giovedì 1 aprile 2010

بضع دقائق

un paio di minuti

mi presento all'appuntamento con un paio di minuti di ritardo e vedo che sono già andati via. cosa sono mai un paio di minuti in confronto alla distanza che ho percorso. ho lasciato il mio letto presto e ho camminato nel freddo, e guarda cosa ne ho tratto. tutto questo è gratuito, e nessuno mi regala in cambio due minuti. è ben possibile che mi considerino un uomo inaffidabile o che dicano che ho sprecato il loro tempo con l'attesa. e non posso raccontare del mal di testa che mi ha preso lungo il cammino, e nemmeno della mia preoccupazione di arrivare in ritardo. tutto questo ora non conta e preferisco lasciarlo dietro di me. non lo posso neanche dare in affitto ai ricordi o incassarne un certificato di smarrimento. penserò che con questo è finito tutto e infine mi sembrerà che non sia successo niente. penserò anche a questa poesia come ad un appuntamento mancato, poiché non troverò la parola alla fine della riga. penso di avere avuto più estro in altri tentativi e ora la stupida fine felice, dopo un gesto involontario, mi ha sorpreso. forse l'ho sottratto al tempo, o un caso inaspettato me ne ha fornito il destro. talvolta non possiamo seguire il richiamo di una grande idea senza incartarci un po'. nessuno si accorge di nulla, se non che il bicchiere è caduto e ha macchiato le carte per un gesto che è arrivato due secondi troppo tardi per andare a buon fine. nessuno comprende che l'attenzione è una forza che il corpo non sempre sopporta e che da un'eccessiva concentrazione possono nascere degli errori inaspettati.

Abbas Beydoun

(una possibile versione della traduzione tedesca del testo originale offerta da Franz Hodjak)

*

Abbas Beydoun (trascritto anche Baydoun) è nato a Tiro, cui ha dedicato una poesia, nel 1945, ha studiato letteratura araba classica all'università di Beirut, è stato perseguitato ed arrestato più volte in Libano ed in Israele a causa del suo impegno politico nel movimento comunista libanese, è emigrato in Francia, dove ha studiato scienze islamiche alla Sorbona, ed è infine ritornato a Beirut. È una voce importante nel dialogo tra occidente e mondo arabo.

*

C'è una piccolissima possibilità che la mia versione, in fondo in fondo, non abbia tradito completamente la sua poesia: in un'intervista del 2004 alla fiera del libro di Francoforte, a proposito del dialogo tedesco-arabo e della necessità che i tedeschi finalmente vi si aprissero, così concludeva:
Basta incontrare un intellettuale arabo per capire che conosce Goethe e Schiller, Hölderlin e Benjamin, Hegel, Heidegger e Habermas. Moltissimi intellettuali arabi sono stati marxisti in una certa fase della loro vita, brechtiani in un'altra, per cui in ogni intellettuale arabo possiamo trovare anche un lato tedesco.
*

Nota a margine: in Germania arrivavo più in anticipo del solito, agli appuntamenti. Per spiazzare i tedeschi, per intaccare, anche solo un po', il perdurante pregiudizio nei confronti degli italiani ritardatari congeniti (e poi, anche ora, non mi dispiace aspettare, le attese si trasformano in letture). Al loro arrivo al luogo convenuto, dopo aver voltato e rivoltato il polso per verificare che l'orologio non gli si fosse fermato, ristabilivano il loro ordine delle cose con un facile stratagemma, dandomi cioè un nome: Ausnahme (eccezione). Fin qui in senso letterale. In senso lato, hai voglia se ho mancato qualcosa per un paio di minuti.

mercoledì 31 marzo 2010

L'infinito


La poesia L'infinito in lingua italiana dei segni (LIS) interpretata da studenti dell'Istituto Statale di Istruzione Specializzata per Sordi "Antonio Magarotto" di Torino.
Link diretto al video.

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

La traduzione in francese di Yves Bonnefoy.

(was it necessary?)

For its concentration of sheer drama, it bears comparison with another contemporary masterpiece, Shakespeare's Macbeth.
From a note printed on the verso of a postcard showing The beheading of St John the Baptist (La decollazione di san Giovanni Battista) by Caravaggio.  


La sogli(ol)a di accettazione

Gli errori, nella vita come per chi scrive, sono inevitabili. Provo grande solidarietà nei confronti di chi li commette, in particolare per quelli linguistici, visto che ne compio quotidianamente molti sia parlando sia scrivendo, e capisco che in francese non vi sia bisogno di scrivere l'accento nelle parole tronche, però, se si sceglie di riportare dei nomi nella lingua originale, una revisione potrebbe aiutare a mantenerli al di sotto della sogliola di accettazione.

Nel capitolo del libro Voyager vers des noms magnifiques di Béatrice Commengé, éditions Finitude 2009, dedicato a Trieste, si trovano, nello spazio di una ventina di paginette (tra parentesi la versione corretta):

Trieste ad Italia (sulla falsariga di Alexandria ad Egyptum, ma se ad regge l'accusativo e se Italia si declina come rosa, allora dovrebbe essere ad Italiam, credo)
Palazzo dello Stella (Palazzolo dello Stella)
Piazza Unita (piazza Unità)
Senilita (Senilità)
Via San Nicolo (via San Nicolò)
Penne All'arrabiata (penne all'arrabbiata)
Cafè Specchi, Caffe Italia, Caffe Tommaseo, Caffe San Marco (Caffè degli Specchi, Caffè Italia, Caffè Tommaseo, Caffè San Marco)
Cimetero Greco-Orientale (Cimitero Greco-Orientale)
Ταξιδιωτηζ (Ταξιδιώτης)
via Battista (via Battisti)

La versione che ho trovato online è leggermente diversa: non contiene alcuni di questi errori, ma ne contiene altri (Senelita e TAXEIDIOTA, per esempio).

Pieta per il lettore, svp.

domenica 28 marzo 2010

Come sarebbe se avessimo anche la fantastica, oltre alla logica

Se avessimo anche una fantastica come abbiamo una logica, allora sarebbe scoperta l'arte dell'inventare. Alla fantastica appartiene in qualche misura anche l'estetica, come alla logica il giudizio (Hätten wir auch eine Phantastik wie eine Logik, so wäre die Erfindungkunst erfunden. Zur Phantastik gehört auch die Aestetik gewissermassen, wie die Vernunftlehre zur Logik).

Novalis, Fragmente.

Questo frammento di Novalis viene ricordato nell'Antefatto a La grammatica della fantasia di Gianni Rodari, frutto dell'esperienza dello scrittore a Reggio Emilia, città cui il libro è dedicato, in occasione degli Incontri con la fantastica, ivi organizzati nel 1972. È un frammento che Rodari trovò nell'inverno 1937-38, quando imparò un po' di tedesco insegnando l'italiano a dei bambini in casa di ebrei tedeschi che credevano di aver trovato in Italia un rifugio contro le persecuzioni razziali. La mattina insegnava l'italiano, il pomeriggio lo passava nei boschi a camminare e a leggere Dostoevskij.

Una delle storie riportate dal libro nacque in una scuola materna in cui i bambini erano stati invitati dalla maestra, che il giorno precedente aveva partecipato ad uno degli incontri, ad inventare una storia a partire da un binomio di parole: "luce" e "scarpe". Questo fu il risultato inventato da un bambino di cinque anni e mezzo, aiutato, nell'operazione, da tre compagni:

C'era una volta un bimbo che si metteva sempre le scarpe del suo papà. Una sera il papà si era stufato che il bimbo gli prendeva sempre le scarpe, allora lo mette attaccato alla luce, e poi a mezzanotte cade, e allora dice il papà: - Cosa c'è, un ladro?
Va a vedere e c'era il bimbo per terra. Il bimbo era rimasto tutto acceso. Allora il papà ha provato a girargli la testa ma non si è spento, ha provato a tirargli le orecchie ma non si spegneva, ha provato a schiacciargli il naso ma non si spegneva, ha provato a tirargli i capelli ma non si spegneva, ha provato a schiacciargli l'ombelico ma non si spegneva, ha provato a tirargli via le scarpe e c'è riuscito, si è spento.

Al termine della storia, i bambini, soddisfatti di sé e soprattutto della trovata finale, sentirono il bisogno di applaudirsi.

sabato 27 marzo 2010

Come sarebbe se dedicassimo alla poesia anche un solo minuto al giorno

Oggi, 2 versi.

*

W każdej kieszeni nosił ołówki, szkicowniki,
Z okruchami bułki, akcydensami życia.

Czesław Miłosz
GUCIO ZACZAROWANY, 5, Berkeley, 1962


In ogni tasca portava matite, taccuini d'appunti,
Assieme a briciole di pane, gli accidenti della vita.

venerdì 26 marzo 2010

Come sarebbe se al posto dei cartelloni pubblicitari ci fossero poesie

Auguro al Movimento per l'Emancipazione della Poesia, che ho scoperto grazie a Il taccuino di Sonnenbarke, invisibilità notturna e visibilità diurna.

Gli dedico poi due poesie, Gedichte lesen e Piccola lode al pubblico della poesia.

'O munno cagna (il mondo cambia)

Una premessa che non è originale, che parte da uno dei poeti più (vanamente) citati in Italia, ma che mi serve prima di riportare una poesia di un altro poeta italiano che si intitola "La bicicletta", non perché abbia bisogno di spiegazioni, ma perché, come le persone, anche le poesie hanno una storia alle spalle e qualche volta è bene - trovo - tentare di riassumerla o almeno di abbozzarla.

