A los amantes de las bellas letras
Hago llegar mis mejores deseos
Voy a cambiar de nombre a algunas cosas.
Mi posición es ésta:
El poeta no cumple su palabra
Si no cambia los nombres de las cosas.
¿Con qué razón el sol
Ha de seguir llamándose sol?
¡Pido que se llame Micifuz
El de las botas de cuarenta leguas!
¿Mis zapatos parecen ataúdes?
Sepan que desde hoy en adelante
Los zapatos se llaman ataúdes.
Comuníquese, anótese y publíquese
Que los zapatos han cambiado de nombre:
Desde ahora se llaman ataúdes.
Bueno, la noche es larga
Todo poeta que se estime a sí mismo
Debe tener su propio diccionario
Y antes que se me olvide
Al propio dios hay que cambiarle nombre
Que cada cual lo llame como quiera:
Ese es un problema personal.
Nicanor Parra
Agli amanti delle belle lettere
Mando i miei migliori auguri
Cambierò il nome ad alcune cose.
La mia posizione è questa:
Il poeta non mantiene la sua parola
Se non cambia i nomi delle cose.
Per quale motivo il sole
deve continuare a chiamarsi sole?
Chiedo che si chiami Micino
Quello con gli stivali di quaranta leghe!
Le mie scarpe sembrano bare?
Sappiano che da oggi in poi
Le scarpe si chiamano bare.
Comunicatelo, annotatelo e pubblicatelo
Che le scarpe hanno cambiato nome:
Da ora si chiamano bare.
Bene, la notte è lunga
Ogni poeta che si rispetti
Deve avere il proprio dizionario
E prima che mi dimentichi
Al proprio dio bisogna cambiargli il nome
Che ognuno lo chiami come desidera:
Questo è un problema personale.
mercoledì 17 febbraio 2010
Resurrección
La poesía entra en el sueño
como un buzo en el lago.
La poesía, más valiente que nadie,
entra y cae
a plomo
en un lago infinito como Loch Ness
o turbio e infausto como el lago Balatón.
Contempladla desde el fondo:
un buzo
inocente
envuelto en las plumas
de la voluntad.
La poesía entra en el sueño
como un buzo muerto
en el ojo de Dios.
Roberto Bolaño
La poesia entra nel sogno
come un palombaro nel lago.
La poesia, più valorosa di chiunque altro,
entra e cade
a piombo
in un lago infinito come Loch Ness
o torbido e tragico come il lago Balaton.
Contemplatela dal fondo:
un palombaro
innocente
avvolto nelle piume
della volontà.
La poesia entra nel sogno
come un palombaro morto
nell'occhio di Dio.
Etichette:
-spagnolo,
*Santiago del Cile,
Bolaño
martedì 16 febbraio 2010
Otro ritmo posible
Un buen verso
no sacia el hambre.
Un buen verso
no construye un jardín.
Un buen verso
no derriba al tirano.
Un verso
en el mejor de los casos consigue
cortarte la respiración
(la digestión casi nunca)
y su ritmo insinúa otro ritmo posible
para tu sangre y para los planetas.
Jorge Riechmann
Un bel verso
non placa la fame.
Un bel verso
non costruisce un giardino.
Un bel verso
non fa cadere il tiranno.
Un verso
nel migliore dei casi riesce
a mozzarti il respiro
(la digestione quasi mai)
e il suo ritmo insinua un altro ritmo possibile
per il tuo sangue e per i pianeti.
no sacia el hambre.
Un buen verso
no construye un jardín.
Un buen verso
no derriba al tirano.
Un verso
en el mejor de los casos consigue
cortarte la respiración
(la digestión casi nunca)
y su ritmo insinúa otro ritmo posible
para tu sangre y para los planetas.
Jorge Riechmann
Un bel verso
non placa la fame.
Un bel verso
non costruisce un giardino.
Un bel verso
non fa cadere il tiranno.
Un verso
nel migliore dei casi riesce
a mozzarti il respiro
(la digestione quasi mai)
e il suo ritmo insinua un altro ritmo possibile
per il tuo sangue e per i pianeti.
Le innumerevoli parole eschimesi per indicare la neve
Le ho cercate, le ho trovate e, con infinita pazienza, le ho contate.
Sono due.
Aput: snow on the ground.
Qanik: snow in the air (or snowflake).
Dictionary of the West Greenlandic Eskimo language, Meddelsem om Grønland 69 by C.W. Schultz-Lorentzen, Reitzels, Copenhagen 1927, cited by The great Eskimo vocabulary hoax and other irreverent essays on the study of language by Geoffrey K. Pullum, The University of Chicago Press, 1991
Tutto il resto è polisintesi, come dice la nota canzone di Califanuit, per cui le innumerevoli parole che gli inuit usano per indicare la neve sono solo parole composte derivate dalle due parole base (morfemi, se parlassi forbito).
Un po' come da una forma base, quella di un semplice prisma esagonale, derivano le infinite forme dei cristalli di neve.
Niente poesia*, oggi, ché nella mia ormai cronica mancanza di fantasia il cristallo mi fa venire in mente solo Kristall di Celan (e, solo dopo molti sforzi, anche la piccola raccolta Atemkristall, sempre sua), ma non mi pare il caso.
Al quinto anno di esistenza di questo piccolo blog, che ha superato imperturbabile le procelle più pericolose, cancellazione e recupero compresi (i pochi commenti che c'erano invece non ce l'hanno fatta a sopravvivere e devo dire che mi dispiace, perché erano pochi ma a me molto cari), in tempi in cui il mondo può usufruire dei mirabili benefici del ueb tciu point siro, cui personalmente preferisco la socialità del bar all'angolo e il girovagare per strada, ho deciso che continuerò a venire ad arieggiare questo posto anche in assenza pressoché totale di visitatori, pronta a dar loro il benvenuto, se comparissero, e pure un caffè, se lo gradissero, ma non in loro attesa (ché altrimenti qui si sarebbe abbandonato tutto ai ragni e alle erbacce da un bel pezzo).
* Bon, solo qualche verso messo in fila, via, che male non fa: E (m'innamoro) del sol rîe che fa fiurî l’avril/e del miel che l’ha in boca,/la prima neve che za fioca/sia pur lenta e zentil.
Del sol rîe è del suo riso, quello della vita.
Sono due.
Aput: snow on the ground.
Qanik: snow in the air (or snowflake).
Dictionary of the West Greenlandic Eskimo language, Meddelsem om Grønland 69 by C.W. Schultz-Lorentzen, Reitzels, Copenhagen 1927, cited by The great Eskimo vocabulary hoax and other irreverent essays on the study of language by Geoffrey K. Pullum, The University of Chicago Press, 1991
Tutto il resto è polisintesi, come dice la nota canzone di Califanuit, per cui le innumerevoli parole che gli inuit usano per indicare la neve sono solo parole composte derivate dalle due parole base (morfemi, se parlassi forbito).
Un po' come da una forma base, quella di un semplice prisma esagonale, derivano le infinite forme dei cristalli di neve.
Foto di Kenneth Libbrecht (altre qui)
***
Niente poesia*, oggi, ché nella mia ormai cronica mancanza di fantasia il cristallo mi fa venire in mente solo Kristall di Celan (e, solo dopo molti sforzi, anche la piccola raccolta Atemkristall, sempre sua), ma non mi pare il caso.
***
***
* Bon, solo qualche verso messo in fila, via, che male non fa: E (m'innamoro) del sol rîe che fa fiurî l’avril/e del miel che l’ha in boca,/la prima neve che za fioca/sia pur lenta e zentil.
Del sol rîe è del suo riso, quello della vita.
***
(questi non sono asterischi, sono cristalli di neve ramificati)
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-kalaallisut,
*Grado,
Marin
lunedì 15 febbraio 2010
domenica 14 febbraio 2010
Bellezza e verità in fisica
Murray Gell-Mann, premio Nobel per la fisica del 1969 per i suoi studi sulle particelle elementari.
Si occupa anche dell'evoluzione delle lingue ed è alla ricerca della lingua primigenia assieme a linguisti russi.
Etichette:
-linguaggio della scienza
sabato 13 febbraio 2010
Cosmogonie
La mitizzazione della realtà
L'essenziale della realtà è il senso. Ciò che non ha senso per noi non è reale. Ciascuna particella della realtà vive nella misura in cui essa è partecipe di un senso universale. Delle vecchie cosmogonie esprimevano ciò con una frase: "In principio era il Verbo". Quello che non viene nominato per noi non esiste. Nominare una cosa equivale ad inglobarla in un senso universale. Una parola isolata, una tessera di un mosaico, è un prodotto recente, risultato - già - della tecnica. La parola primitiva era divagazione orbitante attorno al senso della luce, era un grande tutto universale. Nella sua accezione corrente, la parola oggi è solo un frammento, un rudimento di una mitologia antica e integrale. Da cui questa tendenza in sé a rigenerarsi, a ricrescere, a completarsi per ritornare al suo senso intero. La vita della parola consiste nel fatto di tendere verso migliaia di combinazioni, come i pezzi del corpo squartato del serpente leggendario che si cercavano nelle tenebre. Questo organismo complesso è stato lacerato in vocaboli separati, in sillabe, in discorsi quotidiani; utilizzato in questa nuova forma, è diventato uno strumento di comunicazione. La vita, lo sviluppo del verbo, sono stati spinti sul cammino utilitaristico, sottoposti a regole estranee. Ma quando le esigenze della pratica si distendono, quando la parola liberata dai vincoli è lasciata a se stessa e ristabilita nelle proprie leggi, si produce in essa una regressione: tende allora a completarsi, a ritrovare i suoi legami antichi, il suo senso, il suo stato primordiale nella patria originale delle parole - ed è allora che nasce la poesia.
La poesia, sono cortocircuiti di senso che si producono tra le parole, è un brusco zampillio di miti primitivi.
Utilizzando le parole correnti dimentichiamo che sono dei frammenti di storie antiche ed eterne, che - come i barbari - stiamo costruendo la nostra casa con frammenti di statue di dei. I nostri concetti ed i nostri termini più concreti ne sono derivati da lontano. Non un atomo, nelle nostre idee, che non ne provenga, che non ne sia una mitologia trasformata, storpiata, cambiata. La funzione più primitiva dello spirito è la creazione di racconti, "di storie". La scienza ha sempre trovato la sua forza motrice nella convinzione di trovare al termine dei suoi sforzi il senso ultimo del mondo, che essa cerca in cima alle sue impalcature artificiali. Ma gli elementi che essa utilizza hanno già svolto un servizio, provengono da storie antiche smontate. La poesia riconosce il senso perduto, restituisce alle parole il loro posto, le collega secondo certi significati. Elaborato da un poeta, il verbo riprende coscienza, se si può dire, del suo senso primo, risboccia spontaneamente secondo le proprie leggi, riscopre la sua integralità. Ecco perché tutta la poesia è creazione di mitologia, tende a ricreare i miti del mondo. La mitizzazione del mondo non è terminata. Questo processo è stato solamente frenato dallo sviluppo della scienza, spinto su una via laterale dove vegeta, il suo senso essendo smarrito. Quanto alla scienza, essa non è altro che uno sforzo per costruire il mito del mondo, perché il mito è contenuto negli elementi che essa utilizza e perché noi non possiamo andare oltre al mito. La poesia raggiunge il senso del mondo per deduzione, per anticipazione, a partire da grandi scorciatoie e da audaci avvicinamenti. La scienza mira allo stesso scopo per induzione, metodicamente, tenendo conto di tutto il materiale dell'esperienza. Ma, in fondo, tutte e due cercano la stessa cosa.
Infaticabilmente, lo spirito umano aggiunge alla vita le sue glosse - dei miti -, infaticabilmente cerca di "conferire un senso" alla realtà.
Il senso è ciò che trascina l'umanità nel processo della realtà. È un dato assoluto che non può essere dedotto da altri dati. Impossibile spiegare perché una cosa non sembra "sensata". Conferire un senso al mondo è una funzione indissociabile dalla parola. La parola è l'organo metafisico dell'uomo. Col tempo, la parola si fissa, cessa di veicolare dei sensi nuovi. Il poeta rende alle parole la loro virtù di corpi conduttori, creando delle accumulazioni in cui nascono delle tensioni nuove. I simboli matematici sono un allargamento della parola a nuovi domini. La tabella è anch'essa un derivato del verbo, di ciò che non è ancora segno, ma mito, storia, senso.
Si considera generalmente la parola come un'ombra della realtà, come un riflesso. Sarebbe più giusto dire il contrario! La realtà è un'ombra della parola. La filosofia è, in fondo, filologia, studio profondo e creatrice del verbo.
Studio, 1936, Numeri 3/4
Una possibile versione della traduzione dal polacco di Thérese Douchy
Bruno Schulz, Oeuvres complètes, Denoël 2004
Scienza come mito
D.: Se posso richiamare la sua attenzione. Ci fu un congresso nella DDR, nel momento in cui questa repubblica sviluppava al massimo la sua coscienza di sé. In realtà, dicevano, si tratta di dissipazione di vento stellare, attraverso il vento delle stelle, di stelle enormi, giovani. In un'economia pianificata, del tutto impossibile. Bisognava rimodellarlo. Ma era la creazione di due movimenti mitici.
E.: Laddove uno è più pieno di paure. La parsimonia, la ricerca della dissipazione dell'universo. Anche la biologia ha bisogno della fecondazione di milioni di cellule seminali che si distribuiscono: una incredibile esplosione di energia. I cosmologi si chiedono quanto simile sia l'universo.
L'essenziale della realtà è il senso. Ciò che non ha senso per noi non è reale. Ciascuna particella della realtà vive nella misura in cui essa è partecipe di un senso universale. Delle vecchie cosmogonie esprimevano ciò con una frase: "In principio era il Verbo". Quello che non viene nominato per noi non esiste. Nominare una cosa equivale ad inglobarla in un senso universale. Una parola isolata, una tessera di un mosaico, è un prodotto recente, risultato - già - della tecnica. La parola primitiva era divagazione orbitante attorno al senso della luce, era un grande tutto universale. Nella sua accezione corrente, la parola oggi è solo un frammento, un rudimento di una mitologia antica e integrale. Da cui questa tendenza in sé a rigenerarsi, a ricrescere, a completarsi per ritornare al suo senso intero. La vita della parola consiste nel fatto di tendere verso migliaia di combinazioni, come i pezzi del corpo squartato del serpente leggendario che si cercavano nelle tenebre. Questo organismo complesso è stato lacerato in vocaboli separati, in sillabe, in discorsi quotidiani; utilizzato in questa nuova forma, è diventato uno strumento di comunicazione. La vita, lo sviluppo del verbo, sono stati spinti sul cammino utilitaristico, sottoposti a regole estranee. Ma quando le esigenze della pratica si distendono, quando la parola liberata dai vincoli è lasciata a se stessa e ristabilita nelle proprie leggi, si produce in essa una regressione: tende allora a completarsi, a ritrovare i suoi legami antichi, il suo senso, il suo stato primordiale nella patria originale delle parole - ed è allora che nasce la poesia.
La poesia, sono cortocircuiti di senso che si producono tra le parole, è un brusco zampillio di miti primitivi.
Utilizzando le parole correnti dimentichiamo che sono dei frammenti di storie antiche ed eterne, che - come i barbari - stiamo costruendo la nostra casa con frammenti di statue di dei. I nostri concetti ed i nostri termini più concreti ne sono derivati da lontano. Non un atomo, nelle nostre idee, che non ne provenga, che non ne sia una mitologia trasformata, storpiata, cambiata. La funzione più primitiva dello spirito è la creazione di racconti, "di storie". La scienza ha sempre trovato la sua forza motrice nella convinzione di trovare al termine dei suoi sforzi il senso ultimo del mondo, che essa cerca in cima alle sue impalcature artificiali. Ma gli elementi che essa utilizza hanno già svolto un servizio, provengono da storie antiche smontate. La poesia riconosce il senso perduto, restituisce alle parole il loro posto, le collega secondo certi significati. Elaborato da un poeta, il verbo riprende coscienza, se si può dire, del suo senso primo, risboccia spontaneamente secondo le proprie leggi, riscopre la sua integralità. Ecco perché tutta la poesia è creazione di mitologia, tende a ricreare i miti del mondo. La mitizzazione del mondo non è terminata. Questo processo è stato solamente frenato dallo sviluppo della scienza, spinto su una via laterale dove vegeta, il suo senso essendo smarrito. Quanto alla scienza, essa non è altro che uno sforzo per costruire il mito del mondo, perché il mito è contenuto negli elementi che essa utilizza e perché noi non possiamo andare oltre al mito. La poesia raggiunge il senso del mondo per deduzione, per anticipazione, a partire da grandi scorciatoie e da audaci avvicinamenti. La scienza mira allo stesso scopo per induzione, metodicamente, tenendo conto di tutto il materiale dell'esperienza. Ma, in fondo, tutte e due cercano la stessa cosa.
