lunedì 28 aprile 2008

Le ballatelle Italo-Abissine

I

In cravatta bianca, in frac,
alla sera i crocchi chic
tra le chicchere e i pic-nic
e gli alchermes e i cognac,
con gran pose alla Van-Dyck,
ascoltando Grieg o Bach,
in cravatta bianca o in frac,
alla sera i crocchi chic,
se la ridon dei Degiàc
e dei Ras di Menelik;
ma l'Italia che fé cric,
jeri, in breve farà crac...
in cravatta bianca e in frac.

II

Pur noi in barba agli Abbacùc,
che impinguati di beefsteaks,
dietro un fumo di giubèk,
profetizzano il zurùch,
da quei negri del cibùc,
Roma avrà il salamelèc,
sempre in barba agli Abbacùc
impinguati di beefsteaks;
e col comodo di Cook,
o di Chiari, e d'uno chèque,
ce n'andremo fin là in break
a sonarci Grieg o Gluk,
sempre in barba agli Abbacùc.

Ernesto Ragazzoni

mercoledì 16 aprile 2008

Saba

Berretto pipa bastone, gli spenti
oggetti di un ricordo.
Ma io li vidi animati indosso a uno
ramingo in un'Italia di macerie e di polvere.
Sempre di sé parlava ma come lui nessuno
ho conosciuto che di sé parlando
e ad altri vita chiedendo nel parlare
altrettanta e tanta più ne desse
a chi stava ad ascoltarlo.
E un giorno, un giorno o due dopo il 18 aprile,
lo vidi errare da una piazza all'altra
dall'uno all'altro caffè di Milano
inseguito dalla radio.
"Porca - vociferando - porca". Lo guardava
stupefatta la gente.
Lo diceva all'Italia. Di schianto, come a una donna
che ignara o no a morte ci ha ferito.

Vittorio Sereni

Opicina 1947

Risalii quest'estate ad Opicina.
Era con me un ragazzo comunista.
Tito sui muri s'iscriveva, in vista,
sotto, della mia bianca cittadina.

Nell'ora dei ricordi vespertina
sedemmo all'osteria, che ancor m'attrista,
oggi, se penso quella camerista
che ci servì con volto d'assassina.

Due vecchie ebree, testarde villeggianti,
io, quel ragazzo, parlavamo ancora
lassù italiano, tra i sassi e l'abete.

"Dopo il nero fascista il nero prete;
questa è l'Italia, e lo sai. Perché allora -
diceva il mio compagno - aver rimpianti?"

Umberto Saba
Epigrafe, 1947-1948

giovedì 20 marzo 2008

Viaggio

Poi, alla fine,
mi metto in moto
nonostante
la tentazione di restare
nelle zone più vicine
in vista del mio noto.
Ma, in compenso, parto
solo per tornare.
Non so neanch'io
cos'è che vale
e mi convince,
quale pensiero...
un'intuizione certa
un sesto senso
che mi spinge,
la coscienza fulminante
di una scoperta
paradossale,
che bisogna perdersi
per potersi davvero
ritrovare.

Paolo Ruffilli

Voyages

Le voyage commence avant, bien avant les voyages, dans une maison
grande comme une boîte d’allumettes, avec des odeurs de sel, d’immortelles,
le carrelage brisé devant la cheminée. Rumeur au creux des coquillages.
Armurier de marine, mon grand-père habitait à côté.
J’entends le bruit d’un pas la nuit: le mien. Je me lève attiré par la tiédeur du
terrain sableux où je creuse un tunnel pour ressortir à l’autre bout du monde.
Là nous irons la tête en bas! La nuit est pleine d’étoiles. La mer monte. La
lune éclaire mes travaux. Ainsi, pendant des jours, je fouillai un sable de
plus en plus humide et de plus en plus pur jusqu’à tomber sur une nappe
d’eau, saumâtre, grise.
Il me fallut chercher plus tard une autre voie. Plusieurs pistes s’offraient en
étoile : pirate ou pèlerin? Pirate des livres dont les pages reçoivent le vent
comme des voiles? Ou pèlerin d’encore, du plus lointain et du plus bleu?