Pasolini, in Lettere luterane, che raccoglie suoi interventi sul Corriere della Sera e sul Mondo del 1975, spiegava a Gennariello, un ragazzo napoletano, il mutamento antropologico in atto allora negli italiani: per la prima volta nella storia, da quando la produzione delle "cose" era diventata produzione industriale, di massa, un cinquantenne come lui non avrebbe più potuto insegnare ad un quindicenne come Gennariello le "cose" che lo avevano educato, e Gennariello non avrebbe potuto insegnare a lui le "cose" che lo stavano educando (cioè che stava vivendo) perché la loro natura, la natura delle "cose", era cambiata nella sua totalità. Per illustrare la profondità del salto generazionale tra lui e Gennariello e l'estraneità insanabile che ne derivava, Pasolini ricorreva al linguaggio pedagogico delle cose e per farne un esempio concreto considerava le tazzine da tè di un salotto borghese del 1944: le "tazzine coloro giallo uovo chiaro, con delle macchie a rilievo bianche" predisposte da Dante Ferretti per la scenografia del suo ultimo film, Salò o le 120 giornate di Sodoma. "Legate all'universo della Bauhaus e dei bunker, esse erano angosciose. Non potevo guardarle senza provare una fitta al cuore, seguita da un profondo malessere. Tuttavia quelle tazzine avevano in sé una misteriosa qualità, condivisa, del resto, dalla mobilia, dai tappeti, dai vestiti e dai cappellini delle signorine, dalle suppellettili, dalle stesse carte da parati: questa misteriosa qualità non dava però dolore, non causava un violento regresso (che poi la notte ho sognato) in epoche anteriori e atroci. Dava anzi gioia. La loro misteriosa qualità era quella dell'artigianato. Fino al Cinquanta, fino ai primi Sessanta è stato così. Le cose erano ancora fatte o confezionate da mani umane: pazienti mani antiche di falegnami, di sarti, di tappezzieri, di maiolicari. Ed erano cose con una destinazione umana, cioè personale. Poi l'artigianato, o il suo spirito, è finito di colpo. Proprio mentre hai cominciato a vivere tu."

Pasolini era del 1922 e scriveva queste cose negli anni Settanta. Da allora 'o munno è cagnato n'ata vota (il mondo è cambiato un'altra volta) se Guido Oldani, che è del 1947, trova argomenti per poter sostenere che la nostra società "non distingue un uomo da una bicicletta, il cielo da un impianto per idromassaggio". Oldani chiama la sua poetica la poetica del baco. Ne ho trovata una sua spiegazione nella rivista latinoamericana di poesia Prometeo:


"Più della metà del mondo vive in aree metropolitane. Il resto della gente le avvolge centripetamente, le tocca, le occlude. Questa è la nostra situazione globale. La realtà non è data dalla naturalezza, ma dagli infiniti oggetti prodotti in serie. Produciamo infinite cose, tanto desiderabili quanto, quasi sempre, inutili. Torniamo a caderci sopra, come dei boomerang. Come un baco da seta, produciamo il filo che ci avvolge, finché diventa bozzolo e poi sarcofago che ci sacrifica, come bestie sacrificate al nulla. Questa è la realtà, o meglio, questo è l'autorealismo in cui viviamo. Anche i popoli si ammassano, gli uni sugli altri, attraverso guerre e migrazioni di massa. Non c'è quasi differenza tra uomini e cose e le masse degli uni assomigliano sempre di più agli altri, che diventano termine di paragone. La realtà non si antropomorfizza, ma l'uomo si cosifica. La mia poetica consiste nel registrare questo paradosso demenziale che siamo obbligati a vivere, dandolo per scontato. Io assomiglio ogni volta di più alla mia bicicletta, e chi la incontra per strada, appoggiata ad un muro, la saluta credendo, a ragione, che lei sia me. Tuttavia, di fronte a questo la mia bicicletta, che ha la sua dignità, da qualche tempo ha cominciato a ribellarsi."

E ora, dopo questa lunga premessa, posso finalmente riportare la poesia di oggi.

La bicicletta

e come si usa, a un certo punto della vita
ridurla quasi a un volto che le diamo
per scorgerla da fuori e compatirla
io, tralasciando quanto sia in natura,
ricorro a un alter ego manufatto
probabilmente ad una bicicletta
che certo non compete alle volate
neppure sta nel gruppo condiviso,
magari è dentro un vicolo sterrato
e quando il troppo adagio la barcolla
per non cadere dà una pedalata
un breve sbando e seguita la corsa,
l’arrivo si confonde alla sortita.

Guido Oldani

mercoledì 24 marzo 2010

Ideenspiel fortgeschrittener Sommer

lass uns jemand anderes sein und Orte erzeugen,
Fingertreffpunkte, Tauchwälder oder
Wellblechwiesen: das hält eine Zeit lang
beschäftigt – wie Fernschnee zu spielen
gegen die aufsässige Hitze, bis zum Abbruch der Übung
durch einen lauen Schild-des-Achill-Mond
im neu entdeckten Sternzeichen Champagnerglas.

Ron Winkler


Gioco mentale di tarda estate

diventiamo qualcun altro e inventiamoci dei posti,
punti di ritrovo per dita, boschi per immersioni o
prati di lamiere ondulate: questo ci tiene occupati
per un po' - come giocare alla teleneve
contro il caldo ostinato, fino ad interrompere l'esercizio
con una fiacca luna-scudo-di-Achille
nel nuovo segno zodiacale del bicchiere di champagne.

Winkler è nato a Jena nel 1973. È poeta e traduttore di poeti statunitensi. Vive a Berlino.

martedì 23 marzo 2010

gaststuben in der provinz

hinter dem tresen gegenüber der tür
das eingerahmte foto der fußballmannschaft:
lächelnde helden, die sich die rostenden nägel
im rücken ihrer trikots nicht anmerken lassen.

Jan Wagner

Laute Verse, Gedichte aus der Gegenwart, dtv 2009


trattoria in provincia

dietro il bancone di fronte alla porta
la foto incorniciata della squadra di calcio:
eroi sorridenti che nascondono
l'arrugginirsi dei chiodi dietro le loro magliette.

*

Una nota dell'autore rivela che questa poesia, nella sua prima versione, era lunga circa trenta righe. Nel suo grandioso sviluppo iniziale comprendeva paesaggio, uomini e disposizioni d'animo. Nel tempo, però, una riga dopo l'altra è stata "naturalmente" omessa, un po' come quando si segano progressivamente le gambe di un tavolo. Le quattro righe sopravvissute a questo lavoro per sottrazione, che si è fermato un attimo prima che la poesia sparisse, gli sembravano contenere più cose delle iniziali trenta.

Jan Wagner è nato ad Amburgo nel 1971 e vive a Berlino dal 1995, è poeta e traduttore (Charles Simić, James Tate, Simon Armitage, Matthew Sweeney, Jo Shapcott, Michael Hamburger, Tim Turnbull). Nelle sue poesie si possono trovare pomodori, meloni, fish and chips e bustine da tè.

domenica 21 marzo 2010

Dizionario di tutte 'e cose - P come polipropilene

Dopo aver appreso ed applicato lo studio ai raggi X delle strutture cristalline per la soluzione di problemi chimici e strutturali fin da studente negli anni Venti, dopo aver appreso ed applicato i metodi a diffrazione elettronica all'esame della struttura dei polimeri lineari e dei catalizzatori eterogenei negli anni Trenta, dopo avere studiato la polimerizzazione delle olefine e la cinetica delle reazioni secondarie fin dal 1938, dopo aver esteso la ricerca effettuata da Ziegler sui catalizzatori organometallici in grado di sviluppare reazioni stereospecifiche e dopo avere scoperto nuove classi di polimeri con una struttura stericamente ordinata, giovedì, 11 marzo 1954 Giulio Natta produce per la prima volta il polipropilene isotattico, in cui tutti i gruppi metilici (-CH3) sono dallo stesso lato della catena.


Questa la nota di quel giorno sul suo diario.


Fatto il polipropilene.

Nel 1963 Natta riceverà il premio Nobel per la chimica assieme a Karl Ziegler.

Il testo del brevetto, in cui Natta è coinventore assieme a Piero Pino e a Giorgio Mazzanti, depositato l'8 giugno 1954.

Sizin için

Sizin için, insan kardeşlerim,
Her şey sizin için;
Gece de sizin için, gündüz de;
Gündüz gün ışığı, gece ay ışığı;
Ay ışığında yapraklar;
Yapraklarda merak;
Yapraklarda akıl;
Gün ışığın da binbir yeşil;
Sarılar da sizin için, pembeler de;
Tenin avuca değişi,
Sıcaklığı,
Yumuşaklığı;
Yatıştaki rahatlık;
Merhabalar sizin için;
Sizin için liman da sallanan direkler;
Günlerin isimleri,
Ayların isimleri,
Kayıkların boyaları sizin için;
Sizin için postacının ayağı,
Testicinin eli;
Alınlardan akan ter,
Cepheler de harcanan kurşun;
Sizin için mezarlar,mezar taşları,
Hapishaneler, kelepçeler, idam cezaları;
Sizin için;
Her şey sizin için.

Orhan Veli Kanık, 01.05.1949


Per voi, fratelli umani,
Tutto è per voi.
Per voi la notte, anche il giorno;
Di giorno, la luce del giorno, di notte, il chiaro di luna;
Al chiaro di luna, le foglie;
Alle foglie, la curiosità;
Alle foglie, il pensiero;
Mille sfumature di verde alla luce del giorno;
Per voi i gialli, anche i rosa;
La carezza di una pelle nell'incavo del palmo,
Il suo calore,
La sua dolcezza;
La felicità di essere a letto;
I buongiorno sono per voi;
Per voi gli alberi dondolano nel porto;
I nomi dei giorni,
I nomi dei mesi,
I colori delle barche;
Per voi il passo del postino,
La mano del venditore d'acqua;
Il sudore che cola dalla fronte,
Il proiettile perduto nelle battaglie;
Per voi cimiteri, lapidi,
Prigioni, manette, pene capitali.
Per voi,
Tutto per voi.