Infaticabilmente, lo spirito umano aggiunge alla vita le sue glosse - dei miti -, infaticabilmente cerca di "conferire un senso" alla realtà.
Il senso è ciò che trascina l'umanità nel processo della realtà. È un dato assoluto che non può essere dedotto da altri dati. Impossibile spiegare perché una cosa non sembra "sensata". Conferire un senso al mondo è una funzione indissociabile dalla parola. La parola è l'organo metafisico dell'uomo. Col tempo, la parola si fissa, cessa di veicolare dei sensi nuovi. Il poeta rende alle parole la loro virtù di corpi conduttori, creando delle accumulazioni in cui nascono delle tensioni nuove. I simboli matematici sono un allargamento della parola a nuovi domini. La tabella è anch'essa un derivato del verbo, di ciò che non è ancora segno, ma mito, storia, senso.
Si considera generalmente la parola come un'ombra della realtà, come un riflesso. Sarebbe più giusto dire il contrario! La realtà è un'ombra della parola. La filosofia è, in fondo, filologia, studio profondo e creatrice del verbo.
Studio, 1936, Numeri 3/4
Una possibile versione della traduzione dal polacco di Thérese Douchy
Bruno Schulz, Oeuvres complètes, Denoël 2004
*
Scienza come mito
Domanda: Quando scrive qui nel suo capitolo "La poesia della scienza", si spinge a conseguenze estreme quando dice che forse l'umanità al momento non sa affatto dove si concretizza la sua qualità poetica e crede ancora che avvenga solo in letteratura. In realtà gli scienziati stanno facendo una nuova poesia.
Enzensberger: È una tesi forte, ma si può introdurre qualcosa in suo favore, ad esempio questo riguarda per lo più le scienze più avanzate. Come detto, la biologia è una scienza relativamente giovane, in una certa misura acerba, nella fisica... La fisica ha raggiunto uno stadio di materialismo - cioè possiamo chiarire tutto come il demone di Laplace: se posseggo i dati, posso prevedere tutto, è completamente deterministico - ma da questa visione deterministica la fisica si è allontanata da tempo. Per quello che raccontano oggi la cosmologia, l'astrofisica, la fisica delle particelle, queste si potrebbero oggi designare come miti, svolgono un ruolo simile al mito, una funzione simile al mito. Non è identico al mito greco, ma ha una funzione simile per la nostra coscienza, cioè sono immagini che ci rendono il mondo più comprensibile, così come appunto le vecchie mitologie avevano lo stesso scopo, ci consentivano di orientarci. Perché sapevamo che Venere è l'amore, Zeus il tuono, e ci si poteva spiegare tutto, almeno spiegare nel senso di avere comprensione, di non sentirci più estranei al mondo, bensì trarne un senso. E oggi è anche così: questo universo che viene descritto nelle scienze è analogo ai racconti. La storia del big bang, lo sviluppo dell'universo a partire da questo evento, come vengono di solito descritti? L'espansione, lo spostamento verso il rosso, ecc., tutto ciò è anche un mito, analogo ad un mito. È una produzione molto forte. Non è niente di facile, non è niente di semplice, non si può costruire il mito ogni giorno, ma è forte.D.: Se posso richiamare la sua attenzione. Ci fu un congresso nella DDR, nel momento in cui questa repubblica sviluppava al massimo la sua coscienza di sé. In realtà, dicevano, si tratta di dissipazione di vento stellare, attraverso il vento delle stelle, di stelle enormi, giovani. In un'economia pianificata, del tutto impossibile. Bisognava rimodellarlo. Ma era la creazione di due movimenti mitici.
E.: Laddove uno è più pieno di paure. La parsimonia, la ricerca della dissipazione dell'universo. Anche la biologia ha bisogno della fecondazione di milioni di cellule seminali che si distribuiscono: una incredibile esplosione di energia. I cosmologi si chiedono quanto simile sia l'universo.
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domenica 7 febbraio 2010
A propósito de Dante
En lugar de “Per me si va nella città dolente” podríamos escribir:
Por mí, se va a la ciudad sin fondo
Eternidad que persigue su propio abismo.
¡Mucho mejor! Mucho más profundo resulta este infierno que se precipita en su propio abismo.
Witold Gombrowicz, 1966
Por mí, se va a la ciudad sin fondo
Eternidad que persigue su propio abismo.
¡Mucho mejor! Mucho más profundo resulta este infierno que se precipita en su propio abismo.
Witold Gombrowicz, 1966
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sabato 6 febbraio 2010
Когда умирают кони - дышат
Когда умирают кони - дышат,
Когда умирают травы - сохнут,
Когда умирают солнца - они гаснут,
Когда умирают люди - поют песни.
Велимир Хлебников, 1912
Quando stanno morendo, i cavalli respirano,
Quando stanno morendo, le erbe si seccano,
Quando stanno morendo, i soli si bruciano,
Quando stanno morendo, gli uomini cantano delle canzoni.
Velimir Chlebnikov, 1912
Traduzione di Paolo Nori
Questa non è solo una poesia di Chlebnikov, è anche la prima poesia di Chlebnikov che Nori abbia mai letto nella sua vita. Di altre persone specifiche non saprei dire, ma c'è una certa probabilità che vi siano dei passanti olandesi e dei patiti di musica elettronica tedeschi e non che hanno letto per prima proprio questa poesia, tra le poesie di Chlebnikov.
Perché a Leida si trova all'aperto, sul muro laterale di un edificio in Apothekersdijk 26.
E perché Thomas Brinkmann l'ha interpretata così.
Se posso per un attimo parlare di me, questa è già la seconda poesia di Chlebnikov che leggo.
Когда умирают травы - сохнут,
Когда умирают солнца - они гаснут,
Когда умирают люди - поют песни.
Велимир Хлебников, 1912
Quando stanno morendo, i cavalli respirano,
Quando stanno morendo, le erbe si seccano,
Quando stanno morendo, i soli si bruciano,
Quando stanno morendo, gli uomini cantano delle canzoni.
Velimir Chlebnikov, 1912
Traduzione di Paolo Nori
Questa non è solo una poesia di Chlebnikov, è anche la prima poesia di Chlebnikov che Nori abbia mai letto nella sua vita. Di altre persone specifiche non saprei dire, ma c'è una certa probabilità che vi siano dei passanti olandesi e dei patiti di musica elettronica tedeschi e non che hanno letto per prima proprio questa poesia, tra le poesie di Chlebnikov.
Perché a Leida si trova all'aperto, sul muro laterale di un edificio in Apothekersdijk 26.
E perché Thomas Brinkmann l'ha interpretata così.
Se posso per un attimo parlare di me, questa è già la seconda poesia di Chlebnikov che leggo.
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Chlebnikov
Я долго думал об орлах
Я долго думал об орлах
и понял многое:
орлы летают в облаках,
летают никого не трогая.
Я понял, что живут орлы на скалах и в горах
и дружат с водяными духами.
Я долго думал об орлах,
но спутал, кажется, их с мухами.
15 марта 1939
Даниил Хармс
Ho pensato a lungo alle aquile
e ho capito molte cose:
le aquile volano nelle nuvole,
volano senza toccare nessuno.
Ho capito che le aquile vivono su rocce e montagne
e sono amiche degli spiriti delle acque.
Ho pensato a lungo alle aquile,
ma, a quanto pare, le ho confuse con le mosche.
15 marzo 1939
Daniil Charms
и понял многое:
орлы летают в облаках,
летают никого не трогая.
Я понял, что живут орлы на скалах и в горах
и дружат с водяными духами.
Я долго думал об орлах,
но спутал, кажется, их с мухами.
15 марта 1939
Даниил Хармс
Ho pensato a lungo alle aquile
e ho capito molte cose:
le aquile volano nelle nuvole,
volano senza toccare nessuno.
Ho capito che le aquile vivono su rocce e montagne
e sono amiche degli spiriti delle acque.
Ho pensato a lungo alle aquile,
ma, a quanto pare, le ho confuse con le mosche.
15 marzo 1939
Daniil Charms
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Charms
mercoledì 3 febbraio 2010
Stimme II
Verschreckt haste ich durch den Sommerregen
Hinter dem Zaun lauert ein kurzsichtiger Knecht
Im geöffneten Koffer
(Den ich verbergen will)
Ist mein Geschlecht zu sehen
Gelb und weich wie eine Kamelschnauze
Nun schützen mich weder Zigaretten
Noch der Surrealismus
In meiner Wohnung ein heilloses Durcheinander
Und im Spiegel plötzlich ein schlafender Mann.
Nora Iuga
(via noraiuga.wordpress.com)
Voce II
Spaventata mi affretto attraverso la pioggia estiva
Dietro al recinto è appostato un garzone miope
Nella valigia aperta
(Che voglio nascondere)
Si vede il mio sesso
Giallo e morbido come un muso di cammello
Ora non mi proteggono né le sigarette
Né il surrealismo
Nel mio appartamento un caos disperato
E nello specchio all'improvviso un uomo che dorme
Hans Richter, Vormittagsspuk, 1928 (archive.org)
Paul Hindemith, Musik für mechanisches Klavier (Welte-Mignon), opus 40 (verloren) (perduta. La musica fu distrutta nel 1938 in quanto "arte degenerata" e il rullo della pianola meccanica fu distrutto nella fabbrica di Friburgo Welte-Mignon durante un raid aereo il 27 novembre 1944. Restano però le parole del suo autore: “L'ascoltatore è sospeso nella costante ansia se la musica concordi veramente con l'immagine o meno - è ridicolo quando al colpo di cannone sopra arriva troppo tardi il battito del tamburo; se arriva al momento giusto, è poco meno idiota... Ma siccome si deve fare musica per i film... perché allora non una restituita in modo altrettanto meccanico? E perché non una musica che sia stata concepita e realizzata assieme al film? Una musica che si esaurisca sempre solo per il film corrispondente e che sia fornita al cinema dalla distribuzione solo assieme al film! E se viene suonata in tutte le altre accampate occasioni, perché non con l'ausilio di strumenti meccanici di alta qualità che funzionano bene e razionalmente?” Paul Hindemith “Zur mechanischen Musik”, 1927, in Aufsätze, 24. Da David Trippet.)
Hinter dem Zaun lauert ein kurzsichtiger Knecht
Im geöffneten Koffer
(Den ich verbergen will)
Ist mein Geschlecht zu sehen
Gelb und weich wie eine Kamelschnauze
Nun schützen mich weder Zigaretten
Noch der Surrealismus
In meiner Wohnung ein heilloses Durcheinander
Und im Spiegel plötzlich ein schlafender Mann.
Nora Iuga
(via noraiuga.wordpress.com)
Voce II
Spaventata mi affretto attraverso la pioggia estiva
Dietro al recinto è appostato un garzone miope
Nella valigia aperta
(Che voglio nascondere)
Si vede il mio sesso
Giallo e morbido come un muso di cammello
Ora non mi proteggono né le sigarette
Né il surrealismo
Nel mio appartamento un caos disperato
E nello specchio all'improvviso un uomo che dorme
Hans Richter, Vormittagsspuk, 1928 (archive.org)
Paul Hindemith, Musik für mechanisches Klavier (Welte-Mignon), opus 40 (verloren) (perduta. La musica fu distrutta nel 1938 in quanto "arte degenerata" e il rullo della pianola meccanica fu distrutto nella fabbrica di Friburgo Welte-Mignon durante un raid aereo il 27 novembre 1944. Restano però le parole del suo autore: “L'ascoltatore è sospeso nella costante ansia se la musica concordi veramente con l'immagine o meno - è ridicolo quando al colpo di cannone sopra arriva troppo tardi il battito del tamburo; se arriva al momento giusto, è poco meno idiota... Ma siccome si deve fare musica per i film... perché allora non una restituita in modo altrettanto meccanico? E perché non una musica che sia stata concepita e realizzata assieme al film? Una musica che si esaurisca sempre solo per il film corrispondente e che sia fornita al cinema dalla distribuzione solo assieme al film! E se viene suonata in tutte le altre accampate occasioni, perché non con l'ausilio di strumenti meccanici di alta qualità che funzionano bene e razionalmente?” Paul Hindemith “Zur mechanischen Musik”, 1927, in Aufsätze, 24. Da David Trippet.)
domenica 31 gennaio 2010
E' mònd
N u géim che e' mònd l'è brott,
malèd, ardòtt in mérda.
E' mònd l'à bsògn d'ès bèll
ènca s u t rògg e' cor
ènca s i t 'taia al déidi.
Nino Pedretti
Non ditemi che il mondo è brutto,
malato, ridotto in merda.
Il mondo ha bisogno di essere bello
anche se ti urla il cuore
anche se ti mozzano le dita.
(ricordata da Paolo Nori in Mi compro una Gilera, Feltrinelli 2008, pag. 127)
malèd, ardòtt in mérda.
E' mònd l'à bsògn d'ès bèll
ènca s u t rògg e' cor
ènca s i t 'taia al déidi.
Nino Pedretti
Non ditemi che il mondo è brutto,
malato, ridotto in merda.
Il mondo ha bisogno di essere bello
anche se ti urla il cuore
anche se ti mozzano le dita.
(ricordata da Paolo Nori in Mi compro una Gilera, Feltrinelli 2008, pag. 127)
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Pedretti
sabato 30 gennaio 2010
ich was not yet in brasilien
ich was not yet
in brasilien
nach brasilien
wulld ich laik du go
wer de wimen
arr so ander
so quait ander
denn anderwo
Ernst Jandl
io was not yet
in brasile
in brasile
mi vud laic tu go
uer de uimen
ar so diverse
so quait diverse
che altrove
(ripresa da Die Passanten nella canzone Brasilien)
in brasilien
nach brasilien
wulld ich laik du go
wer de wimen
arr so ander
so quait ander
denn anderwo
Ernst Jandl
io was not yet
in brasile
in brasile
mi vud laic tu go
uer de uimen
ar so diverse
so quait diverse
che altrove
(ripresa da Die Passanten nella canzone Brasilien)
lunedì 25 gennaio 2010
ver vet blaybn? vos vet blaybn? blaybn vet a vint
ver vet blaybn? vos vet blaybn? blaybn vet a vint,
blaybn vet di blindkeyt funem blindn, vos farshvindt.
blaybn vet a simen funem yam: a shnirl shoym,
blaybn vet a volkndl fartshepet oyf a boym.
ver vet blaybn? vos vet blaybn? blaybn vet a traf,
breyshesdik aroystsugrozn vider zayn bashaf.
blaybn vet a fidlroyz lekoved zikh aleyn,
zibn grozn fun di grozn veln zi farshteyn.
mer fun ale shtern azh fun tsofn biz aher,
blaybn vet der shtern, vos er falt in same trer.
shtendik vet a tropn vayn oykh blaybn in zayn krug.
ver vet blaybn, got ver blaybn, iz dir nit genug?
