venerdì 15 giugno 2012

scut

scut

i don’t know
how many hours
of my life
i’ve spent
cleaning up after
other people.
when you don’t
have any skills
and you need $$
you either work
in fast food
or become a janitor.
i’ve cleaned office
buildings, restaurants,
hardware stores, horse
stables, grocery stores,
prison work camps
and visiting rooms.
my friends always
seemed to have jobs
that were somehow
more bearable; they
worked in record shops
or vintage clothing stores or their
parents had their
own businesses and
they worked for them.
i always ended up
as a janitor.
in prison that term
is never used; instead you
are a porter.
i am not sure why;
i thought a porter
was a guy who helped people
get on trains
or something.
all thru my teens
and twenties, right
up until i got arrested
i worked crappy little jobs with low pay
and zero prestige;
let’s face it,
scrubbing toilets isn’t
a sexy occupation.
it seemed that whenever
i found a job that
paid well i was laid
off within a few months.
i’ve never been laid off
from a job
that only paid minimum wage.
i had to quit those jobs, only to be
forced to find other, similar
jobs after a few months
of starving
and sleeping on people’s couches.
it wasn’t much of
a life
but it was what
i did.

Raegan Butcher


feccia

non so
quante ore
della mia vita
ho passato
a pulire dove
la gente sporca.
quando non si ha
esperienza
e si ha bisogno di euro
o si lavora
in un fast food
o ci si mette a fare le pulizie.
ho pulito
uffici, ristoranti,
negozi di ferramenta, stalle
di cavalli, drogherie,
campi di lavoro e parlatori
di carceri.
sembrava sempre
che i miei amici avessero lavori
in qualche misura
più sopportabili;
lavoravano in negozi di dischi
o di abbigliamento vintage o i loro
genitori avevano un'attività
in proprio e
lavoravano per loro.
io finivo sempre
a fare le pulizie*.
in carcere non
si dice mai così; si dice invece
facchino.
non sono sicuro del motivo;
pensavo che un facchino
fosse un tizio che aiutava la gente
a salire sul treno
o una roba così.
per tutta l'adolescenza
e i miei vent'anni, fino
al mio arresto
ho avuto lavori schifosi con una paga bassa
e zero prestigio;
ammettiamolo,
pulire cessi non è
un'occupazione sensuale.
sembrava che ogni volta
che trovavo un lavoro
ben pagato dovessi essere licenziato
in pochi mesi.
non sono mai stato licenziato
quando avevo un lavoro
con una paga minima.
dovevo lasciare quei lavori lì solo per essere
obbligato a trovarne un altro simile
dopo pochi mesi
a pancia vuota
e di dormite su divani altrui.
non è stata una gran
vita
ma è quello che
ho fatto.***

*Per quel che può interessare, nella mia famiglia a diverse persone, anche a persone con una certa esperienza, è toccato, in certi periodi, fare le pulizie**, ma siccome non è loro toccato in tempi comunemente detti di crisi, la maggior parte della gente era inclinata a ritenere che si trattasse semplicemente di sfiga personale.
** Donna delle pulizie, come dimostra banalmente questa poesia, è termine quanto meno inadeguato, esattamente come lo sono Putzfrau e femme de ménage. È un lavoro dignitoso, dicono, come qualsiasi lavoro, ma a me pare che resti, oltre che mal definito (addetto alle pulizie non migliora la situazione, presupponendo l'assegnazione di un incarico di cui nessuno vorrebbe farsi carico, potendo), anche un lavoro tutto sommato di merda.
*** Chiaro poi che la traduzione in italiano è altrettanto inadeguata. Avrei dovuto tradurla in dialetto. Ripensandoci, non è troppo tardi:

canaia

no so
quante ore
dela mia vita
go passà
a netar dove
la gente scagazza.
se no te ga
esperienza
e te ga bisogno de bori
o te lavori
in un fast food, come che se disi ogi
o te se meti a netar scale.
mi go netà
ufici, ristoranti,
negozi de feramenta, stale
de cavai, drogherie,
campi de lavor e le stanze dove riva le visite
in canon.
pareva sempre
che i miei amici gaveva lavori
un fià
meio;
i lavorava in negozi de dischi
o de straze usade o 
mama e papà i gaveva qualche atività
in propio e
i lavorava per lori.
mi finivo sempre
a netar scale.
in canon no
se disi mai cussì; se disi piutosto
fachin.
no go alba perché;
mi pensavo che un fachin
iera un mato che iutava la gente
a montar sul treno
o una roba cussì.
quando che iero muleto
e fin ai miei vinti ani, fin
che me ga becà la pulia
go fato lavori de merda de poche fliche
e nissun prestigio;
disemo pur
che netar cessi no xe
propio un'ocupazion figa.
pareva che ogni volta
che trovavo un lavor
pagà ben pulito i me dovessi dar el chez
in pochi mesi.
no i me ga mai dà el chez
quando che gavevo un lavor
co' una paga del clinz.
dovevo molar quei lavori là solo per 
dover trovar un altro compagno
dopo pochi mesi
morendo de fame
e spavando sul canapè de chi capitava.
no xe stada
fraia
ma xe quel che
go fato.

martedì 12 giugno 2012

Dizionario di tutte 'e cose - D come Dovizia

Per molto tempo in questo spazio mi sono limitata a copiare delle poesie. Poi ho provato a tradurle, o direttamente dall'originale o per interposizione di traduzioni, spesso timidamente, spesso sperando in qualche dritta da parte di gente brava (invano, questo). Qualche volta le ho inserite in qualche racconto, qualche volta vi ho aggiunto delle note, o anche solo una misera nota, la forma letteraria che più sento vicina alla mia indole. Poi qualcuno ha iniziato a passare di qui (straordinario, trovo). Qualcuno di quelli che ha iniziato a passare di qui e ha poi continuato a farlo (più che straordinario, arcano, questo) ogni tanto mi chiede qualche chiarimento, perché tendo o a nascondermi dietro i testi* - dicono - o, nella migliore delle ipotesi, ad emergere laconicamente.

Oggi vorrei condividere due mie risposte recenti ad altrettante domande di altrettanti lettori, risposte in cui, con dovizia di particolari, sempre tenendo conto di biografia e stile dell'autore e di contesto storico e gusto letterario dell'epoca, in un caso fornisco dei ricchissimi ed articolati commenti a testi già proposti, nell'altro assumo una netta e ferma posizione tra le diverse interpretazioni possibili.

- Ricetta di donna è ironico?
- Sì.

- Spiegami la poesia di Kosovel sull'Europa, ché io non l'ho capita.
- La si può leggere come una profezia della Seconda guerra mondiale. O solo come un modo per esprimere le tensioni che in Europa lui avvertiva allora, negli anni '20. O piuttosto per esprimere le disuguaglianze tra persone pur nate sullo stesso suolo e sotto lo stesso cielo. O anche come un'ammissione della nostra pochezza, visto che è un pappagallo, quello cui affida il responso sui motivi di quelle tensioni e di quelle disuguaglianze. Io la vedo così. O, meglio, io la sento così.

* soprattutto dietro alle vocali.

domenica 10 giugno 2012

All of my friends, all of my loved ones, were on the shelves above

September 15, 2006

Dear Shawna Thorup:

I'm glad to hear that you good people will be celebrating my book, "Fahrenheit 451." I thought you might want to hear how the first version of it, 25,000 words and which appeared in a magazine, got done.

