divieto alla periferia e poi far ritorno al centro, dovranno essere muniti di una speciale dichiarazione della ditta presso cui lavorano, vidimata dalla questura di Bologna, ma per tutto il perimetro e le strade di divieto dovranno portare la bicicletta a mano con le gomme delle ruote sgonfie o con la catena staccata dalla moltiplica e dal rocchetto.

Franco Giannantoni, Ibio Paolucci, La bicicletta nella Resistenza. Storie partigiane, Edizioni Artigere 2010

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Roma, 23 dicembre 1943
I gappisti sferrano un attacco in pieno giorno contro il cambio della guardia dei tedeschi davanti a Regina Coeli. L'Alto comando censura le notizie sulle attività dei partigiani e sulle proprie perdite; una spettacolare fuga di partigiani in bicicletta lo porta a bandire l'uso delle biciclette in tutta Roma. "Ai trasgressori verrà sparato senza riguardo", proclama il bando.

Robert Katz, Roma città aperta. Settembre 1943-giugno 1944, Il Saggiatore 2009

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Soldat Zotlöterer: «Ich habe einen Franzosen von hinten erschossen. Der fuhr mit dem Fahrrad.»
Soldat Weber: «Von ganz nahe?»
Soldat Zotlöterer: «Ja.»
Soldat Heuser: «Wollte der dich gefangen nehmen?»
Soldat Zotlöterer: «Quatsch. Ich wollte das Fahrrad haben.»
- Ho sparato da dietro ad un francese. Andava in bicicletta.
- Da vicino?
- Sì.
- Voleva farti prigioniero?
- Macchè. Volevo avere la bicicletta.

Sönke Neitzel, Harald Welzer, Soldaten. Protokolle vom Kämpfen, Töten und Sterben, S. Fischer Verlag 2011

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"Clinto, - disse il Comandante - Stasera c'è una novità. Rientrava dopo molti chilometri percorsi in bicicletta sotto la pioggia. Si avvicinò alla stufa accesa e Clinto, che stava asciugandosi le scarpe inzuppate, si strinse verso il muro per fargli posto. "Ascolta anche tu, Agnese" disse il Comandante.

Renata Viganò, L'Agnese va a morire, Einaudi 1994

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Una volta, quando stavamo ancora a Casteldardo, presi una bicicletta e venni giù a Venezia, non mi ricordo perché, non mi ricordo se Piero mi avesse detto di venire o cosa; tornando su fui bloccato dai tedeschi proprio alle pendici delle Prealpi, alle falde del passo S. Boldo, che dalla pianura porta a Trichiana. Anche quella fu un'avventura: me ne andavo pacifico e tranquillo in un bel pomeriggio, faccio una curva e.... track! SS! Mi portano via e mettono lì la bicicletta: la mia bicicletta aveva dell'esplosivo e, molto più grave, era piena di messaggi.
Dentro i tubi?
Sì, nella canna. Allora mi mettono dentro assieme ad altri che avevano preso, gente che piangeva, un casino della madonna.

Albano Pivato intervistato in Giulia Albanese, Marco Borghi, Nella Resistenza: vecchi e giovani a Venezia sessant'anni dopo, Nuova Dimensione Edizioni 2004

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Al Cinema Centrale, poco lontano dalla Torre Littorio - ricorda Morandi [Renato Morandi, "Carletto", era comandante del GAP "Nannetti" della 52a brigata d'assalto Garibaldi "Luigi Clerici" a Varese]- era in programma in quei giorni una pellicola che noi, antifascisti convinti, ritenevamo inaccettabile. Il titolo del film era Carmen fra i rossi, la storia di una ragazza fatta prigioniera dalle Brigate Internazionali nella guerra di Spagna del 1936. Il locale era fra i più abbordabili per prezzo, quindi frequentato da studenti e militari. Quella che noi ritenevamo una provocazione andava interrotta e così fu. La sera entrammo dal retro del locale, salimmo nel camerino dell'operatore spianando le armi, bloccammo l'operatore, ci facemmo consegnare la "pizza" del film, poi, in bicicletta, fuggimmo in direzione del rione di Biumo dove, in un prato, la incendiammo.


La bicicletta nella Resistenza. Storie partigiane, cit.

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Per assolvere questo compito facevo più di cento chilometri al giorno, in bicicletta, i chilometri erano tanti, le strade di ghiaia e i copertoni della mia bicicletta si consumavano rapidamente. I miei amici partigiani erano costretti a rubare le gomme di altre biciclette per rifornire la mia, una volta, non sapendo chi ero, mi fermarono e volevano portarmi via i copertoni...

Tina Anselmi, Zia, cos'è la Resistenza?, Manni Editori 2003

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Ricordo – racconta [Bruno Trentin, "Leone"] – una scena appunto di sapore charlottiano. Io stavo andando in bicicletta verso la sede della brigata Rosselli, in via Moscova, quando venni raggiunto e seguito da un camion tedesco. Io pedalavo con più vigore ma è un po’ difficile che una bicicletta la vinca con un camion. E però l’inseguimento andò avanti per un bel pezzo di strada. Ma poi, per colmo di scalogna, mi cadde il mitra. E ora che faccio?, mi chiesi. Mi fermo per riprenderlo o continuo a correre? Decisi di raccogliere il mitra e tutto finì nel migliore dei modi, nel senso che terminò anche l’inseguimento.


La bicicletta nella Resistenza. Storie partigiane, cit.

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Il 28 aprile fu una giornata storica: la fucilazione di Mussolini e l'ingresso a Milano dei partigiani della Valsesia e della Valdossola!
Per me fu anche la giornata del ricordo di un mio eroico gappista, Giancarlo Brugnolotti. Aveva solo ventitre anni, ma sembrava un ragazzino tant'era minuto, magro, quasi insignificante eppur così pieno di volontà, di ideali, di forza! Era stato fucilato il 21 aprile alla vigilia della Liberazione dai militari della Caserma di via Cadamosto che aveva attaccato con il giovane Mantovani, un altro gappista che era riuscito a salvarsi in tempo. Tutto era andato per il meglio quando, al momento della fuga, alla bicicletta di Brugnolotti era saltata la catena. Brugnolotti aveva fatto in tempo a gettare contro i fascisti un altro paio di bombe a mano nel tentativo di coprirsi la ritirata ma era stato catturato, portato in caserma, torturato perché facesse il nome dei compagni. Poi, davanti al suo silenzio, fucilato.

