giovedì 30 maggio 2013

Mais l'Histoire est ailleurs. Elle ne s'apprend pas. Elle est un sentiment que la société entière doit éprouver sous peine de s'éffacer

Un libro sognato da un bambino di dieci anni. Un sogno lungo una vita. Dei disegni tracciati e bruciati nell'adolescenza perché non somiglianti al libro sognato. Il titolo che nasce anni dopo, in un caffè a fianco della stazione di Roma Termini. Il sogno che si materializza in età adulta, trasformato in ricordo e sentimento, in forma di prosa breve ed immagini: Walter Benjamin, la strage alla stazione di Bologna, Beckett e Van Velde, Céline, Ernst Toller, la Sicilia.

 
La folla: a Roma, a Berlino, a Mosca, "cosa aspettano queste folle intorpidite se non una catastrofe, un incendio, il Giudizio universale nel sangue e nelle lacrime, come un sol grido, come un colpo di vento scopre all'improvviso la fodera rosso vivo del cappotto? Perché il grido acuto dello spavento, il panico, sono il rovescio di ogni vera festa di massa. Il leggero brivido che percorre tutte queste spalle impazienti ne è il desiderio febbrile".*
Frédéric Pajak, Manifeste incertain 1, Les éditions Noir sur Blanc, Losanna, 2012 

Il sogno di riplasmarlo in un Manifesto incerto 1. La speranza che lo faccia qualcuno, prima o poi.

* Un'insolita indulgenza, anche, nei confronti di quelle che hanno tutta l'aria di essere delle imprecisioni, forse volute, in nome della fedeltà al flusso del ricordo/sentimento. Nel testo di Pajak, le virgolette lasciano supporre che si tratti di una citazione di Benjamin ed il contesto in cui queste si trovano lascia supporre che la folla che lo circonda sia la folla di una festa fascista, in Italia, nel 1924. Però, se non mi sbaglio, Benjamin scrive della folla in termini simili a questi in un testo del 1929, e nel testo di cui ho memoria (e che cercherò di ritrovare e riprodurre appena possibile), per quel che vale la mia memoria, si riferisce alla folla parigina in occasione di un 14 luglio.
E pure un ricordo di Bruxelles e di due delle sue poche vestigia da salvare: la libreria Tropismes, in cui ho preso il libro, ed il pavé bagnato, splendido e nitido, ritornato specchio benevolo di palazzi risparmiati, almeno nei riflessi, almeno per qualche ora, grazie alla violenza di un nubifragio improvviso, dalla folla di turisti che da anni, qui come altrove, modella il paesaggio urbano a proprio uso e consumo, annegandolo in un'uniforme teoria di trista ristorazione e souvenirs fatti in serie.

Un incrocio con la strage di Bologna, volendo.
Un incrocio tra Benjamin e Céline, sempre volendo.

domenica 26 maggio 2013

Dizionario di tutte 'e cose: B come Bilancio

Otto anni a lasciare tracce e frammenti di tempo, memoria, parole e felicità. A ripensarci ora, sarebbero bastati poco più di tre minuti.


Lo nuestro se acabó
Y te arrepentirás, de haberlo puesto fin
A un año de amor
Si ahora tú te vas
Pronto descubrirás
Que los dias son eternos y vacíos sin mi

Y de noche, y de noche
Por no sentirte solo
Recordarás, nuestros días felices
Recordarás, el sabor de mis besos
Y entenderás, en un solo momento
Que significa
Un año de amor

Te has parado a pensar
Lo que sucederá
Todo lo que perdemos
Y lo que sufrirás
Si ahora tú te vas
No recuperarás
Los momentos felices que te hice vivir

Y de noche, y de noche
Por no sentirte solo
Recordarás, nuestros días felices
Recordarás, el sabor de mis besos
Y entenderás, en un solo momento
Que significa
Un año de amor
Y entenderás en un solo momento
que significa
Un año de amor

No, no me voy. No ahora.

sabato 25 maggio 2013

Uçaklar

Uçaklar gelecekmiş
Korkum yok benim
Kâğıt gemilerim
Kurşun askerlerim hazır
Hem bunlar bozulursa
Babam yenilerini alır

Oktay Rıfat


Aerei

Dicono che arriveranno gli aerei
Non ne ho paura
Le mie barchette di carta
i miei soldatini di piombo sono pronti
Se si dovessero rompere
mio padre me ne comprerà di nuovi.

Cfr., volendo.

bei der lächerlich kleinen Fahrt

Endlich in Venedig. Jetzt muß ich aber mich auch hineinwerfen, wie sehr es auch gießt (desto besser werden die Wiener Tage von mir abgewaschen werden) und wie zittrig es auch in meinem Kopf zugeht von der kleinen Seekrankheit, die ich bei der lächerlich kleinen Fahrt [Triest - Venedig], allerdings im Sturmwind, bekommen hatte. 