I needed an office and had no money for one. Then one day I was wandering around U.C.L.A. and I heard typing down below in the basement of the library. I discovered there was a typing room where you could rent a typewriter for ten cents a half hour. I moved into the typing room along with a bunch of students and my bag of dimes, which totaled $9.80, which I spent and created the 25,000 word version of "The Fireman" in nine days. How could I have written so many words so quickly? It was because of the library. All of my friends, all of my loved ones, were on the shelves above and shouted, yelled and shrieked at me to be creative. So I ran up and down the stairs, finding books and quotes to put in my "Fireman" novella. You can imagine how exciting it was to do a book about book burning in the very presence of the hundreds of my beloveds on the shelves. It was the perfect way to be creative; that's what the library does.

I hope you enjoy reading my passionate output, which became larger a few years later and became popular, thank God, with a lot of people.

I send you all my good wishes,

Ray Bradbury

(Thanks to Letters of note)


15 settembre 2006

Cara Shawna Thorup,

Mi fa piacere venire a sapere che voi brava gente festeggerete il mio libro "Fahrenheit 451". Ho pensato che potreste voler sentire come fu realizzata la sua prima versione, di 25.000 parole, che fu pubblicata su una rivista.

Avevo bisogno di un ufficio e non avevo soldi per permettermene uno. Poi, un giorno, mentre gironzolavo per la U.C.L.A., sentii battere a macchina giù, nel seminterrato della biblioteca. Scoprii che c'era una stanza per scrivere a macchina in cui si poteva noleggiare una macchina per scrivere per dieci centesimi all'ora. Mi spostai in quella stanza con un gruppo di studenti e il mio sacchetto di spiccioli, che conteneva un totale di 9,80 dollari, che spesi, e creai la versione di 25.000 parole de "Il pompiere" in nove giorni. Come riuscii a scrivere così tante parole così velocemente? Fu grazie alla biblioteca. Tutti i miei amici, tutti i miei cari, stavano sugli scaffali ai piani di sopra e mi urlavano, gridavano e strillavano: "Sii creativo!". Così correvo su e giù per le scale per cercare libri e citazioni da inserire nella mia novella "Pompiere". Può immaginare quanto emozionante fosse scrivere un libro su roghi di libri proprio in presenza dei miei cari sugli scaffali. Era il modo perfetto per essere creativo; è questo, quello che fa una biblioteca.

Spero che le piacerà leggere il mio appassionato risultato, che si ampliò qualche anno dopo e cominciò ad essere apprezzato, grazie a Dio, da un sacco di persone.

I miei migliori auguri,

Ray Bradbury

(Grazie a Letters of note)

Dizionario di tutte 'e cose: S come Sandali

sagt: welcher prophet
verlor die sandale dort,
aus der schon moos wächst?

Jan Wagner

dite: quale profeta
perse quel sandalo lì
dal quale spunta già del muschio?

*

February 19, 2004          Brookline

Dear Gene,

I tried to reach you by phone yesterday. Spurlos—the word employed by German submarine commanders. It means “without a trace”: not so much as an oil slick on the bosom of the Atlantic. (It occurs to me that you must have studied German under the Hollywood German experts).

I don’t do much of anything these days and I spend much of my time indoors. By far my pleasantest diversion is to play with Rosie, now four years old. It seems to me that my parents wanted me to grow up in a hurry and that I resisted, dragging my feet. They (my parents, not my feet) needed all the help they could get. They were forever asking, “What does the man say?” and I would translate for them into heavy-footed English. That didn’t help much either. The old people were as ignorant of English as they were of Canadian French. We often stopped before a display of children’s shoes. My mother coveted for me a pair of patent-leather sandals with an elegantissimo strap. I finally got them—I rubbed them with butter to preserve the leather. This is when I was six or seven years old, a little older than Rosie is now. Amazing how it all boils down to a pair of patent-leather sandals.

I send an all-purpose blessing…

Saul Bellow to Eugene Kennedy


Brookline, 19 febbraio 2004

Caro Gene,

Ho cercato di parlarti al telefono, ieri. Spurlos - la parola usata dai comandanti dei sottomarini tedeschi. Significa "senza traccia": non proprio come una marea nera nella distesa atlantica. (Mi viene in mente che devi aver studiato tedesco con gli esperti di tedesco di Hollywood).

Non faccio granché, in questi giorni, e passo la maggior parte del tempo al chiuso. La mia distrazione di gran lunga più piacevole è giocare con Rosie, che ora ha quattro anni. Mi sembra che i miei genitori volessero che crescessi presto e che invece resistessi, strascicando i piedi. Loro (i miei genitori, non i piedi) avevano bisogno di ogni aiuto possibile. Continuavano a chiedere "Cosa dice quello lì?" e io allora glielo traducevo in un inglese grossolano. Neanche questo serviva a molto. I vecchi non sapevano l'inglese come non sapevano il francese canadese. Ci fermavamo spesso davanti ad una vetrina di scarpe per bambini. Mia madre sbavava dietro ad un paio di sandali di vernice da bambino con una cinghietta elegantissima. Alla fine furono miei - li strofinavo con del burro per preservarne la pelle. Questo risale a quando avevo sei o sette anni, un po' di più di quanti ne abbia ora Rosie. Incredibile come tutto si condensi in un paio di sandali di vernice.

Ti auguro ogni bene…

Saul Bellow a Eugene Kennedy

sabato 9 giugno 2012

Storia di un esergatore - 5

La prima volta che mi trovai senza lavoro per mesi fu dopo la pubblicazione di una raccolta di poesie di Vinícius de Moraes. Avevo fatto un lavoro sistematico, ispirandomi, almeno inizialmente, al Così fan tutte, alla sua simmetria, ma dedicando un peso relativamente maggiore alla figura di Despina, cui lasciavo spazio dopo ogni trillo di Fiordiligi o di Dorabella, ed identificando una coppia di eserghi per ogni poesia della raccolta, ma omettendo poi di sottoporre ad approvazione il secondo esergo di ogni coppia, che mi ero tuttavia premurato di fornire al tipografo giusto in tempo per la pubblicazione. Uno sforzo che non fu compreso appieno dall'editore.

Parte precedente.