Franco Giannantoni, Ibio Paolucci, Giovanni Pesce "Visone", un comunista che ha fatto l'Italia: l'emigrazione, la guerra di Spagna, Ventotene, i Gap, il dopoguerra (Togliatti, Terracini, Feltrinelli), Mario Chiarotto Editore 2005

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Provammo ad attaccare i nazisti all'uscita dallo spettacolo che si dava due volte alla settimana al cinema Barberini, riservato esclusivamente alla Wehrmacht. Avremmo potuto lasciare in terra la borsa con l'esplosivo, innescata in tempo utile per riuscire ad allontanarci, e potevamo essere utilizzate Maria (Lucia Ottobrini) e io, accompagnandoci a un militare tedesco dove ciò fosse stato ammesso dal regolamento militare. Ma sia Maria che io avevamo respinto quel ruolo perché comportava una fraternizzazione alla quale ci rifiutavamo (in seguito avremmo scoperto che era severamente probito ai militari introdurre chicchessia, donne o uomini, nel luogo a loro riservato). Fu deciso di attaccare i nazisti all'uscita dallo spettacolo.
Scegliemmo di compiere l'azione con una bicicletta.

Carla Capponi, Con cuore di donna. Il Ventennio, la Resistenza a Roma, via Rasella: i ricordi di una protagonista, Il Saggiatore 2009

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Giunse in bicicletta, col nastrino tricolore sul petto, la bionda Carmelina, la prima staffetta partigiana che entrasse in città. Poi arrivò qualcun altro a dir che c'era stato un contrordine, che per quel giorno i partigiani non sarebbero entrati; poi vennero a smentir la notizia.

Ada Gobetti, Diario partigiano, Einaudi 1972

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Mauro Pizzoli (al centro) assieme al fratello Adolfo (primo da destra) ed all'amico Iames Guizzardi in bicicletta sotto la casa della sua famiglia in Via Beverara a Bologna. Partigiano della 1a Brigata "Irma Bandiera", fu ucciso barbaramente il 29 ottobre 1944 a Bologna. Anche il fratello Adolfo militò nella Resistenza.

Partigiana della brigata Garibaldi "Diavolo" entra a Modena, da poco liberata
Da La bicicletta nella Resistenza. Storie partigiane, cit.

25 aprile 1945: le partigiane di Ferrara sfilano per le vie della città
Da La bicicletta nella Resistenza. Storie partigiane, cit.

Onorina Brambilla ,"Sandra", ufficiale di collegamento del 3° GAP "Egisto Rubini", comandato da Giovanni Pesce, "Visone", a Milano. Diffuse stampa clandestina, partecipò agli scioperi degli anni '43-'44, ricercò informazioni militari, recuperò armi ed esplosivi. Prima di entrare nell'assoluta clandestinità, lavorava nella fabbrica Fratelli Paronitti, che produceva macchine utensili. Aveva una Bianchi azzurro mare e vestiva, come nella foto, piuttosto elegantemente ("ci tenevo alla forma perché era anche un modo sicuro per non alimentare troppi sospetti"). Il 12 settembre del 1944 fu arrestata per una spiata, portata nella prigione delle SS di Monza e torturata: non parlò. Il 12 novembre del 1944 venne deportata nel lager di Bolzano-Gries e lì liberata il 30 aprile del 1945. Tornò a Milano a piedi, percorrendo l'intera Val di Non e salendo sul passo del Tonale sotto una nevicata. Il 7 maggio del 1945, arrivata a Milano, ritrovò sua sorella "Wanda", "Visone" e anche la sua Bianchi. 
Da La bicicletta nella Resistenza. Storie partigiane, cit.

venerdì 22 aprile 2011

Filmini

que lembro,
As horas ao longo do tempo;
Desejo,
Voltar,
Voltar a ti,
desejo-te encontrar;
Esquecida,
em cada dia que passa,
nunca mais revi a graça
dos teus olhos
que eu amei.
Má sorte,
foi amor que não retive,
e se calhar distrai-me...
Qualquer coisa que encontrei.


giovedì 21 aprile 2011

Verso il 25 Aprile

Si proporrebbe quasi l'abolizione di tutte le commemorazioni ufficiali connesse a quelli che si possono dire sacrifici umani. Questi sacrifici non tollerano, proprio in relazione ad una loro infinita "distanza dalla storia", che pure fondano (?), alcuna forma di avvicinamento o riavvicinamento per semplice via di commemorazione, tanto più se ritualizzata e ciclica (com'è ad esempio la festa della Liberazione, il 25 Aprile, in Italia).
Andrea Zanzotto, Idioma

Trissotin:
Vous avez le tour libre, et le beau choix des mots.
Vadius:
On voit partout chez vous l'ithos et le pathos.
(MOLIÈRE; Les femmes savantes)


Nel tempo quando avevo i sentimenti,
            da cui nessuna forza poteva ripararmi
            nessun noa né tabu

il 25 aprile andando per i cippi
dei caduti, come per le stazioni di un calvario,
sopraffatto tremavo, e poi dalla piccola compagnia mi defilavo
                            come in una profonda definitiva pioggia.
Il vostro perire - nel sacro della primavera -
mi sembrava la radice stessa di ogni sacro.
Anche se per voi, certo, non lo era.
Anche se eravate scomparsi una sera
presi da batticuore, ormai rimossi da impatti col vivente
proprio per l'essere stati fino-al-picco del vivere.
Io no. Scrivevo in quegli anni entro gli annali della mia morte,
deliravo sul verde delle piante, sulla beltà,
senza perdonarmi ignoravo, quasi, ogni assenza
                   e svanimento con me, nella mia omertà.
Ora mi pare di vedere, con onesta ebetudine
e insipidire dei sentimenti, il tradirsi
di tutto in molte friabili forme
senza arrivare a un niente veramente accettabile,
                    reo totale come si vorrebbe;
                  
                    e l'adombrarsi di ora in ora
mi pare una fatata legge, con una sua eleganza,
                    e il silenzio non dista dal grido -
  piamente connessi chi sa dove
  entro la tresca fuggente di questi prati e forre. Ma:
                  lo sterminio è ovunque e sempre in atto
mai c'è stato armistizio dopo l'eroica emergenza
                  e la morte-di-paglia si fa di gran lunga più orribile
                        che quella per piombo nel tempo sadico/mitico.

Allora: vedere senza battere ciglio, come al frullare
dello sgricciolo nulla batte ciglio
tra gli spogli cespugli del clivo di Carbonera.
È questa dunque la saggezza perversa della sera?
È questa la congiunzione alla sapienza,
la farneticata ieri come vera
           congiunzione al coraggio?
Ora, compagni, amici, né-amici, né-compagni -
dèi per me malgrado voi stessi -
avvicinandomi per cumulo di età
                   e per corrosione a quel punto
in cui voi foste allora -
mi riconduco, osando muto, ad allora, per voi;
e sono partecipe, finalmente, delle azioni
da cui mi distoglieva il deliquio amoroso e pauroso
anche se in esse ero travolto.                       Mi pare.

.......................................

Mi pare, e con mano assisto la tenerezza e il profumo
non ancora del tutto spento,
e i tracciati dei viottoli i fogliami e i filamenti vitali;
con mano assodo i pregi dell'essere vissuto,
                                 e passato a un millimetro da dove
                     la selva e il vostro sangue
si sfiniscono, incespicano, sputati fuori mano.

