giovedì 8 dicembre 2011

Dedal i Ikar

Mówi Dedal:

Idź synku naprzód a pamiętaj że idziesz a nie latasz
skrzydła są tylko ozdobą a ty stąpasz po łące
ten podmuch ciepły to parna ziemia lata
a tamten zimny to strumień
niebo jest takie pełne liści i małych zwierząt

Mówi Ikar:

Oczy jak dwa kamienie wracają prosto do ziemi
i widzą rolnika który odwala tłuste skiby
robaka który wije się w bruździe
zły robak który przecina związek rośliny z ziemią

Mówi Dedal:

Synku to nie jest prawda Wszechświat jest tylko światłem
a ziemia jest misą cieni Patrz tutaj grają kolory
pył się unosi znad morza dymy idą ku niebu
z najszlachetniejszych atomów układa się teraz tęcza

Mówi Ikar:

Ramiona bolą ojcze od tego bicia w próżnię
nogi drętwieją i tęsknią do kolców i ostrych kamieni
nie mogę patrzeć się w słońce tak jak ty patrzysz się ojcze
ja zatopiony cały w ciemnych promieniach ziemi

Opis katastrofy

Teraz Ikar głową w dół upada
ostatni obraz po nim to widok dziecinnie małej pięty
którą połyka żarłoczne morze
W górze ojciec wykrzykuje imię
które nie należy ani do szyi ani do głowy
tylko do wspomnienia

Komentarz

Był taki młody nie rozumiał że skrzydła są tylko przenośnią
trochę wosku i piór i pogarda dla praw grawitacji
nie mogę utrzymać ciała na wysokości wielu stóp
Istota rzeczy jest w tym aby nasze serca
które toczy ciężka krew
napełniły się powietrzem
i tego właśnie Ikar nie chciał przyjąć

módlmy się

Zbigniew Herbert
Struna Światła, 1956

Nel paese dove mi trovo a vivere stanno pubblicando l'opera poetica completa di Herbert, uno dei poeti del '900 che meglio han saputo porsi in un rapporto attivo e creativo con la tradizione, tra i più consapevoli del fatto che l'eredità culturale, a dispetto del nome, non si eredita come una casa, ma si ottiene lavorando, con fatica, "col sudore della fronte", come scrisse nell'introduzione all'edizione polacca del 1973 di una sua raccolta di poesie. Nel trovare le sue parole del 1973, che leniscono con un tempismo perfetto il fastidio che avverto negli ultimi tempi nel continuare a leggere che avremmo appena vissuto un annus horribilis ("nessuna giustificazione o spiegazione che dica che stiamo vivendo un'epoca eccezionale ha motivo di esistere"), è inevitabile, per me, non solo cessare di rimandare la pubblicazione di un fatto eccezionale e non eccezionale del 1345, che affido ad una nota(1), ma anche ripensare ad un piccolo articolo dell'anno scorso che mi piace riportare per intero(3), ancor prima di cominciare a pensare a Dedalo e Icaro.
Ogni notte, un uomo che ha oggi ottant'anni si alza alle tre e resta seduto ad una scrivania fino alle nove della mattina. Studia e scrive di lingue remote, elabora dizionari di sconosciuti idiomi delle steppe siberiane, racconta fiabe e tradizioni della campagna reggiana come delle grandi pianure asiatiche, traduce poemi epici di sperdute popolazioni nomadi dell'Asia centrale, redige saggi di glottologia comparata e di medicina naturale. Terminato questo lavoro, Riccardo Bertani esce dalla sua casa di Caprara, nel comune di Campegine, fra Parma e Reggio Emilia, dove vive da solo dopo la morte della madre, e attende al suo pezzo di terra, al suo allevamento di capre. «Ufficialmente sarei un contadino, ma ho sempre sognato troppo per esserlo veramente. Ho sempre e solo prodotto quel tanto che mi bastava per vivere e per poter acquistare i libri. Già da ragazzo la mia mente vagava troppo lontano. Sognavo la Russia e le sue pianure sconfinate e leggevo tutti i libri russi a portata di mano. Così, in qualche giorno di caligine, mi sembrava di scorgere verso il cupo nord le carovane dei deportati in Siberia, della cui epopea avevo letto nei romanzi di Dostoevskij. In certe giornate di vento mi sembrava di essere fra le bande dei ribelli di Pugačëv, raccontate da Puškin. La mia era una famiglia di comunisti (il padre Albino fu nominato sindaco dal CLN, i Cervi erano amici di famiglia) e la biblioteca della sezione del Pci di Campegine era piena di opere di letteratura russa. Ben presto lessi tutto quello che si poteva leggere sul quel grande paese. Così un giorno decisi di acquistare una grammatica ed un dizionario. In poche settimane ero in grado di leggere tranquillamente il russo». Il suo sogno di paesi e culture lontane è rimasto vivo. Le lingue conosciute sono diventate però più di cento. Tutte quelle slave, moltissimi idiomi siberiani, ma anche l'etrusco, il longobardo, il basco, l'esquimese, il mongolo. Studiate, comparate, scavate con la competenza e la passione del glottologo. con un linguaggio semplice ma rigoroso: «Sono andato a scuola e sono arrivato con facilità alla licenza elementare. Ma mi fermai, non solo perché non era facile per un figlio di contadini continuare a studiare: trovavo la scuola limitata. Avevo orizzonti vasti, fin da allora e le lezioni non potevano calmare quella fame di sapere che sentivo dentro. Non mi sono mai pentito della mia scelta: Tolstoj non riuscì mai a laurearsi. Divenni ben presto, per gli altri, un tipo strano. Oltretutto non avevo nemmeno mai fatto parte del Pci. Ero un isolato, né contadino né intellettuale, né comunista né anticomunista. Credevo fermamente nella libertà e nell'individuo. Mi consideravano un anarchico. Ero, e sono ancora, un tolstojano». La bibliografia di Bertani disseminata fra quotidiani, riviste specializzate, libri ed opuscoli è sconfinata nella varietà di argomenti che affronta, tanto da attirare l'attenzione di molte università. L'anziano agricoltore ha tenuto lezioni all'Ateneo di Firenze, è in corrispondenza con la Reale Accademia di Svezia, oltre che con tanti singoli studiosi. Fra i tanti con cui ha discusso basterà ricordare Claude Lévi-Strauss, con il quale ha parlato, in una corrispondenza privata, di mitologia germanica. «Ora molti si sono accorti di me. Il Comune di Campegine ha trasformato la mia casa, da me tanto trascurata, da bolgia di libri e carte in una sezione della Biblioteca civica. Ma rifiuto di essere considerato un fenomeno da baraccone. In tanti mi vogliono dipingere così. Sono un uomo che cerca. Cerco quello che c'è di unificante nella storia degli uomini. Le correnti sotterranee che sgorgano da remote comuni sorgenti. La scienza non riesce a spiegare questi fenomeni. Tanto meno l'economicismo marxista. Ora sono alle prese con lo sciamanesimo. Che non è il fenomeno da new age che si vuol far credere. Ad esempio ci sono, in una popolazione della Siberia, gli Jukagiry, concezioni del mondo sconvolgenti, che ignorano completamente il concetto di morte. Quello che accade, secondo quelle visioni sciamaniche, è un flusso continuo di forze ed eventi che mutano in continuazione e rendono vana qualsiasi distinzione fra morte e vita, fra essere e non essere. Per me, abituato nonostante tutto agli schemi occidentali, questo pensiero è stato terribilmente difficile da comprendere. Questo studio mi ha gettato in uno stato di prostrazione, per il quale mi sto curando con antiche ricette a base di erbe, sempre siberiane...». La sua ultima opera pubblicata è un dizionario italiano-rutulo, una lingua parlata oggi da una piccola comunità del Daghestan, nel Caucaso. Una lingua, si noti, che non ha una sua scrittura. Oltre al dizionario Bertani propone anche una comparazione fra il rutulo ed il basco, lingua di origini incerte che molti studiosi sospettano provenire proprio dal lontano Caucaso. L'inedito studio del glottologo di Campegine sembra portare nuove motivazioni a questa tesi. Di Rutuli si parla anche nell'Eneide e Bertani suppone che l'antica popolazione fosse imparentata con gli etruschi. Altro popolo di cui Bertani conosce lingua e cultura: i ceceni. 
Oltre lo stretto di Bering 
«Le lingue sono organismi viventi e mutano e si incrociano, si ibridano. Ci sono tracce di strutture linguistiche siberiane in molti idiomi dell'America pre-colombiana. Frutto di migrazioni cronologicamente imprecisate, passate forse attraverso lo stretto di Bering. Quei popoli portarono spesso con loro un orgoglio ancestrale che li spinse a perire come stirpe piuttosto che fondersi con gli invasori bianchi. Lo stesso orgoglio che anima il nazionalismo basco come quello ceceno. Altri popoli hanno seguito altre strade...». Bertani non ha mai lasciato Campegine. Solo qualche raro viaggio in Italia, per qualche lezione, o intervista. Se gli si chiede perché, risponde: «Ho paura di restare deluso. Per fare un esempio: la mia conoscenza dei Rutuli è prima di tutto poetica, sognata. Ho cercato le tracce della loro storia dimenticata. Cosa potrebbe darmi oggi la conoscenza dei loro attuali insediamenti di pastori transumanti? Resto qui. A coltivare il mio ideale di semplicità che ho imparato da Tolstoj».  
Marco Buttafuoco, Il contadino amante di Tolstoj che studia gli idiomi delle steppe, L'Unità, 15 marzo 2010
L'Icaro di Herbert, ora: un Icaro che ha avuto ragione e al contempo ha avuto torto. Attenzione, però, all'ultimo verso, dico sul serio: a me, la prima volta che ho letto questa poesia, l'ultimo verso ha fatto cadere a terra una lacrima che solo qualche verso prima se ne stava incerta a sporgere nel vuoto. 