*
S'i' fosse Cecco come sono e fui
torrei le donne giovani e leggiadre
e vecchie e laide lasserei altrui
Cecco Angiolieri

La mula bruta no la voio no
la mula bruta no la voio no
anche ogi no la me cuca
la mula bruta no la voio no

Receita de mulher

As muito feias que me perdoem
Mas beleza é fundamental. É preciso
Que haja qualquer coisa de flor em tudo isso
Qualquer coisa de dança, qualquer coisa de haute couture
Em tudo isso (ou então
Que a mulher se socialize elegantemente em azul, como na
República Popular Chinesa).
Não há meio-termo possível. É preciso
Que tudo isso seja belo. É preciso que súbito
Tenha-se a impressão de ver uma garça apenas pousada e que um rosto
Adquira de vez em quando essa cor só encontrável no terceiro minuto da aurora.
É preciso que tudo isso seja sem ser, mas que se reflita e desabroche
No olhar dos homens. É preciso, é absolutamente preciso
Que seja tudo belo e inesperado. É preciso que umas pálpebras cerradas
Lembrem um verso de Éluard e que se acaricie nuns braços
Alguma coisa além da carne: que se os toque
Como o âmbar de uma tarde. Ah, deixai-me dizer-vos
Que é preciso que a mulher que ali está como a corola ante o pássaro
Seja bela ou tenha pelo menos um rosto que lembre um templo e
Seja leve como um resto de nuvem: mas que seja uma nuvem
Com olhos e nádegas. Nádegas é importantíssimo.
Olhos, então
Nem se fala, que olhe com certa maldade inocente.
Uma boca
Fresca (nunca úmida!) é também de extrema pertinência.
É preciso que as extremidades sejam magras; que uns ossos
Despontem, sobretudo a rótula no cruzar das pernas, e as pontas pélvicas
No enlaçar de uma cintura semovente.
Gravíssimo é porém o problema das saboneteiras: uma mulher sem saboneteiras
É como um rio sem pontes. Indispensável.
Que haja uma hipótese de barriguinha, e em seguida
A mulher se alteie em cálice, e que seus seios
Sejam uma expressão greco-romana, mas que gótica ou barroca
E possam iluminar o escuro com uma capacidade mínima de cinco velas.
Sobremodo pertinaz é estarem a caveira e a coluna vertebral
Levemente à mostra; e que exista um grande latifúndio dorsal!
Os membros que terminem como hastes, mas que haja um certo volume de coxas
E que elas sejam lisas, lisas como a pétala e cobertas de suavíssima penugem
No entanto, sensível à carícia em sentido contrário.
É aconselhável na axila uma doce relva com aroma próprio
Apenas sensível (um mínimo de produtos farmacêuticos!).
Preferíveis sem dúvida os pescoços longos
De forma que a cabeça dê por vezes a impressão
De nada ter a ver com o corpo, e a mulher não lembre
Flores sem mistério. Pés e mãos devem conter elementos góticos
Discretos. A pele deve ser frescas nas mãos, nos braços, no dorso, e na face
Mas que as concavidades e reentrâncias tenham uma temperatura nunca inferior
A 37° centígrados, podendo eventualmente provocar queimaduras
Do primeiro grau. Os olhos, que sejam de preferência grandes
E de rotação pelo menos tão lenta quanto a da Terra; e
Que se coloquem sempre para lá de um invisível muro de paixão
Que é preciso ultrapassar. Que a mulher seja em princípio alta
Ou, caso baixa, que tenha a atitude mental dos altos píncaros.
Ah, que a mulher dê sempre a impressão de que se fechar os olhos
Ao abri-los ela não estará mais presente
Com seu sorriso e suas tramas. Que ela surja, não venha; parta, não vá
E que possua uma certa capacidade de emudecer subitamente e nos fazer beber
O fel da dúvida. Oh, sobretudo
Que ela não perca nunca, não importa em que mundo
Não importa em que circunstâncias, a sua infinita volubilidade
De pássaro; e que acariciada no fundo de si mesma
Transforme-se em fera sem perder sua graça de ave; e que exale sempre
O impossível perfume; e destile sempre
O embriagante mel; e cante sempre o inaudível canto
Da sua combustão; e não deixe de ser nunca a eterna dançarina
Do efêmero; e em sua incalculável imperfeição
Constitua a coisa mais bela e mais perfeita de toda a criação imunerável.

Vinícius de Moraes


Ricetta di donna

Che le bruttone mi perdonino
Ma la bellezza è fondamentale. Bisogna
Che ci sia qualche cosa di un fiore in tutto questo
Qualche cosa di una danza, qualche cosa di haute couture
In tutto questo (o allora
Che la donna socializzi in azzurro, come nella
Repubblica Popolare Cinese).
Non ci sono mezze misure possibili. Bisogna
Che tutto questo sia bello. Bisogna che subito
Si abbia l'impressione di vedere una garzetta appena posata e che un viso
Assuma di tanto in tanto quel colore che si incontra solo al terzo minuto dell'aurora.
Bisogna che tutto questo sia senza essere, ma che si rifletta e sbocci
Nello sguardo degli uomini. Bisogna, bisogna assolutamente
Che sia tutto bello e inaspettato. Bisogna che delle palpebre chiuse
Richiamino un verso di Éluard e che sulle braccia si accarezzi
Qualche cosa al di là della carne: che le si tocchino
Come l'ambra di una sera. Ah, ho dimenticato di dirvi
Che bisogna che la donna che sta lì come la corolla davanti all'uccello
Sia bella o abbia almeno un viso che ricordi un tempio e
Sia lieve come un residuo di nuvola: ma che sia una nuvola
Con occhi e natiche. La questione delle natiche è importantissima.
Gli occhi, inutile
parlarne, che guardino con una certa malizia innocente.
Una bocca
Fresca (mai umida!) e anche di un'estrema rilevanza.
Bisogna che le estremità siano magre; che alcune ossa
Spuntino, soprattutto la rotula nell'accavallare le gambe, e le punte del bacino
Nell'intrecciare una cintura semovente.
Serissimo è comunque il problema delle clavicole: una donna senza clavicole
È come un fiume senza ponti. Indispensabili.
Che ci sia un'ipotesi di pancetta, e in seguito
Che la donna si innalzi a calice, e che i suoi seni
Siano un'espressione greco-romana, più che gotica o barocca
E che possano illuminare l'oscurità con un'intensità minima di 5 candele.
Soprattutto conta la postura della scatola cranica e della colonna vertebrale
Leggermente esibita; e la presenza di un grande latifondo dorsale!
Gli arti, che terminino come aste, ma che ci sia un certo volume di cosce
E che queste siano lisce, lisce come un petalo e coperte di soavissima peluria
Comunque sensibile alla carezza in senso contrario.
È consigliabile, nell'ascella, una dolce erba con aroma proprio
Appena sensibile (un minimo di prodotti farmaceutici!).
Preferibili senza dubbio i colli lunghi
In modo che la testa dia a volte l'impressione
Di non avere nulla a che vedere col corpo, e la donna non riecheggi
Fiori senza mistero. Piedi e mani devono contenere elementi gotici
Discreti. La pelle deve essere fresca sulle mani, sulle braccia, sulla schiena e sulla faccia
Però che nelle concavità e nelle rientranze abbia una temperatura mai inferiore
A 37° centigradi, potendo eventualmente provocare scottature
Di primo grado. Gli occhi, che siano di preferenza grandi
E soggetti ad una rotazione per lo meno tanto lenta quanto quella della Terra; e
Che si collochino sempre al di là di un invisibile muro di passione
Che bisogna oltrepassare. Che la donna sia in linea di principio alta
O, nel caso sia bassa, che abbia l'attitudine mentale degli alti pinnacoli
Ah, che la donna dia sempre l'impressione che se chiude gli occhi
Nell'aprirli non sia mai presente
Col suo sorriso e le sue trame. Che appaia, non venga; parta, non vada
E che possieda una certa capacità di tacere all'improvviso e di farci bere
Il fiele del dubbio. Oh, soprattutto
Che non perda mai, non importa in che mondo
Non importa in quali circostanze, la sua infinita volubilità
Di passero; e che accarezzata nel fondo di se stessa
Si trasformi in fiera senza pur perdere la sua grazia di uccello; e che emani sempre
L'impossibile profumo; e distilli sempre
L'inebriante miele; e canti sempre l'inudibile canto
Della sua combustione; e non smetta mai di essere l'eterna ballerina
Dell'effimero; e nella sua incalcolabile imperfezione
Costituisca la cosa più bella e perfetta di tutta l'incommensurabile creazione.