Ma se ancora si gira per i cippi
                            - emersi a picco -
                            - nel sacro della primavera -
su cui segni scivolano immolati
al rituale autovomitarsi di ogni storia
al non-farsi-capire di ogni ammicco,
allo sbrindellarsi del tessuto di comuni allusioni,
mi ribello, ribelle come voi allora,
e mi traluce bruciando un disincarnamento di me, del mondo,
mi s'impone un giusto adorare penando
un giusto richiamarsi all'obbligo
di ethos e pathos anche se i più arcanamente sfigurati
un giusto bestemmiare moduli e ragioni, nel furore
di un pianto che l'archiatra sommo dirà causato
dal remoto, dal lontano, dall'-alto-dei-cieli, dal vietato
ad ogni aggancio - mera verberazione
fustigazione compiuta a mio danno da falsi paesaggi
                                                   interni ed esterni
o semplicemente «da stanchezza, da insonnia».
                        E, sono pronto, insonnia
fuoco e parto che non si rilassa, intrigoso braciere.
Ecco, capisco che la praxis la poiesis adescano solo poche cose
quando vedo i vostri nomi
nemmeno sforzarsi più di galleggiare sulla pietra
e voi non siete più qui, né altrove; noi v'inseguiamo
lungo il falso itinerario dei cippi, sudando, o sotto i rovesci della pioggia
                        delle memorie, delle folate eroiche;
         se nemmeno in questo-qualche-modo siete ormai stati,
                        nemmeno, ora, noi, siamo, qui.
Allora soltanto se un'insonnia
bestemmiante braciere ripeterà i vostri nomi
                        nei luoghi dell'insonnia, della pretesa
Ecco queste sono le pretese dell'insonnia
anche questo pretendere di darne interpretazioni
                        ithos                          pathos
                        bestemmiarono i cespugli sommessamente
                        cippi           hipnos                        pretendere

.......................................

Per me il buon calore e il tanto latte dei sentimenti
Ebbe sempre nel fondo un elemento di nera esaltazione.
Erano ferite dentro le colline
Nei fianchi giovani e amorosamente annosi del folto;
e io le vedevo e amavo
cercavo di sopperire a quanto esse esigevano.
In quel mio remoto
smontare e rimontare oggettini – da
fanciullo iracondo, implacabile –
voi che innocenti come guizzi di ruscello
come stellari girini svaniste nel sangue,
ora entrate – o eravate già entrati allora?
E, non so come, fate vostro quel ch’era mia turpe sacralità,
lo portate sensuato e senziente
                nel vostro assoluto assolvimento
                in ciò che punta i piedi seppur
                senza più rendersene conto
                non culla non tomba non segno
                e neppur scoppiettare maligno d’insonnie/sogni
                (ithos)                                      (pathos)

Andrea Zanzotto, Idioma, Mondadori 1986

*

Elezioni politiche del 2008 - Senato - Comune di Pieve di Soligo


Affluenza: 82.85%


Lega Nord: 34.3%
Il Popolo della Libertà: 28.4%
Partito Democratico: 18.8%
Unione di Centro: 5.0%
Di Pietro Italia dei Valori: 4.4%
La Destra - Fiamma Tricolore: 2.9%
Altri: 2.74%
Liga Veneta Repubblica: 1.7%
La Sinistra L'Arcobaleno: 1.4%


Silvio Berlusconi: 2121 (Lega Nord), 1760 (Il Popolo della Libertà) = 3881 (62.77%)
Walter Veltroni: 1164 (Partito Democratico), 277 (Di Pietro Italia dei Valori) = 1441 (23.31%)
Pier Ferdinando Casini: 310 (Unione di Centro)
Daniela Garnero Santanché: 181 (La Destra - Fiamma Tricolore)
Giorgio Vido: 110 (Liga Veneta Repubblica)
Fausto Bertinotti: 91 (La Sinistra L'Arcobaleno)
Enrico Boselli: 35 (Partito Socialista)
Stefano Montanari: 30 (Per il Bene Comune)
Roberto Fiore: 23 (Forza Nuova)
Sergio Riboldi: 21 (M.E.D.A)
Marco Ferrando: 19 (Partito Comunista dei Lavoratori)
Flavia D'Angeli: 17 (Sinistra Critica)
Stefano De Luca: 14 (Partito Liberale Italiano)
Carlo Covi: 10 (L'Intesa Veneta)


Ministero dell'Interno, Il Sole 24 Ore

18 aprile 1948, Senato, Collegio Vittorio Veneto - Montebelluna
25 maggio 1958, Senato, Collegio Vittorio Veneto - Montebelluna
19 maggio 1968, Senato, Collegio Vittorio Veneto - Montebelluna
3 giugno 1979, Senato, Collegio Vittorio Veneto - Montebelluna
5 aprile 1992, Senato, Collegio Vittorio Veneto - Montebelluna
13 maggio 2001, Senato, Collegio Vittorio Veneto, Comune Pieve di Soligo

mercoledì 20 aprile 2011

Dizionario di tutte 'e cose - H come Storia di Francia - 6

Ai cultori del Cinque Maggio manzoniano


L'Inghilterra continuava a farci la guerra. Bonaparte propose di attaccare il suo impero delle Indie e, a tale scopo, di occupare l'Egitto, che era di strada.
Ernest Lavisse, La nouvelle première année d'Histoire de France, cit.


Un minimo di metodo Stanislavskij, ora: siete austriaci, non potete contare su alcun fascino apparente, non siete nemmeno più giovani. È il 1965. L'11 giugno, venerdì. Siete a Londra, alla Royal Albert Hall. Vi si tiene l'evento International Poetry Incarnation. Ci sono 7000 spettatori. Inglesi, ovviamente. Molti sono richiamati dal nome di Allen Ginsberg. Ma voi non vi chiamate Allen Ginsberg e nemmeno Corso o Ferlinghetti (ci sono anche loro, all'evento). La prima volta che avete visto l'Inghilterra era vent'anni fa, in un campo di prigionia. Avete accettato di partecipare e di recitare delle poesie. In tedesco. È il vostro momento di salire sul palco.

da Wholly Communion, Peter Whitehead, 1965
ode auf N

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Ernst Jandl



ode a N

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martedì 19 aprile 2011

bacio

Giovedì 21 (giugno 1860)

Monreale - Palazzo del Municipio - elegante - risiedeva Bomba a fare adunanze - pavimenti [di] porcellana - Cattedrale con convento de' Benedettini  [del] 12° secolo - colonne di granito - monumenti in porfido - mosaico antico e nuovo - sedia per Re e Arcivescovo - 15 mila abitanti - 40 case bombardate - alle 5 1/2 partenza per Palermo - delizioso viaggio - incontro de' garibaldini della 1a spedizione  - carrozze ad incontrarci - fiori - magnifiche ville - palazzi - a 1 miglio è il borgo di Porta Nuova - Garibaldi affacciato al balcone della Porta - evviva - frati in rango cogli attrezzi d'agricoltura, bandiera e trombe - arrivo in Palermo alle 9 pomeridiane - riunione del popolo che ci attendeva - pioggia di fiori - applausi e illuminazione - bella ragazza - bacio - alloggio nella caserma [Convento del Monte] - in via Maqueda - case e palazzi incendiati in borgo - porte murate.