Abraham Sutzkever, 1913-2010
chi resterà? cosa resterà? resterà un vento,
resterà la cecità del cieco che se n'è andato.
resterà un filo di schiuma: un segno del mare,
resterà una nuvoletta imbrigliata in un albero.
chi resterà? cosa resterà? resterà un seme
primordiale che germoglierà di nuovo.
resterà il senso della rosa orgogliosa,
che sette fili d'erba le sapranno dare.
di tutte le stelle a nord da qui,
resterà la stella discesa nella lacrima.
una goccia di vino resterà sempre nella sua brocca.
chi resterà? resterà dio, non ti basta?
unter dayne vayse shtern/sotto la tua stella bianca
(farfast in der Vilner geto 1943)/(composta nel ghetto di Vilnius nel 1943)
unter dayne vayse shtern/sotto la tua stella bianca
shtrek tsu mir dayn vayse hant./porgimi la tua mano bianca.
mayne verter zaynen trern,/le mie parole sono lacrime,
viln ruen in dayn hant./vogliono riposare nelle tue mani.
ze, es tunklt zeyer finkl/vedi, quando imbrunisce lasciale scintillare
in mayn kelerdikn blik,/nel mio sguardo profondo,
un ikh hob gornit keyn vinkl/e non ho nessun angolo
zey tsu shenken dir tsurik./per mandartele indietro.
un ikh vil dokh, got, getrayer,/e io, caro dio,
dir fartroyen mayn farmeg,/confiderò le mie in te
vayl es mont in mir a fayer/mentre in me cresce un fuoco
un in fayer mayne teg./e si trasformano in fuoco i miei giorni.
nor in keler un in lekher/ora nelle cantine e nei buchi
veynt di merderishe ru./piange la calma mortale.
loyf ikh hekher – iber dekher/volo più in alto - sopra i tetti
un ikh zukh: vu bistu, vu?/e cerco: dove sei, dove?
nemen yogn mikh meshune/qualcosa di strano mi dà la caccia
trep un hoyfn mit gevoy./scale e cortili sono perquisiti.
heng ikh a geplatste strune/pendo come una corda spezzata
un ikh zing tsu dir azoy:/e ti canto così:
unter dayne vayse shtern
shtrek tsu mir dayn vayse hant.
mayne verter zaynen trern
viln ruen in dayn hant.
Sutzkever – Brodna
blaybn vet di blindkeyt funem blindn, vos farshvindt.
blaybn vet a simen funem yam: a shnirl shoym,
blaybn vet a volkndl fartshepet oyf a boym.
ver vet blaybn? vos vet blaybn? blaybn vet a traf,
breyshesdik aroystsugrozn vider zayn bashaf.
blaybn vet a fidlroyz lekoved zikh aleyn,
zibn grozn fun di grozn veln zi farshteyn.
mer fun ale shtern azh fun tsofn biz aher,
blaybn vet der shtern, vos er falt in same trer.
shtendik vet a tropn vayn oykh blaybn in zayn krug.
ver vet blaybn, got ver blaybn, iz dir nit genug?
Abraham Sutzkever, 1913-2010
chi resterà? cosa resterà? resterà un vento,
resterà la cecità del cieco che se n'è andato.
resterà un filo di schiuma: un segno del mare,
resterà una nuvoletta imbrigliata in un albero.
chi resterà? cosa resterà? resterà un seme
primordiale che germoglierà di nuovo.
resterà il senso della rosa orgogliosa,
che sette fili d'erba le sapranno dare.
di tutte le stelle a nord da qui,
resterà la stella discesa nella lacrima.
una goccia di vino resterà sempre nella sua brocca.
chi resterà? resterà dio, non ti basta?
*
unter dayne vayse shtern/sotto la tua stella bianca
(farfast in der Vilner geto 1943)/(composta nel ghetto di Vilnius nel 1943)
unter dayne vayse shtern/sotto la tua stella bianca
shtrek tsu mir dayn vayse hant./porgimi la tua mano bianca.
mayne verter zaynen trern,/le mie parole sono lacrime,
viln ruen in dayn hant./vogliono riposare nelle tue mani.
ze, es tunklt zeyer finkl/vedi, quando imbrunisce lasciale scintillare
in mayn kelerdikn blik,/nel mio sguardo profondo,
un ikh hob gornit keyn vinkl/e non ho nessun angolo
zey tsu shenken dir tsurik./per mandartele indietro.
un ikh vil dokh, got, getrayer,/e io, caro dio,
dir fartroyen mayn farmeg,/confiderò le mie in te
vayl es mont in mir a fayer/mentre in me cresce un fuoco
un in fayer mayne teg./e si trasformano in fuoco i miei giorni.
nor in keler un in lekher/ora nelle cantine e nei buchi
veynt di merderishe ru./piange la calma mortale.
loyf ikh hekher – iber dekher/volo più in alto - sopra i tetti
un ikh zukh: vu bistu, vu?/e cerco: dove sei, dove?
nemen yogn mikh meshune/qualcosa di strano mi dà la caccia
trep un hoyfn mit gevoy./scale e cortili sono perquisiti.
heng ikh a geplatste strune/pendo come una corda spezzata
un ikh zing tsu dir azoy:/e ti canto così:
unter dayne vayse shtern
shtrek tsu mir dayn vayse hant.
mayne verter zaynen trern
viln ruen in dayn hant.
Sutzkever – Brodna
domenica 10 gennaio 2010
Scarpe zale
suite in-t-un armèr
in
tredici stazioni
1
Un per de scarpe zale -
dio vardi che mancassi!
Messe, sì e no, 'na volta
e forsi gnanca.
Per via che 'l zalo
no' se porta
tropo de frequente.
2
Co piovi no. No de inverno
e d'istà. Per Pasqua, forsi
4
El poderìa anca dàrghele
a chi che no' ga scarpe.
................................
El varda in-t-el armèr:
'na rabia su ghe monta. Ma chi
te vol che gnanca par regalo
se le cioghi!?
5
Ch'i gabi anca sbrindèi de scarpe
ai pìe, i va piutosto scalzi
che mèterse un per zale.
"Semo forsi de balo zavaion!?"
Cussì i li remenassi al dormitorio
publico o su dei frati
co i va ciapar la calda.
6
Zalo xe zalo - difizile portar!
7
Pur sempre un fià dispiasi,
scarpe cussì,
de no' poderle meter.
Le iera - alora - costade
anca i sui soldi.
Con ogi - se vol meter? -
no' xe gnanca confronto
come rifinidura: ogi se incola!
In quela volta inveze:
cusi e ribati...cusi e ribati...
8
El se ricorda preciso
ancora de'l negozio
(che no' xe più), de come
la comessa la xe 'ndada
per ciòrghele in vetrina:
sbassandose in avanti l'orlo
del traverson de drio
xe 'ndà su pian, mostrando
un gran toco de'l bianco
de le gambe. Altri pari
de scarpe mai, dopo, el ga
comprà con più entusiasmo!
9
Tingerle: sarìa 'n'idea!
Ma chi e do' se tingi
ogi
un per de scarpe zale!?
10
"Xe un magazin 'sta casa.
Coss' te tien tuti
'sti strafanici? Aria, papà,
fate più aria, 'torno: bùtile,
coss' te se intestardissi!
Se fossi De Rosè 'ncora vivo
al cine varietà de l'Armonia
gnanca per la ridada el doprarìa
'sto per de scarpe zale!"
11
Roberto De Rosè a l'Armonia:
do nomi messi là dopo nosòmi
quanto tempo che no' li sentiva;
e proprio lu', su' fio, a nominarli.
Su' fio. No' più 'l putel
che 'l se tegniva drento fin
un momento prima, ma, davanti,
'n omo: le ore del suo viver
za ingombre de ricordi
e nostalgie.
12
(Su' fio: come lu', vecio)
13
'gni sera, spoiandose de solo
sentado su la sponda de 'l leto,
el parla co' la molie
come la fossi 'ncora
là 'rente distirada:
"Coss' te disi che femo?
Se no le go de meter,
le xe solo 'n intrigo.
E ga ragion tu' fio: butèmole!"
..................
Mezo giro, el fa,
voltà verso la parte
do' che la iera (e xe):
"se podarìa risolver
che mi vignissi via
là che te son ti".
2
Co piovi no. No de inverno
e d'istà. Per Pasqua, forsi
la prima domenica, de le palme
................................................
"Cristo entra in Gerusalemme"
(in scarpe zale).
3
Iera un, Giacomo,
professor de dirito,
avocato, che 'l capitava
a scola da l' "aule giudiziarie"
in dopiopeto blu
e scarpe zale.
Ghe iera sempre parso estroso
- e un fià sempioldo -
che de matina presto
el 'ndassi in tribunal
parado de blu scuro
e zalo ovo ai pìe!
3
Iera un, Giacomo,
professor de dirito,
avocato, che 'l capitava
a scola da l' "aule giudiziarie"
in dopiopeto blu
e scarpe zale.
Ghe iera sempre parso estroso
- e un fià sempioldo -
che de matina presto
el 'ndassi in tribunal
parado de blu scuro
e zalo ovo ai pìe!
4
El poderìa anca dàrghele
a chi che no' ga scarpe.
................................
El varda in-t-el armèr:
'na rabia su ghe monta. Ma chi
te vol che gnanca par regalo
se le cioghi!?
5
Ch'i gabi anca sbrindèi de scarpe
ai pìe, i va piutosto scalzi
che mèterse un per zale.
"Semo forsi de balo zavaion!?"
Cussì i li remenassi al dormitorio
publico o su dei frati
co i va ciapar la calda.
6
Zalo xe zalo - difizile portar!
7
Pur sempre un fià dispiasi,
scarpe cussì,
de no' poderle meter.
Le iera - alora - costade
anca i sui soldi.
Con ogi - se vol meter? -
no' xe gnanca confronto
come rifinidura: ogi se incola!
In quela volta inveze:
cusi e ribati...cusi e ribati...
8
El se ricorda preciso
ancora de'l negozio
(che no' xe più), de come
la comessa la xe 'ndada
per ciòrghele in vetrina:
sbassandose in avanti l'orlo
del traverson de drio
xe 'ndà su pian, mostrando
un gran toco de'l bianco
de le gambe. Altri pari
de scarpe mai, dopo, el ga
comprà con più entusiasmo!
9
Tingerle: sarìa 'n'idea!
Ma chi e do' se tingi
ogi
un per de scarpe zale!?
10
"Xe un magazin 'sta casa.
Coss' te tien tuti
'sti strafanici? Aria, papà,
fate più aria, 'torno: bùtile,
coss' te se intestardissi!
Se fossi De Rosè 'ncora vivo
al cine varietà de l'Armonia
gnanca per la ridada el doprarìa
'sto per de scarpe zale!"
11
Roberto De Rosè a l'Armonia:
do nomi messi là dopo nosòmi
quanto tempo che no' li sentiva;
e proprio lu', su' fio, a nominarli.
Su' fio. No' più 'l putel
che 'l se tegniva drento fin
un momento prima, ma, davanti,
'n omo: le ore del suo viver
za ingombre de ricordi
e nostalgie.
12
(Su' fio: come lu', vecio)
13
'gni sera, spoiandose de solo
sentado su la sponda de 'l leto,
el parla co' la molie
come la fossi 'ncora
là 'rente distirada:
"Coss' te disi che femo?
Se no le go de meter,
le xe solo 'n intrigo.
E ga ragion tu' fio: butèmole!"
..................
Mezo giro, el fa,
voltà verso la parte
do' che la iera (e xe):
"se podarìa risolver
che mi vignissi via
là che te son ti".
Claudio Grisancich, Scarpe zale e altre cose, Circolo Culturale di Meduno 2000
suite in un armadio
in
tredici stazioni
1
Un paio di scarpe gialle -dio non voglia che manchino!
Messe, sì e no, una volta
e forse nemmeno quella.
Perché il giallo
non si indossa
troppo di frequente.
2
Quando piove no, non d'inverno
e d'estate. Per Pasqua, forse
la prima domenica, delle palme.
................................................
"Cristo entra in Gerusalemme"
(in scarpe gialle).
3
Era uno, Giacomo,
professore di diritto,
avvocato, che capitava
a scuola dalle "aule giudiziarie"
in doppiopetto blu
e scarpe gialle.
Gli era sempre sembrato estroso
- e un po' ingenuo -
che di mattina presto
andasse in tribunale
parato di blu scuro
e giallo uovo ai piedi!
4
Potrebbe anche darle
a chi non ha scarpe.
................................
Guarda nell'armadio:
gli sale una rabbia. Ma chi
vuoi che neanche per regalo
se le prenda!?
5
Anche se hanno sbrindelli di scarpe
ai piedi, andrebbero scalzi piuttosto
di mettersene un paio gialle.
"Siamo forse del ballo zabaglione!?"
Così li prenderebbero in giro al dormitorio
pubblico o su dai frati
quando vanno a scaldarsi.
6
Il giallo è giallo - difficile da portare!
7
Eppure dispiace sempre un po',
scarpe così,
di non poterle mettere.
Erano - allora - costate
anche i loro soldi.
Con oggi - vogliamo mettere? -
non c'è neanche confronto
quanto a rifinitura: oggi si incolla!
Quella volta invece:
cuci e ribatti...cuci e ribatti...
8
Si ricorda con precisione
ancora del negozio
(che non c'è più), di come
la commessa è andata
a prendergliele in vetrina:
abbassandosi in avanti l'orlo
del grembiule dietro
è salito piano, mostrando
un grande tratto del bianco
delle gambe. Altre paia
di scarpe mai, dopo, ha
comprato con più entusiasmo!
9
Tingerle: sarebbe un'idea!
Ma chi e dove si tinge
oggi
un paio di scarpe gialle!?
10
"È un magazzino, questa casa.
Perché tieni tutte
queste cianfrusaglie? Aria, papà,
fatti più aria, intorno: buttale,
perché ti intestardisci!
Se De Rosè fosse ancora vivo
al cinema varietà dell'Armonia
nemmeno per ridere userebbe
questo paio di scarpe gialle!"
11
Roberto De Rosè all'Armonia:
due nomi messi là dopo iononso
quanto tempo che non li sentiva;
e proprio lui, suo figlio, a nominarli.
Suo figlio. Non più il bambino
che si teneva dentro fino
ad un momento prima, ma, davanti,
un uomo: le ore del suo vivere
già ingombre di ricordi
e nostalgie.
12
(Suo figlio: come lui, vecchio)
13
Ogni sera, spogliandosi da solo
seduto sulla sponda del letto,
parla con la moglie
come se fosse ancora
là vicina distesa:
"Cosa dici che facciamo?
Se non devo metterle,
occupano solo spazio.
E ha ragione tuo figlio: buttiamole!"
..................
Mezzo giro, fa,
girato verso la parte
dove era (ed è) lei:
"si potrebbe stabilire
che io venga via
là dove sei tu".
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*Trieste,
Grisancich
giovedì 24 dicembre 2009
Für Rudi Dutschke
„Jeder ist ersetzbar.
Der Kampf geht weiter.“
Das stimmt.