mercoledì 6 giugno 2012

Dizionario di tutte 'e cose - O come Ossimoro


Quodlibet/n'importe quoi/whatever


J.S. Bach, Quodlibet (BWV 524) - Ensemble Clematis, Leonardo García-Alarcón

Hochzeitsquodlibet
(Fragment)


Was seind das vor große Schlösser,
Die dort schwimmen auf der See
Und erscheinen immer größer,
Weil sie näher kommen her,
Ist es Freund oder Feind,
Oder wie ist es gemeint?
Was muss ich von fern erblicken,
Sagt mir, wer reit' dort herein?
Trägt ein großes Rad am Rücken,
Der Henker muss gestorben sein!
Ei, wie reit' der Kerl so dumm,
Hat einen Trauermantel um.
Ergo tanto instantius debemus fugere terrena,
Quanto velocius aufugiunt caduca et vana.
Wer in Indien schiffen will,
Find' bei mir der Schiffe viel,
Ich bin eben kein Schiffersflegel,
Brauche weder Mast noch Segel,
Wie man in dem Texel tut;
Denn ein Backtrog ist ebensogut.
Notabene Knisterbart, was macht der Meister Schneider,
Mir plezt er meine Hosen, mir flickt er meine Kleider.
Braucht man den Backtrog vor den Kahn,
Ei, so kommt man übel an;
Dann man plumpt in den Teich so frisch
Und schwimmt darin wie ein Stockfisch,
Probatum est.
O ihr Gedanken,
Warum quälet ihr meinen Geist? - Backtrog! -
Warum wollet ihr wanken, 
Da mich die Hoffnung feste stehen heißt.
Ei, wie sieht die Salome so sauer um den Schnabel,
Darum, weil der Pferdeknecht sie kitzelt mit der Gabel.
Ei, wie frisst das Hausgesind so gar viel Käs und Butter,
Wären sie Kälber gleich wie du, so fräßen sie das Futter.
Wenn man mit dem Spinnrad sitzt auf einem großen Schimmel,
Reißen ihre Goschen auf fast alle Bauerlümmel;
Wenn man mit dem Spinnrad sitzt auf einem großen Fuchsen,
Kriegen vor Gelächter die Leute fast den Schlucksen;
Wenn man mit dem Spinnrad sitzt auf einem großen Rappen,
Ei, da will der Trauermantel gar nicht dazu klappen;
Wenn man statt des Orlochschiffs den Backtrog will gebrauchen,
Ach, da wird man alsobald in das Wasser wie die Plumphecht tauchen.
Große Hochzeit, große Freuden,
Große Degen große Scheiden;
Große Richter, große Büttel,
Große Hunde, große Knittel;
Große Väter, große Söhne,
Große Goschen, große Zähne;
Große Pfeile, große Köcher,
Große Nasen, große Löcher;
Große Herren, große Wappen,
Große Fässer, große Zappen;
Große Gerste, große Körner,
Große Köpfe, große Hörner;
Großer Hafer, große Trespen,
Große Pferde, große Wespen;
Große Weinberg, große Trauben,
Große Weiber, große Hauben;
Große Kugeln, große Kegel,
Große Bauren, große Flegel;
Große Jungfern, große Kränze,
Große Esel, große Schwänze;
Große Lachen, groß Gepatsche,
Große Frauen, groß Geklatsche;
Große Klöppel, große Trummel,
Große Wespen, große Hummel;
Große Leinwand, große Bleiche,
Große Backträg, große Teiche.
Ach, wie hat mich so betrogen der sehr schlaue Cypripor.
Urschel, brenne mir ein Licht an,
Dass ich dabei sehen kann!
Willst du mir kein Licht anzünden,
Will ich dich wohl im Finstern finden.
Ist gleich schlimm das Frauenzimmer,
Ist doch der Backtrog noch viel schlimmer!
Pantagruel war ein sehr lustiger Mann,
Und mancher Hofbedienter trägt blaue Strümpfe an,
Und streifte man denen Füchsen die Häutlein aus,
So gäb's viel nackigter Leute auf manchem Fürstenhaus.
Wären denen Dukaten die großen Krätzen gleich,
So wäre unser Nachbar viel Millionen reich.
Mein Rücken ist noch stark, ich darf mich gar nicht klagen.
Du könntest, wie mich dünkt, wohl zwanzig Säcke tragen.
Das muss ein dummer Esel sein,
Der lieber Koffent säuft als Wein
Und in der kalten Stube schwitzt
Und statt des Schiffs im Backtrog sitzt!
Punctum.
Dominus Johannes citatur ad Rectorem Magnificum hora pomeridiana secunda propter ancillam in corona aurea.
Studenten seind sehr fröhlich, wie ihr alle wisst,
Solang ein blutiger Heller im Beutel übrig ist.
Wär der Galgen Magnet und der Schneider Eisen,
Wie mancher würde noch heute an den Galgen reisen!
Wär ich König in Portugal, was fragt ich darnach,
Ein andrer möchte kippen mit dem Backtrog in Bach.
Bona dies, Meister Kürschner, habt ihr keine Füchse mehr!
Ich verkauf sie alle nach Hofe, mein hochgeehrter Herr.
Ich sahe eine Jungfer, die hat sehr stolz getan
Und hat doch wohl bei Urbens kein ganzes Hemde an!
Mancher stellt sich freundlich mit feiner Zung
Und denkt doch in dem Herzen wie Goldschmieds Jung.
In diesem Jahre haben wir zwei Sonnenfinsternissen,
Und zu Breslau auf dem Keller schenkt man guten Scheps,
Und in meinem Beutel regiert der fressende Krebs.
Hört ihr Herren allzugleich,
Was da geschehen in Österreich,
Hört ihr Herren allerhand,
Was da geschehen in Brabant,
Da hat geboren eine alte Frau
Eine junge Sau!
Seid freundlich eingeladen
Zum Topfbraten!
Ei, was ist das vor eine schöne Fuge!


Anonimo*


*C'è chi ritiene fosse Johann Friedrich Gottsched, ma io preferisco propendere per l'idea che fosse uno degli invitati al matrimonio, magari un po' alticcio di Scheps.

domenica 3 giugno 2012

Cambi di campo

L'inizio di Университетская поэма (Poema universitario) di Nabokov mi ricorda le Lettres persanes e, per forza di cose, l'essere siciliano di Sciascia. Entrambi scelgono, come punto di partenza, l'identità in condizione di esilio (nelle sue diverse declinazioni: Sciascia non dovette espatriare, per esiliarsi, traendo piuttosto beneficio dal dono dell'insularità e dalla letteratura), in entrambi i casi vista dagli altri, quelli che maggiormente contribuiscono a forgiarla.

"Итак, вы русский? Я впервые
встречаю русского..." Живые,
слегка навыкате, глаза
меня разглядывают: "К чаю
лимон вы любите, я знаю;
у вас бывают образа
и самовары, знаю тоже!"