Diario di Ismaele Boga (1839-1877), garibaldino. 1860-1861


Thursday 21 (June 1860)

Monreale - Town Hall - elegant - Bomb resided to hold meetings  - pavements [of] porcelain -  Cathedral with Benedictine convent [of the] 12th century - pillars of granite - porphyry monuments - ancient and new mosaic - chair for King and Archbishop - 15 thousand inhabitants - 40 bombed houses - at 5:30 am departure for Palermo - delightful trip - meeting with the Garibaldini of the 1st expedition - carriages meeting us - flowers - wonderful villas - palaces - the neighborhood of Porta Nuova is 1 mile away - Garibaldi appears at the balcony of the gate - hurrah - friars in ranks with farming tools, flag and trumpets - arrival in Palermo at 9 pm - rally of the people who were waiting for us - rain of flowers - clapping and lighting - beautiful girl - kiss - barracks quarters [Convento del Monte] - in Maqueda street -  houses and palaces burst into flames in the neighborhood  - walled doors.

Si metta a verbale che il titolo mi ha preso almeno 10 minuti di incertezze tra l'evviva e il bacio (e i frati).
Let me place on the record that it took me at least 10 minutes to draft the title: I couldn't decide between the hurrah and the kiss (and the friars).

lunedì 18 aprile 2011

Abendmahl. Venezianisch, 16. Jahrhundert

- Que puis-je voir de sympa à Venise en 2 jours?
- (((Sympa. Nf.))) Les bacari. Et le repas chez Levi.
I
Als ich mein Letztes Abendmahl beendet hatte,
fünfeinhalb mal knapp dreizehn Meter,
eine Heidenarbeit, aber ganz gut bezahlt,
kamen die üblichen Fragen.
Was haben diese Ausländer zu bedeuten
mit ihren Hellebarden? Wie Ketzer
sind sie gekleidet, oder wie Deutsche.
Finden Sie es wohl schicklich,
dem Heiligen Lukas
einen Zahnstocher in die Hand zu geben?
Wer hat Sie dazu angestiftet,
Mohren, Säufer und Clowns
an den Tisch Unseres Herrn zu laden?
Was soll dieser Zwerg mit dem Papagei,
was soll der schnüffelnde Hund,
und warum blutet der Mameluck aus der Nase?
Meine Herren, sprach ich, dies alles
habe ich frei erfunden zu meinem Vergnügen.
Aber die Sieben Richter der Heiligen Inquisition
raschelten mit ihren roten Roben
und murmelten: überzeugt uns nicht.

II
Oh, ich habe bessere Bilder gemalt;
aber jener Himmel zeigt Farben,
die ihr auf keinem Himmel findet,
der nicht von mir gemalt ist;
und es gefallen mir diese Köche
mit ihren riesigen Metzgersmessern,
diese Leute mit Diademen, mit Reiherbüschen,
pelzverbrämten, gezaddelten Hauben
und perlenbestickten Turbanen;
auch jene Vermummten gehören dazu,
die auf die entferntesten Dächer
meiner Alabaster-Paläste geklettert sind
und sich über die höchsten Brüstungen beugen.
Wonach sie Ausschau halten,
das weiß ich nicht. Aber weder euch
noch den Heiligen schenken sie einen Blick.

III
Wie oft soll ich es euch noch sagen!
Es gibt keine Kunst ohne das Vergnügen,
Das gilt auch für die endlosen Kreuzigungen,
Sintfluten und Bethlehemitischen Kindermorde,
die ihr, ich weiß nicht warum,
bei mir bestellt.
Als die Seufzer der Kritiker,
die Spitzfindigkeiten der Inquisitoren
und die Schnüffeleien der Schriftgelehrten
mir endlich zu dumm wurden,
taufte ich das Letzte Abendmahl um
und nannte es
Ein Diner bei Herrn Levi.

IV
Wir werden ja sehen, wer den längeren Atem hat.
Zum Beispiel meine Heilige Anna selbdritt.
Kein sehr amüsantes Sujet.
Doch unter den Thron,
auf den herrlich gemusterten Marmorboden
in Sandrosa, Schwarz und Malachit,
malte ich, um das Ganze zu retten,
eine Suppenschildkröte mit rollenden Augen,
zierlichen Füßen und einem Panzer
aus halb durchsichtigem Schildpatt:
eine wunderbare Idee.
Wie ein riesiger, kunstvoll gewölbter Kamm,
topasfarben, glühte sie in der Sonne.

V
Als ich sie kriechen sah,
fielen mir meine Feinde ein.
Ich hörte das Gebrabbel der Galeristen,
das Zischeln der Zeichenlehrer
und das Rülpsen der Besserwisser.
Ich nahm meinen Pinsel zur Hand
und begrub das Geschöpf,
bevor die Schmarotzer anfangen konnten,
mir zu erklären, was es bedeute,
unter sorgfältig gemalten Fliesen
aus schwarzem, grünem und rosa Marmor.
Die Heilige Anna ist nicht mein berühmtestes,
aber vielleicht mein bestes Bild.
Keiner außer mir weiß, warum.

Hans Magnus Enzensberger. Gedichte 1950-2005, Suhrkamp Verlag, 2006





Ultima cena. Scuola veneziana, XVI secolo

I
Quando ebbi terminato la mia Ultima Cena,
cinque metri e mezzo per quasi tredici metri,
un lavoro enorme, ma pagato molto bene,
arrivarono le consuete domande.
Cosa starebbero a significare quegli stranieri
con le loro alabarde? Sono vestiti
da eretici o da tedeschi.
Le sembra conveniente
piazzare in mano a San Luca
uno stuzzicadenti?
Chi l'ha spinta
ad invitare mori, ubriaconi e pagliacci
alla tavola di Nostro Signore?
Cosa c'entra questo nano con il pappagallo,
cosa c'entra quel cane che fiuta
e perché al mamelucco sanguina il naso?
Signori miei, dissi loro, tutto questo
l'ho inventato io liberamente per mio piacere.
Ma i sette Giudici della Santa Inquisizione
si mossero frusciando nelle loro vesti rosse
e mormorarono: non ci convince.

II
Oh, ho dipinto quadri migliori;
ma quel cielo mostra colori
che non troverete in nessun cielo
che non sia stato dipinto da me;
e mi piacciono quei cuochi
con i loro enormi coltelli da macellaio,
quella gente con diademi, piume d'airone,
berretti di pelliccia e con orli dentellati,
e turbanti trapuntati di perle;
gli fanno il paio anche quegli imbacuccati
arrampicati sui tetti più distanti
dei miei palazzi d'alabastro,
affacciati da altissime balaustre.
Cosa stiano osservando,
io non lo so. Ma non degnano
di uno sguardo né voi
né i santi.