Pierre Lartigue


Viaggi

Il viaggio comincia prima, ben prima dei viaggi, in una casa
grande come una scatola di fiammiferi, con odori di sale, di fiori artificiali,
le piastrelle rotte davanti al camino. Rumore nelle cavità delle conchiglie.
Armaiolo di marina, mio nonno abitava alla porta accanto.
Sentivo il rumore di un passo, la notte: il mio. Mi alzo attirato dal tepore del
terreno sabbioso dove scavo un tunnel per uscire all'altro capo del mondo.
Ci andremo con la testa in giù! La notte è piena di stelle. Il mare sale. La
luna illumina i miei lavori. Così, per giorni, scavavo una sabbia
sempre più umida e sempre di più fino a cadere su una falda
d'acqua, salmastra, grigia.
Dovevo cercare più tardi un'altra via. Diverse piste si offrivano a
stella: pirata o pellegrino? Pirata dei libri le cui pagine ricevono il vento
come delle vele? O pellegrino d'ancora, del più lontano e del più blu?

mercoledì 19 marzo 2008

Kosmopolit

Von meiner weitesten Reise zurück, anderntags
Wird mir klar, ich verstehe vom Reisen nichts.
Im Flugzeug eingesperrt, stundenlang unbeweglich,
Unter mir Wolken, die aussehn wie Wüsten,
Wüsten, die aussehn wie Meere, und Meere,
Den Schneewehen gleich, durch die man streift
Beim Erwachen aus der Narkose, sehe ich ein,
Was es heißt, über die Längengrade zu irren.

Dem Körper ist Zeit gestohlen, den Augen Ruhe.
Das genaue Wort verliert seinen Ort. Der Schwindel
Fliegt auf mit dem Tausch von Jenseits und Hier
In verschiedenen Religionen, mehreren Sprachen.
Überall sind die Rollfelder gleich grau und gleich
Hell die Krankenzimmer. Dort im Transitraum,
Wo Leerzeit umsonst bei Bewußtsein hält,
Wird ein Sprichwort wahr aus den Bars von Atlantis.

Reisen ist ein Vorgeschmack auf die Hölle.

Durs Grünbein


Cosmopolita

Di ritorno dal mio viaggio più lontano, il giorno dopo
mi è chiaro che non capisco nulla di viaggi.
Imprigionato nell'aereo, fermo per ore,
sotto di me nuvole che assomigliano a deserti,
deserti che assomigliano a mari e mari
uguali a cumuli di neve per i quali si girovaga
al risveglio dalla narcosi, capisco
cosa significa errare lungo i gradi di longitudine.

Al corpo è rubato il tempo, agli occhi la calma.
La parola precisa perde il suo posto. Le vertigini
si levano in volo con lo scambio tra al di là e qui.
In diverse religioni, più lingue.
Ovunque le piste sono ugualmente grigie e ugualmente
chiara è la camera d'ospedale. Là, nello spazio di transito,
dove il tempo vuoto ci mantiene invano coscienti,
un proverbio diventa vero dai bar di Atlantide.

Viaggiare è un assaggio di inferno.

domenica 9 marzo 2008

Geometria euclidea - 3

Triangle équilatéral

Je suis allé trop loin
Avec mon souci d'ordre.

Rien ne peut plus venir.

Guillevic


Triangolo equilatero

Sono andato troppo lontano
Con il mio cruccio d'ordine.

Niente può più venire.

domenica 2 marzo 2008

Geometria euclidea - 2

Triangle isocèle

J'ai reussi à mettre
Un peu d'ordre en moi-même.

J'ai tendence à me plaire.

Guillevic



Triangolo isoscele

Sono riuscito a mettere
Un po' d'ordine in me stesso.