(cfr., volendo)

sabato 20 marzo 2010

詩

Fino ad una decina di minuti fa, la parola più antica che conoscessi per indicare la poesia era ποίησις, da ποιεῖν, fare.

Da una decina di minuti è diventata 詩 (shī).

La poesia è composta da 言 (yán) e 寺 (sì), cioè da parole nel tempio.

Come ogni lirica che si rispetti, la si cantava (Aub tenía razón: antes cantan los niños que hablan).

言, a sua volta, contiene 口 (kǒu) (bocca): sono parole che escono dalla bocca.

寺 è formato da 土 (tǔ) (terra) e 寸 (cùn) (è un'unità di misura: la larghezza del pollice in corrispondenza dell'articolazione), il che mi fa pensare che nel tempio vi sia una certa nota d'umiltà rispetto all'aria che si respira in chiesa (Εκκλησία, assemblea).

(E lo chiamiamo greco antico.)

*

Aggiornamento

Questo post ha un merito, anzi due: ha indotto Studiolum ad arricchirlo con un contributo essenziale a commento qui sotto e gli ha poi ispirato un post che apporta ulteriori significati e interpretazioni. Lo ringrazio qui, in attesa di ripassare in quella miniera d'oro che è il suo blog.

venerdì 19 marzo 2010

This piece is totally useless and also ridiculous outside Spain

Nel 1797 il compositore e violoncellista Boccherini, che è alla corte di Spagna dal 1770, scrive all'editore Ignace Pleyel per la concessione dei diritti di alcune opere. 


Madrid, 10 luglio 1797

Caro e amato Pleyel,

(...)
Nell'opera 30 Quintettini troverete uno che ha per titolo "La musica notturna delle strade di Madrid". Questo pezzo è totalmente inutile ed anche ridicolo fuori di Spagna poiché non possono gl'uditori giammai comprenderne il significato né gl'esecutori sonarlo come dev'essere sonato, per il che in suo luogo vi mando una sinfonia di più, che troverete aggiunta all'opera 37.
(...)

Dev.mo Ob.mo Servitore ed Amico
Luigi Boccherini


Youtube link

Dizionario di tutte 'e cose - D come Descrivere l'indeterminabile



Nel descrivere i fenomeni atomici - disse Niels Bohr - si può usare il linguaggio solo come è usato in poesia, in cui non si tratta tanto di descrivere precisamente i fatti quanto di creare immagini nella coscienza e stabilire connessioni mentali.

Potremmo mai capire cosa succede in un atomo? - chiese Heisenberg.

Sì - rispose Bohr, dopo un momento di esitazione - ma dovremo al contempo prima imparare che cosa significhi la parola capire.

Da die Quantenmechanik.

mercoledì 17 marzo 2010

Contrasti

- Vui vinite, signore, su 'l chiù meglio, e vui, lombardo e neutro, siete il cadì chiù naturale e giusto: si contrastava, tra i riveriti pastori qui presenti, se sia opportuno, nel poetare o pure rivolgere al sicolo idioma tragedia antiqua oppur poema, sia opportuno dicìmo per nui nativi d’Arcamo, patria del primo e granne, onore de la cosca de' poeti e luce di cinnàca, di Ciullo intenno, chiaro al monno intero, e surtutto per nui de l’Accademia ardente che al nome suo s'appenne, sia opportuno far crescere la cima sicola da ràdica toscana o puramente far sbocciare in aura toscana la semente sicola. Giudicate vui, vah, giudicate vui! - E sopra la gran panza, stralucente di catene, di medaglie e orioli, incrociò le braccia, s'assestò sopra lo scranno, e mi fissò co' i suoi occhi a calamaro, quel nero del Soldano. E come lui, co' gli stessi occhi, mi fissaro gli accademici o pastori in attesa ch'io profferissi la sentenza.
- Ma veramente, - balbettai vergognoso - mi so nient di lingua e di poesia. Io son solo un modesto cultore d'antiquaria e ancor più modesto suo ricopiatore.
- Checchecchè ?! - fece il Soldano.
- Non m’intendo, non m’intendo... - dissi allargando le braccia.
- No, no, no, corpo d'un Bacco! - urlò ancora l'ospite battendo il pugno sopra la tavola. - Non m'ingannate. Siete, come scrive il Seppotta nella littra, un grande artista, e dunca il più adatto a giudicare...
- Vi prego...- insistei. Ma quello non s'arrese.
- Allora ascortate, - disse - ascortate due campioni de le due manère contrapposte di poetare: primo è l'illustrissimo don Erminio Chinigò, in Accademia inteso Abelio Zenòdoto, di cui domani, festa di Santa Maria dei Miracoli, si rappresenta nella Badia Nuova la Tirannide rintuzzata nel martirio di Santa Venera e Petrulla, opera tragicorsara; secondo, il reverendissimo padre don Getulio Camàro, in Accademia Aristeo Apollonio, autor di rinomate ottave in purissima lingua sicola-toscana. Attaccate, don Erminio! - ordinò quel signore. Esultante quindi l'accademico, con voce forte, chiara, si mise a recitare versi oscuri, incomprensibili, a me, a voi, a chicchessia, mi credo, non fusse nato in Alcamo, che romorosi applausi si ebbero, e numerosi brindisi, di tutta l'adunanza.
Poscia seguì il prete, grevio, untuoso, che pur poetando nel più cercato e prezioso italico linguaggio, tanto dolz e pien de schiribizz, de pezz, e pazz, e pozz, e puzz, e pizz, come ridendo dice il nostro Maggi, erano i versi suoi sì gonfi di metafore, e di immagini e concetti sì peregrini e falsi, e manierato il tono, e il ritmo artefatto, di sì insomma eunucata poesia, che ricordavano la frutta artificiale di zucchero e di mandorla, o quello stile stracarico di chiese, a pietre mischie e tramischie, che chiaman gesuitico, e più di questo, e quella, mi davan la nausea, e gli impulsi impellenti (che la scusa!) di ributto.
Sursi improvviso pallido, sudato, e chiesi di uscire all'aria, che il clima e il viaggio m'aveano straccato: che scusassero... E solo allora il Soldano si convinse di richiamare il figlio e farmi accompagnare alle mie stanze.

Vincenzo Consolo, Retablo, Sellerio editore Palermo 2009, pagg. 54-57 (prima edizione 1987)

Il retablo (retro tabula altaris) è "l'invenzione (derivata da El retablo de las maravillas, uno degli entremés di Cervantes) di far veder nel quadro ciò che si vole, dietro ricatto d'essere, se non si vede, fortemente manchevole o gravato d'una colpa".

Cosa non si è inventato Consolo per far fuggire il proprio alter ego, il pittore Fabrizio Clerici, dalla Milano di Craxi.

I had to write a composition for Stradlater

The thing was, I couldn't think of a room or a house or anything to describe the way Stradlater said he had to have. I'm not too crazy about describing rooms and houses anyway. So what I did, I wrote about my brother Allie's baseball mitt. It was a very descriptive subject. It really was. My brother Allie had this left-handed fielder's mitt. He was left-handed. The thing that was descriptive about it, though, was that he had poems written all over the fingers and the pocket and everywhere. In green ink. He wrote them on it so that he'd have something to read when he was in the field and nobody was at bat. He's dead now. He got leukemia and died when we were up in Maine, on July 18, 1946. You'd have liked him. He was two years younger than I was, but he was about fifty times as intelligent. He was terrifically intelligent. His teachers were always writing letters to my mother, telling her what a pleasure it was having a boy like Allie in their class. And they weren't just shooting the crap. They really meant it. But it wasn't just that he was the most intelligent member in the family. He was also the nicest, in lots of ways. He never got mad at anybody. People with red hair are supposed to get mad very easily, but Allie never did, and he had very red hair. I'll tell you what kind of red hair he had. I started playing golf when I was only ten years old. I remember once, the summer I was around twelve, teeing off and all, and having a hunch that if I turned around all of a sudden, I'd see Allie. So I did, and sure enough, he was sitting on his bike outside the fence - there was this fence that went all around the course - and he was sitting there, about a hundred and fifty yards behind me, watching me tee off. That's the kind of red hair he had. God, he was a nice kid, though. He used to laugh so hard at something he thought of at the dinner table that he just about fell off his chair. I was only thirteen, and they were going to have me psychoanalyzed and all, because I broke all the windows in the garage. I don't blame them. I really don't. I slept in the garage the night he died, and I broke all the goddam windows with my fist, just for the hell of it. I even tried to break all the windows on the station wagon we had that summer, but my hand was already broken and everything by that time, and I couldn't do it. It was a very stupid thing to do, I'll admit, but I hardly didn't even know I was doing it, and you didn't know Allie. My hand still hurts me once in a while when it rains and all, and I can't make a real fist any more - not a tight one, I mean - but outside of that I don't care much. I mean I'm not going to be a goddam surgeon or a violinist or anything anyway.
Anyway, that's what I wrote Stradlater's composition about. Old Allie's baseball mitt. I happened to have it with me, in my suitcase, so I got it out and copied down the poems that were written on it. All I had to do was change Allie's name so that nobody would know it was my brother and not Stradlater's. I wasn't too crazy about doing it, but I couldn't think of anything else descriptive. Besides, I sort of liked writing about it. It took me about an hour, because I had to use Stradlater's lousy typewriter, and it kept jamming on me. The reason I didn't use my own was because I'd lent it to a guy down the hall.
It was around ten-thirty, I guess, when I finished it. I wasn't tired, though, so I looked out the window for a while. It wasn't snowing out any more, but every once in a while you could hear a car somewhere not being able to get started. You could also hear old Ackley snoring. Right through the goddam shower curtains you could hear him. He had sinus trouble and he couldn't breathe too hot when he was asleep. That guy had just about everything. Sinus trouble, pimples, lousy teeth, halitosis, crumby fingernails. You had to feel a little sorry for the crazy sonuvabitch.