Dedalo e Icaro

Dedalo:

Vai avanti figlio mio e ricordati che tu non voli tu cammini
le ali sono solo un ornamento tu calchi la prateria
questo soffio caldo è la terra torrida dell'estate
e questo soffio freddo è un ruscello
il cielo è così pieno di foglie e piccoli animali

Icaro:

I miei occhi come due pietre ritornano dritti sulla terra
e vedono il contadino che rivolta la terra grassa
il verme che si attorciglia nel solco
il verme cattivo che spezza il legame tra la pianta e la terra

Dedalo:

Figlio mio non è vero l'Universo è solo una luce
e la terra è una coppa di tenebre guarda qua i colori giocano
la polvere sale dal mare i fumi vanno verso il cielo
dagli atomi più preziosi oggi si forma l'arcobaleno

Icaro:

Ho male alle braccia padre a forza di sbatterle nel vuoto
le gambe mi si indolenziscono e aspirano alle spine e alle pietre aguzze
non posso guardare il sole come lo guardi tu padre
affogo nei raggi scuri della terra

Descrizione della catastrofe

Ora Icaro cade con la testa in giù
l'ultima sua immagine è un tallone puerilmente piccolo
inghiottito dal mare vorace
In alto suo padre grida il suo nome
che non appartiene né al collo né alla testa
solo al ricordo

Commento

Era così giovane non capiva che le ali sono solo una metafora
un po' di cera e di piume e lo spregio alle leggi della gravitazione
non possono sostenere un corpo ad un'altezza di molti metri
L'essenza delle cose è che i nostri cuori
mossi da un sangue denso
si riempiono d'aria
ed è questo che Icaro non voleva accettare

preghiamo

Zbigniew Herbert
Corde di luce, 1956

Per limitarmi ad una caduta nel sentimentalismo ed evitarne un'altra nel più patente didascalismo - per quanto abbia un debole per la poesia didascalica e ne rimpianga sinceramente la fine - ho dato finora del tutto per scontato che il mito di Icaro fosse noto. Che sia superfluo o meno, ne propongo ora un racconto orale, come si conviene ad un mito, quello presentato su un palcoscenico di Colonia il 13 novembre del 1976 da Wolf Biermann durante il suo famoso concerto, pochi giorni prima che la DDR gli revocasse, anche a causa di quel concerto, la cittadinanza, a conferma che novembre è il mese verso cui la storia tedesca avverte un'indiscutibile attrazione(4). È un racconto, il suo, che contiene tutti gli ingredienti per essere considerato da molti un episodio che non varrebbe proprio la pena di ricordare, per l'anno in cui si è svolto, passato ma ancora troppo recente, per la lingua, che molti italiani (ed altrettanti francesi) disprezzano, per la DDR, cui si è autorizzati ad accennare, ma solo nel solito mese di novembre, e di preferenza negli anni che finiscono per 9, per la sua antispettacolarità, perché l'Icaro di Biermann, a differenza dell'Icaro di Herbert, non riesce nemmeno a spiccare il volo e, infine, per il baffo di Biermann. Lo propongo quindi proprio per tutti questi motivi e anche perché, tra i 12 scrittori che firmarono una lettera aperta di protesta contro l'espulsione di Biermann dalla Germania dell'Est, c'era Christa Wolf, cui dedico un pensiero, e c'era anche l'amato dinosauro Heiner Müller.


"Vorrei cantarvi ancora una... Avete voglia di sentire ancora una canzone nuova nuova? Piace prima di tutto a me tenerla a battesimo qui. (...) Si potrebbe dire che è una canzone adatta a sdrammatizzare, ma non è quello che voglio. E non è per questo che l'ho scelta, ma perché mi piace e perché è nuova. Le canzoni nuove sono quelle che ci piacciono di più. Prima vi dico che qualche settimana fa il poeta americano Allen Ginsberg è venuto a trovarmi ed è un uomo molto simpatico, che dice molte cose schiette con cui non sono d'accordo, ma è un tipo eccezionale, ha anche scritto delle belle poesie. Siamo andati a passeggiare sulla Friedrichstrasse e siamo arrivati quasi fino alla stazione, la stazione della S-Bahn di Friedrichstrasse, sulla Sprea. Sicuramente alcuni di voi ci sono già stati e conoscono il ponte dove la Friedrichstrasse passa sulla Sprea, no? E forse vi ricordate anche che c'è un vecchio parapetto in ghisa, probabilmente dell'epoca del vecchio Guglielmo o anche più vecchio, che culmina, al centro del ponte, con l'aquila prussiana, sì, l'uccello che Heinrich Heine - e non solo lui -  ha così tanto odiato. E un po' di tempo fa ho chiesto ad un amico(5), un fotografo, di fotografarmi davanti a questa aquila. Avevo finito di mettermi in posa e la macchina fotografica era pronta che mi sono iniziate a crescere le ali in ghisa del maledetto uccello sulle spalle - ve lo figurate? - e io ero quello che aveva avuto la possibilità di studiare, anche la famosa storia, tratta dalla mitologia greca, di Dedalo e Icaro. Ho parlato prima con degli amici che mi hanno detto: devi assolutamente raccontare alla gente, quando canti questa canzone, chi erano Dedalo e Icaro e non devi assolutamente avere alcun riguardo per quelle poche persone istruite che si offendono nel sentire quello che sanno già o che credono di sapere. Ci sono abbastanza persone che saranno contente di sapere appunto che Dedalo e Icaro erano padre e figlio, erano in esilio sull'isola di Creta e volevano andarsene. Però non riuscivano ad andarsene, erano per così dire bloccati, non avevano una barca, finché al padre, Dedalo, è venuta un'idea astuta, ha preso delle piume d'aquila e le ha assemblate con della cera d'api e le ha allacciate alle braccia per poter, così come aveva sentito da una vecchia storia, volare. Ma, come fanno i padri, ha naturalmente raccomandato al figlio di non fare sciocchezze: quando voleremo, non devi volare troppo in alto, perché altrimenti ti avvicini troppo al sole e si mette a fare sempre più caldo (nella mitologia greca fa sempre più caldo quando si sale troppo, vero?), e non devi volare troppo in basso, altrimenti cadi, e siamo naturalmente di fronte ad un figlio che ascolta il padre e ovviamente si mette a volare alto, perché gli piace e, come vuole la morale, si inabissa: la cera si scioglie, le ali si rompono e fa la grande caduta nel mare e affoga." - Wolf Biermann, Colonia, 13 novembre 1976