Franz
Ansichtskarte an Felice Bauer, Venedig, 15.9.1913


Finalmente a Venezia. Ora però mi ci devo immergere, nonostante continui a diluviare (tanto meglio mi verranno lavati via i giorni passati a Vienna) e tutto stia tremolando nella mia testa, per quel po' di mal di mare che mi è venuto nel corso della ridicolmente breve traversata [Trieste - Venezia], per quanto sotto un vento impetuoso.
Franz
Cartolina a Felice Bauer, Venezia, 15.9.1913

giovedì 23 maggio 2013

Das that ich am 4. September 1900

Wie viele Worte in dem Buche stehn! Erinnern sollen sie! Als ob Worte erinnern könnten! Denn Worte sind schlechte Bergsteiger und schlechte Bergmänner. Sie holen nicht die Schätze von den Bergeshöhn und nicht die von den Bergestiefen! Aber es gibt ein lebendiges Gedenken, das über alles Erinnerungwerte sanft hinfuhr wie mit kosender Hand. Und wenn aus dieser Asche die Lohe aufsteigt, glühend und heiß, gewaltig und stark und Du hineinstarrst, wie vom magischen Zauber gebannt, dann --- Aber in dieses keusche Gedenken, da kann man sich nicht hineinschreiben mit ungeschickter Hand und grobem Handwerkszeug, das kann man nur in diese weißen, anspruchslosen Blätter. Das that ich am 4. September 1900.


Quante parole stanno nel libro! Dovrebbero servire a ricordare! Come se le parole potessero ricordare! Perché le parole sono cattivi alpinisti e cattivi minatori. Non estraggono i tesori dalle cime delle montagne e nemmeno quelli dalle loro viscere! Ma c'è una memoria viva che su tutto quello che è meritevole di ricordo vi conduce delicatamente come la carezza di una mano. E se da questa cenere si leva la fiamma, ardente e calda, intensa e forte, e vi osservi bene dentro come ammaliata da un incantesimo magico, allora - Ma dentro questa casta memoria non si può scrivere con mano maldestra e rudi attrezzi, lo si può fare solo su questi fogli bianchi, senza pretese. Questo l'ho fatto il 4 settembre 1900. 

Dedica nell'album di Selma Kohn. Kafka, nelle sere d'estate di quell'anno, le leggeva Nietzsche su una panchina, a lume di candela, sotto una quercia del giardino di Selma, in cima ad una collina di Roztoky con vista sulla Moldava. 

sabato 18 maggio 2013

Vor der Schwelle des Glücks

Müritz, Juli 1923

Lieber Hugo,

vielen Dank für Deinen Gruß und Wunsch. Es war die erste hebräische Schrift, die ich aus Palästina bekam. Der Wunsch in ihr hat vielleicht große Kraft. Um meine Transportabilität zu prüfen, habe ich mich nach vielen Jahren der Bettlägerigkeit und der Kopfschmerzen zu einer kleinen Reise nach der Ostsee erhoben. Ein Glück hatte ich dabei jedenfalls. 50 Schritte von meinem Balkon ist ein Ferienheim des Jüdischen Volksheims in Berlin. Durch die Bäume kann ich die Kinder spielen sehn. Fröhliche, gesunde, leidenschaftliche Kinder. Ostjuden, durch Westjuden vor der Berliner Gefahr gerettet. Die halben Tage und Nächte ist das Haus, der Wald und der Strand voll Gesang. Wenn ich unter ihnen bin, bin ich nicht glücklich, aber vor der Schwelle des Glücks.

Leb recht wohl

Dein Franz

Grüße von mir Deine tapfere Mutter und die Kinder.

Müritz, luglio 1923

Caro Hugo,

molte grazie per i tuoi saluti e per gli auguri. È stata la prima lettera in ebraico che abbia ricevuto dalla Palestina. L'augurio che essa conteneva forse ha un grande potere. Per provare la mia trasportabilità, dopo molti anni passati a letto e col mal di testa mi sono imposto un piccolo viaggio sul mar Baltico. In ogni caso ne ho ricavato un po' di felicità. A cinquanta passi dal mio balcone c'è una colonia della Comunità Popolare Ebraica di Berlino. Attraverso gli alberi posso vedere giocare i bambini. Bambini allegri, sani, sfrenati. Ebrei orientali, salvati dal pericolo incombente a Berlino da ebrei occidentali. Per metà del giorno e della notte la casa, il bosco e la spiaggia sono inondati dai loro canti. Quando sono tra loro, non sono felice, ma sulla soglia della felicità.

Stai bene

Il tuo Franz
Saluta da parte mia la tua coraggiosa mamma e i bambini.