J.D. Salinger, The catcher in the rye, Chapter 5

Come sarebbe se una stessa persona posasse per due pittori diversi

Una persona che si mettesse a posare per due pittori diversi,
anche nella stessa giornata,
ad esempio la mattina per Antonello da Messina
ed il pomeriggio per Francis Bacon
(il viceversa sarebbe inverosimile),
nel ritratto sarebbe la stessa persona, in fondo,
ma in superficie non esattamente.
Che giornata, comunque.

I am a failed poet

Sono un poeta mancato. Forse ogni autore di romanzi vuole dapprima scrivere poesie, scopre di non farcela, e allora prova con il racconto, che, dopo la poesia, è la forma più esigente. È solo quando non vi riesce che si mette a scrivere romanzi.

William Faulkner a Jean Stein, The Paris Review, 1956

Poema

És cert
que no tinc diners
i és patent que la major part de
monedes són de xocolata;
però si agafeu aquest full,
el doblegueu pel llarg
en dos rectangles,
després en quatre,
feu llavors un plec
oblic amb els quatre
papers i el separeu
en dos gruixos,
obtindreu
un ocell que mourà
les ales.

Joan Brossa i Cuervo, 1963



אדם

Uomo

Iniziarono a farmi dagli occhi
dopo aggiunsero altri organi
infine si venne conformando il corpo
cui aggiunsero pure un osso caudato,
perché non mi montassi la testa.
Dopo aggiunsero altri sensi:
orecchio per sentire, naso per odorare e cuore per piangere
o da indurire davanti all'altrui dolore.
Sono uomo. Ho delle alternative.
Opera perfetta, posso scegliere
fra il bene e il male, e perfino il male peggiore.
Sono uomo. Posso fare
qualunque sciocchezza al mondo a mio piacere
perché sono umano
fra tutti gli uomini e le donne del mondo
sono proprio come gli altri,
non sono mai mancato a nessuno
e nessuno in particolare mi è mancato.
Morendo
mancherò a tutti
e tutti mi mancheranno!

Natan Zach, Sento cadere qualcosa - Poesie scelte 1960-2008, Giulio Einaudi Editore 2009
Traduzione di Ariel Rathaus

(cfr., volendo)

(אדם è uomo, ma è anche il nome proprio Adam)

domenica 14 marzo 2010

حجر/piera/stone



Se solo fossi una pietra

Non desidero niente
Non passa nessun ieri
Non arriva nessun domani
Il mio oggi non declina né scorre.
Non mi succede né l'uno né l'altro.
Ho detto se solo fossi una pietra
Qualsiasi pietra da far lambire dall'acqua
fino a diventare verde o gialla
da mettere su un piedistallo in una stanza
come una scultura
o un esempio di lavoro d'intaglio
o uno strumento per sbrogliare il necessario da quello che non lo è...
Se solo fossi una pietra
allora potrei desiderare tutto!

Mahmoud Darwish, Diari

Ho azzardato più del solito: se l'originale arabo è proprio quello tratto dal numero 88/89 del 2006 della rivista letteraria al-Karmel, ho avuto un gran bel colpo di fortuna. Se no, lo si ignori e mi si perdoni.


*

Megio 'l silensio
erba d'un prào,
griso d'assensio,
barco fondào.

No' stâ svolâ.
Dalongo i trae;
no' stâ cantâ,
gnanche d'istàe.

Sii piera grisa
che nissun bada,
polvere grisa
sora la strada.

Caligo fisso
che passa via,
svodo d'abisso
dopo una ssia.

No' stâ fidâte
de le to ore:
lássele scôre,
sensa voltâte.

Biagio Marin, Il non tempo del mare, 1964


Meglio il silenzio
erba di un prato,
grigio d'assenzio,
barco affondato.

Non volare.
Subito ti sparano addosso;
non cantare,
neanche d'estate.

Sii pietra grigia
cui nessuno bada,
polvere grigia
sopra la strada.

Nebbia fitta
che passa via,
vuoto d'abisso
dopo una scia.

Non fidarti
delle tue ore:
lasciale scorrere
senza voltarti.

*

Stone

Go inside a stone
That would be my way.
Let somebody else become a dove
Or gnash with a tiger's tooth.
I am happy to be a stone.

From the outside the stone is a riddle:
No one knows how to answer it.
Yet within, it must be cool and quiet
Even though a cow steps on it full weight,
Even though a child throws it in a river;
The stone sinks, slow, unperturbed
To the river bottom
Where the fishes come to knock on it
And listen.

I have seen sparks fly out
When two stones are rubbed,
So perhaps it is not dark inside after all;
Perhaps there is a moon shining
From somewhere, as though behind a hill—
Just enough light to make out
The strange writings, the star-charts
On the inner walls.

Charles Simić, What the Grass Says, 1967

sabato 13 marzo 2010

Quantitatif

Güzel kadınları severim,
İşçi kadınları da severim,
Güzel işçi kadınları
Daha çok severim.

Orhan Veli Kanık, 1938

Amo le belle donne,
Amo anche le operaie,
Amo ancora di più
Le belle operaie.

venerdì 12 marzo 2010

L'infinì

E cossa ghe volerà mai a scriver una po

giovedì 11 marzo 2010

Las paraulas

Las paraulas estèlan la nuòch de las causas;
Se miralhan dins l’estanh das monstres abandonats
au fons dau potz etern de la tenèbra.

Las paraulas son de lutz en camin,
que sabon pas se quaucun las espèra.

La nuòch inacabada.

Max Rouquette (in occitano Max Roqueta), Lo maucòr de l'unicòrn (Il tormento dell'unicorno)


Le parole costellano la notte delle cose;
Si specchiano nello stagno dei mostri abbandonati
nel fondo del pozzo eterno della tenebra.

Le parole sono luce in cammino,
che non sanno se qualcuno le aspetta.

La notte infinita.

Stanott u sugnà

Stanott u sugnà
che te me 'mparavet a lègg e a scriv
e mi bona bona te dumandavi
se fa cumè la A
se fa cumè la V?
Fasevi finta de savè nient
per restà lì inscì a vardat
intant che te me spiegavet
el filett de la A
e 'l ricciulin de la V.
E anca i maiuscul i minuscul
e 'l cursif e 'l stampatel
mi stavi lì a vardat e pœu
cont el did smaggiaa d'incioster
provavi, visina a ti
i curvett de la S
'l taiètt de la T.
E pœu la letura: te me disevet
asculta Vivian...
A come i al di rundin che vulen su nel ciel
B come i banc de la scola cont i scolaritt
C come i bei cà cont 'l tètt ross ross
F come i finester avert spalancà
N come la nèbbia la nèbbia grisa grisa
O come i occh, i occh bei bianc
U come l'uga dolza cont i gandolin rutund
V come i vel, i vel in mezz al mar
Z come i zanzar de l'està che puarett (te suridevet)
tutti vurèm mazzà.
E mi scultavi inamurada la tua bèlla vùs pazienta
e vardavi incantada i to bei man espressiv
che disegnaven ne l'aria 'l dundulà di vel
ne l'aria 'l zzz zzz di zanzar...
mi scultavi inamurada e, oh che bèl sugnà che l'era
che bèl che bèl sugnà.

Vivian Lamarque, La gentilèssa: poesie in dialetto milanese, 1973-1975, Stampa editore 2009

mercoledì 10 marzo 2010

Te tiravet 'l pes

Te tiravet 'l pes
te tiravet 'l pes in d'un prà
e mi stavi lì silenziusa a vardàt
te seret tutt cuncentrà
te se mœuevet pianissim
come al ralentatur
quando 'l pes 'l rivava giò in tèrra
mi curevi cuntenta a ciapàl
pœu tutt a 'n tratt
l'a boffà 'l vent
e 'l pes...

... 'l pes 'l t'a purtà via
'l t'a purtà in alt
in alt luntan
mi lì a 'spetà
cont 'l nas per aria
mi lì a 'spetá
'spèti ancamò
sun semper là.

Vivian Lamarque, La gentilèssa: poesie in dialetto milanese, 1973-1975, Stampa editore 2009

martedì 9 marzo 2010

L'ospedaa

L'ospedaa se 'l mal fa minga tropp mal
l'ospedaa a mi un poo me pias:
quando riven din-din i termometri sbarlusènt
tutt bèi disinfetà
che bèl pruass la fever tutt 'nsèma
e intant vardà 'l cumudin bianc in part
cun sura 'l zùccher i biscott
la bottiglia d'acqua mineral
'l pèttin con la sóa bustina
che bèl vardà 'l via-vai de la gent che passa
i 'nfermer, i duturi bei bianc
e vardàss i man
giustàss i 'l lenzœu
parlutà cui visìn de lètt...
in cœu la fever l'è dumà trentasett e sett
e magari sabet se va a cà.
Cinq'ur, rìven i visit
la mama 'l marì i amis
me disen di bei robb gentil
i nuvità de la cà
'l temp che 'l fa de fœura
che bei fac surident
me suriden financa i parent di alter lètt
e quand a batt i man scàpen via tutti
quand sparissen tutt 'nsèma com i piviun del Domm
'l magun se manda giò con la minestrina e i per cott
e a durmentàss l'è già matina
spalanchen i finester
te disen sota! sota!
e 'l riva 'l cafelatt.