Aber das stimmt auch nicht:
Nicht jeder ist ersetzbar
und der Kampf hat immer nur das Gesicht und das Herz
des Menschen der kämpft
Und ich habe den Kampf gemocht
der dein Gesicht hatte
und dein Herz –
und jetzt wird kein anderer mehr
dein Gesicht haben
und man wird dein Gesicht in Zukunft
nur noch auf Bildern sehen wie das Gesicht Che Guevaras
und Rosa Luxemburgs
und das ist nicht dasselbe
Und dein Herz wird man nirgends mehr sehen
Nicht in jedem einzelnen Punkt
war ich deiner Meinung
und du hast nie bestanden darauf dass jemand
deiner Meinung sein muss
und schon gar nicht in jedem einzelnen Punkt
Deine Meinung konnte man Punkt für Punkt
mit dir diskutieren
Jetzt aber kann ich nichts mehr mit dir diskutieren
und so sehr es ankam auf die einzelnen Punkte
so wenig kommt es jetzt auf die einzelnen Punkte an
Was ich von dir gelernt habe
bleibt jetzt vielleicht zu wenig
Aber ich hätte vielleicht von dir schon genug gelernt
wenn ich nichts von dir gelernt hätte außer das eine:
Dass Freiheit Güte und Liebe sein muss
und dass Güte und Liebe
Freiheit sein müssen – und wirkliche Güte und Liebe
nicht nur ein Begriff von Güte und Liebe
denn sonst bleibt auch die Freiheit nur ein Begriff –
und dass der Kampf um Freiheit und Güte und Liebe
nicht ohne Freiheit und Güte und Liebe geführt werden kann
Und deine Güte und Liebe und Freiheit
und deine Einsicht
sind so gewesen dass du vielen ein Freund bleiben konntest
die einander nicht Freunde geblieben waren –
vielen die jetzt um dich trauern aber die glauben
dass sie miteinander gar nicht mehr sprechen können
oder einander nur noch anklagen können
nur noch beschimpfen beschuldigen und bekämpfen
Und dieser Irrtum kann sich jetzt leichter in ihnen verhärten
weil deine gute heisere Stimme nicht mehr
zu ihnen spricht und nicht heftig oder behutsam
oder behutsam und heftig wie früher Einwände macht
Und dass dieser Irrtum sich leichter verhärten kann ohne dich
ist schon ein erster kleiner Teil des Beweises
dass du nicht so leicht ersetzbar bist in den Winkeln
und Ecken unserer Köpfe und Herzen und unserer Leben
und dass es nicht genug ist
zu sagen: „Der Kampf geht weiter“
Und doch muss er weitergehen und es ist nicht genug
von deiner Güte und Liebe und Freiheit und Einsicht zu reden
wenn ich vergesse dass deine Einsicht und Güte
dich immer wieder auch zur Empörung geführt hat
und dass deine Liebe bis zuletzt immer wieder
auch die Liebe zur Revolution geblieben ist
und die Sehsucht nach ihr in Zeiten in denen ihre Tyrannen
und Reichsverweser und Verräter und Bürokraten
ihren Namen so schlecht gemacht haben
dass fast keiner sie kennen will
Diese Sehnsucht hat in dir gelebt
und hat dich lebendig erhalten
und die Augen dir offen gehalten auch für Verstreute
die sich immer noch sehnen nach ihr –
auch dann wenn sie irren
auf ihrer Suche und wenn ihre richtigen Herzen
ihnen nicht helfen konnten auf einen richtigen Weg
Es ist nicht möglich von deinem Leben und Tod zu sprechen
und zu schweigen von der Revolution die
- ungleich uns Menschen –
nicht tot ist für immer wenn man sie einmal totsagt
und in der etwas von dir leben wird wenn sie einmal
wieder auflebt – von dir aber auch von andern
die hier nicht trauern können um dich weil sie vor dir
sterben mussten (oder vielleicht nicht müssen hätten)
Auch von diesen Verlorenen haben dich manche geliebt
und du hast sie nie ganz verloren aus deinen Augen
und aus deinem Herzen –
auch dann nicht als sie sich verrannten
und sich verhärteten und begannen sich selbst zu verlernen
Auch die darf man nicht totschweigen
wenn man von dir spricht
auch wenn dein oder mein Weg ein anderer ist als ihr Irrweg:
Sonst wäre der Kreis derer die deine Liebe und Einsicht
umfasst hat zu eng – und dies hier wäre nur Trauer
von Gleichgesinnten um Gleichgesinnte; das wäre zu wenig
Denn der Kampf der dein Gesicht und dein Herz hatte
ist auch ein Kampf
um die Liebe zu vielen ohne Abgrenzungen und Grenzen
Sonst wäre er für dich und das Denken an dich zu klein.
Der Kampf geht weiter.
Erich Fried
Der Kampf geht weiter.“
Das stimmt.
Aber das stimmt auch nicht:
Nicht jeder ist ersetzbar
und der Kampf hat immer nur das Gesicht und das Herz
des Menschen der kämpft
Und ich habe den Kampf gemocht
der dein Gesicht hatte
und dein Herz –
und jetzt wird kein anderer mehr
dein Gesicht haben
und man wird dein Gesicht in Zukunft
nur noch auf Bildern sehen wie das Gesicht Che Guevaras
und Rosa Luxemburgs
und das ist nicht dasselbe
Und dein Herz wird man nirgends mehr sehen
Nicht in jedem einzelnen Punkt
war ich deiner Meinung
und du hast nie bestanden darauf dass jemand
deiner Meinung sein muss
und schon gar nicht in jedem einzelnen Punkt
Deine Meinung konnte man Punkt für Punkt
mit dir diskutieren
Jetzt aber kann ich nichts mehr mit dir diskutieren
und so sehr es ankam auf die einzelnen Punkte
so wenig kommt es jetzt auf die einzelnen Punkte an
Was ich von dir gelernt habe
bleibt jetzt vielleicht zu wenig
Aber ich hätte vielleicht von dir schon genug gelernt
wenn ich nichts von dir gelernt hätte außer das eine:
Dass Freiheit Güte und Liebe sein muss
und dass Güte und Liebe
Freiheit sein müssen – und wirkliche Güte und Liebe
nicht nur ein Begriff von Güte und Liebe
denn sonst bleibt auch die Freiheit nur ein Begriff –
und dass der Kampf um Freiheit und Güte und Liebe
nicht ohne Freiheit und Güte und Liebe geführt werden kann
Und deine Güte und Liebe und Freiheit
und deine Einsicht
sind so gewesen dass du vielen ein Freund bleiben konntest
die einander nicht Freunde geblieben waren –
vielen die jetzt um dich trauern aber die glauben
dass sie miteinander gar nicht mehr sprechen können
oder einander nur noch anklagen können
nur noch beschimpfen beschuldigen und bekämpfen
Und dieser Irrtum kann sich jetzt leichter in ihnen verhärten
weil deine gute heisere Stimme nicht mehr
zu ihnen spricht und nicht heftig oder behutsam
oder behutsam und heftig wie früher Einwände macht
Und dass dieser Irrtum sich leichter verhärten kann ohne dich
ist schon ein erster kleiner Teil des Beweises
dass du nicht so leicht ersetzbar bist in den Winkeln
und Ecken unserer Köpfe und Herzen und unserer Leben
und dass es nicht genug ist
zu sagen: „Der Kampf geht weiter“
Und doch muss er weitergehen und es ist nicht genug
von deiner Güte und Liebe und Freiheit und Einsicht zu reden
wenn ich vergesse dass deine Einsicht und Güte
dich immer wieder auch zur Empörung geführt hat
und dass deine Liebe bis zuletzt immer wieder
auch die Liebe zur Revolution geblieben ist
und die Sehsucht nach ihr in Zeiten in denen ihre Tyrannen
und Reichsverweser und Verräter und Bürokraten
ihren Namen so schlecht gemacht haben
dass fast keiner sie kennen will
Diese Sehnsucht hat in dir gelebt
und hat dich lebendig erhalten
und die Augen dir offen gehalten auch für Verstreute
die sich immer noch sehnen nach ihr –
auch dann wenn sie irren
auf ihrer Suche und wenn ihre richtigen Herzen
ihnen nicht helfen konnten auf einen richtigen Weg
Es ist nicht möglich von deinem Leben und Tod zu sprechen
und zu schweigen von der Revolution die
- ungleich uns Menschen –
nicht tot ist für immer wenn man sie einmal totsagt
und in der etwas von dir leben wird wenn sie einmal
wieder auflebt – von dir aber auch von andern
die hier nicht trauern können um dich weil sie vor dir
sterben mussten (oder vielleicht nicht müssen hätten)
Auch von diesen Verlorenen haben dich manche geliebt
und du hast sie nie ganz verloren aus deinen Augen
und aus deinem Herzen –
auch dann nicht als sie sich verrannten
und sich verhärteten und begannen sich selbst zu verlernen
Auch die darf man nicht totschweigen
wenn man von dir spricht
auch wenn dein oder mein Weg ein anderer ist als ihr Irrweg:
Sonst wäre der Kreis derer die deine Liebe und Einsicht
umfasst hat zu eng – und dies hier wäre nur Trauer
von Gleichgesinnten um Gleichgesinnte; das wäre zu wenig
Denn der Kampf der dein Gesicht und dein Herz hatte
ist auch ein Kampf
um die Liebe zu vielen ohne Abgrenzungen und Grenzen
Sonst wäre er für dich und das Denken an dich zu klein.
Der Kampf geht weiter.
Erich Fried
mercoledì 23 dicembre 2009
Dlaczego piszę?
czasem "życie" zasłania
To
co jest większe od życia
Czasem góry zasłaniają
To
co jest za górami
trzeba więc przesunąć góry
ale ja nie mam potrzebnych
środków technicznych
ani siły
ani wiary
która przenosi góry
więc nie zobaczysz tego
nigdy
wiem o tym
i dlatego
piszę
Tadeusz Różewicz
Perché scrivo?
talvolta la “vita” nasconde
Ciò
che è più grande della vita
Talvolta le montagne nascondono
Ciò
che sta dietro le montagne
perciò bisogna spostare le montagne
ma io non ho i necessari
mezzi tecnici
né la forza
né la fede
che sposta le montagne
perciò non lo vedrai
mai
lo so
e per questo
scrivo
Traduzione di Silvano De Fanti
To
co jest większe od życia
Czasem góry zasłaniają
To
co jest za górami
trzeba więc przesunąć góry
ale ja nie mam potrzebnych
środków technicznych
ani siły
ani wiary
która przenosi góry
więc nie zobaczysz tego
nigdy
wiem o tym
i dlatego
piszę
Tadeusz Różewicz
Perché scrivo?
talvolta la “vita” nasconde
Ciò
che è più grande della vita
Talvolta le montagne nascondono
Ciò
che sta dietro le montagne
perciò bisogna spostare le montagne
ma io non ho i necessari
mezzi tecnici
né la forza
né la fede
che sposta le montagne
perciò non lo vedrai
mai
lo so
e per questo
scrivo
Traduzione di Silvano De Fanti
inhalt
um ein gedicht zu machen
habe ich nichts
eine ganze sprache
ein ganzes leben
ein ganzes denken
ein ganzes erinnern
habe ich nichts
eine ganze sprache
ein ganzes leben
ein ganzes denken
ein ganzes erinnern
um ein gedicht zu machen
habe ich nichts
Ernst Jandl
contenuto
per fare una poesia
non ho niente
tutta una lingua
tutta una vita
tutto un pensiero
tutto un ricordo
per fare una poesia
non ho niente
Ben Orhan Veli
Ben Orhan Veli
"Yazık oldu Süleyman Efendiye"
Mısra-i meşhurunun mübdii..
Duydum ki merak ediyormuşsunuz,
Hususi hayatımı,
Anlatayım:
Evvela adamım, yani
Sirk hayvanı falan değilim.
Burnum var, kulağım var,
Pek biçimli olmamakla beraber.
Bir evde otururum,
Bir işte çalışırım.
Ne başımda bulut gezdiririm,
Ne sırtımda mühr-ü nübüvvet.
Ne İngiliz kralı kadar
Mütevaziyim,
Ne de Celâl Bayar'ın
Sabık ahır usağı gibi aristokrat.
Ispanağı çok severim
Puf böreğine hele
Biterim
Malda mülkte gözüm yoktur.
Vallahi yoktur.
Oktay Rıfat'la Melih Cevdet'tir
En yakın arkadaşlarım.
Bir de sevgilim vardır pek muteber;
İsmini söyleyemem
Edebiyat tarihçisi bulsun.
Ehemmiyetsiz şeylerle de uğraşırım,
Meşgul olmadığım ehemmiyetsiz
Sadece üdeba arasındadır.
Ne bileyim,
Belki daha bin bir huyum vardır.
Amma ne lüzum var hepsini sıralamaya?
Onlar da bunlara benzer.
Orhan Veli Kanık, 1940
Io, Orhan Veli
Io, Orhan Veli,
l'autore del famoso verso
"Che pasticcio, coraggioso Süleyman",
ho sentito dire che la mia vita privata
vi interessa.
Ve la racconterò:
prima di tutto sono un uomo
e non una specie di animale da circo.
Ho un naso, delle orecchie,
anche se non sono ben fatte.
Abito in una casa.
Lavoro in un ufficio.
Sono nato da una madre e da un padre.
Non porto a spasso una nuvola sulla testa
né un segno di profeta sulla schiena.
Non sono tanto modesto quanto il re d'Inghilterra
né altrettanto aristocratico
del palafreniere di Celâl Bayar.
Mi piacciono molto gli spinaci.
Vado particolarmente matto
per il vol-au-vent.
Non mi interessano né il denaro né i beni.
Vi giuro di no!
Mi sposto a piedi,
viaggio travestito.
Oktay Rıfat e Melih Cevdet
sono i miei amici più stretti.
Ho anche un'amata, molto stimata;
non voglio dire il suo nome,
che lo scopra lo storico della letteratura.
Mi occupo di cose senza importanza,
il "senza importanza" di cui non mi occupo
si trova tra i letterati.
Che ne so,
forse ho ancora migliaia di manie.
Ma perché mai
enumerarle?
Si rassomigliano tutte.
"Yazık oldu Süleyman Efendiye"
Mısra-i meşhurunun mübdii..
Duydum ki merak ediyormuşsunuz,
Hususi hayatımı,
Anlatayım:
Evvela adamım, yani
Sirk hayvanı falan değilim.
Burnum var, kulağım var,
Pek biçimli olmamakla beraber.
Bir evde otururum,
Bir işte çalışırım.
Ne başımda bulut gezdiririm,
Ne sırtımda mühr-ü nübüvvet.
Ne İngiliz kralı kadar
Mütevaziyim,
Ne de Celâl Bayar'ın
Sabık ahır usağı gibi aristokrat.
Ispanağı çok severim
Puf böreğine hele
Biterim
Malda mülkte gözüm yoktur.
Vallahi yoktur.
Oktay Rıfat'la Melih Cevdet'tir
En yakın arkadaşlarım.
Bir de sevgilim vardır pek muteber;
İsmini söyleyemem
Edebiyat tarihçisi bulsun.
Ehemmiyetsiz şeylerle de uğraşırım,
Meşgul olmadığım ehemmiyetsiz
Sadece üdeba arasındadır.
Ne bileyim,
Belki daha bin bir huyum vardır.
Amma ne lüzum var hepsini sıralamaya?
Onlar da bunlara benzer.
Orhan Veli Kanık, 1940
Io, Orhan Veli
Io, Orhan Veli,
l'autore del famoso verso
"Che pasticcio, coraggioso Süleyman",
ho sentito dire che la mia vita privata
vi interessa.
Ve la racconterò:
prima di tutto sono un uomo
e non una specie di animale da circo.
Ho un naso, delle orecchie,
anche se non sono ben fatte.
Abito in una casa.
Lavoro in un ufficio.
Sono nato da una madre e da un padre.
Non porto a spasso una nuvola sulla testa
né un segno di profeta sulla schiena.
Non sono tanto modesto quanto il re d'Inghilterra
né altrettanto aristocratico
del palafreniere di Celâl Bayar.
Mi piacciono molto gli spinaci.
Vado particolarmente matto
per il vol-au-vent.
Non mi interessano né il denaro né i beni.
Vi giuro di no!
Mi sposto a piedi,
viaggio travestito.
Oktay Rıfat e Melih Cevdet
sono i miei amici più stretti.
Ho anche un'amata, molto stimata;
non voglio dire il suo nome,
che lo scopra lo storico della letteratura.
Mi occupo di cose senza importanza,
il "senza importanza" di cui non mi occupo
si trova tra i letterati.
Che ne so,
forse ho ancora migliaia di manie.
Ma perché mai
enumerarle?
Si rassomigliano tutte.
Etichette:
-turco,
*Istanbul,
Veli Kanık
martedì 22 dicembre 2009
О Пушкине
Трудно сказать что-нибудь о Пушкине тому, кто ничего о нем не знает. Пушкин великий поэт. Наполеон менее велик, чем Пушкин. И Бисмарк по сравнению с Пушкиным ничто. И Александр I, и II, и III — просто пузыри по сравнению с Пушкиным. Да и все люди по сравнению с Пушкиным пузыри, только по сравнению с Гоголем Пушкин сам пузырь.
А потому вместо того, чтобы писать о Пушкине, я лучше напишу вам о Гоголе.
Хотя Гоголь так велик, что о нем и писать-то ничего нельзя, поэтому я буду все-таки писать о Пушкине.
Но после Гоголя писать о Пушкине как-то обидно. А о Гоголе писать нельзя. Поэтому я уж лучше ни о ком ничего не напишу.
Даниил Хармс, 1936
A proposito di Puškin
È difficile parlare di Puškin a qualcuno che non sappia niente di lui. Puškin è un grande poeta. Napoleone è meno grande di Puškin. In confronto a Puškin, Bismarck non è niente. E, in confronto a Puškin, Alessandro I, II e III sono solo delle bolle di sapone. E d'altra parte, in confronto a Puškin, tutti sono solo bolle di sapone, solo a confronto di Gogol' anche Puškin è una bolla di sapone.