Combat - Élisée - George V - Étienne Marcel - Solférino - Invalides - Vaugirard

Man zeigte im alten Griechenland Stellen, an denen es in die Unterwelt hinabging. Auch unser waches Dasein ist ein Land, an dem es an verborgenen Stellen in die Unterwelt hinabgeht, voll unscheinbarer Örter, wo die Träume münden. Am Tag gehen wir nichtsahnend an ihnen vorüber, kaum aber kommt der Schlaf, so tasten wir mit geschwinden Griffen zu ihnen zurück und verlieren uns in dunklen Gängen. Das Häuserlabyrinth gleicht am hellen Tag dem Bewußtsein; die Passagen (die in ihr vergangenes Dasein führen) münden Tagsüber unbemerkt in die Straßen. Nachts unter den dunklen Häusermassen aber springt ihr kompakteres Dunkel erschreckend heraus; und der späte Passant hastet an ihnen vorüber, es sei denn, daß wir ihn zur Reise durch die schmale Gasse ermuntert haben.
Aber ein anderes System von Galerien, die unterirdisch durch Paris sich hinziehen: die Métro, wo am Abend rot die Lichter aufglühen, die den Weg in den Hades der Namen zeigen. Combat - Elisée - George V - Etienne Marcel - Solférino - Invalides - Vaugirard haben die schmachvollen Ketten der rue, der place von sich abgeworfen, sind hier im blitzdurchzuchten, pfiffdurchgellten Dunkel zu ungestalten Kloakengöttern, Katakombenfeen geworden. Dies Labyrinth beherbergt in seinem Innern nicht einen sondern Dutzende blinder, rasender Stiere, in deren Rachen nicht jährlich eine thebanische Jungfrau, sondern allmorgentlich tausende bleichsüchtiger Midinetten, unausgeschlafener Kommis sich werfen müssen. Straßennamen. Hier unten nichts mehr von dem Aufeinanderprall, der Überschneidung von Namen, die das oberirdische Sprachnetz der Stadt bilden. Ein jeder haust hier einzeln, die Hölle sein Hofstaat, Amer Picon Dubonnet sind die Hüter der Schwelle.

Walter Benjamin, Das Passagen-Werk, Aufzeichnungen und Materialien, Gesammelte Schriften, V-I, 135-136

1913

1913

Cedimento di place de l'Alma a seguito dei lavori di sistemazione della linea del métro, 8.1.1915

Raid di uno Zeppelin, métro del boulevard de Belleville, 29.1.1916

 
Inondazione del 1910, ingresso del métro Cour de Rome, 31.1.1910 

Sciopero dei trasporti, Opéra, 1919

Inaugurazione della stazione boulevard Haussmann alla presenza del presidente Doumergue, 1927
 

Buttes-Chaumont, 1932

1933


Nell'antica Grecia venivano indicati dei posti in cui si poteva discendere nell'oltretomba. Anche la nostra esistenza da svegli è un territorio in cui, in corrispondenza di punti nascosti, si discende nell'oltretomba, pieno di luoghi discreti dove sfociano i sogni. Di giorno ci passiamo accanto senza alcun presentimento, ma appena arriva il sonno ci affrettiamo a cercare a tastoni, perdendoci in passaggi oscuri. Il labirinto di case equivale, in pieno giorno, alla coscienza; i passaggi (che conducono all'esistenza passata della città) sfociano, durante il giorno, non visti, nelle strade. Di notte, però, sotto le masse di case scure, scatta la loro compatta, spaventosa oscurità, e il passante a tarda ora ci passa davanti di fretta, a meno che non lo abbiamo incoraggiato ad intraprendere il viaggio attraverso lo stretto vicolo.
Ma c'è un altro sistema di gallerie che si estende nei sotterranei di Parigi: il métro, in cui rosse brillano la sera le luci che indicano il percorso nell'Ade dei nomi. Combat - Élisée - George V - Étienne Marcel - Solférino - Invalides - Vaugirard, nomi che si sono liberati dalle umilianti catene della rue, della place, sono diventati qui, nell'oscurità attraversata da lampi e penetrata da fischi, mostruose divinità delle cloache, fate delle catacombe. Questo labirinto accoglie al suo interno non uno, ma decine di tori ciechi e furiosi, nelle cui fauci si devono gettare non una vergine tebana all'anno, bensì, ogni mattina, migliaia di esangui sartine alle prime armi e di impiegati morti di sonno. Toponomastica. Qui, sotto terra, nessuna traccia dello scontro, degli incroci di nomi che costituiscono la rete linguistica di superficie. Qui ogni nome abita da solo, l'inferno è la sua corte; Amer, Picon, Dubonnet sono i guardiani della sua soglia.

domenica 12 maggio 2013

"J'attends, j'ai tout le temps"


L'opera non ha bisogno di nessuno. Walter Benjamin ha scritto che un'opera avrebbe potuto dormire cinquecento anni e trovare un lettore: il testo resterà sempre giovane. Non si può quindi sostenere che sia la sua ricezione, a crearla. Consideri la musica di Vivaldi, che ora è la tappezzeria musicale del nostro quotidiano. Per molto tempo non se ne poteva trovare una registrazione, non una singola partitura! Essa è stata riesumata dal suo oblio appena nel XX secolo. In realtà, credo che siamo noi ad avere la fortuna di ricevere l'opera, e non viceversa. Il testo è là e dice: "Aspetto, ho tutto il tempo". La pazienza è dalla parte dell'opera.
Chiaramente, vi sono dei saggi critici che sono dei classici. Ma leggeremmo ancora Contre Saint-Beuve di Proust se non fosse stato scritto proprio da Proust? Bisogna quindi rimanere scrupolosamente modesti, di fronte a questa differenza. Lo dico a coloro che sostengono che l'importanza di un testo risieda anche nella sua decostruzione, quindi anche in quello che se ne può dire solo di per sé: il sig. Steiner ha bisogno di Racine quasi giorno e notte, ma Racine non ha nessun bisogno del sig. Steiner. Dimenticare solo un secondo questa distinzione, questo è il vero tradimento degli intellettuali.

