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giovedì 23 febbraio 2012

Un'altra vita

Sono nato a Czernowitz. La mia lingua materna è il tedesco. Con i nonni, parlavo yiddish. Con i domestici, parlavo ruteno. Quando sono nato, Czernowitz era in Romania e si parlava rumeno. Così è stato fino a quando ho compiuto 8 anni. Quando è scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, questo idillio con il tedesco di colpo si è infranto. Ci hanno messi nel ghetto e poi ci hanno trasferiti in un campo. Mi hanno separato da mio padre, mentre mia madre era già stata uccisa. E io, io sono rimasto solo. Ho deciso di fuggire dal campo. Ero biondo, sembravo un bambino ucraino. Mi ha adottato il mondo dei ladri e la guerra l'ho passata con loro.


Nel 1946 sono immigrato in Israele, avevo 13 anni e mezzo, senza educazione, senza genitori, senza lingua. Avevo tante lingue, ma tutte assieme non bastavano a comunicare. Eravamo come dei balbuzienti che parlavano la lingua del corpo, ma non quella della bocca. Ognuno cercava di esprimersi con quello che aveva. A poco a poco, abbiamo appreso l'ebraico. È stato un grande sforzo, far entrare una lingua articolata in modo diverso rispetto alle altre lingue che conoscevo. Il suo suono era quello di una lingua che impartisse degli ordini: "Avanti! Dormite! Mettete in ordine!" Suonava come se fosse nata dal mare, dalle sabbie che ci circondavano ad Atlit. Non è una lingua che scaturisca da sola, ma è come un riempirsi di ghiaia. Ho lavorato molto per imparare l'ebraico, come se avessi dovuto scavare una montagna. Ho cominciato a scrivere sulla mia vita, sul mio destino, sulla mia infanzia da orfano, sui miei genitori morti, sulla mia città perduta, sulle piccole cose che mi avevano circondato. E, così facendo, quando scrivevo in ebraico e mi sforzavo di adottare la lingua e tutte le sue espressioni idiomatiche, emergevano, di tanto in tanto, altre lingue. Queste interferivano con la mia scrittura. Ero obbligato a reprimerle perché non oscurassero le parole di altre lingue, alle volte dei mozziconi di parole, talvolta una frase, perché queste non emergessero. Era complicato, perché la maggior parte dei miei eroi sono degli immigrati. E, in effetti, parlano tedesco. Nella loro vita quotidiana, parlano tedesco, ma a casa mia parlano ebraico. Ogni immigrato porta con sé due lingue, due paesaggi, un mondo duale. L'immigrato non era accettato. Nel 1946, negli anni '40 e '50, il paese era ideologizzato, e l'ideologia richiedeva che si parlasse ebraico: "Dimentica, dimentica il tuo passato, dimentica la tua lingua materna, dimentica la tua personalità". Io e la mia generazione abbiamo represso tutto quello che era in noi e, su questa crosta, in superficie alla coscienza, abbiamo costruito un'altra vita, non legata al passato. A poco a poco, entrando nella creazione, ho saputo che niente di ebraico doveva essermi estraneo. Così, ho imparato l'yiddish. L'ho imparato anche per scacciare il tedesco. Vi sono dei motivi psicologici complessi. Provengo da una famiglia assimilata, e ogni famiglia assimilata aveva un'avversione per il proprio ebraismo. E l'yiddish era il simbolo dell'ebraismo. Per conoscere tutto ciò che è ebraico, ho imparato l'yiddish. Lo conosco bene, non alla perfezione. Lo leggo e posso scriverlo. Leggo la letteratura e la saggistisca in yiddish. Questa lingua mi è cara perché era la lingua dei miei nonni e perché ho visto la morte attraverso questa lingua. Ho visto vecchi ebrei, donne deboli, bambini alla soglia della morte, e tutti parlavano yiddish. Con il tedesco ho sempre avuto un rapporto ambivalente. Era la mia lingua materna, ma era anche la lingua degli assassini. Un uomo che perde la propria lingua materna resta infermo a vita. La lingua materna non si parla, essa scorre. Bisogna vegliare senza sosta che niente di straniero penetri nella lingua acquisita. Oggi non ho un'altra lingua. L'ebraico è la mia lingua materna. Sogno, scrivo in questa lingua. Ancora oggi ho timore di perderla. Alle volte, mi sveglio e questo ebraico, acquisito con così tanta pena, svanisce, sparisce. Cerco di recuperarlo e non ce la faccio.