Vivian Lamarque, La gentilèssa: poesie in dialetto milanese, 1973-1975, Stampa editore 2009

Lètter lètter

Lètter lètter
chi vœur lègg i me lètter?
Vendi i me lètter gratis
chi vœur cumprai?
Abunament setimanal
riven de sabet
gh'è dumà de dervì i bust
de tirà fœura i fœuj e lègg
(ma se pó anca saltà 'n tòcch)
insoma 'na roba svelta
se lègg se strascia fine
basta pocch a cuntentàm.

Vivian Lamarque, La gentilèssa: poesie in dialetto milanese, 1973-1975, Stampa editore 2009

Gajna malada

Da quel dì
che te m'è scritt inscì
m'è capità 'n quaicoss
me interèssa pù nient
l'è minga giust se fa no inscì
ma me interèssa pù nient e alura

alura me mètti in d'un cantun
come 'na gajna malada
la córt 'l pollé i alter gajnn
vedi tuscoss ma m'interèssa nient
l'acqua fresca de bev
i granitt giald de mangià
nient, col crapin sotta l'ala che bèl scur
che bèl caldin ch'el fa
par de vèss un poresin denter la mama
che bèl sentì i rumur luntan luntan
col crapin sotta l'ala l'è minga giust
ma che bèl caldin ch'el fa.

Vivian Lamarque, La gentilèssa: poesie in dialetto milanese, 1973-1975, Stampa editore 2009

La lèttera

T'u tant pregà
de mandamm 'na lèttera
'na lèttera vera tutta per mi
con la sóa busta bianca e 'l bullìn culurà
con denter ben piegà el foeuj
in alt Milàn, la data
e sott la parola "cara"
cara e 'l me nom visìn

t'u tant pregà
e adèss, adèss che l'è rivada
bèlla bianca rettangulara
la finissi pù de lègg l'indirizz
'l me nomm, cugnomm
legi financa 'l bullìn con stampà 'l dì e l'ura
e osi no dervìla perché mi
quel che l'è denter scritt mi 'l su giamò
l'induvini e alura, alura l'è mei dervìla no
savè nient, lassà stà
e pœu l'è inscì bèlla 'sta busta
duprada da ti solament per mi
che l'è fin peccaa rumpìla
in alt o in bass strasciàla
che bèlla 'sta busta bianca
scritta da ti propi propi a mi.

Vivian Lamarque, La gentilèssa: poesie in dialetto milanese, 1973-1975, Stampa editore 2009

lunedì 8 marzo 2010

Come sarebbe se tutta la vita entrasse nella biografia

Quando il venerabile poeta Arany aveva compiuto ottant'anni, stando a quel che diceva Pataki, gli avevano chiesto come vedeva i momenti più alti della sua celebrata esistenza di poeta leggendario, rivoluzionario, profeta, eroe e vanto nazionale. "Qualche trombata in più non avrebbe guastato", era stata la risposta.

Tibor Fischer, Sotto il culo della rana in fondo a una miniera di carbone, traduzione di Anna Maria Biavasco e Valentina Guani, Piccola biblioteca Oscar Mondadori 2000

Famm fà un gir in bicicletta

Famm fà un gir in bicicletta
dài papà.
Sto ferma ferma
mœuvi no i gamb
mèti no i pé in di rœud
parli no
famm fà un gir in bicicletta
gh'oo ses an
pesi minga tant, papà.
Stoo quièta quièta
te preghi
famm vedè finalment
'l paes de muntagna indove sun nassuda
i cà de sass la scola la gesa
e pœu 'l prà te preghi
indové t'he amà la mama
che pœu sun rivada mi
e te set sparì ti.

Vivian Lamarque, La gentilèssa: poesie in dialetto milanese, 1973-1975, Stampa editore 2009

Da un'intervista riportata in appendice alla raccolta: "Non sono milanese, ma Milano è la mia città d'adozione (in senso letterale, i miei genitori adottivi abitavano lì). La sua lingua era nell'aria, l'ho respirata soprattutto negli anni Cinquanta, allora la parlavano in molti nelle strade, nei cortili, mi è entrata dentro quietamente, è stata lì ferma, buona buona, poi tra il 1972 e il 1975, anni in cui ho scritto il maggior numero di poesie, anni di forte disagio psichico (ma non voglio gareggiare con Alda Merini, vincerebbe lei!), si è mossa e, senza averle minimamente "programmate", una quarantina di poesie in dialetto si sono infilate tra le altre centinaia, in questa raccolta ho cercato di scegliere tra le meno acerbe. Negli anni successivi non si sono più fatte vive, non ne ho scritte più".

Provo a darne una versione in triestino, nonostante la triste perdita dell'inversione milanese delle negative, per vedere l'effetto che fa.

Fame far un giro in bici
dai papà.
Stago ferma ferma
no' movo le gambe
no' meto i pie nele riode
no' parlo
fame far un giro in bici
go sei ani
no' peso miga tanto, papà.
Stago bona bona
te prego
fame veder finalmente
el paese de montagna dove son nata
le case de piera la scola la cesa
e dopo el prà te prego
dove te ga amà mama
che dopo son rivada mi
e te son sparido ti.

venerdì 26 febbraio 2010

Come sarebbe se non ci fossero il Mali e Cuba

Sabu Yerkoy, tratta da Ali e Toumani, 2010

Chitarra: Ali Farka Touré
Kora: Toumani Diabaté
Basso: Orlando “Cachaito” Lopez
Congas: Vieux Farka Touré
Coro: Souleye Kane, Ali Magasa e Vieux Farka Touré


Ali ha suonato questo pezzo sin dagli anni '60, ma questa è la sua unica registrazione. Sabu Yerkoy significa grazie a Dio ed è dedicata all''indipendenza del Mali.

giovedì 25 febbraio 2010

Rose my color is and white

Rose my color is and white,
Pretty mouth and green my eyes.

J.D. Salinger, Nine stories

Christ, it’s embarrassing – I start thinking about this goddam poem I sent her when we first started goin’ around together. "Rose my color is and white, Pretty mouth and green my eyes." Christ, it’s embarrassing – it used to remind me of her. She doesn’t have green eyes – she has eyes like goddam sea shells, for Chrissake.

domenica 21 febbraio 2010

Come sarebbe se l'uomo non sognasse

Als Gregor Samsa eines Morgens aus unruhigen Träumen erwachte...

Wacht auf, - denn eure Träume sind schlecht!
Bleibt wach, - weil das Entsetzliche näher kommt.

Rifiutandosi di bere e di mangiare, con delle placche rosse di febbre sulle guance, mio padre diventava in effetti selvaggio. Era chiaro che nessun organismo avrebbe potuto sopportare a lungo una tale carica d'odio. Una repulsione terribile trasformava il suo viso in una maschera tragica, fissa, dove solo le pupille guardavano, nascoste dietro le palpebre inferiori, tese in una eterna diffidenza. Con un urlo feroce scattava all'improvviso dalla sedia, si precipitava alla cieca in un angolo della stanza e già alzava il suo giavellotto sulla punta del quale uno scarafaggio enorme agitava disperatamente le sue zampette intrecciate. Adele veniva allora in aiuto a mio padre pallida d'orrore, gli ritirava la lancia con il trofeo infilzato in cima, che andava ad annegare nel catino. Ma di quell'epoca, non avrei potuto dire se fossero stati i racconti di Adele ad avermi inculcato queste immagini o se ne fossi stato io stesso testimone. Papà non aveva più allora quella forza di resistenza che protegge gli uomini sani contro la fascinazione della repulsione. Al posto di strapparsi di dosso la terribile attrazione, mio padre, in preda alla follia, ne restava sempre più invischiato. I suoi tristi effetti non tardarono a farsi sentire. Presto apparvero i primi sintomi sospetti, che ci riempirono d'angoscia e di dolore. Il comportamento di papà era cambiato. La sua follia sembrava placarsi, la sua eccitazione scemava. I suoi gesti e la sua mimica cominciarono a tradire una cattiva coscienza. Si mise ad evitarci. Restava nascosto tutto il giorno negli angoli o sotto le coperte. Lo vedevo spesso pensoso, mentre si guardava le mani, si esaminava la consistenza della pelle, delle unghie, dove comparivano delle macchie nere e lucenti. Nere come il carapace dello scarafaggio.
Di giorno resisteva ancora con quello che gli restava della forza, lottava, ma di notte la fascinazione lo assillava. Lo vidi una sera alla luce di una candela posata per terra, steso sul pavimento, nudo, totem chiazzato di nero che striavano le linee delle costole; la sua anatomia fantastica vista in trasparenza lo attirava su cammini oscuri. Agitava le sue membra con movimenti complicati, secondo un rituale strano nel quale, scosso d'orrore, riconobbi un'imitazione del cerimoniale degli scarafaggi.
A partire da quel momento, lo rinnegammo. La sua somiglianza con uno scarafaggio si accentuava di giorno in giorno - mio padre si trasformava in scarafaggio.
Cominciammo ad abituarcici. Lo vedevamo sempre di meno, per intere settimane spariva su sentieri di scarafaggio, si fondeva completamente tra il popolo nero, cessammo di distinguerlo da questo. Nessuno sapeva se vivesse ancora in una fessura del pavimento, se, di notte, percorresse la casa, immerso in affari da scarafaggio, o se non si trovasse tra quegli insetti morti, stesi sul dorso, a zampe ritte, che Adele ramazzava con disgusto su una paletta tutte le mattine per gettarli nella spazzatura.
"Eppure, dico senza convinzione, sono sicuro che questo condor sia lui". Mia madre mi guardava attraverso le ciglia. "Smetti di tormentarmi, caro, ti ho detto che tuo padre viaggiava come rappresentante di commercio. Sai bene, a volte ritorna a casa di notte, per ripartire prima dell'alba".