"Quindi lei è russo? È la prima volta
che incontro un russo…" E gli occhi
vivaci, delicatamente sporgenti
mi esaminano. "Vi piace il tè
col limone, lo so.
Da voi ci sono icone
e samovar, so anche questo!"

L'ultima strofa mi ricorda Charms ("e questo è tutto") ma soprattutto, per forza di cose, l'eco tenue della catastrofe primordiale di Primo Levi, che in Nabokov si traduce nel persistere della rotazione delicata della terra, nella sua leggera inclinazione. Entrambe le poesie, nel finale, come al cinema, cambiano radicalmente campo, ma lo fanno con movimenti opposti, l'uno allargando la visione, l'altro restringendola.

In mezzo, direi che la poesia di Nabokov andrebbe letta, sempre che se ne abbia l'interesse. Ne esiste una traduzione in inglese, di suo figlio Dmitri, che mi pare inarrivabile e che per questo lascio semplicemente così, assieme all'originale:
Университетская поэма, Владимир Набоков
University poem, translation by Dmitri Nabokov




sabato 2 giugno 2012

La donna che traduceva a memoria e beveva oblio

Как хорошо, что парк хотя бы цел,
Что жив прекрасный контур Эрмитажа,
Что сон его колонн все так же бел,
И красота капризных линий та же…
Как хорошо, что мы сидим вдвоем
Под сенью лип, для каждого священной,
Что мы молчим и воду Леты пьем
Из чистой чаши мысли вдохновенной…
20 августа 1955 г., Г. Пушкин
Татьяна Григорьевна Гнедич

Однажды ее вызвал к себе последний из ее следователей и спросил: «Почему вы не пользуетесь библиотекой? У нас много книг, вы имеете право…» Гнедич ответила: «Я занята, мне некогда». — «Некогда? — переспросил он, не слишком, впрочем, удивляясь (он уже понял, что его подопечная отличается, мягко говоря, странностями). — Чем же вы так заняты?» — «Перевожу. — И уточнила: — Поэму Байрона». Следователь оказался грамотным; он знал, что собой представляет «Дон Жуан». «У вас есть книга?» — спросил он. Гнедич ответила: «Я перевожу наизусть».

Добровольный крест, Ефим Эткинд

Татьяна Григорьевна Гнедич / Tat'jana Grigor'evna Gnedič

Che bello che il parco sia ancora intatto,
Che si profili da lontano il magnifico Ermitage
Che la sommità delle sue colonne sia ancora così bianca,
E le sue linee fantastiche siano sempre le stesse…
Che bello che sediamo entrambi
All'ombra dei tigli che per tutti è sacra,
Che in silenzio beviamo le acque del Lete
Dal puro calice di pensieri ispirati…
20 agosto 1955, Città di Puškin
Tat'jana Grigor'evna Gnedič

Un giorno fu convocata dal suo ultimo interrogatore, che le chiese: "Perché non prende in prestito libri dalla biblioteca? Ne abbiamo molti, è autorizzata a farlo...". La Gnedič rispose: "Sono occupata, non ho tempo". "Non ha tempo?" - le chiese senza vero stupore (aveva già capito che la sua protégée era diversa, a dir poco bizzarra) - "E con che cosa è così occupata?". "Traduco". E precisò: "Un poema di Byron". Risultò che l'interrogatore era alfabetizzato; sapeva cosa rappresentasse il Don Juan. "Ha il libro?" - chiese. La Gnedič rispose: "Traduco a memoria".

Dobrovol'nyj crest, Efim Etkind

martedì 29 maggio 2012

no lu à disrumât al taramot

Al me Friûl no lu à disrumât al taramot
ma al dismenteâ dai ons.

Celso Macor, Impiâ peraulis, 1976

Il mio Friuli non l’ha distrutto il terremoto
ma l'oblio degli uomini.

giovedì 24 maggio 2012

Dizionario di tutte 'e cose - B come Bombassi

Della plebe

Il popolo è una bestia varia e grossa,
ch'ignora le sue forze; e però stassi
a pesi e botte di legni e sassi,
guidato da un fanciul che non ha possa,
ch'egli potria disfar con una scossa:
ma lo teme e lo serve a tutti spassi.
Né sa quanto è temuto, ché i bombassi
fanno un incanto, che i sensi gli ingrossa.
Cosa stupenda! e' s'appicca e imprigiona
con le man proprie, e si dà morte e guerra
per un carlin di quanti egli al re dona.
Tutto è suo quanto sta fra cielo e terra,
ma nol conosce; e, se qualche persona
di ciò l'avvisa, e' l'uccide ed atterra.

Tommaso Campanella

Nota stocastica 1: in questo programma, la parola "cultura" non compare nemmeno una volta. 
Nota alla nota stocastica 1: idem per la parola "mafia".
Nota alla nota stocastica 2: idem per la locuzione "criminalità organizzata" .
Nota alla nota stocastica 1 e alle note alle note stocastiche 1 e 2: la parola "internet" è invece nominata sei (6) volte.
Nota stocastica 2: senza la Grecia, non saprei nemmeno dire "economia".
Unica nota in tema, molto succinta: bombassi: coniata da Campanella, dal lat. bombus (frastuono), cfr. sp. bombazo (scoppio di bomba - v. Firpo), forse tiranni o imbonitori del popolo, - v. L. Bolzoni. 
Nota di rimando: "tutto è suo", quindi anche l'America e persino Parma.
Non era l'unica, in realtà: una modesta proposta di luogo di pellegrinaggio, secondo solo ad Orta, paese natale di Ernesto Ragazzoni.
Nota personale 1: rimpiango sempre di più la fine della poesia didascalica.
Nota personale 2: sono felice. 
Note migliori: queste.
Note niente male: quelle di Bruno Osimo in Bar Atlantic, Marcos y Marcos, 2012, grazie al quale, tra una nota del ferroviere e quelle del barista, della libraia, dell'imenologo, del guardone, del podografo, ecc., ho finalmente scoperto qual è il singolare femminile di goyim (goyah), il che mi risparmierà in futuro circonlocuzioni più o meno lunghe, come ad esempio "siccome appartengo ai goyim..."
Nota minacciosa: potrei proseguire con altre note, naturalmente, e non è escluso che lo faccia, un giorno.

martedì 22 maggio 2012

Meno tranchant


Los escritores que le viven
buscando cuatro patas
al triángulo y luego dicen
que no les importa la política
deberían cortarse los cojones
y echárselos a los cochinos.

Víctor Valera Mora
Juego limpio, 70 poemas stalinistas, 1979


Non so se Valera Mora avesse pensato di estendere il proprio intransigente anatema, tra gli altri, anche a Rilke.

Lösch mir die Augen aus: ich kann dich sehn, 
wirf mir die Ohren zu: ich kann dich hören, 
und ohne Füße kann ich zu dir gehen, 
und ohne Mund noch kann ich dich beschwören. 
Brich mir die Arme ab, ich fasse dich 
mit meinem Herzen wie mit einer Hand, 
halt mir das Herz zu, und mein Hirn wird schlagen, 
und wirfst du in mein Hirn den Brand, 
so werd ich dich auf meinem Blute tragen.