Aharon Appelfeld
in Misafa Lesava (משפה לשפה - D'une langue à l'autre), un film di Nurith Aviv, 2004

giovedì 17 novembre 2011

17 novembre 2011

Cavatore folgorato
operaio ucciso da un getto d'acqua
manovale schiacciato da una paratia
manovratore travolto da un carrello elevatore.

Non è una poesia
è il sommario
di un articolo del Corriere di oggi.

Del cavatore
dell'operaio
del manovale
del manovratore
mancano
i nomi.

Andrea
Gianfranco
Mircea
Mario.

mercoledì 3 febbraio 2010

Stimme II

Verschreckt haste ich durch den Sommerregen
Hinter dem Zaun lauert ein kurzsichtiger Knecht
Im geöffneten Koffer
(Den ich verbergen will)
Ist mein Geschlecht zu sehen
Gelb und weich wie eine Kamelschnauze
Nun schützen mich weder Zigaretten
Noch der Surrealismus
In meiner Wohnung ein heilloses Durcheinander
Und im Spiegel plötzlich ein schlafender Mann.

Nora Iuga


(via noraiuga.wordpress.com)

Voce II
Spaventata mi affretto attraverso la pioggia estiva
Dietro al recinto è appostato un garzone miope
Nella valigia aperta
(Che voglio nascondere)
Si vede il mio sesso
Giallo e morbido come un muso di cammello
Ora non mi proteggono né le sigarette
Né il surrealismo
Nel mio appartamento un caos disperato
E nello specchio all'improvviso un uomo che dorme


Hans Richter, Vormittagsspuk, 1928 (archive.org)
Paul Hindemith, Musik für mechanisches Klavier (Welte-Mignon), opus 40 (verloren) (perduta. La musica fu distrutta nel 1938 in quanto "arte degenerata" e il rullo della pianola meccanica fu distrutto nella fabbrica di Friburgo Welte-Mignon durante un raid aereo il 27 novembre 1944. Restano però le parole del suo autore: “L'ascoltatore è sospeso nella costante ansia se la musica concordi veramente con l'immagine o meno - è ridicolo quando al colpo di cannone sopra arriva troppo tardi il battito del tamburo; se arriva al momento giusto,  è poco meno idiota... Ma siccome si deve fare musica per i film... perché allora non una restituita in modo altrettanto meccanico? E perché non una musica che sia stata concepita e realizzata assieme al film? Una musica che si esaurisca sempre solo per il film corrispondente e che sia fornita al cinema dalla distribuzione solo assieme al film! E se viene suonata in tutte le altre accampate occasioni, perché non con l'ausilio di strumenti meccanici di alta qualità che funzionano bene e razionalmente?” Paul Hindemith “Zur mechanischen Musik”, 1927, in Aufsätze, 24. Da David Trippet.)

domenica 13 dicembre 2009

Nora

Chi sono? Una donna, di notte alla macchina da scrivere, nella piccola cucina di un appartamento condominiale alla periferia di Bucarest. I vicini mi salutano perché qualche volta mi vedono in televisione, dove provo cappelli e leggo poesie che suonano bene, ma sono purtroppo incomprensibili. Mi meraviglio di non sembrare loro ridicola - ho dimenticato di accennare che ho 75 anni e scrivo solo sull'amore.
Nora Iuga, 2006 (da qua)


Un cappello (uncristian)


Un altro cappello (old.culturescapes.ch)

Si presenta così:
Sono poetessa, sono Nora Iuga. Ciao.
Bene, ragazzi, a me m'ha influenzata il surrealismo. E sono appartenuta ad un movimento in Romania che seguiva l'onirismo, l'estetica del sogno. Durò tre anni e lo proibirono.
Il mio primo libro, Non sono colpevole, pubblicato nel 1968, fu censurato per otto anni. (No, non era poesia politica,) era poesia erotica. Lo censurarono perché erano poesie che contenevano un erotismo delicato e poteva influire negativamente sulla gioventù rumena.
Prendere vodka mi ispira.
Da qui.
Da un'intervista:
Avevo già 37 anni quando ho debuttato, parecchi per una poetessa, e ho pubblicato il mio primo libro, che ha avuto molto successo, e dopo due anni è uscito il secondo: è "Gefangen im Kreis", il secondo libro. E poi, a quarant'anni, mi sono improvvisamente vista in una lista di venti scrittori cui era stato vietato di pubblicare: non potevano più pubblicare, nemmeno una riga, niente, da nessuna parte.
Pausa

