mercoledì 30 marzo 2016

La ca sla colin-a

La ca sla colin-a l'é bela
Maria la varda peui dis :
am piasrìa podèj catèla,

sarìa 'l mè paradis!
L'é bianca la ca sla colin-a,
l'é bianca come 'n linseul,
s'it la varde a smija ch' a grigna,
l'é pròpi la ca che a veul.

L'é gròssa la ca sla colin-a,
tante stansie con finestre e pogieuj,
starìo pròpi bin là ansima
mi, mè òm e ij mè fieuj.

Mè pare fasìa 'l murador
l'é mòrt ancora spòrch ëd càussin-a,
l'ha fala chiel la ca sla colin-a,
l'ha fala për quatr ësgnor.

E lor a ven-o d'istà
stan mach doi mèis peui van via,
la ten-o mach basta ch'a sìa
e mi a son sensa ca.

La ca sla colin-a l'é bela
Maria la varda peu dis :
mi podreu mai catèla,
për ij pòver a-i-é nen paradis!

Gianmaria Testa

sabato 19 marzo 2016

Dizionario di tutte 'e cose: P come Piccola casa editrice (ovvero uno dei motivi per cui vorrei che il Regno Unito restasse nell'UE)

Buongiorno,

Ho ricevuto la vostra conferma di spedizione il primo marzo, per la quale vi ringrazio, ma non ho ancora ricevuto il primo libro del mio abbonamento semestrale.

Potreste verificare il mio ordine e la spedizione?

Se i tempi di consegna dovessero essere più lunghi, vi prego di non tenere conto di questa email. In caso contrario, gradirei un vostro riscontro.

Vi ringrazio sin d'ora. Cordiali saluti,

Francesca Giovannini

***

Dear Francesca Giovanni (sic),

Many thanks for your order, I'm terribly sorry that you haven't received your book, how annoying. Yes, it was posted to you on March 1st so I'm quite surprised that it hasn't yet arrived. Might we wait a day or two longer to see if it does turn up? If not, please do let me know and I shall of course send a replacement.

Best wishes,
Lydia

(Molte grazie per il suo ordine. Sono terribilmente dispiaciuta del fatto che non ha ricevuto il suo libro, che seccatura. Sì, le è stato inviato il primo marzo, per cui sono piuttosto sorpresa che non sia ancora arrivato. Potremmo aspettare ancora un paio di giorni per vedere se effettivamente arriva? Altrimenti, la prego di farmi senza'altro sapere; ovviamente, gliene spedirei un'altra copia.)

***

Cara Lydia,

Grazie. Certo, aspettiamo qualche giorno in più. Se non dovesse arrivare, glielo farò sapere. È il mio primo libro di Persephone books!

Cordiali saluti,

Francesca

***
Cara Lydia,

Solo per farle sapere che il libro è arrivato oggi.

Non vedo l'ora di leggerlo!
Cordiali saluti,
Francesca

***
Hurray! Thanks so much for letting me know. My apologies again for the delay.

Best wishes,

Lydia
(Urrà! Grazie mille per avermelo fatto sapere. Le mie rinnovate scuse per il ritardo.) 

giovedì 4 febbraio 2016

A Parigi flon flon



Parigi settembre
La mansarda
Col finestron
Che guarda
El carrefour de l'Odeon

La parete celeste
La stampa del Poiré
« Il Porto di Trieste »
Me fa sentir ancora

A Parigi flon flon
Salso de mar
E refolo de bora
Aria de casa mia

Son qua che aspetto
Quella che vegnerà
Suso de mi a le cinque
La ga telefonà

Vengo dopo le prove
La vegnerà la sento
Fresca de sotto al vestitin
De lino

Mi sarò vento
Che passerà su ela
Stampa e mansarda
A far l'amor ne guarda

Carolus L. Cergoly

martedì 2 febbraio 2016

Demande de déchéance de nationalité française

F.T.P. (Franchi Tiratori Partigiani di una cittadinanza mondiale)
35 allé de l'Angle
Chaucre
17190 St Georges d'Oléron
Tel: 05 46 76 73 10
Email: editionslibertaires@wanadoo.fr           22 gennaio 2016