Die Ballade des Preußischen Ikarus

Da, wo die Friedrichstraße sacht
den Schritt über das Wasser macht
da hängt über der Spree
die Weidendammer Brücke. Schön
kannst du da Preußens Adler sehn
wenn ich am Geländer steh
dann steht da der preußische Ikarus
mit grauen Flügeln aus Eisenguß
dem tun seine Arme so weh
er fliegt nicht weg - er stürzt nicht ab
macht keinen Wind - und macht nicht schlapp
am Geländer über der Spree.

Der Stacheldraht wächst langsam ein
tief in die Haut, in Brust und Bein
ins Hirn, in graue Zelln
Umgürtet mit dem Drahtverband
ist unser Land ein Inselland
umbrandet von bleiernen Welln
da steht der preußische Ikarus
mit grauen Flügeln aus Eisenguß
dem tun seine Arme so weh
er fliegt nicht hoch und er stürzt nicht ab
macht keinen Wind und macht nicht schlapp
am Geländer über der Spree.

Und wenn du weg willst, mußt du gehen
ich hab schon viele abhaun sehn
aus unserem halben Land.
Ich halt mich fest hier, bis mich kalt
dieser verhaßte Vogel krallt
und zerrt mich übern Rand
dann bin ich der preußische Ikarus
mit grauen Flügeln aus Eisenguß
dann tun mir die Arme so weh
dann flieg ich hoch, und dann stürz ich ab
mach bißchen Wind - dann mach ich schlapp
am Geländer über der Spree.

Wolf Biermann

La ballata dell'Icaro prussiano

Là, dove la Friedrichstrasse
attraversa con dolcezza l'acqua
sulla Sprea, sta sospeso
il ponte Weidendammer.
Bella, ci puoi vedere l'aquila prussiana
quando sono a fianco del parapetto
là c'è l'Icaro prussiano
con le ali grigie di ghisa
le braccia gli fanno così male
non fugge in volo — e non precipita
non sposta l'aria — e non si affloscia
al parapetto sulla Sprea.

Il filo spinato cresce lentamente
nel profondo della pelle, nel petto e nelle gambe
nel cervello, nella materia grigia
cinta da un reticolato
il nostro paese è un paese-isola
battuto da onde di piombo
con ali grigie di ghisa
là c'è l'Icaro prussiano
le braccia gli fanno così male
non vola via — e non precipita
non fa rumore — e non si affloscia
al parapetto sulla Sprea.

E se vuoi andartene, devi partire
ho già visto tanti andarsene via
dal nostro paese dimezzato.
Io resto saldo qui, finché raggelato
mi ghermirà questo odiato uccello
trascinandomi oltre la sponda
sarò allora l'Icaro prussiano
con le ali grigie di ghisa
le braccia mi faranno così male
mi librerò in volo e poi precipiterò
sposterò un po' d'aria — e mi affloscerò
al parapetto sulla Sprea.

L'Icaro di Ernst Jandl, essendo di Jandl, non solo mi fa rialzare dalla caduta nel sentimentalismo, ma soprattutto riesce a rendere vana ogni pretesa di eccezionalità a coloro che si crogiolano nel proprio fallimento (ce ne sono, ce ne sono). Il suo ritratto, poi, è composto dal numero di parole strettamente necessario, rispettando così concretamente tutti quelli che, come August Stramm (e come Icaro), non hanno avuto abbastanza tempo per essere loquaci(6). 

Ikarus

Er flog hoch
über den anderen.
Die blieben im Sand
Krebse und Tintenfische.
Er flog höher
als sein Vater, der kunstgewandte
Dädalus.
Federn zupfte die Sonne aus seinen Flügeln.
Tränen aus Wachs tropften aus seinen Flügeln.
Ikarus flog.
Ikarus ging unter.
Ikarus ging unter
hoch über den anderen.

Ernst Jandl
1954

Icaro

Volò in alto
sopra gli altri.
Questi restarono nella sabbia
granchi e seppie.
Volò più in alto
di suo padre, l'abile artista
Dedalo.
Il sole strappò delle piume dalle sue ali.
Lacrime di cera gocciolarono dalle sue ali.
Icaro volò.
Icaro andò a fondo.
Icaro andò a fondo
in alto oltre agli altri.

Poeta a me caro per poeta a me caro, come posso non pensare a Federico Tavan? Non posso, in effetti.

Nichilismo

1
Quan ch’e soi deventât mat
ére massa distrat
n’ài podût
gôdeme la scena
2
I me plâs li cornes
ch’i no làssa nua.
Figuranse la scia!
3
A me plâs Icaro
brusât dal sorele
ma almancu
al à tentât
4
Tra la buolp e l’uva
'e preferìs la buolp,
tra al toru e la rana
la rana.
I me plâs
chiei ch’i scopia
e ch’i scjampa
cul cjâf bas.

Federico Tavan

1
Quando sono diventato matto
ero troppo distratto
non ho potuto
godermi la scena.
2
Mi piacciono le lumache
che non lasciano nulla.
Figuriamoci la scia!
3
Mi piace Icaro
bruciato dal sole
ma almeno
ha tentato.
4
Tra la volpe e l’uva
preferisco la volpe,
tra il toro e la rana
la rana.
Mi piacciono
quelli che scoppiano
e fuggono
a capo chino.

Icaro

Scjampànt
da l'infier de fier
belsoul
nècal
a bêve l'aga dal Muscle.

Federico Tavan
Cràceles cròceles, 1996


Icaro

Fuggendo
dall'inferno di ferro
solo
nudo
a bere l'acqua della fontana del Muscle.

