sabato 23 febbraio 2008

Libertà

Ausschnitt aus Requiem. Für eine Freundin

Denn das ist Schuld, wenn irgendeines Schuld ist:
die Freiheit eines Lieben nicht vermehren
um alle Freiheit, die man in sich aufbringt.
Wir haben, wo wir lieben, ja nur dies:
einander lassen; denn daß wir uns halten,
das fällt uns leicht und ist nicht erst zu lernen.

Rainer Maria Rilke

Perché, se c'è una colpa, è questa:
non accrescere la libertà di una persona amata
fino a darle tutta la libertà che matura in se stessi.
Quando amiamo, abbiamo in effetti solo questo:
lasciarci l'un l'altro; perché trattenerci
ci viene facile e connaturato.

lunedì 11 febbraio 2008

Bei meiner Geburt

Bei meiner Geburt
war ich krank.
Der Arzt sagte, ich hätte
nur noch 73 Jahre zu leben,
plus oder minus ein paar.
Ich habe die Diagnose
sehr ernst genommen
und mich gleich erkundigt
nach einem Platz im Hospiz für
Sterbebegleitung,
und ich muss sagen, man behandelt mich
hier sehr aufmerksam.

Martin Auer

Alla mia nascita
ero malato.
Il medico disse che avevo
ancora solo 73 anni da vivere,
anno più anno meno.
Ho preso la diagnosi
molto sul serio
e mi sono subito informato
per un posto nell'ospizio per
l'assistenza ai malati terminali,
e devo dire che qui mi si tratta
con estrema attenzione.

Zufall

Wenn statt mir jemand anderer
auf die Welt gekommen wär'.
Vielleicht meine Schwester
oder mein Bruder
oder irgendein fremdes blödes Luder -
wie wär' die Welt dann,
ohne mich?
Und wo wäre denn dann ich?
Und würd' mich irgendwer vermissen?
Es tät ja keiner von mir wissen.
Statt mir wäre hier ein ganz anderes Kind,
würde bei meinen Eltern leben
und hätte mein ganzes Spielzeug im Spind.
Ja, sie hätten ihm sogar
meinen Namen gegeben!

Martin Auer

Caso

Se al posto mio fosse venuto
al mondo qualcun altro.
Forse mia sorella
o mio fratello
o qualche ignota stronzetta -
come sarebbe allora il mondo,
senza di me?
E dove sarei io allora?
E mancherei a qualcuno?
Davvero nessuno saprebbe di me.
Al posto mio ci sarebbe qui un figlio completamente diverso,
vivrebbe dai miei genitori
e avrebbe tutti i miei giocattoli nell'armadietto.
Sì, gli avrebbero perfino
dato il mio nome!

Martin Auer è nato nel 1951 a Vienna. Tra l'altro, ha scritto un libro per bambini pubblicato nel 1986 e ha preparato (gratis) la rivoluzione mondiale.

venerdì 11 gennaio 2008

Nenni

Era il pieno dell'estate, quell'estate
dell'anno bisestile, così triste
per la nazione in cui sopravviviamo.
Un governo fascista era caduto, e dappertutto
c'era, se non quell'aria nuova, quella nuova
luce che colorò genti, città, campagne,
il venticinque Luglio - una sia pur incerta
luce, che dava al cuore un'allegrezza
eccezionale, il senso d'una festa.
E io come il "naufrago che guata" (scrivo
a un uomo che certo mi concede il cedere
a delle citazioni antidannunziane...)
felice d'aver salvato la pelle - bisestile
doppiamente per me, è stato l'anno -
ho avuto, per un attimo, dentro, il senso
d'un "poema a Fanfani": e non soltanto
per solidale antifascismo e gratitudine,
ma per un contributo, anche se ideale,
di letterato: un "appoggio morale", com'è
uso dire. Fu l'idea di un mattino
bruciato dal sole di quell'estate
che qualcuno aveva maledetto, e il cui biancore
faceva, dell'Italia ricca - che ronzava
in lidi popolari e in grandi alberghi,
nelle strade delle Olimpiadi incombenti -
l'imitazione d'una civiltà sepolta.