Ogni sera, da brava a fianco della mia sedia, sta una tale aspettativa e fissa la porta.
Penso rivoglia indietro il mio giocattolo, per distruggerci un po'.
Forse proprio ora suona al campanello e attraverso lo spioncino nella porta si vede una pausa grande, bianca.
Ma dove ho messo tutti questi omicidi? In quali quaderni mai?
Sono felice perché i giovani poeti e scrittori rumeni non si interessano affatto di politica. Non ne vogliono più sapere di politica, e soprattutto non vogliono più ricordarsi di quello che era prima. Vogliamo finalmente essere liberi ed essere normali. Dobbiamo rimetterci in salute. Se ora vivo costantemente con questa ossessione, quanto male abbiamo vissuto allora, e com'era, e la Securitate, e la censura, ecc., allora non possiamo più liberarci di questo incubo.
Avevo un nonno ungherese e una nonna serba,
un nonno tedesco, Heinrich Schmidt,
che era nato a Monaco, e una nonna greca,
che era di Salonicco, di origine.
A casa nostra non c'erano giornali.
Credo che l'ultima parola che ho imparato
sia stata la parola: "politica".
All'inizio ho fatto poesia e dopo alcuni anni ho iniziato a tradurre. Quindi questo rapporto tra due lingue è un rapporto molto intimo, come un amore. Scrivo diversamente, da quando traduco.
Tra le varie opere tradotte: Il tamburo di latta di Günter Grass, La pianista di Elfriede Jelinek e testi di Christian Haller e di Aglaja Veteranyi.

Questi giovani magri,
che mi assomigliano tutti,
mio marito
e il venditore di limoni
e il musicista,
l'autista,
questi begli scheletri
con dei fiori nelle articolazioni
schiantati sotto il carico
dei cigni che cantano alle loro spalle
e come si genuflettono di sera
prima di battere la croce
sulla mia pancia
e di scivolare nel mare
come lunghi pesci gialli
come le foglie della luna
del mondo
si allontana su di me
e non sposta niente nella mia luce.

domenica 9 novembre 2008

dormi dragostea mea

Nora Iuga legge Virgil Mazilescu (e niente la può turbare).



plînsul în oraş: mîini fricoase îşi schimbă într-ascuns culoarea - şi
încă o noapte izabela va fi a dreptăţii a nisipurilor (respiraţia
cavalerului printre cavaleri e cea mai galbenă).

şi spre dimineaţă la castel - dacă s-ar auzi cîntece: o cheie pe buze
oho şi pe trădare. dulce strigăt. sarea depusă la porţi. spera să se
joace mai frumos (cavalerul în depozite mari de sînge).

tu dormi dragostea mea. sînt singur am inventat poezia şi nu mai
am inimă.

Virgil Mazilescu

(Intravvedo solo pianto, città, colori, Isabella, respiro, cavaliere, giallo (come Gelb!), castello, dolce, sale, sperare, giocare, bello, grande deposito di sangue e, forse, "tu dormi amore mio. sono solo ho inventato la poesia e non ho più anima".)

domenica 14 ottobre 2007

Fetiţa cu o mie de riduri [73]

cînd vreau să mă văd, închid ochii, intru în cutia de carton, acolo dorm doi pantofi, unul cu vîrful în călcîiul celuilalt, în poziţia pe care o au gemenii în uter. de asta sînt eu tot timpul una pe faţă, una pe dos. de asta cu frică blestem, cu ruşine mă închin, că altfel nici nu încap în cutie, de asta pantofii ăştia nu se pot despărţi. cînd mă văd cu Beroza mă aflu mereu în cutia de carton, „cu tine nu sînt niciodată absent", mi-a spus; vorbea ruseşte. l-au auzit şi pantofii şi de-atunci îl urmează orbeşte. bine, dar tu, tu ce faci? eu? numai acolo, în cutia de carton, cred şi nu cercetez.

Nora Iuga

La ragazza con le mille rughe

quando mi voglio vedere, chiudo gli occhi, entro nella scatola di cartone, lì dormono due scarpe, una con la punta nel tallone dell'altra, poste come due gemelli nell'utero. per questo sono sempre un diritto ed un rovescio. per questo quando ho paura bestemmio, quando mi vergogno mi confesso, altrimenti non entrerei nella scatola, per questo queste scarpe non si possono separare. quando vedo Beroza, sono sempre nella scatola di cartone. “assieme a te non sono mai assente” mi ha detto, parlava russo. le scarpe hanno ascoltato e da allora lo seguono ciecamente. bene, ma tu, tu che fai? io? solo là, nella scatola di cartone, credo e non dubito.