III
Ma quante volte ancora ve lo devo dire!
Non c'è arte senza piacere,
questo vale anche per le infinite crocifissioni,
i diluvi e le stragi degli innocenti
che, non so per qual motivo,
venite a commissionare da me.
Quando non ne potei più
dei sospiri dei critici,
delle cavillosità degli inquisitori
e delle curiosità degli scribi,
ribattezzai L'Ultima Cena
e la chiamai
Una Cena a Casa di Levi.

IV
Vedremo però chi ha il fiato più lungo.
Ad esempio la mia Sant'Anna con la Vergine e il Bambino.
Un soggetto non molto divertente.
E tuttavia sotto il trono,
sul pavimento in marmo finemente intarsiato
di rosa sabbia, nero e malachite,
dipinsi, per salvare il tutto,
una testuggine dagli occhi strabuzzati,
dai piedi delicati e dal guscio
in tartaruga semi-trasparente:
un'idea meravigliosa.
Brillava al sole come un pettine enorme,
convesso a regola d'arte,
color topazio.

V
Quando la vidi strisciare
mi vennero in mente i miei nemici.
Sentii i gargarismi dei galleristi,
i sibili degli insegnanti di disegno
e i rutti dei tuttologi.
Presi in mano il pennello
e sotterrai la creatura,
prima che i parassiti cominciassero
a spiegarmene il senso,
sotto piastrelle accuratamente dipinte
a marmo nero, verde e rosa.
Sant'Anna non è il più famoso,
ma è forse il migliore dei miei quadri.
Nessuno, a parte me, ne conosce il motivo.

*

Nel 1573, dieci anni dopo il Concilio di Trento, Paolo Veronese dipinse un'Ultima cena per il refettorio del convento domenicano dei SS. Giovanni e Paolo, che gli era stata commissionata per sostituire l'omologo dipinto di Tiziano, andato distrutto in un incendio nel 1571. Il dipinto si trova a Venezia, all'Accademia, con il titolo di Cena a casa di Levi: il cambio di titolo, come ricorda Enzensberger, è il modo in cui Veronese risolse i suoi problemi con l'Inquisizione. Più che problemi, forse solo delle noie. Forse sollevate solo per consuetudine ("le consuete domande"). Forse non dirette nemmeno specificatamente a lui, ma a qualcuno per cui aveva lavorato.

Interrogato sulla sua professione, ha risposto: “Dipingo e faccio delle figure.”
Domanda: “Avete conoscenza dei motivi per cui siete convocato?”
Risposta: “No.”
Domanda: “Immaginate quali sono questi motivi?”
Risposta: “Posso ben immaginarmeli.”
Domanda: “Dite cosa ne pensate.”
Risposta: “Penso si tratti di quello che mi è stato detto dai Reverendi Padri, o piuttosto dal priore del convento dei Santi Giovanni e Paolo, priore di cui ignoravo il nome, il quale mi ha dichiarato di essere stato qui, e che le Vostre Signorie Illustrissime...
...Il prior de S. Zuane Polo, del qual no so il nome, ... mi disse, che l’era stato qui et che Vostre Signorie Illustrissime gli haveva dato commissione ch’el avesse dar far la Maddalena in luogo de un can, et mi ghe risposi, che volentiera haveria fatto quelle et altro per honor mio et del quadro; ma che non sentiva che tal figura della Maddalena podesse zazer che la stesse bene per molte ragioni, le quali dirò sempre che mi sia dato occasion che le possa dir ...”
Gli è stato chiesto: “In questa cena, che avete fatto in S. Giovanni Paulo, che significa la pittura di colui li esse il sangue dal naso?”
Ha risposto: “L’ho fatto per un servo che, per qualche accidente, li possa esser venuto il sangue del naso.”
Gli è stato chiesto: “Che significa quelli armati alla Thodesca vestiti con una lambarda per uno in mano?
Ha risposto: “El fa bisogno che dica qui vinti parole”.
Gli è stato detto: “Ch’el dica”.
Ha risposto: “Nui pittori si pigliamo la licentia che si pigliano i poeti et i matti, et ho fatto quelli dui alabardieri uno che beve, et l‘altro che beve vicino ad una scala morta, i quali son messi là, che possino fare qualche officio parendomi conveniente che ‘l patron della Casa che era grande e richo, secondo che mi è stao detto, dovesse haver tal servitori.”
Gli è stato chiesto: “Quel vestito da buffon con il papagalo in pugno, a che effetto l’havete depento in quel telaro?”
Ha risposto: “Per ornamento, come si fa.”
Gli è stato chiesto: “Chi credete voi veramente che si trovasse in quella Cena?”
Ha risposto: “Credo che si trovassero Christo con li suoi Apostoli; ma se nel quadro li avanza spacio io l’adorno di figure, secondo le inventioni.”
Gli è stato chiesto: “Se da alcuna persona vi è stato commesso che voi depengeste in quel quadro Thodeschi et buffoni et simil cose.”
Ha risposto: “Signor no. Ma la commissione fu di ornar il quadro secondo mi paresse, il quale è grande et capace di molte figure, sì come a me pareva.”
Gli è stato chiesto: “Se gli ornamenti che lui pittore è solito di fare le pitture o quadri, è solito di fare convenienti et proportionati alla materia et figure principali, o veramente a beneplacito, secondo che li viene in fantasia senza alcuna discretione et giuditio.”
Ha risposto: “Io fazzo le pitture con quella consideration che è coveniente, che ‘l mio intellettuo può capire.”
Interrogato: “Se li par conveniente che alla Cena ultima del Signore si convenga dipingere buffoni, imbriachi, Thodeschi, nani et simili scurrilità.”
Ha risposto: “Signori no.”
Interrogato: “Non sapete voi che in Alemagna et altri lochi infetti di heresia sogliono con le pitture diverse et piene di scurrilità et simili inventioni diligare, vituperar et far scherno delle cose della Santa Chiesa Catholica per insegnar mala dottrina alle genti idiote et ignoranti?”
Ha risposto: “Signor sì che l’è male; ma perché tornerò anchora a quel che ho dito, che ho obligo di seguir quel che hanno fatto li miei maggiori.”
Gli è stato chiesto: “Che hanno fatto i vostri maggiori? Hanno fatto forse cosa simile?”
Ha risposto: “Michel Agnolo in Roma, dentro la Capella Pontifical, vi è depento il nostro Signor Jesu Christo, la sua Madre et S. Zuane, S. Pietro et la Corte Celeste, le quali tutte son fatte nude, dalla Vergine Maria in poi, con atti diversi con poca reverentia.”
Gli è stato detto: “Non sapete voi che, depengendo il giuditio universale, nel quale non si presume vestiti o simil cose, non occorrea dipinger veste, et in quella figura non vi è cosa se non de spirito, non vi sono buffoni, né cani, né arme, né simili buffonerie? E se li pare per questo o per qualunque altro esempio di haver fatto bene di haver depento questo quadro in quel modo che sta et se ‘l vol defendere chel quadro sta bene et condecentemente.”
Ha risposto: “Signor Illustrissimo, no che non lo voglio defender: ma pensava di far bene. Et che non ho considerato tante cose, pensando di non far disordine nisuno, tanto più che quelle figure di buffoni sono di fuora del luogo dove è nostro Signore.”