E poi, ero ridotto a una sola ferita:
se ancora ero in grado di esistere,
lo dovevo a una forza prenatale, ai nonni
o paterni o materni, non so, a una natura
radicata ormai in un'altra società.
Eppure, in quel mio slancio, mezzo
pazzo e mezzo troppo razionale,
c'era una necessità reale: lo vedo
meglio ora, che la collaborazione
è un problema politico: e Lei lo pone.
Dal quarantotto siamo all'opposizione:
dodici anni di una vita: da Lei
tutta dedicata a questa lotta - da me,
in gran parte, seppure in privato
(quanti interni terrori, quante furie).
Con che amore io vedo Lei, acerbo,
gli occhiali e il basco d'intellettuale,
e quella faccia casalinga e romagnola,
in fotografie, che, a volerle allineare,
farebbero la più vera storia d'Italia, la sola.
Io ero ancora in fasce, e poi bambino,
e poi adolescente antifascista per estetica
rivolta... Timidamente La seguivo
d'una generazione: e L'ho vista trionfare
con Parri, con Togliatti, nei grandiosi,
dolenti, picareschi giorni del Dopoguerra.
Poi è ricominciata: e questa volta
abbiamo, sia pur lontani, ricominciato insieme.
Dodici anni è, in fondo, tutta la mia vita.
Io mi chiedo: è possibile passare una vita
sempre a negare, sempre a lottare, sempre
fuori dalla nazione, che vive, intanto,
ed esclude da sé, dalle feste, dalle tregue,
dalle stagioni, chi le si pone contro?
Essere cittadini, ma non cittadini,
essere presenti ma non presenti, essere
furenti in ogni lieta occasione,
essere testimoni solamente del male,
essere nemici dei vicini, essere odiati
d'odio da chi odiamo per amore,
essere in un continuo, ossessionato esilio
pur vivendo in cuore alla nazione?

E poi, se noi non lottiamo per noi,
ma per la vita di milioni di uomini,
possiamo assistere impotenti a una fatale
inattuazione, al dilagare tra loro
della corruzione, dell'omissione, del cinismo?
Per voler veder sparire questo stato
di metastorica ingiustizia, assisteremo
al suo riassestarsi sotto i nostri occhi?
Se non possiamo realizzare tutto, non sarà
giusto accontentarsi a realizzare poco?
La lotta senza vittoria inaridisce.

(Una lettera, di solito, ha uno scopo.
Questa che io Le scrivo non ne ha.
Chiude con tre interrogativi ed una clausola.
Ma se fosse qui confermata la necessità
di qualche ambiguità della Sua lotta,
la sua complicazione ed il suo rischio,
sarei contento di avergliela scritta.
Senza ombre la vittoria non dà luce).

Pier Paolo Pasolini, 1960
Bestemmia, Poesie disperse I

domenica 6 gennaio 2008

De Africa

Vi dirò dunque dell'Affrica,
la qual Affrica è il paese
dove sta il senegalese,
l'ottentotto ed il niam-niam;
ed ha un clima cosí torrido
che, pel sole e i gran calori,
tutti i neri sono mori
ed in piú, figli di Càm.

Gli abitanti – detti indigeni –
cosí in uggia han panni e gonne
che, sí uomini che donne,
vanno nudi, o giú di lí;
ed han gusti cosí semplici
che, talor, se è necessario,
mangian anche il missionario
che li accolse e convertí.

Pur ve n'ebbero, di celebri
affricani, e di cartello:
Amonasro, il moro Otello,
la regina Taïtú,
e fra tutti memorabile
quel Scipione l'Affricano
cosí detto, perché un sano,
vero e buon romano fu.

Fattispecie di triangolo
con la punta volta in basso,
mezzo arena e mezzo sasso
e padul l'altra metà
(tre metà?), caos di polvere
con dentro iridi di fiori,
tale è l'Affrica, o signori,
nella sua complessità.