Ho tendenza a piacermi.

sabato 1 marzo 2008

Geometria euclidea - 1

Point

Je ne suis que le fruit peut-être
De deux lignes qui se rencontrent.

Je n'ai rien.

On dit: partir du point,
Y arriver.

Je n'en sai rien.

Mais qui
M'effacera?

Guillevic


Punto

Sono solo il frutto forse
Di due linee che si incontrano.

Non ho niente.

Diciamo: partire dal punto,
Arrivarci.

Non ne so nulla.

Ma chi
Mi cancellerà?

sabato 23 febbraio 2008

Libertà

Ausschnitt aus Requiem. Für eine Freundin

Denn das ist Schuld, wenn irgendeines Schuld ist:
die Freiheit eines Lieben nicht vermehren
um alle Freiheit, die man in sich aufbringt.
Wir haben, wo wir lieben, ja nur dies:
einander lassen; denn daß wir uns halten,
das fällt uns leicht und ist nicht erst zu lernen.

Rainer Maria Rilke

Perché, se c'è una colpa, è questa:
non accrescere la libertà di una persona amata
fino a darle tutta la libertà che matura in se stessi.
Quando amiamo, abbiamo in effetti solo questo:
lasciarci l'un l'altro; perché trattenerci
ci viene facile e connaturato.

lunedì 11 febbraio 2008

Bei meiner Geburt

Bei meiner Geburt
war ich krank.
Der Arzt sagte, ich hätte
nur noch 73 Jahre zu leben,
plus oder minus ein paar.
Ich habe die Diagnose
sehr ernst genommen
und mich gleich erkundigt
nach einem Platz im Hospiz für
Sterbebegleitung,
und ich muss sagen, man behandelt mich
hier sehr aufmerksam.

Martin Auer

Alla mia nascita
ero malato.
Il medico disse che avevo
ancora solo 73 anni da vivere,
anno più anno meno.
Ho preso la diagnosi
molto sul serio
e mi sono subito informato
per un posto nell'ospizio per
l'assistenza ai malati terminali,
e devo dire che qui mi si tratta
con estrema attenzione.

Zufall

Wenn statt mir jemand anderer
auf die Welt gekommen wär'.
Vielleicht meine Schwester
oder mein Bruder
oder irgendein fremdes blödes Luder -
wie wär' die Welt dann,
ohne mich?
Und wo wäre denn dann ich?
Und würd' mich irgendwer vermissen?
Es tät ja keiner von mir wissen.
Statt mir wäre hier ein ganz anderes Kind,
würde bei meinen Eltern leben
und hätte mein ganzes Spielzeug im Spind.
Ja, sie hätten ihm sogar
meinen Namen gegeben!

Martin Auer

Caso

Se al posto mio fosse venuto
al mondo qualcun altro.
Forse mia sorella
o mio fratello
o qualche ignota stronzetta -
come sarebbe allora il mondo,
senza di me?
E dove sarei io allora?
E mancherei a qualcuno?
Davvero nessuno saprebbe di me.
Al posto mio ci sarebbe qui un figlio completamente diverso,
vivrebbe dai miei genitori
e avrebbe tutti i miei giocattoli nell'armadietto.
Sì, gli avrebbero perfino
dato il mio nome!

Martin Auer è nato nel 1951 a Vienna. Tra l'altro, ha scritto un libro per bambini pubblicato nel 1986 e ha preparato (gratis) la rivoluzione mondiale.

