O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Il fascismo era l'Italia reale, l'Italia che oggi imputa a Mussolini solo di aver perduto la guerra e che ritiene noi antifascisti corresponsabili della disfatta. Hai visto quali sono state le reazioni alla Camera e sulla stampa per la firma del trattato di pace? Nessuno si è azzardato a ricordare le responsabilità del popolo italiano. Nessuno ha detto, come disse Victor Hugo nel '70, che quel che pagavamo non era troppo come prezzo per riacquistare la nostra libertà. Nessuno ha fatto il confronto fra la nostra situazione e quella del popolo tedesco per riconoscere quanto immeritatamente noi risultassimo privilegiati.
Da una lettera di Ernesto Rossi a Gaetano Salvemini, febbraio 1947
Sed ipse paucos dies conmoratus apud C. Flaminium in agro Arretino, dum vicinitatem antea sollicitatam armis exornat, cum fascibus atque aliis imperi insignibus in castra ad Manlium contendit. Haec ubi Romae comperta sunt, senatus Catilinam et Manlium hostis iudicat, ceterae multitudini diem statuit, ante quam sine fraude liceret ab armis discedere praeter rerum capitalium condemnatis. Praeterea decernit, uti consules dilectum habeant, Antonius cum exercitu Catilinam persequi maturet, Cicero urbi praesidio sit. Ea tempestate mihi imperium populi Romani multo maxume miserabile visum est. Cui cum ad occasum ab ortu solis omnia domita armis parerent, domi otium atque divitiae, quae prima mortales putant, adfluerent, fuere tamen cives, qui seque remque publicam obstinatis animis perditum irent. Namque duobus senati decretis ex tanta multitudine neque praemio inductus coniurationem patefecerat neque ex castris Catilinae quisquam omnium discesserat: tanta vis morbi ac veluti tabes plerosque civium animos invaserat.
Gaius Sallustius Crispus
Ma lui, dopo aver passato qualche giorno a casa di Caio Flaminio nella campagna di Arezzo, il tempo necessario per armare la gente che era già insorta, si avvia al campo di Manlio coi fasci e con le altre insegne di comando. Arrivata la notizia a Roma, il senato dichiara Catilina e Manlio nemici della patria e inoltre stabilisce il giorno entro cui tutti, eccetto chi sia stato condannato a reati capitali, potranno deporre le armi senza conseguenze penali; inoltre, decreta che i consoli arruolino soldati, che Antonio si affretti con l’esercito ad attaccare Catilina e che Cicerone resti a difesa di Roma.
Mi sembrò che in quel momento l’impero del popolo Romano fosse, come non mai, miserabile. Il mondo intero, dall'alba al tramonto, soggiogato alle sue armi, gli obbediva; nelle case affluivano pace e ricchezze, i beni primari, per i mortali. E tuttavia, c'erano dei cittadini che volevano ostinatamente rovinare se stessi e lo Stato. Infatti, malgrado i due decreti del senato, nemmeno uno, fra tanti, rivelò la congiura cedendo alla promessa di ricompense, nemmeno uno disertò il campo di Catilina; così virulenta era la malattia che, come un contagio, aveva invaso le menti di tanti cittadini.
Sallustio, La congiura di Catilina, XXXVI, 43-40 a.C.
"Sette anni di prigione: sono molto o poco tempo? Un raggio di sole impiega otto minuti per raggiungere la Terra. Le onde luminose di un raggio di un faro diretto nel cielo raggiungono la stella più vicina al sole in poco più di quattro anni, vale a dire quasi due terzi della mia incarcerazione. La luce impiegherebbe circa due milioni di anni per raggiungere il nostro sistema stellare più vicino, la galassia di Andromeda. Incredibilmente tanto? Basti pensare a quante persone sono state colpite dalla guerra in Ucraina, che ha privato ognuna di loro di anni di una vita pacifica e normale - e alcune della loro stessa vita! E lo si moltiplichi... Così grande è la responsabilità che grava su tutti noi. Anche su di me."