Rainer Maria Rilke
Das Stunden-Buch, 1899

Fatto sta che ero lì che avevo cominciato a tradurre Rilke a modo mio:

Anche se mi spegni gli occhi, posso ancora vederti,
anche se mi tappi le orecchie, posso ancora sentirti,
e anche senza piedi posso raggiungerti...

quando mi è venuto in mente che proprio in una poesia di Valera Mora si trovano in controluce i versi di Rilke, seppur nella chiave politica che gli era propria: per convinzione ed inclinazione, certamente, ma anche per poter dedicare un tributo a Rilke senza rischiare le palle, mi vien da pensare, e forse prefiggersi di essere un po' meno tranchant.

A los montes me voy, me voy completo
y espero regresar de igual manera. 

Si me cortan las piernas y las manos
asiré el caminar con los anhelos.

Si me arrancan los ojos y la lengua
nueva guitarra agitará banderas.

Si me quitan la tierra donde piso,
yo vengo desde un río de asperezas
qué antes me llevó y ahora me lleva.  

Si me tapan los oídos con que oigo
a mis hermanos pálidos y hambrientos,
hablaré seriamente con el aire
para que se abra paso hasta los sesos.

Y si una bala loca se enamora
de mis sienes violentas,
yo seguiré pensando con los huesos.

Me voy a despeñar sobre los crueles
que han hecho de la patria un agujero
y si no asiste el pecho a la camisa
y me matan de muerte sin lucero,
esperadme, os los pido caminando,
que yo regresaré como los pueblos
cantando y más cantando y más cantando.

Víctor Valera Mora
Canción del soldado justo, 1961

PS... e anche senza bocca posso invocarti.
Spezzami le braccia, ti afferrerò
col cuore e con le mani,
fermami il cuore, e mi batterà il cervello,
e se darai il mio cervello alle fiamme,
allora ti porterò nel sangue.

giovedì 17 maggio 2012

L'Italia con le sue patate

Forse, semplificando, la questione delle magagne italiane è una questione di contorni, di contorni scomparsi fra la campagna e la città, fra la zona artigianale e la campagna, fra le aree alluvionali e i borghi abitati e, più in generale, fra tutte le zone di demarcazione, come quella in cui confluiscono, confliggendo l'uno contro l'altro, l'interesse particolare e l'interesse generale, dove il contorno si perde, sfuma, come sfuma nelle relazioni tra il rappresentante dello stato e il criminale che ne ottiene i favori in cambio di denaro o tra il cittadino che si sottrae alla legge e lo stato che non glielo impedisce in cambio della pace sociale. Se si tracciassero delle linee di demarcazione nitide, nel mezzo di ogni zona grigia, in cui tutto, come altrove, è virtualmente proibito ma in cui tutto, a differenza che altrove, è tollerato e di fatto lecito, e si facessero così riemergere i contorni, si griderebbe alla perdita di libertà, al rigorismo, alla nordicità teutonica, molto probabilmente alla dittatura. Si vuole invece che permangano le sfumature, gli slabbramenti, le contiguità e le promiscuità, cancellando così, forse per sempre, i contorni.

mercoledì 16 maggio 2012

Dizionario di tutte 'e cose - R come rinunciare

Gioachino Rossini, Péchés de vieillesse

La chanson du bébé

Maman, le gros Bébé t'appelle, il a bobo :
Tu dis que je suis beau, quand je veux bien faire dodo.
Je veux de confitures, c'est du bon nanan ;
Les groseilles sont mûres, donne-m'en, j'en veux, maman
Je veux du bon nanan, j'ai du bobo, maman.
Atchi ! Papa, maman, ca-ca.

Bébé voudrait la chanson du sapeur
Dans Barbe-Bleue, un air qui fait bien peur.
Maman, ta voix si douce en chantant ça,
Enfoncerait Schneider et Thérésa.
Atchi ! Pipi, maman, papa, ca-ca.

Ma bonne, en me berçant, m'appelle son bijou,
Un diable, un sapajou, si j'aime mieux faire joujou.
Quand je ne suis pas sage, on me promet le fouet !
Moi, je fais du tapage, le moyen réussit bien.
Je veux du bon nanan, j'ai du bobo, maman.
Atchi ! Papa, maman, ca-ca.

Émilien Pacini

venerdì 11 maggio 2012

L'è settant'ann ovvero dell'utilità di una tastiera tedesca


Da quanto tempo ogni vertice sulla Grecia è il vertice determinante, quello da cui dipende il futuro dell'Europa? Sei mesi, un anno, due anni? Almeno settant'anni, dev'essere.

Stì quièt, fì no di rebellòt... mai pagüra...
che adèss l'incunumia ghe fèm i saldi...
la mèttum a post e pö sèm lì de viàlter...
Avì capì che rassa de muncaldi?
... L'è settant'ann che mèttum post i alter...
La gente la bêv la bêv... la bêv tusscoss...
e passa un dî la sa pü nient'alter...
... sé l'à magnà e beü... sé la g'à in scòss...
Sal e tabacchi!... Ghe l'em marcâ nel mass...
Sal e tabacchi... e nüm se pìssum 'dòss...
... Olter che diritti... sciensa de class...
l'è la memoria che la va in bröda....

Franco Loi, da Monologo del povero cristo, I niül, Interlinea, 2012


State calmi, non fate casino.... mai paura...
che adesso con l'economia si sistema tutto...
la mettiamo a posto e poi siamo lì da voi...
Avete capito che razza di esperti?
...È settant'anni che mettiamo a posto gli altri...
La gente se la beve se la beve... si beve qualsiasi cosa...
e passa  un giorno e non sa più niente altro...
... se ha mangiato e bevuto... se le è rimasto addosso qualcosa...
Sale e tabacchi!... L'abbiamo marcato nel cuore...
Sale e tabacchi... e noi ci pisciamo addosso...
... Altro che diritti... coscienza di classe...
è la memoria che si scioglie in brodo...

venerdì 4 maggio 2012

Hej, zeleni papagaj

Hej, zeleni papagaj,
povej, kako je v Europi.
Zeleni papagaj odvrača:
človek ni simetričen.

Srečko Kosovel


Ehi, pappagallo verde,
dimmi come va in Europa.
Il pappagallo verde risponde:
l'uomo non è simmetrico.

mercoledì 25 aprile 2012


martedì 24 aprile 2012

Na dworze jest dzień pełen prozy

Zornige sahst du flackern, sahst zwei Knaben 
zu einem Etwas sich zusammenballen, 
das Haß war und sich auf der Erde wälzte 
wie ein von Bienen überfallnes Tier
(...)
Rainer Maria Rilke
Aus Der Rosenschale

Mam dzisiaj lepszy dzień, jeden z dni uspokojonych i zacisznych. Mam trochę gorączki i leżę w łóżku, nie poszedłem dziś do szkoły. Na dworze jest dzień zimny, twardy i niegościnny, pełen prozy i surowości. Ale dookoła mego łóżka obstąpiły dobre duchy, obok mnie leżą dwa tomy Rilkego, które sobie pożyczyłem. Od czasu do czasu wchodzę na chwilę w jego świat trudny i natężony, pod wielokrotne sklepienia jego nieb i znów powracam do siebie.