venerdì 11 gennaio 2008

Nenni

Era il pieno dell'estate, quell'estate
dell'anno bisestile, così triste
per la nazione in cui sopravviviamo.
Un governo fascista era caduto, e dappertutto
c'era, se non quell'aria nuova, quella nuova
luce che colorò genti, città, campagne,
il venticinque Luglio - una sia pur incerta
luce, che dava al cuore un'allegrezza
eccezionale, il senso d'una festa.
E io come il "naufrago che guata" (scrivo
a un uomo che certo mi concede il cedere
a delle citazioni antidannunziane...)
felice d'aver salvato la pelle - bisestile
doppiamente per me, è stato l'anno -
ho avuto, per un attimo, dentro, il senso
d'un "poema a Fanfani": e non soltanto
per solidale antifascismo e gratitudine,
ma per un contributo, anche se ideale,
di letterato: un "appoggio morale", com'è
uso dire. Fu l'idea di un mattino
bruciato dal sole di quell'estate
che qualcuno aveva maledetto, e il cui biancore
faceva, dell'Italia ricca - che ronzava
in lidi popolari e in grandi alberghi,
nelle strade delle Olimpiadi incombenti -
l'imitazione d'una civiltà sepolta.

E poi, ero ridotto a una sola ferita:
se ancora ero in grado di esistere,
lo dovevo a una forza prenatale, ai nonni
o paterni o materni, non so, a una natura
radicata ormai in un'altra società.
Eppure, in quel mio slancio, mezzo
pazzo e mezzo troppo razionale,
c'era una necessità reale: lo vedo
meglio ora, che la collaborazione
è un problema politico: e Lei lo pone.
Dal quarantotto siamo all'opposizione:
dodici anni di una vita: da Lei
tutta dedicata a questa lotta - da me,
in gran parte, seppure in privato
(quanti interni terrori, quante furie).
Con che amore io vedo Lei, acerbo,
gli occhiali e il basco d'intellettuale,
e quella faccia casalinga e romagnola,
in fotografie, che, a volerle allineare,
farebbero la più vera storia d'Italia, la sola.
Io ero ancora in fasce, e poi bambino,
e poi adolescente antifascista per estetica
rivolta... Timidamente La seguivo
d'una generazione: e L'ho vista trionfare
con Parri, con Togliatti, nei grandiosi,
dolenti, picareschi giorni del Dopoguerra.
Poi è ricominciata: e questa volta
abbiamo, sia pur lontani, ricominciato insieme.
Dodici anni è, in fondo, tutta la mia vita.
Io mi chiedo: è possibile passare una vita
sempre a negare, sempre a lottare, sempre
fuori dalla nazione, che vive, intanto,
ed esclude da sé, dalle feste, dalle tregue,
dalle stagioni, chi le si pone contro?
Essere cittadini, ma non cittadini,
essere presenti ma non presenti, essere
furenti in ogni lieta occasione,
essere testimoni solamente del male,
essere nemici dei vicini, essere odiati
d'odio da chi odiamo per amore,
essere in un continuo, ossessionato esilio
pur vivendo in cuore alla nazione?

E poi, se noi non lottiamo per noi,
ma per la vita di milioni di uomini,
possiamo assistere impotenti a una fatale
inattuazione, al dilagare tra loro
della corruzione, dell'omissione, del cinismo?
Per voler veder sparire questo stato
di metastorica ingiustizia, assisteremo
al suo riassestarsi sotto i nostri occhi?
Se non possiamo realizzare tutto, non sarà
giusto accontentarsi a realizzare poco?
La lotta senza vittoria inaridisce.

(Una lettera, di solito, ha uno scopo.
Questa che io Le scrivo non ne ha.
Chiude con tre interrogativi ed una clausola.
Ma se fosse qui confermata la necessità
di qualche ambiguità della Sua lotta,
la sua complicazione ed il suo rischio,
sarei contento di avergliela scritta.
Senza ombre la vittoria non dà luce).

Pier Paolo Pasolini, 1960
Bestemmia, Poesie disperse I

domenica 6 gennaio 2008

De Africa

Vi dirò dunque dell'Affrica,
la qual Affrica è il paese
dove sta il senegalese,
l'ottentotto ed il niam-niam;
ed ha un clima cosí torrido
che, pel sole e i gran calori,
tutti i neri sono mori
ed in piú, figli di Càm.