Una possibile versione della traduzione francese di Thérèse Douchy dal polacco di un pezzo tratto da Le botteghe color cannella.
Bruno Schulz, Oeuvres complètes, Denoël 2004

sabato 20 febbraio 2010

Dizionario di tutte 'e cose - C come Come sarebbe se una casa sognasse


555 KUBIK_ extended version from urbanscreen on Vimeo.

Produzione: urbanscreen.com
Direzione artistica: Daniel Rossa
Direzione tecnica: Thorsten Bauer
Design 3D: David Starmann
Suono: Jonas Wiese
Committente: Hamburger Kunsthalle

Dizionario di tutte 'e cose - R come Robotica


L'orologio elefante: dal Libro della Conoscenza degli Ingegnosi Dispositivi Meccanici (Kitáb fí ma'rifat al-hiyal al-handasiyya, noto anche come Automata) di al-Jazari, 715 (1315 d.C.) (prima edizione Baghdad 1206 d.C.); copia di Farkh ibn cAbd al-Latif. Inchiostro, colori e oro su carta.

Le ore sono indicate dal disco in cima all'orologio (inclinato, nella riproduzione), i minuti dalla penna dello scriba, che ruota stando seduto sulla groppa dell'elefante, all'interno della struttura. Il meccanismo è regolato da un serbatoio pieno d'acqua posto all'interno del corpo dell'elefante. Un catino perforato, collegato allo scriba tramite un sistema a pulegge, galleggia nell'acqua. Il foro regola la velocità con cui il catino vi affonda. A mano a mano che affonda, fa ruotare lo scriba. Quando il catino è completamente sommerso dall'acqua, fa rilasciare una palla da uno scivolo basculante posto sulla sommità della struttura, al quale è collegato sempre tramite pulegge. La palla, cadendo, colpisce una girandola che fa girare la fenice in cima, passa nel becco del falco e da questo nella bocca del serpente, che, ruotando attorno ad un asse orizzontale, la fa cadere nel serbatoio attraverso l'apertura disposta dietro il cavaliere (beh, elefantiere), riportando così sulla superficie del serbatoio il catino, e così via.

Lettera

Drohobycz, 16 agosto 1935

Ho una cattiva coscienza pensando a voi; potrei certamente giustificarmi invocando lo spezzettamento e la disorganizzazione del mio impiego del tempo a Varsavia; ma perché provare a discolparmi? Alcune spiegazioni peggiorano solo le cose: più esse si sforzano di mettere ordine ai fatti con esattezza, più sembrano artificiali e tirate per i capelli. Ha fatto bene a ricordarmi Rilke. Ogni volta che si è depressi per le proprie sconfitte nel campo della creazione (sconfitte di cui nessuno può sapere niente) è bene invocare il suo nome. L'esistenza dei suoi libri ci prova che le masse sorde e ingarbugliate delle idee che non sono state formulate possono ancora affiorare in superficie, meravigliosamente distillate. La precisione e la purezza della distillazione rilkiana non possono che riconfortarci, gli sforzi che compio per scrivere mi lasciano letteralmente spossato. Gli scrittori (quelli del mio genere, in ogni caso) sono le creature più miserabili che ci siano sulla terra. Devono continuamente mentire, presentare in modo convincente - come qualche cosa di compiuto e reale - quello che si trova in realtà allo stato di disgregazione e di caos. Il fatto che io possa rappresentare per qualcuno quello che Rilke rappresenta per me mi commuove e al contempo mi imbarazza. Non credo di meritare l'onore di un tale paragone. D'altronde, non prendo la cosa troppo sul serio.
Sarei contento di restare in contatto con lei, e mi domando che forma prenderà questo contatto.
Le mando con lo stesso corriere un esemplare de Le botteghe color cannella.
I miei saluti più cordiali.

Bruno Schulz
Bruno Schulz, Oeuvres complètes, Denoël 2004

Lettera a Romana Halpern, amica e confidente di Schulz a Varsavia, grande amante della letteratura e dell'arte. Figlia del giornalista Aleksander Kenig, abbandona gli studi alla scuola d'arte drammatica per lavorare all'ufficio cinematografico. Riesce a sfuggire dal ghetto durante il grande rastrellamento del luglio del 1942 e a lasciare suo figlio in un internato. Grazie alla conoscenza di quattro lingue straniere e della stenografia, trova lavoro, sotto falso nome, in un ufficio di una società di import-export tedesca a Cracovia. Arrestata dalla Gestapo nel settembre del 1944 e incarcerata, viene fucilata poco tempo prima della liberazione di Cracovia. Le lettere di Schulz alla Halpern sono state ritrovate dal figlio di questa dopo la liberazione di Varsavia nel vecchio appartamento di via Jasna 17, tra macerie e vetri. Un motivo in più per postarne una qui.

Lettre

Cher X,

On dit très bien.
On dit vachement bien.
On écrit très cordialement.
Il faudrait être cohérent.

Vachement cordialement,

F.

Fim

Quando eu morrer batam em latas,
Rompam aos saltos e aos pinotes,
Façam estalar no ar chicotes,
Chamem palhaços e acrobatas!

Que o meu caixão vá sobre um burro
Ajaezado à andaluza:
A um morto nada se recusa,
E eu quero por força ir de burro!...

Mário de Sá Carneiro


Quando morirò battete su barattoli,
Erompete in salti e capriole,
Fate schioccare in aria fruste,
Chiamate pagliacci e acrobati!

Che la mia bara vada su un asino
Bardato all'andalusa:
A un morto niente si ricusa,
E io voglio per forza andar sull'asino!...

(cfr., volendo)

Il mio funerale

Quando, uditemi amici, quando avvenga
che questa che mi rosica cirrosi
il fegato e dintorni m'abbia rosi,
come cirrosi fa che si convenga,

quando il medico, chiusa la sua cura,
ordinerà «portatelo pur via!»,
io voglio, per andar a casa mia
sottoterra, una magna sepoltura.

Ravvivatemi a tocchi di carmino
sapientemente la figura smunta;
questo fate, e indoratemi la punta
del naso e spruzzolatemi di vino

odoroso, che non m'abbia piú l'aspetto
di un comune cadavere, e i capelli
fatemi tutti di vïola belli
e un non mai visto m'abbia cataletto.

Trascinino la mia spoglia mortale
sei porcellini tinti in verde e giallo
e Francesco Pastonchi, alto, a cavallo,
proclami «Che stupendo funerale!»

Cento musici in abito d'arconte
annunzino la mia corsa a Plutone
soffiando ampi venti di polmone
in cave corna di rinoceronte.

E cento bande strepitino poi
di strumenti impensati, impreveduti:
clisocorni, arcoflauti, fiascoimbuti,
trombicefali ed arpe-innaffiatoi.

Accorrano le turbe al pio passaggio
e a strilli, ad urla, a voci mozze e mezze,
si narrino le mie scelleratezze
e mi paia d'udire il lor linguaggio:

«Era il Gran Kan, il Padiscià degli orsi,
dei Bramini ridea, come di paria,
era padrone di un castello in aria
e si beveva il cielo in quattro sorsi

«Viveva nei piú luridi angiporti...
non aveva la testa troppo salda...
mangiava il cardo con la bagna calda
di notte in compagnia di beccamorti.»

Infine sempre mi si tolga al sole
in una cripta, a un labirinto in fondo;
e tutti quanti i fior che sono al mondo,
tralci di rose, cespi di vïole,

effondano la loro primavera
fin giú nel buio delle mie caverne.
Ma siccome son io ch'ho da goderne,
i miei fiori piantateli in maniera

che le radici siano volte in alto
e le corolle sboccino sotterra...
Di sopra al sasso poi che mi rinserra
questa epigrafe scrivasi in ismalto:

«Qui giace ERNESTO RAGAZZONI D'ORTA –
nacque l'otto gennaio mille ed otto–
centosettanta» e, sotto, questo motto:
«D'essere stato vivo non gl'importa».

Ernesto Ragazzoni

Democrazia

son las sorpresas de la democracia: la basura siempre sale a flote.

Nicanor Parra

(cfr., volendo)

*

giovedì 18 febbraio 2010

La storia dell'uomo in 2 versi

le singe (ou son cousin) le singe devint homme
lequel un peu plus tard désagrégea l'atome.

la scimmia (o suo cugino) la scimmia diventò uomo
che un po' più tardi disgregò l'atomo.

2 versi su 1388 della Petite Cosmogonie Portative di Raymond Queneau

Acta de independencia

Independientemente
De los designios de la Iglesia Católica
Me declaro país independiente.

A los cuarentaynueve años de edad
Un ciudadano tiene perfecto derecho
A rebelarse contra la Iglesia Católica.
Que me trague la tierra si miento.

La verdad es que me siento feliz
A la sombra de estos aromos en flor
Hechos a la medida de mi cuerpo.

Extraordinariamente feliz
A la luz de estas mariposas fosforescentes
Que parecen cortadas con tijeras
Hechas a la medida de mi alma.

Que me perdone el Comité Central.

En Santiago de Chile
A veintinueve de noviembre
Del año mil novecientos sesenta y tres:

Plenamente consciente de mis actos.

Nicanor Parra


Dichiarazione di indipendenza

Indipendentemente
Dai disegni della Chiesa Cattolica
Mi dichiaro paese indipendente.

A quarantanove anni di età
Un cittadino ha perfettamente diritto
Di ribellarsi alla Chiesa Cattolica.
Che mi ingoi la terra se mento.

La verità è che mi sento felice
All'ombra di questi aromi in fiore
Fatti a misura del mio corpo.

Straordinariamente felice
Alla luce di queste farfalle fosforescenti
Che sembrano tagliate con forbici
Fatte a misura della mia anima.