La caduta di Icaro è talmente fragorosa da oscurare la figura di suo padre. Se del volo di Dedalo e Icaro si fosse occupata Hollywood, è chiaro che Dedalo sarebbe atterrato a New York. Fortuna volle che se ne occupò Virgilio nel VI canto dell'Eneide, per cui a Dedalo riuscì di arrivare sul Monte Cumano. Distrutto dal dolore, provò per ben due volte a scolpire la morte del figlio sulle porte del tempio di Apollo, senza però riuscirvi. Dolore che non gli aveva impedito di innalzare lo stesso tempio proprio a colui che, nella sua personalità di Febo, aveva sciolto le ali del figlio ai raggi del sole. Il dolore non gli impedì in seguito nemmeno di proseguire la sua attività di architetto in Sicilia, dove gli furono spalancate le possibilità di numerosi appalti pubblici.
Vale a dire che l'arrivo della civiltà minoico-micenea a Cuma, nella nostra storia preromana, fu suggellato non solo da uno dei più antichi ex voto che la penisola italiana ricordi (sempre secondo Virgilio, Dedalo appese nel tempio le sue ali), ma, più in generale, da un atto di sottomissione al potere da parte di un padre al quale neanche la perdita del figlio fu capace di ispirare un minimo gesto di ribellione all'autorità. Fu un atto grave e non lo dico per considerazioni di ordine morale nei confronti del comportamento successivo di Dedalo, che non mi interessano: più semplicemente, penso che se il figlio non sopravvive al padre, non c'è alcuna possibilità di cambiamento(7). Questo - a me sembra - l'aspetto più crudele della caduta di Icaro.

Per fortuna, però, c'è chi si rifiuta di apprendere la lezione di Icaro o che nega che vi sia, una lezione da trarre. Fu così che duecento anni fa, sul giornale Schwäbischer Merkur... ma questa è un'altra storia che continuerà in un nuovo post. Questo era destinato a rimanere in sospeso, a mezz'aria, nel momento in cui Icaro spicca il volo e ci crede ancora, di poter volare. Nell'intervallo, un paesaggio che ritrae la caduta di Icaro.

(Se la miniselezione degli Icari dovesse sembrare eccessiva, si pensi che il solo dipinto di Bruegel ha ispirato almeno:
Richard Anders: Musées royaux des Beaux-Arts, Preußische Zimmer, 1975
Robert Anker: Kleine Geschichte des historischen Materialismus. De val van Icarus, Gedichten, 1981; Landschap met de val van Icarus, Van het balkonm, 1983
Erich Arendt: Pieter Bruegel III, Aus fünf jahrzehnten, 1968
Wystan Hugh Auden: Musée des Beaux Arts, 1938 
Mary Jo Bang: Landscape with the Fall of Icarus, The New Yorker, 12 March 2007
Gottfried Benn, Da fiel uns Ikarus vor die Füße, Gesammelte Werke, 1975; Ikarus, Gesammelte Werke, 1975
Ulrich Berkes: Sturz des Ikarus, Ikarus über der Stadt. Prosagedichte, 1976; Warum Ikarus
Wolf Biermann: Der Sturz des Dädalus,  1992; à la lanterne! à la lanterne!, Der Sturz des Dädalus, 1992
Friedrich Bischoff: Der Sturz des Ikarus, 1966
Bertolt Brecht, Verfremdungseffekt in den Erzählenden Bildern des Älteren Bruegel, 1957
Hans Cohn, Ikarus, Gedichte, 1964
Allan Curnow: The Fall of Icarus, Collected Poems, 1974
Heinz Czechowski: Landschaft mit Sturz des Ikarus 
Alexander Fhares: Ikarus, 1972
Наталья Горбаневская (Natal'ja Gorbanevskaja), Падение Икара, 13 восьмистиший и еще 67 стихотворений, 2000
Jarosław Iwaszkiewicz: Ikar, 1954
Michael Hamburger: Lines on Bruegel's Icarus
Stephan Hermlin: Landschaft mit dem Sturz des Ikarus, Gedichte und Nachdichtungen, 1990
Marie Luise Kaschnitz: Wohin denn ich, Aufzeichnungen, 1963
Théodore Koenig, A Pierre Brueghel, La métamorose, 1980
Gisbert Kranz: Bruegel
Rai'ssa Maritain: La chute d'Icare,  Lettre de nuit, 1939
Thomas Rosenlöcher: Bruegels Ikarus
Willy Spillebeen, Geen ploeg staat stil, Gedichten 1959-1973. Een teken van leven, 1973
Cornelia Stach, A Poem obliquely about Bruegel's Icarus, Beloit Poetry Journal 30/4, 1980
Albert Verwey: Bruegels Ikarus, Oorspronkelijk dichtwerk, 1938
William Carlos Williams: Landscape with the Fall of Icarus, Pictures from Bruegel and other poems: collected poems, 1950-1962.
Albin Zollinger: Bruegel: Ikaros, Belege. Gedichte aus der deutsch-sprachigen Schweiz seit 1900, 1978)


(1)
Nel detto anno 1345, del mese di gennaio, fallirono quegli della compagnia de' Bardi, i quali erano stati i maggiori mercatanti d'Italia. E la cagione fu ch'eglino aveano messo, come feciono i Peruzzi, il loro e l'altrui nel re Adoardo d'Inghilterra e in quello di Cicilia: che si trovarono i Bardi dovere avere dal re d'Inghilterra, tra di capitale e di riguardi e doni impromessi per lui, più di novecentomila fiorini d'oro, e per la sua guerra col re di Francia non gli potea pagare; e da quello di Cicilia doveano avere da centomila fiorini d'oro. E' Peruzzi doveano avere dal re d'Inghilterra da seicentomila fiorini d'oro e da quello di Cicilia da centomila fiorini d'oro: onde convenne che fallissono a' cittadini e forestieri a cui dovieno dare, solo i Bardi più di cinquecentocinquantamila fiorini d'oro.
Onde molte altre compagnie minori e singulari persone, ch'aveano il loro nelle mani de' Bardi e de' Peruzzi e negli altri falliti, ne rimasono diserti: e tali per questa cagione fallirono. Per lo quale fallimento de' Bardi e de' Peruzzi e degli Acciaiuoli e Bonaccorsi e Cocchi e Antellesi e Corsini e que' da Uzzano e Perendoli e più altre piccole compagnie e singulari artefici che fallirono in questi tempi e prima, e per gl'incarichi del comune, e per le disordinate prestanze fatte a' sopradetti signori, onde addietro è fatta menzione, ma però non di tutti, che troppo sono a contare, fu alla nostra città di Firenze maggiore ruina e sconfitta che nulla che mai avesse il nostro comune(2), se consideri bene, o lettore, il dannaggio di tanta perdita di tesoro e pecunia perduta per li nostri cittadini e messa per avarizia di guadagnare nelle mani de' re e de' signori.
Croniche di Giovanni, Matteo e Filippo Villani. Secondo le migliori stampe e corredate di note filologiche e storiche, Sezione letterario-artistica del Lloyd austriaco, Trieste, 1857, Capitolo LV, Del fallimento della grande e possente compagnia de' Bardi di Firenze, pag. 476.
(2)
"maggiore ruina e sconfitta che nulla che mai avesse il nostro comune": di lì a tre anni arrivò la peste.
(3)
Salvo i nomi russi, il nome francese, qualche virgola ed il genere di un articolo determinativo, su cui non ho potuto proprio fare a meno di intervenire.
(4)
Nel triste mese di novembre, scriveva già Heine proprio nella Fiaba d'inverno. Il 9, in particolare, è una calamita di eventi tedeschi. In Germania è chiamato Schicksaltag (giorno del destino):
9 novembre 1848: esecuzione di Robert Blum
9 novembre 1918: rivoluzione di novembre
8-9 novembre 1923: Putsch di Hitler
9-10 novembre 1938: notte dei cristalli
9 novembre 1989: apertura del muro
(cui a me piace aggiungere il 9 novembre 2006: morte di Markus Wolf ("Mischa"))
(5)
È noto che anche Ginsberg, nel corso della sua prima visita a Berlino del 1976, gli fece una foto davanti all'odiata aquila: è la foto che appare sulla copertina del libro di Biermann del 1978. Tuttavia, non era stata quella la prima volta che Biermann si era fatto fotografare con le ali di ghisa.