Gli abitanti – detti indigeni –
cosí in uggia han panni e gonne
che, sí uomini che donne,
vanno nudi, o giú di lí;
ed han gusti cosí semplici
che, talor, se è necessario,
mangian anche il missionario
che li accolse e convertí.

Pur ve n'ebbero, di celebri
affricani, e di cartello:
Amonasro, il moro Otello,
la regina Taïtú,
e fra tutti memorabile
quel Scipione l'Affricano
cosí detto, perché un sano,
vero e buon romano fu.

Fattispecie di triangolo
con la punta volta in basso,
mezzo arena e mezzo sasso
e padul l'altra metà
(tre metà?), caos di polvere
con dentro iridi di fiori,
tale è l'Affrica, o signori,
nella sua complessità.

L'Ibi, il tropico del Canchero
l'equatore, l'Amba rasa
sono là come di casa,
con il ghibli, il Congo, Assab;
col cammello, con il dattero
e la tanto celebrata
adamonia digitata,
che sarebbe il baobab.

Sono là. E là – tartufolo
minerale – c'è il diamante,
c'è la pulce penetrante,
e la ria mosca tsè-tsè.
Ed è là che a volte càpita
di veder, tra arbusto e arbusto,
quel pulcino d'alto fusto
che lo struzzo è detto... ed è.

Ma la cosa che c'è in Affrica
e piú merita attenzione
è il terribile leone,
ruggibondo e divorier.
Non è ver che di proposito
sia malevolo e cattivo,
ha un carattere un po' vivo,
e va in bestia volentier.

Ed allora, Dio ne liberi
incontrarlo per la strada!
Se per lí non ci si bada
si finisce entro il leon.
Affamato, quei vi stritola
vi trangugia a larghe falde
poi, tra ciuffi d'erbe calde,
digerito vi depon.

Sono cose che succedono.
Ma l'ardito cacciatore
col fucil vendicatore
spaccia il mostro – e come no! –
Urli, spari, capitomboli!
Crolla il re della foresta.
Alla sera... Allah! gran festa
di tam-tam e di falò.

Viva l'Affrica ed il semplice
suo figliolo, l'affricano.
Non ancora buon cristiano
veramente come va;
un po' lesto di mandibola,
un po' lento nel lavarsi,
coi capelli crespi ed arsi,
... ma... speriamo... si farà.

Già, pel bianco nostro merito
ei, selvaggio ebano ignavo
si piegò, percosso e schiavo,
nella pelle del zio Tom,
ed – onore per lui inclito –
importato or ora in Francia
s'ebbe a far bucar la pancia
sulla Marna e sulla Sòm.

Benvenuto dal tuo Senegal,
fratel nero, e dal Sahara;
dalla tua contrada avara
benvenuto a crepar qui.
Vien! L'Europa qui ti prodiga
(giú la barbara zagaglia!)
la civile sua mitraglia
che già tanto suol nutrí!

Ti vogliamo eroe... Rallegrati.
Pur, se mai, ti si dà il caso
che tu porti fuori il naso
da quest'orgia, o almeno un piè,
quando torni ai tuoi, ricòrdati:
(quando là sarai tranquillo)
– Tante cose al coccodrillo,
per mio conto, e al cimpanzè!

Ernesto Ragazzoni

Biancotti racconta: "Talvolta in un cerchio d'amici [...] si levava una voce: "Ragazzoni, l'Affrica..." Ed egli sorridendo ironico e bonario incominciava:"Vi dirò dunque dell'Affrica...""