Per questo al posto di scrivere di Puškin farei meglio a scrivervi di Gogol'.
Ma Gogol' è così grande che è impossibile scrivere di lui, per cui nonostante tutto scriverò di Puškin.
Ma dopo aver scritto di Gogol', scrivere di Puškin è in un certo senso offensivo. Ma è impossibile scrivere di Gogol'. Per questo è meglio che non scriva di nessuno.
А потому вместо того, чтобы писать о Пушкине, я лучше напишу вам о Гоголе.
Хотя Гоголь так велик, что о нем и писать-то ничего нельзя, поэтому я буду все-таки писать о Пушкине.
Но после Гоголя писать о Пушкине как-то обидно. А о Гоголе писать нельзя. Поэтому я уж лучше ни о ком ничего не напишу.
Даниил Хармс, 1936
A proposito di Puškin
È difficile parlare di Puškin a qualcuno che non sappia niente di lui. Puškin è un grande poeta. Napoleone è meno grande di Puškin. In confronto a Puškin, Bismarck non è niente. E, in confronto a Puškin, Alessandro I, II e III sono solo delle bolle di sapone. E d'altra parte, in confronto a Puškin, tutti sono solo bolle di sapone, solo a confronto di Gogol' anche Puškin è una bolla di sapone.
Per questo al posto di scrivere di Puškin farei meglio a scrivervi di Gogol'.
Ma Gogol' è così grande che è impossibile scrivere di lui, per cui nonostante tutto scriverò di Puškin.
Ma dopo aver scritto di Gogol', scrivere di Puškin è in un certo senso offensivo. Ma è impossibile scrivere di Gogol'. Per questo è meglio che non scriva di nessuno.
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*Leningrado,
*San Pietroburgo,
Charms,
Gogol',
Puškin
giovedì 17 dicembre 2009
Alltag
Ich erhebe mich.
Ich kratze mich.
Ich wasche mich.
Ich ziehe mich an.
Ich stärke mich.
Ich begebe mich zur Arbeit.
Ich informiere mich.
Ich wundere mich.
Ich ärgere mich.
Ich beschwere mich.
Ich rechtfertige mich.
Ich reiße mich am Riemen.
Ich entschuldige mich.
Ich beeile mich.
Ich verabschiede mich.
Ich setze mich in ein Lokal.
Ich sättige mich.
Ich betrinke mich.
Ich amüsiere mich etwas.
Ich mache mich auf den Heimweg.
Ich wasche mich.
Ich ziehe mich aus.
Ich fühle mich sehr müde.
Ich lege mich schnell hin.
Was soll aus mir mal werden,
wenn ich mal nicht mehr bin?
Robert Gernhardt
Vita quotidiana
Mi alzo.
Mi gratto.
Mi lavo.
Mi vesto.
Mi ristoro.
Mi reco al lavoro.
Mi informo.
Mi meraviglio.
Mi arrabbio.
Mi lamento.
Mi giustifico.
Mi ferisco con la cintura.
Mi scuso.
Mi affretto.
Mi congedo.
Mi siedo in un locale.
Mi sazio.
Mi ubriaco.
Mi diverto un po'.
Mi incammino verso casa.
Mi lavo.
Mi svesto.
Mi sento molto stanco.
Mi metto subito a letto:
Che cosa sarà mai di me
quando non ci sarò più?
Ich kratze mich.
Ich wasche mich.
Ich ziehe mich an.
Ich stärke mich.
Ich begebe mich zur Arbeit.
Ich informiere mich.
Ich wundere mich.
Ich ärgere mich.
Ich beschwere mich.
Ich rechtfertige mich.
Ich reiße mich am Riemen.
Ich entschuldige mich.
Ich beeile mich.
Ich verabschiede mich.
Ich setze mich in ein Lokal.
Ich sättige mich.
Ich betrinke mich.
Ich amüsiere mich etwas.
Ich mache mich auf den Heimweg.
Ich wasche mich.
Ich ziehe mich aus.
Ich fühle mich sehr müde.
Ich lege mich schnell hin.
Was soll aus mir mal werden,
wenn ich mal nicht mehr bin?
Robert Gernhardt
Vita quotidiana
Mi alzo.
Mi gratto.
Mi lavo.
Mi vesto.
Mi ristoro.
Mi reco al lavoro.
Mi informo.
Mi meraviglio.
Mi arrabbio.
Mi lamento.
Mi giustifico.
Mi ferisco con la cintura.
Mi scuso.
Mi affretto.
Mi congedo.
Mi siedo in un locale.
Mi sazio.
Mi ubriaco.
Mi diverto un po'.
Mi incammino verso casa.
Mi lavo.
Mi svesto.
Mi sento molto stanco.
Mi metto subito a letto:
Che cosa sarà mai di me
quando non ci sarò più?
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Gernhardt
mercoledì 16 dicembre 2009
庭前
Davanti al cortile, tutto il giorno in piedi fino alla notte
Sotto il lume, seduto fino all'alba
Se non avessi espresso questo sentimento, chi avrebbe potuto saperlo?
A più riprese, avreste potuto sentire un sospiro
Bai Ju-yi, 772-846
Sotto il lume, seduto fino all'alba
Se non avessi espresso questo sentimento, chi avrebbe potuto saperlo?
A più riprese, avreste potuto sentire un sospiro
Bai Ju-yi, 772-846
lunedì 14 dicembre 2009
Desideri - 2
Ad Rufum
Cauponem, laniumque, balneumque,
Tonsorem, tabulamque, calculosque,
Et paucos, sed ut eligam, libellos:
Unum non nimium rudem sodalem,
Et caram puero meo puellam,
Et grandem puerum, diuque levem:
Haec praesta mihi Rufe, vel Bitonti;
Et thermas tibi habe Neronias.
Marcus Valerius Martialis
Epigrammata, II, XLVIII
A Rufo
Un oste, un macellaio e un bel bagno,
un barbiere, dei dadi e una scacchiera,
pochi libri, scelti da me,
un solo amico non troppo rozzo,
un giovane schiavo che resti
a lungo giovane e una ragazzina
cara al mio schiavo:
Rufo, se mi procuri queste cose,
fossero anche a Bitonto,
puoi tenerti le terme di Nerone.
Cauponem, laniumque, balneumque,
Tonsorem, tabulamque, calculosque,
Et paucos, sed ut eligam, libellos:
Unum non nimium rudem sodalem,
Et caram puero meo puellam,
Et grandem puerum, diuque levem:
Haec praesta mihi Rufe, vel Bitonti;
Et thermas tibi habe Neronias.
Marcus Valerius Martialis
Epigrammata, II, XLVIII
A Rufo
Un oste, un macellaio e un bel bagno,
un barbiere, dei dadi e una scacchiera,
pochi libri, scelti da me,
un solo amico non troppo rozzo,
un giovane schiavo che resti
a lungo giovane e una ragazzina
cara al mio schiavo:
Rufo, se mi procuri queste cose,
fossero anche a Bitonto,
puoi tenerti le terme di Nerone.
domenica 13 dicembre 2009
Desideri - 1
Мне мало надо!
Краюшку хлеба
И каплю молока.
Да это небо,
Да эти облака!
Poco, mi serve.
Una crosta di pane,
un ditale di latte,
e questo cielo
e queste nuvole.
Velimir Chlebnikov
(traduzione di Paolo Nori, credo, visto che si trova in esergo al suo Mi compro una Gilera.)
So little I need!
A crust of bread,
a drop of milk.
And this sky,
and these clouds!
Etichette:
-russo,
*Malye Derbety,
Chlebnikov
Nora
Chi sono? Una donna, di notte alla macchina da scrivere, nella piccola cucina di un appartamento condominiale alla periferia di Bucarest. I vicini mi salutano perché qualche volta mi vedono in televisione, dove provo cappelli e leggo poesie che suonano bene, ma sono purtroppo incomprensibili. Mi meraviglio di non sembrare loro ridicola - ho dimenticato di accennare che ho 75 anni e scrivo solo sull'amore.
Nora Iuga, 2006 (da qua)
Un cappello (uncristian)
Si presenta così:
Sono poetessa, sono Nora Iuga. Ciao.
Bene, ragazzi, a me m'ha influenzata il surrealismo. E sono appartenuta ad un movimento in Romania che seguiva l'onirismo, l'estetica del sogno. Durò tre anni e lo proibirono.
Il mio primo libro, Non sono colpevole, pubblicato nel 1968, fu censurato per otto anni. (No, non era poesia politica,) era poesia erotica. Lo censurarono perché erano poesie che contenevano un erotismo delicato e poteva influire negativamente sulla gioventù rumena.
Prendere vodka mi ispira.
Da qui.Da un'intervista:
Avevo già 37 anni quando ho debuttato, parecchi per una poetessa, e ho pubblicato il mio primo libro, che ha avuto molto successo, e dopo due anni è uscito il secondo: è "Gefangen im Kreis", il secondo libro. E poi, a quarant'anni, mi sono improvvisamente vista in una lista di venti scrittori cui era stato vietato di pubblicare: non potevano più pubblicare, nemmeno una riga, niente, da nessuna parte.Pausa
Ogni sera, da brava a fianco della mia sedia, sta una tale aspettativa e fissa la porta.
Penso rivoglia indietro il mio giocattolo, per distruggerci un po'.
Forse proprio ora suona al campanello e attraverso lo spioncino nella porta si vede una pausa grande, bianca.
Ma dove ho messo tutti questi omicidi? In quali quaderni mai?
Sono felice perché i giovani poeti e scrittori rumeni non si interessano affatto di politica. Non ne vogliono più sapere di politica, e soprattutto non vogliono più ricordarsi di quello che era prima. Vogliamo finalmente essere liberi ed essere normali. Dobbiamo rimetterci in salute. Se ora vivo costantemente con questa ossessione, quanto male abbiamo vissuto allora, e com'era, e la Securitate, e la censura, ecc., allora non possiamo più liberarci di questo incubo.Avevo un nonno ungherese e una nonna serba,
un nonno tedesco, Heinrich Schmidt,
che era nato a Monaco, e una nonna greca,
che era di Salonicco, di origine.
A casa nostra non c'erano giornali.
Credo che l'ultima parola che ho imparato
sia stata la parola: "politica".
All'inizio ho fatto poesia e dopo alcuni anni ho iniziato a tradurre. Quindi questo rapporto tra due lingue è un rapporto molto intimo, come un amore. Scrivo diversamente, da quando traduco.Tra le varie opere tradotte: Il tamburo di latta di Günter Grass, La pianista di Elfriede Jelinek e testi di Christian Haller e di Aglaja Veteranyi.
Questi giovani magri,
che mi assomigliano tutti,
mio marito
e il venditore di limoni
e il musicista,
l'autista,
questi begli scheletri
con dei fiori nelle articolazioni
schiantati sotto il carico
dei cigni che cantano alle loro spalle
e come si genuflettono di sera
prima di battere la croce
sulla mia pancia
e di scivolare nel mare
come lunghi pesci gialli
come le foglie della luna
del mondo
si allontana su di me
e non sposta niente nella mia luce.
sabato 12 dicembre 2009
Résumé
Bis heute kein einziger Seepapagei in meinen vielen Gedichten
(Stattdessen schon wieder’n Dutzend Fadennudeln im Bart);
Auch dem Sabberlatz nicht das ärmste Denkmal gesetzt in Vers
oder Prosa,
So wenig wie der Elbe-Schiffahrt oder der Karpfenernte bei Peitz.
Geschiebemergel dagegen ja!, fast zu häufig die Rede von diesem
(Und meistens mit Fadennudeln im verwahrlosten Bart)!
Nicht vergessen die Gelbhalsmaus, nicht fehlt die sogenannte
Naschmarktfassade!
Selbst Sägeblätter, selbst Kühlhaus-Eier weiß ich irgendwo
untergebracht.
Indessen nicht der kleinste Seepapagei in meinem Scheiße-Gesamtwerk!
Um ehrlich zu sein: Das Gleiche gilt für den Hüfthalter oder den
Kronenverschluß.
Und wie konnte ich fünfzig Jahre lang das Wörtchen "Wadenwickel"
verfehlen?
Es gibt keine ausreichend lichte Erklärung für das und für dies
und für das.
"Darf ich dir die Fadennudeln aus dem Bart nehmen?"
(Sagt Georg Maurer.)
Adolf Endler
Fino ad oggi neanche un solo pesce pappagallo nelle mie numerose poesie
(al suo posto riecco nella mia barba una dozzina di vermicelli);
Alla gloria del bavagliolo nemmeno il minimo monumento in versi
o in prosa,
altrettanto poco alla Compagnia fluviale dell’Elba o alla raccolta delle carpe nei pressi di Peitz.
In compenso alla gloria della marna di materiale detritico, sì!, quasi troppo frequente questo discorso
(E la maggior parte del tempo con dei vermicelli nella barba trascurata)!
Non dimentichiamo il topo selvatico dal collo giallo, nemmeno la cosiddetta
facciata del Naschmarkt è mancata!
Persino lame di seghe, persino uova refrigerate, so di aver sistemato
da qualche parte.
E invece nemmeno il più piccolo pesce pappagallo in tutta la mia opera completa di merda!
Ad essere sincero: lo stesso vale per la guêpière o per il
tappo a corona.
E come ho potuto mancare per cinquant'anni la parolina:
"impacco"?
Non c'è nessuna spiegazione abbastanza illuminante per questo e per questo
e per questo.
"Posso toglierti dalla barba i vermicelli?"
(dice Georg Maurer.)
(Stattdessen schon wieder’n Dutzend Fadennudeln im Bart);
Auch dem Sabberlatz nicht das ärmste Denkmal gesetzt in Vers
oder Prosa,
So wenig wie der Elbe-Schiffahrt oder der Karpfenernte bei Peitz.
Geschiebemergel dagegen ja!, fast zu häufig die Rede von diesem
(Und meistens mit Fadennudeln im verwahrlosten Bart)!
Nicht vergessen die Gelbhalsmaus, nicht fehlt die sogenannte
Naschmarktfassade!
Selbst Sägeblätter, selbst Kühlhaus-Eier weiß ich irgendwo
untergebracht.
Indessen nicht der kleinste Seepapagei in meinem Scheiße-Gesamtwerk!
Um ehrlich zu sein: Das Gleiche gilt für den Hüfthalter oder den
Kronenverschluß.
Und wie konnte ich fünfzig Jahre lang das Wörtchen "Wadenwickel"
verfehlen?
Es gibt keine ausreichend lichte Erklärung für das und für dies
und für das.
"Darf ich dir die Fadennudeln aus dem Bart nehmen?"
(Sagt Georg Maurer.)
Adolf Endler
Fino ad oggi neanche un solo pesce pappagallo nelle mie numerose poesie
(al suo posto riecco nella mia barba una dozzina di vermicelli);
Alla gloria del bavagliolo nemmeno il minimo monumento in versi
o in prosa,
altrettanto poco alla Compagnia fluviale dell’Elba o alla raccolta delle carpe nei pressi di Peitz.
In compenso alla gloria della marna di materiale detritico, sì!, quasi troppo frequente questo discorso
(E la maggior parte del tempo con dei vermicelli nella barba trascurata)!
Non dimentichiamo il topo selvatico dal collo giallo, nemmeno la cosiddetta
facciata del Naschmarkt è mancata!
Persino lame di seghe, persino uova refrigerate, so di aver sistemato
da qualche parte.
E invece nemmeno il più piccolo pesce pappagallo in tutta la mia opera completa di merda!
Ad essere sincero: lo stesso vale per la guêpière o per il
tappo a corona.
E come ho potuto mancare per cinquant'anni la parolina:
"impacco"?
Non c'è nessuna spiegazione abbastanza illuminante per questo e per questo
e per questo.
"Posso toglierti dalla barba i vermicelli?"
(dice Georg Maurer.)
Patmos
Sono sotto choc
è giunto fino a Patmos sentore
di ciò che annusano i cappellani
i morti erano tutti dai cinquanta ai settanta
la mia età fra pochi anni, rivelazione di Gesù Cristo
che Dio, per istruire i suoi servi
- sulle cose che devono ben presto accadere -
ha fatto conoscere per mezzo del suo Angelo
al proprio servo Giovanni.
Ci sono là marcite; e molti pioppi. Venendo da là
vestivano di grigio e marrone; la roba pesante,
che fuma nelle osterie con le latrine all'aperto.