George Steiner intervistato da Greg Funnell per Le Monde, 11 maggio 2013

Aviso aos náufragos

Esta página, por exemplo,
não nasceu para ser lida.
Nasceu para ser pálida,
um mero plágio da Ilíada,
alguma coisa que cala,
folha que volta pro galho,
muito depois de caída.

Nasceu para ser praia,
quem sabe Andrômeda, Antártida
Himalaia, sílaba sentida,
nasceu para ser última
a que não nasceu ainda.

Palavras trazidas de longe
pelas águas do Nilo,
um dia, esta pagina, papiro,
vai ter que ser traduzida,
para o símbolo, para o sânscrito,
para todos os dialetos da Índia,
vai ter que dizer bom-dia
ao que só se diz ao pé do ouvido,
vai ter que ser a brusca pedra
onde alguém deixou cair o vidro.
Não e assim que é a vida?

Paulo Leminski
Distraídos venceremos, 1987

Avviso ai naufraghi
Questa pagina, per esempio,
non è nata per essere letta.
È nata per essere pallida,
un mero plagio dall'Iliade,
qualche cosa che tace,
foglia che ritorna al ramo,
molto dopo la caduta.

È nata per essere spiaggia,
chi conosce Andromeda, l'Antartide
l'Himalaia, sillaba sentita,
è nata per essere ultima,
quella non ancora nata.

Parole portate da lontano
dalle acque del Nilo,
un giorno, questa pagina, papiro,
dovrà essere tradotta,
in simboli, in sanscrito,
in tutti i dialetti dell'India
o anche solo in italiano,
dovrà dire buongiorno
a quel che è solo sussurrato al mio orecchio,
dovrà essere la pietra rude
su cui qualcuno ha lasciato cadere il bicchiere.
Non è così che è la vita?

Verdura

De repente me lembro do verde
Da cor verde a mais verde que existe
A cor mais alegre, a cor mais triste
Verde que veste, verde que vestiste
O dia em que te vi
O dia em que me viste
De repente vendi meus filhos
A uma família americana
Eles tem carro, eles tem grana
Eles tem casa e a grama é bacana
Só assim eles podem voltar
E pegar um sol em Copacabana

Paulo Leminski

 
Caetano Veloso, 1981

All'improvviso mi ricordo del verde
dal color verde al più verde che esiste
il colore più allegro, il colore più triste
verde che vesti, verde che vestivi
il giorno che ti ho vista
il giorno che mi hai visto
All'improvviso ho venduto i miei figli
ad una famiglia americana
hanno l'automobile, hanno soldi
hanno una casa e l'erba è stupenda
solo così possono ritornare
e prendere il sole a Copacabana

(Censurata dal governo militare nel 1978, fu incisa nel 1981 due volte, una dal gruppo Blindagem e una da Veloso.)

sabato 11 maggio 2013

Bem no fundo

No fundo, no fundo,
bem lá no fundo,
a gente gostaria
de ver nosso problemas
resolvidos por decreto

a partir desta data,
aquela mágoa sem remédio
é considerada nula
e sobre ela - silêncio perpétuo

extinto por lei todo o remorso,
maldito seja quem olhar pra trás,
lá pra trás nã há nada,
e nada mais

mas problemas não se resolvem,
problemas têm família grande,
e aos domingos saem todos passear
o problema, sua senhora
e outros pequenos probleminhas.

Paulo Leminski
Distraídos venceremos, 1987


Ben in fondo

In fondo in fondo,
ma ben in fondo,
alla gente piacerebbe
vedere i nostri problemi
risolti per decreto

a partire da questa data,
questo dolore incurabile
è considerato nullo
e su di lui - silenzio perpetuo

estinto per legge ogni rimorso,
maledetto sia chi guarda indietro
indietro non c'è niente,
e nient'altro

ma i problemi non si risolvono,
i problemi tengono (sic) una grande famiglia,
e la domenica se ne vanno tutti a passeggiare, 
il problema, la sua signora
e gli altri piccoli problemini.

lunedì 6 maggio 2013

LÁPIDE 1

epitáfio para o corpo

Aqui jaz um grande poeta.
Nada deixou escrito.
Este silêncio,
acredito,
são suas obras completas.

Paulo Leminski
La vie en close, Editora Brasiliense, 1991


LAPIDE 1
epitaffio per il corpo

Qui giace un grande poeta.
Non lasciò scritto nulla.
Questo silenzio,
credo,
è la sua opera omnia.

giovedì 25 aprile 2013

Retorica su: lo sbandamento, il principio "resistenza"


I

Ma che cosa è questo momento, cielo
di azzurro senza danno mai danno
o di paziente fumo.
E affilare e affiorare:
indenni come cospirò tutto a farli.
Io non vedo nulla e recito senza sforzo
o con sforzo una vita.
Noi non sappiamo: solo un cielo-celeste
e una terra dirotta ma celeste alla fine sugli orli.
Salire, fumo, salire globo a globo nel sommo;
cantare, cicala-ruscello, pendere, fico.
Röslein rot, rosellina tra le spine
spinami eccomi qui.
Alt visita annullata fuoricampo
non è tedesco né italiano, siamo tutti tra i minori
come l'erba è minore, come la rugiada.
L'uomo avviene e viene
tu salti oltre la strada e l'affossamento
oltre il vallo ed il fumo.
Rapido salti
ma t'ho veduto.
«Vedere».