Alexej Gorinov, prima che i giudici in tribunale annunciassero la loro sentenza, come previsto dall'articolo 293 del codice di procedura penale russo, che garantisce a ogni imputato il diritto a un discorso di chiusura, senza censura, senza interrogatorio e senza limiti di tempo. È l'ultima parola (posledneje slovo) dell'imputato, un diritto che risale all'epoca zarista e ha attraversato - indenne - quella sovietica fino al presente. Di ultime parole si occupa il dossier della Zeit di questa settimana. La citazione viene da lì.
Gorinov, consigliere comunale moscovita, è stato giudicato colpevole di "diffondere informazioni chiaramente false" sull'esercito russo utilizzando "i suoi doveri ufficiali" e di averlo fatto nel contesto di un gruppo organizzato motivato da "odio politico". Così la sentenza.
Ha chiamato guerra la cosiddetta "operazione speciale" russa, anche in tribunale.
Grazie ad un articolo del corrispondente da Mosca de Le Monde, Benoît Vitkine, si capisce che in questo momento i teatri pubblici russi sono da evitare, almeno da parte di chi, come Nina K., trentenne moscovita, rifiuta la cultura proposta dallo stato, che non dà voce a chi è contrario alla guerra. C'è ancora spazio, tuttavia, per qualche evento culturale dove viene evocato il conflitto, "in modo diretto, non cifrato e ipocrita", come quello di una serata dedicata a poesie sull'Ucraina, alcune serie, altre ironiche, come quella "su un soldato richiamato nell'ambito della mobilitazione parziale e rientrato a casa parzialmente".
Nello stesso articolo, Nina K. si domanda perché nessuno parli di Artëm Kamardin, arrestato a settembre del 2022, assieme a Egor Štovba e Nikolaj Dajneko, in piazza Triumfal’naja, dopo una lettura pubblica di una poesia contro la guerra. Se ne parla un po', in realtà, ma mai abbastanza.
Sono sposata in Francia, ma l'Italia non lo riconosce.
La Cassazione, nel respingere la richiesta di trascrivere in Italia un matrimonio omosessuale celebrato all’estero, vale a dire un matrimonio come il mio, ha sostenuto che «il legislatore ha inteso esercitare pienamente la libertà di scelta del modello di riconoscimento delle unioni omoaffettive», inquadrandole nel regime ad hoc – la l. n. 76/2016, legge Cirinnà – previsto per le unioni civili (Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza n. 11696/18).
Esercito pienamente la libertà di mandare a cagare il legislatore italiano assieme a tutti i suoi elettori.
Meloni è presidente del Consiglio dei ministri e La Russa è presidente del Senato: non sarebbe mai dovuto accadere. Una volta accaduto, si sarebbe dovuto almeno protestare in piazza, il più a lungo possibile, invece no. Si fanno, al più, dei distinguo tra i due, a beneficio della prima, anche se l'unica differenza essenziale è l'età, che ha consentito a La Russa di partecipare attivamente alla violenza degli anni '70, non certo l'ideale politico di cui hanno scelto di nutrirsi durante tutta la loro vita.
Sono entrambi uno schiaffo alla Costituzione ogni giorno che passa, in molti dei suoi principi fondamentali, a partire dal fondamento della Repubblica sul lavoro (Art. 1), che non può essere promosso senza ricerca ed innovazione, nonché in materia di rispetto dei diritti inviolabili dell'uomo, come prevede l'Art. 2, che non distingue tra italiano e straniero, tra eterosessuale e omosessuale, tra cattolico e musulmano, dice proprio "diritti inviolabili dell'uomo", e in molti altri aspetti, non ultimo quello della tutela dell'ambiente (Art. 9), dell'uguaglianza dei cittadini (Art. 3) e del diritto d'asilo allo straniero (Art. 10).