Che il Comitato Centrale mi perdoni.

In Santiago del Cile
Il ventinove novembre
Dell'anno millenovecentosessantatre:

Pienamente cosciente delle mie azioni.

mercoledì 17 febbraio 2010

Doveri umani

Si parla molto di diritti umani.
Poco, quasi niente, di doveri umani.
Primo dovere umano: rispettare i diritti umani.

Nicanor Parra

El hombre imaginario

El hombre imaginario
vive en una mansión imaginaria
rodeada de árboles imaginarios
a la orilla de un río imaginario

De los muros que son imaginarios
penden antiguos cuadros imaginarios
irreparables grietas imaginarias
que representan hechos imaginarios
ocurridos en mundos imaginarios
en lugares y tiempos imaginarios

Todas las tardes tardes imaginarias
sube las escaleras imaginarias
y se asoma al balcón imaginario
a mirar el paisaje imaginario
que consiste en un valle imaginario
circundado de cerros imaginarios

Sombras imaginarias
vienen por el camino imaginario
entonando canciones imaginarias
a la muerte del sol imaginario
Y en las noches de luna imaginaria
sueña con la mujer imaginaria
que le brindó su amor imaginario
vuelve a sentir ese mismo dolor
ese mismo placer imaginario
y vuelve a palpitar
el corazón del hombre imaginario

Nicanor Parra

Cambios de nombre

A los amantes de las bellas letras
Hago llegar mis mejores deseos
Voy a cambiar de nombre a algunas cosas.

Mi posición es ésta:
El poeta no cumple su palabra
Si no cambia los nombres de las cosas.

¿Con qué razón el sol
Ha de seguir llamándose sol?
¡Pido que se llame Micifuz
El de las botas de cuarenta leguas!

¿Mis zapatos parecen ataúdes?
Sepan que desde hoy en adelante
Los zapatos se llaman ataúdes.
Comuníquese, anótese y publíquese
Que los zapatos han cambiado de nombre:
Desde ahora se llaman ataúdes.

Bueno, la noche es larga
Todo poeta que se estime a sí mismo
Debe tener su propio diccionario
Y antes que se me olvide
Al propio dios hay que cambiarle nombre
Que cada cual lo llame como quiera:
Ese es un problema personal.

Nicanor Parra


Agli amanti delle belle lettere
Mando i miei migliori auguri
Cambierò il nome ad alcune cose.

La mia posizione è questa:
Il poeta non mantiene la sua parola
Se non cambia i nomi delle cose.

Per quale motivo il sole
deve continuare a chiamarsi sole?
Chiedo che si chiami Micino
Quello con gli stivali di quaranta leghe!

Le mie scarpe sembrano bare?
Sappiano che da oggi in poi
Le scarpe si chiamano bare.
Comunicatelo, annotatelo e pubblicatelo
Che le scarpe hanno cambiato nome:
Da ora si chiamano bare.

Bene, la notte è lunga
Ogni poeta che si rispetti
Deve avere il proprio dizionario
E prima che mi dimentichi
Al proprio dio bisogna cambiargli il nome
Che ognuno lo chiami come desidera:
Questo è un problema personale.

Resurrección

La poesía entra en el sueño
como un buzo en el lago.
La poesía, más valiente que nadie,
entra y cae
a plomo
en un lago infinito como Loch Ness
o turbio e infausto como el lago Balatón.
Contempladla desde el fondo:
un buzo
inocente
envuelto en las plumas
de la voluntad.
La poesía entra en el sueño
como un buzo muerto
en el ojo de Dios.

Roberto Bolaño


La poesia entra nel sogno
come un palombaro nel lago.
La poesia, più valorosa di chiunque altro,
entra e cade
a piombo
in un lago infinito come Loch Ness
o torbido e tragico come il lago Balaton.
Contemplatela dal fondo:
un palombaro
innocente
avvolto nelle piume
della volontà.
La poesia entra nel sogno
come un palombaro morto
nell'occhio di Dio.

martedì 16 febbraio 2010

Otro ritmo posible

Un buen verso
no sacia el hambre.

Un buen verso
no construye un jardín.

Un buen verso
no derriba al tirano.

Un verso
en el mejor de los casos consigue
cortarte la respiración
(la digestión casi nunca)

y su ritmo insinúa otro ritmo posible
para tu sangre y para los planetas.

Jorge Riechmann


Un bel verso
non placa la fame.

Un bel verso
non costruisce un giardino.

Un bel verso
non fa cadere il tiranno.

Un verso
nel migliore dei casi riesce
a mozzarti il respiro
(la digestione quasi mai)

e il suo ritmo insinua un altro ritmo possibile
per il tuo sangue e per i pianeti.

Le innumerevoli parole eschimesi per indicare la neve

Le ho cercate, le ho trovate e, con infinita pazienza, le ho contate.

Sono due.

Aput: snow on the ground.
Qanik: snow in the air (or snowflake).

Dictionary of the West Greenlandic Eskimo language, Meddelsem om Grønland 69 by C.W. Schultz-Lorentzen, Reitzels, Copenhagen 1927, cited by The great Eskimo vocabulary hoax and other irreverent essays on the study of language by Geoffrey K. Pullum, The University of Chicago Press, 1991

Tutto il resto è polisintesi, come dice la nota canzone di Califanuit, per cui le innumerevoli parole che gli inuit usano per indicare la neve sono solo parole composte derivate dalle due parole base (morfemi, se parlassi forbito).

Un po' come da una forma base, quella di un semplice prisma esagonale, derivano le infinite forme dei cristalli di neve.

Foto di Kenneth Libbrecht (altre qui)

***

Niente poesia*, oggi, ché nella mia ormai cronica mancanza di fantasia il cristallo mi fa venire in mente solo Kristall di Celan (e, solo dopo molti sforzi, anche la piccola raccolta Atemkristall, sempre sua), ma non mi pare il caso.

***

Al quinto anno di esistenza di questo piccolo blog, che ha superato imperturbabile le procelle più pericolose, cancellazione e recupero compresi (i pochi commenti che c'erano invece non ce l'hanno fatta a sopravvivere e devo dire che mi dispiace, perché erano pochi ma a me molto cari), in tempi in cui il mondo può usufruire dei mirabili benefici del ueb tciu point siro, cui personalmente preferisco la socialità del bar all'angolo e il girovagare per strada, ho deciso che continuerò a venire ad arieggiare questo posto anche in assenza pressoché totale di visitatori, pronta a dar loro il benvenuto, se comparissero, e pure un caffè, se lo gradissero, ma non in loro attesa (ché altrimenti qui si sarebbe abbandonato tutto ai ragni e alle erbacce da un bel pezzo).

***

* Bon, solo qualche verso messo in fila, via, che male non fa: E (m'innamoro) del sol rîe che fa fiurî l’avril/e del miel che l’ha in boca,/la prima neve che za fioca/sia pur lenta e zentil.
Del sol rîe è del suo riso, quello della vita.

***
(questi non sono asterischi, sono cristalli di neve ramificati)

lunedì 15 febbraio 2010

*

Исчезаю в весне,
в толпе,
в лужах,
в синеве.
И не ищите.
Мне так хорошо...

Арво Антонович Метс

Scompaio nella primavera,
nella folla,
in una pozzanghera,
nel blu.
Non serve che mi cerchiate.
Sto così bene...

Arvo Mets

(cfr., volendo)

domenica 14 febbraio 2010

Bellezza e verità in fisica


Murray Gell-Mann, premio Nobel per la fisica del 1969 per i suoi studi sulle particelle elementari.

Si occupa anche dell'evoluzione delle lingue ed è alla ricerca della lingua primigenia assieme a linguisti russi.