II

Piccolissimo.
E quanti insetti e forse il bru-bruciore
dove ci si divezza per sempre.
E il sangue è sempre tanto, tanto! Il vero eccesso.
E anche l'arma che arma è presto terragna
è ruggine e da tanto
i suoi
i congegni
penso e non realizzo.
E volare «volare»: è ciò che non divaga
che apre all'altissimo
volare è un insetto, issimo, ed è - credo - santo.
Lo credo. Da qui. Ma qui dalla terra
scavalcato arretrato indietro indietro lasciato
sempre ipotesi allures canovacci
reggo, sempre, e «fantasie di colline».
Recito l'asma-vita: la poesia del ruscelletto
la grammatica l'universale
mais le fragole, oltre il fumo della cremazione
la paura il punto disseccato. Il non protetto
il non detto.

III

Orientarsi poco, in tutto. Essere in disordine
essere per forza morti e spesso
dichiaratamente
retorici e sciocchi o miseramente
vicini vicini all'orientamento.
Oh retorico amore
opera-fascino.
Non saltare e saltare al di là di questo cerchio
non promuoversi e promuoversi oltre.
Ardeva il fascino e la realtà
conversando convergendo
horeb ardevi tutto d'arbusti
tutto arbusto horeb il mondo ardeva.
E aveva una sola parola
(non è vero, no,
questa espressione è la punta di diamante
del retorizzamento, lo scolice della
sacramentale contraddizione,
ma vedi come ne sono...)
male ascoltata
bene ascoltata
una sola parola che diceva
e diceva il dire
e diceva il che. E. Congiungere. Con.
Torna, dove sei?
Torna: nel seno della cremazione
dai fieni cremati
torna io-noi, Hölderlin,
dipana il semplice sempre più semplice,
corri corri arrivano;
battaglione lepre, brigata-coniglio,
all'assalto: è il tempo
dell'opus maxime oratorium.
Una riga tremante Hölderlin fammi scrivere.
Sì? Nel fascino tutto conversa converge?

IV

E ho mangiato anche quel giorno
- dopo il sangue -
e mangio tutti i giorni
- dopo l'insegnamento -
una zuppa gustosa, fagioli.
Posso farlo e devo.
Tutti possono e devono.
Bello. Fagiolo. Fiore.

V

Scorci di Lorna, beni profondi.
Bene è la sera dove rintracciai
un color viola. Una cosa-sorte. Nascondi
bene, nuvola, bene, terra che non ti ritrai.

E delicato è il mio gesto nel mostrare
sé alla sera, nel dirimere fronde.
Messo t'ho innanzi, ora snella t'appare
la figura, scatta si confonde.

«Dormo»? Ma che è questo somatico, mentale
attimo. Che coagulo o vetta?
Che va emergendo, oro valore sale;
che sapore mi serra nella sua selva stretta

liofilizzata e sempre-nidi aromi
dendriti morti e risorti e tremendi
nel salvare nel resistere, pomi
larvali larvali incendi

e farsi dell'energia, del campo
tutto frugifero, dell'ingegno in gemma;
versato il tuorlo gettato lo stampo
testo ave ad ave avanzante, lemma a lemma:

e giorgioni al lavoro per entro tempeste
e molti hitler e molti altri inghippi
e zuppi i pennelli di inillustrabile e teste
sceltissime, filosofanti, e frottole e scippi

magnifici di p-poeti. Bosco rumore di fondo
rumore puro sai tutto, mi vinse
per sempre mi vinse invivandomi il tuo girotondo.
Scorci di Lorna, bene in cui si strinse
per l'ultimo sguardo l'ultima virtù.

VI

Quelle sarebbero state le parole finali
ma... Ancora il fascino?
Il fascino e il principio. E voi che veramente
precipitavate rotolavate fuori, giù dall'agosto.
Ma... La staffetta valica le forre e gl'incendi
le rovine che vorrebbero prendere forma di rovine
i mosaici laggiù i piumaggi,
fortemente storicizzato
nel senso della microstoria
è questo suo affannarsi e retorico e fuori tempo massimo.
Va' corri. Spera una zuppa di fagioli
spera arrivare possedere entrare
nel templum-tempus.
Contemplare. Tempo ottimo e massimo.
E tutto questo fu veduto
come strisciando sull'erba, da terra
o da terra a terra o brevissimo
terra-aria aria-terra zoom

L'azione sbanda si riprende
sbanda glissa e


Andrea Zanzotto
La beltà

martedì 23 aprile 2013

Verso il 25 aprile

Ci si sta riavviando verso il 25 aprile. Quest'anno, così.


- E secondo lei, che ci si dovrebbe fare, con la libertà?
- Non se ne può cavare molto. Bisognerebbe semplicemente leggere di più. La libertà serve per andare in biblioteca.
Intervista di Miriam Gross a Iosif Brodskij, The Observer, 25 ottobre 1981

giovedì 18 aprile 2013

Dizionario di tutte 'e cose - P come Presidente

Spero che mi si scuserà per la caduta nell'appiccicosa attualità, ma vorrei lasciare traccia del mio candidato alla Presidenza della Repubblica.