Dal verbale del processo, 18 luglio 1573

L'Inquisizione veneziana, come avevo già accennato tra le righe a proposito dei benandanti, e anche come confermato, in questa occasione, dalle osservazioni di Baschet che accompagnarono la sua pubblicazione del verbale del processo, era di altra natura rispetto a quella romana o a quella spagnola, di fatto più indulgente di queste (a parte la volontà di Venezia di marcare la propria sovranità, non devono essere passati invano i decenni precedenti, quelli in cui a Venezia, per lungo tempo, si era potuto pubblicare di tutto, persino opere luterane, per le quali la presenza stessa di commercianti todeschi in laguna deve aver giocato un ruolo).

Nel caso specifico, l'intervento dell'Inquisizione veneziana deve essere stato dettato da dei motivi di fondo forse diversi da quelli che emergono strettamente dal verbale, se non altro perché Veronese aveva già ritratto dei personaggi non esattamente conformi all'iconografia tradizionale, inclusi personaggi da XVI secolo veneziano più che da antica Galilea, inclusi cani e incluso, letteralmente, un nano con un pappagallo in pugno.

Nozze di Cana, 1563

E poi, se si fosse trattato esclusivamente di rappresentazioni non convenienti alla sacralità del tema, e se Veronese ne fosse stato seriamente impensierito, perché mai sarebbe ricorso, in propria difesa (oltre alla follia dei pittori, pari a quella dei poeti), proprio all'esempio di Michelangelo, i cui nudi, appena qualche anno prima, e diversamente dalla posizione dell'inquisitore, erano stati ricoperti dai famosi braghettoni? E se fosse stata veramente una questione legata alla sola rappresentazione di personaggi non convenzionali, sarebbe mai riuscito a risolverla senza intervenire, come richiesto espressamente dalla sentenza, sul dipinto, ma solo sul suo titolo?
Non ho alcun ulteriore appiglio per sostenerlo se non quelli che ho cercato qui brevemente di evidenziare, ma ho l'impressione che gli inquisitori se la siano presa con Veronese in quanto artista, e dunque bersaglio più accessibile, per evitare di attaccare di petto un terzo, il vero obiettivo delle loro mire (il priore del convento? I Reverendi Padri? Una famiglia a loro vicina?). 


Armand Baschet, Paul Véronèse appelé au Tribunal du Saint Office, à Venise (1573), Gazette des beaux arts, Parigi, 1859

domenica 17 aprile 2011

Dizionario di tutte 'e cose - H come Storia di Francia - 5

Morte di Luigi XV

Luigi XV morì nel 1774. La notizia della sua morte non fece piangere nessuno nel regno. Lui, che in così tanti avevano cominciato ad amare, fu disprezzato.
È stato il re più cattivo di tutta la nostra storia. Non basta detestare la sua memoria, bisogna esecrarla.

Ernest Lavisse, La nouvelle première année d'Histoire de France, cit.

Gli incantesimi di Circe

These be the Enchantments of Circe, brought out of Italy, to marr Mens Manners in England; much by Example of ill Life, but more by Precepts of fond Books, of late translated out of Italian into English, sold in every Shop in London; commended by honest Titles, the sooner to corrupt honest Manners; dedicated over boldly to virtuous and honorable Personages, the easilier to beguile simple and innocent Wits.


Questi sono gli incantesimi di Circe, portati dall'Italia per corrompere i costumi degli uomini in Inghilterra; molto per imitazione di vita corrotta, ma di più tramite precetti di libri ingenui, tradotti  dall'italiano all'inglese, venduti in tutti i negozi di Londra; raccomandati da titoli onesti per corrompere quanto prima costumi onesti; dedicati sfacciatamente a personaggi virtuosi e onorati per ingannare più facilmente animi semplici ed innocenti.

*

Il che sta a testimonianza, oltre che del mio girovagare, di quel preciso momento storico e di quello specifico autore, forse.
O forse no, perché forse è invece parte di un percorso calcato e ricalcato che porta un gruppo di bambini inglesi contemporanei (e me con loro, ché io, d'istinto, alzo sempre le braccia in segno di resa, almeno in occasioni di questo tipo) a ridere di gusto, nel castello di Edimburgo, di fronte alla riproduzione in grandezza naturale di un elegantissimo Italian Gentleman.

In ogni caso, Ascham consente di arricchire il Dizionario di tutte 'e cose con il suo:
inglese italianato (un diavolo incarnato): inglese contaminato dalla religione (papista), dal sapere (volgare), dalla politica (cuore fazioso, testa vaga, mente che si immischia in tutte le faccende), dall'esperienza (piena di nuove bricconerie) e dai costumi (tutta una serie di vanità e indecenze) italiani.

Il tutto facilmente reperito a partire da:
Carlo Ginzburg, Nessuna isola è un'isola: quattro sguardi sulla letteratura inglese, Feltrinelli, 2002 