Poca creanza, farsi ritrovare così,
da parte di quei galantuomini non ancora del tutto romanizzati,
e sì che tutti i barocci erano spariti da un pezzo!
Ma gli usati corpi, non di monaci,
perché cattolici erano cattolici, ma s'erano sposati, fornicando
la loro parte; insomma, giusto perché dei nipotini oggi piangessero.
Solo un suicidio porterà sulle tracce del responsabile di tal pianto.(1)
Lombardi al Governo! Tra voi e il paese c'è un abisso.
È la vostra banalità che lo scava (le «e» strette
son niente confronto al lessico; che umile dialetto non è;
lo fosse!)
E chi è sotto choc ride con gli occhi di Antonioni
Il quale attesta come parola di Dio e testimonianza di Gesù Cristo
e anche Pasolini ride,
tutto quello che ha veduto,
mentre Moravia è distratto, beato chi legge,
e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia.
Che ne piangano le loro famiglie; io ne parlo da letterato.
Oppongo al cordoglio un certo manierismo.
Di tradizioni recenti son piene le Sette Chiesuole.
Canoni e tropi a disposizione rimpiazzano le commozioni;
e basta deciderlo, l'umore necessario è pronto
con tutti i suoi caratteri
(di difesa dietro il lessico, esso, eslege, desueto)
chi è al potere altresì ha le sue figure
entro cui comodamente sostituire al logos il nulla;
dietro una cattedra, un tavolo da lavoro,
col doppiopetto: perché il tempo è lontano.
Così si consola la morte, e chi ha la cattiva creanza
di farsi piangere; ridotto a tronconi: cosa inammissibile
in un uomo serio, che si occupa di agricoltura!
Come poi se fossimo nel '44.
Io sono l'Alfa e l'Omega, colui che è, che era e che viene; l'Onnipotente;
fidando su ciò, l'onorevole Rumor, Pocopotente
ma Potente, comunque,
si dissocia dai telespettatori dei bar
e parla ai piccoli borghesi in famiglia che si saziano
di indignazione del tutto lessicalmente estranea al popolo.
Attilio Valè: presente!
52 anni, abitava a Mairano di Noviglio.
Era separato da otto anni dalla moglie;
era un bell'uomo alto circa un metro e ottanta:
commerciava in bestiame
Io, Giovanni, vostro fratello,
che partecipa con voi alla stessa tribolazione
al regno e alla perseveranza di Gesù,
mi trovai relegato nell'isola chiamata Patmos
a causa del Vangelo di Dio e delle testimonianze che rendevo a Gesù.
L'Autorità dello Stato moderato non contempla la realtà dei sensali.
Pietro Dendena (presente!) 45 anni,
abitava a Lodi in un nuovo edificio di Via Italia 11
con la moglie Luisa Corbellini, la figlia Franca, 17 anni,
che frequenta il corso di segretariato d'azienda,
e il figlio Paolo, 10 anni, alunno di quinta elementare.
Di professione mediatore,
frequentava regolarmente il mercato di Piazza Fontana
non mi meraviglierei da letterato schizoide
che comparisse tale e quale in un olio del Prado
né che avesse un debole per l'Inter;
ci son portichetti a Lodi, tetramente settentrionali -
contro un cielo buio, con nuvole basse -
micragna dei tempi degli Antenati, odor di vacche!
L'è il dì di mort (tutti presenti).
Quanto a Paolo Gerli, 77 anni (presente)
ci son portichetti a Lodi a sesto acuto,
e le piccole osterie micragnose sanno di vestiti bagnati
riscaldati dalla stufa
abitava con la moglie in un bellissimo palazzo di Via Savaré, 1,
dove si era trasferito nel 1954
possidente di non pochi terreni agricoli,
curava in proprio il commercio dei prodotti della sua terra.
I vicini di casa, loro,
lo ricordano come un signore gioviale e esuberante.
Usava regolarmente la bicicletta.
Aveva avuto dal matrimonio tre figlie tutte sposate.
Or, ecco, fui rapito in estasi, nel giorno del Signore
e udii dietro a me una voce potente, come di tromba
Eugenio Corsini, 55 anni, presente!
abitava dall'epoca delle nozze in Via Procopio 8,
padre di due figli ormai sposati,
commerciava in olii lubrificanti per macchine agricole.
La moglie non aveva smesso di lavorare.
Non si cantarono serenate in quel 1940;
dal 1940 si era lavorato giudiziosamente, a casa a far la calza.
Si erano frequentate scuole in vista di futuri risparmi;
niente grilli per la testa, che nessuno avesse niente da ridire;
la Morale come una cosa passata di donna in donna;
poco riso negli occhi, e gran risate al momento giusto: a Natale.
Io mi voltai per vedere la voce che parlava
e appena voltato vidi sette candelabri d'oro
Carlo Luigi Perego, 74 anni, risiedeva a Usmate Velate
e in mezzo ai candelabri Uno che assomigliava al Figlio dell'Uomo
in Via Stazione 21
vestito di una lunga veste
lascia la moglie e due figli sposati
che hanno proseguito la sua attività di assicuratore
e cinto d'una fascia d'oro sul petto
Era venuto a Milano per rivedere i vecchi amici
e per sbrigare alcune faccende relative all'attività dei figli
Il suo capo e i suoi capelli erano bianchi come lana
i suoi piedi erano simili a rame ardente arroventato in una fornace
(così disse chi li raccolse sotto il bancone)
Aveva presieduto, in qualità di coraggioso combattente del '15-18
la locale sezione dell'associazione dei combattenti. Presente!
Carlo Garavaglia, 67 anni, presente!
Alla morte della moglie era andato a abitare con la figlia sposata
la sua voce era come il rumore delle grandi acque
a Corsico in Via XX Settembre 19.
Nella destra teneva sette stelle.
Era stato macellaio
dalla sua bocca usciva un'acuta spada a due tagli
percepiva attualmente una pensione di 18 mila lire.
La sua faccia era come il sole.
Tentava di realizzare qualche guadagno extra facendo il mediatore.
Carlo Gaiani, presente, 57 anni,
abitava con la moglie alla cascina Salesiana
Era perito agrario
ed aveva condotto con successo l'azienda agricola
che conduceva come affittuario, fino ad alcuni anni addietro.
Ora l'azienda era in decadenza.
Lavorava personalmente la terra con un solo lavorante.
Si era recato alla Banca dell'Agricoltura
per concludere la vendita delle ultime 14 vacche.
Saragat taccio, ma ne parla l'«Observer». (2)
Oreste Sangalli, 49 anni: «Presente!»
affittuario della cascina Ronchetto in via Merula 13 a Milano
mettiamo la sordina alla tromba di quell'Uno
lascia la moglie e due ragazzi, Franco di 13 e Claudio di 11
fare d'ogni erba un fascio degli estremisti
si era recato al mercato di Piazza Fontana
va bene per i giornali indipendenti (dalla Verità)
come tutti i venerdì in compagnia di Luigi Meloni
ma un presidente della Repubblica!
Si erano momentaneamente lasciati a Porta Ticinese
Non si può predicare moderazione
e si erano dati appuntamento a Piazza Fontana
in un paese dove è appunto la moderazione che va male
Hanno trovato entrambi la morte
e dove non si può essere moderati senza essere banali
poco dopo essersi ritrovati.
Luigi Meloni, 57 anni presente:
commerciante di bestiame abitava a Corsico in Via Cavour
con la moglie e il figlio Mario, studente di 18 anni.
Possiede qualche piccola proprietà immobiliare.
Era venuto a Milano con la vettura del Sangalli.
E quando l'ebbi veduto io caddi ai suoi piedi come morto.
Ma egli pose sopra di me la sua destra e disse:
Non temere, io sono il Primo e l'Ultimo.
Io sono il Medio, parvero dire Rumor e i suoi colleghi.
Non si può essere medi, qui, senza essere privi d'immaginazione.
Io sono il Primo e l'Ultimo, il Vivente.
Giulio China, 57 anni, presente!!
Era uno dei più importanti commercianti di bestiame di Novara,
ove possedeva due cascine. Lascia la moglie e due figlie sposate.
Ho subìto la morte, ma ecco, ora vivo nei secoli dei secoli
(a differenza di Giulio China)
e tengo le chiavi della morte e dell'inferno.
Mario Pasi, cinquant'anni: presente,
abitava con la moglie in un bell'appartamento di Via Mercalli 16.
Ah antichi portichetti a sesto acuto, grigi, scrostati,
sotto cui l'ombra è così fredda che par di essere in Germania
e i negozietti di mercerie stringono il cuore, e ancor più
se vi si vendono anche caramelle, in scatole di cartone
Ma ci son anche palazzi di metallo e vetro
che danno sui parchi
Non aveva figli. Geometra,
si era dedicato all'amministrazione di fondi e stabili.
Era stato ufficiale di cavalleria.
Scrivi dunque le cose che hai vedute,
e le presenti e quelle che verranno dopo di esse:
l'Italia è in crisi, e la stessa crisi che soffro io
(inadattabilità alle nuove operazioni bancarie)
la soffrono alla loro bestial maniera i fascisti:
le ultime 14 vacche! Le ultime 14 vacche!
Ecco il senso misterioso delle sette stelle;
ché se sette erano magre, le altre sette erano ancor grassottelle.
Carlo Silva, 71 anni, abitava in Corso Lodi 108,
con la moglie e un figlio, impiegato alla «Dubied».
Aveva un secondo figlio sposato.
Aveva fatto il mediatore per tutta la vita
ma una lieve forma di paralisi lo aveva costretto
a muoversi con l'ausilio di un bastone.
Percepiva una esigua pensione, ma non aveva rinunciato
a recarsi ogni venerdì al settimanale convegno coi vecchi colleghi.
Bisogna andare da loro, stupidi come vipere, e dir loro:
Siamo fratelli: possediamo le ultime quattordici vacche:
la nostra azienda è in rovina,
lavoriamo con le nostre mani la terra
aiutati da un solo lavorante.
Non siamo più in grado di abitare in questo Paese
che se ne va per le strade nuove della storia
che hai veduto nella mia destra
e dei sette candelabri d'oro;
Gerolamo Papetti, 79 anni,
abitava alla cascina Ghisolfa di Rho
di cui era proprietario.
Aveva perso la moglie alcuni anni addietro.
Lascia tre figli, uno dei quali, Giocondo,
lo aveva accompagnato a Milano
ed è rimasto ferito in seguito allo scoppio.
Le sette stelle sono i sette Angeli delle sette Chiese
e i sette candelabri sono le sette Chiese.
Beh, non ho intenzione di scrivere l'intero Apocalisse:
ormai basta solo progettarlo;
e così le idee, basta enunciarle: realizzarle è superfluo.
In piena epoca industriale,
coltiviamo dunque la terra con le nostre mani, e un solo lavorante
Andremo dunque presto a vendere le nostre ultime 14 vacche
ai Vicini nel 1970 avanti Cristo.
No, davvero non si può,
l'ecolalie neanche notarili
vomitate su noi dai nostri coetanei al Governo
sono intollerabili. Caro Moravia, caro Antonioni,
andiamo di là.
Poi venni a casa.
La porta che dava sul corridoio della camera di mia madre
era aperta: da ciò arguii la sua inquietudine.
Essa ha ottant'anni, l'età di Gerolamo Papetti:
e penso a ciò che deve ancora soffrire.
Da letterato che fa della letteratura
dichiaro la mia solidarietà a «Potere Operaio»
e a tutti gli altri groupuscules di estrema sinistra,
Saragat non doveva fare un fascio di quell'erba:
e dunque sugli scudi Tolin.
Le sette Chiese sono su di noi, le zozze.
Scende la notte dello choc: il Naviglio va sottoterra
Tu ti suiciderai
se avevi tutto da guadagnare e nulla da perdere (3)
e quindi non sei un fascista di sinistra, che, poverino,
coi suoi ideali estremistici ora così tragicamente frustrati,
è divenuto mio caro fratello, e vorrei abbracciarlo forte;
tu ti ucciderai, fascista pazzo,
e il tuo suicidio non servirà ad altro
che a dare una disgraziata traccia alla Polizia.
In attesa di essere vendute, queste nostre ultime 14 vacche
pascolano crepuscolari a Patmos
dove ci si limita a scrivere, dell'Apocalisse, il solo prologo.
Ma approfondiamo
(che altro non si fa a Patmos,
senza giungere mai a conclusioni diverse da quelle previste,
il deprimente disprezzo per la borghesia, ivi compresi
i morti di cui sopra, tutti onorabilmente vissuti infino alla fine)
proseguendo, proseguendo eroicamente,
dopo aver steso un velo sulla sconfitta dei giovani
A Efeso a Pergamo a Smirne a Tiatira a Sardi a Filadelfia e a Laodicea
vivono i lettori che disprezzano i buoni sentimenti
e sanno, sanno bene del binomio Autorità-Banalità,
ma ciò non esclude che anche tra loro
i buoni sentimenti siano poi del tutto screditati, anzi, anzi!
Ma le conclusioni di ogni approfondimento sono prevedibili, ripeto.
L'ultimo odor di stalla e di farina
e la stoffa che fuma nelle osterie con la latrina all'aperto
dove va gente che se la intende sull'onorabilità
e vi fa del razzismo romanico
unisce intellettuali di sinistra e fascisti a un unico culto
in via di estinzione: allontanando nel cosmo il punto di vista (4)
essi appaiono tutti raccolti a imprecare allo stesso tabernacolo;
la porta della storia è una Porta Stretta
infilarsi dentro costa una spaventosa fatica
c'è chi rinuncia e dà in giro il culo
e chi non ci rinuncia, ma male, e tiri fuori il cric dal portabagagli,
e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignità;
ma son tutti là, davanti a quella Porta.
Pier Paolo Pasolini
Trasumanar e organizzar
(1) Questi versi sono stati scritti tra il 13 e il 14 dicembre; prima che si sapesse del suicidio dell'anarchico Pinelli.
(2) Ricordo di nuovo al lettore che questi versi sono stati scritti solo il giorno dopo i fatti di cui si parla.
(3) Prevedendo in questi versi un suicidio, pensavo, con assurda ingenuità, che il colpevole che si sarebbe suicidato sarebbe stato un fascista.
(4) Come nella Commedia pappo coesiste notoriamente con pulcro.
è giunto fino a Patmos sentore
di ciò che annusano i cappellani
i morti erano tutti dai cinquanta ai settanta
la mia età fra pochi anni, rivelazione di Gesù Cristo
che Dio, per istruire i suoi servi
- sulle cose che devono ben presto accadere -
ha fatto conoscere per mezzo del suo Angelo
al proprio servo Giovanni.
Ci sono là marcite; e molti pioppi. Venendo da là
vestivano di grigio e marrone; la roba pesante,
che fuma nelle osterie con le latrine all'aperto.
Poca creanza, farsi ritrovare così,
da parte di quei galantuomini non ancora del tutto romanizzati,
e sì che tutti i barocci erano spariti da un pezzo!
Ma gli usati corpi, non di monaci,
perché cattolici erano cattolici, ma s'erano sposati, fornicando
la loro parte; insomma, giusto perché dei nipotini oggi piangessero.
Solo un suicidio porterà sulle tracce del responsabile di tal pianto.(1)
Lombardi al Governo! Tra voi e il paese c'è un abisso.
È la vostra banalità che lo scava (le «e» strette
son niente confronto al lessico; che umile dialetto non è;
lo fosse!)
E chi è sotto choc ride con gli occhi di Antonioni
Il quale attesta come parola di Dio e testimonianza di Gesù Cristo
e anche Pasolini ride,
tutto quello che ha veduto,
mentre Moravia è distratto, beato chi legge,
e beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia.
Che ne piangano le loro famiglie; io ne parlo da letterato.
Oppongo al cordoglio un certo manierismo.
Di tradizioni recenti son piene le Sette Chiesuole.
Canoni e tropi a disposizione rimpiazzano le commozioni;
e basta deciderlo, l'umore necessario è pronto
con tutti i suoi caratteri
(di difesa dietro il lessico, esso, eslege, desueto)
chi è al potere altresì ha le sue figure
entro cui comodamente sostituire al logos il nulla;
dietro una cattedra, un tavolo da lavoro,
col doppiopetto: perché il tempo è lontano.