L'Ibi, il tropico del Canchero
l'equatore, l'Amba rasa
sono là come di casa,
con il ghibli, il Congo, Assab;
col cammello, con il dattero
e la tanto celebrata
adamonia digitata,
che sarebbe il baobab.

Sono là. E là – tartufolo
minerale – c'è il diamante,
c'è la pulce penetrante,
e la ria mosca tsè-tsè.
Ed è là che a volte càpita
di veder, tra arbusto e arbusto,
quel pulcino d'alto fusto
che lo struzzo è detto... ed è.

Ma la cosa che c'è in Affrica
e piú merita attenzione
è il terribile leone,
ruggibondo e divorier.
Non è ver che di proposito
sia malevolo e cattivo,
ha un carattere un po' vivo,
e va in bestia volentier.

Ed allora, Dio ne liberi
incontrarlo per la strada!
Se per lí non ci si bada
si finisce entro il leon.
Affamato, quei vi stritola
vi trangugia a larghe falde
poi, tra ciuffi d'erbe calde,
digerito vi depon.

Sono cose che succedono.
Ma l'ardito cacciatore
col fucil vendicatore
spaccia il mostro – e come no! –
Urli, spari, capitomboli!
Crolla il re della foresta.
Alla sera... Allah! gran festa
di tam-tam e di falò.

Viva l'Affrica ed il semplice
suo figliolo, l'affricano.
Non ancora buon cristiano
veramente come va;
un po' lesto di mandibola,
un po' lento nel lavarsi,
coi capelli crespi ed arsi,
... ma... speriamo... si farà.

Già, pel bianco nostro merito
ei, selvaggio ebano ignavo
si piegò, percosso e schiavo,
nella pelle del zio Tom,
ed – onore per lui inclito –
importato or ora in Francia
s'ebbe a far bucar la pancia
sulla Marna e sulla Sòm.

Benvenuto dal tuo Senegal,
fratel nero, e dal Sahara;
dalla tua contrada avara
benvenuto a crepar qui.
Vien! L'Europa qui ti prodiga
(giú la barbara zagaglia!)
la civile sua mitraglia
che già tanto suol nutrí!

Ti vogliamo eroe... Rallegrati.
Pur, se mai, ti si dà il caso
che tu porti fuori il naso
da quest'orgia, o almeno un piè,
quando torni ai tuoi, ricòrdati:
(quando là sarai tranquillo)
– Tante cose al coccodrillo,
per mio conto, e al cimpanzè!

Ernesto Ragazzoni

Biancotti racconta: "Talvolta in un cerchio d'amici [...] si levava una voce: "Ragazzoni, l'Affrica..." Ed egli sorridendo ironico e bonario incominciava:"Vi dirò dunque dell'Affrica...""

giovedì 3 gennaio 2008

Elegia del verme solitario

Solo è Allah nel Paradiso
del Profeta Makometto
solo è il naso in mezzo al viso
solo è il celibe nel letto,
ma nessun, da Polo a Polo,
come me sul globo è solo,
né mai fu, per quanto germe
ebbe luna dal lunario,
perch’io solo sono il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Solitario sulla vetta
della torre antica è il passero
solitario. È la vedetta
solitaria in cima al cassero,
solitario è il soldo, o duolo,
del tapin ch’à un soldo solo,
solo andava il cieco inerme
e ben noto Belisario,
ma il piú sol di tutti è il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Tutte l’altre creature
hanno moglie od hanno figli:
i canguri han le cangure
i conigli han le coniglie,
l’api accoppiansi nell’aria
e perfin la dromedaria
tra le sabbie nude ed erme
ha il fedele dromedario.
Il piú sol di tutti è il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Una vaga fantasia
alle volte pur mi coglie,
la mia mente vola via
e m’immagino aver moglie,
mi par d’essere, o cuccagna,
un bel nastro, una lasagna…
non piú fitto in membra inferme
nel mio vil penitenziario
e non piú essere un verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Nastro a volte mi figuro
annodarmi intorno a un collo
di fanciulla esile e puro.
In intingoli di pollo
altre volte invece parmi
da lasagna intingolarmi.
Il mio cor si tuffa in terme
di speranza… ed al contrario
resto sempre il verme, il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Pure il giorno verrà, il giorno
che uscirò fuori a vedere
come è fatto il mondo intorno
miserere, miserere,
finirò la vita trista
nel boccal d’un farmacista
pieno d’alcool ed ermeticamente funerario,
perché io non son che il verme
lungo…
cupo…
cieco…
bieco…
triste verme solitario.