Per il momento vorrei solo capire

Pour le moment, je voudrais seulement comprendre comment il se peut que tant d’hommes, tant de bourgs, tant de villes, tant de nations supportent quelquefois un tyran seul qui n’a de puissance que celle qu’ils lui donnent, qui n’a pouvoir de leur nuire qu’autant qu’ils veulent bien l’endurer, et qui ne pourrait leur faire aucun mal s’ils n’aimaient mieux tout souffrir de lui que de le contredire. Chose vraiment étonnante — et pourtant si commune qu’il faut plutôt en gémir que s’en ébahir, de voir un million d’hommes misérablement asservis, la tête sous le joug, non qu’ils y soient contraints par une force majeure, mais parce qu’ils sont fascinés et pour ainsi dire ensorcelés par le seul nom d’un, qu’ils ne devraient pas redouter — puisqu’il est seul — ni aimer — puisqu’il est envers eux tous inhumain et cruel. Telle est pourtant la faiblesse des hommes : contraints à l’obéissance, obligés de temporiser, ils ne peuvent pas être toujours les plus forts. Si donc une nation, contrainte par la force des armes, est soumise au pouvoir d’un seul — comme la cité d’Athènes le fut à la domination des trente tyrans, il ne faut pas s’étonner qu’elle serve, mais bien le déplorer. Ou plutôt, ne s’en étonner ni ne s’en plaindre, mais supporter le malheur avec patience, et se réserver pour un avenir meilleur.
Nous sommes ainsi faits que les devoirs communs de l’amitié absorbent une bonne part de notre vie. Il est raisonnable d’aimer la vertu, d’estimer les belles actions, d’être reconnaissants pour les bienfaits reçus, et de réduire souvent notre propre bien-être pour accroître l’honneur et l’avantage de ceux que nous aimons, et qui méritent d’être aimés. Si donc les habitants d’un pays trouvent parmi eux un de ces hommes rares qui leur ait donné des preuves d’une grande prévoyance pour les sauvegarder, d’une grande hardiesse pour les défendre, d’une grande prudence pour les gouverner ; s’ils s’habituent à la longue à lui obéir et à se fier à lui jusqu’à lui accorder une certaine suprématie, je ne sais s’il serait sage de l’enlever de là où il faisait bien pour le placer là où il pourra faire mal ; il semble, en effet, naturel d’avoir de la bonté pour celui qui nous a procuré du bien, et de ne pas en craindre un mal.
Mais, ô grand Dieu, qu’est donc cela ? Comment appellerons-nous ce malheur ? Quel est ce vice, ce vice horrible, de voir un nombre infini d’hommes, non seulement obéir, mais servir, non pas être gouvernés, mais être tyrannisés, n’ayant ni biens, ni parents, ni enfants, ni leur vie même qui soient à eux? De les voir souffrir les rapines, les paillardises, les cruautés, non d’une armée, non d’un camp barbare contre lesquels chacun devrait défendre son sang et sa vie, mais d’un seul ! Non d’un Hercule ou d’un Samson, mais d’un hommelet souvent le plus lâche, le plus efféminé de la nation, qui n’a jamais flairé la poudre des batailles ni guère foulé le sable des tournois, qui n’est pas seulement inapte à commander aux hommes, mais encore à satisfaire la moindre femmelette ! Nommerons-nous cela lâcheté ? Appellerons-nous vils et couards ces hommes soumis ? Si deux, si trois, si quatre cèdent à un seul, c’est étrange, mais toutefois possible ; on pourrait peut-être dire avec raison : c’est faute de cœur. Mais si cent, si mille souffrent l’oppression d’un seul, dira-t-on encore qu’ils n’osent pas s’en prendre à lui, ou qu’ils ne le veulent pas, et que ce n’est pas couardise, mais plutôt mépris ou dédain ?
Enfin, si l’on voit non pas cent, non pas mille hommes, mais cent pays, mille villes, un million d’hommes ne pas assaillir celui qui les traite tous comme autant de serfs et d’esclaves, comment qualifierons-nous cela ? Est-ce lâcheté ?

[...]

Or ce tyran seul, il n’est pas besoin de le combattre, ni de l’abattre. Il est défait de lui-même, pourvu que le pays ne consente point à sa servitude. Il ne s’agit pas de lui ôter quelque chose, mais de ne rien lui donner. Pas besoin que le pays se mette en peine de faire rien pour soi, pourvu qu’il ne fasse rien contre soi. Ce sont donc les peuples eux-mêmes qui se laissent, ou plutôt qui se font malmener, puisqu’ils en seraient quittes en cessant de servir. C’est le peuple qui s’asservit et qui se coupe la gorge ; qui, pouvant choisir d’être soumis ou d’être libre, repousse la liberté et prend le joug ; qui consent à son mal, ou plutôt qui le recherche...

Étienne de La Boétie, Discours de la servitude volontaire, 1576

Per il momento vorrei solo capire come mai tanti uomini, tanti villaggi, tante città, tante nazioni a volte sopportino un tiranno solo che non ha alcuna potenza se non quella che gli viene data, non ha potere di loro nuocere se non in quanto essi lo tollerano e non potrebbe far male a nessuno, se non preferissero patire da lui tutto piuttosto di contraddirlo. Cosa veramente sorprendente e al contempo comune, tanto che c'è più da dolersene che da stupirsene, vedere milioni e milioni di uomini asserviti come miserabili, a testa bassa sotto il giogo, non perché ne siano costretti per forza maggiore, ma perché ne sono affascinati e per così dire stregati dal solo nome di uno che non dovrebbero né temere - poiché è solo - né amare - poiché nei loro confronti egli è disumano e crudele. Tale è tuttavia la debolezza degli uomini: costretti all'obbedienza, obbligati a temporeggiare, non possono sempre essere i più forti. Dunque se una nazione, costretta dalla forza delle armi, è sottomessa al potere di uno solo, come lo fu la città d'Atene al dominio dei trenta tiranni, non bisogna stupirsi che sia servile, ma compiangerla. O, meglio ancora, né stupirsene né lamentarsene, ma sopportare la disgrazia con pazienza e riservarsi per un avvenire migliore.
Siamo così fatti, che i doveri comuni dell'amicizia assorbono buona parte della nostra vita. È ragionevole amare la virtù, stimare le buone azioni, essere riconoscenti per il bene ricevuto e a volte anche mettere un limite al nostro benessere per aumentare l'onore e i vantaggi di coloro che amiamo e che meritano di essere amati. Se dunque gli abitanti di un paese riescono a trovare tra di loro uno di quei rari uomini che abbia dato loro prova di grande preveggenza per salvarli, di grande coraggio a loro difesa, di grande prudenza per il loro governo; se alla lunga si abituano ad obbedirgli e si fidano di lui fino a riconoscergli una certa supremazia, non saprei proprio dire se sia saggio rimuoverlo da dove faceva bene per metterlo dove potrebbe fare male; sembra infatti naturale essere benevoli con colui che ci ha procurato del bene e di non temerne il male.
Ma, buon Dio, che cos'è mai questo? Come chiameremo questa disgrazia? Qual è questo vizio, questo vizio orribile di vedere un numero infinito di uomini non solo ubbidire ma servire, non essere governati ma tiranneggiati, non possedendo né beni, né genitori, né figli e neppure la vita stessa? Di vederli soffrire rapine, licenziosità, crudeltà, non da parte di un'armata o di un'orda di barbari contro cui ciascuno dovrebbe difendere il proprio sangue e la propria vita, ma da parte di uno solo! E non di un Ercole o di un Sansone, ma di un omuncolo che spesso è il più vile, il più effeminato di tutta la nazione, che non ha mai annusato la polvere delle battaglie e neppure calcato la sabbia di un torneo, che non è solamente inadatto a comandare gli uomini, ma anche occupato a soddisfare la minima femminuccia! Chiameremo questa viltà? Chiameremo vili e codardi questi uomini sottomessi? Se due, se tre, se quattro cedono ad uno solo, ciò è strano, ma tuttavia possibile; si potrebbe dire a ragione che è questione di mancanza di coraggio. Ma se cento, se mille persone si lasciano opprimere da uno solo, si dirà ancora che non osano prendersela con lui, o che non lo vogliono, e che non è codardia, ma piuttosto disprezzo e sdegno?
E infine, se vediamo non cento o mille persone, ma cento villaggi, mille città, milioni e milioni di uomini che non assalgono colui che li tratta tutti come servi e schiavi, come qualificheremo tutto ciò? È viltà?