Oggetto: Richiesta di revoca della nazionalità francese

                           Al Sig. presidente della repubblica francese

Speriamo leggerà, Signor Presidente, la lettera presente, se tempo mai ne avrà.
Noi siamo nati in questo paese, la Francia, per caso. Non abbiamo scelto né di nascere né di nascere in Francia. È così per tutti gli esseri umani.
Finora, questa non scelta non ci creava troppi problemi. Ci sarebbe potuta andare peggio.
Già da un po' di tempo, tuttavia, tra Notre-Dame-des-Landes e la condanna alla reclusione inflitta a dei sindacalisti, nutrivamo qualche dubbio sulla sua capacità di far sognare di una Francia nota come paese dei diritti umani. Ci concederà di non parlare nemmeno di socialismo.
Con la sua ultima manipolazione di bassa politica in tema di revoca del diritto di nazionalità, le cose sono chiare. Lei sta giocando col fuoco. Sa che i terroristi se ne fanno un baffo di essere privati o meno di... E ciò nonostante, sta realizzando un arsenale giuridico demagogico che mette agli arresti domiciliari dei militanti ecologisti e dei sindacalisti e che, domani, si rivolgerà contro di lei...
Si ricordi di Martin Niemöller, liberato dai campi alla caduta del regime nazista, nel 1945. È l'autore di Prima vennero... a torto attribuita a Bertolt Brecht. Diceva: "Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare".
Signor Presidente, domani, quando quelli che pretende combattere saranno al potere, si accontenteranno di applicare le sue leggi. Come fa a non capirlo?
Di consequenza, in accordo con la Costituzione, che ancora ce lo permette, ci dichiariamo in stato di insurrezione.
Con la presente, la preghiamo di accogliere la nostra richiesta di revoca della nazionalità francese. Perché?
Noialtri, francesi per caso, non vogliamo più essere francesi fintanto che lei incarnerà questa idea della Francia.
Con la presente, la informiamo altresì della nostra volontà di creare quanto prima una carta d'identità ed un passaporto di cittadino del mondo.
Signor presidente, avverta i suoi gendarmi che saremo ben armati di quelle armi di distruzione di massa che sono l'intelligenza, la non violenza, l'onore e... l'umorismo. E che non esiteremo a sparare! Con quelle armi lì!

Jean-Marc Raynaud, Dominique Lestrat, Yannick Thébault, Stéphane Troplain, Paul Boino, Annie Arroyo, Laurent Conduché, Thyde Rosell, Claudie Annerau, Thierry Sassi, Michel Di Nocera, Jean-Pierre Georges, Bob Siné, Benoist Rey

Le maiuscole e le minuscole sono come nell'originale, il resto no. Per esempio, non ho necessariamente distinto il decadimento della nazionalità dalla sua perdita. Gli stessi firmatari credo non ne tengano conto, perché il decadimento (déchéance) è una sanzione che non si applica ai francesi di origine, ma solo a coloro che hanno acquisito la nazionalità francese.
Ma guarda se uno nel 2016 deve occuparsi di 'ste cose.




mercoledì 27 gennaio 2016

Au revoir, chère Madame la Ministre

Nous en sommes si fiers que je voudrais le définir par les mots du poète Léon-Gontran Damas : l’acte que nous allons accomplir est « beau comme une rose dont la tour Eiffel assiégée à l’aube voit s’épanouir enfin les pétales ». Il est « grand comme un besoin de changer d’air ». Il est « fort comme le cri aigu d’un accent dans la nuit longue ».

Mme Christiane Taubira, Ouverture du mariage aux couples de personnes de même sexe, Discussion d’un projet de loi, 29 janvier 2013 (Vidéo)
Ne siamo così fieri che vorrei definirlo attraverso le parole del poeta Léon-Gontran Damas: l'atto che ci apprestiamo a compiere è "bello come una rosa di cui la torre Eiffel assediata all'alba vede finalmente sbocciare i petali". È "grande come un bisogno di cambiare aria". È "forte come il grido acuto di un accento nella notte lunga".

Mme Christiane Taubira, Apertura del matrimonio alle coppie di persone dello stesso stesso, Discussione di un progetto di legge, 29 gennaio 2013

mercoledì 20 gennaio 2016

E lei di dov'è?

- E lei di dov'è?
- Di Trasaghis. 
- Bei posti. 'Ndo se trova?
- Trasaghis, no? Vicino a Peonis.
- Sardegna. 
- Udine. Non si sente l'accento friulano perché ho fatto scuola di dizione. Avevo qualche difficoltà con le doppie: dona, mama...

Age, Scarpelli, Scola, 1974

sabato 12 dicembre 2015

Valeria Solesin, 28 ans

di Charlotte Chabas

Erompeva tra due scoppi di risa: « Mais poutain, c’est pas vrai ! »,  esclamava con la sua voce grave e calda, mista ad un accento che faceva sentire le erre e rimbalzare le vocali. A Valeria Solesin, 28 anni, piaceva imprecare in francese, soprattutto quando si trattava di lamentarsi, indignarsi, dare un calcio  al formicaio delle pigrizie intellettuali. Tutto questo, « ça pète les couilles », diceva la veneziana.

I suoi amici la chiamavano Il Sole. Una questione di calore, certo, ma soprattutto di luce. Molto presto l'Italia, narcotizzata dagli anni berlusconiani, si rivela troppo angusta per lei. Dopo il Canada, è a Nantes che questa "doppia batteria ben caricata" si trasferisce per studiare sociologia. Generazione Erasmus, si circonda di tutte le nazionalità e si arricchisce al loro contatto.

Generazione RyanAir, anche. Qualche viaggio in aereo per ritrovare la sua famiglia tanto amata, i suoi genitori, la nonna, suo fratello più piccolo, Dario, e Rava, l'uomo della sua vita. Nonostante la distanza, i due non si lasciano. È tra le sue braccia che venerdì 13 novembre al Bataclan è stata uccisa dai terroristi. "Sono sicura che con il suo umorismo al vetriolo avrebbe commentato: non bisogna lasciarsi abbattere", racconta un'amica.