Ernesto Ragazzoni


venerdì 21 dicembre 2007

Ciclone in Toscana

e lieve lieve
cade la neve
sull'alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
più non ne deve
si fa più greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non più la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull'alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
più che non deve
si fa più greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non più la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull'alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve.

Ernesto Ragazzoni

Il Biancotti riporta: "Invitato una volta in una sbadigliante riunione di signore e signorine letteratoidi a dir qualcosa di suo, improvvisò: "E lieve lieve...", avvertendo di esser disposto a continuare così per almeno un paio di ore".

giovedì 20 dicembre 2007

Can

Can, no te si mio.
Te ga n’altro paron.
Te si magro e straco
Ma un ocio bon me par.
Te vardo parchè sì, can te me piasi.
Te va de qua de là, te nasi
E po’ te lassi star.
Te va col to trotto
Che la strada no pesa, sito sito.
Dove? No se sa.
Can se te digo tuto, me scòltitu?
Senti: son vegnù qua
Ne la casa granda dei veci
Che xe morti, solo.
Ti, te si entrà dal me restel za verto
In giardin par vardar.
Cossa vardar? Un omo griso
Tra do ortiche che fiorisse e che more
Ogni ano, can.
Can, ti te conossi el to paron
E col tè bate te pianzi e te ridi
A la to moda dopo.
Mi son che go paron,
ma chi ch’el sia no so. No l’ho mai visto
e col me bate bestemo.
Eco qua. Son tornà ne la me càmara,
vècia a copar i mussati sui muri
cò la savata, ogni dera.
Son tanto stufo,can.
No ghe ne posso più de strussiar.
Ti come mi. E pur te speri, te vivi
E la to ànema va drio le to gambe
Da canton a canton
Su la strada ogni dì.
Can pien de pulzi, de forza, de fame,
Can tuto curame.
Can grando can serio can mai contento,
can pien de tormento.
Can desterà can superbo e curioso
can capriçioso.
Can co’ le to cagne ogni tanto; can bon,
can savaton.
Can moscador, pien de farfale in testa,
can de festa
e da lavoro. Can senza partìo, can finìo.
Can de cuor, can cazzadòr, can foresto
ma de sèsto.
Can che dorme, rùstego; can maton
sempre de sbrindolon.
Can povero e sior, tuto el dì a
çercar quel che no te pol trovar
Can drito e s-cièto de drento e de for a,
can de la mal ora.
Tuto can.
Vien qua. Dame la sata, can.
E po’ scampa, scampa, se no te bato.

Ernesto Calzavara

venerdì 14 dicembre 2007

Telefonata




Hallo F., hierrrrr ist die H. Kaonnst Du sprrrechen?/Hallo F., sono la H. Puoi parlare?
Hallo H. Eigentlich bin ich in einer Besprechung. Ist es dringend?/ Hallo H. Veramente sono in una riunione. E' urgente?
Ich wollte kurrrz fraogen, ob Du es geschaofft haost zu [segue spiegazione di lavoro]. /Volevo chiedere velocemente se ce l'hai fatta a [...]
Errinnerrrrst Du Dich darrrraon, dass ich noch zweiiii Wochen bei derr Firrrrma bin, weiiiil ich [incomprensibile] gehe?/Ti ricordi che sono ancora due settimane in azienda perché vado [...]?
Ach sooo, das stimmt. Sorry, ich hatte es vergessen, aber mach Dir keine Sorgen, ich bin dabei, mich damit zu beschäftigen und nächste Woche kriegst Du bestimmt das Ergebnis./Ah, è vero. Scusa, l'avevo dimenticato, ma non preoccuparti, me ne sto occupando e la prossima settimana avrai sicuramente il risultato.
Entschuldigung, H., da ich den Namen der Stadt nicht richtig verstanden habe: wo gehst Du hin? - wenn ich fragen darf./Scusa, H., siccome non ho capito esattamente il nome della città, dove vai? - se posso chiedere.
In Mutterschutz./In maternità.
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Parziali scusanti: il marcato accento bavarese dell'interlocutrice e il fatto di aver dovuto rispondere nel bel mezzo di una riunione.
Per il resto, me ne assumo totalmente - dato il contesto - la maternità.