[...]

Ora questo tiranno solo, non c'è bisogno né di combatterlo né di abbatterlo. Egli viene meno da solo, basta che il paese non se ne lasci asservire. Non si tratta di toglierli qualcosa, ma di non dargli nulla. Non c'è bisogno che il paese si sforzi di fare qualcosa per sé, basta che non faccia nulla contro di sé. Sono dunque i popoli stessi, che si lasciano o, per meglio dire, si fanno maltrattare, perché, smettendo di servire, essi sarebbero liberi. È il popolo che diventa servo e che si taglia la gola da solo, che, potendo scegliere tra essere sottomesso ed essere libero, respinge la libertà e accetta il giogo, che consente il proprio male o piuttosto lo ricerca...

Étienne de la Boétie, Discorso sulla servitù volontaria

sabato 16 aprile 2011

Prima o dopo

Prima o dopo doveva capitare, che finissi sul giornale locale della mia città natale. Soddisfo in effetti pienamente l'unica condizione necessaria per comparirvi: essere nata nel posto dove è edito e distribuito, Trieste.

Poniamo che abbiate scoperto il vaccino per una malattia incurabile fino al momento della vostra scoperta o una nuova particella subatomica o, piuttosto, che abbiate scritto il romanzo del secolo o abbiate salvato migliaia di profughi in fuga da una guerra civile o posto fine al conflitto israelo-palestinese: dimenticatevi di finire tra le sue pagine, a meno che non abbiate almeno un parente di primo grado nato a Trieste (nei periodi di magra di notizie, un parente di secondo grado o un fugace soggiorno in città possono eventualmente bastare).

Pensando solo ed esclusivamente al giorno in cui i miei, suoi fedelissimi lettori, si fossero trovati tra le mani un'intervista alla loro figlia, non ho saputo dire di no, quando una giornalista mi ha contattata e mi ha chiesto se fossi disponibile a rispondere ad una serie di domande volte a definire il percorso che mi ha condotta a lavorare all'estero e a confezionare una piccola intervista nel quadro di una rubrica dedicata ai triestini che lavorano all'estero. Sempre e solo col pensiero rivolto ai miei, mi sono piegata a tutto, anche alla richiesta di farmi fare delle foto "nel contesto della città", io che non mi faccio mai fotografare volentieri, e men che mai in una città come Parigi, che è presente negli album fotografici di milioni di turisti di tutto il mondo.

Il risultato è stato una selezione di quello che la giornalista ha ritenuto potesse stare nello spazio assegnato alla rubrica e al contempo potesse interessare il lettore del quotidiano: omesse la difficoltà dei miei inizi e la chiusura dell'ambiente triestino, omesso ogni riferimento al deficit italiano in materia di parità tra i sessi, omesso l'entusiasmo con cui ho vissuto la mia esperienza francofortese, omessa la mia passione per le lingue, omesso il riferimento a Meneghello e alla questione dell'abitarle, le lingue, omesso il nome del relatore della mia tesi, di cui ho molta stima, omesse le critiche rivolte ad alcuni dei soggetti e delle pratiche che fanno parte del mondo della mia professione, l'enfasi è finita tutta - condita nella consueta salsa di refusi, vera cifra del giornale - sulla mia laurea e sulla mia specializzazione, su Parigi e, in definitiva, sul migliore dei mondi possibili. 

Tutto questo sfondo di omissioni e di enfasi, di cui ho informato i miei, chiaramente non è riuscito a smorzare per nulla il loro entusiasmo e la loro emozione nel leggermi: del resto, niente avrebbe potuto farlo ed è giusto così.

L'unica cosa che mi è riuscita di fare, credo, è riportare l'epos con cui hanno vissuto la giornata sui binari della realtà:
Vardè che tuti* finissi sul Piccolo, prima o dopo: meio prima, comunque.
*L'unica pagina essenziale del giornale, seguitissima, giorno dopo giorno, scoppiasse la terza guerra mondiale o cascasse il mondo, è quella dei necrologi.

Memorabile coscienza di sole

A Vittorio Arrigoni

Ed era pura luce.

Dizionario di tutte 'e cose - H come Storia di Francia - 4

Il cardinale Mazarino

Il cardinale Mazarino aveva preparato con grande abilità la pace di Westfalia.
Sfortunatamente non sapeva governare il regno come l'aveva governato Richelieu.
Richelieu faceva tremare tutti, Mazarino spesso faceva ridere. Parlava male il francese, perché diceva, per esempio, civolla al posto di Siviglia(*), e si rideva. Era lezioso; faceva grandi riverenze a tutti, mentre tutti facevano la riverenza a Richelieu.
Richelieu prendeva molto denaro per sé e conduceva una vita da gran signore, ma non era cupido e avaro come Mazarino. Questi era arrivato in Francia senza un soldo; quando morì aveva duecento milioni.

Ernest Lavisse, La nouvelle première année d'Histoire de France, cit.

* ognon al posto di union, nell'originale.

giovedì 14 aprile 2011

Staccato

Un'adolescente di origine triestina da parte di madre, che a Trieste è legata anche se non ci ha mai vissuto, in piena fase di ricerca di sé e del mondo, alla fine della pagina del suo diario del 4 maggio del 1945, giorno in cui a Roma partecipa, ignorandone la natura e la copartecipazione fascista, al "corteo per protestare contro i comunisti e i socialisti che vorrebbero abbandonare Trieste agli jugoslavi", scrive: 
Torno a casa stremata. E molto perplessa. Mi ricordo che a casa mia gli sloveni sono chiamati "schavi", cioè schiavi. E così, pressappoco, vengono trattati. Con disprezzo.
Luciana Castellina, La scoperta del mondo, Nottetempo 2011

No, non erano chiamati "schavi": erano e sono chiamati "s'ciavi", ad indicare che la sibilante va pronunciata staccata dalla c palatale. Con disprezzo, certo, ma con questo staccato. Detto questo, il libro è per più di qualche tratto bello, naturalmente destinato - ma non lo so ancora se lascerò al destino prendere il sopravvento - a fare compagnia a Volevo la luna di Ingrao e a La ragazza del secolo scorso della Rossanda (che, sebbene con un'impostazione narrativa più convenzionale, ho preferito, forse perché, al contrario della Castellina, severa nel giudicare la se stessa adolescente e più indulgente con la se stessa adulta che emerge nella cornice e tra le parentesi poste in coda alle note del proprio diario di ragazza, la Rossanda, almeno nel ricordo che ne ho serbato, ha riservato alla propria maturità delle pagine lontane da ogni indulgenza, ammettendo non solo molti dubbi, ma anche dei semplici, irrinunciabili "non so").