Prolunga l'espatrio a Parigi. Prima all’Ecole des hautes études en sciences sociales (EHESS), poi col dottorato all’Institut national d’études démographiques e all’Institut de démographie de l’université Paris-I, dove lavora sui comportamenti contemporanei di fecondità in Italia e in Francia. Valeria Solesin passa ore sulla sua ricerca. "Bello, scrivere la tesi. Quando sarà finita, non avrò nemmeno voglia di scrivere la lista della spesa", diceva.
Tuttavia, trovava ancora tempo. "Si arrangiava sempre per lavorare come cassiera o come ragazza alla pari durante il suo master. L'independenza era una cosa essenziale", racconta un'amica. Ci sono anche lo sport - dal canottaggio all'arrampicata, dal nuoto alla corsa -, le uscite, i concerti, le passeggiate a Parigi... C'è soprattutto la preoccupazione costante di prendersi cura degli amici e di andare incontro a coloro che hanno la fortuna di stare per diventarlo. È che attorno ad un bicchiere o ad un buon piatto preparato con cura nessuno resiste al sorriso che attraversa costantemente il suo viso. "Aveva un modo particolare di ridere, come se volesse spingerci a condividere la sua serenità e la sua gioia di vivere". 

Alla ripresa dell'anno accademico, teneva dei corsi alla Sorbona. Rava l'aveva raggiunta a Parigi. Avevano lasciato la loro chambre de bonne di pochi metri quadri per sistemarsi nell'11° arrondissement di Parigi. Quando lui pagava un giro, lei rideva: « Poutain, à cause de toi, nos enfants n’iront pas à l’université ».

lunedì 23 novembre 2015

Notre manière de croire dans la vie

Foto presa velocemente, sotto l'occhio vigile dell'addetto alla sorveglianza del Théâtre National La Colline, insospettito dal mio cellulare.

"Il dolore e la confusione regnano, dagli attentati del 13 novembre.
Non bisogna che questo dolore e questa confusione ci distruggano.
Recitare per voi questa sera è il nostro modo di credere nella vita".

Christophe Honoré e la troupe di Fin de l'histoire (tratto da Gombrovicz).