giovedì 3 gennaio 2008

Elegia del verme solitario

Solo è Allah nel Paradiso
del Profeta Makometto
solo è il naso in mezzo al viso
solo è il celibe nel letto,
ma nessun, da Polo a Polo,
come me sul globo è solo,
né mai fu, per quanto germe
ebbe luna dal lunario,
perch’io solo sono il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Solitario sulla vetta
della torre antica è il passero
solitario. È la vedetta
solitaria in cima al cassero,
solitario è il soldo, o duolo,
del tapin ch’à un soldo solo,
solo andava il cieco inerme
e ben noto Belisario,
ma il piú sol di tutti è il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Tutte l’altre creature
hanno moglie od hanno figli:
i canguri han le cangure
i conigli han le coniglie,
l’api accoppiansi nell’aria
e perfin la dromedaria
tra le sabbie nude ed erme
ha il fedele dromedario.
Il piú sol di tutti è il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Una vaga fantasia
alle volte pur mi coglie,
la mia mente vola via
e m’immagino aver moglie,
mi par d’essere, o cuccagna,
un bel nastro, una lasagna…
non piú fitto in membra inferme
nel mio vil penitenziario
e non piú essere un verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Nastro a volte mi figuro
annodarmi intorno a un collo
di fanciulla esile e puro.
In intingoli di pollo
altre volte invece parmi
da lasagna intingolarmi.
Il mio cor si tuffa in terme
di speranza… ed al contrario
resto sempre il verme, il verme
lungo verme
cupo verme
cieco verme
bieco verme
triste verme
solitario.

Pure il giorno verrà, il giorno
che uscirò fuori a vedere
come è fatto il mondo intorno
miserere, miserere,
finirò la vita trista
nel boccal d’un farmacista
pieno d’alcool ed ermeticamente funerario,
perché io non son che il verme
lungo…
cupo…
cieco…
bieco…
triste verme solitario.

Ernesto Ragazzoni


venerdì 21 dicembre 2007

Ciclone in Toscana

e lieve lieve
cade la neve
sull'alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
più non ne deve
si fa più greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non più la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull'alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve
che ne riceve
più che non deve
si fa più greve
sempre più greve
ahi troppo greve
e cade in breve
non più la neve
sovra la pieve
sibben la pieve
sovra la neve
che cade lieve
sull'alta pieve
di Pontassieve
e il tetto breve.

Ernesto Ragazzoni

Il Biancotti riporta: "Invitato una volta in una sbadigliante riunione di signore e signorine letteratoidi a dir qualcosa di suo, improvvisò: "E lieve lieve...", avvertendo di esser disposto a continuare così per almeno un paio di ore".

giovedì 20 dicembre 2007

Can

Can, no te si mio.
Te ga n’altro paron.
Te si magro e straco
Ma un ocio bon me par.
Te vardo parchè sì, can te me piasi.
Te va de qua de là, te nasi
E po’ te lassi star.
Te va col to trotto
Che la strada no pesa, sito sito.
Dove? No se sa.
Can se te digo tuto, me scòltitu?
Senti: son vegnù qua
Ne la casa granda dei veci
Che xe morti, solo.
Ti, te si entrà dal me restel za verto
In giardin par vardar.
Cossa vardar? Un omo griso
Tra do ortiche che fiorisse e che more
Ogni ano, can.
Can, ti te conossi el to paron
E col tè bate te pianzi e te ridi
A la to moda dopo.
Mi son che go paron,
ma chi ch’el sia no so. No l’ho mai visto
e col me bate bestemo.
Eco qua. Son tornà ne la me càmara,
vècia a copar i mussati sui muri
cò la savata, ogni dera.
Son tanto stufo,can.
No ghe ne posso più de strussiar.
Ti come mi. E pur te speri, te vivi
E la to ànema va drio le to gambe
Da canton a canton
Su la strada ogni dì.
Can pien de pulzi, de forza, de fame,
Can tuto curame.
Can grando can serio can mai contento,
can pien de tormento.
Can desterà can superbo e curioso
can capriçioso.
Can co’ le to cagne ogni tanto; can bon,
can savaton.
Can moscador, pien de farfale in testa,
can de festa
e da lavoro. Can senza partìo, can finìo.
Can de cuor, can cazzadòr, can foresto
ma de sèsto.
Can che dorme, rùstego; can maton
sempre de sbrindolon.
Can povero e sior, tuto el dì a
çercar quel che no te pol trovar
Can drito e s-cièto de drento e de for a,
can de la mal ora.
Tuto can.
Vien qua. Dame la sata, can.
E po’ scampa, scampa, se no te bato.