domenica 21 ottobre 2007

Oseli migranti

Oseli migranti
su l’isola che cala
cô la stagion se amala
in païsi distanti.

I cala per stanchessa
sul silensio del dosso
che a sera se fa rosso
per tanta gran tristessa.

I vien da lontanía
a la fin de l’istàe
da le gran solitàe;
i riposa e i va via.

Biagio Marin
Quanto più moro

domenica 14 ottobre 2007

Fetiţa cu o mie de riduri [73]

cînd vreau să mă văd, închid ochii, intru în cutia de carton, acolo dorm doi pantofi, unul cu vîrful în călcîiul celuilalt, în poziţia pe care o au gemenii în uter. de asta sînt eu tot timpul una pe faţă, una pe dos. de asta cu frică blestem, cu ruşine mă închin, că altfel nici nu încap în cutie, de asta pantofii ăştia nu se pot despărţi. cînd mă văd cu Beroza mă aflu mereu în cutia de carton, „cu tine nu sînt niciodată absent", mi-a spus; vorbea ruseşte. l-au auzit şi pantofii şi de-atunci îl urmează orbeşte. bine, dar tu, tu ce faci? eu? numai acolo, în cutia de carton, cred şi nu cercetez.

Nora Iuga

La ragazza con le mille rughe

quando mi voglio vedere, chiudo gli occhi, entro nella scatola di cartone, lì dormono due scarpe, una con la punta nel tallone dell'altra, poste come due gemelli nell'utero. per questo sono sempre un diritto ed un rovescio. per questo quando ho paura bestemmio, quando mi vergogno mi confesso, altrimenti non entrerei nella scatola, per questo queste scarpe non si possono separare. quando vedo Beroza, sono sempre nella scatola di cartone. “assieme a te non sono mai assente” mi ha detto, parlava russo. le scarpe hanno ascoltato e da allora lo seguono ciecamente. bene, ma tu, tu che fai? io? solo là, nella scatola di cartone, credo e non dubito.

domenica 30 settembre 2007

La tela

Allora di giorno la gran tela tessevo,
e la sfacevo di notte, con le fiaccole accanto.

Odissea, XIX, 149-150
trad. Rosa Calzecchi Onesti

’ένθα καί ’ηματίη μέν ‘υφαίνεσκον μέγαν ιστόν
νύκτας δ’αλλύεσκον, ’επεί δαίδας παραθείμην

Partenza d'aeroplani

Vanno in su dove il cielo è azzurro netto,
dove le nubi si vedono sotto.
Chi resta a terra agita il fazzoletto.

Umberto Saba
Il Canzoniere - Poesie scritte durante la guerra

domenica 2 settembre 2007

stummes gedicht

so unsprechbar, so
unaussprechlich - ebenso
unsichtbar, also kein
visuelles, sondern
höchst zerbrechlich, nämlich schon
zerbrochen - zum ersten mal
wird ein gedicht
gerochen

Ernst Jandl
Peter un die Kuh - Gedichte


poesia muta

così indicibile, così
impronunciabile - pure
invisibile, quindi non
visiva, bensì
estremamente fragile, cioè già
frantumata - per la prima volta
una poesia viene
annusata

kaltes gedicht

die schinke und das wurst
in kühlschrank drin
der schöne deutsche wort
in kühlschrank drin
das schönsten deutschen wort
die wört der deutschen schön
das wurst die schinke plus
kühl vodka von die russ

Ernst Jandl
Peter und die Kuh - Gedichte


poesia fredda

la prosciutto e il salsiccia
dentro il frigorifero
il bella parola tedesca
dentro il frigorifero
la parola più belle tedesche
le paroli dei tedeschi bella
il salsiccia la prosciutto più
vodka fredda da li russo

domenica 19 agosto 2007

Sui scoi

'Na giostra de s'ciume
te ciama pa' i tufi
su i scoi sbarufa
i vestiti col vento.