*

Galli della Loggia fustiga gli europei dalle colonne del Corriere della Sera: saremmo mistificatori, saremmo buoni, avremmo un'insulsa arroganza culturale, enfatizzeremmo i nostri oscuri sensi di colpa, il nostro desiderio di normalità sarebbe un impegno roboante.
C'è da essere orgogliosi, per una volta, se la parola guerra in Italia è una parola tabù, posto che resti tale nonostante le sirene contrarie. Avremmo forse dovuto bombardare qualcuno, dopo le stragi di piazza Fontana, di piazza della Loggia, della stazione di Bologna? Allora, come oggi, i terroristi sono interni, trovano appoggio ed addestramento fuori dall'Europa, ma sono interni, nati, cresciuti e vissuti in Europa.
Per quanto riguarda la Francia, che è anche Europa, non siamo in pochi a non sentirci in guerra, contrariamente a quello che dichiarano Hollande, il suo primo ministro e molti altri uomini di potere. Noi, o almeno questi non pochi di noi, non ci sentiamo e non siamo in guerra perché gli attentatori sono criminali, non soldati. Tra di noi, poi, molti sono contrari allo stato di emergenza, a una riforma della costituzione proposta sull'onda dell'emozione e a molto altro che ci sta piovendo addosso, anche se solo sei (6) deputati si sono pronunciati contro il prolungamento di ben tre mesi dello stato di emergenza ed altri deputati, più numerosi (21), hanno presentato un emendamento volto al "controllo della stampa, di pubblicazioni di qualsiasi natura nonché (a) quello delle trasmissioni radiofoniche, delle proiezioni cinematografiche e delle rappresentazioni teatrali": per fortuna non è passato, ma lascia lo stesso una traccia vergognosa negli annali dell'Assemblée nationale e di questo Paese. 
Tuttavia, a parte tre eccezioni, non siamo né Hollande né Valls né Mme Mazetier, prima firmataria del suddetto emendamento, e non siamo neanche buoni o migliori di altri. Subito dopo l'attacco in rue de la Fontaine-au-Roi, un giornalista dell'AFP ha filmato dei passanti intenti a prendere delle foto delle vittime riverse a terra. Se un bagaglio ha l'aria di essere abbandonato in una carrozza del métro, alcuni di noi non esitano ad aspettare che il treno stia per ripartire per scagliarlo sul quai un attimo prima della chiusura delle porte, lasciando il problema a quelli che aspettano il treno successivo. Altri, all'indomani dell'eccidio di Charlie Hebdo, non hanno ritenuto di partecipare al minuto di silenzio per le vittime; questi altri erano in prevalenza giovani e giovanissimi. Altri ancora, in quei giorni, hanno preferito immedesimarsi nell'attentatore dell'Hyper Cacher e non nelle sue innocenti vittime.
Diciamo même pas peur, ma in realtà abbiamo paura. Tanta paura che lo scoppio di una lampada di un bar genera del panico tra la folla. Tanta paura che, anche se molti hanno agito con generosità, il 13 novembre, alcuni cittadini non hanno osato aprire la porta di casa per dare rifugio ai sopravvissuti degli attacchi. Tanta paura che l'affluenza nei teatri e nei musei si è ridotta del 50%, subito dopo gli attentati. Tanta che alcuni di noi hanno esitato persino ad uscire sotto casa, sabato mattina (la prefettura raccomandava di restare a casa e di uscire solo se necessario), e ce l'hanno fatta solo nel pomeriggio. Nonostante la paura, il lunedì successivo abbiamo però ripreso a lavorare, a mandare i bambini a scuola, a spostarci con i mezzi pubblici ed in bicicletta, senza alcuna enfasi o retorica. Abbiamo anche chiesto, a quelli che continuavano a scrivere #prayforParis, che non si pregasse per Parigi, ché di religione non abbiamo proprio bisogno, non a livello collettivo.
Abbiamo sensi di colpa, certo, perché le cités sono una gran brutta cosa, frutto di progetti urbanistici disastrosi, anche se non ne siamo tutti responsabili, ma abbiamo anche la consapevolezza che esiste la possibilità di andare a scuola, in questo paese, e di contribuire a renderlo più giusto. Alcuni di noi, poi, hanno sensi di colpa per essere sopravvissuti, altri per il solo fatto di aver fotografato i fiori deposti in omaggio alle vittime. Nessuno di questi sensi di colpa è oscuro.
La normalità è l'unica arma a nostra disposizione, non ne abbiamo altre. Spesso, ci mancano persino le parole, altro che normalità. Sabato, non ne volava nessuna, in giro. Subito dopo gli attentati di gennaio, per strada la gente attaccava bottone facilmente, aveva bisogno di scambiare parole, idee, trovare una spiegazione alla follia omicida che ha eliminato un'intera redazione di un giornale. Sabato 14 novembre no, niente di tutto questo: solo fiori, candele, sguardi bassi, talvolta lacrime e, come colonna sonora, un silenzio assoluto.
A Galli della Loggia han dato fastidio le parole mielose di Antoine Leiris, anche se si limita ad attribuirne la responsabilità ai giornali che le hanno rilanciate. Certo che sono mielose, ma meritano rispetto, mannaggia! Si prendesse, Galli della Loggia, il tempo di leggere il miele di quelle parole con attenzione, senza la mediazione dei giornali, visto che Melvil è un nome maschile, e non femminile, e di considerare, al di là dell'aspetto formale, l'ipotesi che il dolore possa essere più forte dell'odio. Leggesse, Galli della Loggia, altre testimonianze rese dai sopravvissuti (ce ne sarebbero molte altre, ma Galli della Loggia vola alto ed è molto occupato: il suo tempo non va sprecato nella lettura di cronache dal basso). Provasse, Galli della Loggia, prima di stigmatizzare la roboanza della normalità, non dico ad immedesimarsi in un parente o in un conoscente di una vittima o in un sopravvissuto, ma solo a prendere il métro ogni giorno, ad andare in posti affollati come i teatri, i cinema e le mostre, a prendere una birra in terrasse nell'undicesimo o nel decimo, ad un passo dai luoghi dell'eccidio, le narici ancora intasate dall'odore delle centinaia di candele deposte di fronte al Bataclan, che non è niente, rispetto all'odore di quella sala, venerdì sera. Ripensasse, Galli della Loggia, lo stesso Galli della Loggia che ha sostenuto Berlusconi, noto costruttore di una più avanzata democrazia europea, lo stesso Galli della Loggia che ha ravvisato nelle pale eoliche installate in Molise "uno dei peggiori flagelli che si (sia) abbattuto nell'ultimo quindicennio su tutta la Penisola", non dico all'estetica delle pale danesi o tedesche, ma almeno al fatto che affrancarsi dal petrolio puntando sulle energie rinnovabili è una - non la sola, ma una - delle azioni più efficaci per contribuire ad indebolire il terrorismo attuale. E, se anche lui è tra quelli che evita di venire a Parigi ora, provasse a chiedere agli abitanti della Bruxelles di questi giorni se non avvertano un desiderio di normalità e se disdegnino le promesse o gli impegni, per quanto roboanti e più o meno illusori, a mantenerla. E infine, prendesse tutto il tempo che gli serve per farlo, perché non c'è alcuna fretta, ma andasse - s'il lui plaît -, alla prima occasione, in monazza.

mercoledì 18 novembre 2015

«Hai una capra?»




Lo stato di emergenza giustifica certe restrizioni temporanee alle libertà. Ricorrervi significa darci i mezzi di ristabilirle pienamente.

Eccoci qua, in pieno shtetl*.