Ernesto Calzavara

venerdì 14 dicembre 2007

Telefonata




Hallo F., hierrrrr ist die H. Kaonnst Du sprrrechen?/Hallo F., sono la H. Puoi parlare?
Hallo H. Eigentlich bin ich in einer Besprechung. Ist es dringend?/ Hallo H. Veramente sono in una riunione. E' urgente?
Ich wollte kurrrz fraogen, ob Du es geschaofft haost zu [segue spiegazione di lavoro]. /Volevo chiedere velocemente se ce l'hai fatta a [...]
Errinnerrrrst Du Dich darrrraon, dass ich noch zweiiii Wochen bei derr Firrrrma bin, weiiiil ich [incomprensibile] gehe?/Ti ricordi che sono ancora due settimane in azienda perché vado [...]?
Ach sooo, das stimmt. Sorry, ich hatte es vergessen, aber mach Dir keine Sorgen, ich bin dabei, mich damit zu beschäftigen und nächste Woche kriegst Du bestimmt das Ergebnis./Ah, è vero. Scusa, l'avevo dimenticato, ma non preoccuparti, me ne sto occupando e la prossima settimana avrai sicuramente il risultato.
Entschuldigung, H., da ich den Namen der Stadt nicht richtig verstanden habe: wo gehst Du hin? - wenn ich fragen darf./Scusa, H., siccome non ho capito esattamente il nome della città, dove vai? - se posso chiedere.
In Mutterschutz./In maternità.
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Parziali scusanti: il marcato accento bavarese dell'interlocutrice e il fatto di aver dovuto rispondere nel bel mezzo di una riunione.
Per il resto, me ne assumo totalmente - dato il contesto - la maternità.

domenica 21 ottobre 2007

Oseli migranti

Oseli migranti
su l’isola che cala
cô la stagion se amala
in païsi distanti.

I cala per stanchessa
sul silensio del dosso
che a sera se fa rosso
per tanta gran tristessa.

I vien da lontanía
a la fin de l’istàe
da le gran solitàe;
i riposa e i va via.

Biagio Marin
Quanto più moro

domenica 14 ottobre 2007

Fetiţa cu o mie de riduri [73]

cînd vreau să mă văd, închid ochii, intru în cutia de carton, acolo dorm doi pantofi, unul cu vîrful în călcîiul celuilalt, în poziţia pe care o au gemenii în uter. de asta sînt eu tot timpul una pe faţă, una pe dos. de asta cu frică blestem, cu ruşine mă închin, că altfel nici nu încap în cutie, de asta pantofii ăştia nu se pot despărţi. cînd mă văd cu Beroza mă aflu mereu în cutia de carton, „cu tine nu sînt niciodată absent", mi-a spus; vorbea ruseşte. l-au auzit şi pantofii şi de-atunci îl urmează orbeşte. bine, dar tu, tu ce faci? eu? numai acolo, în cutia de carton, cred şi nu cercetez.

Nora Iuga

La ragazza con le mille rughe

quando mi voglio vedere, chiudo gli occhi, entro nella scatola di cartone, lì dormono due scarpe, una con la punta nel tallone dell'altra, poste come due gemelli nell'utero. per questo sono sempre un diritto ed un rovescio. per questo quando ho paura bestemmio, quando mi vergogno mi confesso, altrimenti non entrerei nella scatola, per questo queste scarpe non si possono separare. quando vedo Beroza, sono sempre nella scatola di cartone. “assieme a te non sono mai assente” mi ha detto, parlava russo. le scarpe hanno ascoltato e da allora lo seguono ciecamente. bene, ma tu, tu che fai? io? solo là, nella scatola di cartone, credo e non dubito.