Così si consola la morte, e chi ha la cattiva creanza
di farsi piangere; ridotto a tronconi: cosa inammissibile
in un uomo serio, che si occupa di agricoltura!
Come poi se fossimo nel '44.
Io sono l'Alfa e l'Omega, colui che è, che era e che viene; l'Onnipotente;
fidando su ciò, l'onorevole Rumor, Pocopotente
ma Potente, comunque,
si dissocia dai telespettatori dei bar
e parla ai piccoli borghesi in famiglia che si saziano
di indignazione del tutto lessicalmente estranea al popolo.
Attilio Valè: presente!
52 anni, abitava a Mairano di Noviglio.
Era separato da otto anni dalla moglie;
era un bell'uomo alto circa un metro e ottanta:
commerciava in bestiame
Io, Giovanni, vostro fratello,
che partecipa con voi alla stessa tribolazione
al regno e alla perseveranza di Gesù,
mi trovai relegato nell'isola chiamata Patmos
a causa del Vangelo di Dio e delle testimonianze che rendevo a Gesù.
L'Autorità dello Stato moderato non contempla la realtà dei sensali.
Pietro Dendena (presente!) 45 anni,
abitava a Lodi in un nuovo edificio di Via Italia 11
con la moglie Luisa Corbellini, la figlia Franca, 17 anni,
che frequenta il corso di segretariato d'azienda,
e il figlio Paolo, 10 anni, alunno di quinta elementare.
Di professione mediatore,
frequentava regolarmente il mercato di Piazza Fontana
non mi meraviglierei da letterato schizoide
che comparisse tale e quale in un olio del Prado
né che avesse un debole per l'Inter;
ci son portichetti a Lodi, tetramente settentrionali -
contro un cielo buio, con nuvole basse -
micragna dei tempi degli Antenati, odor di vacche!
L'è il dì di mort (tutti presenti).
Quanto a Paolo Gerli, 77 anni (presente)
ci son portichetti a Lodi a sesto acuto,
e le piccole osterie micragnose sanno di vestiti bagnati
riscaldati dalla stufa
abitava con la moglie in un bellissimo palazzo di Via Savaré, 1,
dove si era trasferito nel 1954
possidente di non pochi terreni agricoli,
curava in proprio il commercio dei prodotti della sua terra.
I vicini di casa, loro,
lo ricordano come un signore gioviale e esuberante.
Usava regolarmente la bicicletta.
Aveva avuto dal matrimonio tre figlie tutte sposate.
Or, ecco, fui rapito in estasi, nel giorno del Signore
e udii dietro a me una voce potente, come di tromba
Eugenio Corsini, 55 anni, presente!
abitava dall'epoca delle nozze in Via Procopio 8,
padre di due figli ormai sposati,
commerciava in olii lubrificanti per macchine agricole.
La moglie non aveva smesso di lavorare.
Non si cantarono serenate in quel 1940;
dal 1940 si era lavorato giudiziosamente, a casa a far la calza.
Si erano frequentate scuole in vista di futuri risparmi;
niente grilli per la testa, che nessuno avesse niente da ridire;
la Morale come una cosa passata di donna in donna;
poco riso negli occhi, e gran risate al momento giusto: a Natale.
Io mi voltai per vedere la voce che parlava
e appena voltato vidi sette candelabri d'oro
Carlo Luigi Perego, 74 anni, risiedeva a Usmate Velate
e in mezzo ai candelabri Uno che assomigliava al Figlio dell'Uomo
in Via Stazione 21
vestito di una lunga veste
lascia la moglie e due figli sposati
che hanno proseguito la sua attività di assicuratore
e cinto d'una fascia d'oro sul petto
Era venuto a Milano per rivedere i vecchi amici
e per sbrigare alcune faccende relative all'attività dei figli
Il suo capo e i suoi capelli erano bianchi come lana
i suoi piedi erano simili a rame ardente arroventato in una fornace
(così disse chi li raccolse sotto il bancone)
Aveva presieduto, in qualità di coraggioso combattente del '15-18
la locale sezione dell'associazione dei combattenti. Presente!
Carlo Garavaglia, 67 anni, presente!
Alla morte della moglie era andato a abitare con la figlia sposata
la sua voce era come il rumore delle grandi acque
a Corsico in Via XX Settembre 19.
Nella destra teneva sette stelle.
Era stato macellaio
dalla sua bocca usciva un'acuta spada a due tagli
percepiva attualmente una pensione di 18 mila lire.
La sua faccia era come il sole.
Tentava di realizzare qualche guadagno extra facendo il mediatore.
Carlo Gaiani, presente, 57 anni,
abitava con la moglie alla cascina Salesiana
Era perito agrario
ed aveva condotto con successo l'azienda agricola
che conduceva come affittuario, fino ad alcuni anni addietro.
Ora l'azienda era in decadenza.
Lavorava personalmente la terra con un solo lavorante.
Si era recato alla Banca dell'Agricoltura
per concludere la vendita delle ultime 14 vacche.
Saragat taccio, ma ne parla l'«Observer». (2)
Oreste Sangalli, 49 anni: «Presente!»
affittuario della cascina Ronchetto in via Merula 13 a Milano
mettiamo la sordina alla tromba di quell'Uno
lascia la moglie e due ragazzi, Franco di 13 e Claudio di 11
fare d'ogni erba un fascio degli estremisti
si era recato al mercato di Piazza Fontana
va bene per i giornali indipendenti (dalla Verità)
come tutti i venerdì in compagnia di Luigi Meloni
ma un presidente della Repubblica!
Si erano momentaneamente lasciati a Porta Ticinese
Non si può predicare moderazione
e si erano dati appuntamento a Piazza Fontana
in un paese dove è appunto la moderazione che va male
Hanno trovato entrambi la morte
e dove non si può essere moderati senza essere banali
poco dopo essersi ritrovati.
Luigi Meloni, 57 anni presente:
commerciante di bestiame abitava a Corsico in Via Cavour
con la moglie e il figlio Mario, studente di 18 anni.
Possiede qualche piccola proprietà immobiliare.
Era venuto a Milano con la vettura del Sangalli.
E quando l'ebbi veduto io caddi ai suoi piedi come morto.
Ma egli pose sopra di me la sua destra e disse:
Non temere, io sono il Primo e l'Ultimo.
Io sono il Medio, parvero dire Rumor e i suoi colleghi.
Non si può essere medi, qui, senza essere privi d'immaginazione.
Io sono il Primo e l'Ultimo, il Vivente.
Giulio China, 57 anni, presente!!
Era uno dei più importanti commercianti di bestiame di Novara,
ove possedeva due cascine. Lascia la moglie e due figlie sposate.
Ho subìto la morte, ma ecco, ora vivo nei secoli dei secoli
(a differenza di Giulio China)
e tengo le chiavi della morte e dell'inferno.
Mario Pasi, cinquant'anni: presente,
abitava con la moglie in un bell'appartamento di Via Mercalli 16.
Ah antichi portichetti a sesto acuto, grigi, scrostati,
sotto cui l'ombra è così fredda che par di essere in Germania
e i negozietti di mercerie stringono il cuore, e ancor più
se vi si vendono anche caramelle, in scatole di cartone
Ma ci son anche palazzi di metallo e vetro
che danno sui parchi
Non aveva figli. Geometra,
si era dedicato all'amministrazione di fondi e stabili.
Era stato ufficiale di cavalleria.
Scrivi dunque le cose che hai vedute,
e le presenti e quelle che verranno dopo di esse:
l'Italia è in crisi, e la stessa crisi che soffro io
(inadattabilità alle nuove operazioni bancarie)
la soffrono alla loro bestial maniera i fascisti:
le ultime 14 vacche! Le ultime 14 vacche!
Ecco il senso misterioso delle sette stelle;
ché se sette erano magre, le altre sette erano ancor grassottelle.
Carlo Silva, 71 anni, abitava in Corso Lodi 108,
con la moglie e un figlio, impiegato alla «Dubied».
Aveva un secondo figlio sposato.
Aveva fatto il mediatore per tutta la vita
ma una lieve forma di paralisi lo aveva costretto
a muoversi con l'ausilio di un bastone.
Percepiva una esigua pensione, ma non aveva rinunciato
a recarsi ogni venerdì al settimanale convegno coi vecchi colleghi.
Bisogna andare da loro, stupidi come vipere, e dir loro:
Siamo fratelli: possediamo le ultime quattordici vacche:
la nostra azienda è in rovina,
lavoriamo con le nostre mani la terra
aiutati da un solo lavorante.
Non siamo più in grado di abitare in questo Paese
che se ne va per le strade nuove della storia
che hai veduto nella mia destra
e dei sette candelabri d'oro;
Gerolamo Papetti, 79 anni,
abitava alla cascina Ghisolfa di Rho
di cui era proprietario.
Aveva perso la moglie alcuni anni addietro.
Lascia tre figli, uno dei quali, Giocondo,
lo aveva accompagnato a Milano
ed è rimasto ferito in seguito allo scoppio.
Le sette stelle sono i sette Angeli delle sette Chiese
e i sette candelabri sono le sette Chiese.
Beh, non ho intenzione di scrivere l'intero Apocalisse:
ormai basta solo progettarlo;
e così le idee, basta enunciarle: realizzarle è superfluo.
In piena epoca industriale,
coltiviamo dunque la terra con le nostre mani, e un solo lavorante
Andremo dunque presto a vendere le nostre ultime 14 vacche
ai Vicini nel 1970 avanti Cristo.
No, davvero non si può,
l'ecolalie neanche notarili
vomitate su noi dai nostri coetanei al Governo
sono intollerabili. Caro Moravia, caro Antonioni,
andiamo di là.
Poi venni a casa.
La porta che dava sul corridoio della camera di mia madre
era aperta: da ciò arguii la sua inquietudine.
Essa ha ottant'anni, l'età di Gerolamo Papetti:
e penso a ciò che deve ancora soffrire.
Da letterato che fa della letteratura
dichiaro la mia solidarietà a «Potere Operaio»
e a tutti gli altri groupuscules di estrema sinistra,
Saragat non doveva fare un fascio di quell'erba:
e dunque sugli scudi Tolin.
Le sette Chiese sono su di noi, le zozze.
Scende la notte dello choc: il Naviglio va sottoterra
Tu ti suiciderai
se avevi tutto da guadagnare e nulla da perdere (3)
e quindi non sei un fascista di sinistra, che, poverino,
coi suoi ideali estremistici ora così tragicamente frustrati,
è divenuto mio caro fratello, e vorrei abbracciarlo forte;
tu ti ucciderai, fascista pazzo,
e il tuo suicidio non servirà ad altro
che a dare una disgraziata traccia alla Polizia.
In attesa di essere vendute, queste nostre ultime 14 vacche
pascolano crepuscolari a Patmos
dove ci si limita a scrivere, dell'Apocalisse, il solo prologo.
Ma approfondiamo
(che altro non si fa a Patmos,
senza giungere mai a conclusioni diverse da quelle previste,
il deprimente disprezzo per la borghesia, ivi compresi
i morti di cui sopra, tutti onorabilmente vissuti infino alla fine)
proseguendo, proseguendo eroicamente,
dopo aver steso un velo sulla sconfitta dei giovani
A Efeso a Pergamo a Smirne a Tiatira a Sardi a Filadelfia e a Laodicea
vivono i lettori che disprezzano i buoni sentimenti
e sanno, sanno bene del binomio Autorità-Banalità,
ma ciò non esclude che anche tra loro
i buoni sentimenti siano poi del tutto screditati, anzi, anzi!
Ma le conclusioni di ogni approfondimento sono prevedibili, ripeto.
L'ultimo odor di stalla e di farina
e la stoffa che fuma nelle osterie con la latrina all'aperto
dove va gente che se la intende sull'onorabilità
e vi fa del razzismo romanico
unisce intellettuali di sinistra e fascisti a un unico culto
in via di estinzione: allontanando nel cosmo il punto di vista (4)
essi appaiono tutti raccolti a imprecare allo stesso tabernacolo;
la porta della storia è una Porta Stretta
infilarsi dentro costa una spaventosa fatica
c'è chi rinuncia e dà in giro il culo
e chi non ci rinuncia, ma male, e tiri fuori il cric dal portabagagli,
e chi vuole entrarci a tutti i costi, a gomitate ma con dignità;
ma son tutti là, davanti a quella Porta.
Pier Paolo Pasolini
Trasumanar e organizzar
(1) Questi versi sono stati scritti tra il 13 e il 14 dicembre; prima che si sapesse del suicidio dell'anarchico Pinelli.
(2) Ricordo di nuovo al lettore che questi versi sono stati scritti solo il giorno dopo i fatti di cui si parla.
(3) Prevedendo in questi versi un suicidio, pensavo, con assurda ingenuità, che il colpevole che si sarebbe suicidato sarebbe stato un fascista.
(4) Come nella Commedia pappo coesiste notoriamente con pulcro.
venerdì 11 dicembre 2009
Semmi semmi
Luigi Ghirri (2photo.org)
reggel akkora köd, volt
mesélte nagyanyjának a fiam
hogy nem találtam az iskolát
a rozsdás rács ott volt
de benn semmi semmi
hét éve vártam erre a pillanatra
és ma bekövetkezett magyarázta
mint a kockacukor szépen elolvadt
a rozsdás rács ott volt
de benn semmi semmi
észrevétlenül kiosontam a házból
hogy ellenőrizzem igazat beszél-e
az iskola valóban nem volt ott
egy fekete fogú gyerek vattacukrot majszolt
a rozsdás rácsnak támaszkodva
valaki felgyújtotta a szemetes konténert
és a füst kékre festette a ködöt
a végtelen édes vattát
semmi suttogtam semmi semmi
Ottó Tolnai
Niente niente
la mattina c'era una nebbia
ha raccontato mio figlio a sua nonna
che non riusciva a trovare la scuola
il cancello arrugginito era là
ma dietro non c'era niente niente
ho aspettato sette anni questo momento
e oggi è successo ha spiegato
si è sciolta finemente come lo zucchero in zollette
il cancello arrugginito era là
ma dietro non c'era niente niente
mi ci sono intrufolato non visto dalla casa
per vedere se dicesse la verità
la scuola non c'era davvero
un bambino con i denti neri
si era appoggiato al cancello arrugginito e mangiava zucchero filato
qualcuno ha dato fuoco al contenitore dei rifiuti
e il fumo ha colorato di blu la nebbia
l'ovatta infinatamente blu
niente ho bisbigliato, niente niente
Etichette:
-ungherese,
*Kanjiža,
Tolnai
giovedì 10 dicembre 2009
Ja
Er zijn duizenden vergissingen.
Als we 's ochtends wakker worden vergissen we ons.
Als we ons uitrekken vergissen we ons.
Als we opstaan vergissen we ons.
(Als we doodgaan vergissen we ons deerlijk.)
We gaan naar buiten en de zon schijnt op ons neer,
vogels kwetteren,
haast en voorspoed sleuren ons mee.
Terugdeinzen is een vergissing.
Het zekere voor het onzekere nemen is een vergissing.
Niets over het hoofd zien is een vergissing.
Het is een heldere dag.
We wandelen en zien elkaar om een hoek verschijnen.
We staan stil.
We horen elkaar roepen, zien elkaar wenken.
We aarzelen.
Is Ja ook een vergissing? denken we.
Zou Ja ook een vergissing zijn?
Toon Tellegen
Sì
Ci sono migliaia di errori.
Quando ci svegliamo di mattina ci sbagliamo.
Quando ci allunghiamo ci sbagliamo.
Quando ci alziamo ci sbagliamo.
(Quando muoriamo ci sbagliamo dolorosamente.)
Usciamo e il sole splende su di noi,
gli uccelli cinguettano,
la fretta e il successo ci portano via con sé.
Svicolare è un errore.
Giocare al sicuro è un errore.
Non distrarsi mai è un errore.
È una giornata serena.
Passeggiamo e ci guardiamo l'un l'altro sbucare da un angolo.
Ci fermiamo.
Ci sentiamo gridare l'un l'altro, ci vediamo salutare l'un l'altro.
Esitiamo.
Anche il Sì è un errore? ci chiediamo.
Potrebbe anche il Sì essere un errore?