Bruno Schulz
Z listu do Romany Halpern


Furiosi vedesti fiammeggiare, vedesti due ragazzi
appallottolarsi in una massa sola, 
che odio era e sulla terra ruzzolava
come una bestia assaltata da api 
(...)
Rainer Maria Rilke
Da  La coppa di rose

Ho un giorno migliore, oggi, uno di quei giorni calmi e tranquilli. Sono a letto con un po' di febbre e oggi non sono andato a scuola. Fuori è un giorno freddo, duro e rigido, pieno di prosa e di asprezza. Ma gli spiriti buoni si sono raccolti attorno al mio letto, accanto a me giacciono due volumi di Rilke che ho preso in prestito. Di tanto in tanto entro, per un istante, nel suo mondo arduo ed intenso, sotto i suoi cieli dalle multiple arcate e ancora una volta ritorno a me stesso.

Bruno Schulz
Da una lettera a Romana Halpern

(per gli spiriti cattivi, cfr. qui, volendo)

domenica 22 aprile 2012

In ogni momento presente

Una foto come tante. Fascisti in una città italiana. È il 1922. 
Allo stesso tempo, però, non è proprio una foto qualsiasi. Marca il confine, in ogni momento presente, tra ciò che è tollerabile e ciò che non lo è, ed in particolare la difficoltà di riconoscere l'intollerabile per tempo, e non quando tutti ne sono capaci, come l'8 settembre del 1943. Segna il momento in cui ai lettori del Wiener Bilder, nella cui prima pagina apparve il 5 novembre del 1922, bisognava ancora spiegare che si trattava dell'ingresso di fascisti in una città italiana con la mano destra sollevata, che rappresenta il caratteristico antico saluto romano. 

martedì 17 aprile 2012

La Francia forte

En France, les horaires dans les piscines sont les mêmes pour tous, les médecins sont les mêmes, les menus dans les cantines sont les mêmes.

Nicolas Sarkozy, Lettre au peuple français, Avril 2012

In Francia, gli orari nelle piscine sono gli stessi per tutti, i medici sono gli stessi, i menu nelle mense sono gli stessi.

La sede della memoria

Anni di vita altrove
ed un fresco taglio di capelli
mi fa ancora sortir du cœur 
(mais pas des lèvres) :
te son 'ndà del brivec?

domenica 15 aprile 2012

La memòria té molta imaginació

Non ho mai fatto collezioni di oggetti, anche se provo curiosità per coloro che hanno la costanza di idearle, curarle ed arricchirle nel tempo, specialmente se sono intrinsecamente inadatte ad essere completate. Di alcune astrazioni sì, però. Tra le più ricorrenti figura una raccolta di incontri improbabili, del cui effettivo verificarsi o addirittura della cui verosimiglianza non mi curo troppo o affatto. Dell'incontro tra Kafka e il ladro della sua guida a Milano, del suo contesto e delle sue circostanze,  ho già raccontato una volta. Un incontro cui penso negli ultimi tempi è quello tra Benjamin e Céline nel passage Choiseul, che mi ossessiona perché ci passo di frequente, perché so che ci è cresciuto Céline e perché Passagenwerk di Benjamin è una delle opere che, suo malgrado, non è riuscito a regalarci per intero, ma solo a suggerire, a farci intravvedere, per tacere della evidente distanza intellettuale ed ideale tra i due, che può indurre a cristallizzarli, semplificando, negli archetipi del carnefice e della vittima. Li vedo incrociarsi proprio lungo quel passage (ma più verso la rue Saint-Augustin che verso la rue des Petits-Champs, che mi rimanda troppi echi kafkiani), a dispetto dei tempi che non collimano per niente, perché li seguo mentre camminano in anni diversi: Céline di fretta, facendosi largo tra i passanti che guardano le vetrine, nervoso e smanioso di vincere il Goncourt, mentre si sta dirigendo verso Drouant, il famoso ristorante proprio dietro l'angolo, dove assegnano il premio e di fronte al quale intende aspettare l'esito della votazione, che non gli sarà favorevole, Benjamin, ugualmente inconsapevole del passante che sta incrociando, appena sfiorato dal lampo del suo sguardo ed intento, piuttosto, ad osservare i piccoli gesti dei commercianti, le loro merci, l'architettura del passage e il suo rapporto col Théâtre des Bouffes-Parisiens, cui offre uno dei due accessi, e a pensare al modo in cui organizzare la propria opera e preservarla dal tempo e dagli uomini.
Questi ed altri incontri, per quanto improbabili e non poco forzati, lasciano sull'asfalto invisibili orme che cerco di seguire, alimentano i miei pensieri ad ogni passaggio nei loro luoghi, radicandosi nei miei ricordi né più né meno di incontri o, più in generale, di fatti, reali, e producendo suggestioni (di cui la principale è: cosa avrebbero fatto, come avrebbero reagito se i loro sguardi si fossero incrociati per più di qualche istante, fino a guardarsi?) e, a loro modo, costruendo memoria.
*

Acte I
Poema de la permanéncia

Les tres actrius fan temps, mantenen l'atenció del públic amb gestos mínims, caminen, s'asseuen i parlen entre elles sense que la gent entengui el que diuen. Realitzen moviments que no expressen res en particular, intensament vives.


,


D'un en un s'aproximen als espectadors.

Walt: Sóc Walt Disney.
Vladimir: Sóc Vladimir Lenin.
Salvador: Sóc Salvador Dalí.

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Salvador: Escolteu, em sap greu, no us he ensenyat l'altra sala.
Walt: Non crec pas que sigui necessari.
Salvador: Em feia por que estigués mal orientada.
Vladimir: Quines parets tan blanques. Em pregunto quantes vegadas es deuen haver pintat. Segur que són incomptables. Tot i axí, semblen mudes. Definitivament, no m'agrada el blanc, m'agradarien de color vermell.
Salvador: A mi tampoc, és massa neutre, insípid. Però de vermell tampoc! Ja hi tornem a ser.
Walt: Aquestes parets no tenen portes. Sempre murs, sempre passadissos, i a l'altre costat encara més murs. No hi a entrada ni sortida.
Vladimir:  Però on vols anar, tu, ara?
Walt: La qüestió no és l'ara, ni l'ahir ni el demà. Anem avançant de nou, una vegada més, travessant passadissos, sales i galeries per aquest sinistre lloc d'una altra època, de silencioses habitacions on les petjades són absorbides, on un no sent ni els seus propis passos. Passadissos transversals que porten a sales desertes, sobrecarregades amb la decoració d'èpoques passades, habitacions silencioses, on les petjades són absorbides. Molt lluny del lloc on som ara, abans que nosaltres, esperant una vegada més.

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Salvador: Estàvem parlant de colors, no ens desanimis ara tu.

Vladimir: Quin lloc és aquest?

Salvador: Tu ho has dit, és només un lloc.

Walt: Com hem arribat aquí?

Vladimir: Sempre hem estat aquí.

Walt: Sempre serem aquí.

Vladimir: Això ja ho veurem, falta que vulguin.

Salvador: No tingueu temptaciones de creure en la realitat, les coses no són com són, sinó com es recorden. La memòria té molta imaginació, és molt miserable. El passat és molt relatiu.

Walt: Present com a futur, futur com a present.

Vladimir: Tot gira al voltant de la idea que hi ha solució per a tot i que només cal trobar-la.

Walt: I és així...