*
Un vecchio ebreo va dal suo rabbi a lamentarsi: «Non ce la faccio più, rabbi, vivo in una stanza insieme ai miei figli, mia moglie e tutta la mishpoche».
«Hai una capra?», domanda il rabbi.
«Sì, sì, ce l'ho!»
«Perfetto: prendila con te nella stanza».
Il povero ritorna a casa e accoglie la capra nella sua stanza.
Una settimana dopo si precipita dal rabbi, infuriato.
«Ho fatto come mi ha detto, ho preso in casa pure la capra, ma adesso è peggio di prima».
«Hai dei polli?»
«Sì, ne ho tre».
«Prendi anche loro in casa tua».
«Ma rabbi, mi prende in giro?»
«Fa' come ti dico!»
Il pover'uomo fa come gli dice il rabbi e fa anche entrare i tre polli.
Qualche giorno dopo ritorna dal rabbi, disperato: «È un inferno, non ce la faccio più! Io, mia moglie, i figli, i suoceri e per giunta una capra e tre polli, tutti in una stanza!»
«Togli la capra», risponde il rabbi, «e starai meglio».
Quanche tempo dopo l'uomo ritorna dal rabbi e gli dice: «Rebbe, sa, va un po' meglio, però quei tre polli sono una tortura e noi stiamo stretti e...»
«Togli anche i polli», dice il rabbi e l'uomo, salutatolo, ritorna a casa.
Di lì a qualche giorno il rabbi vede venirgli incontro l'uomo raggiante.
«Rabbi», esclama, «non c'è uomo più saggio di lei: la mia casa è diventata un vero paradiso!»

martedì 17 novembre 2015

lunedì 16 novembre 2015

Vous n’aurez pas ma haine/Non avrete il mio odio

di Antoine Leiris, 16 novembre 2015

Venerdì sera avete rubato la vita di un essere eccezionale, l'amore della mia vita, la madre di mio figlio, ma non avrete il mio odio. Non so chi voi siate e non voglio saperlo, siete delle anime morte. Se quel Dio per il quale uccidete ciecamente ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Quindi non vi farò questo regalo di odiarvi. Eppure l'avete cercato, ma rispondere all'odio con la rabbia sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Volete che io abbia paura, che guardi i miei concittadini con diffidenza, che sacrifichi la mia libertà per la sicurezza. Perso. Same player shoot again.

L'ho vista questa mattina, finalmente, dopo notti e giorni di attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando me ne sono perdutamente innamorato più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore; vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di breve durata. So che lei ci accompagnerà ogni giorno e che ci ritroveremo in quel paradiso delle anime libere a cui voi non avrete mai accesso.

Siamo in due, mio figlio ed io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Del resto non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil, che si sta risvegliando dal suo riposino. Ha solo 17 mesi, mangerà la sua merenda come tutti i giorni, poi andremo a giocare come tutti i giorni e, per tutta la vita, questo bambino vi farà l'affronto di essere felice e libero. Perché no, non avrete nemmeno il suo odio.


lunedì 2 novembre 2015

Tu frut, tu omp, tu muart

Celeste Bach!

Tu frut, tu omp, tu muart,
pleas in ta la çera a vif
l'eternitàt tai nustris cuarps.
A vif l'eternitàt tal flour
dai nustris aìns q'a no finissin...
Ma cui çantia tant dols e alt,
  «Crist!
viers li puartis serenis
viers li puartis q'a entri
jenfra i òmis la muart»?

Pier Paolo Pasolini
Fondo Pasolini presso Luigi Ciceri





Tu ragazzo, tu uomo, tu morto
piegati sulla terra vive
l'eternità nei nostri corpi.
Vive l'eternità nel fiore
dei nostri anni che non finiscono...
Ma chi canta così dolcemente e forte
  «Cristo!
verso le porte serene
verso le porte da cui entra
in mezzo agli uomini la morte»?

Bach rappresentò per me in quei mesi la più forte e completa distrazione: rivedo la stanzetta dei Cicuto, il leggio aperto alla luce della finestra, P[ina] che dà la pece all’arco, e lo spartito delle “sei sonate”…rivedo ogni rigo, ogni nota di quella musica; risento la leggera emicrania che mi prendeva subito dopo le prime note, per lo sforzo che mi costava quell’ostinata attenzione del cuore e della mente. La piccola stanza spariva, sommersa dall’argento freddissimo e ardentissimo del Siciliano: io lo ascoltavo e lo svisceravo, particolare per particolare; avevo scritto degli “studi” […]. Era soprattutto il Siciliano che mi interessava, perché gli avevo dato un contenuto, e ogni volta che lo riudivo mi metteva, con la sua tenerezza e il suo strazio, davanti a quel contenuto: una lotta, cantata infinitamente, tra la Carne e il Cielo, tra alcune note basse, velate, calde e alcune note stridule, terse, astratte. come parteggiavo per la Carne! Come mi sentivo rubare il cuore da quelle sei note, che, per un’ingenua sovrapposizione di immagini, immaginavo cantate da un giovanetto. E come, invece, sentivo di rifiutarmi alle note celesti! È evidente che soffrivo, anche lì, d’amore; ma il mio amore trasportato in quell’ordine intellettuale, e camuffato da Amore sacro, non era meno crudele.
Dai Quaderni rossi

venerdì 30 ottobre 2015

Dizionario di tutte 'e cose: L come Lacune

Lieber Dr. Thomas Mann! Obwohl wir uns nicht persönlich kennen, muß ich Sie darüber informieren, daß vor drei Wochen ein Deutscher in unsere Stadt gekommen ist, der behauptet, Sie zu sein. Da ich Sie - wie wir alle in Drohobycz - nur von Fotografien aus den Zeitungen kenne, kann ich nicht mit letzter Sicherheit sagen, daß Sie es nicht sind, aber allein die Geschichten, die er erzählt - von seiner abgetragenen Kleidung und dem starken Körpergeruch abgesehen, der ihn umgibt -, machen ihn verdächtig.