Incarnano, anche, i due e i loro accoliti, concretamente, il no a qualsiasi forma di progresso e di avanzamento democratico del paese. In ordine molto sparso e senza alcuna pretesa di esaustività: no al MES, no all'intelligenza artificiale (studiarla no, eh?), no all'adozione delle energie rinnovabili (Meloni auspica che l'Italia diventi "l'hub del gas", cioè che si sfruttino ancora e sempre le fonti fossili nonostante la crisi climatica che queste fonti hanno fortemente contribuito a provocare: ENI ringrazia e nessuno sembra fare un plissé), no alla fine dei motori termici nel 2035, no all'efficientamento energetico del parco immobiliare, no alle farine di insetti, no ai soccorsi dei migranti in mare, no alla revisione del regolamento di Dublino, no alla cittadinanza italiana a milioni di persone che vivono, studiano e/o lavorano in Italia, no ai figli di genitori non biologici, no alle gare per le concessioni balneari, ecc. Sono parecchi no, in poco più di 6 mesi di governo e - sia chiaro - si sovrappongono, in parte, a dei no espressi, esplicitamente o implicitamente, anche dall'opposizione in passato.
I no servono, a volte, e sono doverosi, altre volte, come il no al fascismo da parte dei resistenti, ma questa sfilza di no è incompatibile con il futuro e la stessa sopravvivenza del paese e con la sua storia più nobile, per quanto espressa da una minoranza di persone portatrici di idee illuminate ed esecutrici di azioni generose, anche a rischio e a costo della propria vita, di cui il 25 aprile resta una data fondamentale.
Buon 25 aprile.
Matteo Piantedosi, 28 febbraio 2023
Hello,
I’m a Ukrainian Jewish Australian, no hyphens or hyphens, I don’t care. My world (as I knew it) ended on 24 February 2022. I have no connection to any ‘interest groups’, ‘sponsorship money’, ‘Zionist lobby’, ‘pearl-clutching’ (snort!), ‘attempts to silence marginalised voices’, ‘propaganda’ propagation – what else have you got for me? I’d rather not be lectured on developing a higher tolerance for ‘confronting ideas’. All good on that front, thanks. I feel rage and no outrage. I don’t support calls for resignations, cancellations, or boycotts of Adelaide Writers’ Week.
I am not interested in being part of the discourse. Below is all I have to say. And then – mum’s the word. I won’t give interviews.
I’ve withdrawn from Adelaide Writers’ Week together with Ukrainian writers Olesya Khromeychuk and Kateryna Babkina. Both of them are astounding, by the way. So read them, will you?
In the last twelve months I’ve learned a lot and changed my mind a lot. Perhaps the most salient lesson is that anti-war can mean pro-genocide. It means pro-genocide right now in Ukraine. All the ‘peace now’ (Habermas et al) talk, all the ‘WWIII’ talk, all the ‘US proxy war’ and ‘Nato warmongering’ talk – all of it, all of them, especially when used as already-loaded-up projectiles – are forms of genocidal speech so long as Russian troops are killing, raping, torturing and kidnapping civilians across Ukraine, and so long as Russian missiles are destroying hospitals, schools and residential highrises with sleeping families inside them daily and nightly. Ukraine by now is the most mined country in the world. They mine dead mothers with still-alive babies tied to them. Oh, yes, the content note.
Statements in which Zelensky (who’s Jewish) is called a Nazi, fascist, someone responsible for Russia’s invasion of Ukraine and/or WWIII are not anti-Zelensky and/or pro-Putin. They are forms of genocide cheering (a step up from genocide apology). They do not exist in the space of discourse only and do not represent something that can be classified as merely a contentious political opinion. If only. I should mention Susan Abulhawa’s name of course but there are many people like her, maybe even very many and at least some are also accomplished writers. The respectability index doesn’t do much for me, personally. I don’t care if these people are published by Bloomsbury or by the Milkbars’ Association of Victoria. And while we’re on the subject, I see no difference between Twitter feeds and books if tweets are pro-genocidal and knowingly so. If they are about cats, I’m all for nuanced distinctions.