Als we 's ochtends wakker worden vergissen we ons.
Als we ons uitrekken vergissen we ons.
Als we opstaan vergissen we ons.
(Als we doodgaan vergissen we ons deerlijk.)
We gaan naar buiten en de zon schijnt op ons neer,
vogels kwetteren,
haast en voorspoed sleuren ons mee.
Terugdeinzen is een vergissing.
Het zekere voor het onzekere nemen is een vergissing.
Niets over het hoofd zien is een vergissing.
Het is een heldere dag.
We wandelen en zien elkaar om een hoek verschijnen.
We staan stil.
We horen elkaar roepen, zien elkaar wenken.
We aarzelen.
Is Ja ook een vergissing? denken we.
Zou Ja ook een vergissing zijn?
Toon Tellegen
Sì
Ci sono migliaia di errori.
Quando ci svegliamo di mattina ci sbagliamo.
Quando ci allunghiamo ci sbagliamo.
Quando ci alziamo ci sbagliamo.
(Quando muoriamo ci sbagliamo dolorosamente.)
Usciamo e il sole splende su di noi,
gli uccelli cinguettano,
la fretta e il successo ci portano via con sé.
Svicolare è un errore.
Giocare al sicuro è un errore.
Non distrarsi mai è un errore.
È una giornata serena.
Passeggiamo e ci guardiamo l'un l'altro sbucare da un angolo.
Ci fermiamo.
Ci sentiamo gridare l'un l'altro, ci vediamo salutare l'un l'altro.
Esitiamo.
Anche il Sì è un errore? ci chiediamo.
Potrebbe anche il Sì essere un errore?
mercoledì 9 dicembre 2009
Nee
Nee was een klein woord,
een onbeduidend woord.
Het luisterde naar de grote woorden:
Ja en Wij en Altijd.
Het bestudeerde de kruimels van hun gedachten,
die zij van hun tafel lieten vallen.
Het was geen dom woord.
Op een dag kroop het naar de keuken,
klom op het aanrecht,
greep een mes
en at het op.
(Woorden kunnen dingen eten.)
Het was nog steeds een klein woord,
maar geen onbeduidend woord –dat nooit meer –
en het ging terug naar de kamer,
zat onder de tafel
en luisterde.
Toon Tellegen
No era una parola piccola,
una parola priva di significato.
Ascoltava le parole grandi:
Sì e Noi e Sempre.
Studiava le briciole dei loro pensieri
che lasciavano cadere da tavola.
Non era una parola stupida.
Un giorno si intrufolò in cucina,
salì sul lavello,
afferrò un coltello
e lo mangiò.
(Le parole possono mangiare le cose.)
Era ancora una parola piccola,
ma non più una parola priva di significato – quello non più –
e ritornò nella stanza,
si mise a sedere sotto il tavolo
e ad ascoltare.
een onbeduidend woord.
Het luisterde naar de grote woorden:
Ja en Wij en Altijd.
Het bestudeerde de kruimels van hun gedachten,
die zij van hun tafel lieten vallen.
Het was geen dom woord.
Op een dag kroop het naar de keuken,
klom op het aanrecht,
greep een mes
en at het op.
(Woorden kunnen dingen eten.)
Het was nog steeds een klein woord,
maar geen onbeduidend woord –dat nooit meer –
en het ging terug naar de kamer,
zat onder de tafel
en luisterde.
Toon Tellegen
No era una parola piccola,
una parola priva di significato.
Ascoltava le parole grandi:
Sì e Noi e Sempre.
Studiava le briciole dei loro pensieri
che lasciavano cadere da tavola.
Non era una parola stupida.
Un giorno si intrufolò in cucina,
salì sul lavello,
afferrò un coltello
e lo mangiò.
(Le parole possono mangiare le cose.)
Era ancora una parola piccola,
ma non più una parola priva di significato – quello non più –
e ritornò nella stanza,
si mise a sedere sotto il tavolo
e ad ascoltare.
martedì 8 dicembre 2009
ЧЕТЯЩИЯТ СТИХОТВОРЕНИЕ
сутрин
в леглото
около десет минути
става,
прави каквото там трябва, излиза
и добре понася другите часове.
Екатерина Йосифова
Quello che legge una poesia
la mattina
a letto
per circa dieci minuti
si alza,
fa quello che c'è da fare, esce
e sopporta meglio le ore che restano.
Ekaterina Josifova
в леглото
около десет минути
става,
прави каквото там трябва, излиза
и добре понася другите часове.
Екатерина Йосифова
Quello che legge una poesia
la mattina
a letto
per circa dieci minuti
si alza,
fa quello che c'è da fare, esce
e sopporta meglio le ore che restano.
Ekaterina Josifova
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-bulgaro,
*Kyustendil,
Josifova
venerdì 4 dicembre 2009
Zwei Fehler
Ich gebe zu, seinerzeit
habe ich mit Spatzen auf Kanonen geschossen.
Daß das keine Volltreffer gab,
sehe ich ein.
Dagegen habe ich nie behauptet,
nun gelte es ganz zu schweigen.
Schlafen, Atemholen, Dichten:
das ist fast kein Verbrechen.
Ganz zu schweigen
von dem berühmten Gespräch über Bäume.
Kanonen auf Spatzen, das hieße doch
in den umgekehrten Fehler verfallen.
Hans Magnus Enzensberger
Due errori
Ein Blatt, baumlos
für Bertolt Brecht:
Was sind das für Zeiten,
wo ein Gespräch
beinah ein Verbrechen ist,
weil es soviel Gesagtes
mit einschließt?
Un foglio, senza alberi,
per Bertolt Brecht:
Che tempi sono questi,
in cui un dialogo
è quasi un crimine
perché racchiude
tante cose dette?
habe ich mit Spatzen auf Kanonen geschossen.
Daß das keine Volltreffer gab,
sehe ich ein.
Dagegen habe ich nie behauptet,
nun gelte es ganz zu schweigen.
Schlafen, Atemholen, Dichten:
das ist fast kein Verbrechen.
Ganz zu schweigen
von dem berühmten Gespräch über Bäume.
Kanonen auf Spatzen, das hieße doch
in den umgekehrten Fehler verfallen.
Hans Magnus Enzensberger
Due errori
Lo ammetto, a suo tempo
ho sparato con passeri sui cannoni.
Di non aver fatto centro,
lo riconosco.
Però non ho mai sostenuto
che ora si debba tacere.
Dormire, respirare, fare poesia:
è quasi non criminale.
Per non parlare
del famoso dialogo sugli alberi.
Cannoni sui passeri, questo sarebbe
cadere nell'errore opposto.
In "An die Nachgeborenen" (A quelli nati dopo ovvero a coloro che verranno ovvero - se solo non fosse troppo odiosamente manzoniano - ai posteri) di Brecht ci sono tre versi che hanno lasciato diverse tracce nella poesia di lingua tedesca. Questi:
Was sind das für Zeiten, wo
Ein Gespräch über Bäume fast ein Verbrechen ist
Weil es ein Schweigen über so viele Untaten einschließt!
Che tempi sono questi, in cui
Un dialogo sugli alberi è quasi un crimine
Perché comporta silenzio su così tanti delitti!
Un'altra traccia, ad esempio, la si trova in Celan:
ho sparato con passeri sui cannoni.
Di non aver fatto centro,
lo riconosco.
Però non ho mai sostenuto
che ora si debba tacere.
Dormire, respirare, fare poesia:
è quasi non criminale.
Per non parlare
del famoso dialogo sugli alberi.
Cannoni sui passeri, questo sarebbe
cadere nell'errore opposto.
*
In "An die Nachgeborenen" (A quelli nati dopo ovvero a coloro che verranno ovvero - se solo non fosse troppo odiosamente manzoniano - ai posteri) di Brecht ci sono tre versi che hanno lasciato diverse tracce nella poesia di lingua tedesca. Questi:
Was sind das für Zeiten, wo
Ein Gespräch über Bäume fast ein Verbrechen ist
Weil es ein Schweigen über so viele Untaten einschließt!
Che tempi sono questi, in cui
Un dialogo sugli alberi è quasi un crimine
Perché comporta silenzio su così tanti delitti!
Un'altra traccia, ad esempio, la si trova in Celan:
Ein Blatt, baumlos
für Bertolt Brecht:
Was sind das für Zeiten,
wo ein Gespräch
beinah ein Verbrechen ist,
weil es soviel Gesagtes
mit einschließt?
Un foglio, senza alberi,
per Bertolt Brecht:
Che tempi sono questi,
in cui un dialogo
è quasi un crimine
perché racchiude
tante cose dette?
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Enzensberger
sabato 28 novembre 2009
Lebenslauf
Ich war kein Stein keine Wolke
keine Glocke und keine Laute
geschlagen von einem Engel oder von einem Teufel
Ich war von Anfang an nichts als ein Mensch
und ich will auch nicht etwas anderes sein
Als Mensch bin ich aufgewachsen
und habe Unrecht erlitten
und manchmal Unrecht getan
und manchmal Gutes
Als Mensch empöre ich mich
gegen Unrecht und freue mich
über jeden Schimmer von Hoffnung
Als Mensch bin ich wach und müde
und arbeite und habe Sorgen
und Hunger nach Verstehen
und nach Verstandenwerden
Als Mensch habe ich Freude an meinen Freunden
und habe Freude an Frau und Kindern und Enkeln
und habe Angst um sie und Sehnsucht nach Sicherheit
und will mit Menschen sein und manchmal allein sein
und bedauere jede Nacht ohne Liebe
Als Mensch bin ich krank und alt
und werde sterben
und werde kein Stein sein
keine Wolke und keine Glocke
sondern Erde oder Asche
und darauf kommt es nicht an.
Erich Fried
keine Glocke und keine Laute
geschlagen von einem Engel oder von einem Teufel
Ich war von Anfang an nichts als ein Mensch
und ich will auch nicht etwas anderes sein
Als Mensch bin ich aufgewachsen
und habe Unrecht erlitten
und manchmal Unrecht getan
und manchmal Gutes
Als Mensch empöre ich mich
gegen Unrecht und freue mich
über jeden Schimmer von Hoffnung
Als Mensch bin ich wach und müde
und arbeite und habe Sorgen
und Hunger nach Verstehen
und nach Verstandenwerden
Als Mensch habe ich Freude an meinen Freunden
und habe Freude an Frau und Kindern und Enkeln
und habe Angst um sie und Sehnsucht nach Sicherheit
und will mit Menschen sein und manchmal allein sein
und bedauere jede Nacht ohne Liebe
Als Mensch bin ich krank und alt
und werde sterben
und werde kein Stein sein
keine Wolke und keine Glocke
sondern Erde oder Asche
und darauf kommt es nicht an.
Erich Fried
Curriculum vitae
Non sono stato una pietra né una nuvola
né una campana e neanche un liuto
suonato da un angelo o da un diavolo.
Sono stato fin dall’inizio niente altro che un uomo
e non voglio neanche essere qualcosa d’altro.
Come uomo sono cresciuto
e ho subito ingiustizie
e talvolta ho commesso ingiustizie
e tavolta fatto del bene.
Come uomo mi indigno
contro le ingiustizie e provo gioia
per ogni barlume di speranza.
Come uomo sono debole e stanco
e lavoro e ho preoccupazioni
e fame di capire
e di essere capito.
Come uomo traggo gioia dai miei amici
e traggo gioia da moglie e figli e nipoti
e provo paura per loro e desiderio di sicurezza
e voglio stare con gli uomini e talvolta stare solo
e mi dispiace ogni notte senza amore.
Come uomo sono malato e vecchio
e morirò
e non sarò una pietra
né una nuvola né una campana
ma terra o cenere
e non dipende.
Non sono stato una pietra né una nuvola
né una campana e neanche un liuto
suonato da un angelo o da un diavolo.
Sono stato fin dall’inizio niente altro che un uomo
e non voglio neanche essere qualcosa d’altro.
Come uomo sono cresciuto
e ho subito ingiustizie
e talvolta ho commesso ingiustizie
e tavolta fatto del bene.
Come uomo mi indigno
contro le ingiustizie e provo gioia
per ogni barlume di speranza.
Come uomo sono debole e stanco
e lavoro e ho preoccupazioni
e fame di capire
e di essere capito.
Come uomo traggo gioia dai miei amici
e traggo gioia da moglie e figli e nipoti
e provo paura per loro e desiderio di sicurezza
e voglio stare con gli uomini e talvolta stare solo
e mi dispiace ogni notte senza amore.
Come uomo sono malato e vecchio
e morirò
e non sarò una pietra
né una nuvola né una campana
ma terra o cenere
e non dipende.
venerdì 27 novembre 2009
ДОБРА ПОЗА
Заемам добра поза
на дивана,
възглавницата, пухкавото одеало,
книгите.
Не идва никой,
но не губя надежда
да влезе и да каже
укорително:
и това правителство падна,
а ти си четеш Лао Дзъ.
На което да отговоря:
именно.
Екатерина Йосифова
Buona posizione
Assumo una buona posizione
sul divano,
il cuscino, la coperta morbida,
i libri.
Non viene nessuno,
ma non perdo la speranza
che venga e mi dica
con tono di rimprovero:
anche questo governo cadrà,
e tu, tu leggi Lao Tzu.
Al che risponderò:
appunto.
Ekaterina Josifova
Nata a Kyustendil, in Bulgaria, nel 1941, ha studiato filologia russa all'università di Sofia. Insegnante, giornalista, autrice di libri per bambini, traduttrice di poesia classica e contemporanea dal russo, dall'ungherese, dal francese, dal macedone e dall'albanese, ha pubblicato dodici raccolte di poesia.
на дивана,
възглавницата, пухкавото одеало,
книгите.
Не идва никой,
но не губя надежда
да влезе и да каже
укорително:
и това правителство падна,
а ти си четеш Лао Дзъ.
На което да отговоря:
именно.
Екатерина Йосифова
Buona posizione
Assumo una buona posizione
sul divano,
il cuscino, la coperta morbida,
i libri.
Non viene nessuno,
ma non perdo la speranza
che venga e mi dica
con tono di rimprovero:
anche questo governo cadrà,
e tu, tu leggi Lao Tzu.
Al che risponderò:
appunto.
Ekaterina Josifova
Nata a Kyustendil, in Bulgaria, nel 1941, ha studiato filologia russa all'università di Sofia. Insegnante, giornalista, autrice di libri per bambini, traduttrice di poesia classica e contemporanea dal russo, dall'ungherese, dal francese, dal macedone e dall'albanese, ha pubblicato dodici raccolte di poesia.
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Josifova
sabato 17 ottobre 2009
Ultimo discorso del dittatore*
Si sa troppo poco di se stessi.
Oggi per es. non sono sicuro di me
Ed ordino
Di voltare verso la parete
Tutti i quadri che mi ritraggono,
Fino a contrordine.
17 giugno 1996
*Siccome il dittatore morì poco dopo
senza essersi ritrovato
faccia a faccia, in tutte le istituzioni
i quadri sono rimasti
appesi al contrario fino ad oggi.
Letzte Rede des Diktators*
Oggi per es. non sono sicuro di me
Ed ordino
Di voltare verso la parete
Tutti i quadri che mi ritraggono,
Fino a contrordine.
17 giugno 1996
*Siccome il dittatore morì poco dopo
senza essersi ritrovato
faccia a faccia, in tutte le istituzioni
i quadri sono rimasti
appesi al contrario fino ad oggi.
Man weiß zu wenig über sich.
Heute bin ich mir z. B. nicht sicher
und gebe Befehl,
alle Bilder, die mich zeigen,
zur Wand zu kehren,
bis zum Widerruf.
17. Juni 1996
*Da der Diktator bald darauf starb,
ohne sich noch einmal begegnet zu sein
von Angesicht zu Angesicht, blieben die<>
Michael Krüger, Unter freiem Himmel, Suhrkamp 2007
Heute bin ich mir z. B. nicht sicher
und gebe Befehl,
alle Bilder, die mich zeigen,
zur Wand zu kehren,
bis zum Widerruf.
17. Juni 1996
*Da der Diktator bald darauf starb,
ohne sich noch einmal begegnet zu sein
von Angesicht zu Angesicht, blieben die<>
Michael Krüger, Unter freiem Himmel, Suhrkamp 2007
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