Autosfottò del mite giacobino

Gli antifascisti levano le tende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La birba vince e il giusto se le prende,
ma il mite giacobino non si arrende.
Cadono Luther King, Kennedy, Allende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La fiaccola del Mis losca si accende,
ma il mite giacobino non si arrende.
La classe dirigente compra e vende,
ma il mite giacobino non si arrende.
Dilaga il male, da Napoli a Torino,
ma non si arrende il mite giacobino.

Alessandro Galante Garrone

Scritta per Corrado Stajano in risposta ad una sua intervista pubblicata su Il giorno nel febbraio del 1974 con il titolo "Il mite giacobino non s'arrende".
Tratta da Alessandro Galante Garrone, Il mite giacobino: conversazione su libertà e democrazia raccolta da Paola Borgna, Donzelli 1994.
So che sembra mancargli un solo, piccolo requisito per essere eletto, ma ho verificato: nella Costituzione non c'è scritto che il Presidente debba avere polso o segni di circolo.

venerdì 12 aprile 2013

Mondo pinoso mondo nevoso ovvero detto a Zanzotto: "Eccoti una pinzetta e una graffetta: ne tengo sempre da parte una coppia per le grandi occasioni"

Tra Geoffrey Hill e Carol Ann Duffy, vale a dire tra dichiarazioni relativamente condivisibili del primo (l'arte genuinamente difficile è veramente democratica, mentre la tirannide richiede semplificazione) e relative poesie che purtroppo non sopravvivono alla camicia di forza delle stesse dichiarazioni:

But hear this: that which is difficult
preserves democracy; you pay respect
to the intelligence of the citizen.
Basics are not condescension. Some
tyrants make great patrons. Let us observe
this and pass on. Certain directives
parody at your own risk. Tread lightly
with personal dignity and public image.
Safeguard the image of the common man.
(Da On reading Crowds and power di Geoffrey Hill)

e dichiarazioni disarmanti (le poesie sono una forma di messaggistica) almeno quanto alcune delle poesie della stessa autrice:

Cold pavement indeed
the night you died,
murdered;
but the airborne drop of blood
from your wound
was a seed
your mother sowed
into hard ground –
your life's length doubled,
unlived, stilled,
till one flower, thorned,
bloomed
in her hand,
love's just blade. 

(Stephen Lawrence di Carol Ann Duffy)


io, se proprio devo scegliere, sto con Zanzotto. È una posizione meno comoda di quel che si potrebbe pensare: tutto un cercare pinzette per raccogliere, ad una ad una, parole ed annotarle e graffette per unire i fogli degli appunti in fascicoletti, alla ricerca di un nesso - se non proprio di un senso in sintonia - col mondo. Pinzette per un lavoro metodico, di precisione, immane. Graffette per unire e disunire pagine, comporle e scomporle, ovvero per dare spazio a tentativi, ripensamenti, correzioni e ripartenze, e questo è un lavoro senza fine. E poi, per quando Zanzotto decide di venire a farmi visita, identificare una pinzetta ed una graffetta speciali, da mettere da parte appositamente per lui.


Sì, ancora la neve

“Ti piace essere venuto a questo mondo?”

Bamb.: Sì, perché c’è la STANDA”.