1975, foto di Roger Melis
(6)
er august stramm
sehr verkürzt hat
das deutsche gedicht

ihn august stramm
verkürzt hat
der erste weltkrieg

wir haben da
etwas länger gehabt
um geschwätzig zu sein

Ernst Jandl

lui, august stramm,
ha accorciato molto
la poesia tedesca

a lui, august stramm,
l'ha accorciato
la prima guerra mondiale

noi abbiamo
avuto un po' più di tempo
per essere loquaci
(7)
A questo proposito, Umberto Saba aveva ritenuto di trovare, tra le cause delle magagne italiane, la mancanza di una rivoluzione, che deve per forza passare per un parricidio, mentre Roma fu fondata in seguito ad un fratricidio, cui ne seguirono altri ("Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani"). "Gli italiani sono l'unico popolo, credo" - scrisse Saba - "che abbiano alla base della loro storia o della loro leggenda un fratricidio. Ed è solo col parricidio, con l'uccisione del vecchio cioè, che s'inizia una rivoluzione. Gli italiani vogliono darsi al padre ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli". È una citazione che si trova ripresa da molti, incluso Carlo Levi, che ricordava il valore simbolico dei termini in questione (come a dire: bambini, non provate a rifarlo a casa). Quando la trovo, anche adesso che l'ho appena ricopiata anch'io, mi sembra di intravvedere la sua pipa sulla scena di un teatro e me stessa mentre cerco di infilarmi nella buca del suggeritore per dirgli: "Ma Umberto, e Caino e Abele?" Ma la buca, purtroppo, è difficilmente accessibile e quando finalmente riesco ad introdurmici, la pipa non c'è più.

domenica 4 dicembre 2011

Il motto di nonna Eugenia

L'Italia è una repubblica immaginaria, fondata su uno zoccolo di rocce metaforiche.
Luigi Meneghello, Le carte, Rizzoli, 1999


Mia nonna è del '23. Stasera è dai miei. Ci siamo appena sentiti e visti via Skype.

- Ciao, Franci, com'ea?
- Ciao, nona.
- Sutu serada?
- Sì, ma no' ho pi' freve, stae meio.
- Va in let' al coert' e fa 'na bea sudada.
- 'A fae, 'a fae. E ti, come statu, nona?
- To' nona 'a è vecia, satu?
- Eh. Vutu tornar indrio?
- Ma gnianca... gnianca de un giorno. Avanti Savoia!

Stupidità e poesia

di Ban’ya Natsuishi, Direttore del Festival Internazionale della Poesia di Tokio
- Relazione per l'Incontro Mondiale dei Direttori dei Festival Internazionali di poesia a Medellín, 1° luglio 2011 (traduzione della traducción de Rafael Patiño) -

Dopo le recenti catastrofi in Giappone, un terremoto, uno tsunami e la conseguente esplosione di un reattore nucleare nel marzo del 2011, mi trovo a pensare alla condizione umana e alla sua stupidità; in primo luogo alla stupidità giapponese e poi, più in generale, alla stupidità dell'umanità. Nel corso di questi lunghi mesi, mi trovo ossessionato dall'idea della stupidità umana.

Dalla Seconda Guerra Mondiale, gli intellettuali francesi come Albert Camus e Jean-Paul Sartre, considerando la devastazione e le macerie dell'Europa generate dalla ferocità della guerra senza quartiere, concepirono una filosofia ed una letteratura concordi con l'irrazionalità e la stupidità, in mezzo all'umanità e alla natura. La filosofia che crearono fu l'esistenzialismo e in letteratura il teatro dell'assurdo e il romanzo dell'assurdo.

Uno dei miei primi haiku presenta paralleli con la posizione esistenziale dell'assurdità della condizione umana.

驢馬ノ耳ヘ駸駸トシテ嘔吐スベシ

Potrei vomitare
a tutto galoppo
nell'orecchio di un asino

(Ban’ya Natsuishi, Shinku-ritsu, 1987, Giappone)

Tra i disastri in Giappone del marzo del 2011, sebbene non abbia visitato la devastata regione nordorientale del mio paese, dove molte città e persone sono state semplicemente portate via dalla furia marina dello tsunami, non posso dimenticare le martellanti immagini del catastrofico percorso di distruzione dello tsunami nelle sgranate immagini in bianco e nero trasmesse dalla televisione. Ho scritto alcuni haiku basati sulla mia cruda risposta a questi eventi ed immagini.

すべてをなめる波の巨大な舌に愛なし

Disamore:
una gigantesca lingua di onde
che tutto lecca

誰も見つめられない津波に消された人たち

Gente ubriaca
dallo tsunami
tutti restano con gli occhi sbarrati

(Ginyu No. 50, Maggio 2011, Giappone)

Le immagini che ho visto dello tsunami confermavano, se ce ne fosse stato bisogno, che la natura è di una grandezza incommensurabile rispetto all'umanità ed esistenzialmente indifferente all'umanità. Per i molti mondi l'uomo non è nemmeno una formica. Non serve dire che il nostro amore per la natura è un'irrazionalità estrema. È un ridicolo od assurdo amore non ricambiato.

E, la domanda si pone da sola, specialmente per gli scrittori di haiku, possiamo veramente dire che la natura sia bella? Possiamo amarla senza dubbi? Possiamo continuare a contemplarla come "Madre Natura", come natura nutrice? Le risposte a queste domande possono essere trovate, ma queste risposte richiederebbero un ripensamento delle nostre idee mediocri e superficiali sulla natura che sono proliferate nell'haiku per secoli.

Mi sento come se stessi vivendo come un fantasma nell'area della capitale del Giappone, dove il danno materiale delle catastrofi multiple del marzo del 2011 è minimo. Quasi tutti gli edifici sono intatti. Non troviamo frammenti di vetro caduti dagli edifici, come immaginavo ci sarebbe successo dopo un gigantesco terremoto. Di fatto, si è ridotta solamente la frequenza dei treni, e dalle strade sono scomparse alcune luci. Ciò nonostante, le nostre strade sono comunque più illuminate delle strade europee. Onestamente, c'è stata solo qualche interruzione di corrente. Ho scritto un haiku per mettere in evidenza questi fatti:

極東の不夜城へ津波千年の怒り

Per un castello perpetuamente diurno nel remoto oriente
lo tsunami è una rabbia
di mille anni

(Ginyu N. 50, Maggio 2011, Giappone)

Per quel che riguarda la radioattività, la nostra situazione non ha eguali. La radioattività propagata potrebbe superare quella di Černobyl'. Fukushima è la nota capitale della radioattività. Sento che potrei esprimere una sincera ed umile apologia su questo fatto incredibile e ignominioso.