In her letter to Louise Adler, Olesya Khromeychuk wrote (I’m quoting her with permission):
In this war, Russia is targeting the Ukrainian people and their culture, a culture that has been ignored in the wider world for far too long, and has appeared on many cultural institutions’ radars only as it was being destroyed by the Russian bombs. Like my colleagues, I feel saddened that calls to be sensitive in relation to Ukrainians who have been attacked in this genocidal war and to not give a platform to voices that repeat Kremlin propaganda are not always heard.
In her letter to Louise Adler, Kateryna Babkina wrote (quoting with the author’s permission):
I’m afraid I can’t participate in any kind of event that gives voice to the person considering Ukrainians should give up their right to decide what to do with their destiny and their independent country and just become a ‘neutral nation’ pleasing Russian ambitions in order not to be killed.
Google Olesya and Kateryna, both, there’ll be plenty of their writing and thinking in English. There’ll be copies of Olesya’s book (I presume? I hope?) in the festival bookstore as well. Literary festivals are just, you know, festivals. They are not hallowed spaces, they are not public squares. The blood of the nation doesn’t travel through them to the nation’s brain all that often. I respect the fact that lots of people in Australia, writers and readers, get plenty out of them. Sometimes lifelong connections are formed. Also: solidarities, collaborations. I’ve seen people in tears, moved that much by a festival session. I like it that Adelaide Writers’ Week is free and outdoors. Free particularly is a big deal.
But. Literary festivals, as they operate in Australia, are not robust enough structures to hold space for writers with irreconcilable views and politics when these concern ongoing wars or genocidal violence. I.e. life and death. Irreconcilability. Tolerance, difference of opinion, dialogue, openness, civic discourse – even if we generously think of these as principles not self-serving slogans, they’re useless in the face of dehumanisation and violence which such irreconcilability creates overtly and covertly. Festivals haven’t yet developed their own version of the ‘ethics of incommensurability’ (Tuck and Yang, ‘Decolonization is not a Metaphor’, 2012), and because whatever they (festivals) have to offer on this front is sub-par but not recognised as such, they can be dangerous and harmful. This is my position on the anti-semitisms and anti-Palestinisms that certain kinds of Western arts programming throws fertiliser at in the name of what exactly? In my letter to Louise Adler I called this philosophy of programming ‘cruel, privileged innocence’ and I stand by these words. You cannot play compare-and-contrast with genocides but people do all the time (another thing I’ve learned, or re-learned) and festivals are not built to handle it.
Festivals’ insistence that it is possible and advisable to inhabit a realm of ideas when the living struggle to keep up with burying their dead make things worse. This insistence works to empty conversations (ostensibly about books) of actual politics and fills them instead with over-determined ideology. On all sides.
In my letter to Louise Adler (Louise published my first two books; we go back), I wrote:
I find the term ‘cancel culture’ meaningless. It’s caked in so much ideology and used so self-servingly by all sides that, to my mind, it is not remotely useful at all as a tool to think or make decisions with. It’s just a stick for hitting (in offence and self-defence) or for shooing away. I am not for it or against it or remotely interested in it.
I accepted Louise’s invitation to be part of Adelaide Writers’ Week because I was going to speak to Svetlana Alexievich, my hero, and because I could support Louise in bringing Ukrainian voices into the program. Olesya and Kateryna, I admire you. But, as I wrote to Louise, ‘Zelensky is my hero too’ (the last self-quote). I told Louise, I can’t do this.
I am thinking now about Iran, Turkey, Syria, Afghanistan. If you have a living connection to what’s happening in any of these places now, my heart is with you.
This writers’ week ‘story’ slash ‘controversy’ should be over by now. I’m not sure it’s doing anything at all but increasing pain and harm. No such thing as bad publicity? In any case, if you still feel agitated, please donate to Ukraine, Turkey, Syria or Iran. With Ukraine, please no humanitarian causes (if you can stomach it). Weapons only.
Thanks,