Che sarà della neve
che sarà di noi?
Una curva sul ghiaccio
e poi e poi… ma i pini, i pini
tutti uscenti alla neve, e fin l’ultima età
circondata da pini. Sic et simpliciter?
E perché si è – il mondo pinoso il mondo nevoso -
perché si è fatto bambucci-ucci, odore di cristianucci,
perché si è fatto noi, roba per noi?
E questo valere in persona ed ex-persona
un solo possibile ed ex-possibile?
Hölderlin: “siamo un segno senza significato”:
ma dove le due serie entrano in contatto?
Ma è vero? E che sarà di noi?
E tu perché, perché tu?
E perché e che fanno i grandi oggetti
e tutte le cose-cause
e il radiante e il radioso?
Il nucleo stellare
là in fondo alla curva di ghiaccio,
versi inventive calligrammi ricchezze, sì,
ma che sarà della neve dei pini
di quello che non sta e sta là, in fondo?
Non c’è noi eppure la neve si affisa a noi
e quello che scotta
e l’immancabilmente evaso o morto
evasa o morta.
Buona neve, buone ombre, glissate glissate.
Ma c’è chi non si stanca di riavviticchiarsi
graffignare sgranocchiare solleticare,
di scoiattolizzare le scene che abbiamo pronte,
non si stanca di riassestarsi
- l’ho, sempre, molto, saputo -
al luogo al bello al bel modulo
a cieli arcaici aciduli come slambròt cimbrici
al seminato d’immagini
all’ingorgo di tenebrelle e stelle edelweiss
al tutto ch’è tutto bianco tutto nobile:
e la volpazza di gran coda e l’autobus
quello rosso sul campo nevato.
Biancaneve biancosole biancume del mio vecchio io.
Ma presto i bambucci-ucci
vanno al grande magazzino
- ai piedi della grande selva -
dove c’è pappa bonissima e a maraviglia
per voi bimbi bambi con diritto
e programma di pappa, per tutti
ferocemente tutti, voi (sniff sniff
gran gnam yum yum slurp slurp:
perché sempre si continui l’”umbra fuimus fumo e fumetto”):
ma qui
ahi colorini più o meno truffaldini
plasmon nipiol auxol lustrine e figurine
più o meno truffaldine:
meglio là, sottomano nevata sottofelce nevata…
O luna, ormai,
e perfino magnolia e perfino
cometa di neve in afflusso, la neve.
Ma che sarà di noi?
Che sarà della neve, del giardino,
che sarà del libero arbitrio e del destino
e di chi ha perso nella neve il cammino
(e la neve saliva saliva – e lei moriva)?
E che si dice là nella vita?
E che messaggi ha la fonte di messaggi?
Ed esiste la fonte, o non sono
che io-tu-questi-quaggiù
questi cloffete clocchete ch ch
più che incomunicante scomunicato tutti scomunicati?
Eppure negli alti livelli
sopra il coma e il semicoma e il limine
si brusisce e si ronza e si cicala-ciàcola
- ancora – per una minima e semiminima
biscroma semibiscroma nanobiscroma
cose e cosine
scienze lingue e profezie
cronaca bianca nera azzurra
di stimoli anime e dèi,
libido e cupìdo e la loro
prestidigitazione finissima;
è così, scoiattoli afrori e fiordineve in frescura
e “acqua che devia
si dispera si scioglie s’allontana”
oltre il grande magazzino ai piedi della selva
dove i bambucci piluccano zizzole…
E le falci e le mezzelune e i martelli
e le croci e i designs-disegni
e la nube filata di zucchero che alla psiche ne vie?
E la tradizione tramanda tramanda fa passamano?
E l’avanguardia ha trovato, ha trovato?
E dove il fru-fruire dei fruitori
nel truogolo nel buio bugliolo nel disincanto,
dove, invece, l’entusiasmo l’empireirsi l’incanto?
Che si dice lassù nella vita,
là da quelle parti là in parte;
che si cova si sbuccia si spampana
in quel poco in quel fioco
dentro la nocciolina dentro la mandorletta?
E i mille dentini che la minano?
E il pino. E i pini-ini-ini per profili
e profili mai scissi mai cuciti
ini-ini a fianco davanti
dietro l’eterno l’esterno l’interno (il paesaggio)
dietro davanti da tutti i lati,
i pini come stanno, stanno bene?

Detto alla neve: “Non mi abbandonerai mai, vero?”

E una pinzetta, ora, una graffetta.

Andrea Zanzotto
La beltà, 1968

mercoledì 3 aprile 2013

Sei mesi fa perderemo

"Haben Sie von dem Brande in Mommsens Hause gelesen?"
"Ha letto dell'incendio in casa di Mommsen?"
Nietzsche a Peter Gast secondo Heiner Müller in Mommsens Block

In seguito all'involontaria, ma per lo meno colposa, distruzione dell'archivio di Daniel Mordzinski da parte di Le Monde, si potrebbe dire, come devono aver già espresso in molti, tutto il peggio possibile del quotidiano francese, che pare conservasse inconsapevolmente più di 50000 fotografie del fotografo argentino in un suo ufficio e che non sembra ora particolarmente brillante nell'offrire spiegazioni e scuse per l'accaduto, anzi, spiegando e scusandosi sembra concorrere a rendere ancora più imbarazzante - se possibile - la propria posizione (senza il minimo avallo da parte della direzione, non è mai esistito nessun accordo contrattuale, ecc.). Al di là del rammarico per la distruzione dell'archivio di una vita e al di là della solidarietà a Mordzinski, che andrebbe abbracciato senza troppe parole, si potrebbe anche dedicare qualche pensiero all'utilità degli archivi digitali. O piuttosto al concetto di responsabilità e ad una sua ripartizione, per quanto differenziata, tra tutti i  soggetti interessati, vale a dire Mordzinski stesso, Le Monde, la sua direzione e la sua amministrazione, i suoi servizi tecnici, gli addetti dell'impresa di traslochi cui il giornale deve aver affidato l'incarico di sgomberare il locale che ospitava l'archivio fino all'ottobre del 2012, El País e il suo corrispondente da Parigi, cui Le Monde aveva dato in prestito il locale. Oppure, ci si potrebbe domandare cosa siano davvero una ricchezza o un patrimonio culturale, per stabilire se e in quale misura abbiamo effettivamente subito una perdita. È principalmente su quest'ultimo aspetto che mi sento di scrivere qualche riga in questo momento in cui traspongo i miei pensieri in una forma pubblica ormai vetusta, destinata a scomparire, vuoi con un preavviso, in stile Google Reader, vuoi di schianto, come potrebbe succedere ad Internet con un virus ben congegnato e ben trasmesso, vuoi lentamente, ma senza eccessivi lamenti, come talvolta fa la democrazia.
Mi sembra di aver capito che tutte le fotografie andate irrimediabilmente perdute, oltre a non essere state conservate con la dovuta diligenza, sono andate perdute proprio in quanto non sono mai state né riprodotte né esposte al pubblico in nessuna forma. Se l'accessibilità e la fruibilità dell'archivio - condizioni prime di una sua vitale ricchezza - erano tali solo ed esclusivamente in potenza, allora abbiamo subito solo una perdita in potenza e, in senso stretto, non è successo ancora niente, almeno non al di fuori della cerchia dei soggetti interessati, almeno non nel momento presente. Siccome però, in un giorno futuro destinato a rimanere per sempre ignoto, l'autore o i suoi aventi causa avrebbero potuto condividere le fotografie con il pubblico in qualche forma, esponendole in spazi espositivi o riproducendole in libri, allora forse, oggi, 3 aprile 2013, possiamo dire, così come potremo continuare a dire nel 2014 e in tutti gli anni successivi fino alla fine del mondo, che nell'ottobre del 2012 avremo perduto un prezioso, ricchissimo archivio fotografico. La (legittima) scelta di costituire e mantenere un archivio in forma pressoché privata ha sottratto all'opera di Mordzinski la sua esistenza in modo così radicale da non lasciarle nemmeno una vera e propria possibilità di scomparire.