Il popolo giapponese sperimentò gli attacchi con la bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki nel 1945. Sankichi Tōge, un poeta giapponese sopravvissuto alla bomba atomica di Hiroshima, concludeva la sua poesia "Fiamme" con questi versi:

1945, 6 agosto
まひるの中の真夜
人間が神に加えた
たしかな火刑。
この一夜
ひろしまの火光は
人類の寝床に映り
歴史はやがて
すべての神に似るものを
待ち伏せる

6 agosto 1945
mezzanotte a mezzogiorno in punto
senza dubbio un dio fu bruciato nel falò
dagli uomini
questa notte
fuochi di Hiroshima
si riflessero sul letto della razza umana
dopo la storia
imboscando
qualcuno somigliante a tutti gli dei

(Raccolta di poesie di Sankichi Tōge sulla bomba atomica, 2003, Giappone)

Questo “qualcuno somigliante a tutti gli dei” suggerisce la fine del mondo, almeno nel modo in cui lo intendevamo prima. Lo si trova anche nei caldi fuochi nucleari di Fukushima? Questi fuochi invisibili sono ora i sovrani della lunga storia del Giappone. Azzardo a dire che imboscare "qualcuno somigliante a tutti gli dei" rappresenta la stupidità del Giappone che ha permesso l'installazione di reattori nucleari degli Stati Uniti sulla sua terra pulita persino dopo aver sperimentato due volte l'indicibile orrore degli attacchi con la bomba atomica sulle nostre isole. In questo caso, il Giappone è al contempo responsabile e vittima, avendo dimenticato le sue orrende esperienze nucleari precedenti. L'oblio giace nel cuore della stupidità del Giappone.

Oltre alla stupidità giapponese, non posso esimere l'intera umanità e la sua stupidità, che ha fiducia sia nei reattori nucleari con potenziali incidenti incontrollabili sia, in modo decisivo, nelle armi nucleari.

Che può fare un uomo solo contro questa stupidità, questa insolenza nell'affrontare la ferocia? Come poeta di haiku, ho scritto questo a mo' di risposta:

愚かさや海岸の怪獣へ津波

Stupidità:
lo tsunami dirigendosi verso
un mostro sul litorale

(Ginyu No. 50, Maggio 2011, Giappone)

Mi chiedo se per caso non solo i giapponesi, ma tutti gli esseri umani siano soggetti alla stupidità. Posso rispondere sì o no, data la contigenza della saggezza umana.

In Giappone, proprio in questo momento, stiamo sperimentando un'altra forma di stupidità che pervade la televisione e la stampa giapponese. La copertura dei disastri del marzo del 2011 ha consentito di disinformare il pubblico, particolarmente sul collasso del reattore nucleare di Fukushima. Può essere il destino di qualsiasi mezzo di comunicazione di massa in qualsiasi paese, ma dal marzo del 2011 la copertura delle notizie giapponesi è giunta a compromettersi con gravi eccessi per nascondere la verità, ripetendo costantemente che "non esiste un problema, non c'è problema". Questa menzogna reiterata al pubblico non è scusabile ed è un altro esempio di stupidità.

La consequenza della menzogna ripetuta alla gente sulla situazione nel reattore nucleare di Fukushima ha rappresentato una perdita totale di credibilità delle notizie. La gente privata di verità è come i fantasmi, senza sostanza. Contrariamente alla situazione attuale, la poesia giapponese ha sempre creduto nella forza e nella verità delle parole. All'inizio del secolo X, un poeta tanka giapponese, Tsurayuki Ki no, apriva la sua prefazione di un'antologia tanka, compilata su ordine imperiale, “Kokin-waka-shu,” con una fiduciosa e suggestiva frase sulla naturalezza del linguaggio:

やまとうたは人の心を種として万の言の葉とぞなれりける。(中略)生きとし生けるものいづれか歌をよまざりける。

Il significato in italiano di questa citazione è che il cuore umano è il seme della poesia tanka giapponese, e da esso germinano numerose foglie: ogni creatura vivente, perché non compone una poesia?

Tsurayuki Ki no esprime qui le poetiche dell'animismo, abbastanza simili, a loro modo, alle credenze mantenute nel Sudamerica precolombiano. Per il giapponese, animali, piante e uomini erano egualmente immaginativi e creativi e vitali poeti fin dalla nascita. La poesia giapponese è stata fortemente collegata a tutti i poteri vivificanti del mondo naturale, fin dai suoi esordi. La poesia giapponese come espressione della verità del mondo è stata sempre considerata come uno degli aspetti più importanti del cosmo.

L'essenza della poesia giapponese è l'haiku. Il suo massimo capolavoro fu realizzato nel 1689 da Matsuo Bashō; in una poesia, Bashō canta un dinamico triangolo della natura. Ecco qui la poesia:

荒海や佐渡に横たふ天の河

Mare selvaggio -
sopra l'isola di Sado
si estende la Via Lattea

Questa poesia non è un mero paesaggio. Questa breve poesia crea una nebulosa verbale composta da tre elementi: mare, isola e via lattea. Gli uomini risiedono sull'isola. Per Bashō, la natura che circonda l'uomo è fonte di potere vitale e poetico, anche se non mostra ospitalità all'uomo. Bashō non fu un semplice ecologista; fu un animista con una comprensione profonda del cosmo instabile e dinamico.

Risulta molto facile dire ora che l'attuale stupidità dell'uomo del Giappone deriva da una perdita della coscienza della propria condizione animista. Questa perdita, che mette in evidenza la natura umana a spese della natura stessa, livella veramente l'attività umana e la trasforma in qualcosa di sprovvisto di sostanza e di connessione.

D'altra parte, qual è la principale ragione della stupidità dell'intera umanità? L'egocentrismo umano? L'ambizione umana? Lo zelo umano? La sua mera ignoranza?

Dopo aver assistito a molti festival internazionali di poesia, ho trovato che la tanto nominata civiltà umana e le nazioni sviluppate avevano perso la necessità della poesia e del suo potere. Non serve dire che non vengo in difesa del comunismo come un'alternativa, perché esso è molto spesso in relazione con la repressione e la delusione.

Tuttavia, nei tanto declamati paesi sviluppati e "liberi", la gente sembra essere separata dalla totalità e dalla pienezza della natura, al contempo umana e non umana.

In occasione di un invito a delle letture fatte all'Università Meiji a Tokio nel 2007, uno dei miei migliori amici d'oltremare, uno dei più eccelsi poeti lituani, Kornelius Platelis, ha segnalato un'osservazione estremamente interessante. Ha detto che durante l'occupazione sovietica in Lituania, la poesia era tutto per la gente che aveva resistito all'occupazione. Evidentemente, la poesia era molte cose per la gente: era poesia, era giornalismo, era gioia, era sfida, era pianto pieno. I libri di poesia si vendevano molto bene a quel tempo.

Dopo l'indipendenza di quel paese dalla dominazione sovietica, quell'indipendenza che aveva innescato il collasso dell'Unione Sovietica, la poesia perse importanza; fu vista come lo è in Occidente, in modo generale.

L'esempio precedente ci mostra che la poesia è il cuore essenziale di una cultura, e l'occidentalizzazione e il capitalismo pongono la poesia in una posizione secondaria nella cultura.

Platelis ha scritto un haiku molto istruttivo a riguardo:

Miškas skendi savy,
tik po storu ledu
upokšnis be garso alma.

Un bosco è naufragato in se stesso
mentre sotto un intenso gelo 
gocciolava un fiume.

森は重みで沈み
厚い氷の下
川はちょろちょろ流れる

(Ginyu N. 31, Luglio 2006, Giappone)

La poesia, evidentemente, incluso l'haiku, può essere "un fiume" sotto "un intenso gelo". Le nostre stupidità: personali, regionali, internazionali, sono "l'intenso gelo". La poesia non può superare le nostre stupidità, ma la poesia, ciò nonostante, continua ad accompagnare la vita.

Qualche poeta eccellente può non riuscire a sfuggire alla stupidità, però lui o lei può dar vita alla poesia come ad una sorgente. La sorgente può prosciugarsi, però continua a scorrere, anche se la terra si trasforma in un deserto.