Oriol Villanova, Ells no poden morir, Christoph Keller Editions, 2011



Atto I
Poesia della permanenza

I tre attori passano il tempo, mantengono l'attenzione del pubblico con gesti minimi, camminano, si mettono a sedere e parlano tra di loro senza che la gente riesca a cogliere quello che dicono. Effettuano movimenti che non esprimono niente in particolare, estremamente vivaci.

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Uno alla volta si avvicinano agli spettatori.

Walt: Sono Walt Disney.
Vladimir: Sono Vladimir Lenin.
Salvador: Sono Salvador Dalí.

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Salvador: Senti, mi dispiace, non ti ho mostrato l'altra sala.
Walt: Non credo sia necessario.
Salvador: Temevo fosse mal orientata.
Vladimir: Che pareti bianche. Mi chiedo quante volte devono essere state tinteggiate. Sicuramente innumerevoli. Anche così, sembrano mute. Definitivamente, non mi piace il bianco, mi piacerebbero di colore rosso.
Salvador: Neanche a me piacciono, è troppo neutro, insipido. Ma non mi piacerebbero nemmeno di rosso! Ci risiamo.
Walt: Queste pareti non hanno porte. Sempre muri, sempre corridoi, e dall'altra parte ancora più muri. Non ci sono né entrata né uscita.
Vladimir:  Ma dove vuoi andare, ora?
Walt: La questione non è l'ora, né lo ieri né il domani. Stiamo di nuovo avanzando, una volta ancora, attraversando passaggi, sale e gallerie attraverso questo sinistro posto di un'altra epoca, abitazioni silenziose dove le orme sono assorbite, dove non si riescono a sentire nemmeno i propri passi. Passaggi trasversali che conducono a sale deserte, sovraccariche di decorazioni di epoche passate, abitazioni silenziose, dove le orme sono assorbite. Un lungo percorso dal posto in cui ci troviamo ora, che ci precede, in attesa una volta ancora.

,

Salvador: Stavamo parlando di colori, non scoraggiarci, ora.

Vladimir: Che posto è questo?

Salvador: L'hai detto, è solo un posto.

Walt: Come siamo arrivati qui?

Vladimir: Siamo sempre stati qui.

Walt: Saremo sempre qui.

Vladimir: Lo vedremo, solo se lo vogliono.

Salvador: Non farti tentare dal credere nella realtà, le cose non sono come sono, ma solo come sono ricordate. La memoria ha molta immaginazione, è molto miserabile. Il passato è molto relativo.

Walt: Presente come futuro, futuro come presente.

Vladimir: Tutto gira attorno all'idea che ci sia una soluzione per tutto e che basti trovarla.

Walt: È proprio così...

Il passage Choiseul si trova sia in Benjamin sia in Morte a credito, dove è chiamato diversamente: cette année là, où mes parents firent de si mauvaises affaires, passage de La Bérézina.

giovedì 12 aprile 2012

Dizionario di tutte 'e cose - L come Lettere al giornale

If Charles Glass’s reading of Samir Kassir’s Beirut is correct, his ‘biography of the city’ is indeed ‘unlikely to be surpassed’, beginning, as Glass tells us it does, ‘with the Palaeolithic habitation of six million years BC on the promontory later known as Beirut’ (LRB, 8 March). Not only does the book push back the beginning of the Palaeolithic era by some 3.4 million years, but does so with a degree of precision unseen in palaeontology since the 1966 Raquel Welch movie One Million Years BC.

Mat Snow
London SW12
Letters, London Review of Books, Vol. 34 No. 7 · 5 April 2012


Se la lettura di Charles Glass della Beirut di Samir Kassir è corretta, la sua "biografia della città" è effettivamente "difficilmente superabile", a cominciare, come Glass ci dice faccia, "dall'insediamento paleolitico di sei milioni di anni a.C. sul promontorio più tardi noto come Beirut" (LRB, 8 marzo). Non solo il libro retrodata l'inizio dell'era paleolitica di qualcosa come 3,4 milioni di anni, ma lo fa con un grado di precisione mai visto in paleontologia dai tempi del film di Raquel Welch del 1966 Un milione di anni fa.

sabato 7 aprile 2012

The most interesting fact

The most interesting fact about German history is that Germany did not exist as a nation until 1871.

Instructions for British servicemen in Germany, The Foreign Office, London, November 1944

Start with this gesture

Thus the first language in the first mute times of the nations must have begun with signs, whether gestures or physical objects, which had natural relations to the ideas to be expressed.
Vico, The New Science

Start with this gesture: a flinging of the
hands, so. A casting-forward, it says from,
away, out. Palms upwards, empty, nothing,
gone.

        Recast the movement in your mind:
conceive with what economy, supple
and synoptic, you comprehend chaos -

the accidents of human life, passions,
foibles, fates, restated as mechanics
and geometry,

                        though still, as for reasons
and motives, baffling as crazy Ares,
tail-chasing round our upturned bowl of sky.

Helen Tookey

Agreed/Intesa
Bruno Munari, Dizionario dei gesti italiani

Clever/È un dritto

OK/Tutto bene


onde tal Prima lingua ne' primi tempi mutoli delle Nazioni dovette cominciare con cenni, o atti, o corpi, ch'avessero naturali rapporti all'idee.
Vico, Scienza Nuova

Inizia con un gesto: uno scatto delle
mani, così. Un proiettare in avanti, dice da,
via, finito. Palme rivolte in alto, vuoto, niente,
sparito.

        Rimodella il movimento mentalmente:
immagina con quale economia, duttile
e sinottica, comprendi il caos -

i casi della vita umana, le passioni,
le debolezze, i destini, riaffermati come meccanica
e geometria,

                        eppure silenziosi, quanto a ragioni
e motivi, spiazzanti come il pazzo Ares,
sempre a mordersi la coda attorno alla nostra capovolta ciotola di cielo.

venerdì 6 aprile 2012

Dizionario di tutte 'e cose - E come Erliquie


 
Foto di Sasha Terebenin
Uno delle decine di autobus di pellegrini alla Cintura della Vergine. Krasnojarsk, novembre 2011 (link)

La mostra de l'erliquie

Tra ll'antre erliquie che tt'ho ddette addietro
C'è ll'aggnello pascuale e la colonna:
C'è er latte stato munto a la Madonna,
Ch'è ssempre fresco in un botton de vetro.
C'è ll'acqua der diluvio: c'è lla fionna
Der re Ddàvide, e 'r gallo de san Pietro:
Poi c'è er bascio de Ggiuda, e cc'è lo sscetro
Der Padr'Eterno e la perucca bbionna.
Ce sò ddu' parmi e mmezzo de l'ecrisse
Der Carvario, e cc'è un po' de vita eterna
Pe ffa er lèvito in caso che ffinisse.
C'è er moccolo che aveva a la lenterna
Dio cuanno accese er zole, e ppoi je disse:
"Va', illumina chi sserve e cchi ggoverna."

Giuseppe Gioachino Belli
Roma, 22 gennaio 1833

e questa è una delle penne dell'agnol Gabriello, la quale nella camera della Vergine Maria rimase quando egli la venne ad annunziare in Nazaret.
Boccaccio, Decameron, VI giornata, novella X

Rudolf Löwenstein


La liquefazione del "sangue" di San Gennaro (le virgolette sono copyright di Nature)


L'ampolla del dio Po.

Svezia: n.p.