 
Mario Benedetti di Daniel Mordzinski
Link, link, link e link.

mercoledì 27 marzo 2013

Semana Santa o no tanto

di Andrés Neuman

Tra lo stereotipo e l'ignoranza, le potenze occidentali hanno accolto la nomina di Bergoglio come se si trattasse di una decisione rivoluzionaria. Tuttavia, da dove provenga il Papa mi sembra poco rilevante. L'istituzione che rappresenta ha degli interessi che non cambieranno per questo aneddoto geografico. I precedenti di Bergoglio come cardinale in Argentina ce lo presentano come una figura più conservatrice e diplomatica di quello che molti credano o desiderino. Leggo di questa «fine del mondo» dalla quale ha proclamato di provenire; i suoi contatti, le sue decisioni, le sue manifestazioni e i suoi silenzi lo ritraggono come qualcuno disposto ad arrivare al vertice. Il Pontefice ha sempre saputo porsi tra due correnti contrapposte della Chiesa argentina, prendendo le distanze tanto dal settore di ultradestra (rappresentato dall'arcivescovo Aguer e dall'Instituto El Verbo Encarnado) quanto dalle posizioni sociali di Curas en Opción por los Pobres (OPP). Tenendo conto dei gravi conflitti interni che minacciano il Vaticano, dubito che il Santo Padre si dia la pena di proporre cambiamenti della sua posizione rispetto alle grandi questioni come il divorzio, il ruolo della donna, l'omosessualità o i contraccettivi, vale a dire rispetto a tutto quello che interessa realmente il "popolo" che lui stesso ha invocato, dopo decenni di assenza dai discorsi papali. Bergoglio è, senza dubbio, un oratore intelligente ed efficace. Per lo stesso motivo, sapremo poco dei casi di pederastia o corruzione nella Santa Sede. Esattamente come ha fatto nel suo paese, il Pontefice si concentrerà a coltivare determinati gesti pubblici di umiltà, austerità e semplicità, che verranno convenientemente diffusi dai mezzi di comunicazione. Chiamiamolo marketing celestiale. Quanto al suo comportamento durante la dittatura militare, immagino che ora continueranno a comparire testimoni, palesemente tardivi e opportuni, che tenderanno a discutere le sinistre accuse che nessuno ha confutato durante quasi quarant'anni. Chiamiamoli silenzi eloquenti.

Antipoden

Auf der anderen Seite der Welt
ein blatt
und unter diesem
ein blatt
und unter diesem
ein blatt
und unter diesem
ein blatt
und unter diesem
ein tisch
und unter diesem
ein boden
und unter diesem
ein zimmer
und unter diesem
ein keller
und unter diesem
ein erdball
und unter diesem
ein keller
und unter diesem
ein zimmer
und unter diesem
ein boden
und unter diesem
ein tisch
und unter diesem
ein blatt
und unter diesem
ein blatt
und unter diesem
ein blatt
und unter diesem
ein blatt

Ernst Jandl

In der Mitte 
Norman Junge 

Antipodi

Dall'altra parte del mondo
un foglio
e sotto questo
un foglio
e sotto questo
un foglio
e sotto questo
un foglio
e sotto questo
un tavolo
e sotto questo
un pavimento
e sotto questo
una stanza
e sotto questa
una cantina
e sotto questa
un globo terrestre
e sotto questo
una cantina
e sotto questa
una stanza
e sotto questa
un pavimento
e sotto questo
un tavolo
e sotto questo
un foglio
e sotto questo
un foglio
e sotto questo
un foglio
e sotto questo
un foglio

martedì 26 marzo 2013

jupiter unbewohnt

jupiter unbewohnt
merkur unbewohnt
saturn unbewohnt
uranus unbewohnt
neptun unbewohnt
venus unbewohnt
pluto unbewohnt
mars unbewohnt
erde ungewohnt

Ernst Jandl


giove inabitato
mercurio inabitato
saturno inabitato
urano inabitato
nettuno inabitato
venere inabitato
plutone inabitato
marte inabitato
terra inusitato