Maxim Biller, Im Kopf von Bruno Schulz, 2013

Caro Dottor Thomas Mann! Nonostante non ci conosciamo personalmente, devo informarLa del fatto che un tedesco che sostiene di essere Lei è venuto nella nostra città tre settimane fa. Siccome io - come noi tutti, a Drohobycz - La conosco solo da fotografie sui giornali, non posso dire con tutta certezza che Lei non sia lui, ma già le storie che lui racconta - fatta eccezione per il suo vestito liso e il forte odore del suo corpo, che lo circonda  - lo rendono sospetto.

Nel 1938, Bruno Schulz scrisse una lettera a Thomas Mann, allora in esilio a Zurigo, accompagnata da un racconto scritto in tedesco. Non ci sono giunti né la lettera né il racconto. Maxim Biller ha provato a colmare questa lacuna.
È da un po' che mi capita di leggere tentativi di colmare lacune di questo tipo. Sono tanto numerosi che mi vien da pensare che si scrivano solo libri così o almeno che io, più o meno inconsciamente, non cerchi che quelli. Del resto, come avrei potuto resistere al racconto di Juna (deludente), a quello di Maggiani, che dà voce al popolo privo di voce (molto bello, almeno in quella parte) o alla storia di Benjamin che riesce ad imbarcarsi per gli Stati Uniti (audace)? Se l'avessi fatto, avrei ignorato che, quando io avevo 7 anni e cercavo volumi in una piccola biblioteca di quartiere, Benjamin passava il tempo nella biblioteca pubblica di New York. Di questo passo, prima o poi troverò i nomi dei mandanti delle stragi italiane, almeno in letteratura.

W. B.

Einmal dämmert Abend wieder,
Nacht fällt nieder von den Sternen,
Liegen wir gestreckte Glieder
In den Nähen, in den Fernen.

Aus den Dunkelheiten tönen
Sanfte kleine Melodeien.
Lauschen wir uns zu entwöhnen,
Lockern endlich wir die Reihen.

Ferne Stimmen, naher Kummer - :
Jene Stimmen jener Toten,
Die wir vorgeschickt als Boten
Uns zu leiten in den Schlummer.

Hannah Arendt

Fino a stasera ignoravo che la Arendt avesse abitato davanti al gelataio dove ogni tanto vado. Quante leccate inconsapevoli. Le prossime acquisteranno un gusto diverso, il gusto mnemosine. 


(Un giorno ritornerà ad imbrunire, la notte cadrà dalle stelle; sdraiati, le membra distese, saremo qui vicino, lontani da qui. Dalle tenebre risuonano dolci brevi melodie. Ascoltiamoci perdere le nostre abitudini, rompiamo infine le righe. Voci lontane, vicini affanni: quelle voci di quei morti mandati in avanscoperta, come messaggeri, per condurci in un lieve sonno.)