Quando ero giovane ed avevo un futuro promettente, scrissi il seguente haiku:

未来より滝を吹き割る風来たる

Dal futuro 
arriva un vento
che nebulizza la cascata

Métropolitique, 1985, Giappone

La poesia come un'acqua raso terra può arrivare ad essere una cascata cosmogonica.

Hinterland I-IV

La caduta di Anversa è una ferita aperta, per noi del 1915. Solo pochi di noi, però, quelli che vivono vicino alla frontiera con la Germania e l'Olanda, hanno visto velocemente allungarsi verso nord, a partire dall'aprile di quest'anno, il reticolato ad alta tensione tedesco. Ormai si estende per oltre duecento chilometri: da Vaals su su fino alla costa, tra Knokke e Cadzand. L'hanno costruito per fermare il flusso di contrabbandieri, spie e fuggitivi verso la neutrale Olanda. I tedeschi, oggi, a noi belgi, ci chiamano così. In parte lo siamo.

Recinzione ad alta tensione al confine tra Belgio e Olanda durante la Prima Guerra Mondiale
Recinzione elettrica presso Beusdael
Una vittima della recinzione
Fuga attraverso la recinzione
Il filo spinato tra il Belgio e l'Olanda
Il filo a Essen, Belgio. Frans Bernaards/Karrenmuseum Essen
L'abbazia benedettina Achelse Kluis durante la Prima Guerra Mondiale. A sinistra l'Olanda
Foto: Archivio Achelse Kluis 
La recinzione elettrica. Lungo la recinzione erano distribuiti campanelli di allarme che entravano in funzione non appena la recinzione veniva toccata. Una guardia di confine verifica con del materiale isolante il corretto funzionamento dei campanelli.
Albert Hahn, Al confine belga.
"Un belga che vuole scappare oltre il confine verso l'Olanda rimane appeso al filo elettrico e ucciso dalla corrente". (Cronaca di ogni giorno)
Alle vittime belghe-alleate che perirono qui per il filo elettrico. 1914- 1918. Eretto dal Conte J. d'Oultremont nel 1920. Mutilato dai nazisti nel '40-'45. Restaurato nel 1962. Sippenaeken, Belgio.
Ricostruzione, nel marzo del 2010, della recinzione ad opera della comunità fiamminga di Kinrooi

Prikkeldraad significa tensione fino a 2000 V, molti morti (500? 3000?), non solo nella nostra comunità, ma anche tra i prigionieri russi costretti a costruire la ferrovia Aquisgrana-Gemmenich, e persino tra i tedeschi: le sentinelle, per disattenzione, i soldati, cercando di disertare. Un giorno, ce ne dimenticheremo quasi tutti, salvo, forse, un professore di grammatica francese ed un poeta. Ce l'ha detto il nostro Tiresia. Ogni paese ne ha uno.


Hinterland I

und dein Genick geschabt vom Mantelkragen: Kälte
zieht im Handlauf dich hinab vom Turm. Der Abgrund

eben, die Oberfläche Wort und winterhart
die Buchstaben durchkreuzt von deinen Nerven: Spurrillen

der Kufen. Im Nachgang Stiefelschritt und Schneefegen
dein Metronom, feinstes Pinseln über Kuppen

wie atmendes Gelände. Du horchst ihm nach, zermalmst es
fort auf Knochenlänge, knirschend: Aus dem Schallschatten

erweckt Geläut und Läutewerk, Alarm, bis eine Biegung
weiter stille Schlitten Pferde aus dem Schlaf entlassen

jenseits des motorisierten Lichts. Stacheldraht siehst du,
prikkeldraad im nächsten Schritt, die Landschaft

eine Tür. Doch die Bedeutung der Tür ist irrelevant,
egal wohin sie führt, nur dein Überraschtsein

gibt ihr Sinn. Dein Kragen schabt. Orangefarben
steht über dir der kleine Kreis: leichte Wärme, Wunde,

Himmel. Zwischen Wort und Bild, denkst du,
liegt ein Scharnier. Oder eine Ewigkeit.


II

und Wintersonne: dein Schatten Sturmholz
auf der Suche nach Bestand. Schellack schwingt

im Baumharz mit. Der Weiher dreht sich um, gespurtes
Weiß: Ein Schlittschuh fährt ins Sütterlin. Das Wunder

auf dem Weihnachtsteller heißt Orange, wie Großmutters
Kinderauge rund und wie die Erde blau. Ein Surren speist sich

ein in die Orangenhaut, eingepflockt im Takt der Zäune:
Stacheldraht, Elektro-, Stachel-. Dich fliegen Bilder an

in Parallelverläufen: Bei großer Geschwindigkeit
entsteht vor dem Objekt eine Stauung

stark komprimierter Luft. Du hockst vor dem Transistor.
Die Skala längs der Wachstumsstreifen, die Schallmauer

durchbrochen: Deine Frage geht aufs Karussell,
ob Krieg, ob Frühling einmarschiere in die goldene

Stadt. Die Farben fliehen wieder vor den Dingen,
und das Gelb der Forsythie wird zu einer Behauptung,

die zu beweisen wäre vom Frühling, der seine Farben
verschweigt, wie das Gelb die Forsythie.


III

und die Sprachbindung spult weiter: Draht und
Defekt. Den Gartenzaun wolltest du flicken. Ein Projekt

aus dem Sommer, nun eingefroren wie das Bild
vom Dunkelhellila der Aster. Daneben

Knirschen, Kiesweg, und vorbei am Dunkelhellila
klatscht der Aven seinen Gesang

gegen stetes Gestein, vorbei an Gauguin
und den Wäscherinnen, die immer noch atmen

im Licht der Kunst und das Flußbett wenden,
gerät ins Stocken die Rede vom elektrischen

Wunder: Stromsperre, Störung, Streckenmeister.
Dein Kopf rückt vor ins Sperrgebiet,

mit einer Fernsprechstelle frisch verbunden:
Standlaute, die Tonspuren ziehen Drahter.

Windig meldet sich das Feld von seiner Jagd, 
und bildlich für die Atempause spricht ein Schluck

Stacheldraht: Der Hals des armen Mannes
ist zu den Nackenwirbeln durchgebrannt am Zaun.


IV

und plötzlich ausgelöst das Weiß vom Fichtenzweig:
Symphonisch nadeln die vier Jahreszeiten, nur

die Bewegung Wiege. Dein Kragen schabt. Die Spurrille
im Nacken, Patrouillengänge in den Venen, Nachträge

zu Clausewitz. Die Koppel im vereisten Licht:
Dampf steigt auf und Pferdeäpfel, hundert Kilo

zu elf Mark in Lüttich, gehen mit Aprilthesen
synchron durch die Schnittstelle Subjekt. Wie ausgebeint

erscheint das Brombeerwerk im Grenzverlauf,
keramisch der Gedächtnissprung im Bruchstück

Isolator. Schnee trägt deine Schritte fort
und Übergänge, bewahrt beim Öffnen seiner Silbe

noch einmal auf die Zeichen für die Rückkehr der Vögel.
Du stehst schon an der nächsten Biegung: Schneebruch,

Stimmbruch, zahnschmelzweiß die schmale Naht
der Wachstumsstreifen. Ein Leib aus Dunkelheit

zieht auf. Neuschnee bricht vom Himmel,
legt den Schall zurück in seinen Schatten.