Gnanca un soldo de pase
pa' i muscoli s'ceti
e i salta sti quatro muleti
come delfini.

Un tocio e do toci
e negarse de rider.

Ghe piasi a le mule
sintirse le man
de sora el costume.

Un tocio e do toci
la gola che brusa
e darghe pa'i oci
sti schizzi che orba.

'Na guera de urli
de salso
e la zente scolta.

Claudio Grisancich
Poesie, Antologia 1957-2002

mercoledì 15 agosto 2007

Inventario

la cartoliata el citrato - le diferenziali el giro
d'italia coi piatini - le papuzze a quadreti
de marzapan "ma - l'amore no " che cantava
mama e sue sorele - a casa d'i veci
amato brezar - visavì le case prandi
a far aromi - le braghe a la zuava
"giuriam giuriam - che tito xe rufian"
le baleniere - cafè de brustolar
coss'te pica l'usel - i misurini de l'oio
i careti sbrenai - par via capitolina
i lupini del 'talian - vendui in scartozo
umberto saba - virgilio giotti
la prima sega - el bagno a la diga
ionico a la riversa - el mulo pan e ovo
un chilo de pan nero - 'na biga de pan bianco
'pena finì la guera - el mecano el traforo
el sei che 'ndava - barcola fin squasi
dentro in acqua - fred aster e ginger rogers
che dio li benedissi - parlar per iodri: iavi
col toven, neci - redebelve, talambre
vidali laura weiss - un salto su in partito
el treno su le rive - i botoni de la mina
le pinze fate in casa - el cine in oratorio
toio fior avanti popolo - co 'l garofano rosso
la seicento de mio pare - l'iso moto l'ardea
i spagnoleti in bustina - un'alfa drio l'orecia
tre diana col filtro - guido sambo el poeta
e fabio todeschini - che nissun ricorda
ricordo mi - el mocador le ciacole
fin far le ore picole - là su le colonete
de via rugero mana - le nose involtizzade
in carta argento - su l'albero a nadal
quel'osteria a l'alpin - po' quela a la batana
le palpadine in cine - che le mule no' lassa
i martedi de anita - i fighi soto rum
giani stuparich mi - su'l ponte de la roia
paolo universo quel - che no gavemo più
ma che savemo - de 'ver avù

Claudio Grisancich
Inventario, 2004

[Contiene cose di papà e cose di nonno; parlar per iodri, che mi cepia saias; ionico a la riversa - più che altro da ripetere più volte; un po' diverso dall'inventario di Günter Eich.]

Vergnügungen

Der erste Blick aus dem Fenster am Morgen
Das wiedergefundene alte Buch
Begeisterte Gesichter
Schnee, der Wechsel der Jahreszeiten
Die Zeitung
Der Hund
Die Dialektik
Duschen, Schwimmen
Alte Musik
Bequeme Schuhe
Begreifen
Neue Musik
Schreiben, Pflanzen
Reisen
Singen
Freundlich sein.

Bertolt Brecht
Das Leben ist doch schön!, Reclam jun. 2007

venerdì 10 agosto 2007

El nome

Esser poeta
per dopo 'ver el nome
in t-una piaza
sporcada d'i colombi.

Claudio Grisancich

Tuta la verità

Còntime 'lora tuta la verità.
Che te son stada al bagno
ch'i vendeva angurie e in riva
iera muli in zocoli e done
co' i cavei duri de salso.

Còntime la verità
fora xe tuto bianco
l'inverno.

Claudio Grisancich