mercoledì 9 settembre 2015

Queste saremmo noi

Queste saremmo noi, se avessimo una foto che ci ritrae assieme, ma la foto non esiste, perché lei fotografa me, oltre ad altre cose, mentre io fotografo sempre meno e comunque, di preferenza, cartelli.
Lei sarebbe la bionda, con le gambe lunghe, io quella con il ciuffo bianco alla Aldo Moro, cui devo ricorrere non solo per riferimenti appresi per meri motivi d'anagrafe, ma soprattutto perché nessuno, a parte gli Stefani, conosce il ciuffo che mi viene da mia madre e, come avranno già capito i lettori più scaltri, con le gambe non altrettanto lunghe, nonostante non avessi l'intenzione di usare un eufemismo, ma ormai è fatta e non ho voglia di tornare indietro, cancellare e trovare l'espressione realistica appropriata, ché mi aspetta l'ultimo capitolo di LTI di Klemperer e non vorrei farlo aspettare troppo.
Lei sarebbe quella che usa il corpo per muoversi verso nuove mete, forare il vento - capacità da non sottovalutare, in quanto appresa nel paesaggio triestino, dove il vento può farsi muro -, arrivare in tempo a prendere l'aereo pur partendo tardi perché il tempo passato al gate sarebbe tempo perso, mentre io quella che se lo porta visibilmente dietro perché non saprebbe dove lasciarlo, quando si sposta, naturalmente con un generoso anticipo, se da sola, generoso perché regala sempre tempi supplementari per la lettura, cancellando la nozione di attesa. In una foto che ci cogliesse uscire dal portone di casa, presa verosimilmente da Maria, la portinaia portoghese, usciremmo ad un orario intermedio tra il mio ed il suo, come si capirebbe chiaramente dal fatto che non correremmo, né io mi fermerei a leggere l'avviso dell'EDF sul portone, che pure sarebbe ben visibile, sullo sfondo, ché Maria è precisa e ha la mano ferma. Il tacco alto che si vedrebbe in basso a destra, sotto il mio piede, sarebbe di una passante: si tratterebbe di un banale scherzo prospettico, non voluto da Maria.
Più in generale, lei sarebbe quella con gli occhiali da sole sui capelli, evidentemente fotofobici, io da vista, sul naso, a stampigliarvi una striscia bianca dietro il ponte, quando il sole è abbastanza forte da abbronzarmi.
Lei sarebbe quella con la sciarpa, io anche.
Lei sarebbe quella senza borsetta, ché è un oggetto inutile, a parte la mia.
Lei sarebbe quella pettinata, in ogni circostanza meteorologica fissata dalla foto, se ci fosse. Lei, ripeto.
Lei sarebbe quella che distrae lo sguardo per usare l'app che non è ancora uscita, io quella con lo sguardo interrogativo di chi, usando la semplice funzione telefonica, ormai abbastanza accessoria e teoricamente non troppo complicata, per parlare con la propria madre, nota una prima coincidenza nel vedere lei che risponde dopo il primo squillo e una seconda nel sentire la voce di lei, e non quella materna - due coincidenze, non una selezione di un numero sbagliato.
Lei sarebbe quella che riesce a fare un trasloco in bicicletta; non sarebbero degli oggetti fotomontati, quelli che vedeste nel suo cestino, mentre io sarei quella che arranca dietro, piccola piccola, quasi presa per sbaglio nel quadro della foto.
Lei sarebbe quella che si ritrae un po' trovando il coraggio necessario per affrontare lo scatto della macchina fotografica con un movimento delle spalle verso il ritrattista e/o socchiudendo gli occhi, io quella che trova più efficace, come rimedio, frapporre tra la macchina ed il proprio volto le mani, che lei trova belle, per inciso di vanagloria.
Lei sarebbe quella che, se la foto, oltre ad esistere, parlasse, avrebbe un bellissimo accento austro-ungarico, discorrendo in tedesco, ereditato dalla nonna, e con qualche lieve sfumatura milanese, nella pronuncia italiana, che non si spingerebbe tuttavia ad appropriarsi di aperture vocaliche paragonabili alla sottil[ɛ]tta. A me non va di parlare del mio accento, non solo perché se la foto parlasse sarebbe un video, ma anche perché ci pensano già i francesi, durante quasi ogni primo incontro, a farlo. E, nell'ipotesi detta, sarebbero le sue, le scarpe che scricchiolano, sia chiaro.
E credo che si vedrebbe, comunque, davanti al portone di casa o in qualsiasi altro luogo, che ci amiamo.
E sì, Klemperer, scusa, arrivo.

giovedì 27 agosto 2015

Dizionario di tutte 'e cose 2015 - Edizione ampliata e corretta

Migranti, clandestini, profughi, rifugiati, richiedenti asilo, illegal aliens, undocumented immigrants, sans-papiers: con giravolte continue se ne definiscono i contorni, se ne regolano le accezioni.

In questo momento, illegal alien è preferito dai repubblicani statunitensi, mentre undocumented immigrant dai democratici. In Italia, si riconosce un simpatizzante di destra da uno di sinistra nello stesso modo: il primo non disdegna di parlare di clandestini, il secondo ha una chiara preferenza per migrante. Un po' ovunque in Europa, un rifugiato merita più rispetto di un profugo, il profugo più di un migrante e quest'ultimo più di un clandestino - sappiatelo, ricercatori del futuro.  L'expatriado e i suoi omologhi, avendo sia los papeles sia una professione, non hanno alcun problema di rispetto, anzi, possono essere persino motivo di vanto, perché contribuiscono alla giusta dose di diversity ed alla vitalità del mercato immobiliare.

La distinzione tra migrante legale e illegale è in palese via di estinzione, almeno sulla stampa. Per questione di brevità, i giornali preferiscono in genere usare migrante e basta, senza qualificazioni, anche se nella stragrande maggioranza dei casi l'illegalità è sottintesa. Un migrante, nel momento in cui scrivo, potrebbe in breve tempo raggiungere lo status esclusivo di sinonimo di migrante illegale. Il migrante, se è molto fortunato, diventa immigrato: in questo caso, una volta stabilitosi, diventa un individuo di origine straniera, ovvero mit Migrationshintergrund, concetto che però si estende anche ai suoi figli, anche quando sono nati nel paese in cui il genitore è riuscito ad immigrare. L'ex concetto di migrante legale tende via via a ridursi al solo turista, che è tuttavia un termine in via di rapido deterioramento, in particolare a Barcellona, Lisbona e Heidelberg, a Venezia il deterioramento essendo giunto a compimento già da decenni.

In via generale, il migrante non dovrebbe migrare, né del resto il rifugiato rifugiarsi, in particolare in Polonia, pur venendo così meno alla sua ragion d'essere, a meno che non riceva un invito a farlo, meglio per iscritto su carta intestata dello Stato concerné, nel qual caso rientra nella famiglia dell'immigration choisie, cui si contrappone quella subie.

Il vocabolario europeo si sta arricchendo anche di nuovi, raffinati termini e concetti all'altezza della sua storia: Asylbetrügerwelfare tourist. Il primo è un migrante che al posto di rispondere agli annunci di lavoro del proprio paese, preferisce chiedere asilo in Germania. Il secondo è un migrante che, dopo aver comparato le tabelle delle prestazioni sanitarie, scolastiche, pensionistiche, ecc. dei diversi paesi europei, sceglie il paese che ne garantisce il miglior rapporto qualità-prezzo, che è sempre l'Inghilterra, secondo il primo ministro inglese, anche se i Nuovi Finlandesi sono di tutt'altro avviso. 

