domenica 23 settembre 2012

La fase pre-markuska


La prima fase consistette - e ve ne sono numerosi esempi in altre lingue infantili - nel capovolgere le parole italiane (olleb 'bello', onoub = 'buono" ecc.). Ma ben presto il bambino, non contento di questa banale semplicità, prese a creare un lessico e una morfologia autonomi. Molte radici furono create dalle parole italiane capovolte della primissima fase della lingua (che chiameremo pre-markuska) con deformazioni. Così bello, anziché olleb, si disse lev, buono, anziché onoub, divenne nuv, et similia. Per aumentare le radici senza troppi sforzi di ricerca (il lessico restò per lui infatti sempre la parte meno interessante della lingua) l'inverso del significato di una radice veniva ottenuto preponendole il prefisso en- (trasparentemente derivato dall'italiano ne o dal prefisso in- in infelice ecc.). Tale procedimento, identico a quello dell'esperanto (che tuttavia E.J. mi assicurò di non conoscere al momento della sua invenzione) non era universalmente durchgeführt: così 'cattivo' e 'brutto' era turp (il bambino fu molto soddisfatto quando si accorse che capovolgendo brutto in otturb e, abbreviandolo con le note regole, otteneva un qualcosa come turb/p singolarmente simile all'italiano 'turpe'); solo per precisare, si poteva usare ennuv per cattivo e enlev per brutto. Altre radici hanno una curiosa origine 'storica': così, poiché uno dei suoi compagni di giochi si era messo, come 'imperatore', il nome di Vulkainsh (ma il suo cognome 'normale' era Guerreschi), guerra si disse vulk (ancora con somma soddisfazione del bambino che vi vedeva connessioni semantiche con 'vulcano', 'vulcanico', ecc.).
Il plurale in quella prima fase (che chiameremo proto-markuska) era in -ik, sia per i pronomi sia per i nomi: dai pronomi singolari oj = 'io', ut = 'tu', ig = 'egli', si aveva oik (< ojik, 'noi', utik, 'voi', igik, 'essi'). In seguito, 'per decreto', il plurale dei nomi fu cambiato in -oj, ma i pronomi mantennero l'antico plurale, creandosi così, per gioco e inconsciamente, una doppia declinazione, nominale e pronominale, come in molte lingue vere! Anche altri elementi morfologici mutarono: soprattutto da notare la trasformazione del suffisso aggettivale da -iku in -ska, e la generale trasformazione delle radici della lingua da bisillabiche (in genere con finale vocalica in -u: marku, erru ecc.) in monosillabiche. Anche la sintassi subì dei mutamenti: da praticamente identica all'italiana (non però nella posizione dell'aggettivo e del genitivo che fu sin da tempi 'antichi' del tipo che i linguisti chiamano B-A), acquistò tratti sempre più complessi. Poiché la lingua fu usata anche per la poesia, si sviluppò uno 'stile poetico' molto libero sintatticamente e talora persino con varianti morfologiche rispetto alla lingua, molto più a ordine rigido, della prosa. La lingua venne sviluppandosi insieme al suo autore: una rudimentale storia, delle influenze straniere (parole di lingue europee od orientali studiate dall'inventore man mano che i suoi interessi linguistici si ampliavano), uno stile 'antico' e uno 'moderno' ecc. Poiché ho avuto occasione di studiare a fondo l'inventore di questa lingua, la quale è, senza tema di discussioni, una fra le più originali fra le inventate da fanciulli, penso utile darne una brevissima descrizione e qualche esempio.
[...]
Ma la parte più singolare del markusko è forse la sua sintassi. Sembra quasi che la morfologia agglutinante prediletta dall'autore lo abbia portato quasi insensibilmente a una sintassi ipotattica 'a la turca' partendo da una primitiva sintassi nettamente neolatina, soprattutto nel campo delle proposizioni subordinate. Si confrontino queste due possibilità (paleomarkuska e neomarkuska) di tradurre la frase "io dico che Carlo è venuto"

a) ridoj dazi Karl oendna
b) Karloizuri ridoj

(rid = 'dire'; dna = 'andare'; endna, col prefisso inversivo en- = 'venire', sostituito, in fasi più recenti, dalla radice semplice iz; dazi = 'che', derivato dal tedeco dass). Nello schema b) abbiamo un insieme Karl oiz = "Carlo è venuto" astratizzato dal suffisso -ur, Karloizur = "la venuta del passato di Carlo" e posto all'accusativo (Karloizuri) retto dal verbo ridoj. Più tardi, ad imitazione del turco, in casi analoghi, Karl si pose anche, facoltativamente, al genitivo: Karlo oizuri ridoj = "dico il venire passato di Carlo", restando cioè fuori del composto.

Alessandro Bausani, Le lingue inventate, Ubaldini Editore, Roma 1974, pagg. 26-29
(salvo qualche necessaria virgola, che non sono riuscita a non inserire)



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