sabato 13 febbraio 2010

Cosmogonie

La mitizzazione della realtà

L'essenziale della realtà è il senso. Ciò che non ha senso per noi non è reale. Ciascuna particella della realtà vive nella misura in cui essa è partecipe di un senso universale. Delle vecchie cosmogonie esprimevano ciò con una frase: "In principio era il Verbo". Quello che non viene nominato per noi non esiste. Nominare una cosa equivale ad inglobarla in un senso universale. Una parola isolata, una tessera di un mosaico, è un prodotto recente, risultato - già - della tecnica. La parola primitiva era divagazione orbitante attorno al senso della luce, era un grande tutto universale. Nella sua accezione corrente, la parola oggi è solo un frammento, un rudimento di una mitologia antica e integrale. Da cui questa tendenza in sé a rigenerarsi, a ricrescere, a completarsi per ritornare al suo senso intero. La vita della parola consiste nel fatto di tendere verso migliaia di combinazioni, come i pezzi del corpo squartato del serpente leggendario che si cercavano nelle tenebre. Questo organismo complesso è stato lacerato in vocaboli separati, in sillabe, in discorsi quotidiani; utilizzato in questa nuova forma, è diventato uno strumento di comunicazione. La vita, lo sviluppo del verbo, sono stati spinti sul cammino utilitaristico, sottoposti a regole estranee. Ma quando le esigenze della pratica si distendono, quando la parola liberata dai vincoli è lasciata a se stessa e ristabilita nelle proprie leggi, si produce in essa una regressione: tende allora a completarsi, a ritrovare i suoi legami antichi, il suo senso, il suo stato primordiale nella patria originale delle parole - ed è allora che nasce la poesia.
La poesia, sono cortocircuiti di senso che si producono tra le parole, è un brusco zampillio di miti primitivi.
Utilizzando le parole correnti dimentichiamo che sono dei frammenti di storie antiche ed eterne, che - come i barbari - stiamo costruendo la nostra casa con frammenti di statue di dei. I nostri concetti ed i nostri termini più concreti ne sono derivati da lontano. Non un atomo, nelle nostre idee, che non ne provenga, che non ne sia una mitologia trasformata, storpiata, cambiata. La funzione più primitiva dello spirito è la creazione di racconti, "di storie". La scienza ha sempre trovato la sua forza motrice nella convinzione di trovare al termine dei suoi sforzi il senso ultimo del mondo, che essa cerca in cima alle sue impalcature artificiali. Ma gli elementi che essa utilizza hanno già svolto un servizio, provengono da storie antiche smontate. La poesia riconosce il senso perduto, restituisce alle parole il loro posto, le collega secondo certi significati. Elaborato da un poeta, il verbo riprende coscienza, se si può dire, del suo senso primo, risboccia spontaneamente secondo le proprie leggi, riscopre la sua integralità. Ecco perché tutta la poesia è creazione di mitologia, tende a ricreare i miti del mondo. La mitizzazione del mondo non è terminata. Questo processo è stato solamente frenato dallo sviluppo della scienza, spinto su una via laterale dove vegeta, il suo senso essendo smarrito. Quanto alla scienza, essa non è altro che uno sforzo per costruire il mito del mondo, perché il mito è contenuto negli elementi che essa utilizza e perché noi non possiamo andare oltre al mito. La poesia raggiunge il senso del mondo per deduzione, per anticipazione, a partire da grandi scorciatoie e da audaci avvicinamenti. La scienza mira allo stesso scopo per induzione, metodicamente, tenendo conto di tutto il materiale dell'esperienza. Ma, in fondo, tutte e due cercano la stessa cosa.
Infaticabilmente, lo spirito umano aggiunge alla vita le sue glosse - dei miti -, infaticabilmente cerca di "conferire un senso" alla realtà.
Il senso è ciò che trascina l'umanità nel processo della realtà. È un dato assoluto che non può essere dedotto da altri dati. Impossibile spiegare perché una cosa non sembra "sensata". Conferire un senso al mondo è una funzione indissociabile dalla parola. La parola è l'organo metafisico dell'uomo. Col tempo, la parola si fissa, cessa di veicolare dei sensi nuovi. Il poeta rende alle parole la loro virtù di corpi conduttori, creando delle accumulazioni in cui nascono delle tensioni nuove. I simboli matematici sono un allargamento della parola a nuovi domini. La tabella è anch'essa un derivato del verbo, di ciò che non è ancora segno, ma mito, storia, senso.
Si considera generalmente la parola come un'ombra della realtà, come un riflesso. Sarebbe più giusto dire il contrario! La realtà è un'ombra della parola. La filosofia è, in fondo, filologia, studio profondo e creatrice del verbo.

Studio, 1936, Numeri 3/4
Una possibile versione della traduzione dal polacco di Thérese Douchy
Bruno Schulz, Oeuvres complètes, Denoël 2004

*

Scienza come mito



Domanda: Quando scrive qui nel suo capitolo "La poesia della scienza", si spinge a conseguenze estreme quando dice che forse l'umanità al momento non sa affatto dove si concretizza la sua qualità poetica e crede ancora che avvenga solo in letteratura. In realtà gli scienziati stanno facendo una nuova poesia.
Enzensberger: È una tesi forte, ma si può introdurre qualcosa in suo favore, ad esempio questo riguarda per lo più le scienze più avanzate. Come detto, la biologia è una scienza relativamente giovane, in una certa misura acerba, nella fisica... La fisica ha raggiunto uno stadio di materialismo - cioè possiamo chiarire tutto come il demone di Laplace: se posseggo i dati, posso prevedere tutto, è completamente deterministico - ma da questa visione deterministica la fisica si è allontanata da tempo. Per quello che raccontano oggi la cosmologia, l'astrofisica, la fisica delle particelle, queste si potrebbero oggi designare come miti, svolgono un ruolo simile al mito, una funzione simile al mito. Non è identico al mito greco, ma ha una funzione simile per la nostra coscienza, cioè sono immagini che ci rendono il mondo più comprensibile, così come appunto le vecchie mitologie avevano lo stesso scopo, ci consentivano di orientarci. Perché sapevamo che Venere è l'amore, Zeus il tuono, e ci si poteva spiegare tutto, almeno spiegare nel senso di avere comprensione, di non sentirci più estranei al mondo, bensì trarne un senso. E oggi è anche così: questo universo che viene descritto nelle scienze è analogo ai racconti. La storia del big bang, lo sviluppo dell'universo a partire da questo evento, come vengono di solito descritti? L'espansione, lo spostamento verso il rosso, ecc., tutto ciò è anche un mito, analogo ad un mito. È una produzione molto forte. Non è niente di facile, non è niente di semplice, non si può costruire il mito ogni giorno, ma è forte.
D.: Se posso richiamare la sua attenzione. Ci fu un congresso nella DDR, nel momento in cui questa repubblica sviluppava al massimo la sua coscienza di sé. In realtà, dicevano, si tratta di dissipazione di vento stellare, attraverso il vento delle stelle, di stelle enormi, giovani. In un'economia pianificata, del tutto impossibile. Bisognava rimodellarlo. Ma era la creazione di due movimenti mitici.
E.: Laddove uno è più pieno di paure. La parsimonia, la ricerca della dissipazione dell'universo. Anche la biologia ha bisogno della fecondazione di milioni di cellule seminali che si distribuiscono: una incredibile esplosione di energia. I cosmologi si chiedono quanto simile sia l'universo.

domenica 7 febbraio 2010

A propósito de Dante

En lugar de “Per me si va nella città dolente” podríamos escribir:

Por mí, se va a la ciudad sin fondo
Eternidad que persigue su propio abismo.

¡Mucho mejor! Mucho más profundo resulta este infierno que se precipita en su propio abismo.

Witold Gombrowicz, 1966

sabato 6 febbraio 2010

Когда умирают кони - дышат

Когда умирают кони - дышат,
Когда умирают травы - сохнут,
Когда умирают солнца - они гаснут,
Когда умирают люди - поют песни.

Велимир Хлебников, 1912

Quando stanno morendo, i cavalli respirano,
Quando stanno morendo, le erbe si seccano,
Quando stanno morendo, i soli si bruciano,
Quando stanno morendo, gli uomini cantano delle canzoni.

Velimir Chlebnikov, 1912
Traduzione di Paolo Nori

Questa non è solo una poesia di Chlebnikov, è anche la prima poesia di Chlebnikov che Nori abbia mai letto nella sua vita. Di altre persone specifiche non saprei dire, ma c'è una certa probabilità che vi siano dei passanti olandesi e dei patiti di musica elettronica tedeschi e non che hanno letto per prima proprio questa poesia, tra le poesie di Chlebnikov.
Perché a Leida si trova all'aperto, sul muro laterale di un edificio in Apothekersdijk 26.


E perché Thomas Brinkmann l'ha interpretata così.
Se posso per un attimo parlare di me, questa è già la seconda poesia di Chlebnikov che leggo.

Я долго думал об орлах

Я долго думал об орлах
и понял многое:
орлы летают в облаках,
летают никого не трогая.
Я понял, что живут орлы на скалах и в горах
и дружат с водяными духами.
Я долго думал об орлах,
но спутал, кажется, их с мухами.

15 марта 1939

Даниил Хармс


Ho pensato a lungo alle aquile
e ho capito molte cose:
le aquile volano nelle nuvole,
volano senza toccare nessuno.
Ho capito che le aquile vivono su rocce e montagne
e sono amiche degli spiriti delle acque.
Ho pensato a lungo alle aquile,
ma, a quanto pare, le ho confuse con le mosche.

15 marzo 1939

Daniil Charms

mercoledì 3 febbraio 2010

Stimme II

Verschreckt haste ich durch den Sommerregen
Hinter dem Zaun lauert ein kurzsichtiger Knecht
Im geöffneten Koffer
(Den ich verbergen will)
Ist mein Geschlecht zu sehen
Gelb und weich wie eine Kamelschnauze
Nun schützen mich weder Zigaretten
Noch der Surrealismus
In meiner Wohnung ein heilloses Durcheinander
Und im Spiegel plötzlich ein schlafender Mann.

Nora Iuga


(via noraiuga.wordpress.com)

Voce II
Spaventata mi affretto attraverso la pioggia estiva
Dietro al recinto è appostato un garzone miope
Nella valigia aperta
(Che voglio nascondere)
Si vede il mio sesso
Giallo e morbido come un muso di cammello
Ora non mi proteggono né le sigarette
Né il surrealismo
Nel mio appartamento un caos disperato
E nello specchio all'improvviso un uomo che dorme


Hans Richter, Vormittagsspuk, 1928 (archive.org)
Paul Hindemith, Musik für mechanisches Klavier (Welte-Mignon), opus 40 (verloren) (perduta. La musica fu distrutta nel 1938 in quanto "arte degenerata" e il rullo della pianola meccanica fu distrutto nella fabbrica di Friburgo Welte-Mignon durante un raid aereo il 27 novembre 1944. Restano però le parole del suo autore: “L'ascoltatore è sospeso nella costante ansia se la musica concordi veramente con l'immagine o meno - è ridicolo quando al colpo di cannone sopra arriva troppo tardi il battito del tamburo; se arriva al momento giusto,  è poco meno idiota... Ma siccome si deve fare musica per i film... perché allora non una restituita in modo altrettanto meccanico? E perché non una musica che sia stata concepita e realizzata assieme al film? Una musica che si esaurisca sempre solo per il film corrispondente e che sia fornita al cinema dalla distribuzione solo assieme al film! E se viene suonata in tutte le altre accampate occasioni, perché non con l'ausilio di strumenti meccanici di alta qualità che funzionano bene e razionalmente?” Paul Hindemith “Zur mechanischen Musik”, 1927, in Aufsätze, 24. Da David Trippet.)