Jürgen Nendza, 2004


Retroterra I

e la tua nuca grattata dal bavero del cappotto: una corrente gelida
nel corrimano ti porta giù dalla torre. L'abisso

appunto, la superficie parola e resistente al freddo
incrocia le lettere dei tuoi nervi: solchi

di pattini. Poi passo di stivali e neve spazzata
il tuo metronomo, la pennellata più fine sulle cime

come terreni che respirano. Ti metti ad ascoltarlo, continui
a sminuzzarlo a lunghezza d'osso, scricchiolando: dall'ombra sonora

emergono scampanellio e campanello, allarme, finché ad una curva
più oltre silenziose slitte congedano cavalli dal sonno

al di là della luce motorizzata. Vedi del filo spinato,
un passo dopo prikkeldraad, il paesaggio

una porta. Eppure il significato della porta è irrilevante,
non importa dove conduce, solo il tuo essersorpreso

le dà senso. Il tuo bavero gratta. Arancione
ti sta sopra il piccolo cerchio: leggero calore, bruciore,

cielo. Tra parola e immagine, pensi,
c'è una cerniera. O un'eternità.


II

e sole invernale: la tua ombra, legno imbevuto di tempesta
alla ricerca di continuità. La gommalacca risuona

nella resina degli alberi. Lo stagno si rivolta, color bianco
tracciato: un pattino ripercorre l'antico corsivo. La meraviglia

sul piatto natalizio si chiama arancia, rotonda come gli occhi infantili
di nonna blu come la Terra. Un ronzio si carica

nella buccia dell'arancia, impiantato nel ritmo delle recinzioni:
filo spinato, elettro-, fili-. Ti si avvicinano in volo immagini

in scenari paralleli: ad alta velocità
si genera davanti all'oggetto un accumulo 

di aria molto compressa. Stai rannicchiato davanti al transistor.
La scala lungo le smagliature, il muro sonoro

forato: la tua domanda sale sulla giostra,
la guerra, la primavera marceranno sulla città

dorata? I colori sfuggono di nuovo davanti alle cose,
e il giallo della forsizia diventa un'affermazione

che spetterebbe alla primavera provare, a lei che sottace
i propri colori, come il giallo la forsizia.


III

e il legame linguistico continua ad avvolgersi: filo di ferro e
difetto. Volevi riparare la rete del giardino. Un progetto

estivo, ora congelato come l'immagine
del viola pallido dell'astero. Accanto

scricchiolio, sentiero di ghiaia, e passando oltre il viola pallido
la cavità carsica schiocca il proprio canto

contro la roccia stabile, passando oltre a Gauguin
e alle lavandaie, che ancora respirano

nella luce dell'arte e rivoltano il letto del fiume,
lo strumento in blocco il discorso della meraviglia

elettrica: interruzione di corrente, incidente, capo delle sentinelle.
La tua testa avanza nella zona interdetta,

da poco collegata ad un posto telefonico:
cablatori estraggono abbai a fermo, la base sonora.

Ventoso si presenta il campo della sua caccia, 
e figurativamente per la sosta del respiro parla un sorso

di filo spinato: il collo del pover'uomo
è bruciato sul recinto fino alle vertebre cervicali.


IV

e all'improvviso innescato, il bianco dal ramo di abete:
sinfonicamente perdono gli aghi le quattro stagioni, solo

il movimento una culla. Il tuo bavero gratta. Il solco
nella nuca, un andirivieni di pattuglie nelle vene, appendici

a Clausewitz. La biella nella luce gelida:
del vapore sale e dello sterco di cavallo, cento chili

a undici marchi a Liegi, se ne va con le Tesi di aprile
in sincrono attraverso la porta soggetto. Come sembra 

disossata l'opera delle more nel tracciato del confine,
di ceramica il balzo della memoria nel rottame

dell'isolatore. La neve asporta i tuoi passi
e i passaggi, aprendo le sue due sillabe ancora una volta 

custodisce i segni per il ritorno degli uccelli.
Sei già alla curva successiva: schianto da neve,

muta vocale, bianco di smalto di denti la sottile saldatura
delle smagliature. Dall'oscurità un corpo

si avvicina. Altra neve erompe dal cielo,
ripone il suono nella propria ombra.

Il filo elettrico veniva chiamato in molti modi, tra cui de verdoemde draad (il filo maledetto), dood-grens (confine della morte) e de Duivels-draad (il filo del diavolo). La storia del filo è stata studiata da un professore belga di grammatica e linguistica francese, Alex Vanneste, il nonno della cui moglie, che era stato, durante la Grande Guerra, contrabbandiere e spia, lo aveva attraversato più volte. Il filo elettrico venne costruito a spese e con la forza lavoro delle comunità belghe attraversate dalla barriera (articolo de die Zeit, articolo de Le Soir, articolo di Le Soir, articolo di Alex Vanneste corredato da molte foto).
La terre est bleue comme une orange, così scriveva Paul Eluard nel 1929.
Il viola pallido dell'astero è tratto dalla poesia del 1912 Kleine Aster di Gottfried Benn.
Ho riconosciuto solo questi due rimandi poetici, ma non è escluso - anzi - che ve ne siano degli altri.
Foto 1: Gerhard Hirschfeld, Enzyklopädie Erster Weltkrieg, UTB, 2008, Foto 2-4: grenzegeschichte.eu, Foto 5: Museum Tongerlohuys, Foto 6, 7: wereldoorlog1418.nl, Foto 8: forumeerstewereldoorlog.nl, Foto 9: forumeerstewereldoorlog.nl, Foto 10: grenzegeschichte.eu, Foto 11: hbrouns.cdenv.be

sabato 3 dicembre 2011

Pansements

La poésie est dans la rue, dans le ruisseau, elle est tout à fait dénuée de hiérarchie, elle ne sait pas. Elle ne sait rien. Elle est le chant de notre ignorance. Elle ne connaît pas son homme, ni ses amours, ni ses idées politiques, ni ses ambitions sociales. Elle est ce qui est toujours là, dans nos jours et nos nuits difficiles, et pourquoi rêvons nous la nuit, sinon parce qu'elle ne nous lâche pas.
Georges Perros, Papiers collés
, 1978

(.)




Tiens. C'est dérisoire. C'est ridicule. Je te le donne. Ça ne vaut rien. C'est des petits mots. Des petits gestes. Un pansement. Tiens. C'est tout ce que j'ai. C'est dérisoire. Ça ne changera rien. C'est un coup de main. Un bout d'épaule. Une attention. C'est minuscule. C'est ridicule. Ça ne change rien. Un pansement. Une pensée. Une persistance. Une attention. Une allumette. Une façon d'être là. De sauver les meubles. D'arroser les plantes. De sourire. Une petite pièce. Une petite clope. Une caresse. Tiens. Je te le donne. Ma compassion. Et puis ma honte. De l'élegance. De la chaleur. Un dictionnaire. Une signature. Une langue de chien. Je te le donne. C'est dérisoire. Ça ne vaut rien.

Thomas Vinau, Nos cheveux blanchiront avec nos yeux, Alma éditeur, Paris, 2011

Cure

To'. È irrisorio. È ridicolo. Te lo do. Non vale niente. Sono piccole parole. Piccoli gesti. Una cura. To'. È tutto quello che ho. È irrisorio. Non cambierà niente. È dare una mano. Intravvedere una spalla. Un'attenzione. È minuscolo. È ridicolo. Non cambia niente. Una cura. Un pensiero. Una persistenza. Un'attenzione. Un fiammifero. Un modo d'esserci. Di salvare i mobili. Di innaffiare le piante. Di sorridere. Uno spicciolo. Una piccola paglia. Una carezza. To'. Te lo do. La mia compassione. E poi la mia vergogna. Dell'eleganza. Del calore. Un dizionario. Una firma. Una lingua di cane. Te lo do. È irrisorio. Non vale niente.