Un migrante si può rinchiudere fino a 6 mesi, prorogabili di ulteriori 6 mesi, per poterne accertare l'identità. Si può provare ad impedirgli l'accesso con una barriera, che può essere accettabile e finanziata da fondi europei, come quella di Ceuta e Melilla, o sconveniente e stigmatizzabile, come quella ungherese. Sulla mano di un migrante si può scrivere un numero con un pennarello. Un migrante si può lasciar vivere in campi improvvisati privi d'acqua o sugli scogli tra due stracci, si può espellere in un paese sicuro come la Libia, si può anche bastonare. Un migrante non può farsi assumere, affittare un appartamento, aprire un conto in banca o guidare un'auto: è già così in molti paesi, ma l'Inghilterra lo sta per introdurre nel suo corpus legislativo. Meglio togliere ogni dubbio e privilegiare la certezza del diritto. In via preventiva, prima che varchi quella linea immaginaria che separa noi dagli altri, contro un migrante si possono usare i gas lacrimogeni, per il momento sia in Macedonia sia in Grecia. Come segnale di benvenuto, contro l'Asylbetrüger, si può usare il fuoco, come attestato in una lunga serie di azioni, talvolta sostenute da cittadini non militanti e da famiglie per bene, accompagnate dai figli. Contro un uomo no, contro un uomo non si può fare niente di tutto questo, l'uomo ha dei diritti inalienabili.

mercoledì 19 agosto 2015

Dizionario di tutte 'e cose: G come Genio

È in corso la costruzione della barriera voluta da Orbán per fermare il flusso dei migranti. C'è un punto, tuttavia, dove l'opera è già completata: si trova in corrispondenza del triplice confine tra Ungheria, Serbia e Romania.


sabato 15 agosto 2015

Berlino, 1921

 Alice Croner e Walter Benjamin

mercoledì 12 agosto 2015

Portbou, luglio 2015

Sono venuta fisicamente a Portbou, endlich.
Ho quindi visto Portbou o, meglio, ho visto quello che ho voluto vedere: il paese, la ferrovia, la chiesa, gli alberi bruciati sulle alture intorno, le gettate di cemento del complesso parcheggione-banchina del porto nuovo, i turisti davanti ai condomini fronte mare ed un esercizio della memoria ipertrofica declinata in forma di targhe disseminate in molti punti del paese e del suo cimitero, a partire da quella esibita sulla facciata del tuo ultimo albergo, di una stele di una tomba fittizia ricoperta di pietre, alcune, per il timore che la funzione delle nude pietre non bastasse, provviste di scritte esplicative a pennarello, che la pioggia penserà ad attenuare fino al giusto oblio, del famoso monumento inclusivo di targa di anniversario della posa del monumento medesimo, come se la memoria avesse smesso di essere diretta a te per parlare solo di sé, chiudendosi in se stessa, di citazioni tratte dalle tue opere e del centro che un giorno sarà dedicato interamente a te, salvo la targa da dedicare al politico che provvederà ad inaugurarlo. Ti farò sapere il suo nome, se non tergiverseranno ancora a lungo.
Ho anche dovuto rispondere ad una serie di domande di un'inchiesta rivoltemi, all'uscita dal cimitero, da un esperto di architettura del paesaggio, ma ignaro di lingue diverse dalla sua, cui ho cercato di restituire - in uno spagnolo inventato che si arricchiva via via che ascoltavo le domande - le mie impressioni fresche fresche sul monumento, tratte percorrendo el circuito a te dedicato in senso inverso rispetto a quello che lui stesso mi aveva suggerito prima che lo affrontassi, con l'avvertimento che non mi riusciva proprio di districare, così, a caldo, l'effetto della visita dalle letture delle tue opere (mi è uscito un improbabile todo es entrelazado). Alla fine dell'intervista, l'esperto deve essere rimasto piuttosto deluso, mentre io avevo sistemato già qualche aggettivo possessivo, anche se continuo ad ignorare quelli delle persone che non abbiamo avuto modo di usare: tutti i plurali, ad esempio. Du hättest Spaß gehabt.
Speravo di poter continuare ad immaginare il tuo ultimo sguardo posato su un posto bello. Non credo che lo fosse nemmeno nel 1940, non in quella camera d'albergo senza vista né sul mare né sui colli, ma questo è un dettaglio, naturalmente, rispetto ai pensieri che devono aver accompagnato la tua lunga fuga. Sappi invece - ed è solo per questo che ti scrivo oggi, in fondo - che c'è una barchetta vicino a riva, discreta, che non attira l'attenzione dei bagnanti, ancorata con la prua verso terra, su cui ha fisso lo sguardo, e la poppa verso l'orizzonte, come il tuo angelo della storia, con la schiena rivolta al futuro.


Ed i tuoi libri, naturalmente, in molte case e in tutte le biblioteche, e quelli altrui, ma anche molta memoria, ancora da costruire, di tutti gli uomini con una valigia, ma soprattutto di quelli senza nemmeno quella.